Archivio dell'autore: caterinamorbiato

Speleologia e neocolonialismo nella Sierra Mazateca, Oaxaca.

colectivo yani senjte 2.jpgMessico. Megaprogetti stranieri stanno esplorando le estese e profonde grotte della regione Mazateca, nello stato di Oaxaca. Senza un briciolo di etica, con inganni e poca trasparenza, gli esploratori si introducono nei luoghi sacri, manipolano le ossa di animali antichi, estraggono esseri vivi e informazioni preziose da territori colmi di ricchezze naturali. Anche se diverse comunità gli hanno negato l’accesso, gli esploratori si stanno progressivamente appropriando di questi spazi, vulnerando il diritto degli abitanti originari alla libera autodeterminazione. 

Nel seguente testo Sarai Piña Alcántara e Federico Valdés Bize raccontano lo sviluppo di questa storia: la maniera di operare di questi gruppi, lo stato attuale del conflitto e quali diritti delle popolazioni locali sono stati violati da queste spedizioni. 

Su L’America Latina vi proponiamo un estratto dell’accurata ricerca realizzata da Sarai e Federico. La versione originale e completa può essere trovata qui. 

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Prima i messicani

Questo articolo é stato pubblicato originalmente su Il Tascabile.

btyIl clima è di festa. Gli slogan dipingono sorrisi su decine di volti e le bandiere tricolori sventolano con foga. Se fossimo ancora in tempo di mondiali, il gruppo potrebbe sembrare una compagnia di tifosi: “Messico! Messico! Messico!”, scandiscono a pieni polmoni. Il ronzio di decine di trombette e un’eccitazione contagiosa riempiono l’aria. La scena è molto simile a quella che si è vista pochi mesi prima in questo stesso posto. Era tempo di mondiali, il 23 giugno 2018, il Tri – che è come si conosce da queste parti la nazionale messicana – vinceva contro la Corea del Sud e i tifosi si riversavano in strada per celebrare il trionfo. Ma questa volta è il 18 di novembre 2018 e siamo sull’orlo di una crisi umanitaria.

Da mesi migliaia di persone di origine centroamericana attraversano il Messico dal sud al nord: si muovono a piedi, in autostop, in autobus, dormendo per strada, nei rifugi gestiti dalle associazioni umanitarie o nei centri d’accoglienza improvvisati dalle istituzioni. Vengono dall’Honduras, da El Salvador, dal Guatemala e il loro migrare non è qualcosa di nuovo ma un fenomeno che dura da decenni. Ora però si sono organizzati per viaggiare in gruppo. Lo fanno per poter affrontare in maniera più economica, sicura e rapida un paese che ha fama di essere ostile con persone come loro: migranti che non riescono ad ottenere i visti giusti per entrare in territorio messicano e che vogliono ad ogni costo raggiungere gli Stati Uniti per presentare domanda d’asilo. I loro paesi costituiscono la curva violenta dell’istmo centroamericano, una regione minuta e ricolma di morti che da decenni continua ad esportare migranti: tra 200.000 e 300.000 all’anno. Una regione che conta solamente quando è ora di stilare le statistiche di omicidi o la classifica delle città più violente del mondo.

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Gli affari di “Fortuna Silver Mines” nello stato di Oaxaca: dieci anni di estrattivismo, inquinamento e repressione

minera_oaxaca_1“Erano le 9 della mattina, non abbiamo aperto né le tende né le finestre perché stavano già lanciando i gas lacrimogeni. Gli elicotteri volavano molto bassi, siamo usciti velocemente fuori dalla casa per vedere cosa stava succedendo —ricordano coloro che, in quel momento, erano bambini di sei anni—. Abbiamo visto come le persone della comunità correvano per la strada e scappavano, nello stesso momento in cui arrivava la polizia federale. Si sentivano le torrette dei veicoli militarizzati e molto rumore, razzi anti granate, urla, i blindati della polizia passavano a tutta velocità per la strada”.

Stivali militari, giubbotti antiproiettile, elmetti di guerra, manganelli, scudi, lanciagranate, pistole e armi di grosso calibro. Era il 6 maggio del 2009 e questi erano gli strumenti in dotazione dei 3.500 elementi delle truppe miste, composte dalla polizia federale e da quella statale, giunti nella Valle di Ocotlán, Oaxaca. Dieci anni fa, le forze armate occupavano il territorio del municipio di San José del Progreso e consegnavano l’argento e l’oro del sottosuolo della Valle di Ocotlán alla compagnia mineraria canadese Fortuna Silver Gold Mines.

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Ricordiamo Lesvy Berlín a due anni dal suo femminicidio

LesvyCITTÁ DEL MESSICO. 2 maggio 2019.

L’auditorio é ricolmo di corpi, macchine fotografiche, microfoni e treppiedi. La cerimonia non é ancora iniziata e già fa troppo caldo, l’ossigeno scarseggia; all’esterno una discreta schiera di giornalisti preme per entrare. Sul palco c’è un lungo tavolo ricoperto d’un drappo nero con sopra i cartellini coi nomi delle partecipanti e ai piedi due umide composizioni floreali. Poi c’è un grande schermo con la foto di una targa che dice: 

“Io sono cittadina del mondo, la cittadina del cielo, quella che passa dal sorriso al pianto, dal dolore alla speranza, dalla solitudine amica all’incontro felice con le mie uguali, donne di carne ed ossa che amiamo la vita e soprattutto le nostre vite. Siamo, insomma, tutte donne di un tempo senza tempo che abitiamo a partire da ora e nella memoria” 

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Messico: ucciso l’attivista Samir Flores Soberanes.

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Samir Flores Soberanes era originario della comunitá di Amilcingo, nello stato di Morelos e faceva parte di una rete di organizzazioni che si oppongono al Progetto Integrale Morelos: un insieme di megaprogetti di cui abbiamo giá parlato in un articolo uscito su questo blog.

Pubblichiamo il comunicato diffuso dalla piattaforma “Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua Morelos, Puebla, Tlaxcala”.

ASESINAN A SAMIR FLORES SOBERANES, MIEMBRO DEL FPDTA-MPT Y OPOSITOR AL PROYECTO INTEGRAL MORELOS

El día de hoy 20 de febrero, a las afueras de su casa, fue asesinado de 2 balazos en la cabeza el defensor de derechos humanos SAMIR FLORES SOBERANES de la comunidad de Amilcingo, Mpo. Temoac, Morelos. Alrededor de las 5 de la mañana, dos automóviles se estacionaron afuera de su casa y comenzaron a llamarlo hasta que Samir salió, se escucharon 4 disparos y dos de ellos ultimaron a nuestro compañero en la cabeza.

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Sai cos’è Netflix, Cleo? Una riflessione sul film Roma di Alfonso Cuarón

[Questo articolo é apparso su NapoliMonitor]

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di Caterina Morbiato e Carlos Acuña

Capita alle volte di mettere le mani su vecchie fotografie di gente mai conosciuta — come quelle che si trovano nei mercatini di anticaglie, tutte arcuate e con i bordi frangiati — e di rimanere sedotti da un particolare. È un dettaglio che ha qualcosa di familiare: la maniera in cui il fumo della sigaretta esce dalle labbra di quella donna, coprendole tutto il viso; il muro viscido di un molo; lo sguardo da condannata della giovane nel giorno del suo matrimonio. Più osserviamo la foto e più ci assale una sensazione: quell’attimo ibernato chissà quando e da chissà chi, l’abbiamo vissuto un po’ pure noi.

Roma, l’ultimo film di Alfonso Cuarón, ha questo strano e raro potere: fa assaporare la familiarità. Sensualmente, apre piccole brecce da cui possiamo pescare, come da una carrellata di diapositive, dettagli che prendono le fattezze di un nostro ricordo. Vincitore del Leone d’Oro alla 75esima edizione del festival di Venezia, di due Golden Globe e papabile trionfatore ai prossimi Oscar, Roma ha iniziato a far parlare di sé con mesi di anticipo sulla proiezione nelle sale. Fin da subito la pellicola dell’autore di Gravity e Y tu mamá también ha stuzzicato la curiosità del pubblico. In Messico, paese natale del regista, Roma è stata festeggiata come un’opera maestra. Le ragioni sono chiare. Cuarón è riuscito a combinare, attraverso una delicata narrativa, l’intimità di una storia personale e le vertigini di alcuni eventi chiave nella storia recente del paese e della città, come il cosiddetto halconazo, il massacro di circa un centinaio di studenti per mano di paramilitari avvenuto il 10 giugno del 1971. Ma anche perché Roma tocca temi che sono ancora tabù nella società messicana, come l’abissale disuguaglianza che persiste tra le classi sociali e che, sebbene non sia esplicita nel film, contiene un categorico elemento razziale. Continua a leggere

ACTUALIZACIÓN DEL ÉXODO MIGRANTE. Comunicados del 8-9 de noviembre desde Chiapas

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Costa de Chiapas, 8 y 9 de Noviembre de 2018 – Actualización Éxodo Migrante

[Ascolta a questo link il podcast da Radio Onda Rossa con gli aggiornamenti in italiano] Las más de dos mil personas que conforman el tercer grupo de este Éxodo Migrante comenzaron desde el 8 de Noviembre a acelerar su paso por tierras chiapanecas. En tan solo dos días transitaron del Municipio de Mapastepec, Chiapas hasta Matías Romero, Oaxaca en donde lograron unirse en la tarde de hoy al segundo grupo que está conformado por alrededor de mil quinientas personas. El grueso de este grupo son personas de origen salvadoreño, pero también se encuentran personas guatemaltecas, hondureñas, nicaragüenses y hemos conocido casos de personas mexicanas que se han unido en el camino por el sur del país.
Constatamos en estos dos días que el Estado mexicano continua apostando por una estrategia de, disuasión y desgaste para que las personas migrantes desistan en su caminar. Este 9 de Noviembre, el Instituto Nacional de Migración (INM) realizó distintos operativos de detención en la entrada al Estado de Oaxaca –a la altura del municipio de Tapanatepec- , con el uso de violencia y en momentos de ausencia de organizaciones observadoras de Derechos Humanos y de la CNDH. Estos operativos dejaron un saldo de aproximadamente 30 personas detenidas, incluyendo familias completas y menores de edad. Asimismo, hay una intención, que a primera vista luce contradictoria, de forzar la aceleración de la movilidad de los grupos con la acción de Policía Federal, INM (incluyendo el Grupo Beta) y otras entidades federales y estatales de conseguir aventones para las personas migrantes. Sin embargo, estos transportes más adelante son parados y registrados por las mismas entidades para presionar, asustar y en algunos casos detener a las y los migrantes. Continua a leggere

ACTUALIZACIÓN DEL ÉXODO MIGRANTE. Comunicados del 3 de noviembre. Dallo stato del Veracruz: aumento del pericolo per le famiglie e criminalizzazione delle organizzazioni civili.

caravana juchitán Ciudad Isla, Veracruz, 3 de noviembre de 2018.

(Segue il comunicato da Córdoba,Veracruz)

El incumplimiento de la promesa de transporte a la Ciudad de México, acción indolente del Gobernador de Veracruz, Miguel Ángel Yunes Linares, detonó la frustración, desesperación y dispersión del éxodo de migrantes centroamericanos en el “foco rojo” de la ruta territorio veracruzano: más de 300 kilómetros -entre Oaxaca y los límites con el estado de Puebla-, que están de facto bajo el control del crimen organizado y las redes de corrupción gubernamentales de todos los niveles.

El contingente que se mantuvo más o menos compacto en su tránsito por Chiapas y Oaxaca, se dividió desde las primeras horas de este sábado 3 de noviembre en dos grandes grupos: el primero compuesto principalmente por hombres jóvenes que avanzó trepado o dentro de vehículos de carga rumbo a Puebla, y el segundo, de familias con niños, mujeres embarazadas o enfermos, que se dispersaron durante todo el día y parte de la noche entre Ciudad Isla, Loma Bonita, Tierra Blanca y Córdoba, escenario de desapariciones forzadas, extorsión, secuestro, asesinatos, redes de trata y crimen organizado.

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