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“Un terremoto politico scuote il Cile”: intervista a Sergio Grez

 28/05/2021  Di:

Plaza Dignidad, Santiago del Cile, gennaio 2020 (Susanna De Guio)

di Susanna De Guio

Lo scenario politico si è ribaltato in Cile lo scorso 16 maggio, di fronte ai risultati delle elezioni: non solo la destra del presidente Piñera è uscita sconfitta, ma anche i partiti tradizionali del centro sinistra hanno ricevuto un durissimo colpo. Ne sono una prova le incandescenti discussioni per negoziare le candidature presidenziali che si sono scatenate all’indomani del voto tra le file della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista.

Il messaggio che i cittadini cileni hanno espresso alle urne è forte e chiaro: la vecchia politica istituzionale è morta. Le schede elettorali da riempire erano quattro: sindaci, consiglieri, governatori regionali, ma soprattutto si eleggevano i delegati alla Convenzione Costituzionale che nei prossimi mesi riscriveranno la Carta Magna cilena, sostituendo quella approvata dal governo militare del dittatore Pinochet nel 1980. I partiti della destra, raccolti in una sola lista per potenziare il risultato del voto e promossi con campagne elettorali milionarie, non sono comunque riusciti a raggiungere l’agognato terzo dei seggi che permetterebbe di porre il veto sulle proposte dell’organo costituente. Il voto ha premiato invece le liste indipendenti che competevano con i grandi partiti, nonostante gli ostacoli posti dal servizio elettorale, le difficoltà economiche per sostenere la propria campagna e la censura dei media.

“È stato un terremoto per l’intera casta politica” afferma Sergio Grez, storico e accademico dell’Università del Cile, e inoltre membro del Forum per l’Assemblea Costituente, movimento che ha iniziato a reclamare il cambio della Costituzione già diversi anni prima dell’ottobre 2019, quando la rivolta popolare ha raccolto e amplificato questa rivendicazione. Lo abbiamo intervistato per capire quali sono le prossime sfide in questo scenario aperto, dove tutto sembra ora possibile per chi vuole cambiamenti profondi in Cile.

Qual è la prima valutazione delle elezioni dello scorso fine settimana?

La cittadinanza ha rifiutato e soprattutto negato una partecipazione significativa nella futura Convenzione Costituzionale a tutta la casta politica che ha iniziato e condotto la transizione alla democrazia in Cile dal 1991 ad oggi. Tutti gli amministratori del modello neoliberista dal periodo post-dittatoriale ad oggi hanno incassato una sonora sconfitta.

Sull’altro versante c’è un’avanzata molto importante delle forze di contenuto anti-neoliberale, e di sinistra in alcuni casi. Per esempio, la Lista del Pueblo – che ha eletto 27 costituenti – non è un partito politico, è una lista che si è formata di corsa e semi-spontaneamente, tra dirigenti di movimento e rappresentanti delle assemblee durante la ribellione popolare. A questo si devono aggiungere i 28 eletti del patto Apruebo Dignidad, che è composto principalmente da Partito Comunista e Frente Amplio. È stato molto significativo anche il voto agli indipendenti in generale, ma dentro questa categoria ci sono persone, gruppi, correnti di tendenze molto diverse, anche provenienti dalla ex Concertación, o con un orientamento liberal-progressista ma inclini a formare alleanze e accordi con le forze conservatrici.

Quali sono i rischi a cui fare attenzione in questo nuovo scenario politico?

Al momento siamo felici per la tremenda sconfitta della destra e dell’ex Concertación, non solo nella Convenzione Costituente ma anche in comuni chiave come Maipú, Viña del Mar, Santiago centro, Valdivia, dove hanno vinto le forze progressiste. Però ci sono due elementi che ci richiamano all’analisi rigorosa: il primo è, come dicevo, la possibilità che la destra riesca a costruire alleanze nella futura Convenzione Costituzionale per bloccare le proposte contrarie ai suoi interessi.

Il secondo è la bassa partecipazione elettorale, specialmente nei settori popolari. Solo il 43,3% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne, il che significa che più di un milione di persone che avevano partecipato al plebiscito del 25 ottobre (dove l’affluenza superò il 50%) non lo hanno fatto questa volta. Ancora più preoccupante è che la percentuale di votanti in Cile tradizionalmente è proporzionale al livello socio-economico, cioè l’affluenza alle urne è più alta nei comuni più ricchi del paese, gli unici dove nel Plebiscito aveva vinto il “no” alla nuova Costituzione.

Ci sono più di un milione di persone che hanno votato nel Plebiscito e non sono andate a votare ora, perché hanno scelto di non farlo? Cosa è cambiato tra le due elezioni?

La bassa affluenza alle urne in Cile è un fenomeno di lunga data che ha a che fare con molti fattori: la depoliticizzazione che si è radicata dalla dittatura in poi, ma anche la sensazione generale che la destra e la ex Concertación sono la stessa cosa, e questo è un fattore molto persistente, che si è modificato parzialmente con la ribellione popolare a partire dall’ottobre 2019, ma non si è rispecchiato in questa elezione. La mia ipotesi è che una percentuale significativa di persone che ha partecipato al Plebiscito questa volta non è andata a votare perché si è resa conto delle regole e degli ostacoli posti dalla casta parlamentaria per limitare la sua espressione libera e sovrana, come l’obbligo di riunire due terzi di consensi per approvare qualsiasi mozione, o il divieto di discutere i trattati internazionali e i requisiti che hanno complicato l’iscrizione delle candidature indipendenti.

L’Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione firmato il 15 novembre 2019 e la riforma costituzionale del mese successivo hanno disegnato un percorso dove deviare la tremenda energia della ribellione popolare ed evitare che sia minacciosa per gli interessi dominanti.

Nonostante questo, la composizione della Convenzione Costituente che esce dal voto popolare riapre la partita. Quali sono le sfide da affrontare affinché questo processo riesca a forzare gli stretti limiti del campo di gioco?

Ebbene, da tutte le precedenti considerazioni nascono una serie di compiti per le forze che vogliono promuovere cambiamenti profondi nella società: il primo è mantenere alta la mobilitazione sociale, il secondo è alimentare l’interazione con i delegati alla Convenzione Costituzionale, soprattutto quando vengono dalle assemblee territoriali, dalle organizzazioni sociali, dal movimento. La consultazione permanente della base è fondamentale per evitare accordi alle spalle della cittadinanza, come fece la Concertación con la destra pinochetista alla fine degli anni ’80 e all’inizio dei ’90.

Inoltre, è necessario esigere che tutte le sessioni della Convenzione siano trasparenti e pubbliche, e infine come Forum per l’Assemblea Costituente diciamo da molto tempo che la Convenzione deve dichiararsi libera e sovrana, adottare autonomamente le proprie regole, il che significa che potrebbe mettere in discussione la regola dei due terzi e decidere un’altra percentuale per l’approvazione delle sue mozioni, oppure potrebbe adottare la formula del plebiscito intermedio, destinata a risolvere tutti quei punti in cui non si raggiunge il quorum dei due terzi ma solo una maggioranza semplice del 50% più uno. Siamo in uno scenario fluido, tutto è possibile, ma dipende in gran parte dai protagonisti della ribellione popolare iniziata il 18 ottobre se riusciremo ad avanzare.

In queste settimane in Colombia è scoppiata una rivolta popolare che trae le sue origini dagli scioperi nazionali dell’ottobre 2019 e che ha molto in comune con la ribellione cilena di allora. Qual è la relazione tra le due?

La ribellione popolare colombiana ha molti elementi in comune con quella cilena, è forse l’unico processo politico in Sud America negli ultimi anni che assomiglia al nostro. Evidentemente il processo colombiano è diverso da quello cileno, ma ha molte caratteristiche simili, dall’organizzazione della prima linea agli slogan, simboli e canzoni, comprese alcune di oltre mezzo secolo fa, come “el pueblo unido jamás será vencido“.

Il popolo cileno ha iniziato nel 2019 una ribellione che oggi si vede di nuovo in Colombia, è iniziata prima probabilmente perché il Cile è il modello neoliberale più estremista del pianeta. Il neoliberalismo esiste quasi ovunque, ma in nessun’altra parte del mondo è stato applicato così dogmaticamente e ferocemente come in Cile. Lo dicevano chiaramente i cartelli durante la ribellione popolare: “il neoliberalismo nasce e muore in Cile,” è un compito che richiede anni, e va oltre la nuova Costituzione, ma potrebbe essere un precedente importante, un esempio per altri Paesi.

Di:  In Categoria: America Latina, Interviste, Primo Piano

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