Archivi categoria: Centroamerica e Caraibi

La memoria, una diáspora migrante. Entrevista con Horacio Castellanos Moya

VERACRUZ_IMG_7741.JPG_14952214-704x400[di Caterina Morbiato – da Confabulario] En entrevista, el escritor salvadoreño Horacio Castellanos Moya aborda las causas de la migración, desde la “democratización de la violencia” al uso del terror como estrategia de control político, además de la memoria como territorio de identidad y pertenencia.

Provocadora, impúdica, sarcástica. No cabe duda que la prosa del escritor salvadoreño Horacio Castellanos Moya (Tegucigalpa, 1957) ha sabido inspeccionar la realidad social centroamericana de los últimos tiempos. Obras como El asco, Insensatez, La sirvienta y el luchador y El arma en el hombre nos escupen en la cara los esperpentos más macabros de la violencia que ha destrozado países como El Salvador y Guatemala, sin dejar de registrar con precisión de cirujano el inacabable dolor que ahí se vive.

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Guatemala. 8 marzo, un femminicidio di Stato

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[Intro e traduzione di Nino Buenaventura] Le origini dell’8 marzo si fondano su un fatto storico controverso, di cui non si conosce l’esattezza storica: l’8 marzo del 1857 le operaie di una fabbrica statunitense vennero chiuse e bruciate vive dal padrone per impedirgli di partecipare allo sciopero. Per la memoria collettiva però quella fabbrica, al di là della veridicità storica, è esistita. Per la storia delle donne, quella fabbrica è bruciata centinaia, migliaia di volte. Sotto forma di inquisizione, di orfanotrofio, di manicomio, di ospedale, cliniche per la purezza della razza, stupri di massa, femminicidi capillari e costanti, carceri, fabbriche, frontiere. Lo scorso 8 marzo, le giovani ‘ospiti’ dell’Hogar Seguro (Casa Sicura)riformatorio guatemalteco in cui vengono rinchiusi orfani e giovani coinvolti nella violenza criminale, appiccarono il fuoco ad alcuni materassi per protestare, proprio nel giorno internazionale della donna, contro le molestie sessuali e stupri continui dei quali erano vittime. L’8 marzo del 2017, 160 anni dopo il rogo statunitense commemorato, un sistema, uno Stato, i sostenitori e riproduttori del patriarcato hanno impedito a delle bambine, delle donne, delle giovani di mettersi in salvo e le hanno lasciate bruciare. Il governo guatemalteco ha tentato di insabbiare le reali motivazioni della rivolta dicendo che l’ammutinamento ha avuto luogo per la scarsa qualità del cibo. Nel mese di febbraio, il governo di Jimmy Morales mandò l’esercito contro Women on Waves, organizzazione olandese che pratica in acque internazionale aborti nei paesi dove si criminalizza la libera scelta delle donne.

Ad oggi, 12 marzo, sono 38 le giovani donne morte incenerite.

Il fatto che siano bambine, giovani o adolescenti, condannate o orfane non può far ignorare che la logica della sicurezza, del patriarcato, ha preferito bruciare 38 giovani donne, piuttosto che ascoltare le loro proteste e aprire quella maledetta porta.

A seguito l’articolo di  G. Waltke y M. Rodríguez in italiano, da nomada.gt.

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¡Berta Cáceres presente!

Un testo e una poesia per ricordare Berta Cáceres.

La notte tra il 2 e il 3 Marzo del 2016, l’attivista ecologista, indigena e femminista Berta Cáceres fu assassinata nella città La Esperanza (Honduras). Berta ha speso la sua vita lottando contro il sistema di sfruttamento e morte che in America Latina distrugge la natura e miete vittime. È stata uccisa proprio dai difensori degli interessi delle transnazionali. Prima di morire Berta si stava opponendo alla costruzione di una grande diga sul fiume Gualcarque che avrebbe ristretto l’accesso all’acqua e al cibo per le popolazioni locali. L’Honduras è il paese più pericoloso del mondo per quanto riguarda l’attivismo ambientalista: secondo l’inchiesta di Global Witness dal 2010 sono stati assassinati più di 120 persone in lotta contro megaprogetti di sfruttamento della terra. Per quanto Berta sapesse di essere a rischio, non si è tirata indietro e ad ha continuato la lotta. All’emittente Al Jazeera ne 2013 aveva dichiarato:

“L’esercito possiede una lista di 18 difensori dei diritti umani da uccidere ed il mio è il primo nome. Io voglio vivere perché ci sono ancora tante cose che desidero fare ma non ho mai pensato di smettere di combattere per il mio territorio e per una vita dignitosa anche perché la nostra battaglia è legittima. Io faccio attenzione alla mia sicurezza personale ma nel mio paese, dove l’impunità è totale, sono vulnerabile. Mi vogliono morta, e alla fine ci riusciranno”.

Oggi ricorre un anno dal vile omicidio, ma la voce, il coraggio e la determinazione di Berta Cáceres continuano a dare coraggio e speranza in America Latina a tutti quelli che oppongono il loro corpo e le loro convinzioni ai crimini delle transnazionali.

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Di Helena Scully Gargallo e Nino Buenaventura – da CarmillaOnline

A un anno dalla scomparsa riproponiamo un testo di Helena Scully Gargallo sull’attivista Berta Cáceres, vilmente uccisa il 3 marzo 2016 in Honduras. La sua lotta e la memoria non si fermano e rivivono oggi nelle battaglie per i diritti e nello sciopero della donne dell’8 marzo (LINK). Questo testo è stato letto il 23 Marzo 2016, ore 19.34, calendario Mediterraneo, Circolo Anarchico Berneri, Bologna. Di seguito riportiamo una poesia di Nino Buenaventura dedicata a Berta, “Ritratto d’amore con assassinio”, scritta in italiano e tradotta in spagnolo dallo stesso Nino.

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35 años despúes, la masacre de La Quesera sigue impune

di Caterina Morbiato

Memorial de víctimas, El Salvador. Foto: Félix Meléndez

[desde Pié de página] Hace 35 años el Ejército Salvadoreño masacró al pueblo de La Quesera. La recién anulación de la Ley de Amnistía y la revelación de documentos desclasificados son una posibilidad de que los perpetradores sean castigados. Mientras, las víctimas y sobrevivientes no esperan: preservan su memoria, pese al dolor de decirla en voz alta.

USULUTÁN, EL SALVADOR.- De no haber pasado nada, quizás estos rostros enmarcados serían tres, no dos. Tres sonrisas infantiles desafiando a un público imaginario. De no haber pasado nada con toda probabilidad no me encontraría aquí, charlando con ese hombre sobre los recuerdos de una guerra ingrata, sobre su familia rota, sobre escombros y locuras. Tampoco estaríamos nombrándote, Cristabél, niña desaparecida hace tres décadas, memoria obstinada de tu padre, este anciano que hoy me enseña a tus dos hermanas –lindas, en sus fotos de diploma– cuando decide rememorar el horror.

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El impasse político de Haití @LaJornada @LaJornadaOnLine

impasse-haiti[Fabrizio Lorusso* Diario La Jornada – Lee también, en italiano: I migranti haitiani alla frontiera USA] Tras un año de tensiones políticas, fraudes electorales, calamidades naturales, protestas callejeras y cuatro postergaciones del voto popular, el pasado 20 de noviembre Haití vivió una jornada electoral en que se renovó un tercio de los congresistas y se eligió al nuevo presidente. El país llegó al voto con una economía estancada, una inflación de 10 por ciento y 80 por ciento de la población en la pobreza.

Elezioni presidenziali ad #Haiti su @Radio1Rai @vocidelmattino @END_Edizioni

haiti-elections-2010A Voci del mattino, programma di Radio Uno Rai del 21 novembre, abbiamo parlato delle elezioni ad Haiti (dopo il minuto 6:30 ascolta a questo link il podcast). In studio Paolo Salerno.

Ecco gli argomenti della puntata: Sarkozy fuori nel primo turno delle primarie del centrodestra francese. Le elezioni presidenziali ad Haiti. Rischio genocidio in Burundi. La prima settimana della cucina italiana nel mondo, vetrina del made in Italy. Il punto sulle indagini della magistratura sulla xylella nel Salento. Il programma: Voci del Mattino propone quotidianamente notizie, rassegna dei media esteri e approfondimenti sull’attualità, con particolare attenzione ai temi internazionali. Conducono, dal lunedi al venerdi Paolo Salerno, il sabato Lorenzo Opice In redazione: Rita Pedditzi, Colomba Sampalmieri Assistenti al programma: Francesca Alibrandi, Roberta Genuini, Maria Grazia Santoe Claudio Urbani. Regia di Mauro Convertito

Voto a #Haiti, la parola all’esperto – Intervista parte 1 su @Lettera43

l43-haiti-lorusso-riccio-161005214418_medium[Articolo tratto da Lettera43 Blog Americanos43 di Francesco Giappichini – Foto: Jean – Charles Moïse, candidato presidenziale della formazione Platfòm pitit Dessalines]  Il 9 ottobre a Haiti si celebrano le Elezioni presidenziali e parlamentari, dopo l’annullamento del voto del 2015, causa brogli elettorali. Uragano Matthew permettendo, considerando che il Consiglio elettorale provvisorio sta valutando l’eventualità di un rinvio. Il Paese, che i politologi amano definire uno Stato fallito, non si è risollevato dalle conseguenze del terremoto del 2010 – 230mila le vittime confermate – dall’epidemia di colera – che ha ucciso oltre ottomila persone – e dal neocolonialismo delle organizzazioni non governative. Quello che in un colpo solo ha annullato il settore agricolo nazionale, attraverso l’importazione di riso e altri cereali – a basso costo, grazie ai sussidi pubblici – provenienti dagli Stati uniti. Come spiegano i documentari di Silvestro Montanaro – “C’era una volta”, Rai tre – facilmente reperibili sulweb. E’ difficile interpretare Haiti, un Paese che non lascia basito solo chi proviene dai quartieri residenziali di qualche cittadina nordeuropea; la sventurata Nazione colpisce allo stomaco anche chi conosce a palmo a palmo favela e periferie degradate delle altre Nazioni latinoamericane. Per approfondire le dinamiche haitiane abbiamo intervistato Fabrizio Lorusso (@FabrizioLorusso ), giornalista – segnaliamo le sue corrispondenze dal Messico per l’edizione italiana dell'”Huffington post” – e docente presso l’Universidad Iberoamericana León (Ibero León), con sede appunto nella città messicana di León. Oltre che gestore del blog dal titolo “L’America latina” ( https://lamericalatina.net/ ). Lorusso è, infatti, autore di un libro ormai di culto (“La fame di Haiti”, pubblicato nel 2015 da Edizioni non deperibili – End), reportage scritto a quattro mani con Romina Vinci. Qui non solo si analizza il ruolo delle «multinazionali della solidarietà», ma si offrono chiavi di lettura essenziali per capire il sistema politico ed economico del Paese più povero dell’America latina. Spazio quindi alla cosiddetta «industria della fame», e analisi della «militarizzazione dell’isola da parte di forze straniere, in primo luogo statunitensi». (leggi qui la seconda parte)

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Su @fattoquotidiano #Narcotraffico pop, da #BreakingBad a #ElChapo: i nuovi #goodfellas arrivano dal #Sudamerica #NarcoGuerra

(Di Eleonora Bianchini, da Il Fatto Quotidiano Magazine del 22 maggio 2016, un reportage sul mondo della narco-cultura a cui ho partecipato con un’intervista su Santa Muerte, NarcoGuerra e Messico).

Dalla stretta di mano di Guzman con Sean Penn al successo di Narcos, serie tv sulla vita di Pablo Escobar. I signori della droga affascinano Stati Uniti ed Europa, almeno sul piccolo schermo. Ma la loro popolarità va oltre: dalla musica dei narcocorridos fino a ‘narcotacos’ in California

Una stretta di mano col boss del narcotraffico, eterno fuggitivo e latitante. Tutto immortalato su Rolling Stones. Uno scatto che per una casa di moda di Los Angeles ha pagato più di una campagna pubblicitaria. I protagonisti della foto sono Sean Penn e il re messicano della droga Joaquín Guzmán, meglio noto come El Chapo. Indossava una camicia azzurra, modello Fantasy-X Button Down Shirt. Andata a ruba in California, “quasi finita” sugli scaffali dei distributori di Los Angeles insieme al modello Crazy Paisley, scriveva Tmz. Anche quello indossato dal Chapo.  Continua a leggere