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El imperio del #management: #privatismo #americanización #neoliberalismo @RevistaMemoria

memoria2589de Fabrizio Lorusso [Revista Memoria, México, Número 258. Año 2016-2]

Ciertos conceptos regulan de una manera u otra nuestras vidas sin que nos demos cuenta. Cargados de ideología e historia, usos políticos e instrumentales, se van revelando en flashazos de lenta concienciación. “Privatismo” es uno de ellos. Viene del verbo privar; o sea, “excluir de algo”. Se relaciona con la esfera privada y una apropiación que culmina con el goce de la propiedad llamada, consecuentemente, “privada”. Es lo opuesto de lo común y público, del libre disfrute. Imágenes: el cerco, la valla, lo mío, las reservas. Enclosures, los primeros terrenos agrícolas en Inglaterra protegidos por alambres de púas y leyes sobre la propiedad. El liberalismo clásico del siglo XVIII. Lo inviolable que resultan un cajero o una vitrina versus lo violentado que es cualquier derecho humano en nuestra sociedad.  Continua a leggere

Relaciones Internacionales: Invitación a Publicar en #Revista #Entretextos de @IberoLeon #Convocatoria

entretextos-logo
Por medio de la presente le extiendo la invitación a enviar un artículo para su publicación en el número 27 (diciembre de 2017) de Entretextos, la revista principal de la Universidad Iberoamericana León (Guanajuato), cuyo tema central será el siguiente “Complejizar las Relaciones Internacionales: interdisciplinariedad y glocalidad”
 
Entretextos es una revista académica con ISSN, cuyos artículos son evaluados con el método de doble ciego, y ya se encuentra en la fase final del proceso de indexación en RedalycA la luz de sus competencias y campos de interés, considero que sería muy interesante para nosotros y para Usted poder presentar una propuesta según los lineamientos que indicamos a continuación. La convocatoria también está aquí-LINK.
Criterios básicos para los artículos:
Extensión: de 10 a 20 cuartillas (de 30mil a 60mil caracteres incluyendo espacios, notas, bibliografía, tablas, etc.)
Fecha de entrega: 30 de junio de 2017
Referencias: estilo APA
Idiomas: inglés o español, con resumen y palabras claves en los dos idiomas.
 
Tema de la convocatoria: Complejizar las Relaciones Internacionales: interdisciplinariedad y glorelazioni_internazionali_940calidad” – El reconocimiento del sistema internacional como una dimensión diferenciada del ámbito local/nacional plantea la necesidad de generar análisis y prospectivas que dejen de operar bajo parámetros y patrones tradicionales, focalizados al estudio del Estado. El aumento de la interdependencia entre diversos actores a nivel internacional demanda un abordaje de la política global como un fenómeno complejo, (des) localizado y difuso, que establece un reto práctico y académico para comprender las dinámicas sociales, políticas y económicas que caracterizan al fenómeno internacional actual. En este sentido, las Relaciones Internacionales, como disciplina y campo de estudio, demandan un abordaje interdisciplinario que dé cuenta de la manera en la que diversos actores, normas y discursos, se entretejen en un campo de creciente impermanencia y liquidez.
 
Para cualquier duda o aclaración y para enviar propuestas, le invitamos a comunicarse por correo con el Dr. Fabrizio Lorusso fabrizio.lorusso@iberoleon.mx  del Departamento de Ciencias Sociales y Humanidades de la Ibero León.

Articolo su #Neoliberalismo #Americanizzazione #Management #Potere sulla Rivista Il Ponte n. 5 Luglio 2016

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Segnalo l’uscita del numero 5, aprile 2016, della rivista Il Ponte (rivista di politica, economia e cultura fondata da Piero Calamandrei) cui ho contribuito con un articolo intitolato  L’impero del management: privatismo, americanizzazione e neoliberismo, versione breve di una riflessione contenuta nel libro Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, in uscita con Ed. ArcoIris di Salerno a fine giugno 2016.

Sommario de Il Ponte numero 5 2016

Giancarlo Scarpari, Sovranità limitata
Franco Livorsi, Religiosità e fondamentalismi
Mino Vianello, Genere e potere: la grande trasformazione
Rosamaria Alibrandi, «Canis canem non est». Conservatorismo a oltranza tra immunità e privilegi
Massimo Jasonni, Il filo rosso
Paolo Spedicato, Il labirinto Brasile: stella del sud o gigante d’argilla?
Vincenzo Accattatis, La politica estera di Obama a fine mandato
Fabrizio Lorusso, L’impero del management: privatismo, americanizzazione e neoliberismo
Apostolos Apostolou, Economia e antropologia
Paolo Bagnoli, «La Libertà»: azionismo e socialismo
Franco Battistrada, Ernesto De Martino e la prospettiva socialista
Mario Pezzella, Il duello sospeso. Su «La morte e la fanciulla» di Roman Polanski
Massimo Cappitti, La vedova allegra: fatuità e ipocrisia della società borghese secondo Stroheim
Antonio Tricomi, Appena fuori. Diario cinematografico (II)
Marco Gatto, L’omologazione al molteplice. Ancora su musica e società
Sergio D’amaro, Dalla città futura alla provincia primordiale. Appunti per una sopravvivenza
Gabriella Palli Baroni, I vestiti della memoria: Paola Masino
Salvatore Cingari, Gramsci a fumetti
Antonio Tricomi, L’intramontabile storia di Luigini e Contadini

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L’ultimo narcos: epopea e segreti del Chapo Guzmán

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo dell’organizzazione criminale di Sinaloa. Più conosciuto ormai per il suo alias, “El Chapo”, ossia il tozzo o tarchiato, il capo rinchiuso è diventato un numero: prigioniero 3870 del penitenziario di massima sicurezza El Altiplano, prima La Palma. Nel tweet di Osorno è incorporata una delle foto diffuse dalla stampa dopo l’arresto. Continua a leggere

#Ayotzinapa #Iguala e i sentieri dell’ #Eroina del #Messico

Messico ayotzi striscio blanco y negro[Di Fabrizio Lorusso – Da CarmillaOnLine] A oltre 15 mesi dalla mattanza di sei persone e la sparizione forzata di 43 studenti ad Iguala, le vittime di quel crimine di stato e gli altri 26.000 desaparecidos del Messico continuano a chiedere giustizia. Insieme a migliaia di persone “mancanti” la grande assente è la verità, o almeno la ricerca di versioni plausibili sulla drammatica notte della strage di Iguala in cui, conviene ricordarlo, non solo furono fatti sparire brutalmente i normalisti di Ayotzinapa, ma vi furono anche sei morti, tre studenti e altre tre persone uccise in esecuzioni extragiudiziali, più di 40 feriti e 80 vittime di attentati. A Iguala, località di centomila abitanti al centro dello stato meridionale del Guerrero e, ugualmente, crocevia di fiorenti e disputati traffici di stupefacenti, vi fu una vera e propria operazione militare e repressiva, sviluppatasi in nove attacchi e scenari diversi. Orchestrata dalle autorità locali, confuse e colluse con bande di narcotrafficanti, l’azione è stata realizzata tra le ore 21 e mezzanotte e mezza ed è stata “tollerata”, se non proprio supportata, pure dalla polizia federale e dall’esercito.

Ogni 26 del mese per i +43

Messico ayotzi antorchasSabato 26 dicembre 2015, quattro del pomeriggio, ora di Città del Messico. Un migliaio di persone manifesta per le strade della capitale messicana, semivuote per la pausa natalizia, accompagnando in un “pellegrinaggio politico” e simbolico i genitori dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, sequestrati dalla polizia di Iguala e scomparsi nella notte del 26 settembre 2014. Il corteo, con alla testa 43 torce accese a illuminare le fotografie dei ragazzi, è partito dal centro storico e s’è concluso presso la Basilica della Madonna di Guadalupe, l’icona religiosa messicana per eccellenza. La domanda incessante di ritrovare in vita gli studenti, ribadita negli ultimi 15 mesi puntualmente ogni giorno 26 per le strade e le piazze di mezzo di mondo da organizzazioni, attivisti, collettivi e persone solidali con la causa dei desaparecidos messicani, è stata dunque portata anche nel centro cerimoniale cattolico più importante del Paese. Un altro Natale, il secondo, senza i ragazzi della Escuela Normal Rural “Raul Isidro Burgos” ma con la speranza pertinace di ritrovarli. E di ritrovare anche gli altri 26mila desaparecidos, da cifre ufficiali, che invece sono oltre 30mila secondo numerose Ong. Non si dimentica, quindi, che i 43 sono, in realtà, molti di più, sono +43. Il grido e la rivendicazione di ¡Justicia! si moltiplicano.

Vidulfo Rosales, avvocato del Centro dei Diritti Umani della Montagna Tlachinollan y delle famiglie dei giovani, ha sottolineato la volontà di non mollare del movimento che li sostiene, legittimato altresì dall’operato del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (GIEI della CIDH). Il GIEI in settembre ha reso pubblici i risultati dei suoi primi sei mesi di investigazioni, che hanno smontato la “verità storica” della procura messicana con cui si pretendeva di chiudere il “caso Iguala-Ayotzinapa”, e in aprile concluderà le sue indagini. In dicembre il gruppo ha anche confermato, in base a immagini satellitari, l’inesistenza di un incendio nella discarica di Cocula la notte del 26-27 settembre, cioè quando secondo la Procura alcuni membri della delinquenza organizzata locale avrebbero incenerito i corpi degli studenti per tutta la notte e la mattina seguente.

Esercito impermeabile

Messico 43Anche se ripetutamente il governo e le forze armate hanno negato alla stampa, agli inquirenti e, in seguito, agli esperti internazionali l’accesso alle strutture castrensi e gli hanno impedito d’intervistare i militari del 27esimo battaglione di stanza a Iguala, che sono stati presenti in varie fasi della persecuzione contro gli studenti e sono stati più volte segnalati come possibili responsabili o corresponsabili di sparizioni forzate, sono sincere e forti le aspettative riguardanti il lavoro del GIEI che sta provando a dare almeno qualche certezza ai genitori e ad aprire nuove piste, volutamente escluse da governo e procura.

In questo senso le attese per i prossimi mesi sono positive, la speranza di sapere e di trovare vivi i ragazzi resiste. “Non è un atto religioso ma politico”, ha dichiarato Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori, parlando della marcia alla Basilica e, in riferimento a questo “periodo festivo”, ha specificato che “non ci sono giorni di pace o di felicità, ma si tratta di giorni in cui non si riposa, non si dimentica che ci sono vittime di sparizione forzata”.

Ad oggi la linea d’investigazione tracciata dall’ex procuratore Jesús Murillo Karam in base a testimonianze di alcuni detenuti estratte con la tortura, la quale centrava l’attenzione sulla discarica del comune di Cocula, sulle polizie municipali e sui narcos del gruppo Guerreros Unidos, non è più quella fondamentale e si sta ampliando il novero delle persone, dei politici e delle autorità a vari livelli che sarebbero potenzialmente coinvolti. La famigerata SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) è stata estromessa dalle indagini che sono passate nelle mani di Eber Omar Betanzos, sottosegretario ai diritti umani della Procura Generale della Repubblica (PGR), organo presieduto da Arely Gómez.

Messico ayotzi esercitoIl giornalismo di ricerca messicano, nonostante i rischi, non ha smesso di scavare. Il reportage di Anabel Hernández e Steve Fisher “Inoccultabile la partecipazione dell’esercito” (Rivista Proceso n. 2027) e l’analisi di Gloria Leticia Díaz “La verità di Iguala, tappata con un mantello verde oliva” (Proceso 2040), per esempio, confermano partecipazioni, testimonianze e versioni che legano tra loro le differenti azioni dell’esercito durante “la notte di Iguala” ed evidenziano nettamente i tentativi della PGR di occultare e coprire la presenza, la vigilanza, l’omissione dei soccorsi e le attività repressive dei militari contro gli studenti di Ayotzinapa. Infatti, le testimonianze rese dai 36 ufficiali e soldati del 27esimo battaglione alla procura il 3 e 4 dicembre 2014, ben 67 e 68 giorni dopo i fatti, sono di per sé infestate da imperfezioni tecniche e contraddizioni contenutistiche e rivelano un quadro fosco, cioè indagini intenzionalmente confuse e un ruolo dell’esercito ancora tutto da chiarire. Ed è la necessità di fare chiarezza sul ruolo delle forze armate una delle principali richieste del GIEI che probabilmente non verrà mai esaudita, creando un vuoto inaccettabile nelle investigazioni e nella ricostruzione dell’accaduto.

L’insostenibile nefandezza di Milenio

Portada-Milenio-9-de-noviembre-de-2015Effettivamente grazie a una protesta che non s’è mai fermata, ma che anzi s’è estesa a macchia d’olio globalmente, e alla forza di volontà dei genitori dei 43 il movimento per la giustizia e la verità sul caso Ayotzinapa è riuscito a scardinare la falsa verità offerta dagli inquirenti e far aprire nuove linee di ricerca, portate avanti da tecnici e personale differenti, e a mantenere comunque alto il livello d’attenzione dei mass media.

Un’attenzione che, se da una parte s’è mostrata sensibile alle istanze dei genitori e dei movimenti sociali, soprattutto mediante la copertura di media alternativi e indipendenti nazionali (Desinformémonos, Revolución 3.0, Agencia Subversiones, solo per citare i più noti) e stranieri, così come di alcuni importanti portali web e riviste cartacee (SinEmbargo, Aristegui Noticias, La Jornada, Revista Variopinto, Proceso, tra i più seguiti), dall’altra ha condotto una campagna di discredito e menzogne, capeggiata dal quotidiano Milenio, contro i genitori dei 43 e i loro figli sequestrati dallo stato, contro i portavoce del movimento e della scuola rurale di Ayotzinapa, come Omar García, e infine contro tutte le forme di dissidenza sociale e protesta attive del paese, in particolare quelle dei docenti della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación) in lotta contra la riforma educativa implementata dall’esecutivo di Peña Nieto nell’ambito delle sue “riforme strutturali” neoliberiste (link a reportage di Radio Onda d’Urto sulla campagna diffamatoria di Milenio contro Omar García).

la razonIn un paese che è al 152esimo posto, su 180 paesi, della Classifica Mondiale della Libertà di stampa realizzata da Reporter senza frontiere (RSF) e in cui l’89% dei crimini contro i giornalisti rimane impunita (vedi buona sintesi sulla repressione della libertà di stampa e i movimenti in Messico 2015 QUI LINK), la battaglia mediatica non è mai ad armi pari, visto che i professionisti della comunicazione, i blogger e anche semplici cittadini che usano le reti sociali vivono molteplici attacchi: osteggiati o comunque non tutelati dalle autorità, imbavagliati da leggi liberticide in materia di diritto di manifestazione e d’espressione, sono preda di cacicchi locali e bande della criminalità organizzata oltreché di un clima di violenza e della malafede di gran parte dei media mainstream, duopolio televisivo (Tv Azteca e TeleVisa) in testa.

Annata violenta

La minaccia della violenza risulta ancora più concreta in una società dal tessuto istituzionale sfaldato, minata alla base nei suoi gangli di resistenza e creatività comunitaria e sociale, violentata da un modello economico escludente e da megaprogetti estrattivi irrispettosi di culture e popolazioni. Un Messico che da una parte firma l’accordo segreto TPP (Trans Pacific Partnership) per non perdere “l’aggancio” col socio statunitense, egemone decadente, e dall’altro non può fermare l’emorragia dei desaparecidos e dei morti, con le migliaia di casi irrisolti, visto il tasso d’impunità dei reati del 97%. mapa_GuerreroInfine, come confermano i dati per i primi 11 mesi del 2015, nuovamente si registra un aumento nel numero di omicidi dolosi dopo due anni di discesa (2013-2014) e i picchi (insuperabili?) dell’epoca del presidente Felipe Calderón (2006-2012, col 2011 anno più violento in assoluto: 27.199 omicidi): i dati parlano di 17.055 omicidi contro i 15.907 nello stesso periodo del 2014, per cui per ora l’incremento registrato è del 7% e probabilmente le cifre definitive supereranno i 18.000 assassinii in un anno. La narcoguerra non è affatto finita, il sangue continua a scorrere a sud mentre le correnti di narco-capitali, di armi, di migranti, di schiavi e di droghe illegali fluiscono a nord. Gli stati messicani più violenti, che spiegano il 23% del totale nazionale, sono l’Estado de México, regione che circonda la capitale, e il Guerrero.

Nell’ottobre scorso lo stesso governo statunitense ha dovuto in qualche modo riconoscere come ormai i fondi che stanzia ogni anno per la guerra alle droghe in Messico finiscano nella mani di forze armate e di polizia inaffidabili, che sistematicamente sono al centro di scandali per violazioni ai diritti umani, o in quelle della delinquenza organizzata, provocando di fatto un’inondazione di armi nel paese. Il segnale più chiaro è che per la prima volta dall’inizio del programma di “aiuti” noto come Iniziativa Merida nel 2008, infatti, il Dipartimento di Stato ha deciso di decurtare di 5 milioni di dollari sui 148 previsti per il 2016.

Messico stricione grande ayotzinapa-25-s-2015-mexico-city-203-smallE’ un goccia nell’oceano, considerando pure che dall’inizio dell’operazione il congresso USA ha stanziato qualcosa come 2300 milioni di dollari, ma è pur sempre un segnale. 1300 milioni di queste erogazioni sono andate a finanziare l’acquisto di equipaggiamento bellico da imprese nordamericane e per corsi di formazione. “C’è gente nel governo USA che sa che tutto questo è una farsa e che non può continuare a dare soldi al Messico come se niente fosse successo, sanno che col loro silenzio, col loro sostegno finanziario e militare, con la loro vendita di armi e formazione, forniscono appoggi morali e politici affinché i militari e i poliziotti continuino a violare i diritti umani senza paura d’essere giudicati, per questo hanno preso questa decisione di tagliare i fondi”, ha precisato alla rivista Proceso Arturo Viscarra, coordinatore di SOA Watch, Ong statunitense che da anni lotta per la chiusura della School of the Americas (SOA), storica fucina di dittatori e militari latinoamericani.

L’eroina di Iguala e il mercato mondiale

Messico planta amapolaNel novembre 2015 è uscito nelle librerie messicane il libro Dai la colpa all’eroina: da Iguala a Chicago, inchiesta di un vecchio lupo di mare del giornalismo messicano, José “Pepe” Reveles, già autore de Il cartello scomodo (2010), Sequestri, narcofosse e falsi positivi (2011) e Il Chapo: consegna e tradimento (2014), tra gli altri. La tesi centrale del volume è che i veri responsabili della sparizione dei 43 normalisti di Ayotzinapa sono fondamentalmente i tre presidenti della repubblica che dal 2000 ad oggi sono stati al potere: Vicente Fox, del conservatore PAN (Partido Acción Nacional), tra il 2000 e il 2006, Felipe Calderón, anche lui del PAN, tra il 2006 e il 2012, e infine Enrique Peña Nieto, del PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemonico di regime per 71 anni nel Novecento).

Sono loro i primi responsabili di non avere attuato una politica antidroga “decisa e sovrana” che non sottostesse ai diktat degli Stati Uniti, il maggiore mercato di consumo mondiale di beni e servizi leciti e illeciti. Tra questi, naturalmente, ci sono anche le droghe per circa 20 milioni di consumatori statunitensi per cui il Messico è (storicamente, come da mappa del 1993…) un gran produttore: la marijuana, l’oppio e i suoi derivati, tra cui morfina ed eroina, e le metanfetamine provenienti dai numerosi laboratori sparsi sul suo territorio. Messico 1993 Amapola MarijuanaMa in terra azteca, ormai da più di due decenni, sono smistati pure i principali flussi di cocaina, bianco petrolio importato da Colombia, Bolivia e Perù e gestito dalle mafie messicane su scala globale.

Negli ultimi 3-4 anni il cartello di Sinaloa, mafia leader del mercato in Messico e negli USA, ha spinto l’offerta di eroina, stupefacente inalato e non solo iniettato, diversificando il prodotto: dalla vecchiablack o brown tar, eroina di colore marrone, ottenuta più rapidamente e di minor qualità, in cui erano specializzati i messicani tradizionalmente, è stato fatto il salto nel redditizio mercato della white tar, la bianca, che era dominato dai colombiani. Inoltre dal Sud e dalla west coast, regno della black, Sinaloa s’è spostata verso la east coast, più desiderosa di white tar.

Messico amapola 2Sostiene l’autore, a ragione, che la “guerra alle droghe” ha contribuito a un gran risultato, facendo sì che il Messico diventasse il secondo produttore mondiale di eroina, secondo solo all’Afghanistan e seguito dagli antichi leader, i paesi del “triangolo asiatico” o “dorato”, ossia Myanmar (Birmania), Laos e Tailandia, e la Colombia. Come è stato possibile? Le cause sono sicuramente varie, ma Reveles ne indica una sostanziale che contrasta fortemente con la retorica ufficiale. Alla fine del sessennio presidenziale di Vicente Fox l’esecutivo decide d’interrompere le fumigazioni dal cielo con erbicidi le piantagioni di cannabis e adormidera (papavero da oppio).

Dal “triangolo dorato” al “pentagono dell’oppio” del Guerrero

Il 28 novembre 2006, due settimane prima che Calderón annunciasse la prima offensiva militare della narcoguerra nel suo natale Michoacán il presidente Fox, nel terzultimo giorno del suo mandato, firma un decreto per sospendere i programmi d’estirpazione via area della coltivazioni. Messico Guerrero mapa pentagono de la amapolaNei sei anni successivi il Messico incrementa di quattro-cinque volte il suo output di oppiacei e di due volte quello di marijuana. Intanto anche i morti ammazzati crescono: sono più di 150.000, i due terzi dei quali legati alla narcoguerra. Ancora oggi l’esercito provvede a estirpare manualmente le coltivazioni illecite, ma il ritmo di crescita delle stesse è molto maggiore. Inoltre in questi anni i governi messicani hanno presentato cifre adulterate e contrastanti con quelle di organismi internazionali sulle superfici seminate a papavero realmente “ripulite”.

Il Guerrero, oltre ad essere culla di movimenti popolari e guerriglieri, è un territorio fortemente militarizzato per lo meno dagli anni settanta, epoca della guerra sporca (guerra sucia) e delle prime desapariciones, intese come metodica politica di stato e dirette contro ogni tentativo di organizzazione dal basso o di dissidenza rispetto al regime priista (=del PRI).

Sempre agli ultimi posti negli indici di sviluppo nonostante i suoi ricchi giacimenti auriferi e la proliferazione di località turistiche, la regione si trova al centro dei traffici internazionali della sostanza su cui i cartelli messicani stanno puntando per rimpiazzare nel mercato USA la coca, ormai in stasi, e la marijuana, sempre più legalizzata (per esempio in Oregon, Alaska, Washington e Colorado anche per fini “ricreativi”) e sottratta progressivamente al controllo mafioso. Acapulco, Chilpancingo, Taxco e Iguala sono hub dell’eroina e della marijuana. Le piantagioni di papavero da oppio fioriscono sulla sierra e nella tierra calienteper confluire verso i punti strategici del cosiddetto “pentagono dell’oppio”.

Il potere del cane

black_tar_heroinIl vero potere risiede storicamente nelle forze armate che, quarant’anni dopo l’inizio della lotta ai movimenti guerriglieri e a un quarto di secolo dalla fine della Guerra Fredda, contesto “macro” e geopolitico in cui s’iscrivevano le sue funzioni di controllo sociale a livello “micro” e nazionale, sono gli arbitri dei giochi e dei flussi nel Guerrero. La linea immaginaria del pentagono dell’oppio segue il tracciato delle strade federali della regione, ma corrisponde altresì alle basi militari: in senso orario troviamo le caserme di Iguala, Chilpancingo, Acapulco, Pie de la Cuesta, Atoyac, Petatlán, Pungarabato e, la più vicina a Iguala, Telolopan. Il pentagono dà origine al 42% degli oppiacei prodotti nel paese, occupa circa il 40% del territorio del Guerrero e si estende dalla costa alla sierra, collegando le turistiche Zihuatanejo e Acapulco, e poi in direzione nord-est ha tre vertici: la capitale Chilpancingo, Iguala e Tlapehuala. La frontiera è delimitata dalle strade federali e dalle basi militari. Al suo interno, ma anche oltre i suoi confini, verso Cuernavaca, Oaxaca, il Michoacán e l’Estado de México, la semina del papavero, l’ingovernabilità e lo scannatoio tra gruppi criminali proseguono indisturbati.

white tarLa repressione sociale, compresal’escalation degli attacchi contro i giornalisti, gli ambientalisti e gli attivisti in generale, è legata a doppio filo, da un lato, alla strategia statale di controllo del territorio, che passa dalla militarizzazione, dalla desaparición forzada, dalla fabbrica dei colpevoli, dall’omicidio politico e dalla delega di poteri sostanziali a forze armate protette e intoccabili, e, dall’altro, alla gestione di patti politici, connivenze giudiziarie e ripartizioni dei benefici di un’economia criminale che, per quanto riguarda l’eroina, genera su scala nazionale guadagni stimati intorno a 17 miliardi di dollari. In questo quadro vanno considerati e collocati anche altri importanti fattori quali lo sfruttamento delle risorse minerarie, la presenza di imprese multinazionali, di agguerriti movimenti organizzati, come quelli dei docenti e delle stesse scuole normali, e di gruppi armati di autodifesa (per esempio le CRAC, ma non solo) e guerriglieri, come l’ERPI e l’EPR.

Il “cartello” e il quinto autobus

narco attivita' messicoL’inferno di Iguala in cui sono incappati gli studenti di Ayotzinapa è dunque l’inferno del traffico di eroina e marijuana, tollerato e cogestito da apparati dello stato e della sicurezza nazionale in combutta con partiti politici e amministratori locali controllati dai narcos o parte essi stessi delle cupole criminali. Gli inferi del narco-stato non si circoscrivono al pentagono oppiaceo del Guerrero, ma riguardano almeno la metà dei comuni messicani dal Sinaloa al Tamaulipas e al Chiapas, dal Michoacán e dal Oaxaca al Durango, Sonora e Chihuahua. Il tour geografico della decomposizione potrebbe continuare. Mi limito a menzionare gli stati dove il fenomeno è tradizionalmente molto radicato, per lo meno dall’epoca dei primi gomeros, coltivatori di oppio, che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno sperimentato uno dei primi boom della morfina, sostanza utilizzata per soddisfare i bisogni narcotici e antidolorifici della macchina bellica statunitense.

señores del narcoSecondo lo scrittore americano Don Winslow, autore di magistrali romanzi sui narcos messicani come Il cartello(2015) e Il potere del cane (2005), il potere del cane rappresenta la capacità d’oppressione dei pochi sui tanti, mentre il cartello significa molto di più che un gruppo di produttori associati o un’organizzazione criminale per il commercio della droga. Il cartello è un sistema d’oppressione sofisticato e articolato che comprende tanto i gruppi della delinquenza organizzata quanto gli apparati dello stato collusi e gli istituti finanziari, tanto la manovalanza criminale quanto funzionari e politici corrotti. Gli anelli della catena del cartello si diramano fino ad includere al suo interno frammenti di tutto il sistema economico, sociale e politico. La tesi di un altro grande libro, l’inchiesta di Anabel Hernández “I signori del narco”, coincide con quella di Winslow, ma assume forza e veridicità in quanto elaborata da una giornalista tra le più rispettate in Messico: i signori del narcotraffico, infatti, non sono solo i boss ma anche (e sprottutto) i politici che li supportano, come per esempio uno dei “protagonisti” del libro, l’ex ministro della pubblica sicurezza di Calderón, Génaro García Luna.

“Tanto i conducenti dei bus come i poliziotti della Federale, gli agenti locali e lo stesso esercito ne erano informati. In altri modi non è possibile praticare nel paese il traffico di droghe”, conferma Pepe Reveles nel suo libro parlando di uno degli autobus, il famigerato “quinto bus”, sequestrato dagli studenti di Ayotzinapa la notte del 26 settembre a Iguala.corrupcion-en-mexicoDi cosa erano informate le autorità? Cosa invece non sapevano i ragazzi? Che quel pullman, di proprietà della compagnia Costa Line o della Estrella Roja del Sur, era molto probabilmente carico di eroina. Milioni di dollari rischiavano di sfumare, ma soprattutto si sarebbero accesi i riflettori sul cartello narco-politico-militare del Guerrero.

Anche il gruppo di esperti della corte interamericana ha messo in evidenza il caso di questo bus che, invece, era stato “trascurato” dalla procura e dalla sua “versione storica” dei fatti. All’interno della massa enorme di fascicoli sulla notte di Iguala le ricerche di giornalisti e periti hanno trovato la pista di quel quinto bus, occupato da 14 normalisti la notte del 26, e dell’eroina. I consumatori statunitensi di questa droga, oggi fornita al 90% dai trafficanti messicani, si sono duplicati tra il 2007 e il 2012. La metà delle esportazioni passa da Iguala e il sistema di trasporto preferito è quello terrestre che sfrutta le compagnie di linea. Il business dell’eroina è privato ma con partecipazione statale e nessuna delle parti vuole che venga scoperto, né che aumentino gli sguardi indiscreti o i testimoni. Perciò, quando le spie dei Guerreros Unidos e della polizia a Iguala hanno lanciato l’allarme, è partito l’ordine di fermare gli studenti “in qualunque modo”.

represionDa decenni insegnanti, giornalisti e studenti, specialmente quelli delle scuole normali e di Ayotzinapa, sono una spina nel fianco per “il cartello”. Sono attivisti sociali, militanti politici o comunicatori che possono mettere in pericolo gli affari della regione, siano essi legati agli stupefacenti o allo sfruttamento delle risorse naturali. Anche per questo sono osservati, infiltrati, minacciati e vigilati. Nel 2011 la polizia uccise con nonchalance due manifestanti della scuola R. Isidro Burgos sull’autostrada del sole, la Città del Messico-Acapulco. Il 26 settembre 2014 il Centro di Controllo, Comando e Computo (C4) li teneva d’occhio dal pomeriggio e ne ha seguito le mosse fino all’epilogo della mattanza e della persecuzione notturna. Per anni le autorità e la popolazione sapevano del saldo tremendo di vittime e desaparecidos nel pentagono dell’oppio, così come di altre zone del Messico, ma l’omertà e la connivenza avevano prevalso. La problematica del narcotraffico viene a convergere con quella della povertà e delle eterne disuguaglianzie socio-economiche, cui s’oppone la parte combattiva e più organizzata della popolazione, ben nota e segnalata alle autorità e schiacciata tra due fuochi: narcos e governo.

La scarsa volontà di risolvere questi casi è palese: per esempio per la strage di Iguala ci sono oltre 100 arrestati, in attesa di giudizio e dispersi in mezza dozzina di prigioni in tutto il paese, e il processo è spezzettato in 13 cause penali e numerosi fascicoli diversi. L’attenzione mediatica, sociale e politica s’è risvegliata anche se a fasi alterne. E resta sempre il rischio di cedere agli attacchi di chi pretende di lasciare tutto com’era prima e punta allo sfiancamento della protesta. La lotta dei genitori dei 43 e del movimento degli “altri desaparecidos”, sorto nell’ultimo anno dalle ceneri delle decine di fosse clandestine piene di resti umani nella zona intorno a Iguala per unire familiari di desaparecidos e vittime del crimine e delle autorità, è trascendente e necessaria per vincere il silenzio, l’oblio e il gattopardismo che all’improvviso, ciclicamente, finiscono per avviluppare e far dimenticare vicende, stragi, crimini di stato e traffici.

Marciume mediatico

In questo intricato e indignante contesto buona parte dei media del mainstream messicani, capeggiati dal “cartello” di Milenio e del quotidiano La Razón, anziché denunciare il contubernio delinquenziale vigente, lo sforzo delle autorità per mantenere lo status quo d’impunità e garanzia per i traffici illeciti, l’insultante e vergognosa condizione di intere regioni fuori controllo e poverissime, l’esposizione alla violenza dell’intera società e le condanne della comunità internazionale per le violazioni ai diritti umani, si dedica a creare casi fasulli e a denigrare chi protesta. Allora ecco che a Omar García vengono attribuite identità fittizie che lui avrebbe inventato o azioni spregiudicate da “cattivo maestro”. Ecco che gli “Ayotzinapos”, come vengono chiamati dispettivamente gli studenti della scuola “Isidro Burgos”, diventano i giovani boss di un narco-cartello, ecco che le bande criminali dei Rojos e degli Ardillos ora si contendono la plaza di Ayotzinapa a suon di Ak-47 (kalashnikov o cuerno de chivo), ecco che i 43 non erano degli stinchi di santo e, anzi, alcuni erano criminali e non alunni modello. Funzionari di governo e media cercano di convincere i genitori del fatto che i figli navigassero in cattive acque e poi provano a corromperli con prebende. Ed ecco poi che manifestanti si trasformano in violenti sovversivi che bloccano il traffico delle città senza motivo, i genitori delle vittime, che non accettano l’elemosina dei burocrati, sono dipinti come ignoranti e manipolati da organizzazioni e personaggi esterni. Gli insegnanti che scioperano sono degli scansafatiche, come d’altronde i maestri rurali diplomati nelle scuole normali, ed ecco infine che i giornali filogovernativi rilanciano la notizia, non verificata, per cui uno dei 43 desaparecidos era militare. E così via, senza fine e senza etica da più di 15 mesi, anche se purtroppo è un film che vediamo e rivediamo in loop da sempre e che in Messico assume tinte surreali e drammatiche, estreme, per cui vale la pena stoppare la trasmissione, finché è possibile, e scriverne.

Di seguito la video intervista (doppiata in italiano) a Omar García, realizzata al Vag61 di Bologna – Grazie a Vag e a Bologna per Ayotzinapa (video link originale). E QUI archivio completo Ayotzinapa-CarmillaOnLine.

Nuova Rivista Letteraria: Nuovi #Nazionalismi #Populismi #Razzismi #Destra @edizionialegre

Simone Scaffidi L. su Carmilla ON Line ha recensito il secondo numero del nuovo corso di Rivista Letteraria (n. 2) sulla “rinazionalizzazione delle masse” (leggi qui l’editoriale che così s’intitola) e i nuovi (e vecchi) “nazionalismi, populismi e razzismi”. Ecco la recencione e qui-link trovate la rivista (oltre che in vari punti vendita). 

lega-nord-che-guevara«Sono un fascista e morirò fascista»
Licio Gelli
(21 aprile 1919 – 15 dicembre 2015)

Il n° 2 di Nuova Rivista Letteraria continua il percorso di risemantizzazione del verbo informativo e decostruzione di stereotipi, cominciato in maggio con la prima uscita della nuova serie, dedicata alle Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte. Questa volta la critica, più che mai necessaria e di dirompente attualità, si concentra sull’avanzata di un immaginario autoritario, identitario e razzista, e si propone – attraverso il fortunato connubio tra letteratura e azione sociale – di stimolare pratiche culturali volte ad arginare l’ondata nazionalfascista che va riversandosi nelle nostre vite. Depurata da retoriche e parole d’ordine di dubbia efficacia, quest’opera collettiva e trasversale, tifa per un’evasione performativa che agisca su una realtà complessa e sfaccettata di nero. Di seguito un commento ai singoli articoli che compongono il volume.

La rinazionalizzazione delle masse – Wu Ming 1
Il numero si apre con l’editoriale di Wu Ming 1, che nel titolo riprende la celebre opera di Mosse e nel testo il Pasolini di Petrolio, quello che i troppo occupati a blaterare di Valle Giulia hanno nascosto in cantina. Il fascismo che abbiamo di fronte è un fascismo fagocitato dalla globalizzazione e dal neoliberismo, interiorizzato dalla sinistra istituzionale europea, è una realtà conclamata che finge di combattere la tecnocrazia UE. «Non è detto – si domanda l’autore – che la falsa soluzione, a furia di aggravare il problema, non diventi essa stessa il problema principale».

La serialità del male – Silvia Albertazzi e Fausto Capitanio
Da Auschwitz-Birkenau alla risiera di San Sabba, dalle carceri cambogiane a quelle sudafricane di Robben Island. Banalità e serialità del male sono elementi della stessa prigione: acciaio, cemento ma anche assenza ed ombre. Fausto Capitanio con le sue istantanee in bianco e nero – che percorrono l’intera rivista fungendo da testo nel testo – coglie la violenza dell’assenza, dando voce al silenzio dei “colpevoli”. Silvia Albertazzi ribadisce l’esigenza di questa fotografia, una fotografia sociale che non faccia da corredo alle vittime ma aspiri a gettare nuovi sguardi sul presente.

Perché i bambini non sono razzisti? – Franco Foschi
Ci hanno insegnato che dai bambini non s’impara, ai bambini s’insegna. E ce l’hanno insegnato che eravamo bambini. Che i genitori, la scuola, la chiesa, lo Stato, educano; e i bambini devono stare in silenzio e seduti ad ascoltare, per imparare, per il loro bene. Be’ è arrivato il momento di ribaltare il paradigma. Quale bambino lamenta l’oscurità della pelle della propria compagna? Quanti genitori invece lo fanno quotidianamente? Sediamoci ad ascoltarli, e se all’inizio faremo fatica a capirli, sarà solo colpa nostra e delle costruzioni sociali identitarie che ci portiamo dentro.

Il nemico della città – Maysa Moroni, Andrea Natella, Giuliano Santoro
Si può fascistizzare lo spazio urbano? Certo che sì, e lo si può fare cominciando dal linguaggio, magari militarizzandolo. «Gli spazi pubblici sono soldati che hanno perso dei gradi (il degrado) e che devono riconquistarli con nuove decorazioni al valore (il decoro)». Reprimere la socialità e la vivacità dei quartieri popolari, con criminali operazioni di gentrificazione, è una delle armi dei fascisti dello spazio. Astronauti del pianerottolo, fautori di una guerra fredda che pretende espellere il conflitto dalla galassia urbana.

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Da «Prima gli italiani» a «Prima i poveri» – Fulvio Masserelli
«Prima i francesi!», «Prima gli italiani!». Bisogna ammetterlo, ci siamo sbagliati. Il fascismo, checché ne dicano i grandi esperti, non ha patria. Chiacchiera di Nazione, Dio, Sangue ma in fondo è troppo concentrato sul proprio ombelico e sui pronomi possessivi per essere davvero interessato al bene di una fantomatica comunità nazionale. Eppure la “priorità nazionale” è un concetto che piace alle vecchie-nuove-destre, e guarda caso viene fuori ogniqualvolta si tratti di difendere i propri interessi specifici. Con ogni mezzo: «la strumentalizzazione – ad esempio – di un caso particolarmente eclatante di “italiano povero” può divenire l’occasione per attivare il discorso e orientare l’iniziativa di gruppi o comitati verso la rivendicazione anche pratica della “priorità nazionale”»

Figli di Annibale – Agostino Giordano
«Respingere» è il motto degli italianissimi. Respingere dalle frontiere e respingere dalle città, dalle scuole, dalla società “per bene”. Osama, un ragazzo tunisino di quindici anni esprime così le pressioni di quel dito puntato come un manganello nelle costole: «È come trovarsi ogni volta su un palco sotto i riflettori, sapendo che ogni cosa uno possa dire, il pubblico comunque “ti insulterà, ti fischierà, ti sputerà addosso. Tu vorresti salirci su quel palco?». Akin, ragazzo nigeriano di quindici anni, invita gli italianissimi a non mettere gli stranieri su un palco ma ad aprire le orecchie e ascoltare una canzone: Figli di Annibaledegli Almanegretta. Amhed sedicenne algerino ci consiglia di guardare film come Welcomedi Lioret. È una guerriglia culturale, e loro lo sanno.

Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano – Wu Ming 1
La chiamano ancora “Letteratura d’evasione”, per riferirsi a qualcosa di leggero, in fondo trascurabile. Eppure la buona fantascienza apre brecce temporali che ci costringono a riflettere sul presente, reinterpretarlo, plasmarlo. È questo il caso. Dal titolo ci si aspetta un saggio/reportage, dall’incipit un ingresso narrativo al saggio e invece no, è proprio un racconto di fantascienza. Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano è il titolo della tesi del dottorando Tonio, studioso di storia italiana all’Università di Harvard 28 sul pianeta Terra 10, in anni in cui «la parola “Italia”, come molte altre, rimanda a immagini e vicende che la Specie si è lasciata alle spalle da 50mila anni». Questo racconto è una scheggia di meteorite depositata nei polmoni dei fascisti dei millenni a venire. E un omaggio a Luca Rastello.

Il mito di Venezia nell’immaginario nazionalista italiano – Piero Purini
«Venezia Giulia», quest’associazione di lemmi forzata e fortunata nasce per legittimare e dare una direzione al nazionalismo italico, ma è anche utile, come si esplicita nel testo, all’indipendentismo veneto e croato. In un’espressione ritroviamo la sintesi di due potenze politico-economiche che nei secoli hanno governato parte della penisola italiana: la Serenissima Venezia, baluardo a difesa delle invasioni d’oriente, e l’imperiale Roma di Giulio Cesare. La scelta non è chiaramente casuale e «il mito di Venezia – condito con qualche gladiatore – si dimostra comodo per tutti i nazionalismi a caccia di giustificazioni».

Venezia, o il racconto assente della violenza imperialista – Alberto Sebastiani
Venezia è una iena, non un leone. Si ciba di carcasse politiche ed economiche, succhia il sangue dell’impero bizantino per diventare grande e autoproclamarsi difensora dell’occidente dalle popolazioni d’oriente. Anche qui siamo di fronte a un pezzo ibrido che si serve della letteratura – storica e di fantascienza – per addomesticare il Leone di San Marco, farlo scendere dal piedistallo e riportarlo in piazza tra i piccioni. L’analisi di Sebastiani de Le catene di Eymerich e La luce di Orione di Valerio Evangelisti ci accompagnano alla scoperta di un imperialismo veneziano legato alle Crociate e alla repressione degli “eretici”, lo stesso imperialismo che verrà esaltato durante le Guerre d’Indipendenza e il periodo fascista per giustificare l’accaparramento delle terre di quella “Venezia Giulia” di cui ci parla il Purini.

Fascists love Putin – Valerio Renzi
salvini-putin-670x274Per chi a sinistra non se ne fosse ancora reso conto è arrivato il tempo di farsi una spietata autoanalisi o di indossare la camicia rossobruna. Il corpo e la immagine di Putin generano orgasmi negli italianissimi. Tuttavia Putin più che essere considerato un vero e proprio camerata, rappresenta la possibilità di una svolta autoritaria, un alleato per contrastare il mondialismo dai palazzi che contano, un generoso finanziatore per imporre il nazionalismo in ogni paese.

L’Epopea del Nazionalismo Rivoluzionario Messicano – Fabrizio Lorusso
Francesco Vanzetti, aspirate docente di Studi Latinoamericani dell’Università Autonoma di Città del Messico, sostiene un colloquio per un posto da “professore-ricercatore non definitivo a tempo pieno”. L’ordinario, jefe de jefes, lo lascia parlare per un po’ di nazionalismi e populismi latinoamericani, poi s’irrigidisce: «Insomma, va be’, corporativismo, populismo, ma lei lo saprà, qui in Messico, ecco, noi abbiamo il “Nazionalismo Rivoluzionario”…». Istituzionalizzare la Rivoluzione di Zapata, Villa e i Magon si può? No, non si può. Quello che si può è cambiare le parole, trasformare la Controrivoluzione in Rivoluzione e costruire con la reazione un partito ambiguo ma solido: il Partido Revolucionario Institucional per l’appunto, rimasto al potere per più di 71 anni.

Bombay/Mumbai, il destino nel nome – Alberto Prunetti
È solo una sillaba ma contiene in seno l’affermazione politico-culturale dello Shiv Sena, partito xenofobo di estrema destra che nel 1995, approfittando della sua posizione di governo nello stato di Maharashtra, decise di cambiar nome alla città, per ragioni di purezza e rivendicazione delle origini marathi. L’autore, da un punto di vista d’osservazione privilegiato, ci racconta del «fuoco che ha devastato Mumbai. Un fuoco che è stato innescato dal gioco di specchi tra identità in opposizione, dalle finzioni delle etnie, delle identità, dei credi assoluti e incompatibili».

Libro e moschetto 2.0 – Giuseppe Ciarallo
Ma chi sono i gramsciani di destra? Esistono davvero? E ai neofascisti piacciono sul serio Che Guevara e Corto Maltese? Ma soprattutto, quali sono i punti di riferimento letterari degli acuti fascisti del terzo millennio? Ad alcune di queste domande Ciarallo prova a dare una risposta fornendoci una piccola enciclopedia di personalità letterarie care all’estrema destra italiana.

PegidaNon finirà mai! – Wolf Bukowski
Transitando dalla letteratura alla società, da Il passo del gambero di Gunter Grass, ai Mondiali di calcio del 2006, l’autore ci racconta una Germania vogliosa di un patriottismo sano che si lasci definitivamente alle spalle i fantasmi del nazionalsocialismo. Si tratta ovviamente di una menzogna, utile solo a ripassare i confini di nero e giustificare l’intransigenza economica dei potenti. Le destre, ben lungi dal stare a guardare, sventolano bandiere rosso-nero-dorate, tentando giochi di prestigio come quelli del Pegida, movimento ambiguo solo agli occhi di chi non ha il coraggio di riconoscere un’aquila travestita da passerotto. «Non finirà mai, dunque? No di certo, se neppure riconosciamo quando ricomincia».

Closelandia. Cosa importa che una terra sia vicina, se mi è preclusa? – Massimo Viaggi
Con l’aiuto del romanzo La figlia della catalana Uson, che narra la storia della secondogenita di Ratko Mladic – generale serbo accusato del massacro di Sebrenica – Viaggi mette a nudo le difficoltà di comprensione, anche interiori, generate dai nazionalismi e dall’esaltazione delle identità, nonché di decifrazione dei codici linguistici da essi adoperati. Nel momento in cui i significati delle parole saltano e s’impregnano di ambiguità, la confusione semantica può uccidere. «Ciò che rende devastante l’impatto di una parola è da un lato l’uso mediatico e di propaganda che se ne fa, e dall’altro il contesto storico-politico entro il quale viene usata». Per questo l’autore può permettersi di essere d’accordo con Borghezio che nel 2011 definì Mladic un patriota («anche se Mladic non rubava, Garibaldi bisogna vedere»): perché quella parola non ha più nulla a che vedere con gli ideali risorgimentali.

L’ignoranza è forza! – Paolo Vachino
Parole, parole e ancora parole. Comprimerle, nasconderle, dimenticarle, sostituirle con inglesismi, spettacolarizzarle al fine di somministrarle al pubblico, meglio se pigro, sfruttato, massificato. Che cos’è un Talk Show? Uno “spettacolo di parole”. Ci avevate mai pensato? In questo show, per fare un esempio, quanto costano le parole e a chi appartengono?

Quei temerari sulle patrie volanti – Milena Magnani
Identità locali e lingue minoritarie non sono naturalmente associabili a chiusura e nazionalismo, anzi. Un esempio di processo singolare e performativo è la rivista Usmis, sorta agli inizi degli anni ’90 e interamente redatta in friulano.«Usmis fu un laboratorio animato da sogjets zingars, da poeti e liberi pensatori anarchici e anticonformisti, un laboratorio che diede vita a psicogeografie e scioperi creativi»

Omo lava più bianco – Silvia Albertazzi
L’autrice ripercorre le immagini di My Beautiful Laundrette, film del 1985 diretto da Stephen Frears e sceneggiato da Hanif Kureishi correndo sul filo delle relazioni tra cultura di appartenenza, genere e classe. La comunità pakistana nell’Inghilterra della Tatcher viene descritta come un universo complesso, in cui lo sfruttamento economico non è solo subito ma anche agito contro gli strati più deboli della società. Immaginatevi poi uno skinhead razzista che irrompe sulla scena innamorandosi di un ragazzo pakistano “di successo”. Una miccia che aspetta solo di essere accesa in una società che è già una bomba ad orologeria. Un film da rivedere oggi in Italia – consiglia l’autrice – con una maggiore consapevolezza rispetto al 1985.

Muri (im)portanti – Cristina Muccioli
NRL2coverIl muro è pagina resistente, è arte e strumento di guerriglia culturale. A dipingere si è iniziato proprio dai muri e non si è più smesso. Artisti come Bansky e Blu, per citare i più noti, hanno ereditato una lunga tradizione di scritture resistenti murali. Obiettivo principale della loro opera è gettare uno sguardo altro e oltre, disintegrare muri per abbattere quella rettitudine che è barriera, frontiera, confine.

Ci sono sempre delle frontiere – Sergio Rotino
Analizzando il ciclo de Le città oscure dei due fumettisti belgi François Schuiten e Benoit Peeters, Rotino s’interroga sul peso che urbanistica e architettura giocano nelle nostre esistenze. Su come i modelli urbani influiscano sulle vite delle persone. Nei fumetti del duo belga è presente una forte critica a un’urbanistica che diventa scienza, senza tener conto del fattore umano e naturale. L’autore sposa la critica e ci invita a perderci nelle città di Schuiten e Peeters per comprendere attraverso il linguaggio e la ricerca delle immagini quanto lo spazio e il tempo urbano possano essere strumenti di costrizione e d’imposizione d’ordine.

«Più della metà delle cose che esistono / non esistono*
Le razze non esistono, ma il razzismo uccide»

* verso del poeta friulano Federico Tavan

La vita come bagaglio. Considerazioni migranti (di R.Z.C.)

di Raùl Zecca Castel** (Da CarmillaOnLine)

migranti scusate1. Il migrante

Ogni migrante, in quanto tale, costituisce sempre un doppio di se stesso: egli è allo stesso tempoimmigrato ed emigrato. E per quanto la nostra prospettiva etnocentrica, subordinata e funzionale al discorso politico, si impegni a focalizzare l’attenzione sulla prima delle due declinazioni – quella che fa riferimento all’immigrato -, resta il fatto che un migrante è anzitutto, cronologicamente, un emigrato. Di fatto, il migrante non esiste che nel transito del viaggio, lungo la soglia di un tempo che, per quanto labile, ha pur sempre un inizio e una fine. Tuttavia, poiché – purtroppo – l’uso fa la lingua, si è giunti a utilizzare impropriamente il termine sommario di migrante per riferirsi a una serie di soggetti specifici e distinti quali sono i richiedenti asilo, i rifugiati politici o i profughi in generale. Ma soprattutto, nell’immaginario comune, migrante è sinonimo di clandestino, dunque di pericolo, insidia, minaccia. Perché se è pur vero che l’uso fa la lingua, è altrettanto vero che tale uso non è mai accidentale e imparziale ma, per così dire, efficace, ovvero strumentale. Il medium è il messaggio, ci ha insegnato McLuhan e dunque, a ragione, Abdelmalek Sayad, sociologo di origine algerina, poteva ritenere che il vocabolario utilizzato in riferimento ai migranti, lungi dall’essere appunto neutrale, non fa altro che denunciare in modo più o meno esplicito la nostra eredità coloniale. Integrazione,adattamento, inserimento, inclusione sono solo alcuni dei termini con cui si è soliti definire l’obiettivo che il migrante deve perseguire nella società di accoglienza, per la quale, appunto, “le condotte degli emigrati possono apparire solo come manchevolezze[1]. Ecco nuovamente tornare sulla scena il pregiudizio etnocentrico che si manifesta qui nell’assunzione implicita di un paradigma umano ideale, modello sociale perfetto ed universale – rigorosamente occidentale – cui l’Altro ha l’obbligo di adeguarsi, pena il rischio d’esclusione dalla categoria dell’umano e l’ingresso in quella delle non-persone[2]o, per dirla con il linguaggio colto della Lega Nord, dei bingo bongo[3]. Nessun razzismo, sia chiaro. Ma una vera una questione di specie: “Per me gli islamici (leggi immigrati) rimangono dei luridi maiali, senza offesa per questi ultimi…”[4]. L’invito a restare umani, d’altra parte, oltre che frainteso, è da considerarsi purtroppo un appello troppo elitario. Per buona parte di noi si tratterebbe al massimo di tornare ad esserlo, mentre per molti altri, ancora, di cominciare a diventarlo.

  1. La doppia assenza

“non appartengo a nessuna nazionalità prevista dalle cancellerie.

Sfido il craniometro. Homo sum eccetera…”

Aime Cesaire

Più che una doppia presenza, però, quella del migrante, qui inteso dunque come emigrato e immigrato allo stesso tempo, è soprattutto una doppia assenza. Questo concetto, elaborato dallo stesso Abdelmalek Sayad, esprime alla perfezione lo scandalo esistenziale del migrante, eternamente condannato a una sorta di fragilità ontologica e apolidia identitaria, sospeso – o meglio escluso – in una dimensione culturale che è anche geograficamente evanescente, utopica, nel vero senso del termine. Egli è infatti senza luogo, fuori luogo, e qualsiasi appartenenza gli è negata. “Esiste solo per difetto nella comunità di origine e per eccesso nella società ricevente, generando periodicamente in entrambe recriminazione e risentimento”[5]. È questione di matematica, numeri, quantità. Il migrante è insieme di meno e di troppo. Ma il corpo è uno. Da un lato c’è il senso di colpa per aver lasciato casa, terra, famiglia, la colpa dell’assenza appunto, di aver portato via se stessi, e dall’altro c’è il senso di colpa per una presenza indesiderata, ingombrante, inopportuna, quasi una vergogna, per essere arrivati qui con un corpo, il proprio corpo – la vita come bagaglio -; una presenza, dunque, che se per un verso ha bisogno di essere riconosciuta, dall’altro cerca in tutti i modi e a tutti i costi di farsi assenza. Il corpo è uno, sì, ma l’anima si squarcia: scusate se non siamo affogati, hanno scritto alcuni migranti su cartelli improvvisati. No, scusateci voi se non siete affogati,dovremmo replicare noi dopo aver messo fine all’operazione Mare Nostrum.

3. Migranti irregolari e profughi

Il pericolo discriminatorio che grava sull’immigrato, sempre in bilico tra la dignità d’esser uomo e la condanna al ghetto più o meno simbolico dell’apartheid sociale, si rende ancora più evidente nel momento in cui nel discorso pubblico si produce la distinzione linguistico-normativa tra il migrante irregolare – o peggio, clandestino – e l’immigrato profugo, richiedente asilo o rifugiato che sia. Lungi dal ridursi a una semplice questione di nomenclatura migratoria, tale distinzione – spesso arbitraria – chiama nuovamente in causa la capacità e la funzione performativa della lingua sulla realtà. Il migrante definito irregolare e il migrante definito richiedente asilo proiettano le rispettive esistenze in due categorie semantiche e interpretative non solo differenti, ma a tutti gli effetti contrapposte. La prima, nell’immaginario collettivo e non solo, rimanda a tutto ciò che si muove nell’ambiguità, che è privo di confini precisi, sfugge a un’identificazione certa e non è dunque riconoscibile. Di conseguenza evoca, come già anticipato, un presunto pericolo per l’ordine socio-culturale costituito, mina la nostra già precaria presenza[6] e genera, per reazione alla paura dell’ignoto, controllo, repressione, negazione. Il migrante irregolare è clandestino, la clandestinità è reato, ergo il migrante irregolare è criminale. La logica del sillogismo non accetta riserve.

La seconda categoria – opposta – rimanda invece all’immagine stereotipata delbisognoso, colui che per definizione ha necessità di essere aiutato, vittima passiva e indifesa di eventi tanto terribili e traumatici da risultare inenarrabili. Ecco il rifugiato. Impossibile non riconoscerlo. È proprio quella cosa lì, ciò che risveglia istintivamente ogni spirito compassionevole e caritatevole. Lui sì, che ha diritto ad essere protetto, lui è vero.Gli immigrati per bene sono miei fratelli, ripete Matteo Salvini. Ma chi sono quelli per bene? Molto semplice: i veri profughi, i veri rifugiati. Molto semplice. Troppo semplice.

Per ri-conoscere occorre aver prima già conosciuto. Ma deserto e mare li si attraversa una volta sola e ogni singolo migrante è una vita carica di esistenze, un bagaglio, appunto, incorporato. Ciò che si riconosce, dunque, è solo un nome, una categoria: ilrichiedente asilo, prima, e il rifugiato – forse –, poi. Ma allora dove sono Samba e Amadou e Moussa? Dove sono Amina e Keita? A quale categoria appartengono? Come scoprirlo? Chi è il richiedente asilo? Cosa è? Come è fatto e che qualità deve avere?

Potrebbe essere Hassani, il vero profugo, il richiedente asilo che diventerà rifugiato, colui che otterrà l’ambito marchio della protezione internazionale, lo status di persona.

Ma perché non parli allora, Hassani? Perché non racconti l’orrore che hai vissuto? Tu l’hai vissuto, vero? Vogliamo sapere, noi. Racconta, dicci dei morti, del sangue, dei ribelli, delle armi, della violenza, delle torture, delle lacrime e delle grida e dei bambini e delle donne e del cielo in fiamme, forza, racconta. Dicci tutto. E mostraci il tuo corpo. Spogliati, facci vedere le ferite e i segni delle percosse, la tua pelle martoriata, le cicatrici, esibisci l’orrore. Dobbiamo controllare, noi, dobbiamo accertare, verificare, attestare. Noi dobbiamo decidere chi – cosa – sei.

  1. Violenza strutturale, continuum della violenza ed economia della sofferenza

Esiste, evidentemente, una dimensione della violenza nei paesi di origine dei richiedenti asilo e, in generale, dei protagonisti di migrazioni forzate – incluse quelle superficialmente definite come economiche -, che rimanda a complessi processi storici, politici, sociali e persino culturali dei paesi stessi. Ma riguarda anche – se non soprattutto – la natura e la qualità dei rapporti trasversali che questi paesi hanno intrattenuto e/o continuano ad intrattenere con governi, istituzioni e organismi di paesi altri. Si tratta, insomma, di quella particolare dimensione della violenza che il medico antropologo Paul Farmer, riprendendo un concetto coniato da Johann Galtung, ha definito come violenza strutturale, proprio al fine di sottolinearne il carattere estensivo contro una lettura ingenuamente e interessatamente particolaristica, troppo attenta a ridurre ogni sorta di male entro confini ben identificabili, così da evitare il peso di responsabilità tanto ampie quanto imbarazzanti. È da questa violenza che fuggono a migliaia da decine di paesi del mondo ed è alla luce di ciò che la distinzione tra un profugo e un migrante economico perde il suo senso.

Ma esiste inoltre, meno evidente, eppure non per questo meno efficace, un continuum della violenza, per dirla con Nancy Scheper-Hugues, che si esercita quotidianamente e incessantemente anche nei luoghi di approdo delle migrazioni e che si esprime nella forma della biopolitica, attraverso il controllo e il disciplinamento dei corpi. È il volto anonimo e sotterraneo, ma per nulla astratto, della violenza, il suo lato più nascosto eppure più mondano e diffuso, la banalità del male, come ebbe a definirla Hannah Arendt: il potere della burocrazia[7]. Come repliche infinite di K., l’inerme protagonista del Processo di Franz Kafka, i migranti, una volta messo piede nei paesi di accoglienza, vengono risucchiati dal vortice inarrestabile degli innumerevoli dispositivi di sapere che le più diverse istituzioni elaborano ed intrecciano attorno alla loro inedita – scomoda – presenza. Una moltitudine di attori, più o meno consapevole, più o meno animata da buone intenzioni, si mobilita prontamente al fine di attivare nei confronti dei nuovi arrivati – stranieri/estranei all’ordine stabilito – un processo di soggettivazione e, dunque, di assoggettamento che risponde a un utile progetto di governamentalità. Per un richiedente asilo, il percorso di riconoscimento ed inclusione transita obbligatoriamente per una serie di pratiche sociali e burocratiche che ne scandisce le diverse fasi: procedure identificative, screening sanitari, trasferimenti da un centro di accoglienza all’altro, programmi di alfabetizzazione, colloqui con i servizi sociali, orientamento legale, attività educative e così via, lungo un itinerario ben collaudato che per sua stessa natura conduce a una riduzione drastica del livello di agency individuale dei singoli migranti, resi in qualche modo dipendenti e – di nuovo – vittime passive, questa volta nei confronti di un sistema di accoglienza che, sia pure inconsapevolmente, nega, assorbe e depotenzia la capacità di agire degli individui. Di qui il tradursi di tali forme e pratiche quotidiane di violenza in vera e propria sofferenza cronica, lamento inestinguibile di dolore, più o meno somatizzato. Ma anche la sofferenza deve essere qualificata, misurata, dimostrata, verificata. Non siamo razionalmente in grado di ammettere ed accettare il dolore tout court, così come viene riferito, dolore e basta, dolore di vita e di morte, dolore di niente e di tutto. Ancora una volta abbiamo bisogno di sapere, per decidere cosa è bene farne di questa sofferenza, e dobbiamo dunque distinguere il dolore buono, il dolore reale, dal dolore che invece è meglio lasciar perdere, quello che, in fondo, magari, non è proprio così vero. Dobbiamo, insomma, fare economia della sofferenza.

Per ogni richiedente asilo, infatti, prima o poi – sicuramente poi -, arriva il momento tanto atteso dell’audizione presso la Commissione Territoriale di competenza alla quale dovrà affidare il racconto della sua nuda vita, il fatidico perché della sua fuga, la motivazione definitiva della sua assenza e della sua presenza qui. E così dovrà assistere alla vivisezione chirurgica della sua intera esistenza, analizzata e riordinata come prova di un delitto incompiuto, quasi che davvero, in fondo, la vita non si riducesse ad altro che a una sorta di bagaglio pieno di cenci sporchi e stracciati, un bagaglio perso, anonimo, dimenticato tra altre migliaia di vite smarrite, molte naufragate in fondo a un mare senza colpe. E la memoria è già dolore: brandelli di stoffa, brandelli di vita, brandelli di carne cruda gettati in pasto a uditori spesso troppo avidi e frettolosi, intenti a un gioco troppo pericoloso per essere ridotto a un noioso gioco di ruolo, un gioco da tavolo, come incastrare tessere di un puzzle impossibile. Troppi i pezzi che avanzano, troppi i tasselli che non combaciano e che non funzionano. La sofferenza, d’accordo, ma non tutta per favore: raccontaci solo ciò che serve, ciò che è utile, tutto il resto tienilo per te, perché per noi è solo materiale di scarto, grazie. Economia della sofferenza e burocratizzazione del dolore: questo sì, questo no. La schiuma della terra torna sempre.

E ora che ti è tutto chiaro Hassani, comincia a raccontare.

  1. Memoria e oblio

Quanto sangue nella mia memoria! La mia memoria è popolata di lagune. Sono cosparse di teste di morti. Non sono cosparse di ninfee. La mia memoria è popolata di lagune. Sulle rive le donne non hanno steso i panni.

La mia memoria è circondata di sangue. La mia memoria è cinta di cadaveri!

(A. Cesaire, Diario del ritorno al paese natale, Jaca Book, 1956, Milano, pp.77-79)

Dice Jackye Assayag che “il boia uccide due volte, la seconda volta con il silenzio”. E infierisce con la memoria, si potrebbe aggiungere. Perché l’oblio, per le vittime di tortura, per chi ha vissuto traumi gravi e in generale per tutti coloro che hanno un conto in sospeso con il passato, resta un traguardo ambito ma spesso irraggiungibile. I ricordi che si vorrebbe rimuovere affiorano di continuo, insistentemente, anche dopo mesi e anni, spesso nei momenti meno opportuni, quando il buio della notte, a tradimento, anziché invitare al sonno favorisce il farsi presente del passato con incubi e visioni che irrompono come zombie famelici in un silenzio quasi assordante, insopportabile. E sono di nuovo bombe assassine che squartano in brandelli decine di corpi umani innocenti, fuoco che divampa nelle case arrostendo cadaveri di donne e bambini, raffiche di mitra sparate verso ogni dove senza criterio alcuno, sequestri, botte e prigioni, cimiteri di sabbia e acqua, famiglie strappate per sempre e tanto, troppo sangue, dappertutto. E così, a testa bassa, quasi vergognandosene, molti confessano di come i loro cuori siano diventati duri come l’asfalto che calpestano lungo interminabili camminate senza meta, e di come i loro occhi non riescano più a piangere nemmeno una lacrima, mentre si tormentano pensando ad altri occhi, quelli delle madri, che hanno visto i figli partire e si consumano giorno dopo giorno con lo sguardo rivolto all’orizzonte, in attesa di poter scorgere ancora una volta la sagoma di quei bambini diventati uomini anzitempo.

Ricordare significa ripercorrere una ad una tutte le violenze subite sulla propria pelle, rivivere nuovamente le stesse sofferenze, scalfire ancora una volta le cicatrici della memoria e restare così in balia di un dolore assoluto, incomprensibile, che genera ciclicamente panico e angoscia, paura di vivere, senso di colpa per essere sopravvissuti. Non è un caso allora se i racconti di vita dei richiedenti asilo, così come emergono dai verbali rilasciati dalle Commissioni Territoriali che ne devono valutare l’attendibilità al fine di riconoscere o meno lo status di rifugiato, appaiono spesso ben poco lineari e coerenti, persino contraddittori, frammentari e lacunosi, come offuscati da una nebbia densa, talvolta impenetrabile, che confonde e amalgama luoghi, date e persone. Spesso sorge spontanea la domanda circa la veridicità di quanto testimoniato, la reale conformità delle parole ai fatti narrati, dimenticando o non riuscendo a comprendere del tutto quanto affermato da Theodor Adorno in riferimento allo scandalo dell’olocausto ed espresso magistralmente con la celebre formula per cui dopo Auschwitz non è più possibile la poesia, come a voler dire che da quel momento – dal momento di ogni vero trauma, individuale o collettivo – il linguaggio è spezzato una volta per tutte. Più recentemente, Elaine Scarry, tramite i suoi studi sulla relazione tra sofferenza e linguaggio, ha inteso mostrare come l’esperienza del dolore costituisca una sorta di messa alla prova del senso ultimo della vita e del mondo stesso e che, in ragione di ciò, non solo resiste ai più diversi tentativi di narrazione sottraendosi al dominio del linguaggio, ma che addirittura ne aggredisce il presupposto che risiede nella possibilità stessa della comunicazione. Il dolore e la sofferenza sono fatti individuali che emarginano chi li subisce isolandolo dal resto delle persone impossibilitate a condividerne il significato. Insieme al linguaggio crolla e viene distrutto il mondo, qui inteso come rifugio comune, luogo dove il senso è condiviso, uguale per tutti. Ecco perché la sofferenza non potendo esprimersi con le parole si traduce in amnesia.

  1. Memoria collettiva e verità storica

Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue.

(T. Sankara, discorso al’OUA, 1987)

Se il ricordo si configura quale presenza scomoda, tuttavia, non è solo perché trascina con sé un dolore privato, intimo, legato all’esperienza prettamente individuale di chi lo ha subito ma, al contrario, proprio perché chiama in causa responsabilità e colpe che rinviano a una dimensione collettiva della memoria; una memoria, però, molto spesso tradita da revisionismi storici, dove la verità ufficiale non sempre si accorda con la giustizia. Come sottolinea Roberto Beneduce, “oltre al segreto patogenico, esiste unsegreto di stato[8]. Significa che per le vittime di passati traumatici, l’oblio rappresenta in molti casi l’ultimo rifugio e l’unica strategia possibile per difendere ciò che resta del proprio equilibrio psico-sociale dalle manipolazioni storiche che sistematicamente corredano l’agire politico e che, in ultima analisi, mettono in discussione il valore testimoniale delle memorie dei “reduci”. Il ricordo, unico strumento che resta ai migranti per non perdere del tutto il legame con il passato e conferire così un senso al presente, si rivela dunque un’arma a doppio taglio, dispositivo ricattatorio capace di trasformare le vittime in carnefici e viceversa.

Occorre allora ritrovare un approccio intellettualmente onesto alla questione migratoria, il più possibile trasparente e svincolato da ogni sorta di strumentalizzazione ideologica, al fine di ripristinare – se non di inaugurare – una reale stagione di verità e giustizia. Per far ciò, sulla scorta delle indicazioni fornite da Paul Farmer, è necessario che l’analisi siageograficamente ampia e storicamente profonda, il che significa, inevitabilmente, riconoscere quel debito del sangue di cui già parlava Thomas Sankara nel lontano 1987, due mesi prima di essere assassinato grazie al sostegno, tra gli altri, di Francia e Stati Uniti. Riconoscere quel debito, oggi, significa prendere finalmente atto delle responsabilità che noi, in quanto Civiltà occidentale, abbiamo nei confronti delle condizioni di vita in cui versano i cosiddetti paesi del terzo mondo. Significa guardare allo specchio la nostra società capitalistica ed essere in grado di vedervi riflessa la falsa coscienza che la anima per infrangerla definitivamente; smascherarne l’ideologia del dominio e dello sfruttamento, incarnata, a seconda dei tempi, dallo schiavismo, dal colonialismo, dall’imperialismo e dal neoliberismo. Ha ragione, allora, ancora Roberto Beneduce quando si chiede ben poco retoricamente “di che cosa parlano i tanti immigrati clandestini se non di un passato coloniale recente e irrisolto […]? Di che cosa raccontano le vittime di tortura se non di oscure complicità fra le nostre ‘democrazie’ e le dittature che scambiano il silenzio su atrocità e violenze con profitti di questa o quella lobby?”[9].

franz fanonMa già oltre cinquant’anni fa, nell’introduzione all’intramontabile capolavoro di Frantz Fanon, I dannati della terra, Jean-Paul Sartre sconfessava tale falsa coscienza europea e, rivolgendosi direttamente ai buoni e civili borghesi delle metropoli, scriveva: “Voi sapete bene che siamo degli sfruttatori. Sapete bene che abbiam preso l’oro e i metalli, poi il petrolio dei ‘continenti nuovi’ e li abbiam riportati nelle nostre vecchie metropoli. Non senza risultati eccellenti: palazzi, cattedrali, città industriali; e poi, quando la crisi minacciava, […] l’Europa, satura di ricchezze, accordò de jure l’umanità a tutti i suoi abitanti: un uomo, da noi, vuol dire un complice, giacché abbiamo approfittato tutti dello sfruttamento coloniale”[10].

Ora che la crisi ha smesso di minacciare per divenire una realtà tangibile, l’Europa crede di poter ingenuamente revocare lo status di umano a tutti coloro che ritiene percorrano illegittimamente e pericolosamente le sue strade: gli immigrati. Si parla di invasione, di occupazione, addirittura di conquista straniera. E le ricette proposte si moltiplicano: blocchi navali, muri, rimpatri forzati, abbattimento di imbarcazioni, e chi più ne ha più ne metta. Allo stesso modo, quante più sono le voci che esigono sempre maggiori controlli e repressione, tante più sembrano le voci che per reazione esigono tolleranza, senza rendersi conto dello sporco gioco che riproducono adottando il lessico del potere, imperniato sul duplice stereotipo che ingabbia lo straniero; quello vittimista da un lato e quello razzista dall’altro. Il concetto di tolleranza, infatti, implica per definizione[11] un impegno, uno sforzo, quasi una fatica, per resistere alla tentazione di discriminare, denigrare, insultare. Perciò la tolleranza è già tutto questo insieme, poiché ne è la sua condizione di possibilità. Si tollera ciò che non si vorrebbe, ce ne si fa una ragione. Perciò la tolleranza è già una forma di apartheid culturale.

No, nessuna tolleranza, nessun pietismo e soprattutto nessun tipo di beneficenza. Ciò che occorre esigere è l’introduzione e l’applicazione di leggi in materia di diritto d’asilo che siano finalmente in grado di rispettare il mandato della Convenzione di Ginevra del 1951. Ma soprattutto, ancora una volta, verità e giustizia, per restituire Storia e memoria a tutti coloro cui viene negata.

**Raùl Zecca Castel è collaboratore di Carmilla e autore del libro Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana(Arcoiris Ed., 2015, pp. 272). La prima presentazione del libro, collegato anche all’omonimo documentario e una mostra fotografica, sarà il 12 dicembre a Cinisello Balsamo (Mi) presso la Sala Incontri Il Pertini di Piazza Confalonieri 3 alle ore 18. Dettagliqui link.

 


[1]     A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002, p. 44.

[2]     A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli, 2004.

[3]    U. Bossi, intervista a Radio Padania, 2003.

[4]     G. Devescovi, candidata sindaca per la Lega Nord Toscana, dichiarazione del 7.05.2015.

[5]     P. Bourdieu, nota a A. Sayad, op. cit., p. XI.

[6]     Cfr. E. De Martino.

[7]     Cfr. D. Graeber, Oltre il potere e la burocrazia, Eleuthera, Milano, 2013.

[8]     R. Beneduce. Archeologie del trauma. Un’antropologia del sottosuolo, Laterza, Bari, 2010, p.109.

[9]     Ivi, p 110.

[10]   J-P. Sartre, introduzione a F. Fanon, I dannati della Terra, Torino, Einaudi, p.XXI-XXII.

[11]   Tolleranza, s. f. [dal lat. tolerantia, der. di tolerare «sopportare, tollerare»]. – 1. La capacità, la disposizione a tollerare, e il fatto stesso di tollerare, senza ricevere danno, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata, Vocabolario Treccani, Treccani.it.