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Cortei per #Ayotzinapa: #Video del Centro #Prodh “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”

Il video convoca alla manifestazione per Ayotzinapa il 26 settembre 2015 alle ore 12:00 dalla residenza presidenziale de LOS PINOS al ZOCALO della capitale.

Da: LINK / Lista Proiezioni italiane del documentario Ayotzinapa: cronaca di un crimine di Stato-LINKAggiornamenti Ayotzinapa settembre 2015: LINK Video – Articolo #InformeGIEI

Videoclip que recopila imágenes de las diferentes marchas por Ayotzinapa.
Agradecemos a Cumbia Che’ por permitirnos usar su tema “Vivos los llevaron, Vivos los queremos.
MUSICA: En base al tema “La Subienda”, de Senén Palacios Cordoba, con arreglos de Cumbia Che.
LETRA: Cumbia Che
Cumbia Che’ está en Facebook: https://www.facebook.com/CumbiaChe?fr…

Ayotzinapa donde estan
También agradecemos a quienes nos permitieron utilizar fragmentos de sus videos, para ver los videos completos, puedes dar click en los siguientes enlaces:

AYOTZINAPA RESISTE
por fuegosmusica
https://vimeo.com/109846625

AYOTZINAPA FUE EL ESTADO
por fuegosmusica
https://vimeo.com/111171235

Marcha por desaparecidos en Ayotzinapa
” – México D.F. 08/10/14, ”
por Azeneth Farah
https://vimeo.com/108466293

Adiós Peña; La Marcha que no transmitieron los medios.
(Ayotzinapa)
por fuegosmusica
https://vimeo.com/112619912

Marcha del 20 de noviembre de 2014
por Alicia Segovia
https://vimeo.com/112520978

Ayotzinapa en LA
por Malaespina Producciones
https://vimeo.com/112476772

AYOTZINAPA-SME 16599
por Transmedia
https://vimeo.com/120865651

Articiclo – Ayotzinapa
por Articiclo
https://vimeo.com/134511331

MARCHA 22 DE OCTUBRE / AYOTZINAPA
por Opus Social Media
https://vimeo.com/110423268

Conciencia vs Miedo #YaMeCansé #Ayotzinapa
por Salt d’Aigua // LaTele.cat
https://vimeo.com/112285020

Mexico lindo y….Ayotzinapa?
por paulgraph
https://vimeo.com/111975601

Vivos se los llevaron, vivos…~ – Testimonios
por El Claustro – UPA
https://vimeo.com/108846866

43
por Encinal
https://vimeo.com/125946907

A la Calle!
Por Andrés Villela
https://vimeo.com/126276514

El dolor no se olvida
por Más de 131
https://www.youtube.com/watch?v=q1xzS…

Fragmentos de una jornada de solidaridad y protesta
por Subversiones
https://www.youtube.com/watch?v=xh96O…

Ocho meses, una elección: Justicia
por Más de 131
https://www.youtube.com/watch?v=TmvZB…

1DMX 2014
por más de 131
https://www.youtube.com/watch?v=lz6pF…

Versión de 10 minutos-
La marcha del 20 de noviembre con un dron
por Animal Político
https://www.youtube.com/watch?v=GlHWb…

Nosotrxs no nos cansamos. Ayotzinapa esta de pie HD
por Todos por Ayotzinapa
https://www.youtube.com/watch?v=e62HB…

Marcha Una luz por Ayotzinapa México DF
por Alfredo Sanchez Rodarte
https://www.youtube.com/watch?v=qcX_C…

CUMBIA CHE – Vivos los llevaron, Vivos los queremos!
por En Movimiento Tv
https://www.youtube.com/watch?v=na9Ru…

#Ayotzinapa in #Italia: Proiezioni del #Documentario “Cronaca di un Crimine di Stato” #Messico #InformeGIEI

Sopra: Trailer del documentario che sarà proiettato nel week end del 26-27 settembre in numerose città italiane: AYOTZINAPA in ITALIA

Nella notte tra il 26 e 27 settembre si compirà un anno dall’attacco e dalla sparizione forzata dei 43 studenti normalisti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa (Guerrero, Messico). In Italia verrà proiettato il documentario “Ayotzinapa: cronaca di un delitto di Stato” di Xavier Robles, che descrive i fatti che hanno sconvolto la società messicana e puntato i riflettori sul problema della sparizione forzata, una strategia di controllo sociale attuata dal governo ormai da vari decenni.

Ecco la lista (che verrà aggiornata durante la settimana – Napoli appena aggiunta! E anche Venezia e Treviso-Fregona e Vicenza + Roma-Bis) dei luoghi in cui verrà proiettato:

Seregno
Cinema Roma
Via Umberto I 14 Seregno (MB)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,30 entrata libera

Settimo Milanese
Cinema Auditorium
Via Grandi 12 Settimo Milanese (MI)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,30 entrata libera

Padova
Hub – Culture, Food and Sport
Piazza Gasparotto, Padova
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,15
organizza l’Associazione Ya Basta – Caminantes e Libera – Presidio di Padova

Monselice
Parco Buzzaccarini
Via San Giacomo, 52 Monselice (PD)
Sabato 26 settembre 2015 ore 18,30

Bologna
Labàs occupato
Via Orfeo, 46 40124 Bologna
Venerdì 25 settembre dalle ore 18,00
organizza Bologna por Ayotzinapa e Ya Basta

Catania
Comitato Popolare Experia Via Plebiscito, 903 Catania
Sabato 26 settembre 2015 ore 17:30 – Link Evento

Milano
Piano Terra
Via Federico Confalonieri 3, 20124 Milán
Domenica 27 settembre 2015 ore 21,00

Roma
Piazza Nuccitelli Persiani Pigneto, 00176 Roma
Sabato 26 settembre 2015 ore 19,00

Rho
Centro Sociale SOS Fornace
Via Moscova, 5 Rho (MI)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,00

Cagliari
Facoltà di Scienze Politiche
Viale Fra’ Ignazio Da Laconi, 17, 09123 Cagliari
Lunedì 28 settembre 2015

Torino
Circolo Arci* No.à.
Corso Regina Margherita, 154 – Torino
Sabato 26 settembre 2015 ore 21,00
organizza Carovane Migranti

Bergamo
Circolo Barrio Campagnola
Via Ferruccio Dell’Orto 20, Bergamo
Domenica 27 settembre ore 20,30
organizza il Comitato Maribel Bergamo

Napoli
Aula Mura Greche, Università Orientale di Napoli Palazzo Corigliano
Venerdì 25 settembre Ore 16:30
Organizzano Zero 81 – Coop Rebelde Napoli

Venezia
LISC Ca’ Bembo Fondamenta San Gian Toffetti Rio de San Trovaso Dorsoduro
Sabato 26 settembre alle 17:00
Organizzano Ya Basta Edi Bese e Ca’ Bembo

Fregona (Treviso)
Circolo ARCI Gallo Rosso, via San Martino 3
Venerdì 25 settembre ore 21
organizza Circolo Arci Gallo Rosso

Vicenza
Centro sociale Bocciodromo Via Alessandro Rossi 198
Sabato 26 settembre ore 17
organizza Coordinamento degli studenti medi

Roma-Bis
CSOA La Strada

Via Passino 24 Free Garbatella
Sabato 26 settembre 2015 – Ore 20
Organizzano La Strada e Ya Basta Roma Moltitudia, Casetta Rossa SPA, Collettivo Politico Galeano

Aosta  
Espace Populaire
Via J.C. Mochet, 7 11100 Aosta
Sabato 26 settembre Ore 17:45

Trento
Centro Sociale Bruno
Via Lungadige San Nicolò 4
Mercoledì 30 settembre Ore 20:30

Pavia
Osteria Sottovento – Via Siro Comi 8
Lunedì 28 settembre dalle 19:30
Organizza La Mongolfiera

ayotzinapa crimine di stato documentario

Appello #MéxicoNosUrge per la Difesa dei Giornalisti e dei Diritti Umani in Messico

In seguito all’ennesima mattanza di giornalisti, reporter e attivisti in Messico sta circolando in italiano l’appello #MexicoNosUrge che riproduco qui e si trova nella nota Facebook a questo link – Per aderire vedi in fondo al testo:

“Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella DichiarazioneUniversale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo.”

Art. 1 trattato di libero commercio tra il Messico e l’UnioneEuropea                   

Gli omicidi del foto giornalista Rubén Espinosa, dell’attivista Nadia Vera, della studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e di altre due donne che si trovavano con loro, Nicole Simon e Alejandra, avvenuti a Città del Messico, venerdì 31 luglio scorso, ci impongono di non rimanere in silenzio.Dinanzi alla condizione che vive chi vuole denunciare la situazione che subiscono milioni di persone in un paese, il Messico, che l’Italia e l’UnioneEuropea riconoscono soltanto come importante socio commerciale, rimanere in silenzio sarebbe una forma di complicità.

Rubén Espinosa è l’ultimo giornalista ucciso in Messico in un massacro che sembra non avere fine. Sono più di cento i giornalisti assassinati dal 2000 ad oggi. Nello stato del Veracruz, dove Rubén lavorava raccontando gli abusi del governo statale e le violente repressioni contro gli oppositori politici, sono 14 i giornalisti uccisi durante il governo di Javier Duarte de Ochoa, soprannominato anche il mataperiodistas, l’ammazza giornalisti.

Rubén Espinosa e Nadia Vera erano fuggiti dallo stato del Veracruz proprio per le minacce ricevute da funzionari del governo di Javier Duarte, indicato mesi fa come responsabile di qualsiasi gesto di aggressione nei loro confronti. Non è stato sufficiente fuggire a Città del Messico,considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte.Tutti i giornalisti critici devono avere paura perché possono essere raggiunti nelle loro case, torturati e ammazzati.

La libertà di stampa in Messico viene violentata quotidianamente. Fare il giornalista in Messico è una delle professioni più a rischio e i dati delle più importanti organizzazioni di difesa dei giornalisti e della libertà di stampa (come Article19 o RSF) indicano chiaramente come la maggior parte delle minacce, aggressioni, intimidazioni, sparizioni e uccisioni di giornalisti, fotografi e comunicatori si debbano imputare alle istituzioni dello Stato.

Il Messico e l’Unione Europea sono vincolati dalTrattato di Libero Commercio che si basa su una clausola democratica, e i nostri paesi, i nostri Parlamenti – sia nazionali che quello europeo – non possono rimanere in silenzio di fronte a questa situazione.

Nel maggio del 2016 si compiranno dieci anni dal massacro diSan Salvador Atenco. Una Commissione Civile di Osservazione dei Diritti Umani –i cui componenti erano cittadini europei – nel giugno del 2006 ha presentato alParlamento Europeo un rapporto sui fatti e sulle gravi violazioni dei diritti umani in relazione allo sgombero forzato di una comunità per costruire il nuovo aeroporto di Città del Messico in una zona ejidal (cioè di proprietà collettiva) dello Stato del Messico.

Negli ultimi dieci anni la situazione si è fatta se possibile ancora più grave, con decine di migliaia di sparizioni forzate, violenza sistematica contro chi vuole difendere e promuovere i diritti umani, contro attivisti dei movimenti sociali e contro i giornalisti e fotografi che documentano la condizione di violenza strutturale scelta come forma di“politica attiva” dai governi di Felipe Calderón, prima, e di Enrique Peña Nieto (che nel 2006 era governatore dello Stato del Messico durante i fatti di Atenco), ora.

Tra gli attivisti e giornalisti minacciati e perseguitati ci sono anche cittadini italiani ed europei; tra le vittime ci sono anche cittadini italiani ed europei (come il finlandese Jyri Antero Jaakkola,assassinato dai paramilitari nello stato del Oaxaca nel 2010).

In questo panorama di violenza diffusa e repressione contro i civili ricordiamo la sparizione forzata dei 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa,avvenuta la notte del 26 settembre del 2014 nella città di Iguala, stato del Guerrero, in cui sono coinvolti la polizia municipale di Iguala ed elementi dell’esercito messicano. Da dieci mesi i 43 giovani studenti sono vittime di sparizione forzata di persone.

Il 30 giugno 2014 l’esercito messicano, con un ordine scritto dall’Alto Comando Militare, fucilava 22 ragazzi in un’esecuzione extragiudiziale, una delle tante esecuzioni extragiudiziali portate a termine dall’esercito che ha l’ordine di “abbattere” civili considerati delinquenti senza alcun diritto ad avere un processo.

L’ONU ha recentemente spiegato come in Messico la tortura sia un metodo utilizzato in maniera sistematica negli interrogatori da tutte le forze di sicurezza.

Tutto questo accade nel silenzio della cosiddetta “comunità internazionale” e l’Unione Europea di fatto si disinteressa dei crimini dello stato messicano, continuando a mantenere relazioni commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani.

Tra il 2007 e il 2014 in Messico ci sono stati più di 164mila omicidi di civili. Negli stessi anni in Afghanistan e in Iraq si sono contate circa 104mila vittime. Il numero di persone sparite dal 2006 ad oggi, basandosi su dati conservativi del governo messicano, supera le 30mila persone. È indefinito il numero delle persone sfollate forzatamente all’interno del paese,ma molte organizzazioni di difesa dei diritti umani parlano di più di due milioni e mezzo di persone.

A fronte di tutto questo l’indifferenza dei grandi mezzi di comunicazione internazionali è impressionante e complice.

Per tutto questo, #MexicoNosUrge e non possiamo rimanere in silenzio.

Chiediamo che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico, in particolare per le costanti aggressioni ai giornalisti e difensori dei diritti umani.

Chiediamo all’Italia e all’Unione Europea che si sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone. I paesi dell’Unione Europea devono applicare l’embargo agli investimenti in Messico e chiudere le loro Ambasciate, così come si è fatto nel caso di altri paesi che non osservano l’obbligo del rispetto dei diritti umani e del diritto alla vita dei propri cittadini.

Italia, Agosto 2015

Per aderire scrivere a mexiconosurge2015@gmail.com

Seguiteci su www.facebook.com/mexiconosurge

Firmano:

·       Dario Fo (attore, regista,scrittore. Premio Nobel per la letteratura)

·       Erri De Luca (scrittore)

·       Paco Ignacio Taibo II (scrittore)

·       Fr. Raúl Vera López, O.P. (Vescovodi Saltillo, Coahuila, Messico)

·       Roberto Saviano (scrittore)

·       Don Luigi Ciotti (Presidentedell’Associazione Libera e Fondatore dell’Associazione Gruppo Abele)

·       Collettivo di scrittori Wu Ming

·       Nando Dalla Chiesa (docente universitario,scrittore e politico)

·       Tonio dell’Olio (responsabile del settore internazionale di Libera)

·       Paloma Saiz (organizzatrice della Brigada Para Leer en Libertad)

·       Fondazione Antonino Caponnetto

·       Salvatore Calleri (presidenteFondazione Antonino Caponnetto e membro Fondazione Sandro Pertini)

·       Renato Scalia (Comitato FondazioneAntonino Caponnetto)

·       Centrode Derechos Humanos Miguel Agustín Pro Juárez A.C. (centro diritti umani gesuita, Messico)

·       Servicio Jesuita a Migrantes –México

·       Centrode Investigación y Promoción Social (CIPROSOC)

·       Valerio Evangelisti (scrittore)

·       Valerio Massimo Manfredi (scrittore)

·       Franco Berardi “Bifo” (scrittore,professore universitario)

·       Giacomo Costa, SI (gesuita,direttore di Aggiornamenti Sociali)

·       Alessandro Mannarino (cantautore)

·       Juan Villoro (scrittore, giornalista, drammaturgo)

·       Francesca Nava (giornalista)

·       Aldo Nove (scrittore)

·       Jessica Borroni (scenografa)

·       Loredana Lipperini (scrittrice e giornalista)

·       Alberto Prunetti (scrittore)

·       Fabrizio Lorusso (professore e giornalista freelance)

·       Lucia Capuzzi (giornalista)

·       Roberta Zunini (giornalista)

·       Cecilia Narducci (giornalista)

·       Girolamo de Michele (scrittore)

·       Sandro Mezzadra (Università diBologna)

·       Mauro Biani (disegnatore satirico de il manifesto)

·       Salvatore Palidda (sociologo,scrittore e docente Università di Genova)

·       Domenico Guarino (Consiglio Ordinedei Giornalisti Regione Toscana e Direttore Radio Cora)

·       Marilù Oliva (scrittrice)

·       Graziano Graziani (giornalista)

·       Thomas Aureliani (giornalista)

·       Fabio Cuttica (fotografo agenziaContrasto)

·       Francesca Volpi (fotografa)

·       Silvia Federici (scrittrice)

·       Andrea Bigalli (Libera RegioneToscana)

·       Federico Mastrogiovanni (giornalista)

·       Lorenzo Declich (giornalista e scrittore)

·       Alessandro Braga (Giornalista RadioPopolare)

·       Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia)

·      Amaranta Cornejo Hernandez (Ricercatrice feminista e docente universitaria)

·       RubyE. Villarreal (Arquitecto, Cultural/Museum Broker)

·       La Spezia Oggi (http://www.laspeziaoggi.it/news )

·       Comitato Bolivariano La Madrugada

·       Associazione SUR (www.surnet.it)

·       Carovane Migranti (http://carovanemigranti.org )

·       Cynthia Rodríguez (giornalista dellarivista Proceso)

·       Cristina Morini (giornalista escrittrice)

·       Andrea Cegna (collaboratore di RadioOnda d’Urto e Radio Popolare)

·       Annamaria Pontoglio (Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

·       Christian Marazzi (ScuolaUniversitaria Professionale della Svizzera Italiana)

·       Riccardo Staglianò (giornalista)

·       Alessandra Coppola (giornalista)

·       Mario Portanova (giornalista)

·       Leo Reitano (giornalista)

·       Noura Tafeche (giornalista)

·       Emilia Lacroce (giornalista)

·       Yesenia de la Rosa (giornalista)

·       Federico Chicchi (Università diBologna)

·       Aldo Zanchetta (Fondazione Neno Zanchetta per l’America Latina)

·       Valentina Petrini (giornalista)

·       AssociazioneItalia-Cuba circolo di Firenze

·       Heriberto Paredes (fotografo e giornalista)

·       Valentina Valle Baroz (giornalista)

·       Gabriele Zagni (giornalista Piazza Pulita La7)

·       Marina Taibo (fotografa)

·        José Calvo (architetto)

·        Fabio Bianchi (attivista)

NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga, libro in uscita il 1 giugno

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

Pino Cacucci è un celebre scrittore, sceneggiatore e traduttore. Ha viaggiato molto in America Latina e soprattutto in Messico, dove ha abitato per lunghi periodi. Nel 1992 e nel 1997 ha vinto per ben due volte il prestigioso premio “Pluma de Plata Mexicana” per il miglior reportage straniero sul Messico. È autore di oltre venti romanzi e di molti racconti di viaggio quasi sempre legati al Messico (tra cui Tina, Puerto Escondido, San Isidro Futból, La polvere del Messico, In ogni caso nessun rimorso, Mahahual e l’ultimo uscito Quelli del san Patricio), pubblicati prevalentemente da Feltrinelli.

Articolo Tratto da GlobalProject.Info

Due mesi dopo la strage: le vene aperte del Messico e #Ayotzinapa


Dove vanno i desaparecidos?

Cerca nell’acqua e nella boscaglia.
E perché spariscono?
Perché non tutti siamo uguali.
E quando torna il desaparecido?
Ogni volta che lo porta il pensiero.
Come gli si parla al desaparecido?
Con l’emozione stringendo il nodo dentro.
Dalla canzone “Desaparecidos” di Rubén Blades

Llamas Peña Nieto

“Sembra esistere l’intenzione di destabilizzare il paese e attentare contro il progetto di nazione”, Enrique Peña Nieto, 18 novembre 2014.

“Forze oscure desiderano destabilizzare la nazione”, Gustavo Diaz Ordaz, agosto 1968.

(Di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine) Il presidente messicano Díaz Ordaz pronunciò queste parole a poche settimane dal massacro della Plaza de las Tres Culturas, Tlatelolco, del 2 ottobre in cui oltre 300 studenti furono assassinati dall’esercito dopo un comizio. Era un messaggio chiaro, minaccioso, contro i manifestanti, le proteste e ogni forma di critica al governo e allo stato. Proprio come succede oggi.

Due mesi dopo

68 mon a la revolucion26 settembre, 26 novembre 2014. Sono passati due mesi dalla strage degli studenti della scuola normale di Ayotzinapa a Iguala, nello stato messicano del Guerrero. Responsabili ufficialmente non ce ne sono. Quest’anno in Messico le tradizionali cerimonie del 20 novembre per ricordare l’inizio della Revolucion del 1910 si sono svolte in un campo militare mentre decine di migliaia di manifestanti scendevano nelle strade per chiedere giustizia e il ritrovamento “in vita” degli studenti della scuola normale di Ayotzinapa, scomparsi lo scorso 26 di settembre. Ma in questa IV Giornata di Azione Globale per Ayotzinapa non solo “Giustizia!”, non solo “Vivi li han portati via, vivi li vogliamo!” hanno gridato le piazze, ma anche “¡Fuera Peña!” e “Governo assassino”. E il Messico s’infiamma, brucia un enorme pupazzo del presidente nel mezzo dell’enorme piazza centrale, lo zocalo, ed è una pira sacrificale con le fattezze di Peña. L’allegria per l’oceanica manifestazione, la partecipazione, la nuova gran comunità che si sta creando in Messico, si fonde con la rabbia e la tristezza. I familiari dei 43 studenti chiamano a mantenere vivi il movimento e la protesta.

I fatti secondo il procuratore che dice “#YaMeCanse” (mi son stancato) e l’ombra dell’esercito

La notte del 26 settembre tre studenti sono stati uccisi dalla polizia locale. Quel giorno gli alunni normalisti si trovavano a Iguala per raccogliere fondi e poter partecipare al corteo del 2 ottobre a Città del Messico, che si tiene ogni anno per ricordare la strage di studenti di piazza Tlatelolco nel ’68. Un filo rosso di repressione e sangue lega quindi le due stragi. “Crimine di stato”, si legge su striscioni e manifesti per le strade del Messico. Altre tre persone che si trovavano per caso nel luogo della sparatoria sono state ammazzate. Infine altri 43 studenti sono stati sequestrati dagli agenti di Iguala, aiutati da quelli della vicina città di Colula, e poi, secondo le testimonianze dei detenuti per il caso, sono stati consegnati ai membri del cartello della droga dei Guerreros Unidos, collusi con le forze dell’ordine e agli ordini del sindaco di Iguala, José Luis Abarca. I narcos li avrebbero bruciati per 15 ore, disperdendone poi i resti in un fiumiciattolo e nella discarica della spazzatura di Cocula.

ayotzinapa marchaIl 7 novembre il procuratore della Repubblica, Jesús Murillo, ha riferito questa versione, cercando di chiudere il caso, ma, in mancanza di prove scientifiche per sostenerla, non ha potuto dichiarare “morti” gli studenti che restano, quindi,desaparecidos. I resti trovati nel luogo del rogo indicato dai narcos sono in Austria per uno studio del DNA che dovrà confermare o smentire il procuratore. Alla fine della conferenza stampa, irritato dall’insistenza dei giornalisti, il procuratore ha pronunciato la frase “Ya me cansé” (“ormai sono stanco”) che è diventata virale su Twitter ed è ora il tormentone nelle proteste. La società è stanca di menzogne e giustificazioni. Le dimissioni del governatore, l’arresto di Abarca, della moglie e di una sessantina tra narcos e poliziotti e la recente cattura del capo della polizia di Cocula, César Nava, accusato anche lui della sparizione degli studenti, non bastano e non possono di certo emendare una situazione di marciume strutturale.

Le versioni ufficiali e i polveroni sollevati alla fine di ogni conferenza stampa o dopo ogni rivelazione fatta da qualche detenuto o da presunti testimoni oculari e persone della zona potrebbero costituire un enorme specchio per le allodole che aiuterebbe a nascondere altre piste possibili, per esempio quella che punta verso il 27esimo battaglione d’infanteria dell’esercito a Iguala come possibile responsabile. Non è un’ipotesi scellerata. Nel 2011 HRW (Human Rights Watch) aveva denunciato la sparizione di 6 persone in un club notturno di Iguala, avvenuta alle 22:30 del 1 marzo 2010, filmata da una videocamera e infine confermata da alcuni testimoni che descrivono i sequestratori, e le persone al loro seguito, come appartenenti alle forze armate per i loro veicoli e le uniformi. I PM indagarono, ma rimisero il caso alla giurisdizione militare che nei 18 mesi successivi non accusò nessuno del crimine. HRW conclude che ci sono prove che suggeriscono decisamente il coinvolgimento dell’esercito. I sei desaparecidos non sono più tornati a casa.

La IV Giornata di Azione Globale per Ayotzinapa e gli arresti arbitrari

“E’ stato lo Stato”, “Vivi li han portati via, vivi li vogliamo” sono gli slogan che da due mesi rimbalzano sui social e in tutte le manifestazioni. Il pomeriggio del 20 novembre migliaia di persone in 150 città hanno espresso la loro solidarietà ai familiari dei ragazzi e al Messico intero, immerso in una spirale di violenza che ha fatto oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in 8 anni. Nella capitale messicana oltre 150mila persone hanno sfilato nel centro per cinque ore. I genitori dei 43 desaparecidos sono arrivati nella capitale dopo aver percorso in tre carovane diversi stati del Messico durante una settimana. E tre erano anche i cortei previsti: uno di professori e studenti, in partenza da Tlatelolco, una marcia dei sindacati, con concentrazione al Monumento a la Revolucion, e infine il più grande, quello della società civile e i collettivi che partiva dall’Angel de la Independencia. “Non abbiamo paura, protestiamo anche per l’impunità, la corruzione, i femminicidi, non solo per Ayotzinapa, è ora di muovere il Messico, ma non come dice il presidente”, spiega Mario, padre di famiglia che marcia con suo figlio in braccio.

68 unaDopo il passaggio dei cortei, pacifici e variopinti, e il comizio dei genitori di Ayotzinapa, la polizia ha sgomberato violentemente la piazza, piena di famiglie e dimostranti che si stavano ritirando. L’operazione è arrivata in risposta a un gruppo di circa 50 manifestanti dal volto coperto, che cercavano di forzare le transenne intorno al Palazzo Nazionale e lanciavano molotov e petardi, però s’è diretta disordinatamente contro la folla, facendo un saldo di decine di feriti e 15 arresti, tra cui alcuni giornalisti e studenti. “L’azione della polizia ha mostrato che non hanno dati d’intelligence, né preparazione per definire che azione realizzeranno”, ha spiegato in un’intervista Maria Idalia Gómez, una giornalista ferita negli scontri.

Quattro detenuti sono stati rilasciati nelle prime 24 ore. Invece a 11 prigionieri non solo è stato confermato il fermo, ma sono stati anche attribuiti capi d’accusa gravissimi e surreali – associazione a delinquere, tentato omicidio e sommossa – per cui sono stati rinchiusi in prigioni di massima sicurezza come fossero pericolosi boss. Le tre ragazze accusate dal pubblico ministero sono state mandate a Veracruz, gli otto ragazzi nel settentrionale stato di Nayarit.

Tra di loro anche un cileno, Laurence Maxwell, studente del dottorato in lettere dellaUniversidad Nacional Autonoma de México, che, arrivato in sella alla sua bici per presenziare alla manifestazione, è stato catturato senza motivo in una piazza invasa da fumogeni e celerini. Il ministro degli esteri cileno ha espresso la sua preoccupazione immediatamente e sta circolando un appello per la sua liberazione (in italiano qui). Il ministro degli esteri messicano, José Antonio Meade, in visita in Cile per un convegno sull’Alleanza del Pacifico e il Mercosur, ha avuto una conversazione col padre di Laurence, Alberto Maxwell che, insieme al resto della famiglia, ha denunciato le irregolarità negli arresti del 20 novembre, le interferenze col dovuto processo e la mala fede da parte dell’avvocato d’ufficio, Rafael Omalaya, e, infine, ha chiesto la liberazione anche degli altri detenuti.

famiglia represion zocalo“La polizia è stata gagliarda”

Nonostante i comprovati eccessi delle forze dell’ordine e la violazione di protocolli e diritti umani a profusione, c’è ancora chi, come il responsabile della sicurezza pubblica della capitale, Jesús Rodríguez Almeida, fa i complimenti ai suoi per come hanno agito il 20. “Mi complimento con il mio personale per il lavoro svolto, per il gran coraggio, la gagliardezza, la responsabilità e soprattutto perché hanno ristabilito l’ordine pubblico, che piaccia o no”, ha dichiarato. Malmenare famiglie e innocenti è un atto da valorosi a detta del capo della polizia. Inoltre già dalla mattinata del 20 giravano fotografie di presunti infiltrati della polizia o delle forze armate (esercito? marina?), seduti all’interno di una camionetta. Questi soggetti, più tardi, sono stati immortalati mentre compievano alcuni degli “atti vandalici” che le autorità hanno condannato.

Dal canto suo anche la Commissione dei Diritti Umani di Città del Messico s’era complimentata con la polizia per come ha operato nella riapertura delle strade bloccate dai manifestanti. Questo è l’ambiente in cui si sviluppano le proteste, impuzzolito e falsificato da buona parte dei mass media (vedi quotidiano Milenio) che aspettano la repressione per accaparrarsi fette maggiori di share, elogiare forze dell’ordine allo sbando o aprire con titoli celebrativi e tendenziosi. E intanto i poliziotti possono picchiare impunemente le donne in manifestazione gridando loro: “Fottute puttane perché siete venute a manifestare!”. Ecco i diritti umani in Messico, la costante e volontaria violazione della fosca frontiera tra delinquenza e legalità che annichila lo stato di diritto e la dignità umana.

Forse per spegnere un po’ l’incendio e la crisi politica, il ministro degli Interni, Miguel Ángel Osorio Chong, ha anticipato le prossime mosse del presidente, che annuncerà “misure importanti” in tema di giustizia e stato di diritto che coinvolgeranno la società civile e i tre poteri dello stato per “modificare completamente questo scenario in cui c’è una debolezza dello stato messicano”. Il ministro non ha fornito ulteriori dettagli al riguardo.

tlatelolcoIl presidente del Senato, Miguel Barbosa (del PRD, Partido Revolucion Democratica), ha precisato qualcosa, parlando di una Commissione di Stato per elaborare proposte di riforma e affrontare i problemi della violenza e la sicurezza di cui dovrebbero far parte varie personalità della società civile dalla traiettoria e “qualità morali” riconosciute. L’idea è quella di “creare centri di comando unificati affinché i corpi di polizia locale siano controllati da quelli della polizia statale e questa, a sua volta, da quella federale”. Centralizzare per provare a evitare le infiltrazioni della criminalità organizzata. Per ora ci sono soltanto un po’ di suspense e molta incertezza, come in una telenovela a basso costo che serve a sviare l’attenzione.

Il movimento in crescita

Rispetto alle precedenti mobilitazioni è cresciuta la partecipazione non solo dei sindacati, dei lavoratori e degli studenti, uniti nell’Assemblea Interuniversitaria con 114 atenei, ma anche di collettivi di artisti e di tantissime famiglie, cittadini e associazioni che di solito non manifestano. L’asse delle proteste s’è spostato: non si chiede solo il ritrovamento degli studenti, ma anche le dimissioni del presidente e dell’Esecutivo. Prende piede anche l’idea di un movimento costituente o di rinnovamento radicale del paese. Nel breve e medio periodo, almeno, non sembra che le mobilitazioni possano fermarsi. La società civile chiede il conto a tutti i partiti e al governo, non solo alle forze dell’ordine e ai politici locali. Gli sforzi della procura e della diplomazia per far passare, tanto in Messico come all’estero, la mattanza di Iguala come un fatto isolato, locale, provocato da narcos e sindaci corrotti, quindi simile a tanti altri, sono stati vani.

ayotzinapa fue el estadoLa pressione internazionale aumenta ed è senza dubbio un fattore determinante per il successo e la legittimità di un movimento senza leader e in crescita, che coinvolge diversi strati della società e si struttura piano piano su obiettivi più ambiziosi, malgrado debba affrontare inevitabilmente seri problemi di coordinamento e di consolidamento di una massa critica.

Ayotzinapa è la punta di un iceberg che sta mettendo a nudo le menzogne delle riforme strutturali, promosse dal presidente Peña per “muovere il Messico tra i paesi che contano”, e del progetto di governo. “Non ci fermeremo, pare che alcune voci della protesta non vogliano che il paese cresca e non condividono questo progetto nazionale”, ha sostenuto Peña nei giorni precedenti alla protesta globale, parlando altresì di “movimenti di violenza che si nascondono dietro al dolore per protestare”. Una minaccia che s’è puntualmente realizzata. “Il presidente ha definito cortei e critiche come tentativi di destabilizzazione, minacciando l’uso della forza e ignorando la grave crisi dei diritti umani del Messico”, ha replicato il direttore Amnesty International-Messico, Perseo Quiroz. “La strage di Iguala non è un fatto isolato e il governo mostra poca serietà in questa situazione”, ha concluso.

Minacce, come nel ‘68

Il presidente Peña Nieto denuncia complotti e tentativi di destabilizzazione, includendo anche lo scandalo mediatico che è scoppiato sull’acquisto della sua residenza, detta “Casa Bianca”, che è probabilmente il più grave conflitto d’interessi della storia messicana recente. L’argomento del complotto e della destabilizzazione per giustificare la repressione è lo stesso del ’68, già usato da Díaz Ordaz, col sostegno dell’intera classe politica dell’epoca, dopo la gran manifestazione del 27 agosto di quell’anno. Oggi, per fortuna, non è più la maggior parte dei politici a seguire il discorso del presidente e la società civile ha altri strumenti per informarsi e ribellarsi. Il consenso sull’uso della violenza per contrastare le proteste cittadine all’interno delle élite politiche non è unitario, ma ciò non è sufficiente a evitare che la tenaglia, piano piano, si stringa sul dissenso, una volta che il caso Ayotzinapa abbia smesso di far parlare di sé, magari dopo che il governo e la procura avranno offerto un’altra “versione verosimile” dei fatti.

tlatelolco treNon lo possiamo sapere, ma Ayotzinapa e Iguala, senza dubbio, sono momenti di svolta e, affinché questa diventi irreversibile e favorisca un vero cambiamento, non esistono strade tracciate e soluzioni preconfezionate. Ilmovimento per la pace (MPJD) del 2011, preceduto dalle mobilitazioni contro la violenza verso i giornalisti scandite dallo slogan Basta Sangre!, e lo studentesco YoSoy132 del 2012 non sono del tutto spenti e sostengono #AyotzinapaSomosTodos. La loro esperienza e i loro insegnamenti sono preziosi, soprattutto perché sono nati anch’essi in modo spontaneo, grazie alle reti sociali, moltiplicate da una parte dei mediamainstream, e all’associazione di collettivi, individui, gruppi sociali e movimenti preesistenti, e si sono organizzati in modo orizzontale, coinvolgendo ampi strati della società civile che erano inerti.

Le pressioni su Peña Nieto e sua moglie Angelica Rivera arrivano anche dal presunto conflitto d’interessi rivelato da un’inchiesta del portale Aristegui Noticias la quale rivela che sua moglie possiede una villa lussuosissima, la “Casa Blanca”, in un quartiere esclusivo della capitale, in cui vive anche il presidente, e che questa è stata costruita da un’impresa del gruppo Higa, una compagnia che ha vinto decine di appalti milionari quando Peña era governatore del Estado de México, regione limitrofa di Città del Messico, e anche ora che è a capo dell’esecutivo e decide sulle “grandi opere”. Nelle ultime due settimane le relazioni tra business e politica, soprattutto per quanto riguardo il cosiddetto “gruppo della città di Atlacomulco”, legato da anni all’amministrazione del Estado de Mexico e alle correnti del PRI e del mondo imprenditoriale che sostengono Peña, sono state messe a nudo, il che ha generato aspre critiche e perdita di fiducia nei confronti della coppia presidenziale.

enrique y angelicaOsorio Chong, ministro degli interni, ha detto il 22 novembre che la “violenza non sarà mai la strada per ottenere giustizia”. Non si capisce se stia parlando della violenza della polizia messicana o di altri apparati dello stato, sinceramente. Ma ancora più paradossali sono state le dichiarazioni del 21 del presidente: “Ci sono persone interessate a guastare la libertà e questo non lo permetteremo”. Starà parlando di se stesso o del medesimo governo? Pare proprio di sì. Per essere precisi la frase è questa: “Non lo permetteremo perché è un obbligo dello Stato messicano nel suo insieme assicurare che le manifestazioni cittadine non siano sequestrate da coloro che agiscono con la violenza e il vandalismo”, in riferimento al gruppo di una cinquantina di incappucciati che hanno lanciato petardi e molotov contro i poliziotti.

La repressione del #20NovMx

Verso le ore 21 del 20 novembre la piazza è effervescente, il corteo è stato un successo. Alla fine dei comizi iniziano a partire molotov e petardi da un gruppo circoscritto di persone, relativamente inoffensivo e minoritario rispetto alla massa ancora presente nellozocalo, sicuramente controllabile dai 500 celerini che erano schierati e che avrebbero potuto incapsularli e fermarli. Invece no, si decide di attaccare alla rinfusa tutti, di torturare, invadere e fermare i dimostranti a casaccio, come sempre più spesso accade dal primo dicembre 2012, data dell’insediamento di Peña e del “nuovo” PRI che fu segnata dalla militarizzazione della capitale e da decine di arresti. Il copione è sempre quello: manifestazione pacifica, piccolo gruppo, spesso non identificabile e fuggevole, di infiltrati,incappucciati, black bloc, anarchici (secondo le cambianti e fumose definizioni della stampa e dei portavoce ufficiali) e poi repressione violenta con aggressioni contro fotografi, reporter e difensori dei diritti umani, con decine di arresti indiscriminati che, spesso, non possono nemmeno essere confermati per mancanza di prove da parte degli inquirenti. All’arresto, inoltre, segue sempre una lunga serie di abusi e umiliazioni.

zocalo 68Sempre il 20 novembre, durante le manifestazioni e i blocchi stradali realizzati da circa 5-600 dimostranti la mattina, finiti con 16 arresti, sono stati aggrediti ben 18 giornalisti, secondo l’organizzazione per la difesa della libertà d’espressione Article19, mentre nel pomeriggio, nello zocalo, il corrispondente e fotografo cileno dell’agenzia AP, è stato arrestato, e quasi subito rilasciato non prima di vedersi rubare le attrezzature, ed è stato ferito Eduardo Molina, fotografo del settimanale Proceso e autore della foto che apre quest’articolo, diventata il simbolo della IV Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa. Molina è stato colpito da un agente che gli ha scagliato addosso un pezzo di una transenna metallica, per cui ha dovuto farsi ricoverare. Brucia il pupazzo raffigurante il presidente e brucia il Messico, di rabbia e protesta per l’inettitudine e gli inganni delle autorità. E poi arriva la vendetta, la “coreografia infernale”, come l’ha definita lo scrittore Tryno Maldonado in una terrificante e veritiera cronaca dei fatti.

“Nelle azioni della polizia, che conosco bene per aver coperto molte situazioni come questa, si nota che non hanno informazioni d’intelligence, si nota che non hanno una preparazione previa per definire qual è l’azione o operazione che realizzeranno, basta vedere come hanno agito la sera del 20 novembre”, spiegava, ancora scioccata, in un’intervista radiofonica, Maria Idalia Gómez, giornalista di Eje Central, portale informativo di stampo conservatore.

Violenza e negazione

Stava provando a raccontare cosa è successo alla fine di un’enorme e pacifica manifestazione a Città del Messico, quando una cinquantina di incappucciati e indignati hanno cominciato a muovere le transenne protettive e a lanciare petardi e molotov in direzione dei poliziotti che presidiavano il portone del Palacio Nacional, sede del potere presidenziale. C’erano ancora migliaia di persone in piazza e per le strade del centro, una parte dell’ultimo corteo, quello che arrivava dall’Angel de la Independencia, doveva ancora fare il suo ingresso nella piattaforma dello zocalo. Il piazzale era stipato di famiglie, bambini, dimostranti, cittadini, persino turisti e passanti, ma la vendetta poliziesca, perché di vendetta è giusto parlare, è arrivata comunque.

Comincia l’attacco, la farsa del mantenimento dell’ordine dove l’ordine c’era già. Azioni indiscriminate, ripetute, anche contro chi non aveva partecipato al corteo o comunque non era nel gruppo che aveva provocato i primi scontri. Un’ora di repressione pura della polizia federale e dei granaderos (corpi antisommossa di Città del Messico), attaccando le famiglie alla rinfusa, cercando di catturare gli aggressori che, però, sfuggono, strisciano via. Reati di stato, violazioni ai diritti umani, e nessuno che lo possa negare. Ciononostante c’è chi ci prova, comunque.

infiltrados22Come Juan José Gómez Camacho, ambasciatore del Messico in Belgio e presso l’Unione Europea, che il 25 novembre s’è visto costretto a dare udienza a un centinaio di messicani, belgi e cileni, accompagnati da Amnesty International e altre organizzazioni. I presenti l’hanno messo alle corde criticandolo per la sua posizione estremamente “diplomatica” di fronte all’emergenza che vive il paese (video). “Il Messico non ha fatti isolati, in 20 mesi col signor presidente ci sono più di 50mila morti…”, lo increpa una donna.

“No”, la interrompe l’ambasciatore. E lei continua: “Io so che il governo attuale sta lavorando, ma stanno ammazzando molta gente e stanno sparendo in tanti. Mi scusi, ma molti di noi sono qui perché non possiamo stare in Messico, quale sarà la posizione di un Ambasciatore che è indignato e che deve dire ‘stop’ perché in Messico ci sono atti di lesa umanità, crimini di lesa umanità?”. “Non lo condivido”, risponde secco il funzionario mentre i presenti alzano la voce stizziti. Gomez Camacho nega persino le violenze e aggressioni del 20 novembre sostenendo che la polizia ha agito per controllare la violenza. “Io non ho visto nessun incappucciato in arresto”, grida un giovane. “Non so cosa ha visto lei”, risponde il diplomatico. E il giovane ribatte: “Non ho bisogno ormai delle sue parole, ho bisogno delle sue dichiarazioni sul giornale, in cui dice che il Messico non va bene”. Clamando “Rinuncia, rinuncia”, la gente si ritira e il dialogo finisce.

Lo stato vittimizza ripetutamente e il mondo reagisce

“Dai, così vi viene voglia di ritornare”, gridavano i poliziotti mentre picchiavano uomini e donne, anziani e passanti. Scudi contro corpi, sfollagente su ossa e teste. Random. Hanno addirittura tirato sedie addosso ai commensali di alcuni ristoranti coi tavolini all’aperto. ¡Bienvenidos! Tra gas lacrimogeni, inseguimenti perversi, urla e manganellate, arresti arbitrari di cittadini e giornalisti, insulti e torture, le “forze dell’ordine” hanno mostrato la loro impotenza e hanno violentato, ancora una volta, la società e il diritto d’espressione e libera manifestazione, mostrando il vero volto del nuovo autoritarismo messicano, mascherato da riformismo paternalista e modernismo straccione. Il video dell’arresto dello studente Atzín Andrade (Video Link 20 sec) parla da solo.

MOV2 DE OCTUBRE DE 1968 INFORMACION MOVIMIENTO  ESTUDIANTIL EN TLATELOCOPaura, sorpresa, incertezza, violenza e, come è successo a tutti i 31 arrestati del 20 novembre e ai 23 di loro che sono stati trattenuti, la negazione della scelta dell’avvocato difensore e l’impossibilità di comunicare col mondo esterno per molte ore, tra le varie violazioni ai diritti umani subite. Le responsabilità di quanto accaduto deve partire dai corpi di polizia che hanno partecipato allo sgombero ma soprattutto deve arrivare fino ai loro capi.

L’importante, quindi, non è prendere gli eventuali responsabili delle violenze o i colpevoli dei reati, sempre che ne siano stati commessi per davvero, ma instillare la paura, diffondere un messaggio chiaro: se manifesti, può succedere anche te, e non ci interessa che cosa stavi facendo, il manganello colpisce tutti solo per il fatto di essere lì in quel momento. Proprio come la narco violenza che non massacra solamente i trafficanti e i sicari della criminalità organizzata, come cercano di farci credere da 8 anni a questa parte, ma può colpire tutto e tutti, in qualunque momento, su un autobus di linea o in un campeggio, fuori da un bar o in un parco, dentro alla metro o in una festa in piazza.

Ovunque, sempre, anche se non ce ne accorgiamo e se ci ripetono che i “mafiosi” si sparano solo tra di loro. Sì, e i poliziotti invece picchiano e trattengono, torturano e sequestrano solo i delinquenti, non i cittadini “decenti”. Per un po’ volevano farci credere questa favoletta anche nel caso della mattanza degli studenti Iguala. “Le vittime erano dei guerriglieri”, dicevano alcuni. “Ordine è stato fatto”, “Erano legati ai narcos rivali deiGuerreros Unidos, ai Los Rojos”, facevano eco altri, tra giornalisti venduti, pessimi rappresentanti della “legge” e politici in mala fede.

Sprad the news presos 20NLa parola “decente”, contrario di indecente o sconcio, è stata utilizzata anche nella riforma educativa, proprio nella legislazione, per descrivere il tipo di lavoro che “finalmente” potranno ottenere i maestri messicani, come se fino ad oggi fossero stati sconvenienti, immorali, e la riforma, approvata l’anno scorso dal parlamento su proposta presidenziale e contestata duramente dai sindacati dissidenti degli insegnanti, venisse a salvarli dalle loro bassezze. Perversioni del linguaggio e d’una certa classe politica. Il presidente ha sottolineato come ci sia stato un “coordinamento tra le forze federali e quelle della capitale per far rispettare la legge durante le mobilitazioni di giovedì”. Ci vuole davvero del cinismo.

Il discorso ufficiale dice una cosa, però la realtà, ritratta da migliaia di foto e video lo smentisce. Ma la TV ha un potere ancora maggiore delle reti sociali ed ecco che la repressione dello zocalo del 20 novembre deve iniziare e finire prima del telegiornale più seguito, quello delle 22.30. Così si potrà raccontare come la polizia federale e quella della capitale hanno agito per salvare la patria da alcuni facinorosi, 100 o 200mila facinorosi che, tornando a casa, non possono far altro che gridare “Governo assassino!” e “Fuori Peña!” e darsi appuntamento per il prossimo corteo o la prossima assemblea. Il foro globale per Ayotzinapa, formato all’estero da oltre 60 istituzioni e organizzazioni per aumentare la pressione internazionale, per denunciare la situazione e creare iniziative, raccolte dal blog https://ayotzinapasomostodos.wordpress.com/, sta promuovendo un appello Contro la repressione e la criminalizzazione della protesta civile in Messico. La lettera si può firmare a questo LINK.

Che cosa raccoglie un paese che semina corpi?

unam 68Il compositore di salse e ballate panamense Ruben Blades canta e si chiede: “Dove vanno i desaparecidos?”. Alcuni hanno il privilegio di finire nella memoria collettiva, pochi ricompaiono, altri restano con le loro famiglie, come ombre e ricordi della vita che avevano e che lo stato gli ha portato via. Alcuni finiscono sulle foto appese ai muri nelle stazioni della metropolitana e la maggior parte confluisce in una statistica incerta, traballante, come quelle che da un lustro rimbalzano sui media e sui siti governativi del Messico. Paese di fosse comuni, paese di bellezze naturali, deserti, oceani a est, a ovest, e coste infinite, come le piantagioni di papavero da oppio e marijuana. Territorio ricco di tradizioni, tragedie e arti senza eguali, tra i primi esportatori di auto straniere e metanfetamine. Paese di desaparecidos, 22mila, 27mila, 30 mila, nessuno lo sa. Ma si sa che sono tanti.

Come tanti sono i 43 studenti della scuola normale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, sequestrati dai poliziotti di Iguala e Cocula, nello stato del Guerrero, la notte del 26 settembre e consegnati, per ordine del sindaco di Iguala, José Luis Abarca, a una banda di narcotrafficanti dal nome ridicolo e terribile: i Guerreros Unidos. Lo stato c’era, ma non ha agito. La polizia statale e quella federale non sono intervenute. Il 27esimo battaglione dell’esercito, di stanza nella zona, non solo non ha impedito l’uccisione di tre studenti e di altre tre persone, non solo “non ha avvertito” sparatorie e inseguimenti durati ore nella sua zona di competenza, lavandosene le mani, ma i soldati hanno addirittura vessato e maltrattato gli studenti che s’erano rifugiati in un ospedale per chiedere aiuto e soccorso. Li ha chiamati dottore dell’ospedale. Perché?

Sapeva che questi l’avrebbero fatta pagare cara ai “rivoltosi” alunni della normale? Pare proprio di sì. Li ha chiamati perché chi comanda realmente là sono loro? Forse sì. Non il sindaco, corrotto fino all’osso e colluso coi narcos al punto da utilizzarli come braccio armato per tutti i suoi lavoretti, in alleanza con la polizia locale controllata dal suocompadre Felipe Flores. Non sua moglie, sorella di quattro narcotrafficanti e connessione logica tra gli affari sporchi del marito e quelli della sua famiglia d’origine. Non l’ex governatore Aguirre, ora dimissionario ma sempre in attesa di tornare sulla scena politica grazie al sostegno indefesso dei suoi compagni di partito del PRD. O almeno non solo loro.

pri diaz ordaz peña nietoOltre alle zoppicanti versioni della procura stanno circolando altre ipotesi che attribuiscono la responsabilità dei fatti di Iguala all’esercito, come sostengono l’ex Generale Francisco Gallardo, intervistato da Federico Mastrogiovanni per la rivista Variopinto, e un comunicato del gruppo guerrigliero EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario). Entrambi denunciano come fino ad oggi l’esercito abbia condotto nella regione una sorta di guerra permanente di bassa intensità contro studenti e contadini, gruppi insorti e sindacati, che, oltre a rappresentare le voci più critiche a livello politico, s’oppongono allo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali del settore minerario. A un’ora da Iguala, infatti, c’è la miniera d’oro più importante dell’America Latina e nella zona s’estraggono anche argento, piombo, ferro, rame e zinco.

Forze armate messicane, neoliberalismo e riformismo presidenziale

L’esercito mantiene la sua buona fetta di potere, ingrassato economicamente e potenziato nelle sue funzioni dalla politica di narco-guerra di Calderón (2006-2012) e mantenuto da Peña Nieto, forse impantanato tra la tentazione di ridimensionarne il budget e la presenza sul territorio e l’impossibilità concreta di farlo. Più facile ordinare alle TV amiche e al corpo consolare in tutto il mondo la propagazione di campagne mediatiche e offensive diplomatiche per nascondere i problemi endemici del paese, molto più “strutturali” del pacchetto di riforme costituzionali che sono dette, appunto “strutturali” e sono state approvato in fretta e furia nel 2013 dai partiti del Patto per il Messico, le grande intese alla messicana tra PRI, PRD e PAN (Partito Acción Nazional).

68 dueOggi la “coalizione” per le riforme è fallita, ma ha lasciato una bella eredità al Messico: riforme neoliberali e frettolose in quasi tutti i settori dell’economia e del mondo del lavoro, dall’energia all’istruzione, dalle telecomunicazioni al fisco. Mentre il debito cresce quasi come ai tempi d’oro del vecchio PRI del secolo scorso, non si prevedono le coperture per rimpiazzare la rendita petrolifera generata dalla compagnia statale PEMEX che, asfissiata dai sindacati cooptati dal governo e dal fisco che si porta via a priori i 2/3 del suo fatturato, è in caduta libera. Le entrate statali per gas e crudo verranno presto ulteriormente compromesse dall’ingresso delle multinazionali energetiche straniere, assetate di idrocarburi e forza lavoro capace, disciplinata, ricattabile e iper-flessibile. L’Europa pare seguire il “modello socio-economico messicano” e il Messico lo radicalizza per dare il buon esempio e farsi bello dinnanzi agli investitori europei, cinesi, americani e giapponesi.

Di fronte alla ritirata dello stato e del welfare e all’avanzata del fondamentalismo di mercato, dell’insicurezza fisica, della disuguaglianza economica e dell’incertezza sociale, una risposta logica e spietata sembra essere l’uso delle forze armate come strumento di contenzione, offesa, controllo e stabilizzazione. Ad ogni modo non è un segreto che i militari restino il pilastro della strategia di sicurezza attuale, anche se, fino a poco tempo fa e per un paio d’anni, non se n’è parlato. Ayotzinapa rappresenta in questo senso un doloroso ma formidabile spartiacque, la rottura dei sogni di gloria del dinosauro PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere dopo 12 anni di digiuno.

firme ayotzinapaIn genere le milizie, per continuare a essere determinanti, hanno bisogno delle emergenze e del conflitto, sia esso, nel contesto messicano, tra narco-cartelli o tra diversi livelli di governo (locale, statale e federale), ovvero tra gli apparati dello stato e i trafficanti, se non tra il proprio paese e altri stati. E hanno la necessità di mantenere alto il livello di scontro, inteso anche come guerra di bassa intensità e conflitto sociale, condotti contro i gruppi dissidenti come gli studenti e i maestri delle normali o i sindacati non cooptati dal governo e i campesinos, per proseguire nella gestione di affari e territori, di carriere interne ed equilibri politici locali e, perché no, nazionali. Occorre giustificare ad libitum la propria esistenza e l’aumento delle proprie competenze e risorse. Non tutti la pensano così negli ambienti castrensi, tant’è che nelle elezioni presidenziali del 2012 esistevano settori delle forze armate che sostenevano il candidato di centro-sinistra Andrés Manuel López Obrador perché aveva promesso il ritorno dei militari nelle caserme e la fine della narco-guerra militarizzata.

Guerrero guerrigliero e tradizioni stragiste

A parte le diverse “correnti di pensiero”, c’è anche da considerare che la situazione del Guerrero è peculiare: tra gli stati più poveri della repubblica messicana, è da decenni focolaio di insurrezioni armati e guerrigliere, polizie comunitarie e dissidenze sociali combattive e radicali che hanno nell’esercito il principale nemico, insieme ai governatori di turno e ai vari corpi di polizia. Lo stesso Angel Aguirre, nel marzo 1996, divenne governatore sostituto del cacicco del PRI, Rubén Figueroa, dopo la strage di Aguas Blancasdel 28 giugno di quell’anno, in cui 17 contadini furono ammazzati dalla polizia statale e 21 furono feriti durante un’imboscata pianificata dalle autorità e, presumibilmente, dallo stesso Figueroa. Verso la fine del suo mandato ad interim, fu a sua volta indicato come responsabile del massacro de El Charco del 13 giugno 1998, in cui un battaglione di soldati sparò e uccise 11 presunti guerriglieri disarmati. La mattanza de El Charco è stata considerata come un precedente di quanto avvenuto a Iguala due mesi fa da alcuni giornalisti.

68 centroPer capire le logiche del potere nel Guerrero, basta menzionare il fatto che a Iguala c’è un’intera zona cittadina dedicata alla moglie di Ruben Figueroa, chiamata “colonia Silvia Smutny de Figueroa”, codice postale 40010. Il padre del politico, Rubén Figueroa Figueroa, fu governatore del Guerrero tra il 1975 e il 1981, durante gli anni più duri della guerra sucia (guerra sporca) del governo contro i gruppi guerriglieri e ogni tipo di dissenso sociale. Il leggendario guerrigliero, fondatore del Partido de los Pobres, Lucio Cabañas era un maestro diplomato alla scuola normale di Ayotzinapa, ma soprattutto era un acerrimo nemico di Figueroa. Infatti, il Partido aveva rapito il politico nel maggio 1974 e poi rilasciato tre mesi dopo.

Quando Lucio venne ucciso dall’esercito il 2 dicembre di quell’anno, Figueroa, non soddisfatto, si vendicò su sua moglie Isabel. Una volta eletto governatore, fece liberare lei, sua figlia e sua suocera, che erano detenute in una caserma militare da anni. Con l’inganno indusse Isabel, solo sedicenne, ad andare nel suo ufficio e la violentò. La ragazza perse il figlio del suo aggressore, prodotto di quella violenza, in seguito a un aborto spontaneo pochi mesi dopo. Storie, antiche e odierne, di baroni, eserciti, governanti e popoli in lotta nel Messico profondo. Ne parla la giornalista Laura Castellanos,in Mexico Armado 1943-1981 (Ed. Era, Messico, 2007). Il caso Ayotzinapa ha risvegliato le cellule guerrigliere. Solo il mese scorso i quattro gruppi principali della regione – Ejército Popular Revolucionario (EPR), Ejército Revolucionario del Pueblo Insurgente (ERPI), Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP), le Milicias Populares e le Fuerzas Armadas Revolucionarias-Liberación del Pueblo, hanno emesso 13 comunicati.

Calle 13 e Pepe Mujica

calle13 con papa ayotzinapaSabato 22 novembre, al Palacio de los deportes di Città del Messico c’è stato un concerto particolare. Siccome la costituzione messicana impedisce agli stranieri di realizzare attività politiche nel paese, il “Residente” René Pérez, cantante della band portoricana Calle 13, ha deciso di dare uno spazio ai familiari dei desaparecidos di Ayotzinapa. Il padre dello studente César Manuel González, ha parlato di fronte a 18mila spettatori: “Noi non siamo stanchi, abbiamo camminato e non vi immaginate quanto, ma siamo ancora più forti perché anche se ci dicono che ci sono tombe e fosse, vedrete che raschiando in questo Stato troverete migliaia di morti, non sono solo 43”. Negli ultimi giorni i genitori dei ragazzi hanno continuato a cercare, a esplorare, a scavare nei dintorni di Iguala e hanno trovate sette nuove fosse clandestine, con dentro altri cadaveri e resti da identificare, altri desaparecidos senza identità. “Tutte le cause sociali sono importanti, ma il caso di Ayotzianapa mi pare che vada oltre la politica: trascende il piano dei diritti umani, va oltre il Messico, è una cosa più grande, perché è una situazione molto forte, è una disgrazia”, ha concluso Pérez.

Il presidente uruguayano, José “Pepe” Mujica, in un’intervista per Foreign Affairs ha parlato del Messico come di “una specie di stato fallito, in cui i pubblici poteri sono totalmente fuori controllo, in marcimento”. La cancelleria messicana ha reagito esprimendo “sorpresa e rifiuto”. Mujica ha anche detto che “la parte migliore del Messico è obbligata, cada chi debba cadere, faccia male a chi debba far male, indipendentemente dalle conseguenze, a chiarire questa questione, perché a partire da questo episodio sono sorte cose collaterali, come la scoperta di tombe che non c’erano prima. Vuol dire che ci sono più morti che non sono nemmeno rivendicati. Allora la vita umana vale meno di quella di un cane”.

In chiusura segnalo un ottimo video realizzato dal Centro Universitario di Studi Cinematorgrafici (CUEC) della UNAM, Universidad Nacional Autonoma de México, per descrivere la IV Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa e la mega-marcia nella capitale messicana per protestare contro la sparizione dei 43 studenti normalisti e chiedere la renuncia del presidente Peña Nieto al grido di “¡Fue el Estado!”. 

Link Orignale Vimeo

Lettera/ Petizione per Laurence Maxwell e gli 11 detenuti politici del #20NOVMX

I reportage su Carmilla:

  1. 1. La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica
  2. Il Messico e Ayotzinapa gridano: 43 con vida ya!
  3. Benvenuti in Messico: desaparecidos e morti di #Ayotzinapa #Fueelestado
  4. Due mesi dopo la strage: le vene aperte del Messico e #Ayotzinapa

Ultime narrazioni di Andrea Spotti su Radio Onda d’Urto:

  1. 1. Messico, un 20 novembre di lotta e repressione
  2. Ayotzinapa Somos Todos: IV giornata di Azione Globale

Due documentari di Vice:

Prima parte: The missing 43: Mexico’s disappeared students

Seconda Parte: The search continues: Mexico’s desappeared students

Altri Link Utili:

GlobalProject – Cronaca della IV Giornata Globale per Ayotzinapa e altri articoli

A cosa sono servite per ora le proteste: Infografica

Radiografia delle organizzazioni criminali nel Guerrero

Video dell’intervento della deputata Heinke Hänsel al parlamento tedesco su Ayotzinapa e i Messico.

Video Sgombero Zocalo di Eje Central

https://www.youtube.com/watch?v=2eEOJIkllb0

Video Sgombero by Subversiones

https://www.youtube.com/watch?v=rz3ygBi0qcc

Video IV Jornada de Acción Global Ayotzinapa 20 novembre 2014 di Subversiones

https://www.youtube.com/watch?v=xh96O6pMIC4

 guerrero ayotzinapa crac7

¿Adónde van los desaparecidos?
Busca en el agua y en los matorrales.
¿Y por qué es que se desaparecen?
Porque no todos somos iguales.
¿Y cuándo vuelve el desaparecido?
Cada vez que los trae el pensamiento.
¿Cómo se le habla al desaparecido?
Con la emoción apretando por dentro.”

Da “Desaparecidos” di Rubén Blades

Appello per la liberazione di Laurence Maxwell e gli altri detenuti del 20 novembre in Messico

Raccolta firme per i detenuti e per lo studente cileno Laurence Maxwell, arrestati ingiustamente dalla polizia messicana il 20 novembre

La repressione della IV Giornata Globale per Ayotzinapa

Laurence “Moro” Maxwell in questo momento si trova in stato di arresto e in isolamento nel carcere di alta sicurezza di Veracruz, Messico.

Laurence è cileno, studente di dottorato in letteratura ispanica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico ed è stato arrestato il 20 di novembre durante una delle enormi manifestazioni convocate dai famigliari dei 43 studenti desaparecidos a Iguala.

Al momento del suo arresto sua detenzione, Laurence si trovava a bordo della sua bicicletta nel centro storico, quando è stato raggiunto da una folla di manifestanti che scappavano dalla polizia, venendo fermato, picchiato dagli agenti e portato alla Sottoprocura Specializzata in Indagini di Delinquenza Organizzata (SEIDO), nell’unità dei reati terroristici di competenza federale a Città del Messico.

La situazione è preoccupante poiché Laurence è stato accusato ingiustificatamente, nell’ambito di una politica di criminalizzazione della protesta sociale, di “terrorismo”, “tentato omicidio”, “radunata sediziosa” e “associazione a delinquere”, e ciò solamente per essersi trovato in quel posto in quel momento.

Questi delitti, imputati falsamente e di cui non esiste nessun tipo di prova, sono di estremamente gravi. Il processo di arresto è stato compiuto in maniera irregolare, senza il rispetto dei suoi diritti fondamentali.

Facciamo appello affinché questa notizia sia diffusa, e chiediamo aiuto per metterci in contatto con organizzazioni internazionali che possano appoggiare Laurence nelle prossime tappe del processo che saranno difficili e delicate.

Inoltre chiediamo di sostenere e diffondere questa petizione affinché Laurence “Moro” Maxwell non diventi vittima di una montatura giudiziaria.

Primi Firmatari Italiani:

Alberto Prunetti, traduttore

Fabrizio Lorusso, giornalista e professore

Filippo Casaccia, autore TV

Francesca Gargallo Celentani, scrittrice

Dott. Franco Pezzini, redattore giuridico e saggista

Gian Domenico Maccentelli, operatore socio-sanitario e internazionalista

Girolamo De Michele, professore

Lella Costa, attrice

Lorenza Ghinelli, scrittrice

Luca Jourdan, professore all’Alma Mater Studiorum, Universita’ di Bologna

Marilù Oliva  insegnante

Mauro Baldrati, giornalista e scrittore

Raffaele Laudani, professore all’Alma Mater Studiorum, Universita’ di Bologna

Sandro Mezzadra, professore all’Alma Mater Studiorum, Universita’ di Bologna

Sandro Moiso, giornalista e scrittore militante

Valerio Evangelisti, scrittore

Vittorio Agnoletto, medico, già parlamentare europeo, attivista di CostituizioneBeni Comuni

 Link per firmare l’appello per Laurence e gli altri prigionieri

Link ai fatti della IV Giornata Globale per Ayotzinapa

Adesioni: https://secure.avaaz.org/es/petition/Gobierno_mexicano_Procuraduria_General_de_la_Republica_de_Mexico_Liberacion_de_Laurence_Maxwell/?szwIzdb

firme ayotzinapa

Le ragazze del porno: voci fuori dal coro

Chi sono le ragazze del porno? Sono un progetto. Per fare che? Per la realizzazione di alcuni cortometraggi. Ma chi sono? Donne, attrici, artiste, tra i 25 e i 75 anni. Di dove sono? Varie città d’Italia. Ne parla un articolo su KLP Teatro del giornalista Giacomo D’Alelio, anche lui, come me, smarrito da un po’ nelle lande messicane. Ne riprendo una parte, ma prima azzardo un commento. Si tratta di un interessante progetto cinematografico che prova a offrire punti di vista e proiezioni al di là degli stereotipi e le chiusure di una società fondamentalmente sessista e maschilista come la nostra. Una società che rispetto ad alcune realtà latino-americane come Città del Messico, l’Argentina o l’Uruguay, è rimasta ferma per quanto riguarda i diritti civili, il dibattito sulla regolazione delle droghe leggere, l’eutanasia. Sono solo alcuni esempi in una società che appare statica, soprattutto se vista dall’estero, e in cui la morale pubblica e la privata si tirano i capelli una con l’altra, il cattolicesimo impregna menti e istituzioni e la politica si mostra incoerente e ipocrita. Il progetto s’intitola “Le ragazze del porno” ed è portato avanti da alcune attrici e autrici italiane. Lascio quindi la parola alla descrizione dell’iniziativa e a una breve intervista a una di loro. Cito dall’articolo di D’Alelio:

“La scintilla l’ha lanciata la scrittrice Tiziana Lo Porto, che tempo fa, sulla rivista “Mezzocielo”, parlava dei loro intenti: ”Le ragazze del porno sono un gruppo di registe, tutte donne, tutte italiane, che da un po’ di tempo lavorano a un progetto di film pornoerotici. L’idea è nata un paio di anni fa, mentre scrivevo di un progetto di porno al femminile messo in piedi in Svezia da una regista indipendente, Mia Engberg, diventato un bellissimo film di corti che si chiama “Dirty Diaries” e che ha avuto una felice distribuzione ovunque nel mondo tranne che in Italia. Mia Engberg, che per il suo “Dirty Diaries” ha avuto un finanziamento di 50mila euro dallo Svenska Filminstituten, l’organizzazione che eroga finanziamenti statali per la produzione, distribuzione e proiezione pubblica dei film svedesi, ha anche scritto un manifesto bellissimo”. 

Finanziamenti statali… In Italia sembra lontano un tale obiettivo, e proprio per questo da marzo hanno attivato un sistema di crowdfunding (LINK) per poter girare i primi tre segmenti del film (dal titolo provvisorio “My Sex”): “Seratina” diAnna Negri, “Queen Kong” di Monica Stambrini e “Mano di velluto” di Regina Orioli. Le altre voci (fuori) dal coro sono quelle di Mara Chiaretti, Titta Cosetta Raccagni, Lidia Ravviso, Emanuela Rossi, Slavina e Roberta Torre. Ma sono coinvolte anche le ragazze di Industria Indipendente, Erika Z. Galli e Martina Ruggeri, che avevamo conosciuto al Valle Occupato per lo spettacolo “È tutta colpa delle madri” e recentemente tra i protagonisti della riapertura del Rialto Sant’Ambrogio a Roma. Ma che ora troviamo in tutt’altra veste: “Realizzeremo un corto il cui titolo sarà ‘Più di ogni altra cosa al mondo vorrei’. Non vogliamo dire altro al momento perché siamo nelle ultime fasi di scrittura”.

Erotismo e pornografia si sono sdoganati in diversi ambiti della società e della cultura, ma la morale convenzionale e i luoghi comuni sono duri a morire. Per esempio nell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, istituzione pubblica dipendente dal Ministero degli Affari Esteri, è stato sospeso un evento, proprio il giorno prima della sua realizzazione, che aveva per titolo “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media”. Era la presentazione del libro, critico e sociale, sulla Pornocultura dello scrittore messicano Naief Yehya che ha lamentato su FaceBook la cancellazione dell’evento sostenendo che l’Istituto “ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta.Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento”.

Dulcis in fundo riporto alcuni commenti ripresi dalla rete sul progetto delle “Ragazze del Porno” che hanno un tono tra il misogino e il moralista e confermano perfettamente i commenti di cui sopra.

Prendiamo allora a larghe manate e subito alcuni dei commenti apparsi in rete alla notizia di questo progetto pornoerotico:

“Che schifo. È un declino morale della società perversa, in cui i valori adeguati e virtù non sussistono”.

“Gesù bambino piange e gli fa male il cuore quando legge di cose brutte brutte come la pornografia”.

“Povere donne!”

“Brave donne continuate a copiare tutti i vizi degli uomini (ovviamente dei più ignoranti) così sarete sempre più uguali a loro e sempre più prese in giro. Complimenti! Ma non sapete proprio ragionare con la vostra testa?… Però, chiedo scusa. non mi riferisco a tutte le donne, perché la maggior parte hanno altro cui pensare, ma solo a queste poverette che cercano così un po’ di visibilità senza sforzare troppo il loro ‘cervelletto’. Io sono donna ma mi vergogno sempre quando leggo certe cose”.

“Benvenute…”

“Al circo della pornografia… è l’ultima stazione prima di Salò e le 120 giornate di Sodoma (p.s. lo avete già visto? Ve lo consiglio). Confondere il desiderio con la pulsione dell’adrenalina è un errore fatale… prima della definitiva sconfitta”.

L’intervista alle attrici e altri dettagli sono qui (link).

ragazze del porno 

Industria IndipendenteMartina Ruggeri ed Erika Z. Galli

Paramilitari in Chiapas contro gli zapatisti: fatti, contesto e comunicato di Marcos

Chiapas Escuelas-zapatistas

Un morto, José Luis Solís López, e quindici feriti tra gli zapatisti nel Caracol numero Uno, La Realidad, nel territorio del Municipio de Las Margaritas: questo il saldo dell’attacco di natura paramilitare del 2 maggio scorso ai danni delle BAEZLN (Basi d’Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas. S’è trattato di un’imboscata, non di uno “scontro tra fazioni armate”, come inizialmente avevano riportato i media nazionali e stranieri basandosi su informazioni ufficiali e tendenziose. Secondo il comunicato degli zapatisti del 5 maggio e il bollettino del centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) il 2 maggio, alle 18:30, 68 aderenti alle basi zapatiste, disarmati, sono stati attaccati da circa 140 persone armate, militanti della CIOAC-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PAN (Partido Acción Nacional) e del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM). Tanto il governo statale del Chiapas, presieduto da Manuel Velasco, come quello municipale di Las Margaritas sono attualmente in mano a quest’ultimo partito che a livello nazionale è alleato del PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere, dopo 12 anni di governi del PAN, col presidente Enrique Peña Nieto nel dicembre 2012 (nella foto: Velasco e Peña).

Chiapas Manuel velasco peña nietoL’omicidio del votán, cioè del maestro della Escuelita zapatista José Luis Solís López, persona rispettata e in vista nella comunità, è un fatto gravissimo e infame. Il maestro è stato accerchiato e linciato da una ventina di soggetti armati, infine raggiunto da tre colpi, uno alla gamba, uno al torace e un colpo di grazia alla nuca, oltre che da bastonate e sferzate di machete. Poco prima dell’attacco, alcuni aggressori hanno tagliato i dotti che portano l’acqua alle comunità zapatiste del caracol e hanno distrutto la clinica comunitaria, la scuola, gli orti e alcuni veicoli di proprietà delle BAEZLN. L’informazione attendibile è arrivata col contagocce, alcuni giorni dopo l’aggressione. Alcuni media, come il quotidiano La Jornada e la rivista Proceso, hanno rettificato le versioni iniziali che, come spesso accade, parlavano di semplici conflitti tra indigeni o “intracomunitari” e di controversie legate ai trasporti e all’uso della ghiaia o della terra della comunità.

Nell’ultimo anno ci sono stati altri due agguati mortali contro gli zapatisti: Carlos Gómez Silvano, indigeno tzetzal, è stato freddato nel marzo 2014 con 23 colpi di pistola, e Juán Vázquez Gómez è stato assassinato a fine aprile 2013. Però, nel caso di Solís, conosciuto anche come “Galeano”, non s’è trattato di una “sortita”, ma di un’operazione più grande e pericolosa per la sopravvivenza della comunità, in quanto diretta e pianificata contro un maestro dell’Escuelita zapatista, proprio nel cuore del Caracol, e contro l’intero progetto autonomo, visto che sono state danneggiate le strutture della scuola, della clinica e i dotti dell’acqua. Ancor più grave è il fatto che, a pochi metri dalla zona dell’attentato, con la mediazione di due rappresentanti del centro Frayba per i diritti umani, si stessero concludendo degli accordi proprio tra la CIOAC e gli zapatisti.

L’8 maggio il Subcomandante Insurgente Marcos ha firmato un comunicato dell’EZLNintitolato “El dolor y la rabia” in cui si legge che Galeano

non è caduto nell’imboscata, è stato circondato da 15 o 20 paramilitari (sì, lo sono, le loro tattiche sono di tipo paramilitare); il compagno Galeano li ha sfidati a battersi a mani nude, senza armi da fuoco; lo hanno bastonato e lui saltava da una parte all’altra schivando i colpi e disarmando i suoi rivali”. E continua: “Vedendo che non ce l facevano contro di lui, gli hanno sparato un colpo alla gamba tirandolo giù. Dopo questo, la barbarie: gli sono piombati addosso, picchiandolo e colpendolo col machete. Un’altro proiettile nel petto l’ha  reso moribondo. Hanno continuato a colpirlo. Vedendo che ancora respirava, un codardo gli ha sparato alla testa”. Infine “il suo corpo è stato trascinato per 80 metri dai suoi assassini e l’hanno lasciato lì. E’ rimasto solo il compagno Galeano. Il suo corpo buttato in mezzo a quelle che prima fu la terra dell’accampata di uomini e donne provenienti da tutto il mondo che arrivavano al cosiddetto ‘accampamento di pace’ a La Realidad. E furono le compagne, le donne zapatiste de La Realidad quelle che hanno sfidato la paura e sono andate a ritirare il corpo”.

Qual è l’antefatto? Il 16 marzo alcuni appartenenti alla componente “Histórica” della CIOAC, una corrente dell’associazione rurale legata al PRD (Partido Revolución Democrática) e diversa dalla corrente “Democrática” o “Independiente”, risultata da una scissione e vincolata al Partido Verde, hanno bloccato e sequestrato presso il Municipio Autonomo General Emiliano Zapata un camioncino delle BAEZLN, pieno di medicine destinate alle comunità, che veniva utilizzato per le campagne per la salute degli zapatisti. La CIOAC è stata aiutata anche da membri del PAN e del Verde. Il pretesto per impossessarsi della camionetta e mantenerla sotto sequestro presso la casa ejidal, sede del potere di controllo sull’ejido, un territorio gestito come proprietà comune nel municipio de Las Margaritas, era piuttosto subdolo: secondo la Central “CIOAC” il furto del camioncino e del suo contenuto era la risposta a una presunta appropriazione indebita di ghiaia da parte degli zapatisti. In realtà il materiale da costruzione usato dagli zapatisti de La Realidad è adibito ad uso comune con gli altri gruppi della zona e non ha, quindi, un “proprietario”. Men che meno ne decidono le sorti le autorità municipali ufficiali o quelle dell’ejido, legate rispettivamente al PVEM e alla CIOAC-H(istórica).

Chiapas mural zapatistaDopo due tentativi frustrati da quest’ultima, finalmente il primo maggio comincia un dialogo per la risoluzione del problema tra i delegati della Central, Alfredo Cruz e Roberto Alfaro, e quelli delle BAEZLN, tra cui c’è anche “Galeano”, la vittima degli attentati del giorno seguente, e due garanti del Frayba. Il dialogo diventa una “riunione permanente” e, dopo alcune ore di stallo, il delegato Cruz propone l’intervento dell’ex deputato federale del PRD Luís Hernández, dirigente della CIOAC in Chiapas, e abbandona più volte l’incontro per contattare i suoi superiori. Il 2 maggio si presentano 15 militanti della Central davanti alla casa della Giunta del Buon Governo, sede del governo autonomo zapatista in cui si svolgevano le negoziazioni, per intimare agli zapatisti la “liberazione” di un presunto ostaggio, Roberto Alfaro. E’ una provocazione bella e buona. Alfaro, però, smentisce ai suoi d’essere stato rapito e integra i “15” nel dialogo. Ciononostante, verso le sei e mezza di sera circa 140 militanti di PVEM, PAN e CIOAC-H, armati di pistole, fucili, machete, bastoni e pietre, entrano nel municipio, intercettano e attaccano violentemente una settantina di zapatisti che, nel frattempo, erano arrivati da fuori alla Realidad per svolgere alcuni lavori comunitari. Vero le otto e mezza gli zapatisti del caracol e quelli che stavano dialogando presso la Giunta del Buon Governo accorrono per evitare la distruzione della scuola e della clinica e poi in difesa delle basi attaccate, ma sono aggrediti a loro volta.

Chiapas jbg-oventicViene ucciso brutalmente “Galeano” e ci sono 15 feriti. Appare chiaramente la volontà punitiva degli aggressori nell’ambito di un’operazione pianificata. E infatti, riporta il comunicato di Marcos che “una donna deicontras [gruppi anti-zapatisti] ha raccontato che è stato pianificato e che di per sé il piano era ‘fottere’ Galeano”. Il 5 maggio il governo del Chiapas sostiene di aver arrestato cinque persone, che sono state interrogate e rilasciate dopo alcune ore, ma di queste solamente una è stata riconosciuta come facente parte della CIOAC dalla Giunta del Buon Governo del Caracol Uno. Le basi zapatiste hanno deciso di lasciare alla Comandancia dell’EZ la responsabilità d’indagare e fare giustizia su questo caso. Spiega il Sub-Marcos:

La CIOAC-Histórica, la sua rivale CIOAC-Independiente e altre organizzazioni ‘contadine’ come la ORCAO, ORUGA, URPA a altre, vivono della provocazione di scontri. Sanno che provocare problemi nelle comunità dove abbiamo presenza piace ai governi. E che sono soliti premiare con progetti e grosse mazzette di banconote per i dirigenti i danni che ci causano. Secondo le parole di un funzionario del governo di Manuel Velasco: “ci conviene di più che gli zapatisti siano occupati da problemi creati artificialmente piuttosto che si mettano a fare attività a cui arrivano ‘güeros‘ [biondi, stranieri] da ogni dove”. Ha detto proprio così ‘güeros’. Sì, è comico che così s’esprima il servitore di un ‘güero’. Ogni volta che i leader di queste organizzazioni “contadine” vedono diminuire il proprio budget per colpa delle abbuffate che si fanno, organizzano un problema e vanno dal governo del Chiapas affinché li paghi per “calmarsi”. Questo “modus vivendi” di dirigenti che nemmeno sanno distinguere tra “sabbia” e “ghiaia” è iniziato con il priista e è stato ripreso dal lopezobradorista [seguace dell’ex candidato presidenziale López Obrador] Juan Sabines e si mantiene con l’auto-nominato verde ecologista Manuel “el güero” Velasco”.

Andando oltre i precedenti e i fatti dell’uno e due maggio, è importante menzionare alcuni elementi che aiutano a chiarire i motivi e il contesto di quest’aggressione:

  • Non si tratta di un conflitto intracomunitario o di una guerra che ogni tanto torna ad apparire, magari per “futili motivi”, come in un primo momento i mass media avevano riportato, facendo ampio uso di fonti ufficiali prive di contesto e di fonti della CIOAC, secondo una strategia mediatica ormai nota e oliata;
  • Non si tratta nemmeno di un “enfrentamiento”, di uno scontro, come si leggeva nei primi articoli pubblicati in Messico, ma di un attacco per cui solo da una parte si contano morti e feriti;
  • I mezzi di comunicazione autonomi e indipendenti si sono attivati piuttosto tardi rispetto almainstream, il che ha dato adito a speculazioni che poi piano piano sono rientrate anche grazie alla nota emessa dal Frayba;
  • L’attacco è stato portato a termine nonostante la presenza dei difensori dei diritti umani del Frayba nella località, anzi proprio durante la fase finale delle negoziazioni per un caso, quello dell’uso comune della ghiaia e del furto/sequestro di un veicolo zapatista che era usato per altri fini, che appare anch’esso una provocazione, lanciata per suscitare una reazione, magari violenta, delle BAEZLN che, però, non c’è stata;
  • Tanto la CIOAC “histórica” come quella “democrática”, nonostante le loro origini popolari e contadine negli anni sessanta e alla loro immagine “progressista”, agiscono con metodi e strategie di tipo paramilitare, sono organiche ai partiti, vi si legano per ottenere favori, protezioni e quote di potere locale e nazionale, e compongono così gli ingranaggi di un meccanismo o di una strategia più ampia di controinsurrezione e repressione dell’esperienza dell’autonomia in Chiapas;
  • Come documentò il Frayba, organismo per la difesa dei diritti umani presieduto dal vescovo di Saltillo, Raúl Vera, fu proprio la CIOAC ad attaccare le BAEZLN poche settimane fa, lo scorso 30 gennaio, malgrado avessero sottoscritto un compromesso di “non belligeranza” nel novembre 2013: 300 persone della Central, armate di pietre e bastoni, aggredirono gli zapatisti del Caracol di Morelia, nel Municipio Autonomo XVII de Noviembre, e il saldo fu di sei feriti di cui due molto gravi;
  • Quello contro Solís López è il terzo agguato mortale in un anno, ma c’è stata un’escalation della tipologia delle azioni e degli obiettivi (il colpo di grazia, l’interruzione di un dialogo-negoziato, la penetrazione nel cuore della comunità, la numerosità dei gruppi, la visibilità della vittima), probabilmente (ma non solo) per via del “risveglio” zapatista in seguito alla marcia silenziosa dei 40.000, per ricordare la strage di Acteal nel dicembre 2012, alla serie di comunicati del Subcomandante Marcos o Delegado Cero e alla riattivazione delle reti di solidarietà internazionale e nazionale promossa dall’EZ nel 2013 con l’iniziativa delle “Escuelitas Zapatistas para la Libertad según los y la Zapatistas” che ha riportato in Chiapas migliaia di compagni, attivisti e simpatizzanti in un nuovo processo di avvicinamento e diffusione della filosofia e della prassi dell’autonomia zapatista;
  • Altre possibili spiegazioni dell’inasprimento repressivo: (a) boicottare l’evento organizzato da CIDECI-UNITIERRA-Chiapas e dai collettivi di alunni delle Escuelitas, con la partecipazione dell’EZ, che è previsto dal 2 all’8 giugno a San Cristobal de las Casas e che prevede un tributo a Luis Villoro Toranzo e un seminario con intellettuali e militanti invitati da tutto il mondo intitolato “Etica frente al despojo” (“Etica di fronte alla spoliazione”); (b) far fallire l’incontro degli zapatisti nel Cogresso Nazionale Indigena con i popoli originari del Messico e del mondo e le loro organizzazioni, previsto dal 26 al 31 maggio e ora sospeso, come spiega il comunicato dell’8 maggio; (c) spingere la Comandancia o le basi a una reazione che giustifichi nuovi attacchi; (d) il contesto nazionale delle “riforme strutturali”, specialmente della riforma energetica che, dopo l’approvazione delle modifiche costituzionali, sta per essere recepita con delle leggi ordinarie e aprirà fortemente il settore energetico, insieme ad altri, agli investimenti stranieri per cui, un territorio ricco di risorse energetiche, minerarie, turistiche e di biodiversità come il Chiapas sarà più ambito di quanto non lo sia già stato in passato;
  • l’EZLN è sotto attacco da sempre e non è mai stato in silenzio, ha sempre denunciato sul web, con comunicati, coi mezzi a propria disposizione e tramite le sue reti, la politica di persecuzione e repressione che, con diverse intensità a seconda del momento politico, economico e storico, ha colpito le sue basi, la Comandancia e gli aderenti alla Sexta Declaración de la Selva Lacadona, soprattutto in Messico.

Questi passaggi del comunicato del Sub Marcos aiutano a capire meglio la situazione e mostra alcuni risultati preliminari dell’indagine della Comandancia:

“I primi risultati delle indagini, così come le informazioni che ci giungono, non lasciano adito a dubbi: 1. S’è trattato d’una aggressione pianificata, organizzata militarmente e portata a termine in malafede, premeditazione e vantaggio. Ed è un’aggressione inserita in un clima creato e foraggiato dall’alto. 2. Sono implicate le direzioni della cosiddetta CIOAC-Histórica, del Partido Verde Ecologista (nome con cui il PRI governa nel Chiapas), il PAN e il PRI. 3. E’ implicato almeno il governo dello stato del Chiapas. E’ da determinare il grado di coinvolgimento del governo federale. Riassumendo: non s’è trattato di un problema della comunità, dove due bandi s’affrontano infuriati dalla situazione. E’ stata una cosa pianificata: primo, la provocazione con la distruzione della scuola e della clinica, sapendo che i nostri compagni non avevano armi da fuoco, e che sarebbero andati a difendere ciò che umilmente avevano costruito con il loro sforzo; poi, le posizioni che hanno preso gli aggressori, prevedendo la strada che avrebbero seguito dal caracol alla scuola; e alla fine il fuoco incrociato contro i nostri compagni”.

“Ora sono arrivate informazioni su una riunione dei dirigenti della CIOAC-Histórica. I dirigenti dicono letteralmente: “con l’EZLN non si può negoziare coi soldi. Ma, una volta arrestati tutti quelli compaiono sul giornale, che li rinchiudano 4 o 5 anni, dopo che s’è calmato il problema, si può negoziare col governo per la loro liberazione”. Un altro aggiunge: “o possiamo dire che c’è stato un morto tra i nostri e così c’è un pareggio di un morto per ciascuno de bandi, e che si calmino gli zapatisti. Ce lo inventiamo che è morto o lo ammazziamo noi stessi e così resta risolto il problema”.

Il comunicato conclude citando il modello della strage di Acteal del 1997 che “dall’alto comincia ad essere incoraggiato”, dato che i media hanno parlato di “un conflitto intracomunitario per un cumulo di sabbia”. E aggiunge: “Così continua la militarizzazione, il vociare isterico della stampa addomesticata, le simulazioni, le menzogne, la persecuzione. Non è gratuito che lì ci stia proprio il vecchio Chuayffet [attuale ministro dell’istruzione ed ex ministro degli interni 1995-1998], adesso con zelanti alunni nel governo del Chiapas e nelle organizzazioni ‘contadine’”. Infine l’EZ, per decisione del Subcomandante Insurgente Moisés, ha annunciato che “le attività pubbliche di maggio e giugno sono state sospese per un tempo indefinito, così come i corsi della libertà secondo gli/le zapatisti/e”, delle Escuelitas.

I Link
Messaggi di solidarietà con le comunità zapatiste da tutto il mondo: QUI
Andrea Spotti racconta i dettagli dell’aggressione su Radio Onda d’Urto: QUI
Comunicato dell’8 maggio Subcomandante Marcos/EZLN: QUI
Audio in spagnolo di Radio Zapatista e altri link utili: QUI
Comunicato originale della Giunta del Buon Governo La Realidad: QUI
Analisi sui media, la CIOAC e la strategia controinsurrezionale: QUI
Articolo sulla Escuelita in spagnolo, La Jornada: QUI
Comunicato eventi 26-31 maggio e 2-8 giugno e passi successivi dell’EZLN: QUI

Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

NO all’Italia in svendita: Poveglia per tutti 99euroX99anni

Poveglia

Forse avete già sentito parlare di  Poveglia: è un’isola della laguna di Venezia, ricca di storia, di enigmi (potrebbe essere il luogo di sepoltura del Giorgione), di leggende e misteri, che il demanio ha messo all’asta per finanziare l’abolizione dell’IMU. Altre isole sono già state vendute e sono diventate private, in alcuni casi acquistate da gruppi alberghieri. In questo caso i veneziani insieme a molte persone a cui sta a cuore la sorte di questa città hanno voluto fare qualcosa di nuovo per impedire questa ennesima vendita: unirsi in associazione e partecipare all’asta per l’assegnazione.
La notizia in Italia fatica, salvo poche eccezioni (qui e qui) ad uscire dall’ambito della stampa locale; fuori dall’Italia, ne hanno scritto  Time Público Le Point The Indipendent.
99 euro per 99 anni è stato lo slogan della campagna di sottoscrizione all’associazionePovegliaPerTutti e in appena tre settimane sono state raccolte alcune migliaia di adesioni.
Qui di seguito riportiamo il testo dell’appello Poveglia 99 eurox99 anni, che può essere sottoscritto  qui, un articolo scritto da Tomaso Montanari, che da tempo si batte in difesa del patrimonio cuulturale italiano, e un video girato da Robin Saikia.

L’isola di Poveglia, antica città nella città, è oggi messa all’asta dal demanio. Potevamo semplicemente assistere all’ennesima svendita di un’isola a qualche albergatore internazionale, o tentare almeno una sortita, un progetto.

È per questo che vogliamo provarci: prendere in concessione Poveglia per 99 anni. Vogliamo che rimanga pubblica, aperta, ad uso di tutti. Se ti piace questa idea ti chiediamo di associarti a noi con 99 euro. Se la nostra offerta al demanio sarà la migliore, la comunità dei sottoscrittori, riunita nell’associazione ‘Poveglia’, gestirà democraticamente, a fini pubblici, l’isola. Perciò ci siamo dati dei paletti, un progetto di massima, a cui ti chiediamo di aderire e migliorare con le tue idee.

Quattro i punti fondanti, la carta costituzionale di questo progetto:

1. La parte verde dell’isola sarà dedicata a parco pubblico liberamente accessibile e gratuito, e ad orti urbani.

2. La parte edificata dell’isola, che può produrre utili -le cui caratteristiche e limiti etici decideremo insieme, in coerenza con questi punti fondanti- servirà a ripagare i costi di gestione della parte pubblica.

3. La gestione dell’isola sarà no-profit ed eco-sostenibile. Tutti gli utili saranno quindi reinvestiti sull’isola stessa.

4. Qualora dovessimo vincere l’asta, la quota sottoscritta darà diritto a partecipare equamente alle decisioni sulle sorti di Poveglia ma non è, e non sarà da intendersi in futuro, come forma di partecipazione agli utili, né quota azionaria, né fonte di privilegio alcuno per nessun associato.

Oggi perciò ti chiediamo 19 euro per una tessera di iscrizione all’associazione (che andrà a ripagare le spese di registrazione della stessa, del conto corrente, di partecipazione al bando di concessione, ecc) ed una quota di sottoscrizione straordinaria di almeno 80 euro. Qualora, ahinoi, non dovessimo vincere l’asta, al momento del rientro del deposito cauzionale la quota di sottoscrizione straordinaria verrà restituita ai soci.

Si tratta di una sfida. Metterci insieme per riprenderci un pezzo di città e gestirlo a fini pubblici.

Vogliamo provarci. Non lasciare che tutta la laguna, pezzo a pezzo, diventi un unico centro alberghiero di lusso.

Sottoscrivi la tua quota. 99 anni di Poveglia libera a 99 euro.
Un affare utopico.

Italia (s)vendesi. Come sempre
di Tomaso Montanari (“Il Fatto Quotidiano”, 12 ottobre 2013)

italia_vendesiNon potrebbe esserci situazione più simbolica: per non intaccare la ricchezza privata si aggredisce la ricchezza pubblica, per non far pagare l’Imu nemmeno ai milionari si svendono gli immobili che appartengono a tutti, e dunque anche a chi non ha nemmeno una casa propria. Come sempre quando si tratta di raschiare il fondo del barile, anche il governo Letta lancia la vendita del patrimonio immobiliare pubblico: case, palazzi, castelli e caserme del popolo italiano saranno offerti in vendita a privati e a imprese, italiani o stranieri poco importa. Ci si aspetta di tirar su 2 miliardi di euro da un lotto che comprende un’isola della Laguna di Venezia, un castello medioevale nel Viterbese, ville storiche a Monza come a Ercolano e molto altro. Ci sono molte ragioni per cui questa scelta appare profondamente sbagliata: alcune sono pratiche, altre di principio. Le prime riguardano la congiuntura economica. Perché lo Stato dovrebbe fare ciò che nessuno di noi farebbe volentieri: e cioè vendere in un momento in cui il mercato immobiliare è in ribasso? Non si rischia così di svendere i beni di tutti, magari avvantaggiando la speculazione dei soliti noti? E non sarebbe meglio – parlo degli immobili non storici e non di pregio – affittarli? Magari non a enti pubblici, secondo il percorso perverso per cui non di rado lo Stato vende i beni che ospitano alcune sue istituzioni (per esempio le università), le quali sono poi costrette a pagare l’affitto ai nuovi padroni privati.

Ma, ammesso e non concesso che si riesca a vendere questo patrimonio a prezzi non iugulatori, siamo proprio sicuri che sia meglio monetizzarlo, e cioè esporne i proventi alle altalene di un mercato finanziario che potrebbe farli evaporare in un batter d’occhio, vanificando così il sacrificio di tutti noi? Già, perché l’endemica assenza di consapevolezza circa il fatto che “lo Stato siamo noi”rischia di farci dimenticare che vendendo questa riserva pubblica impoveriamo non solo noi stessi, ma le generazioni future, che ovviamente non hanno alcuna voce in capitolo nelle nostre scelte. Come ha efficacemente scritto Ugo Mattei (in Contro riforme): “In Italia il maggiordomo assunto a termine (la maggioranza del momento) ha il potere di vendere il patrimonio di famiglia (appartenente alla collettività dei cittadini) trasferendolo sottocosto ad attori privati amici e compensando profumatamente le banche d’affari che gestiscono tali ‘cartolarizzazioni’.

Questo vero e proprio saccheggio è stato esercitato in modo rigorosamente bipartisan da governi tecnici e riformisti, tutti preda senza alcuna distinzione degli stessi poteri forti di cui gran parte dei ministri è consulente, o comunque a libro paga”. E il fatto che questa operazione di ulteriore smantellamento della ricchezza pubblica venga affidata alla Cassa Depositi e Prestiti diretta da Franco Bassanini, tra i principali artefici del massacro della Pubblica amministrazione, non fa che confermare l’analisi di Mattei. Oltre al danno patrimoniale, le svendite decise dal governo Letta rischiano di provocarne altri sul piano culturale e sociale. Nelle ultime settimane il comitato di redazione del Corriere della Sera ha pubblicato una serie di comunicati sindacali dedicati alla possibile vendita della storica sede di via Solferino. In uno di essi (25 settembre) si legge che la Rizzoli non è nelle condizioni di Antonio, il Mercante di Venezia di Shakespeare che è costretto a dare in pegno all’usuraio Shylock una libbra della propria carne. Ed è per questo che i giornalisti del Corriere credono che non sia giusto “fare cassa svendendo il patrimonio storico e un pezzo dell’identità del gruppo (libbra di carne)”.

Se questa sacrosanta considerazione vale per il Corriere , essa deve valere a maggior ragione per la Repubblica italiana, che ha messo il patrimonio storico e artistico tra i propri principi fondamentali. Gli immobili pubblici, infine, sono una straordinaria riserva di democrazia,partecipazione e coesione sociali. Nelle nostre città c’è un enorme bisogno di restituire alla gestione diretta dei cittadini gli spazi improduttivi, e dunque sottratti a ogni forma di utilità sociale. Se questo vale, a rigor di Costituzione, addirittura per gli spazi privati, cosa dovremmo dire di quelli che appartengono a tutti noi? L’occupazione del Teatro Valle a Roma, del Teatro Rossi e del Colorificio a Pisa, dell’Asilo Filangieri a Napoli e moltissime altre sono lì a testimoniare la fame di spazi pubblici da rimettere al servizio della comunità. Moltissimi dei nostri archivi e delle nostre biblioteche non hanno spazio, e molti dei nostri musei dovrebbero potersi espandere. E molti degli immobili pubblici comunque a ciò non adatti potrebbero essere piuttosto affittati, a prezzi sociali, a cooperative di giovani pronti a impiantarvi delle attività imprenditoriali. Insomma, solo un cieco o un affarista non vede il potenziale democratico e sociale di un patrimonio che a tutto dovrebbe servire tranne che ad arricchire la speculazione. (Da CarmillaOnLine)

Istituti Italiani all’Estero e in Messico: Interrogazione Parlamentare

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Il 12 marzo 2014 c’è stata un’interrogazione parlamentare, presentata da Emanuele Scagliusi (M5S), che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una lunga serie di irregolarità, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Mi pare si tratti di un passo avanti nella segnalazione di un problema enorme che ha per lo meno due teste mostruose e insidiose:una è il precariato, in particolare quello dei docenti di Lingua Straniera o Seconda che sono bistrattati e poco riconosciuti professionalmente sia in Italia che fuori, e l’altra è rappresentata dagli sprechi e gli abusi del MAE (Ministero Affari Esteri) nelle sedi degli Istituti Italiani all’Estero. Basta leggere il testo dell’interrogazione per rendersi conto di realtà così lontane geograficamente ma anche vicine per i vizi e gli abusi che lì si riproducono, più profondi che in Italia, visto il lassismo dei controlli e il potere quasi assoluto che esercitano i funzionari/burocrati italiani all’estero: clientelismi, mini-parentopoli, precariato docente, lavoro nero, guai contabili, mobbing, stipendi d’oro, poca meritocrazia. Insomma, la lista è lunga. Affinché non passi in sordina la segnalazione, perché in questo consiste un’interrogazione di un cittadino e di un parlamentare al governo, riporto anche qui la notizia. Il caso messicano, tra l’altro, è emblematico, come visto in alcuni post dei mesi scorsi: link 1 – link 2.Hasta pronto.

Appello dei familiari dei quattro No Tav accusati di terrorismo

no-tavINTRO (si seguito l’appello) [Dice: l’incendio di un compressore è un atto terroristico. Dice che rischiano anni di galera: decine di anni. Terrorismo: perché hanno causato un “grave danno al paese”. Quegli altri, invece, dicono che sparare con fucili militari contro due pescatori inermi e ammazzarli non è terrorismo: due marò che causano la morte di due indiani di sicuro non sono un “grave danno al paese”, vuoi che siano due indiani? Di sicuro valgono meno di un compressore. E cercare l’anima a forza di botte fino a spezzare i manganelli su un ragazzo di Ferrara non è terrorismo, è “omicidio colposo”: sei mesi di galera e poi di nuovo in servizio. Quattro poliziotti che causano la morte di un ragazzo di sicuro non sono un “grave danno al paese”, vuoi che sia un ragazzo? Di sicuro vale meno di un compressore. Ci sono vite che valgono meno di un compressore, e vite che invece no. Le vite di Chiara, Niccolò, Mattia e Claudio, per noi, pesano quanto le montagne e le valli che difendono. Baissatz-vos montanhas, dice il canto degli occitani: come le montagne, anche le mura che ci negano questi compagni devono andar giù. Per questo pubblichiamo  quest’appello con la piena adesione dei redattori di Carmilla]

In queste settimane avete sentito parlare di loro. Sono le persone arrestate il 9 dicembre con l’accusa, tutta da dimostrare, di aver assaltato il cantiere Tav di Chiomonte. In quell’assalto è stato danneggiato un compressore, non c’è stato un solo ferito. Ma l’accusa è di terrorismo perché “in quel contesto” e con le loro azioni presunte “avrebbero potuto” creare panico nella popolazione e un grave danno al Paese. Quale? Un danno d’immagine. Ripetiamo: d’immagine. L’accusa si basa sulla potenzialità di quei comportamenti, ma non esistendo nel nostro ordinamento il reato di terrorismo colposo, l’imputazione è quella di terrorismo vero e volontario. Quello, per intenderci, a cui la memoria di tutti corre spontanea: le stragi degli anni 70 e 80, le bombe sui treni e nelle piazze e, di recente, in aeroporti, metropolitane, grattacieli. Il terrorismo contro persone ignare e inconsapevoli, che uccideva, che, appunto, terrorizzava l’intera popolazione. Al contrario i nostri figli, fratelli, sorelle hanno sempre avuto rispetto della vita degli altri. Sono persone generose, hanno idee, vogliono un mondo migliore e lottano per averlo. Si sono battuti contro ogni forma di razzismo, denunciando gli orrori nei Cie, per cui oggi ci si indigna, prima ancora che li scoprissero organi di stampa e opinione pubblica. Hanno creato spazi e momenti di confronto. Hanno scelto di difendere la vita di un territorio, non di terrorizzarne la popolazione. Tutti i valsusini ve lo diranno, come stanno continuando a fare attraverso i loro siti. È forse questa la popolazione che sarebbe terrorizzata? E può un compressore incendiato creare un grave danno al Paese?

Le persone arrestate stanno pagando lo scotto di un Paese in crisi di credibilità. Ed ecco allora che diventano all’improvviso terroristi per danno d’immagine con le stesse pene, pesantissime, di chi ha ucciso, di chi voleva uccidere. E’ un passaggio inaccettabile in una democrazia. Se vincesse questa tesi, da domani, chiunque contesterà una scelta fatta dall’alto potrebbe essere accusato delle stesse cose perché, in teoria, potrebbe mettere in cattiva luce il Paese, potrebbe essere accusato di provocare, potenzialmente, un danno d’immagine. E’ la libertà di tutti che è in pericolo. E non è una libertà da dare per scontata.

Per il reato di terrorismo non sono previsti gli arresti domiciliari ma la detenzione in regime di alta sicurezza che comporta l’isolamento, due ore d’aria al giorno, quattro ore di colloqui al mese. Le lettere tutte controllate, inviate alla procura, protocollate, arrivano a loro e a noi con estrema lentezza, oppure non arrivano affatto. Ora sono stati trasferiti in un altro carcere di Alta Sorveglianza, lontano dalla loro città di origine. Una distanza che li separa ancora di più dagli affetti delle loro famiglie e dei loro cari, con ulteriori incomprensibili vessazioni come la sospensione dei colloqui, il divieto di incontro e in alcuni casi l’isolamento totale. Tutto questo prima ancora di un processo, perché sono “pericolosi” grazie a un’interpretazione giudiziaria che non trova riscontro nei fatti.

Questa lettera si rivolge:

Ai giornali, alle Tv, ai mass media, perché recuperino il loro compito di informare, perché valutino tutti gli aspetti, perché trobino il coraggio di indignarsi di fronte al paradosso di una persona che rischia una condanna durissima non per aver trucidato qualcuno ma perché, secondo l’accusa, avrebbe danneggiato una macchina o sarebbe stato presente quando è stato fatto..

Agli intellettuali, perché facciano sentire la loro voce. Perché agiscano prima che il nostro Paese diventi un posto invivibile in cui chi si oppone, chi pensa che una grande opera debba servire ai cittadini e non a racimolare qualche spicciolo dall’Ue, sia considerato una ricchezza e non un terrorista.

Alla società intera e in particolare alle famiglie come le nostre che stanno crescendo con grande preoccupazione e fatica i propri figli in questo Paese, insegnando loro a non voltare lo sguardo, a restare vicini a chi è nel giusto e ha bisogno di noi.

Grazie.

I familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò

Mario González y la fábrica de culpables mexicana

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[Fabrizio Lorusso – VariopintoAlDía] El blog de solidaridad con el preso político Mario González, activista estudiantil condenado el 10 de enero pasado a 5 años y 9 meses de prisión por “ataque a la paz pública”, publicó un pronunciamiento el 8 de febrero e invitó a participar en el mitín de apoyo que se realizará durante su audiencia, el martes 11 de febrero a las 11 am, en calle Río de la Plata #48 (cerca de metro Sevilla).

El estudiante anarquista Mario González fue bajado de una camioneta y detenido por la policía, junto a un grupo de compañeros, de manera arbitraria el pasado 2 de octubre, antes de que se incorporara a la marcha de conmemoración de la matanza de Tlatelolco de 1968. La detención fue simplemente preventiva y los cargos fabricados, según explica su comité de apoyo. El caso de Mario ha despertado mucha solidaridad internacional y nacional, por lo cual se sumaron muchas organizaciones, colectivos e intelectuales como Noam Chomsky a las iniciativas de apoyo que constantemente se realizan en la Ciudad de México y en las redes sociales. Además del mitín del 11 de febrero, también se prevé una Jornada político-cultural el 13 de febrero en el CCH Azcapotzalco a partir de las 12.

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“Después de haber sido torturado, incomunicado y de que se le revocara la libertad bajo fianza, a la cual tenía derecho, Mario ha debido permanecer preso desde el 2 de octubre de 2013 hasta ahora, sin pruebas en su contra y sujeto a abusos de las autoridades penitenciarias”, detalla el mensaje del comité de apoyo para la libertad de González, pues en efecto todo el proceso se basa en testimonios contradictorios de oficiales de la policía quienes ni siquiera lo identificaron como autor de los hechos.

Mario mantuvo una huelga de hambre de 59 días como protesta contra su detención ilegal a partir del 8 de octubre. El 10 de enero, la juez Marcela Ángeles Arrieta emitió su condena, “bajo consigna y órdenes del gobierno del D.F.”, según el mensaje lanzado en el blog. Adrián Ramírez López, director de la Limeddh (Liga Mexicana para los Derechos Humanos) dijo en conferencia de prensa que el delito de “tentativa de ataques a la paz pública” no existe y por tanto, la acusación es una “aberración” del sistema jurídico.

La Limeddh anunció que interpondrá una denuncia penal ante la Procuraduría General de Justicia del Distrito Federal (PGJDF) contra del gobierno capitalino, cuya responsabilidad cae en Miguel Ángel Mancera, por los delitos de tortura: mantienen que los elementos de la policía dieron a Mario González descargas eléctricas en costillas y en la parte baja de la espalda del lado izquierdo, además de insultarlo y amenazarlo, y también lo golpearon en el rostro con la mano abierta, luego en las piernas y en el estómago. La descripción de los hechos por el Dr. Ramírez de la Limeddh igualmente detalla que después lo empujaron dentro de una patrulla con otras tres personas y les quitaron el teléfono. En el hospital cerca de General Anaya le revisaron el brazo, pues estaba muy hinchado, y como producto de la tortura reportó múltiples lesiones, principalmente en el brazo derecho (luxado) y la pierna izquierda. Sin embargo, estas lesiones no fueron certificadas por la autoridad ministerial, ni por la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal.

Carta de Mario González del 10 de febrero de 2014

Twitter @FabrizioLorusso