Archivi categoria: Foto-Gallerie

Cile, cronache di un risveglio

di Pablo Mardones per Tiempo Argentino + Galleria fotografica

traduzione di Alioscia Castronovo per DinamoPress

Sabato scorso la rivolta cilena ha compiuto una settimana. Tutto accade a grande velocità. Secondo il presidente, siamo passati da essere «la vera oasi in America Latina» all’essere «in guerra» ed infine, ha chiesto perdono offrendo un pacchetto di misure riformiste. Manifestazioni di massa, canti, musiche e cacerolazos si sono opposti a manganellate, assassinii, violenze sessuali, torture e coprifuoco. Ci sono state enormi manifestazioni di fronte alle ambasciate cilene a Buenos Aires, Barcellona, e New York, dibattiti nel parlamento francese e articoli di giornale sulla situazione cilena in tutto il mondo.

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Foto: Pablo Mardones

Il mio stato d’animo, così come quello della maggioranza delle persone, cambia a un ritmo vertiginoso. Mi sveglio con l’angoscia ascoltando le notizie sui media (non sappiamo più a chi credere), cerco di sostenere per quanto possibile persone che non riescono a dormire, sentono gli elicotteri e hanno incubi relativi alla dittatura, e poi esco a manifestare nel pomeriggio, suonando musica in strada e abbracciando persone sconosciute. Non c’è nessuna psiche che possa sostenere tutto questo!

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Il modello cileno: governare con la violenza e i privilegi

di Pablo Mardones, da Tiempo Argentino  + Galleria Fotografica

tradotto da Susanna De Guio e Gianpa L.

Sono nato durante la dittatura e in pieno coprifuoco. Mio padre, al volante, sventolava un fazzoletto bianco mentre mia madre si teneva la pancia con entrambe le mani per non partorire nell’auto. Avevano paura che le forze di sicurezza confondessero le ragioni della loro fretta e fermassero l’auto con violenza. In Cile si viveva così: la vita e la morte erano segnate dalla paura, dalla persecuzione. Oggi, quarantun anni dopo, mi ritrovo in strada, commosso e pieno di speranza. Le forze di sicurezza stanno lì, come in passato; però la paura non è più la stessa. Questo è senza dubbio un momento unico e irripetibile per questa sottile frangia di terra.

jh djhflA differenza che in Cile, in Argentina le manifestazioni in strada e l’espressione pubblica delle rivendicazioni sono socialmente legittimate, e sono quotidiane. Nel mio paese queste pratiche erano anestetizzate. Mentre gli argentini e le argentine sono famosi per scendere in strada quando i loro diritti vengono toccati, i cileni e le cilene sono visti come sottomessi, muti. Questo sguardo l’ho percepito vivendo e viaggiando in diversi paesi, in occasioni in cui emergevano i “però voi in Cile state bene” oppure a volte, in modo più sarcastico, “voi siete i migliori alunni” dell’allineamento alle politiche neoliberali. Oggi questo meccanismo si è rotto: la bolla è scoppiata, la pentola a pressione – forse la metafora più appropriata – è esplosa. Continua a leggere

Messico, il nuovo governo riapre le indagini su Ayotzinapa

Di Caterina Morbiato da Napoli Monitor.

Il 26 settembre di cinque anni fa, quarantatré studenti della Scuola normale rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa venivano fatti sparire durante quella che è passata alla storia come “la notte di Iguala” (la cittadina dello stato di Guerrero in cui avvennero i fatti). Oltre ai giovani scomparsi vennero uccise sei persone – tra cui tre studenti normalisti, uno dei quali brutalmente torturato – e ne furono ferite almeno quaranta.

 

 

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[Foto Susanna de Guio]

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“L’Istmo è nostro”: il Congreso Nacional Indigena contro il progetto trans-istmico

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fotografie: Susanna De Guio

[di Susanna De Guio]

 

Il 6, 7 e 8 settembre appena passati sono stati tre giorni di riunioni e dibattiti intensi a Juchitan, nello stato di Oaxaca, Messico. “L’istmo è nostro” è il nome della campagna che ha guidato i temi dell’incontro del CNI, insieme agli aderenti alla Sexta e alle reti di resistenza e ribellione nazionali e internazionali in lotta contro il capitalismo e il patriarcato. Continua a leggere

A 100 anni dalla sua morte, il Morelos ricorda Emiliano Zapata e piange il suo erede Samir Flores. Articolo + fotogallery

zapata muerteDi Redazione,

Il 10 aprile del 1919, Emiliano Zapata Salazar, generale dell’Ejército Libertador del Sur, il cui centro di operazioni era il piccolo stato indigeno e contadino di Morelos, distante pochi km al sud di Città del Messico, cadeva in un’imboscata del generale Pablo González e del colonnello Jesús Guajardo, alti ufficiali dell’Ejército Constitucionalista del presidente Venustiano Carranza, nella hacienda morelense di Chinameca. Quello stesso giorno, come scrive lo scrittore Francisco Pineda Gómez, “nel Palazzo Nazionale, Venustiano Carranza si riuniva con ‘importanti uomini d’affari’ di Chicago. In ‘vagoni treno di lusso’, insieme a fotografi e cineasti, arrivarono a Città del Messico contingenti delle compagnie petroliere, minerarie, industriali, commerciali e bancarie degli Stati Uniti”.

Nei 9 anni precedenti, Zapata era stato il più tenace e radicale dei protagonisti della Rivoluzione Messicana. Il 20 novembre 1910 aveva risposto al Plan de San Luís, l’appelo del liberale Francisco Ignacio Madero che prometteva, oltre al ritorno delle libertà democratiche, la restituzione alle comunità delle terre usurpate dai grandi hacendados nei decenni precedenti, e si era sollevato in armi contro il dittatore Porfirio Diaz. Non prima, tuttavia, di sotterrare in un luogo sicuro, in qualità di rappresentante comunitario, i titoli ancestrali della proprietà collettiva del suo pueblo. In seguito alla vittoria di Madero e l’esilio di Diaz, tuttavia, le terre non erano state distribuite e Zapata, invece di restituire le armi, guidò una riforma agraria popolare, nel Morelos e, via via che il raggio d’azione degli zapatisti si ampliava, anche in porzioni dei vicini stati di Puebla e di Guerrero. Il Plan de Ayala, proclamato dagli zapatisti il 25 novembre 1911, sintetizzava questo progetto di riforma e i principi dell’autonomia indigena e contadina e la necessità di portare avanti la Rivoluzione tradita da Madero. Negli anni a seguire, il colpo di Stato reazionario di Victoriano Huerta contro Madero non fece indietreggiare la resistenza zapatista. Tra il 1914 e il 1916, mentre il regime di Huerta entrava in crisi sotto i colpi dei generali del nord Carranza, Alvaro Obregón e Francisco “Pancho” Villa, gli zapatisti diedero vita alla leggendaria Comune del Morelos, l’esperimento di autonomia, autogestione e giustizia sociale più rivoluzionario della storia del Messico, almeno fino al levantamiento neozapatista del 1 gennaio 1994 in Chiapas. Il 6 dicembre 1914, quando l’Ejército Libertador del Sur e la División del Norte di Villa entrarono trionfalmente nella capitale e i due generali si sedettero sulla silla presidencial, si racconta che Zapata si trovasse talmente poco a suo agio sugli scranni del potere statale, da decidere di ripiegare rapidamente nel Morelos. Negli anni successivi, l’avanzata dell’esercito “moderato” dei carranzisti, sempre più convintamente appoggiato dagli Stati Uniti e dalle nazioni europee, costrinse Villa e Zapata e ritirarsi nei propri territori di origine, fino a un lungo logoramento che terminò, in entrambi i casi, con il tradimento, l’imboscata e la morte violenta.

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Manifestazione per Samir Flores a Città de Messico. Fotogallery

Ieri, venerdì 22 febbraio, si sono svolte manifestazioni in tutto il Messico in seguito al brutale omicidio dell’attivista di Amilcingo (Morelos) Samir Flores Soberanes. Scopo delle proteste è denunciare l’ennesimo omicidio di un attivista in difesa del territorio e disconoscere la consulta che il governo di López Obrador sta imponendo oggi e domani negli stati di Morelos, Puebla e Tlaxcala per l’approvazione dei progetti estrattivi e di infrastruttura legati al PIM (Proyecto Integral Morelos) in quanto non conforme ai criteri di accesso all’informazione e democrazia richiesti dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Proprio contro quei progetti e le modalità con cui si sta portando avanti la consulta Samir Flores si batteva, e per questo è stato assassinato. López Obrador ha denunciato l’omicidio ma ha ipocritamente detto che lo stesso non deve essere strumentalizzato per fini “politici”.

Fotogallery di Stefano Morrone della manifestazione di Città del Messico, dall’Ángel de la Independencia al Zócalo.

Il dio di Pueblo viejo: un mostro a doppia faccia. Viaggio in Repubblica Dominicana, nella seconda miniera d’oro più grande al mondo.

di Raúl Zecca Castel

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[Reportage pubblicato originariamente su Planeta Futuro/El PAÍS, qui integrato da un’ampia fotogallery e da un’intervista radiofonica rilasciata a Giorgia Bresciani per RadioInBlu]

La chiamano “il mostro”. Un mostro che non dorme mai. Che divora pareti di roccia, prosciuga corsi d’acqua e sputa fumo ininterrottamente, ventiquattrore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. In molti, però, assicurano che non si nutre soltanto di montagne e fiumi, ma che esige anche sacrifici umani, vite innocenti da offrire a un dio senza scrupoli: il dio dell’oro.

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Confine Guatemala-Messico: le carovane sfidano ancora una volta le frontiere

Di Nodo Solidale

carovana foto.jpgLa  carovana migrante é riuscita a passare il confine fra Guatemala e Messico fra la notte del 17 e la mattinata del 18 gennaio. É la prima del nuovo anno.

Composta da 7.000 persone di cui la maggior parte honduregni e salvadoreñi, quella che ormai é la terza carovana migrante dall’autunno del 2018, ha attraversato Honduras e Guatemala in 4 giorni di marcia serrata. É riuscita, prima, a sfondare le barriere fra Honduras e Guatemala, dove si sono registrati scontri sul confine e lanci di lacrimogeni da parte della polizia guatemalteca, poi, ha proseguito verso Tucun Uman ottenendo di passare la frontiera Guatemala-Messico senza che si verificassero incidenti con polizia, esercito e marina presenti sul valico.

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