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IIRSA, L’infrastruttura della devastazione (SUB ITALIANO)

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(di Coordinadora Antiirsa, traduzione di Perez Gallo)

Vi proponiamo qui il documentario realizzato da Coordinadora Antiirsa e da noi tradotto.

IIRSA (Iniciativa para la Infraestructura Regional de Sur América) é un gigantesco piano di interconnessione logistica del continente, che conta con circa 600 mega-progetti, che colpisce o espropria più di 1300 tra comunità indigene, comunità contadine, comunità afrodiscendenti, comunità di pescatori e raccoglitori, organizzazioni sociali e organizzazioni ambientaliste, e che punta a connettere le enclaves estrattive, minerarie e di soia della regione con i mercati globali [Perez Gallo].

Per accedere ai sottotitoli cliccare su “sottotitoli” in basso a destra nel video di youtube.

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El corazón enfermo de #Europa @LaJornada @JornadaOnLine #ISIS #Bruselas

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[Artículo publicado el 24 de marzo de 2016 en la página 5 del diario mexicano La Jornada – link – Pánico en Bruselas – El corazón enfermo de Europa – Por Fabrizio Lorusso*]
El balance preliminar de dos atentados suicidas reivindicados por el Estado Islámico (EI) en el aeropuerto y en el Metro de la capital de Bélgica es de 32 muertos y 270 heridos. En la mañana cundió el pánico por la amenaza yihadista, pero de nuevo se trata de armas, redes y terroristas locales.

El objetivo fue el centro de un viejo continente acorralado por el estancamiento económico, producto de un modelo que ha ido abatiendo los derechos sociales y laborales sin ofrecer el tan esperado crecimiento, y la crisis de los migrantes y refugiados forzados a huir de guerras en las que varios países occidentales tienen implicaciones directas. Por primera vez empiezan a temblar los palacios de la Unión Europea (UE).

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Dire Addio a FaceBook: una Riflessione di Claudia Boscolo @Wu_Ming_Foundt

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Riproduco qui un post molto interessante nella speranza di abbandonare anche io FaceBook o almeno fare “riduzione del danno” e dell’uso. Link Originale da Giap

[Tra i nostri “limiti potenzianti”, tra le constraintes che il collettivo Wu Ming si è imposto per circumnavigarle in modo creativo (es. il non andare in TV), c’è anche il non avere profili né pagine su Facebook. Non abbiamo dunque esperienza diretta di quel che racconta la nostra amica Claudia Boscolo, saggista e studiosa di letteratura. Nondimeno, o forse a maggior ragione, troviamo interessante e meritevole di dibattito la lettera aperta con cui motiva la propria diserzione dal dispositivo zuckerberghiano. Per questo ve la proponiamo. Il titolo qui sopra è nostro, come pure la scelta dell’immagine e la didascalia. Buona lettura. WM]

«ASSENTE!»

di Claudia Boscolo

Sono stata su Facebook per sette lunghi anni, durante i quali ho interagito, ho condiviso, ho riso e ho pianto con tante persone, ho stretto amicizie importanti, ho ritrovato amici del passato che mi mancavano e che mi dispiaceva avere perso, ma sono anche stata contattata da persone da cui per fortuna ero riuscita a svincolarmi. Insomma, al solito, tutto il buono e il cattivo di questa piattaforma, a cui in fondo devo tanto. Sette anni però sono lunghi, e l’energia che ho speso lì dentro è molta, per cui ritengo di dover accomiatarmi con una serie di riflessioni circostanziate.

La mia decisione non è stata estemporanea, e non è dovuta a uno stato emotivo, come ho visto interpretare da alcuni – in modo non sorprendente per me, devo dire: ho scritto qualcosa e studiato libri su Facebook, e so per esperienza che tutto quello che riguarda questo social network viene sempre interpretato come manifestazione di ondate emotive. È raro trovare chi accetti che ci sia anche dietro un ragionamento a freddo.

Il mio ragionamento a freddo riguarda due ordini di questioni, che vado a spiegare, perché secondo me è epoca di una riflessione approfondita sul mutamento antropologico che questo mezzo di comunicazione ha causato, ed è piuttosto miope non prendere atto che questo mutamento non è più in corso, ma è avvenuto, ed è tempo di storicizzarlo, come tutti i mutamenti significativi meritano.

Innanzitutto, c’è la qualità dei rapporti umani che si è come nebulizzata. Da tempo, mesi se non un paio di anni, ho notato che frequentare fuori dalla rete persone che si conoscono indipendentemente dalla rete, ma che per motivi di tempo ci si adatta a vedere quasi esclusivamente su Facebook, comporta un riadattamento, una riscoperta. È come se ogni volta avvenisse una agnizione, un “ma io ti conosco davvero!”, che all’inizio poteva essere simpatico o straniante in un modo non molesto, ma che ora trovo faticoso e il più delle volte irritante. Dover riscoprire ogni volta la corporeità, la fisicità dell’amico che si pixelizzato è per me fonte di una certa inquietudine. Sapere che l’amico conosce stati d’animo intimissimi che rendiamo pubblici, parti di noi che esponiamo pensando di essere in ogni caso inaccessibili, e quindi non c’è più darsi nulla, non c’è più neppure il gusto di raccontarsi le novità, rende i rapporti inerti e stanchi. E comunque, no, non siamo più accessibili su Facebook di quanto lo fossimo prima, il tempo è sempre poco, e le amicizie sempre sacrificate, e non è vero che tenersi al corrente delle cose triviali del quotidiano dà la sensazione di non essersi mai persi. Al contrario, amplifica la perdita.

Ma ancora più inquietante sono gli estranei che immaginano: quante volte vi è capitato di incontrare dal vivo, in certe situazioni, persone che avevate visto solo sulla vostra Home, e all’improvviso queste persone se ne escono con un’idea di voi che non riconoscete, e vi chiedete: perché questa persona dice questo di me? Ecco, per me il fatto di venire identificata con quello che lascio trasparire e che nell’economia della mia vita è assolutamente marginale, è diventato fonte di stress e di episodi spiacevoli. Quando lo stesso evento si ripete più di una volta non è più un evento, è una tendenza, e se si ripete diverse volte diventa una norma. Ne deduco che la norma di Facebook è restituire al mondo un’idea dell’individuo falsata e a volte dannosa: dannosa in termini di immagine pubblica, in termini di rapporti professionali, in termini di rapporti umani. Non menziono neppure le aziende che spiano il profilo social dei propri dipendenti, perché la cosa non riguarda me, non sono dipendente di azienda, non vivo in un contesto corporate, ma so per averne ricevuto conferma da chi invece è inserito in quel quadro sociale, che il comportamento su social è una delle prime fonti di valutazione, a dispetto della resa concreta.

Il secondo ordine di problemi riguarda una dimensione più intellettuale, ed è forse quello che mi sta più a cuore. Dai trending topic di Twitter ai thread infiniti di Facebook, la vita intellettuale e politica del nostro Paese si è trasferita in rete. Abbiamo un premier che diserta la festa nazionale del suo partito ma comunica, male e in maniera inappropriata, attraverso il suo smartphone, pensando di raggiungere milioni di utenti, in realtà raggiungendo solo chi è in grado di parcellizzare i suoi messaggi ed estrarne ciò che importa, ovvero la sua assoluta irrilevanza su un piano internazionale. E questo è l’esempio più clamoroso. Ma lo stesso avviene nella riflessione umanistica e purtroppo nelle scienze. Il valore della rivista scientifica è annullato a favore della divulgazione, dello status, dei 140 caratteri. Su Facebook c’è un gruppo (chiuso) che si chiama L’ordine del discorso, dove avvengono forse le più intense discussioni filosofiche del momento. Ebbene quel gruppo è e deve rimanere chiuso, perché quella è l’unica via per evitare l’incursione di semianalfabeti o del “popolo della rete” la cui abilità dialogica è nulla. Che differenza fa quindi che quel gruppo sia in rete e non su una piattaforma idonea che permetta anche di ritrovare i thread? Secondo me il fatto che sia su Facebook lo svaluta e non lo rende affatto più inclusivo visto che l’ingresso prevede comunque una selezione, e con questa lettera intendo anche rivolgermi a chi lo gestisce perché prenda atto di questa considerazione. Ci sono spazi e tempi per il dialogo intellettuale e ci sono spazi e tempi per la conversazione disimpegnata. A parere mio, Facebook rimane legato al disimpegno e catalizza il disimpegno anche di chi normalmente è impegnato in elaborazioni critiche importanti. In altre parole, fa emergere il lato leggero dell’intellettuale.

Direte, che c’è di male? Niente, non sto elargendo giudizi morali peraltro non richiesti. Quello che vorrei cercare di far passare con questa argomentazione è il fatto che il ruolo degli intellettuali in questo Paese è ridotto al nulla. Non ci sono spazi sui quotidiani, sui settimanali, sulle riviste, non c’è spazio nei luoghi degli incontri. Gli unici spazi sono quelli tradizionali, ovvero l’università nella forma del convegno, le riviste specializzate, gli atti, le collettanee. Delle monografie non parliamo neppure, nessuno sa che escono, a meno che qualche anima buona non le divulghi su Facebook, racimolando qualche like da parte di chi sa già che sono uscite. Facebook non ha modificato nulla dell’assetto tradizionale del lavoro culturale. Per la divulgazione intellettuale esiste in rete un altro spazio molto più efficace che è academia.edu, che frequento con molto piacere e dove incontro le persone con cui ho veramente voglia di confrontarmi e a cui non chiedo mai l’amicizia su Facebook perché non desidero trovarmi davanti a un loro aspetto leggero che confonderebbe la mia percezione della loro solidità argomentativa, che invece mi restituisce quell’ambiente. Rimane il fatto che in Italia oggi lo spazio del confronto intellettuale è ormai inesistente. Non c’è in TV, non c’è in radio, non c’è sui giornali, non c’è ai festival dove si va per sentire chiacchiere e non approfondimenti. La figura pubblica dell’intellettuale non esiste più. Per scovarne bisogna frequentare giri, coltivare amicizie, non è possibile accendere la TV e vedere un filosofo che spiega qualcosa di rilevante, accendere la radio e sentire uno scrittore che parla di qualcosa di significativo, in maniera seria, senza usare lessico accattivante. Tutto questo non esiste più. E parlo anche di programmi che ascoltavo e che non ascolto più perché il livello mi sembra infimo rispetto a dieci anni fa. Se è ancora possibile ascoltare ottima musica, vedere bei film, godere di ottime mostre, il discorso intellettuale è sparito dai media, e per media intendo anche i social media, dove per un periodo sembrava ricomparso. In Italia le riviste online che danno spazio a un dibattito critico vivace e alto si contano sulle dita di una mano di cui è stato amputato qualche dito. Non le nomino qui, ma almeno di una sono molto orgogliosa, perché resiste nonostante tutto.

In questo quadro desolante, Facebook non fa che peggiorare le cose, riducendo l’intellettuale a una macchietta. In questi anni ho constatato che – eccetto qualche raro e illustre caso – le persone con cui intrattengo un dialogo e di cui leggo materiali che ritengo importanti, non hanno un profilo social, o se lo hanno è solo nominale perché non lo frequentano. Questo a me dice tutto quello che c’è da dire sul rapporto tra socialità di rete e produzione intellettuale. È un rapporto che secondo una mia personale stima equivale a zero.

Mi direte che Facebook vi permette di intrattenere relazioni lavorative, di informarvi su progetti ai quali anche voi potreste partecipare, ecc. Vi rispondo che se partecipate a quei progetti è perché fate già parte di un ambiente e perché venite esplicitamente invitati a collaborare. Non si è mai visto un progetto che parta davvero da interazioni in rete. Persino l’ebook sull’educazione anti autoritaria che ho curato non è veramente stato frutto di un “call for papers” lanciato su Facebook: è stato frutto di una selezione fra le varie proposte, selezione che sarebbe potuta avvenire secondo i canali più tradizionali (mailing list, sito, invito esplicito).
In sostanza, le relazioni si mantengono perché c’è un’effettiva frequentazione dello stesso ambiente, e non perché ci si vede e ci si scambia battute su Facebook. Sarebbe il caso di prendere atto di questa realtà e di lasciare da parte le illusioni che cazzeggiare sui social porti davvero qualcosa di concreto nelle propria vita.

Queste sono le riflessioni che per alcuni mesi hanno interessato il mio rapporto con i social. Riflessioni a ben vedere piuttosto trite, un già detto tutto sommato. Per me si trattava di continuare a confondere il privato e il mio lato leggero, che chi mi conosce può apprezzare dal vivo (ne vado piuttosto fiera) con la vita professionale e la seriosità di quello che faccio invece nel mio studio, ogni giorno; oppure di scindere una volta per tutte, di rinunciare al caos in un’ottica più ordinata e strutturata, che è quello che mi caratterizza intellettualmente. Ho scelto l’ordine. Come si può notare l’ondata emotiva ha poco a che vedere con ragionamenti di questo tipo, e spero che una volta per tutte si rinunci ad imputare all’emotività la chiusura di un profilo Facebook.

Un caro saluto a tutti quelli che hanno letto e anche a chi si è stufato dopo la terza riga.

Revista Informe Economico (UFPI-Brasil): DE GRAMSCI A NYE. PROCESOS HEGEMÓNICOS EN LAS RELACIONES INTERAMERICANAS

Informe economico Piaui junio 2015 Num 34

INFORME ECONÔMICO – JUNHO DE 2015

A edição n. 34 da publicação do Curso de Economia, Informe Econômico, foi lançada no Salão do Livro do Piauí-SALIPI, que aconteceu no Espaço Rosa do Ventos, na Universidade Federal do Piauí, entre os dias 5 a 14 de junho do corrente ano. Para ler, clicar aqui.

LINK http://ufpi.br/subsiteFiles/economia/arquivos/files/2015%201%20web.pdf

Informe Econômico foi lançado no estande da Editora da Universidade Federal do Piauí-EDUFPI.

Professor Luiz Carlos Rodrigues Cruz “Puscas”/DECON e sua esposa Marineide Ferreira, professora Janaina Martins Vasconcelos/DECON e professor Solimar Oliveira Lima/DECON.

Economista Enoisa Veras/DECON e professores/DECON Solimar Oliveira Lima, Janaína Martins Vasconcelos e Luiz Carlos Rodrigues Cruz “Puscas”

Professores/DECON, João Soares da Silva Filho, Ricardo Allagio Ribeiro e Luiz Carlos Rodrigues Cruz “Puscas”.

Nesse junho de 2015, o Informe Econômico, publicação do Curso de Ciências Econômicas da NUniversidade Federal do Piauí (UFPI), completa 17 anos de divulgação de artigos e resenhas de docentes e discentes do curso de Ciências Econômicas, de outros cursos em áreas afins da UFPI e de outras instituições de ensino superior, nacionais e estrangeiras, que colaborem para a compreensão das realidades econômica, política e social. Procuramos, ao longo desses anos, atender as deliberações da Associação Nacional de Cursos de Graduação em Ciências Econômicas (Ange), cuja preocupação primeira é que o ensino da ciência econômica seja “referenciado no pluralismo que contemple, com rigor e consistência, a diversidade de leituras e interpretações teóricas, metodológicas e analíticas do saber econômico.” No número que ora apresentamos, contamos com inúmeras análises de diferentes questões contemporâneas, como a abordagem que Samuel Costa Filho (da UFPI), faz das medidas econômicas do início do segundo Governo Dilma. Fabrizio Lorusso (Universidade Nacional Autónoma do México) estabelece uma linha de conexão entre o pensamento do italiano Gramsci com o do norte-estadudiense Joseph Nye. Rodrigo Duarte Fernandes dos Passos (Unesp), a partir de uma abordagem gramsciana, sustenta a hipótese de que a guerra está presente na hegemonia. Julio Ramon Teles da Ponte (UFC) apresenta a relação entre os processos de mundialização do capital e da financeirização da economia. Antonio Joaquim da Silva (IFPI), Maria do Socorro Lira Monteiro (UFPI) e Eriosvaldo Barbosa Lima (UFPI), mostram a participação do Governo Federal na origem e na consolidação do agronegócio no País. João Paulo Farias Fenelon (UFPI), Eduardo Nonato Machado Nobre (UFPI) e Carla Adriana Meneses da Rocha (UFPI) estudam o atual cenário e as perspectivas da indústria de transformação brasileira. Leonardo Madeira Martins (UFPI) e José Machado Moita Neto (UFPI) fazem uma leitura da cultura do couro no Piauí. Sobre as alternativas aos modos de produção tradicionais, com foco na atividade alternativa de produ- ção do tijolo ecológico na cidade de Pedro II (PI), trata o artigo de João Victor Sousa da Silva/ (UFPI). Charlene Veras de Araújo (UFPI) e Solimar Oliveira Lima (UFPI) contam como aconteceu a transição do trabalho escravizado para o trabalho assalariado no Piauí. Emiliana Barros Cerqueira (UFPI), Maykon Daniel Gonçalves Silva (UFPI), Vera Lúcia dos Santos Costa (UFPI) e Jaíra Maria Alcobaça Gomes /(UFPI) constataram que a quantidade produzida da cera de carnaúba diminuiu e o preço de mercado do referido produto aumentou. Lila Cristina Luz (UFPI) e Tâmara Feitosa Oliveira (Secretaria Municipal de Juventude de Teresina), apontam o lazer como uma estratégia no processo de ressocialização das jovens mulheres reclusas no Centro Educacional Feminino em Teresina, desde que atividades denominadas de lazer sejam repensadas. Sobre a atuação das mulheres no âmbito do trabalho e na organização social escreve Joanice Santos Conceição (UFRJ). Concluímos esse número com a opinião de Pádua Ramos (UECE), que pensa a nova civilização tipicamente nacional brasileira, que, segundo ele, sem dar saltos, como a natureza, vai sendo gestada. Desejamos que as pessoas sejam enriquecidas com os estudos acima relacionados e que sejam ampliadas as percepções das ciências econômicas. Boa leitura!

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Brasil: ¿Dilma Rousseff o el Washinton Consensus?

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(Fabrizio Lorusso – Revista Variopinto al día) Este domingo 26 de octubre poco más de 115 millones de votantes brasileños van a elegir al presidente de su país para los próximos 4 años. La actual mandataria, Dilma Rousseff, postulada por el PT (Partido dos Trabalhadores, de izquierda) busca la reelección frente a Aécio Neves, del centroderechista PSDB (Partido de la Socialdemocracia Brasileña). En la primera vuelta Dilma ganó con el 41.59% de los votos mientras que Aécio obtuvo el 33.55% y espera capitalizar buena parte de los sufragios de la tercera candidata, la evangélica ambientalista Marina Silva, que obtuvo el resultado del 21% con el centrista Partido Socialista Brasileño (PSB). El voto está muy dividido para el balotaje y los sondeos de opinión proyectan un empate técnico, aun si Rousseff va recuperando terreno y se ha puesto en la cima de las preferencias en la última semana.

Se trata de un duelo entre dos modelos socioeconómicos y, sobre todo, entre dos visiones del mundo: el desarrollismo con inclusión social y redistribución de la riqueza del PT, parecido al modelo uruguayo del presidente Mujica, contra el retorno al neoliberalismo más ortodoxo y a la filosofía del Washington Consensus del PSDB.

El “consenso” y sus opositores

 ¿Qué es el Washington Consensus (WC) o “consenso de Washington” en español? Representa el top ten de las medidas de política económica (y social) que se basa en la agenda neoliberal, definida a finales de los años 1970 y formalizada en 1989 con la lista de recomendaciones del economista John Williamson. Se trata de un programa para reducir el papel del Estado en la economía y sanar las cuentas públicas de los países, básicamente a través de privatizaciones, liberalizaciones, apertura a la inversión extranjera, control del gasto público (con recortes al estado social y a los impuestos), la protección de la propiedad privada, entre otras. La implementación global, especialmente evidente en América Latina, de esta agenda ha sido impulsada, a veces forzada, por instituciones como el FMI, el Banco Mundial, el Dep.to del Tesoro y el gobierno de EEUU, el Banco Central Europeo y la Comisión de la Unión Europea y se fundó en la “sabiduría convencional” de la economía neoclásica, del privatismo y de la fe absoluta en el mercado.

En América Latina, en oposición a las soluciones preconcebidas y las sangrías financieras que la región vivió entre 1982 y los primeros años 2000, se han planteado modelos distintos, dentro de la que se ha llamado “ola progresista” de gobiernos de izquierda. En Brasil, con los mandatarios del PT Ignacio Lula da Silva (2002-2010) y Dilma Rousseff (2010-2014), hubo un ejemplo claro de diferenciación, con respecto de otros gobiernos de Latinoamérica, de la vulgata neoliberal imperante y, finalmente, de las experiencias de Brasil en los noventa con Fernando Henrique Cardoso del PSDB, Fernando Collor e Itamar Franco del PRN (Partido Reconstrucción Nacional).

 Medios y elecciones en Brasil

 La cobertura mediática que se dio de estas elecciones ha sido despistante y tendenciosa, marcada por las protestas de 2013 y 2014 y el mundial de futbol, pero poco atenta al rumbo del país en el mediano plazo y a los logros de los 12 años del PT en el gobierno. En este sentido, quisiera destacar algunas cifras y mencionar un ejemplo de la mistificación periodística sobre Brasil.

En el semanario Proceso, inesperadamente, los únicos reportajes de las últimas 3 semanas (ediciones 1978 y 1981) son los de Andrés Carvas quien cita con frecuencia la revista brasileña Veja, entre las más reaccionarias de ese país, luego traza un perfil apologético y acrítico de la ex candidata Marina Silva y, finalmente, no analiza en su conjunto el grave fenómeno de la corrupción sino que hace hincapié sólo en los escándalos más famosos que involucran al PT: la compraventa de votos en el congreso conocida como mensalão y las investigaciones sobre Petrobras, compañía energética nacional.

En otro artículo, totalmente favorable al PSDB, menciona la frase del ex presidente Fernando Henrique Cardoso (del PSDB) según el cual quienes voten para Dilma serían unos ignorantes y de allí pasa a criticar un sistema definido como asistencial, basado en el programa popular de la Bolsa Familia, un subsidio para los hogares más pobres que tuvo mucho éxito en Brasil y, entre muchas otras medidas, ayudó a sacar de la pobreza unas 40 millones de personas (el 20% de la población total). El PT se encargó de ampliar el alcance de este programa pero, quien primero implementó este tipo de apoyo, de hecho, fue Fernando Henrique Cardoso, así que este llamado “asistencialismo” nació antes del primer gobierno de Lula.

 La corrupción y otros problemas

Los datos sobre corrupción y juicios abiertos contra parlamentarios, más allá de los escándalos mediáticos, hablan de un problema ético y penal que involucra a todos los partidos. Para delitos electorales, entre 2000 y 2007, único periodo disponible, el PT se sitúa en el lugar 10 en el ranking mientras que los partidos con más faltas son los DEM (Demócratas), el PMDB (Partido Mov. Demo. Brasileño) y el PSDB.

Para los delitos penales y civiles, incluyendo la corrupción, en septiembre de 2013 la lista de los procesos abiertos para congresistas era la siguiente: PMDB – 11 senadores y 42 diputados enjuiciados; PSDB – 5 y 15; PT – 4 y 26; PR (Partito de la República) – 4 y 14; DEM – 1 y 9.

Los procesos abiertos en total eran 542 en contra de 224 parlamentarios de todos los partidos. La situación es grave, hace falta denunciarla, pero no involucra principal o solamente al partido principal de la coalición que gobernó Brasil recientemente.

La mayoría parlamentaria que apoyaría un nuevo gobierno de Rousseff se mantuvo, tras la primera vuelta, pero resultó más débil y fragmentada. Aun así, existen discretas posibilidades de mantener la gobernabilidad, lo cual no es cierto en caso de victoria de Neves. Poco se habla de los problemas éticos y legales que, en cambio, involucran al candidato derechista quien es investigado por la construcción de un aeropuerto superfluo con dinero público en la ciudad de Claudio, estado de Minas Gerais, que habría sido utilizado básicamente como una aeropista privada. Construido sobre un terreno expropiado al tío del candidato durante el mandato de Aécio como gobernador del estado (2003-2010), este aeropuerto, aún sin permisos oficiales para operar, está en el centro de otro escándalo porque existe la posibilidad, que se está investigando, de que haya sido usado como escala para un helicóptero cargado con 445 Kg de cocaína el 24 de noviembre de 2013.

 Resultados de los últimos gobiernos brasileños

En un seminario organizado en la UNAM hace unas tres semanas, se comentaron y desglosaron datos interesantes (oficiales) para trazar un balance de los últimos 3 gobiernos en Brasil (Lula da Silva, 2002-2006-2010; Dilma Roussef, 2010-14), comparados con los ejecutivos neoliberales de José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democrático Brasileiro (1985-1990), de Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), y especialmente de Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002).

Entre 2002 y 2013 el desempleo urbano bajó del 12,2% al 5,4%, el salario mínimo real creció del 75%, los beneficiarios de la previdencia social pasaron de 18,9 millones a 27 millones y el número neto de personas con contratos formales de trabajo aumento de unos 20 millones. En los 7 años del gobierno Cardoso, en cambio, se crearon 627mil puestos de trabajo al año. El gasto social público, sello de un gobierno más keynesiano en la economía y más redistribuidor de la renta (no necesariamente “asistencial” como algunos han afirmado), creció del 12,7% del PIB al 16,8% y el índice de Gini, medición de la desigualdad, mejoró de 0,59 a 0,53. La pobreza bajó del 34,4% al 15,9%, la extrema pasó del 15% al 5,2%.

EL Producto Interior Bruto (PIB) per cápita pasó de 3,100 a 9,828 dólares, y la economía brasileña pasó del lugar 14 al séptimo por tamaño absoluto en el mundo. Las reservas internacionales se multiplicaron por 10 (de 37 a 375,8 billones de dólares), las inversiones extranjeras directas pasaron de 16,6 a 64 billones de dólares. Aumentó la atención al sistema educativo con la inauguración de programas como ProUni, Pronatec y Ciencia sin fronteras. Cardoso no había creado ninguna universidad federal, ni escuelas técnicas, mientras que en los últimos 12 años se fundaron respectivamente 18 de las primeras y 214 de las segundas. Los estudiantes universitarios crecieron de 583mila a un millón y 87mil. La “muy temida” inflación que Lula y Dilma habrían generado, en realidad, siempre ha estado bajo control, entre el 4% y el 6%, y aumentó en 2014 al 6,6%, una tasa no elevada.

Estos resultados hablan de un enfoque incluyente que ha ampliado el mercado interno y ha tratado de transformar el crecimiento y la coyuntura favorable en desarrollo y, aun considerando que los gobiernospetistas desde luego son criticables y han sido contestados bajo muchos puntos de vista legítimos por los movimientos sociales organizados, no cabe duda, no obstante, de que representan un modelo distinto y una visión de la economía y de la sociedad más inclusivo y exitoso que el neoliberal del Washington Consensus. En el balotaje del domingo los brasileños tendrán que decidir entre dos modelos que, en efecto, ya se han puesto a prueba en el pasado, y entre los resultados que han arrojado.  @FabrizioLorusso

Gli USA, il Messico e la cattura del Chapo Guzmán

chapo1[di Fabrizio Lorusso – Carmilla on Line] Il capo dei capi dei narcos messicani, Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, è stato arrestato da un gruppo scelto di militari della marina all’alba di sabato 22 febbraio mentre dormiva in un hotel di Mazatlán, località marittima della costa pacifica. L’operazione, realizzata in collaborazione con l’agenzia americana DEA (Drug  Enforcement Administration), è stata pulita, nessun colpo è stato sparato per catturare il re della droga messicano che è a capo dell’organizzazione più potente delle Americhe e probabilmente del mondo, il cartello di Sinaloa o del Pacifico. Ora il boss è rinchiuso nel penitenziario di massima sicurezza di Almoloya de Juárez, a un’ottantina di chilometri da Mexico City. Il potere e la fama del Chapo hanno superato persino quelle del mitico capo colombiano degli anni ottanta, Pablo Escobar, capo del cartello di Medellin ucciso nel 1993, per cui senza dubbio la sua cattura rappresenta un grosso colpo mediatico dall’alto valore simbolico. Ma le questioni aperte sono tante.

Il lavoro d’intelligence per scovare il boss, ricercato numero uno della DEA, è cominciato nell’ottobre 2013, quando le autorità americane e la marina messicana sono venute a sapere che il Chapo s’era stabilito a Culiacán, capitale dello stato nordoccidentale del Sinaloa, ma solo nel febbraio 2014 i rastrellamenti, i sorvolamenti e i controlli si sono intensificati in diverse zone dello stato. Di fatto la stampa speculava sulla possibilità che venisse preso il numero due dell’organizzazione, “El Mayo” Zambada, e non Guzmán. I capi d’accusa contro di lui sono vari: delitti contro la salute e narcotraffico, delinquenza organizzata, evasione (di prigione).

El Chapo era latitante dal 2001, quando scappò, o meglio fu lasciato uscire impunemente, dal penitenziario di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato del Jalisco, in cui faceva la bella vita e controllava tutto e tutti con laute mazzette in dollari americani. Classe 1957 (ma alcune fonti indicano il 1954 come anno di nascita) e originario di Badiraguato, la “Corleone messicana” dello stato di Sinaloa, Joaquín Guzmán comincia a coltivare e trafficare marijuana sin da giovane, quindi negli anni settanta e ottanta si unisce al gruppo fondato dai boss Ernesto Fonseca Carillo “don Neto”, Rafael Caro Quintero e Miguel Ángel Félix Gallardo, el jefe de jefes, cioè il capo del cartello di Guadalajara o Federación. Nel 1989 Gallardo viene arrestato e il suo impero spartito tra alcuni fedelissimi come i fratelli Arellano Félix, che prendono Tijuana, il “Señor de los cielos” Amado Carrillo, che si tiene Ciudad Juárez, e il Chapo che resta nel Sinaloa.

Negli anni novanta, El Chapo sconta una condanna per l’omicidio del cardinale Juan Jesún Posadas Ocampo, commesso a Guadalajara nel 1993, ma la sua “carriera” non può finire in una cella. La versione ufficiale, secondo la quale il boss sarebbe evaso con una mossa astuta, semplicemente nascondendosi in un carrello della lavanderia e facendosi portare fuori, apparve inverosimile fin da principio, ma ebbe il merito di dare inizio alla sua leggenda. Versioni giornalistiche più attente e realiste, come quelle fornite da Anabel Hernandez, autrice de “Los señores del narco”, parlano invece di una totale connivenza delle autorità carcerarie, che erano praticamente sul libro paga di Guzmán, e di possibili implicazioni anche del governo conservatore di Vicente Fox e del suo partito, il PAN (Partido Accion Nacional).

chapo_guzman_detenidoDopo la fuga Guzmán riorganizza gli affari dell’organizzazione criminale, che negli anni settanta e ottanta era nota come La Federación o Cartello di Guadalajara, e la trasforma in una multinazionale della droga, il cartello di Sinaloa o del Pacifico. Introvabile e inarrestabile, El Chapo diventa un fantasma che controlla traffici in tutto il Messico occidentale e centrale, negli Stati Uniti e poi in Europa, grazie ai porti e agli scali sudamericani e africani. Dopo la morte di Bin Laden diventa il ricercato numero uno degli USA, ma il mito del Chapo cresce ancor più quando entra nella lista della rivista Forbes dei 500 uomini più ricchi e influenti della Terra, avendo superato un patrimonio stimato di un miliardo di dollari, condicio sine qua non per figurare nella famosa lista.

Proprio nei due sessenni in cui ha governato il PAN, con Fox e il suo successore Felipe Calderón, il cartello di Sinaloa s’è espanso e s’è stabilito come egemonico a livello nazionale, malgrado le dichiarazioni di guerra che arrivavano da Los Pinos, residenza del presidente messicano. Oggi l’organizzazione di Sinaloa è globale, presente in almeno tre continenti, e rifornisce di cocaina, marijuana e metanfetamine i mercati più grandi del mondo: gli USA e l’Europa, ma anche l’Oceania e l’America del Sud. Inoltre è presente in almeno 54 paesi con imprese legali.

Alcuni quotidiani, un po’ in tutto il mondo, hanno descritto il leader di Sinaloa come il responsabile principale della guerra al narcotraffico e degli oltre 80mila morti e 27mila desaparecidos registrati nel periodo più cruento, corrispondente alla gestione di Calderón (2006-2012). E’ un’operazione mediatica che ingigantisce la portata e le conseguenze dell’arresto e, in qualche modo, cerca di chiudere idealmente un capitolo, quella della narcoguerra, per aprirne un altro, quello dei successi dell’attuale presidente, Enrique Peña Nieto, che secondo il Time sta “salvando il Messico”.

Invece ci sono intere regioni, come Michoacán, fuori controllo e la guerra continua tuttora: i morti legati al conflitto nel 2013 sono stati stimati in circa 17mila. La violenza non può certo essere attribuita a un unico “operatore” o alla spietatezza di una banda. Esistono al contrario molteplici cause e fattori (sociali, storici, economici, politici) che la spiegano, tra i quali bisogna menzionare la strategia di lotta ai narcos adottata da Calderón, e per ora seguita da Peña Nieto, che consiste in una militarizzazione massiccia del territorio, non accompagnata da una politica adeguata contro il malessere sociale ed economico e l’assenza istituzionale che stanno alla base di una tragedia umanitaria senza precedenti nel paese.

Ma queste realtà, “indegne” di un paese “emergente” che sta ripulendo la sua immagine e si presenta come nuovo “global player”, sembrano essere sparite dai mass media, soprattutto fuori dal Messico, grazie a un’offensiva mediatica e diplomatica che vede in prima linea il governo messicano e le sue ambasciate e consolati nel mondo. Insomma non si parla più della narcoguerra, ma solo delle riforme strutturali che, secondo la narrativa ufficiale, in un anno avrebbero modernizzato il paese e attireranno investimenti e prosperità. Intanto le teste mozzate continuano a rotolare per le strade, lasciando dietro di sé strisce di sangue pulite alla meglio da un esercito di spazzini e scribacchini.

Il più grande mercato del mondo, gli Stati Uniti, spartisce 3000 km di frontiera col Messico che è un paese di transito per le droghe sintetiche, come metanfetamine e allucinogeni, e per la cocaina colombiana, peruviana e boliviana. Ma è anche un territorio di produzione di marijuana e papavero da oppio, da cui si ricavano la morfina e l’eroina. Questi “vantaggi competitivi”, la connivenza delle autorità a vari livelli e la storica debolezza istituzionale del Messico hanno da sempre costituito un terreno fertile per la proliferazione delle imprese criminali, foraggiate già negli anni trenta e quaranta del novecento dalla domanda militare statunitense e dalla relativa tolleranza sia dei governi messicani, statali-regionali e nazionali, sia degli USA, bisognosi di sostanze proibite in patria.

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In seguito le pressioni nordamericane contro la produzione e il commercio di stupefacenti si fecero più serie e negli anni settanta e ottanta, in particolare durante le amministrazioni di Ronald “Rambo” Reagan, la “war on drugs” s’affermò come retorica e politica di stato degli Stati Uniti verso l’America Latina, Colombia e paesi andini in testa. Il Messico non era escluso dall’interessamento americano e la DEA è sempre stata presente nel paese.

E così anche la CIA che, per combattere il regime rivoluzionario dei sandinisti in Nicaragua, non esitò a stipulare accordi con Félix Gallardo e la Federación, il progenitore del cartello di Sinaloa, grazie ai quali poteva ricavare dalla vendita della cocaina e della marijuana i fondi necessari per le armi delle Contras, le bande paramilitari e antinsurrezionali che operavano contro il regime nicaraguense partendo dal territorio honduregno. Le ricerche sul coinvolgimento della CIA e della DFS messicana (Dirección Federal de Seguridad, poi trasformata in AFI, Agencia Federal de Investigaciones, e oggi in PM, Policia Ministerial) coi narcos sono state riconfermate dalle rivelazioni, riportate dalla rivista Proceso alla fine del 2013, di ex agenti della DEA che lavoravano in Messico negli anni ottanta e vengono a chiarire almeno un po’ un quadro fosco e inquietante, rappresentato perfettamente dallo scrittore Don Winslow ne “Il potere del cane”: al noto scandalo Iran-Contras si aggiunge quindi quello Narcos-Contras.

L’operazione della marina armata messicana, ma soprattutto il lavoro d’intelligence previo, che ha portato all’arresto del Chapo Guzmán non ha coinvolto integralmente la procura o altri corpi della polizia e dell’esercito per un motivo preciso: la corruzione interna a questi organi e la filtrazione costante di notizie e informazioni riservate che compromettono le investigazioni.

Infatti, aldilà dell’impatto simbolico dell’arresto che probabilmente permetterà a Peña Nieto di prolungare ancora un po’ la sua “luna di miele” con gli elettori, la giornalista Anabel Hernández ha giustamente segnalato come la lotta ai narcos non sia affatto finita e non finirà presto perché il governo non sta toccando il sistema di corruzioni e connivenze che coinvolge politici, giudici, amministratori locali, prelati, burocrati, poliziotti, militari e alte sfere del governo e che ha permesso ai cartelli messicani di diventare quello sono durante decenni.

Inoltre non vengono toccati nemmeno i patrimoni personali dei capi, in Messico e all’estero, e tantomeno le migliaia di imprese legali attribuibili ai leader dell’organizzazione in tutto il mondo. Infine la successione è pronta, come suole accadere. Il cartello era ed è già gestito, in alcune sue diramazioni o “divisioni aziendali”, da diverse figure chiave riconosciute come Ismael “El Mayo” Zambada García e José Esparragoza Moreno, alias El Azul, due membri della vecchia guardia.

L’anno scorso era stata annunciata e celebrata in pompa magna la cattura del capo degli Zetas, il cartello nazionale più importante dopo Sinaloa, ma fondamentalmente le considerazioni e le critiche al trionfalismo andavano nella stessa direzione: continua la corruzione politica, non si attacca il riciclaggio del denaro sporco, né i beni dei boss, e la successione al vertice non sempre è un problema per l’organizzazione. Nel caso degli Zetas un vero e proprio vertice nemmeno esiste, ma si tratta di cellule, reti e alleanze locali collegate tra loro.

In questo senso ignorare le cause strutturali del fenomeno è controproducente così come lo è procrastinare un serio dibattito sulla depenalizzazione e regolazione della produzione, consumo e vendita delle droghe leggere e pesanti. Con l’Uruguay e due stati degli USA, il Colorado e Washington, che hanno legalizzato l’uso ricreativo della marijuana, sarebbe il minimo. Il colpo mediatico di un arresto importante è facile, ma deve essere seguito dall’implementazione di una serie di controlli per riempire i vuoti di potere che in molti stati messicani sono la regola.

chapo-guzman-illustration-story-bodyEdgardo Buscaglia, accademico autore del saggio “Vuoti di potere in Messico”, parla di quattro tipi di controlli che mancano in Messico e senza i quali non è possibile combattere la delinquenza organizzata: giudiziari, patrimoniali, della corruzione e sociali, pensati sia a livello nazionale che internazionale. La costruzione iconica del Chapo Guzmán come “capo dei capi”, sul podio della storia criminale insieme ad Al Capone e Pablo Escobar, si chiude ora con la fine del suo regno, ma non dei suoi affari, e con la richiesta di estradizione che presto arriverà dagli USA. Ma il Messico vuole prima processare il suo capo che, secondo alcuni, potrebbe anche diventare un collaboratore di giustizia e scoperchiare il vaso di Pandora.

L’ex direttore dell’intelligence della DEA, Phil Jordan, sabato scorso sul canale latino statunitense UniVision, ha dato al mondo un assaggio del tipo di rivelazioni che probabilmente un boss mafioso del calibro del Chapo potrebbe fornire in gran quantità. Jordan s’è detto stupito dell’arresto del capo che si sarebbe “lasciato andare”, sicuro di un patto che gli garantiva protezione e che, sorprendentemente, si sarebbe rotto in questi ultimi giorni. Inoltre ha parlato di informazioni d’intelligence che confermerebbero un coinvolgimento diretto del cartello di Sinaloa in politica, di finanziamenti alla campagna elettorale del presidente Peña Nieto, insomma di un’alleanza tra parti del mondo politico messicano e i mafiosi di Sinaloa. Non è un’ipotesi nuova, ma ad ogni conferma, per ogni tassello del puzzle che si incastra, l’idea diventa sempre più realistica e credibile.

La pronta e simultanea smentita della DEA, dell’ambasciata americana e del governo messicano, attraverso il portavoce presidenziale Edoardo Sánchez, non serve a dissipare i sospetti. Evidentemente nessuno dei suddetti ha interesse a che si alzi un polverone politico-giudiziario che potrebbe rivelare al mondo trenta o quarant’anni di losche storie e “collaborazioni” da entrambi i lati della frontiera, oltreché l’ipocrisia di fondo della guerra alle droghe. I soldi in ballo sono troppi. Già ho menzionato le imprese legali, che sono migliaia, controllate dal cartello di Sinaloa in oltre 50 paesi, ma ci sono anche i capitali e gli investimenti finanziari depositati nelle banche americane.

Il 26 febbraio nel programma radio della giornalista Carmen Aristegui su MVS noticias Jordan ha rincarato la dose dicendo che “la verità a volte fa male” e che quando Caro Quintero, boss in prigione da trent’anni, è stato lasciato uscire nel 2013 in seguito all’ordine di un giudice, è sicuro che il PRI (Partido Revolucionario Institucional, al governo) lo sapeva, era ovvio. Per questo, secondo Jordan, “i cartelli hanno dato sempre del denaro ai politici per essere lasciati liberi di trafficare” e in passato il PRI “è sempre stato in buone relazioni coi trafficanti”, come confermato da documenti, testimoni e ricerche negli USA. “Il cartello di Sinaloa non è diverso da altri cartelli e ha messo soldi nella campagna del PRI, non dico direttamente a Peña Nieto”, ha dichiarato l’ex DEA che ha anche ribadito come “la corruzione c’è tanto in Messico come negli USA”.

“Spero che Peña non sia così coinvolto come i presidenti del passato, ma ciò che dico è che in passato il PRI stava nello stesso letto coi cartelli della droga”. Jordan ha fatto alcuni nomi di ex presidenti: Carlos Salinas de Gortari (1988-1994), suo fratello Raul, e Luis Echeverría (1970-1976), ma la lista potrebbe allungarsi. Lo stesso Chapo Guzmán era un sicario al soldo di Caro Quintero e degli altri capi negli anni 80. Quest’ultimo sarebbe stato rilasciato, secondo Jordan, in seguito al versamento di ingenti somme di denaro che avrebbero oliato il sistema politico e giudiziario, siglando un accordo, più o meno esplicito, con il crimine organizzato. Era impossibile, infatti, che Peña Nieto non sapesse che il boss Caro Quintero sarebbe stato rilasciato e non ha fatto nulla per impedirlo. Jordan ha lanciato l’ipotesi secondo cui se Guzmán resta in Messico, potrebbe prima o poi essere rilasciato, o lasciato fuggire, come Quintero. Il governo messicano nega categoricamente e definisce le dichiarazioni dell’americano come delle “sparate” non supportate da prove. Dunque la questione rimane aperta, irrisolta.

In un’intervista al giornalista Julio Schrerer García del 2010 il braccio destro del Chapo, “El Mayo” Zambada, aveva dichiarato: “Si me atrapan o me matan, nada cambia”, “Se mi prendono o mi ammazzano, nulla cambia”. Possiamo credergli.

Reflexiones sobre la economía latinoamericana en 2014

Celac America Latina

[Fabrizio Lorusso – Variopinto al día] Entre la primera vez que viajé por tierras bolivianas, a finales de 2005, y mi segundo recorrido, a principios de 2013, pude percatarme de diferencias visibles en el país: un sistema de salud pública más barato y accesible, incluso a los extranjeros; una conservación del patrimonio cultural más atenta, pese al persistir de los problemas estructurales de la economía y de la pobreza que afecta al 45% de la población (con un 20.9% de indigencia); una mejora (ligera pero evidente) de las infraestructuras, por lo menos en los centros urbanos; un mayor dinamismo general, algo difícil de describir con precisión, pero palpable.

Quizás las cifras sobre crecimiento del país ayuden a describir la percepción de manera más exacta: en los últimos años, en efecto, Bolivia creció a un promedio del 5% anual y se prevé una subida al 5.5% en 2014, debido sobre todo al alto precio de gas y minerales, principales commodities de exportación de la nación andina. La nacionalización de los hidrocarburos hizo que la mayoría de la renta extractiva de Bolivia cayera en manos del gobierno y se quedara en el país. Algunas políticas sociales de la administración de Evo Morales acompañaron positivamente la coyuntura.

No obstante, el modelo de desarrollo por especialización productiva o vía exportación de recursos y materias primas no ha sido radicalmente modificado en la historia económica de muchos países latinoamericanos así que, pese a las mejoras sociales que los gobiernos de la región hayan podido aportar, no se logran alcanzar ni el universalismo del estado de bienestar, ni la diversificación económica y la industrialización necesarias para realizar el “despegue”.

Para pasar del simple crecimiento de los fundamentales macroeconómicos a un verdadero desarrollo, hacen falta políticas sociales, pues ya se ha demostrado cómo, en la mayoría de los casos, la mano invisible del mercado puro no ha sido eficaz y eficiente para lograr metas sociales y de equidad, sino que se ha vuelto fundamental el acompañamiento preponderante de una “mano visible”, ya sea estatal o de la sociedad organizada.

Asimismo, como lo resaltaron las jornadas cubanas de foros de la Celac (Comunidad de los Estados Latinoamericanos y Caribeños), hace falta una integración regional solidaria que se acerque más al modelo de la Unión Europea que al de los TLC meramente comerciales y, a menudo, asimétricos. Otro caso a destacar es Paraguay que, según datos de la Cepal, creció 13% en 2013 y seguirá entre los más dinámicos de la región en 2014 con un +4.5% del PIB, junto con Perú (5,5%), Colombia (4,5%), Ecuador (4,5%) y Chile (4%).

El cuadro es algo más complicado para otros países latinoamericanos como Brasil, Argentina y México, las economías mayores del subcontinente, que crecerán, supuestamente, del 2.6%, las primeras dos, y del 3.5%, respectivamente, mientras que el promedio regional sería del 3.2%.Son bajas las expectativas para Venezuela (+1%) y El Salvador (2.5%).

Paraguay creció mucho porque se está recuperando de una grave crisis que lo penalizó antes del 2013, pues el embate fue económico pero también político-institucional tras la defenestración o “golpe soft” contra el ex presidente Fernando Lugo y la suspensión del país del acuerdo Mercosur. Además, la soja, la carne y los granos que exporta y que “explican” el 50% de su PIB han tenido un auge de precios.

Sin embargo, Paraguay tiene un índice de pobreza del 50% y de indigencia del 28%, debido, entre otras causas, a la alta informalidad y precariedad que caracteriza el trabajo. Y es que eso, junto a factores como la corrupción endémica, la falta de universalidad de las prestaciones sociales, la poca continuidad de las políticas públicas, la escasa capacidad de recaudación fiscal (por evasión e incapacidad estatal) y el uso poco eficiente de los recursos, explica también la pobreza en Bolivia, donde más del 60% de los trabajadores están en la informalidad, una cifra parecida o algo superior a la mexicana que debe llevar a una reflexión seria sobre los elementos mencionados anteriormente que son parte de los hitos históricos en tema de economía en Latinoamérica: informalidad laboral y outsourcing, estado de bienestar universal y no subordinado a clientelismo o precondiciones, sistema fiscal progresivo, transformación del crecimiento en desarrollo, redistribución de los ingresos e integración regional solidaria. Twitter @FabrizioLorusso

 

Alemania, los derechos y la Europa de dos velocidades

alemania merkel

[Fabrizio Lorusso – Variopinto al día] El gobierno alemán presidido por la canciller Angela Merkel, garante máxima de las políticas de austeridad presupuestal y ajuste en la Unión Europea, está dando señales de un posible ligero giro hacia la izquierda, por lo menos a nivel interno. En cambio, con respecto de las obligaciones que conciernen los otros estados europeos, en especial los más golpeados por la crisis como los mediterráneos, no ha habido ninguna señal de apertura y flexibilización del rigor macroecónomico.

Tras las elecciones alemanas del 22 de septiembre de 2013, el ejecutivo pudo nacer gracias al apoyo de una coalición entre los socialdemócratas del SPD y los demócratas cristianos de la CDU/CSU, y ahora las SPD está avanzando en su agenda social con medidas que, en el resto de Europa, no sería posible aprobar ni empezar a discutir: se va a permitir la jubilación de los trabajadores a los 63 años y con 45 años de cotización. Un pequeño paso, pero significativo.

Se habla de unas 900.000 personas interesadas por la norma y de un costo total de 11.000 millones de euros anuales. El ex canciller Gerhard Schröder (1998-2005) criticó la medida, pues había sido él quien elevó la edad del retiro de los 65 a los 67 años, estableciendo un modelo para todos los demás países que, por las buenas o por las malas, se adecuaron al nuevo estándar.

Merkel dijo que “la humanidad de una sociedad se mide según el trato que dé a los débiles, sobre todo cuando son mayores y están enfermos”, y en efecto también se contemplaron mejoras en las pensiones para las madres y las personas no autónomas. Aún falta una votación en el Bundestag, pero allí la coalición oficialista goza de una mayoría de votos del 80%.

El gobierno igualmente introdujo el salario mínimo interprofesional o común de 8.50 euros por hora y garantizó que no habrá subidas de impuestos para implementar estas decisiones. Alemania sigue un modelo laboral de “flex-security” en el cual van de la mano la flexibilidad en entrada y en salida del mercado laboral y una seguridad social universal y muy eficaz. Por su lado el principal partido opositor Die Linke (La Izquierda) ha criticado la ley por prever prestaciones insuficientes.

Merkel también anunció su apoyo para la aprobación de una medida respaldada por los socialdemócratas la cual pretende imponer una cuota femenina del 30% en los consejos de administración de las empresas: “Una economía social de mercado necesita de una gran competitividad y sabemos por nuestra experiencia que ésta es mayor cuando hombres y mujeres tienen las mismas oportunidades […] Por eso vamos a establecer para todos los consejos de supervisión y administración de voto obligatorio y los de empresas cotizadas una cuota femenina de al menos 30%”, dijo frente al Congreso. La norma, como está concebida ahora, podría interesar potencialmente unas 120 empresas, pero si se extendiera a las compañías grandes no cotizadas, afectaría a unas 2600.

Recientemente, el famoso economista de Harvard, Dani Rodrik, sugirió tres medidas, quizás con reminiscencias keyenesianas, para solucionar la crisis en Europa y, sobre todo, para mantener viva a la moneda única: aumentar las transferencias Norte-Sur, la inflación y los consumos en Alemania, la llamada “locomotora” continental. Parece que en Berlín se están siguiendo sus consejos e, inclusive, el país ha sido regañado a causa de su superávit excesivo (exporta demasiado) por parte de la Comisión Europea que, asimismo, aconsejó aumentar la inversión, estimular el consumo y los salarios internos. La Comisión sostiene que sólo ésta es la vía para que los sacrificios de los países del Sur rindan sus frutos.

Sin embargo, mientras tanto, en Italia, España, Grecia, Chipre, Portugal e incluso Francia, el descontento crece, porque las pensiones y el estado de bienestar se siguen recortando, el Estado se retira en todos los sentidos, en un entorno explosivo con tasas de desempleo de dos dígitos y una entera generación empujada a emigrar al exterior. Se legitima así, y las consideraciones de Rodrik y de la Comisión Europea lo confirman, una Europa de dos velocidades que, en parte, ya era un hecho y que ahora va repartiendo tareas y especializaciones productivas, pero también derechos laborales y sociales, de manera asimétrica y menos solidaria.

Twitter @FabrizioLorusso

Frack U. Mexico: video-visioni sulla riforma energetica messicana

Effetti (in)desiderati della riforma energetica aperturista su gas, elettricità e petrolio messicani. Un video ripreso da NarcoNews descrive ai messicani il metodo del “fracking” per l’estrazione del gas. Il protagonista si chiama John T. Hodo (cioè: John Ti Fotto).

Good news! Mexico has the fourth largest shale gas reserves in the world, and the Mexican Congress is about to change the constitution so that private companies can drill for it. That means that U.S. companies will soon be there, fracking for gas. Sure, there may be some complications from the more than 500 chemicals that will be pumped into Mexico’s aquifers, but never fear: Joe T. Hodo, President of “Frack U. Mexico!” is here to show you why Mexicans should stop worrying and learn to love fracking…or else.

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¿La empresa pública está viva? Evento en la Unam

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(De Revista VariopintoaldíaMás de tres décadas de políticas privatizadoras, liberalizadoras y aperturistas, en el contexto de un proceso de globalización cada vez más profundo, de reajustes presupuestarios y de cambios en los paradigmas del pensamiento económico-social, han cambiado la percepción y el papel que la empresa pública, con respecto de su “contraparte” privada, ha tenido a nivel mediático y académico. No obstante, dentro de todas estas evoluciones, amplificadas por el efecto de la revolución digital y de la explosión de Internet, el papel de la empresa pública se ha ido definiendo más, acotándose y profundizándose a la vez, quizás, pero ha vuelto a estar en auge y está lejos de desaparecer.

Contrariamente a las “sabidurías convencionales” que apoyan la creación de un “Estado mínimo” a toda costa y prevén un desarrollo espontaneo, gracias a las fuerzas de un supuesto mercado “perfecto”, la tarea de construcción institucional, el mismo sector público y los consorcios participados por el Estado, a veces en colaboración con el capital privado, siguen siendo muy importantes para las economías, sobre todo después de la crisis de 2008/09, y eso ocurre tanto en los países en desarrollo como de las realidades industriales maduras. E importantes fueron históricamente en las fases de despegue económico de muchos países de industrialización tardía como Japón, Corea y los otros Tigres Asiáticos.

El Estado-empresario, ya regulado según criterios de eficiencia y autonomía del gobierno, fue y es todavía una opción viable, siempre y cuando sepa competir en el nuevo contexto global y glocal.

Hoy en día, trece empresas estatales controlan tres cuartos de las reservas mundiales de petróleo y países como Rusia, China, Brasil y Noruega usan a estos organismos como aceleradores de su crecimiento. En México en cambio, si bien “existe un cierto consenso sobre el papel del Estado en el sector energético, y que se necesitan más impuestos para servicios públicos, no se participa en el debate global sobre la renovada presencia de las empresas públicas, en cambio asistimos a foros que no indican cuál será el nuevo tipo de organización que necesitamos, no sólo para el petróleo”, mantiene el Dr. Guillermo Guajardo Soto, organizador del seminario internacional que reabrirá un debate sobre estos temas.

Del 6 al 8 de noviembre de 2013 se reunirán especialistas nacionales y de Italia, Holanda, Estados Unidos, Costa Rica, Colombia, Venezuela, Ecuador, Brasil, Chile, Argentina y Uruguay en el Centro de Investigaciones Interdisciplinarias en Ciencias y Humanidades de la UNAM y harán un balance y propuestas sobre estos organismos, en el ámbito del seminario internacional “La empresa pública en México y América Latina: historia, situación y perspectivas”, bajo la coordinación del Dr. Guajardo y el Lic. Alejandro Labrador, académicos de ese mismo Centro. La conferencia es auspiciada por elTransnational Institute (TNI) de los Países Bajos, el Posgrado en Estudios Latinoamericanos y la Facultad de Contaduría y Administración de la UNAM, además de muchas instituciones académicas nacionales y extranjeras.

Las empresas públicas en la actualidad cumplen una destacada participación en los mercados internos e internacionales. Dentro del ámbito de los países de la Organización para la Cooperación y Desarrollo Económicos (OCDE) siguen presentes en el transporte, energía, agua, banca y telecomunicaciones, sectores estratégicos para la competitividad empresarial. Un planteamiento importante es que en México hace falta discutir y adoptar la nueva arquitectura organizacional de la participación del Estado en la economía, con el Estado como accionista dotado de misiones muy claras sobre su papel en el ámbito público.

Asimismo, se tienen que destacar los peligros que puede tener para los consumidores la adopción de esquemas empresariales extremados en recursos sensibles como agua y electricidad. Por ejemplo, en muchos países europeos, inclusive en los que adoptaron políticas liberalizadoras fuertes, tanto los movimientos sociales como algunos sectores de la clase política decidieron no permitir que el Estado abandonara assets y actividades estratégicas. En el evento participarán académicos, así como altos funcionarios nacionales y extranjeros, entre ellos de la Casa Civil de Gobierno del Brasil y del Metro de la Ciudad de México. En este enlace toda la información sobre el evento y los debates:http://www.innovacionyempresa.ceiich.unam.mx/

Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso

Alemania: Ángela Merkel gana de nuevo, ¿y Europa?

Merkel

Las elecciones federales del domingo pasado en Alemania marcaron el triunfo por tercera vez consecutiva de Ángela Merkel, la Canciller alemana quien fue postulada por la Unión Demócrata Cristiana y la Unión Social Cristiana de Baviera. Su partido, la Cdu-Csu, obtuvo el 41.5% de los votos, es decir, 311 escaños (72 más que en los pasados comicios de 2009).

Los socialdemócratas (Spd) de Peer Steinbrueck, quienes en estos años estuvieron formalmente en la oposición, aun apoyando en el congreso la mayoría de las políticas y las leyes del gobierno Merkel, también crecieron: ganaron 192 escaños, 46 más que en 2009, con el 25.7% de los sufragios. De esta manera, el centro demócrata-cristiano no cuenta con la mayoría absoluta de los congresistas, ya que el total de los escaños es 630 y se necesitan 316, así que Ángela Merkel tendrá que estipular una alianza con la Spd o con los Verdes para poder gobernar.

Los verdes, aliados históricos de los socialdemócratas, alcanzaron el 8.4% de las preferencias, lo cual se traduce en 63 escaños, cinco menos que en el turno anterior. Finalmente, el partido Die Linke, la única verdadera oposición de izquierda al bloque de poder centrista, consiguió el 8.6% de los votos, 64 curules en total y 12 menos que en 2009. La afluencia ciudadana en las urnas se mantuvo alta y fue del 71.5%, casi un punto más que en 2009.

El gran derrotado del domingo, sin duda, fue el Partido Liberaldemocrático (Fdp), el tradicional aliado de la Cdu-Csu que no logró siquiera confirmar su presencia en el Bundestag (el parlamento alemán) que mantenía desde 1949, pues apenas alcanzó el 4.8% de los votos y perdió sus 93 representantes en el congreso.

En la pasada legislatura, el Fdp representó un pilar importante del gobierno de Merkel, mientras que ahora la perspectiva para la gobernabilidad del país, que es el más poblado y económicamente importante de Europa, pasa por una alianza de los demócratas cristianos con los verdes, con la socialdemocracia o con ambos.

Más a la derecha, los euroescépticos de Afd (Alternativa para Alemania) tuvieron un resultado sorpresivo en esta competencia, que era la primera para ellos, pues llegaron al 4.7% y, aunque no entraron en el parlamento, conquistaron un caudal de votantes descontentos con el papel del país en el continente.

La eventualidad de un gobierno “socialista” formado a partir de los votos de Die Linke, Verdes y Spd existe, pero es puramente teórica, ya que históricamente hubo una suerte de pacto silencioso para excluir a Die Linke de las alianzas de gobierno.

Entonces, parece confirmarse un patrón político en la Europa de la crisis: en esta fase de lento arranque en algunos países, como Alemania y Francia, y de estancamiento persistente en otros, como Italia y España que tienen tasas de desempleo juvenil del 40%, se privilegian los gobiernos fundados en mayorías parlamentarias muy amplías, de “gran coalición”.

Es el caso del gobierno de Enrico Letta en Italia, resultado de un compromiso entre dos polos contrapuestos, el Partido Democrático de centro-izquierda y el centro-derecha de Silvio Berlusconi, para poder llevar a cabo reformas estructurales, aun con la oposición de importantes sectores de la población que vota por un partido y un programa y acaba siendo, de alguna manera, “defraudada” con la formación de un gobierno distinto al que apoyó en la campaña electoral.

En Alemania, estos “experimentos” han funcionado mejor, pues estas amplias mayorías han sido más duraderas y no se han disuelto en pocos meses como suele ocurrir en Italia, donde la conflictividad parlamentaria y la cultura de la clase dirigente no propician ninguna cohabitación estable. En este sentido, parecen atenuarse las diferencias entre izquierda y derecha, en pos de conseguir un equilibrio de las cuentas públicas cada vez más difícil de sortear y doloroso para la población. De esta manera, el parlamento y los partidos blindan el consenso y gobiernan con más agilidad, aunque los críticos de este sistema de gran coalición dicen que, en efecto, “votes lo que votes, van a mandar siempre los mismos”.

En especial, la lucha es entre el crecimiento, apoyado en el gasto estatal para reanimar la economía y proteger a los más débiles, y la austeridad fiscal, impuesta sobre a todo a los países con deudas muy altas que están al borde de la recesión como Portugal, España, Grecia, Italia, Irlanda y, sólo en parte, Francia.

troikaHay un compromiso cada vez más difícil entre los intereses de los trabajadores y de una parte de la clase media y las requerimientos exigentes de la llamada Troika (UE, FMI, Banco Central Europeo), entre las políticas económicas de gasto público, basado en un mantenimiento de una alta imposición fiscal, y los recortes al estado de bienestar y los servicios que se exigen desde Bruselas para mantener la viabilidad de la moneda única Euro.

La victoria de Ángela Merkel, en sí, es una señal de que la austeridad presupuestaria y los vínculos europeos no se ablandarán, pues los alemanes escogieron a la candidata de la continuidad con la política anterior. Ángela ganó.

Sin embargo, el probable ingreso de los socialdemócratas en la gran coalición de gobierno podría, de alguna manera, flexibilizar y suavizar la mano dura de la Canciller, por ejemplo, con los gobiernos de la eurozona que decidan gastar más para invertir y tratar de reavivar sus economías, antes de que sea demasiado tarde.

Aun así, son pocos los que realmente creen que esta “influencia” desde la “izquierda” pueda realmente cambiar el rumbo de la austeridad en Alemania y, por ende, en el resto de Europa. Así que el único que ganó es el estatus quo. (de Variopinto al día)

 Fabrizio Lorusso – LamericaLatina.Net

País de sol y de migrantes

migra spagnaEn un artículo titulado “Portugal, el país del dulce sol” en Le Monde Diplomatique, el escritor José Luís Peixoto describía la situación difícil del país en estos términos: “Incremento de la semana laboral… Aumento de la edad de jubilación… Con el nuevo plan de austeridad ratificado el pasado 12 de mayo, Portugal continúa su descenso a los infiernos. Se vayan o se queden, sus habitantes deben decir adiós a sus sueños de futuro”. Era el sueño de una sociedad en la que nadie se queda atrás y donde existen oportunidades que se desvanece.

El estancamiento, ampliado pero no provocado por la crisis de 2008/09, ha causado un progresivo despoblamiento, debido a la migración de muchos jóvenes portugueses al extranjero que ya no es compensada por la entrada de inmigrantes. De hecho, estos cuentan con algunas ventajas laborales y migratorias al ingresar al país, condiciones casi únicas en Europa, ya que con tan solo 6 años de residencia, pueden nacionalizarse, siendo de 10 años el promedio europeo.

El autor critica el plan de austeridad macroeconómica del gobierno, que, como otros aplicados en los países con cuentas públicas precarias  (por ej. España, Italia, Irlanda y Grecia), es muy costoso socialmente, implica recortes al gasto público, más impuestos y estagnación. “Cuando descubrimos que alguien más emigró a Suiza o Inglaterra, seguido escuchamos frases como ‘estoy seguro de que allá no tienen este sol’, o sea oímos una respuesta ligera”, escribe Peixoto.

Las tendencias cambian: España y Portugal pierden población, la migración neta de latinos a EEUU ya no crece, y en 2012 fueron más los italianos expatriados que los inmigrantes. Se van sobre todo a Alemania, a Berlín, una nueva frontera para los países del Sur donde el paro juvenil roza el 40%. Alemania recibió el año pasado a más de 950mil personas. Suiza también se volvió un país refugio, aunque es mucho más difícil establecerse allí.

También en Italia y España el fenómeno de la emigración de los jóvenes y la “fuga de cerebros”, es decir la salida de personas más formadas, con estudios hasta de posgrado, por falta de oportunidades, es una realidad que se está pasando por alto. Es común escuchar frases ligeras como la que cité, pues sirven para justificar o liquidar de alguna manera un problema social. Por ejemplo, la idea de que Italia en unos años podría transformarse en un museo para turistas japoneses, chinos, rusos y estadounidenses o en una grande playa barata se resume en la frase “somos un país de sol”, como para justificar un declino inexorable que, finalmente, no sería tan malo porque “aquí se come bien” o “tenemos las ciudades más bellas del mundo”.

Es evidente que esto no es un gran consuelo para ningún país, sobre todo para las personas que se van. Más que de sol y mar, hacen falta oportunidades y la rotura del círculo vicioso de la austeridad que bloquea el crecimiento, reduce la recaudación e impone más austeridad, hasta que incluso el sol se apaga. En el mapa de abajo, la lista de los pequeños campos de concentración o “centros de detención de migrantes” (del Sur del mundo) en Europa y alrededores.

De El Imparcial de Veracruz – Visión Global – Fabrizio Lorusso – TWT @FabrizioLorusso

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