Archivio dell'autore: caterinamorbiato

Voci dal Secondo Incontro Internazionale delle Donne che Lottano: le testimonianze raccolte da Radio Amiltzinko

WhatsApp Image 2020-01-05 at 9.22.49 PMda Radio Amiltzinko

In occasione dell’anniversario della  Radio Comunitaria Amiltzinko 100.7Fm, le compagne integranti della radio hanno trasmesso le testimonianze di donne di diverse geografie, collettivi e organizzazioni, raccolte durante la loro partecipazione al “Segundo Encuentro Internacional de Mujeres que Luchan” nel semillero “Huellas del Caminar de la Comandanta Ramona” del Caracol di Morelia in terra Zapatista.

WhatsApp Image 2020-01-05 at 9.22.51 PMIl 3 e 4 gennaio, la comunità di Amilcingo, nello stato di Morelos, ha festeggiato i 6 anni in onda della radio comunitaria, fondata grazie all’energia e all’instancabile impegno di Samir Flores Soberanes, assassinato il 20 febbraio scorso per la sua lotta contro il Progetto Integrale Morelos. Il progetto per la costruzione di un’impianto termoelettrico coinvolge gli stati di Puebla, Morelos, Tlaxcala e prevede il passaggio di un gasdotto nel territorio rurale delle comunità costruito con e per il capitale di grandi imprese europee, tra cui l’italiana Bonatti.

WhatsApp Image 2020-01-05 at 9.22.52 PMAlcune delle oltre 4 mila donne provenienti da almeno 49 paesi hanno commentato al microfono di Radio Amilzinko le loro lotte personali, le azioni collettive in cui partecipano nei loro territori e le proposte di organizzazione per fermare la violenza contro le donne e coordinarsi oltre dei confini.

Per ascoltare le testimonianze raccolte dalle compagne di Radio Amilzinko andate qui.

 

Desesperación, dolor, miedo, impotencia: las emociones de familiares de los 43

di Caterina Morbiato da El Sur

A los cinco años y un mes de la desaparición de los 43 estudiantes de la Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos de Ayotzinapa, las preguntas sobre lo que pasó aquella noche del 26 de septiembre de 2014 en Iguala se acumulan junto con experiencias que es preciso recordar también: las de los familiares de los normalistas, que se han visto obligados a hacer frente a lo que nadie debería de estar preparado a encarar: la incertidumbre que genera desconocer el paradero de un ser querido.

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“En estos años se han generado cambios: en el camino de lucha por la justicia, las mamás y papás de los muchachos han conocido a otros familiares, otros colectivos y han entendido la dimensión, hasta donde ésta se puede entender, de la desaparición forzada”, dice Ximena Antillón, psicóloga integrante del Programa de Derechos Humanos y Lucha contra la Impunidad del Centro de Análisis e Investigación Fundar, en entrevista con El Sur.

“Ellos –continúa– han aprendido cómo, desgraciadamente, hay miles de personas desaparecidas en el país que enfrentan no sólo la desaparición, sino la impunidad: este mecanismo que usa el Estado para culpabilizar, para no buscar, para dilatar las investigaciones”.

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Amazzonia: il piromane ha nome e cognome

di Loretta Emiri da Pressenza 

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Ciclicamente, il mondo intero parla dell’Amazzonia brasiliana. Lo ha fatto in occasione delle epidemie introdotte tra gli yanomami dagli operai della strada e dai cercatori d’oro, in occasione dell’assassinio di leader indigeni e difensori dei diritti civili, lo fa oggi per gli incendi dolosi che stanno distruggendo ciò che della foresta è rimasto. Solitamente, gli occidentali parlano delle sventure amazzoniche puntando l’indice contro coloro che reputano ne siano i responsabili. Così se la prendono con i militari che hanno voluto l’apertura di strade, con i padroni delle segherie, con i cercatori d’oro, con gli allevatori di bestiame, con chi incentiva la monocultura di canna da zucchero e soia, con i gestori dell’agribusiness, con chi materialmente appicca fuoco alla foresta.

Il capro espiatorio di questi giorni è l’attuale, decerebrato presidente del Brasile, purtroppo discendente di italiani, che con i suoi discorsi incita alla violenza e al calpestamento dei diritti umani e civili; diritti faticosamente conquistati e sanciti dalla Costituzione promulgata nel 1988 dopo un feroce, lungo periodo di dittatura militare.

Ben pochi sono quanti cercano di analizzare le cause che portano uomini scellerati ad agire con tanta violenza contro altri uomini e contro la natura: è ciò che spero mi riuscirà di fare elaborando questo testo, e lo farò attraverso situazioni vissute sulla pelle durante i diciotto anni in cui ho operato in Amazzonia.

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Messico, il nuovo governo riapre le indagini su Ayotzinapa

Di Caterina Morbiato da Napoli Monitor.

Il 26 settembre di cinque anni fa, quarantatré studenti della Scuola normale rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa venivano fatti sparire durante quella che è passata alla storia come “la notte di Iguala” (la cittadina dello stato di Guerrero in cui avvennero i fatti). Oltre ai giovani scomparsi vennero uccise sei persone – tra cui tre studenti normalisti, uno dei quali brutalmente torturato – e ne furono ferite almeno quaranta.

 

 

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[Foto Susanna de Guio]

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Speleologia e neocolonialismo nella Sierra Mazateca, Oaxaca.

colectivo yani senjte 2.jpgMessico. Megaprogetti stranieri stanno esplorando le estese e profonde grotte della regione Mazateca, nello stato di Oaxaca. Senza un briciolo di etica, con inganni e poca trasparenza, gli esploratori si introducono nei luoghi sacri, manipolano le ossa di animali antichi, estraggono esseri vivi e informazioni preziose da territori colmi di ricchezze naturali. Anche se diverse comunità gli hanno negato l’accesso, gli esploratori si stanno progressivamente appropriando di questi spazi, vulnerando il diritto degli abitanti originari alla libera autodeterminazione. 

Nel seguente testo Sarai Piña Alcántara e Federico Valdés Bize raccontano lo sviluppo di questa storia: la maniera di operare di questi gruppi, lo stato attuale del conflitto e quali diritti delle popolazioni locali sono stati violati da queste spedizioni. 

Su L’America Latina vi proponiamo un estratto dell’accurata ricerca realizzata da Sarai e Federico. La versione originale e completa può essere trovata qui. 

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Prima i messicani

di Caterina Morbiato da Il Tascabile

btyIl clima è di festa. Gli slogan dipingono sorrisi su decine di volti e le bandiere tricolori sventolano con foga. Se fossimo ancora in tempo di mondiali, il gruppo potrebbe sembrare una compagnia di tifosi: “Messico! Messico! Messico!”, scandiscono a pieni polmoni. Il ronzio di decine di trombette e un’eccitazione contagiosa riempiono l’aria. La scena è molto simile a quella che si è vista pochi mesi prima in questo stesso posto. Era tempo di mondiali, il 23 giugno 2018, il Tri – che è come si conosce da queste parti la nazionale messicana – vinceva contro la Corea del Sud e i tifosi si riversavano in strada per celebrare il trionfo. Ma questa volta è il 18 di novembre 2018 e siamo sull’orlo di una crisi umanitaria.

Da mesi migliaia di persone di origine centroamericana attraversano il Messico dal sud al nord: si muovono a piedi, in autostop, in autobus, dormendo per strada, nei rifugi gestiti dalle associazioni umanitarie o nei centri d’accoglienza improvvisati dalle istituzioni. Vengono dall’Honduras, da El Salvador, dal Guatemala e il loro migrare non è qualcosa di nuovo ma un fenomeno che dura da decenni. Ora però si sono organizzati per viaggiare in gruppo. Lo fanno per poter affrontare in maniera più economica, sicura e rapida un paese che ha fama di essere ostile con persone come loro: migranti che non riescono ad ottenere i visti giusti per entrare in territorio messicano e che vogliono ad ogni costo raggiungere gli Stati Uniti per presentare domanda d’asilo. I loro paesi costituiscono la curva violenta dell’istmo centroamericano, una regione minuta e ricolma di morti che da decenni continua ad esportare migranti: tra 200.000 e 300.000 all’anno. Una regione che conta solamente quando è ora di stilare le statistiche di omicidi o la classifica delle città più violente del mondo.

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Gli affari di “Fortuna Silver Mines” nello stato di Oaxaca: dieci anni di estrattivismo, inquinamento e repressione

minera_oaxaca_1“Erano le 9 della mattina, non abbiamo aperto né le tende né le finestre perché stavano già lanciando i gas lacrimogeni. Gli elicotteri volavano molto bassi, siamo usciti velocemente fuori dalla casa per vedere cosa stava succedendo —ricordano coloro che, in quel momento, erano bambini di sei anni—. Abbiamo visto come le persone della comunità correvano per la strada e scappavano, nello stesso momento in cui arrivava la polizia federale. Si sentivano le torrette dei veicoli militarizzati e molto rumore, razzi anti granate, urla, i blindati della polizia passavano a tutta velocità per la strada”.

Stivali militari, giubbotti antiproiettile, elmetti di guerra, manganelli, scudi, lanciagranate, pistole e armi di grosso calibro. Era il 6 maggio del 2009 e questi erano gli strumenti in dotazione dei 3.500 elementi delle truppe miste, composte dalla polizia federale e da quella statale, giunti nella Valle di Ocotlán, Oaxaca. Dieci anni fa, le forze armate occupavano il territorio del municipio di San José del Progreso e consegnavano l’argento e l’oro del sottosuolo della Valle di Ocotlán alla compagnia mineraria canadese Fortuna Silver Gold Mines.

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Ricordiamo Lesvy Berlín a due anni dal suo femminicidio

LesvyCITTÁ DEL MESSICO. 2 maggio 2019.

L’auditorio é ricolmo di corpi, macchine fotografiche, microfoni e treppiedi. La cerimonia non é ancora iniziata e già fa troppo caldo, l’ossigeno scarseggia; all’esterno una discreta schiera di giornalisti preme per entrare. Sul palco c’è un lungo tavolo ricoperto d’un drappo nero con sopra i cartellini coi nomi delle partecipanti e ai piedi due umide composizioni floreali. Poi c’è un grande schermo con la foto di una targa che dice: 

“Io sono cittadina del mondo, la cittadina del cielo, quella che passa dal sorriso al pianto, dal dolore alla speranza, dalla solitudine amica all’incontro felice con le mie uguali, donne di carne ed ossa che amiamo la vita e soprattutto le nostre vite. Siamo, insomma, tutte donne di un tempo senza tempo che abitiamo a partire da ora e nella memoria” 

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