A un anno dalla morte di Emilia Bau, uccisa in difesa del territorio mapuche

di Susanna De Guio per la Rete Internazionale in Difesa del Popolo Mapuche

È passato un anno dall’omicidio di Emilia Bau Herrera Obrecht, ai margini del lago Riñihue, in territorio mapuche, e la giustizia cilena non ha ancora fissato nemmeno una data per processare chi l’ha uccisa. “Erano sicari contrattati dal condominio Riñimapu, che aveva privatizzato l’accesso al lago” spiega la madre di Bau, Denise Obrecht, che in questi giorni sta incontrando diversi gruppi legati a sua figlia e segue le attività in sua memoria in tutto il Cile e anche, a distanza, in Italia.

La morte della giovane ragazza trans sessuale che accompagnava la lotta per il territorio della comunità Llazkawe si inscrive all’interno di un conflitto che ha radici profonde nella storia del popolo mapuche, in resistenza contro le ingerenze e la repressione dello stato cileno da quasi due secoli, in difesa della terra contro l’usurpazione da parte delle grandi imprese private che sfruttano le risorse di uno dei territori più ricchi di acqua, boschi nativi e grandi riserve naturali del Cile, nelle regioni del sud, il Wallmapu.

Non è un caso che il gerente generale del complesso di villeggiatura Riñimapu, da dove sono arrivati gli spari che hanno ucciso Bau, sia Fernando Puga Matte, imprenditore vicino alla famiglia Chadwick, vincolato con l’agroindustria, il settore immobiliare e minerario, oltre che fondatore di uno dei primi dannosi allevamenti di salmoni in Cile. Matte è a sua volta una potente famiglia cilena, proprietaria dell’impresa forestale Mininco, responsabile della devastazione di ampi settori di bosco nativo, convertiti a piantagioni di pino ed eucalipto per la vendita ed esportazione di legname. Il nome Matte è legato a diversi crimini nel Wallmapu, come nel caso del weichafe Pablo Marchant, ucciso lo scorso luglio da Carabineros all’interno di uno dei latifondi amministrati proprio da Mininco, o come la storia di Alex Lemún, ucciso nel 2002 da Carabineros a soli 17 e oggi uno dei simboli della lotta mapuche per il recupero del territorio.

Il Gruppo Matte è infine anche proprietario di Colbún S.A., una delle principali holding del Paese, che da anni cerca di installare una idroelettrica sul fiume San Pedro che si origina dal lago Riñihue, progetto che inonderebbe la zona circostante e causerebbe un grave impatto ambientale segnalato tanto dalle organizzazioni ambientaliste e dalle comunità come nel processo di valutazione ambientale tuttora in corso.

È in questo contesto che il Lof Llazkawe comunica ufficialmente l’inizio del proprio processo di restituzione territoriale, il 23 novembre del 2020. L’amministrazione del complesso turistico Riñimapu aveva chiuso un accesso pubblico al lago per vendere “a un selezionato gruppo di nuovi proprietari” le 35 case distribuite su oltre 19 ettari con una porzione di “costa esclusiva di fiume e lago”. Qualche settimana più tardi la comunità annuncia le prime attività volte a togliere il recinto che impediva il libero accesso alla spiaggia. Il conflitto si acuisce e mentre le autorità regionali e locali non rispondono agli appelli del vicinato che chiede mediazione e dialogo, la proprietà del complesso di case vacanze si arma di sicurezza privata per proteggere i suoi confini, però la presenta come personale addetto al giardinaggio dell’area residenziale.

La notte del 16 gennaio 2021 Bau stava camminando insieme ad alcuni compagni del Lof Llazkawe lungo il lago, andavano a prestare aiuto a dei turisti con la tenda sulla spiaggia che i guardiani del condominio privato volevano allontanare. Uno di loro spara e colpisce Bau, che muore poco dopo nell’ospedale di Valdivia. Vengono intercettate sette persone che si allontanavano dal complesso turistico a bordo di una camionetta, tutte presentavano antecedenti penali e solo due di loro si trovano attualmente in carcere preventivo: Francisco Jara Jarpa, che sparò a Bau, e Carlos López, che lo incitò a farlo.

“Non sappiamo ancora nulla di quando sarà il processo” spiega la mamma di Emilia Bau, Denise Obrecht. “Ovviamente le persone che hanno contrattato ai sicari, che in realtà sono i veri colpevoli, loro non sono stati imputati, perché sono impresari, persone che hanno denaro e l’appoggio dei Carabineros” continua con amarezza.

Oltre alle irregolarità nel percorso giudiziario, come l’udienza di ricostruzione dei fatti, avvenuta senza convocare l’avvocata di Denise, la comunità ha subito intimidazioni e la presenza costante delle forze di polizia nei mesi seguenti all’omicidio, diversi membri sono stati filmati, mentre il piccolo altare costruito dove è stata colpita Bau, con una foto e dei fiori, è stato distrutto dalle ruspe del condominio che volevano fare posto a un muro di cinta, che alla fine è stato proibito.

“Bau si è sempre battuta per il rispetto della natura, per le cause animaliste, aveva una grande sensibilità e la sua continua ricerca l’ha portata a vivere nel Wallmapu e unirsi alla causa mapuche” racconta Denise ricordando sua figlia. “È stata sempre una persona meravigliosa, fin da quando era bambino ha sempre detto quel che pensava, ha fatto la sua transizione mentre viveva in Argentina e io l’ho accettata anche all’inizio se mi costava chiamarlo al femminile” sorride.

Bau, abbreviativo di Baucis, è il nome che aveva scelto per sé quando cambiò genere, si può tradurre come “colei che trascenderà nelle piante”. Ha difeso la natura e la terra con il suo corpo, e ha difeso la libertà dei corpi oltre le barriere imposte dal genere, questa è la sua eredità, presente nelle manifestazioni e negli incontri che l’hanno ricordata in questo primo anniversario dalla sua morte e che chiedono giustizia per lei e per il Wallmapu.

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