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Mario Paciolla, molta solidarietà ma ancora nessuna giustizia

 26/05/2021  Di:

 Il murales di Luca Carnevale al Vomero

Di Gianpaolo Contestabile da Il Manifesto

A oltre 10 mesi dalla morte di Mario Paciolla, avvenuta durante la Missione di Verificazione degli Accordi di Pace dell’Onu in Colombia, i genitori, Anna e Giuseppe, continuano a chiedere giustizia e verità per loro figlio: «Purtroppo non abbiamo notizie precise di quello di cui la procura di Roma è venuta a conoscenza, sappiamo che sono molto impegnati per svolgere un’approfondita istruttoria e che hanno presentato diverse rogatorie. Sappiamo che la fiscalia colombiana appare collaborativa, poco sappiamo invece dell’Onu. Ultimamente abbiamo appreso dai giornali che sia i Ros che la procura si sono recati in Colombia, in tempo di pandemia davvero un fatto straordinario. Noi immaginiamo che riguardo all’autopsia ci siano ancora approfondimenti da svolgere e che ci siano documenti che dovranno ancora arrivare dalla Colombia, pertanto, tutto è coperto da assoluto riserbo».

La mancanza di informazioni provenienti dalle autorità giudiziarie non è l’unica difficoltà riscontrata, infatti i genitori chiariscono che: «A livello istituzionale centrale non abbiamo avuto nessun contatto». Se la politica nazionale non sembra volersi esporre per fare luce sulla vicenda, la comunità politica e sociale che sostiene la causa della famiglia Paciolla continua invece a ingrandirsi: «Abbiamo avuto la solidarietà di sindaci, presidi e gente comune che hanno aderito all’iniziativa di esporre dei banner per chiedere giustizia per Mario». Alla lista dei municipi solidali che hanno deciso di esporre gli striscioni figurano Casoria, Crispano, Caivano, Mugnano, Frattamaggiore, Sant’Anastasia e lo stesso comune di Napoli.

Nel capoluogo campano, nel quartiere del Vomero, nel nuovo campo sportivo intitolato al cestista Kobe Bryant, è stato inaugurato un murales dedicato a Mario Paciolla. L’artista Luca Carnevale lo ha raffigurato in compagnia di Corto Maltese, il celebre marinaio protagonista delle opere di Hugo Pratt, e di una scogliera affacciata sul mare, lo stesso mare in cui sognava di poter tornare a bagnarsi, come confidò ai genitori pochi giorni prima della sua morte violenta.

Un murales che fa da monito per il rispetto dei diritti umani e che costruisce un legame tra chi vive nell’hinterland napoletano e le centinaia di migliaia di persone che chiedono giustizia e verità dall’altra parte dell’oceano, in un Paese, la Colombia, dove chi difende i diritti umani continua a essere ucciso impunemente. Se già durante il 2020 la Colombia deteneva il triste record di uccisioni di attivisti e attiviste dei diritti umani, 177 omicidi su 331 commessi a livello mondiale, nelle ultime settimane le violenze contro movimenti sociali e manifestanti si è intesificata ulteriormente. Dal 28 aprile, il giorno in cui è iniziato lo sciopero nazionale, sono stati assassinati circa 40 manifestanti, si contano più di 500 desaparecidos, più di mille arresti arbitrari, centinaia di feriti, decine dei quali con gravi lesioni oculari e diversi casi di violenze sessuali e di genere. Sono decine anche i casi di aggressioni alle organizzazioni umanitarie, tra cui l’Onu che ha denunciato violenze e esecuzioni perpetrate dalla polizia colombiana.

Già nel 2018 Mario Paciolla, con lo pseudonimo Astolfo Bergman, descriveva sulle pagine di Limes i rischi insiti nell’elezione, allora appena avvenuta, dell’attuale presidente della Repubblica colombiana Ivan Duque. Mario definiva la vittoria di Duque come «il successo di uno dei più fermi oppositori di quanto pattuito a L’Avana», cioè gli Accordi di Pace, lasciando presagire un nuovo periodo di guerra e di violenze contro la popolazione colombiana.

In questo contesto di ingiustizia sociale e sistematica violazione dei diritti umani diventa fondamentale la presa di posizione degli organismi internazionali come le Nazioni Unite.

I genitori di Mario Paciolla si rivolgono proprio all’Onu: “Un’organizzazione molto importante e potente, secondo noi poco disposta a collaborare coi nostri legali forse per un diretto coinvolgimento e tarda a darci risposte su ciò che è successo in quella discussione che Mario ebbe proprio con membri dell’organizzazione». E concludono con un appello diretto a «chi lavorava con Mario, chi ha condiviso con lui momenti di amicizia, vacanze e si dichiarava amico di nostro figlio, possibile che non sappiano nulla, non hanno una loro etica e coscienza che li richiama a dire la verità e soprattutto si fidano di un’organizzazione che non è capace di proteggere e tutelare i suoi dipendenti? O la morte di un amico e di un collega vale meno di uno stipendio?».

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