Archivi categoria: Diari di Viaggio

¡Hasta siempre, siglo xx! – Parte 4 #DiarioCubano #Cuba #FidelCastro

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Mentre in Italia si stanno concludendo le operazioni di voto per il referendum sulla riforma della Costituzione, continuano ad arrivare i contributi del diario cubano in presa diretta di Perez Gallo, Gimmi e Nino Buenaventura da Cuba, in cammino da l’Avana verso Santiago per l’addio a Fidel Castro. La foto di apertura mette in comunicazione i due mondi: dall’Italia all’America Latina un messaggio per il No al referendum come “omaggio a Fidel”. Gli autori comunicano al blogger “postatore” del diario che non dormono da 48 ore e sono sempre in viaggio per cui condensiamo qui i giorni 4 e 5. Ma ora torniamo al racconto… Link giorno 1giorno 2giorno 3

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¡Hasta siempre, siglo xx! – Parte 3 #DiarioCubano #Cuba #FidelCastro

Terza puntata del diario in presa diretta di Perez Gallo, Gimmi e Nino Buenaventura da Cuba, seguendo il cammino delle spoglie di Fidel Castro. Leggi qui la prima parte del diario-reportage da Cuba: LINK   E poi la seconda qui. Continua…

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Eccoci qua, su un camion merci riadattato al trasporto umano, sgangherato, cigolante, e con una scritta molto elegante “salida de emergencia” su una solidissima porta di acciaio. Siamo in viaggio per raggiungere Bayamo, e da lì Playa las Coloradas, dove il Granma attraccò rovinosamente portando i rivoluzionari sull’isola.

Ma ci stiamo perdendo, questo sarebbe il giorno quarto, ma noi dobbiamo ancora raccontarvi il terzo. Quindi respiriamo e andiamo con ordine:

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¡Hasta siempre, siglo xx! – Parte 2 #DiarioCubano #Cuba #FidelCastro

Seconda puntata del diario in presa diretta di Perez Gallo, Gimmi e Nino Buenaventura da Cuba, seguendo il cammino delle spoglie di Fidel Castro. Leggi qui la prima parte del diario-reportage da Cuba: LINK   E poi continua…

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Lunedì 29 novembre.

Prima premessa: sospiro di sollievo, Putin non c`era (ma altri personaggi imbarazzanti non sono di certo mancati).

Seconda premessa: internet in questo paese è un fenomeno sociale assai particolare: funziona cinque minuti sì, dieci no e venti forse, in piccole isole della città dove la gente si raggruppa e, tutti insieme ma ognuno per conto proprio, litiga con la tecnologia e gode i suoi momenti di alienazione capitalista quotidiana. A vederla in maniera storicista si potrebbero fare tre valutazioni: sembra una versione individualista della televisione italiana negli anni ’50; sembra che ancora si debba percorre un abisso tra gli spot di connessione internet e i pokestop di pokemon go; fare questo diario di viaggio è un gran casino.

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¡Hasta siempre, siglo xx! – Giorno 1 #DiarioCubano #Cuba #FidelCastro

¡Hasta siempre, siglo xx! – Giorno 1 – Primo atto del diario in presa diretta di Perez Gallo, Gimmi e Nino Buenaventura da Cuba, a poche ore dalla morte di Fidel Castro. I tre autori di questo diario progressivo sono freelance latinoamericanisti già da tempo irretiti dalla gran Città del Messico. Per via dell’impermanenza sono ora sull’isola dei Caraibi a raccontare giornate di vita, memoria, incontri e divagazioni. Continua… LamericaLatina

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Venerdì scorso, circa 8 della sera, zocalo (=piazza centrale) di Cittá del Messico.

Ci ritroviamo in un po’ di amici e conoscenti disparati, al termine della manifestazione Ni Una Menos, contro la violenza sulle donne. La piazza si svuota poco a poco, i discorsi sul palco si avviano alla conclusione.

Che facciamo? Che domande, andiamo a bere a San Jeronimo! Ci mettiamo poco a metterci d’accordo sulla proposta, la più banale e allo stesso tempo la più irrifiutabile.

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Il Festival dei Diritti Umani e il Progetto “Behind Zika Virus”

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Segnalo questa iniziativa latinoamericanista di narrazione fotografica promossa nell’ambito del Festival dei Diritti Umani 2016. Si tratta di una raccolta fondi collettiva, cioè un crowdfounding, per sostenere il fotografo Mirko Cecchi sulle tracce dello zika virus in America Latina. 
Guarda. Partecipa. Reagisci.

Il valore del racconto, della testimonianza è fondamentale nella costruzione di una maggiore consapevolezza. Se siamo informati possiamo scegliere e agire.

Ecco perché il Festival dei Diritti Umani in questa prima edizione lancia una campagna di crowdfunding per la realizzazione di un originale reportage fotografico sul tema dei diritti umani.

Partecipare a questa campagna significa far parte della comunità che di fatto ‘commissiona’ questo lavoro e supporta il fotografo che lo realizzerà.

Scopri il progetto “Behind Zika Virus” raccontato da Mirko Cecchi, vincitore del contest #ioalzolosguardo

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La Ley de Herodes – La Legge di #Erode #Film #Messico #AmericaLatina

Per la Serie Film LatinoAmericanisti(qui link agli altri film)

La ley de Herodes es una película mexicana de 1999 dirigida por Luis Estrada. Se trata de una comedia satírica sobre lacorrupción política en México durante el largo mandato del PRI.

Frases relevantes del film
  1. ¿Por qué no quieren que la veas? (Frase de los comerciales del filme, para indicar que a pesar del intento de veto en México se logró estrenar)
  2. ¡El que no transa no avanza! (este refrán sirve para justificar a todo funcionario público que lucra indebidamente (transgredir = transar) con su cargo público, alegando que solo así prosperará notablemente).
  3. ¡Este país no tiene solución! (frase usada para quejarse por no ver un progreso significativo en un país y por sí ver los mismos problemas sociales, políticos y económicos).
  4. ¡Ahora si me saliste más cabrón que bonito! (frase que se utiliza para referirse a alguien que salió mejor (si así le podríamos decir) de lo que se esperaba).
  5. ¡Te tocó la ley de Herodes, o te chingas o te jodes! (refrán que se refiere a que debes hacer algo que no quieres, pero te obligan a hacerlo y lo debes hacer por el bien propio).
  6. ¡Están jodidos porque quieren! (frase para decirle a los ciudadanos que sufren carencia y falta de prosperidad por sus actitudes, y no por culpa del gobierno como ellos alegan).
  7. ¡Ah que mi licenciado, igual que los demás, na’más llegandito y ya quiere su mordida! (Expresión delicada, que se refiere al soborno que exigen varios funcionarios públicos recién iniciando su cargo para permitir actividades ilegales).
  8. Si en este país hubiera democracia, el presidente usaría sotana. (sirve para recalcar la influencia del catolicismo en México.)
  9. ¡Para tus impuestos no tienes, pero que tal para esto, eh! (Comentario que se refiere a los ciudadanos evasores de impuestos que derrochan su dinero en otras cosas).
  10. ¡La dictadura perfecta! (Frase que se refiere a que el sistema de gobierno de un solo partido político que gana todas las elecciones presidenciales, fue llamado así porMario Vargas Llosa, escritor peruano. En realidad, esta frase fue acuñada por Vargas Llosa unos 15 ó 20 años después de los años en que transcurre “La Ley de Herodes”) Da: https://es.wikipedia.org/wiki/La_ley_de_Herodes 

Ley de herodes

La NarcoGuerra divide in due il Messico, il Paese dei cartelli della droga

Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)

Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)

Che cosa significa NarcoGuerra? Perché ormai si associa questa parola, gravida di immagini inquietanti, al Messico? La guerra alle droghe e ai cartelli del traffico internazionale di stupefacenti risale a vari decenni or sono, all’inizio degli anni ’70, per la precisione, quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, decise di applicare una politica di mano dura e di combattere una war on drugs, posizionando le droghe come il “nemico numero uno” da eliminare. Nixon e Calderón avevano in comune una visione messianica della “guerra giusta”, “costi quel costi”, che con il pretesto e la pretesa di sconfiggere militarmente la presunta piaga delle droghe e del narcotraffico, in gran parte causata da legislazioni proibizioniste e altamente punitive negli Usa e nel resto del mondo, hanno condotto una guerra alla stessa popolazione che dichiaravano di voler proteggere.

Il Messico della NarcoGuerra, un conflitto armato che continua ancora oggi e che ha provocato oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in meno di 9 anni, è sia quello dei narcos e delle gang, dei femminicidi e dei desaparecidos di Ayotzinapa, che poi sono solo la punta dell’iceberg di un problema enorme, sia quello dei movimenti sociali e cittadini di resistenza e denuncia che costituiscono la parte più sana e reattiva della società di fronte a una crisi umanitaria senza precedenti.

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Il bilancio negativo non è fatto solo dai morti, dai desaparecidos, dai 281.000 rifugiati, ma anche dai danni per l’intera società, per il suo tessuto di relazioni sempre più sfaldato, e per la democrazia imperfetta e incipiente che stenta a decollare in terra azteca. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. L’uso della forza occulta debolezze, non dà i risultati sperati.

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La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo Stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

La NarcoGuerra parte dal Messico, ma è globale come lo sono i mercati delle droghe, delle armi, delle persone e di tutto quello che, spinto dalla globalizzazione e dalle politiche di apertura economica, dal Messico deve transitare. E deve farlo passando dalla più lunga frontiera tra un Paese “in via di sviluppo”, piegato da povertà e disuguaglianze sociali, e un Paese “ricco”, potenza mondiale decadente che, però, resta il mercato più grande della Terra anche per le droghe.

Lo scrittore Pino Cacucci parla di due paesi:

“Esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile”.

Il Messico resta diviso in due. Non solo tra un Paese turistico e accogliente, tra i migliori al mondo per le sue bellezze e attrazioni, e un Paese di disuguaglianze e abusi, ma anche tra un Paese che pare soccombere ai narcos e alla connivenza tra la politica e la malavita e uno che, invece, si ribella, fa sentire la propria voce e prova a costruire alternative. La storia di questi anni affonda le sue radici nel Novecento, secolo dominato dalle speranze tradite della Revolucion del 1910-17 e il dominio di un partito egemonico e autoritario (il PRI, attualmente di nuovo al governo), e si proietta nelle incertezze del futuro chiedendo a gran voce, ancora una volta, giustizia. Per chi fosse interessato segnalo iniziative, testi e presentazioni relative a “NarcoGuerra” sul portale L’America Latina.

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La fame di Haiti, libro di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso

Copertina La fame di Haiti libro vinci lorusso (Small)[Introduzione e Premessa del libro La fame di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, END Edizioni, 2015, pp. 120, € 10.20]

Dopo il terremoto, le cui immagini strazianti hanno fatto il giro del mondo, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, due giovani giornalisti freelance italiani, si recano ad Haiti a più di un anno di distanza l’uno dall’altra. Fabrizio arriva nell’isola caraibica a un mese dal sisma del 12 gennaio 2010, vede e racconta le macerie, la desolazione, la difficile situazione politica e sociale appena   dopo la catastrofe. Nell’ottobre del 2011 Romina giunge ad Haiti e visita ospedali, orfanatrofi, scuole, scorge qua e là i segni della ricostruzione in mezzo alla povertà dilagante, fotografa bambine e bambini, uomini, donne, ragazzi e maiali che grufolano in mezzo alla spazzatura che invade quasi ogni spazio della capitale Port-au-Prince.

Da questi due sguardi nasce un primo libro, un doppio diario, pubblicato in Italia nel 2012, a cui seguono anni di oblio mediatico e Haiti torna ad essere nell’immaginario collettivo niente di più che un segmento dell’isola di Hispaniola, un paese dei Caraibi genericamente e quasi inevitabilmente povero e instabile. La solidarietà internazionale e la conseguente ricostruzione viene data per scontata. Non si parla, se non per poco tempo, della terribile epidemia di colera che ha colpito gli haitiani già vittime del terremoto.

Come spesso accade, tragedie naturali e guerre lontane finiscono per essere dimenticate e nessuno più si preoccupa di “aggiornare i dati”, di provare a comprendere l’intreccio tra gli interessi economici delle potenze mondiali e i sistemi politici locali, tra l’operato delle Ong indipendenti e quello delle “multinazionali della solidarietà”. Speculazioni, vecchie e nuove povertà, derive antidemocratiche, sanguinosi sussulti sociali sono rubricati come no- tizie di scarso interesse, come mali inevitabili di Paesi da sempre “ultimi”.

Non la pensano così Fabrizio Lorusso e Romina Vinci che ritornano sui propri passi a cinque anni dal terremoto di Haiti, rivedono e aggiornano quanto scritto e documentato a suo tempo, risentono Evel Fanfan, un avvocato che si batte con la sua associazione per il rispetto dei diritti umani sull’isola, la cui disponibilità era stata e continua a essere preziosa per i due giornalisti.

Dalla volontà di non dimenticare le tante tragedie di Haiti, passate e presenti, nasce quindi questo nuovo libro che parla di terremoto ma anche e soprattutto di fame, fame reale e fame metaforica, ma non per questo meno importante, di giustizia, di indipendenza, di dignità e di   futuro.

Sono passati cinque anni dal terremoto che ha devastato la capitale di Haiti, Port-au-Prince.  Le immagini televisive della catastrofe hanno fatto il giro del mondo nei primi mesi del 2010, ma poi la tragedia haitiana è caduta nell’oblio.  Furono oltre 250.000 i morti, un milione e mezzo i senza tetto e centinaia le tendopoli allestite dopo il sisma. Alla fine di quell’anno scoppiò anche un’epidemia di colera che fino ad ora ha fatto 9.000 vittime, mentre sono più di 700.000 le persone contagiate. Il virus, che era scomparso nel paese da almeno centocinquant’anni, vi è stato reintrodotto dalle truppe nepalesi in forza alla missione dei Caschi blu dell’Onu, la Minustah (Mission des Nations Unies pour la Stabilisation en Haiti). La comunità ha stanziato circa undici miliardi di dollari, ma pochi sono stati i risultati concreti per la vita della popolazione. Sono stati vani gli sforzi per la ricostruzione che, ancora oggi, langue ed è diventata una ghiotta occasione per le multinazionali impegnate a gareggiare per gli ap palti. Gli aiuti alimentari dall’estero cannibalizzano la produzione locale e i programmi di cooperazione, malgrado le buone intenzioni, finiscono spesso per creare dipendenza e degenerare nel paternalismo. Per questo le macerie di Haiti restano lì, intatte e dolorose, e a ricordarcele rimane anche questo diario-reportage, che ripercorre gli ultimi cinque anni, dai mesi successivi al sisma all’attuale situazione.

Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Vivere e scrivere ai tempi del colera. Capire una cultura diversa, che non è del tutto latinoamericana, ma nemmeno africana. Che non è solo caraibica, francesizzata e americanizzata, ma anche creola, autoctona e circondata dal mondo ispanofono. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità, la religione, la politica, da dentro e da fuori. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente, e sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra, più che un bimbo affamato, un soldato mercenario, il passaggio di una crociera per ricconi e più che un mare di povertà e violenza. Superare lo stereotipo, colmare l’abisso dell’indifferenza.

Per tutti questi motivi è nata l’idea di conoscere una realtà così difficile e in seguito di fissare l’esperienza vissuta scrivendo un diario, un testo che raccontasse vicende, personaggi e quartieri visti da occhi attenti e allo stesso tempo straniati, occhi e penne che ricordano in silenzio, a lume di candela, e scrivono la sera prima di coricarsi tra le macerie.

La fame di Haiti QUI LINK – Introduzione del libro LINK – Prologo di Massimo Vaggi LINK – Prossima presentazione del libro – 15 giugno ’15 – Pavia – Volantino Link