Archivio dell'autore: perezgallo

Into the Black Box. Nasce la sezione America latina

into-the-black-box1111Avvisiamo i lettori che il blog amico Into the Black Box, collettivo di ricerca su logistica, spazi e lavoro, ha aperto una sezione sull’America latina, a cui collaboreranno alcuni membri della nostra redazione.

Qui il testo di lancio.

Perché una sezione sulla logistica in America Latina?

Da quando, negli ultimi anni, diversi contributi hanno posto l’accento sulla dimensione “logistica” del capitalismo contemporaneo, intesa come un insieme di trasformazioni della spazialità, del lavoro, dell’organizzazione della produzione e della circolazione globali e delle cosiddette suppy chains, ci siamo resi conto che la maggior parte delle analisi, dei casi di studio, dei dibattiti o delle biografie degli stessi autori coinvolti vertevano o sulle trasformazioni nelle città, nei porti o negli hub d’Occidente o sulle nuove tendenze di affermazione di una globalizzazione “con caratteristiche cinesi”, fondata sui mastodontici progetti infrastrutturali della Nuova Via della Seta e sulla proliferazione su scala globale delle Zone Economiche Speciali.

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Mujeres de Kurdistán a sus hermanas zapatistas: “A 100 años del asesinato de Emiliano Zapata la revolución de los pueblos nos junta”

YPJ-EZLN-e1523449802784-820x410Da Kurdistán América Latina

El 10 de abril 1919 fue asesinado el revolucionario Emiliano Zapata en Chinameca, en el Estado mexicano de Morelos.

Zapata inspiró la insurrección del movimiento zapatista y las luchas de los movimientos sociales contra toda explotación. En el 9 y 10 de abril, en dos días de movilizaciones nacional e internacional, recordando que las aspiraciones de Zapata representan las aspiraciones de los pueblos del mundo contra la opresión, fue leído y compartido un comunicado del Movimiento de las Mujeres del Kurdistán en la asamblea general, en Amilcingo, del Consejo Nacional Indígena (CNI) y durante la marcha multitudinaria en el pueblo de Chinameca.

A continuación transcribimos el comunicado completo:

Queridas  compañeras, queridos compañeros

Hermanas  y hermanos en la lucha,

Participamos hoy como Movimiento de Mujeres de Kurdistán desde Latinoamérica, unidas en el amor por la tierra y libertad y en la defensa de la sociedad contra cada injusticia que atente a los valore éticos y políticos desarrollado en autonomía por la historia de la libertad de los pueblos y de las mujeres en el mundo. Esta historia ancestral compartida nos acerca a la lucha sin fin que realizó Emiliano Zapata y que  sigue hasta ahora. Y con la conciencia de que esa lucha no terminará en su intensidad hasta que no obtengamos todo lo que nos corresponde: construir un mundo sin explotación estatal, sin racismo, sin capitalismo y patriarcado, en donde las mujeres jueguen un rol motor de transformación en todo los ámbitos de la vida.

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A 100 anni dalla sua morte, il Morelos ricorda Emiliano Zapata e piange il suo erede Samir Flores. Articolo + fotogallery

zapata muerteDi Redazione,

Il 10 aprile del 1919, Emiliano Zapata Salazar, generale dell’Ejército Libertador del Sur, il cui centro di operazioni era il piccolo stato indigeno e contadino di Morelos, distante pochi km al sud di Città del Messico, cadeva in un’imboscata del generale Pablo González e del colonnello Jesús Guajardo, alti ufficiali dell’Ejército Constitucionalista del presidente Venustiano Carranza, nella hacienda morelense di Chinameca. Quello stesso giorno, come scrive lo scrittore Francisco Pineda Gómez, “nel Palazzo Nazionale, Venustiano Carranza si riuniva con ‘importanti uomini d’affari’ di Chicago. In ‘vagoni treno di lusso’, insieme a fotografi e cineasti, arrivarono a Città del Messico contingenti delle compagnie petroliere, minerarie, industriali, commerciali e bancarie degli Stati Uniti”.

Nei 9 anni precedenti, Zapata era stato il più tenace e radicale dei protagonisti della Rivoluzione Messicana. Il 20 novembre 1910 aveva risposto al Plan de San Luís, l’appelo del liberale Francisco Ignacio Madero che prometteva, oltre al ritorno delle libertà democratiche, la restituzione alle comunità delle terre usurpate dai grandi hacendados nei decenni precedenti, e si era sollevato in armi contro il dittatore Porfirio Diaz. Non prima, tuttavia, di sotterrare in un luogo sicuro, in qualità di rappresentante comunitario, i titoli ancestrali della proprietà collettiva del suo pueblo. In seguito alla vittoria di Madero e l’esilio di Diaz, tuttavia, le terre non erano state distribuite e Zapata, invece di restituire le armi, guidò una riforma agraria popolare, nel Morelos e, via via che il raggio d’azione degli zapatisti si ampliava, anche in porzioni dei vicini stati di Puebla e di Guerrero. Il Plan de Ayala, proclamato dagli zapatisti il 25 novembre 1911, sintetizzava questo progetto di riforma e i principi dell’autonomia indigena e contadina e la necessità di portare avanti la Rivoluzione tradita da Madero. Negli anni a seguire, il colpo di Stato reazionario di Victoriano Huerta contro Madero non fece indietreggiare la resistenza zapatista. Tra il 1914 e il 1916, mentre il regime di Huerta entrava in crisi sotto i colpi dei generali del nord Carranza, Alvaro Obregón e Francisco “Pancho” Villa, gli zapatisti diedero vita alla leggendaria Comune del Morelos, l’esperimento di autonomia, autogestione e giustizia sociale più rivoluzionario della storia del Messico, almeno fino al levantamiento neozapatista del 1 gennaio 1994 in Chiapas. Il 6 dicembre 1914, quando l’Ejército Libertador del Sur e la División del Norte di Villa entrarono trionfalmente nella capitale e i due generali si sedettero sulla silla presidencial, si racconta che Zapata si trovasse talmente poco a suo agio sugli scranni del potere statale, da decidere di ripiegare rapidamente nel Morelos. Negli anni successivi, l’avanzata dell’esercito “moderato” dei carranzisti, sempre più convintamente appoggiato dagli Stati Uniti e dalle nazioni europee, costrinse Villa e Zapata e ritirarsi nei propri territori di origine, fino a un lungo logoramento che terminò, in entrambi i casi, con il tradimento, l’imboscata e la morte violenta.

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Cronistoria del conflitto israelo-palestinese (parte terza)

Terza parte della cronistoria del conflitto israelo-palestinese. Qui la prima e la seconda.

Di Pérez Gallo

Il conflitto israelo-palestinese dalla prima intifada ad oggi

Pietre contro i fucili. Dalla crisi dell’Olp allo scoppio dell’Intifada

Repressioni durante la prima intifada

Repressioni durante la prima intifada, Gaza, 1988

L’Olp stava vivendo un momento di difficoltà, diviso com’era tra fazioni contrapposte, frustrato da obiettivi ultimi che avevano il sapore dell’utopia (dall’«eliminazione del sionismo dalla Palestina», obiettivo ufficiale fino al 1974, alla costituzione di uno Stato palestinese di dimensioni ridotte, obiettivo successivo), costretto ad agire in esilio ma a rappresentare allo stesso tempo i palestinesi della diaspora e quelli dei territori, guidato da dirigenti corrotti. Il leader Yasser Arafat, inoltre, avrebbe perso credibilità internazionale rendendosi protagonista di scelte politiche fallimentari, come quella di appoggiare l’invasione irachena del Kuwait nel 1990 e il putsch comunista contro Gorbacev nel ’91. Per di più, dopo la cacciata dalla Giordania e l’invasione israeliana del Libano, l’Olp dovette rifugiarsi in un paese lontano come la Tunisia.

I palestinesi sembravano quindi allo stremo, ciò nonostante nel 1987 scoppiò la Prima Intifada (dall’arabo, «ribellarsi»). L’episodio che l’accese, come per la Grande rivolta, fu marginale: in dicembre un autocarro israeliano urtò e uccise a Gaza quattro lavoratori palestinesi. Scoppiarono immediatamente rivolte ovunque. Ovviamente le vere ragioni della rivolta erano ben più profonde, dall’esproprio della terra alle discriminazioni nel lavoro, dalla politica degli insediamenti alla repressione messa in atto da Israele. I ribelli palestinesi erano perlopiù giovanissimi, venne creata una dirigenza della ribellione (l’Olp era screditato), e si creò una divisione informale del lavoro. Simbolo dell’intifada furono le immagini, che fecero il giro del mondo, di ragazzini che muniti solo di pietre e fionde affrontavano i carri armati. Il ministro della difesa israeliano Yitzhak Rabin comandò di spezzare loro le braccia. La barbarie della repressione fu tale che circa 600 soldati israeliani si rifiutarono di prestare servizio nei territori. L’intifada si sgonfiò nel 1992, quando la dirigenza dell’Olp, nella posizione di dover ottenere un risultato politico per riuscire a far fronte alla concorrenza dell’islamismo radicale di Hamas (un movimento formatosi nelle associazioni caritative e religiose e che emerse politicamente durante l’intifada, vicino alla Fratellanza musulmana egiziana e al movimento libanese anti-israeliano Hezbollah, che si opponeva all’Olp in quanto non condivideva la soluzione dei due stati), incontrò a Oslo una delegazione del nuovo governo laburista di Rabin, che era appena diventato premier con la promessa di trovare una via d’uscita al pantano.

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Cronistoria del conflitto israelo-palestinese (parte seconda)

Seconda parte della cronistoria del conflitto israelo-palestinese. Qui la prima e la terza parte.

Di Pérez Gallo

I conflitti arabo-israeliani

1948. La nascita di Israele

Ben gurion

David Ben-Gurion dichiara lo Stato di Israele, 14 maggio 1948

Durante la seconda guerra mondiale, a capo dell’Organizzazione sionista mondiale, il moderato Chaim Weizmann venne sostituito da David Ben-Gurion che, diffidente nei confronti degli inglesi e poco disposto al dialogo, fece proprie le istanze del revisionismo e la lotta armata come mezzo per raggiungere la creazione di uno Stato ebraico su tutta la Palestina. A guerra conclusa furono gli Stati Uniti a raccogliere le richieste del sionismo e a proporre l’insediamento in Palestina di 100 000 ebrei vittime della Shoa. I britannici contrari, furono oggetto di attentati terroristici organizzati da Irgun e Banda Stern. A quel punto, esasperati dal radicalizzarsi della situazione, rovesciarono il problema sul tavolo delle Nazioni Unite appena create, e annunciarono che si sarebbero ritirati dal paese nel maggio del 1948. Ancor prima che la Commissione internazionale incaricata di trovare una soluzione potesse esprimersi, il conflitto israelo-palestinese era già scoppiato. La Commissione votò a maggioranza la creazione di due stati, mentre la minoranza propose un unico Stato federale. Lo Stato arabo sarebbe sorto sul 42,8 per cento del territorio, con 800 000 arabi e 10 000 ebrei, e senza accesso al Mar Rosso e al Mar di Galilea, mentre lo Stato ebraico avrebbe occupato il 56,4 per cento del territorio, con 500 000 ebrei e 400 000 arabi. Gerusalemme e i luoghi santi sarebbero diventati territorio sotto giurisdizione Onu. La sproporzione era palese. Come era ovvio i palestinesi rifiutarono la risoluzione (ma sarebbero stati a favore della mozione di minoranza), mentre i sionisti, nonostante l’opposizione revisionista (la Banda Stern assassinò addirittura l’alto rappresentante dell’Onu Folke Bernadotte), accettarono. I primi a riconoscere Israele furono, clamorosamente, vista la loro successiva posizione filo-araba, i sovietici, e forse lo fecero per intorbidire le acque, in un periodo in cui già stava profilandosi una situazione di guerra fredda.

Risultati immagini per Territori palestinesi  1949

Territori palestinesi sotto il controllo di Egitto e Giordania e Israele, 1949

Nel maggio 1948, alla guerra tra la comunità sionista e quella palestinese, si sostituì un conflitto tra il neonato Israele e gli Stati arabi, che invasero, con la scusa di proteggerli, i territori che sarebbero dovuti andare ai palestinesi. Ma questi stati, Egitto, Giordania, Siria e Libano, erano molto divisi tra loro, poco organizzati e male armati, sicché, dopo iniziali successi, furono surclassati dall’esercito israeliano. Nell’impossibilità di pervenire a una pace, le Nazioni Unite riunirono i contendenti a Rodi e fecero loro firmare accordi armistiziali: Israele rafforzò la sua posizione ottenendo l’80 per cento del territorio della Palestina, la Giordania annesse la Cisgiordania e Gerusalemme vecchia, l’Egitto ricevette Gaza, ma i suoi abitanti rimasero cittadini «senza Stato».

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Cronistoria del conflitto israelo-palestinese (parte prima)

Vi proponiamo oggi la prima di tre parti di una cronistoria del conflitto israelo-palestinese scritta dal nostro redattore Pérez Gallo. La prima versione di questa ricerca era stata pubblicata nel sito di LA.P.S.U.S. (Laboratorio Progettuale di Studenti Universitari di Storia) il 23 aprile del 2012 e ripubblicata, modificata e in tre parti, sul sito de Il Caso S, nel maggio del 2013. Essendo entrembi i siti ormai estinti, abbiamo deciso di riprenderla sul nostro blog. Buona lettura!

Qui la seconda e la terza parte.

Sionismo e nazionalismo palestinese prima della nascita di Israele

Israele e PalestinaChissà a quante persone sarà venuta in mente, almeno una volta, a proposito della questione israelo-palestinese, la seguente domanda: come diavolo avrà fatto una terra dell’estensione dell’Emilia-Romagna, in gran parte occupata dal deserto, ad aver catalizzato per un secolo tensioni politiche, spinte ideologiche, interessi internazionali e rilevanza mediatica così accesi? Forse la risposta a questa domanda non la si darà mai, anche se, per chiarirci un po’ le idee, possiamo addentrarci oltre la superficiale pellicola del dibattito politico, per capire quali sono state le spinte culturali originarie che hanno generato il conflitto. Si tratta, nello specifico, di indagare la natura profonda di due nazionalismi contrapposti, il sionismo e il nazionalismo palestinese, e di capire come possano essere nati.

Sionismo, una definizione

Il sionismo si ritiene l’espressione politica della nazione ebraica e, ravvisando l’origine di tale nazione nell’antico Israele biblico, ne ricostruisce una narrazione tripartita che vede in principio l’età dell’oro di Davide e Salomone, poi la diaspora e infine la redenzione con la colonizzazione della Palestina in età contemporanea. Tale ricostruzione vuole legittimare, anticipandolo di alcuni millenni, quel concetto di nazione ebraica che trova in realtà la sua origine nel periodo ottocentesco, quello per l’appunto della nascita delle nazioni moderne. Inoltre, come ha sostenuto lo storico israeliano Shlomo Sand, non esiste alcun «popolo ebraico» omogeneo, costretto all’esilio dai romani e poi finalmente tornato sulla antica patria: «gli ebrei discendono da una pletora di convertiti, provenienti dalle più varie nazioni» (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2009). Continua a leggere

L’Argentina tra l’8 e il 24M: Memoria e Mujeres

ex esma 1.jpgIn occasione del mese tanto della memoria dell’ultima dittatura argentina quanto delle donne, il 14 marzo il femminismo è entrato all’ex Scuola di Meccanica della Marina con la mostra temporanea Essere donna nell’ESMA. Testimonianze per ritornare a guardare.

Di Eleonora Selvatico

Essere donna nell’ESMA. Testimonianze per ritornare a guardare è una mostra temporanea curata da Alejandra Dandan che è stata inaugurata giovedì 14 marzo (fino al 14 giugno 2019) a Buenos Aires nell’ex centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio situato nella ex Caserma degli Ufficiali divenuta Museo della Memoria della Scuola di Meccanica della Marina quindici anni fa, il 19 marzo 2004. La mostra, che inizia dal pannello “Quando un museo non parla. Il silenzio della sceneggiatura museografica riguardo alla violenza sessuale sulle donne”, s’è data l’obiettivo di riascoltare le esperienze – narrate nella forma della testimonianza giuridica – delle detenute scomparse nell’ESMA durante la dittatura civile-militare argentina autonominata Processo di Riorganizzazione Nazionale e operante dal 24 marzo 1976 al 30 ottobre 1983 per rendere visibile la specificità della violenza sessuale che i processi per delitti di lesa umanità hanno riconosciuto per la prima volta solo nel 2010, malgrado esistessero già in merito delle denunce delle sopravvissute negli anni della dittatura e, tra altri, il dialogo collettivo di cinque donne sopravvissute all’ESMA pubblicato nel 2001 col titolo Ese Infierno (tradotto in italiano da Fiamma Lolli nel 2005 e pubblicato da Stampa Alternativa, Le Reaparecide. Sequestrate, torturate, sopravvissute al terrorismo di stato in Argentina).

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Brasile. “Guarda un po’ come è andata a finire”

Bombeiros realizam protesto no centro do Rio de Janeiro nesta sexta- feira

Jair Bolsonaro è un nome impreciso, ma potente, perché è stato in grado di combinare l’escalation repressiva con la ribellione sociale liberata nel 2013.
Un gruppo di militanti

Da PassaPalavra

Traduzione di Daniele Benzi e Pérez Gallo

“Potrete anche pacificare, ma il dopo sarà triste”
MC Vitinho 1

“Guarda un po’ come è andata a finire”, diceva un compagno l’altro giorno. “Qualche anno fa se eri in una panetteria, a una fermata dell’autobus, e sentivi qualcuno lamentarsi del governo, la cosa ti rallegrava. Noi militanti vi intravedevamo uno spazio per parlare di politica, un lampo di coscienza di classe. Da un po’ di tempo a questa parte, però, le cose sono cambiate. Oggi, quando sento qualcuno lamentarsi, mi metto in allerta: ‘mmm, vuoi vedere che il tipo è Bolsonarista’…”.

1.

Secondo Lula, “questo paese non è stato più compreso a partire dagli eventi di giugno del 2013”. Alcuni mesi prima di essere arrestato aveva dichiarato: “abbiamo creduto frettolosamente che i [fatti] del 2013 fossero una cosa democratica”.2 Naturalmente, il suo discorso era stato accolto molto male dai militanti che avevano partecipato a quell’ondata di manifestazioni: guarda lì il PT che attacca di nuovo giugno!
Ma Lula aveva torto? Giugno 2013 è stato davvero una “cosa democratica”? In quel fatidico mese, migliaia – e poi milioni – di persone avevano bloccato strade e vie di comunicazione in tutto il paese, si erano scontrate con la polizia, avevano bruciato autobus, attaccato edifici pubblici e saccheggiato negozi. La riduzione del prezzo del biglietto dell’autobus non era una questione da discutere e negoziare, era una richiesta da imporre con la forza. “O il governo l’abbassa, o la città si ferma!”. Non sembra proprio “democratico”… Fu un movimento esplosivo, una rivolta3 che minacciava l’ordine costituito4 – l’accordo sancito nel periodo del ritorno alla democrazia, fissato nella Costituzione del 1988, che per due decenni era riuscito a garantire degli standard socialmente accettabili di stabilità e prevedibilità per la politica brasiliana.

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