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#Haiti non esiste: i rifugiati haitiani alla frontiera di #Tijuana #Messico

haitiani-tijuana-1[Di Caterina Morbiato (foto di Heriberto Paredes) da Carmilla]. Tijuana é la cittá di frontiera per antonomasia: un approdo per naufraghi arrivati da ogni dove alla ricerca di un nuovo inizio o una nuova partenza. Esplorare le sue strade significa impastarsi le mani di una belleza sordida, nata dal transito di culture e di lingue che si ibridano e si contaminano. La frontiera plasma Tijuana con il continuo transito di genti diverse: ora i deportati dagli Stati Uniti; ora gli sfollati messicani che fuggono da zone seviziate dal narco e che cercano, invano, di essere riconosciuti come rifugiati; ora i migranti centroamericani che incarnano una crisi umanitaria che sembra non avere fine. Basterebbe osservare chi si muove attraverso e attorno a el bordo -come a Tijuana chiamano il confine, distorcendo la parola inglese “border”- per intuire quello che succede nell’intera regione. Da qualche mese una nuova presenza si somma a questa eclettica fusione di umanitá: sono le centinaia di uomini e donne haitiani che arrivano giornalmente dopo aver intrapreso un viaggio interminabile. Chi non riesce a trovare posto nei diversi centri di accoglienza, dorme in piccoli hotel o case di privati che hanno improvvisato alloggi informali, ma in molti si ritrovano a passare la notte per strada. Secondo l’Istituto Nazionale di Migrazione messicano da maggio di quest’anno ad oggi circa 14mila haitiani sarebbero entrati in Messico; a Tijuana sarebbero circa 6mila e ulteriori arrivi sono previsti nei prossimi mesi a causa dei danni provocati dall’uragano Matthew che a inizio ottobre si é abbattuto sull’isola.  Continua a leggere

La vita come bagaglio. Considerazioni migranti (di R.Z.C.)

di Raùl Zecca Castel** (Da CarmillaOnLine)

migranti scusate1. Il migrante

Ogni migrante, in quanto tale, costituisce sempre un doppio di se stesso: egli è allo stesso tempoimmigrato ed emigrato. E per quanto la nostra prospettiva etnocentrica, subordinata e funzionale al discorso politico, si impegni a focalizzare l’attenzione sulla prima delle due declinazioni – quella che fa riferimento all’immigrato -, resta il fatto che un migrante è anzitutto, cronologicamente, un emigrato. Di fatto, il migrante non esiste che nel transito del viaggio, lungo la soglia di un tempo che, per quanto labile, ha pur sempre un inizio e una fine. Tuttavia, poiché – purtroppo – l’uso fa la lingua, si è giunti a utilizzare impropriamente il termine sommario di migrante per riferirsi a una serie di soggetti specifici e distinti quali sono i richiedenti asilo, i rifugiati politici o i profughi in generale. Ma soprattutto, nell’immaginario comune, migrante è sinonimo di clandestino, dunque di pericolo, insidia, minaccia. Perché se è pur vero che l’uso fa la lingua, è altrettanto vero che tale uso non è mai accidentale e imparziale ma, per così dire, efficace, ovvero strumentale. Il medium è il messaggio, ci ha insegnato McLuhan e dunque, a ragione, Abdelmalek Sayad, sociologo di origine algerina, poteva ritenere che il vocabolario utilizzato in riferimento ai migranti, lungi dall’essere appunto neutrale, non fa altro che denunciare in modo più o meno esplicito la nostra eredità coloniale. Integrazione,adattamento, inserimento, inclusione sono solo alcuni dei termini con cui si è soliti definire l’obiettivo che il migrante deve perseguire nella società di accoglienza, per la quale, appunto, “le condotte degli emigrati possono apparire solo come manchevolezze[1]. Ecco nuovamente tornare sulla scena il pregiudizio etnocentrico che si manifesta qui nell’assunzione implicita di un paradigma umano ideale, modello sociale perfetto ed universale – rigorosamente occidentale – cui l’Altro ha l’obbligo di adeguarsi, pena il rischio d’esclusione dalla categoria dell’umano e l’ingresso in quella delle non-persone[2]o, per dirla con il linguaggio colto della Lega Nord, dei bingo bongo[3]. Nessun razzismo, sia chiaro. Ma una vera una questione di specie: “Per me gli islamici (leggi immigrati) rimangono dei luridi maiali, senza offesa per questi ultimi…”[4]. L’invito a restare umani, d’altra parte, oltre che frainteso, è da considerarsi purtroppo un appello troppo elitario. Per buona parte di noi si tratterebbe al massimo di tornare ad esserlo, mentre per molti altri, ancora, di cominciare a diventarlo.

  1. La doppia assenza

“non appartengo a nessuna nazionalità prevista dalle cancellerie.

Sfido il craniometro. Homo sum eccetera…”

Aime Cesaire

Più che una doppia presenza, però, quella del migrante, qui inteso dunque come emigrato e immigrato allo stesso tempo, è soprattutto una doppia assenza. Questo concetto, elaborato dallo stesso Abdelmalek Sayad, esprime alla perfezione lo scandalo esistenziale del migrante, eternamente condannato a una sorta di fragilità ontologica e apolidia identitaria, sospeso – o meglio escluso – in una dimensione culturale che è anche geograficamente evanescente, utopica, nel vero senso del termine. Egli è infatti senza luogo, fuori luogo, e qualsiasi appartenenza gli è negata. “Esiste solo per difetto nella comunità di origine e per eccesso nella società ricevente, generando periodicamente in entrambe recriminazione e risentimento”[5]. È questione di matematica, numeri, quantità. Il migrante è insieme di meno e di troppo. Ma il corpo è uno. Da un lato c’è il senso di colpa per aver lasciato casa, terra, famiglia, la colpa dell’assenza appunto, di aver portato via se stessi, e dall’altro c’è il senso di colpa per una presenza indesiderata, ingombrante, inopportuna, quasi una vergogna, per essere arrivati qui con un corpo, il proprio corpo – la vita come bagaglio -; una presenza, dunque, che se per un verso ha bisogno di essere riconosciuta, dall’altro cerca in tutti i modi e a tutti i costi di farsi assenza. Il corpo è uno, sì, ma l’anima si squarcia: scusate se non siamo affogati, hanno scritto alcuni migranti su cartelli improvvisati. No, scusateci voi se non siete affogati,dovremmo replicare noi dopo aver messo fine all’operazione Mare Nostrum.

3. Migranti irregolari e profughi

Il pericolo discriminatorio che grava sull’immigrato, sempre in bilico tra la dignità d’esser uomo e la condanna al ghetto più o meno simbolico dell’apartheid sociale, si rende ancora più evidente nel momento in cui nel discorso pubblico si produce la distinzione linguistico-normativa tra il migrante irregolare – o peggio, clandestino – e l’immigrato profugo, richiedente asilo o rifugiato che sia. Lungi dal ridursi a una semplice questione di nomenclatura migratoria, tale distinzione – spesso arbitraria – chiama nuovamente in causa la capacità e la funzione performativa della lingua sulla realtà. Il migrante definito irregolare e il migrante definito richiedente asilo proiettano le rispettive esistenze in due categorie semantiche e interpretative non solo differenti, ma a tutti gli effetti contrapposte. La prima, nell’immaginario collettivo e non solo, rimanda a tutto ciò che si muove nell’ambiguità, che è privo di confini precisi, sfugge a un’identificazione certa e non è dunque riconoscibile. Di conseguenza evoca, come già anticipato, un presunto pericolo per l’ordine socio-culturale costituito, mina la nostra già precaria presenza[6] e genera, per reazione alla paura dell’ignoto, controllo, repressione, negazione. Il migrante irregolare è clandestino, la clandestinità è reato, ergo il migrante irregolare è criminale. La logica del sillogismo non accetta riserve.

La seconda categoria – opposta – rimanda invece all’immagine stereotipata delbisognoso, colui che per definizione ha necessità di essere aiutato, vittima passiva e indifesa di eventi tanto terribili e traumatici da risultare inenarrabili. Ecco il rifugiato. Impossibile non riconoscerlo. È proprio quella cosa lì, ciò che risveglia istintivamente ogni spirito compassionevole e caritatevole. Lui sì, che ha diritto ad essere protetto, lui è vero.Gli immigrati per bene sono miei fratelli, ripete Matteo Salvini. Ma chi sono quelli per bene? Molto semplice: i veri profughi, i veri rifugiati. Molto semplice. Troppo semplice.

Per ri-conoscere occorre aver prima già conosciuto. Ma deserto e mare li si attraversa una volta sola e ogni singolo migrante è una vita carica di esistenze, un bagaglio, appunto, incorporato. Ciò che si riconosce, dunque, è solo un nome, una categoria: ilrichiedente asilo, prima, e il rifugiato – forse –, poi. Ma allora dove sono Samba e Amadou e Moussa? Dove sono Amina e Keita? A quale categoria appartengono? Come scoprirlo? Chi è il richiedente asilo? Cosa è? Come è fatto e che qualità deve avere?

Potrebbe essere Hassani, il vero profugo, il richiedente asilo che diventerà rifugiato, colui che otterrà l’ambito marchio della protezione internazionale, lo status di persona.

Ma perché non parli allora, Hassani? Perché non racconti l’orrore che hai vissuto? Tu l’hai vissuto, vero? Vogliamo sapere, noi. Racconta, dicci dei morti, del sangue, dei ribelli, delle armi, della violenza, delle torture, delle lacrime e delle grida e dei bambini e delle donne e del cielo in fiamme, forza, racconta. Dicci tutto. E mostraci il tuo corpo. Spogliati, facci vedere le ferite e i segni delle percosse, la tua pelle martoriata, le cicatrici, esibisci l’orrore. Dobbiamo controllare, noi, dobbiamo accertare, verificare, attestare. Noi dobbiamo decidere chi – cosa – sei.

  1. Violenza strutturale, continuum della violenza ed economia della sofferenza

Esiste, evidentemente, una dimensione della violenza nei paesi di origine dei richiedenti asilo e, in generale, dei protagonisti di migrazioni forzate – incluse quelle superficialmente definite come economiche -, che rimanda a complessi processi storici, politici, sociali e persino culturali dei paesi stessi. Ma riguarda anche – se non soprattutto – la natura e la qualità dei rapporti trasversali che questi paesi hanno intrattenuto e/o continuano ad intrattenere con governi, istituzioni e organismi di paesi altri. Si tratta, insomma, di quella particolare dimensione della violenza che il medico antropologo Paul Farmer, riprendendo un concetto coniato da Johann Galtung, ha definito come violenza strutturale, proprio al fine di sottolinearne il carattere estensivo contro una lettura ingenuamente e interessatamente particolaristica, troppo attenta a ridurre ogni sorta di male entro confini ben identificabili, così da evitare il peso di responsabilità tanto ampie quanto imbarazzanti. È da questa violenza che fuggono a migliaia da decine di paesi del mondo ed è alla luce di ciò che la distinzione tra un profugo e un migrante economico perde il suo senso.

Ma esiste inoltre, meno evidente, eppure non per questo meno efficace, un continuum della violenza, per dirla con Nancy Scheper-Hugues, che si esercita quotidianamente e incessantemente anche nei luoghi di approdo delle migrazioni e che si esprime nella forma della biopolitica, attraverso il controllo e il disciplinamento dei corpi. È il volto anonimo e sotterraneo, ma per nulla astratto, della violenza, il suo lato più nascosto eppure più mondano e diffuso, la banalità del male, come ebbe a definirla Hannah Arendt: il potere della burocrazia[7]. Come repliche infinite di K., l’inerme protagonista del Processo di Franz Kafka, i migranti, una volta messo piede nei paesi di accoglienza, vengono risucchiati dal vortice inarrestabile degli innumerevoli dispositivi di sapere che le più diverse istituzioni elaborano ed intrecciano attorno alla loro inedita – scomoda – presenza. Una moltitudine di attori, più o meno consapevole, più o meno animata da buone intenzioni, si mobilita prontamente al fine di attivare nei confronti dei nuovi arrivati – stranieri/estranei all’ordine stabilito – un processo di soggettivazione e, dunque, di assoggettamento che risponde a un utile progetto di governamentalità. Per un richiedente asilo, il percorso di riconoscimento ed inclusione transita obbligatoriamente per una serie di pratiche sociali e burocratiche che ne scandisce le diverse fasi: procedure identificative, screening sanitari, trasferimenti da un centro di accoglienza all’altro, programmi di alfabetizzazione, colloqui con i servizi sociali, orientamento legale, attività educative e così via, lungo un itinerario ben collaudato che per sua stessa natura conduce a una riduzione drastica del livello di agency individuale dei singoli migranti, resi in qualche modo dipendenti e – di nuovo – vittime passive, questa volta nei confronti di un sistema di accoglienza che, sia pure inconsapevolmente, nega, assorbe e depotenzia la capacità di agire degli individui. Di qui il tradursi di tali forme e pratiche quotidiane di violenza in vera e propria sofferenza cronica, lamento inestinguibile di dolore, più o meno somatizzato. Ma anche la sofferenza deve essere qualificata, misurata, dimostrata, verificata. Non siamo razionalmente in grado di ammettere ed accettare il dolore tout court, così come viene riferito, dolore e basta, dolore di vita e di morte, dolore di niente e di tutto. Ancora una volta abbiamo bisogno di sapere, per decidere cosa è bene farne di questa sofferenza, e dobbiamo dunque distinguere il dolore buono, il dolore reale, dal dolore che invece è meglio lasciar perdere, quello che, in fondo, magari, non è proprio così vero. Dobbiamo, insomma, fare economia della sofferenza.

Per ogni richiedente asilo, infatti, prima o poi – sicuramente poi -, arriva il momento tanto atteso dell’audizione presso la Commissione Territoriale di competenza alla quale dovrà affidare il racconto della sua nuda vita, il fatidico perché della sua fuga, la motivazione definitiva della sua assenza e della sua presenza qui. E così dovrà assistere alla vivisezione chirurgica della sua intera esistenza, analizzata e riordinata come prova di un delitto incompiuto, quasi che davvero, in fondo, la vita non si riducesse ad altro che a una sorta di bagaglio pieno di cenci sporchi e stracciati, un bagaglio perso, anonimo, dimenticato tra altre migliaia di vite smarrite, molte naufragate in fondo a un mare senza colpe. E la memoria è già dolore: brandelli di stoffa, brandelli di vita, brandelli di carne cruda gettati in pasto a uditori spesso troppo avidi e frettolosi, intenti a un gioco troppo pericoloso per essere ridotto a un noioso gioco di ruolo, un gioco da tavolo, come incastrare tessere di un puzzle impossibile. Troppi i pezzi che avanzano, troppi i tasselli che non combaciano e che non funzionano. La sofferenza, d’accordo, ma non tutta per favore: raccontaci solo ciò che serve, ciò che è utile, tutto il resto tienilo per te, perché per noi è solo materiale di scarto, grazie. Economia della sofferenza e burocratizzazione del dolore: questo sì, questo no. La schiuma della terra torna sempre.

E ora che ti è tutto chiaro Hassani, comincia a raccontare.

  1. Memoria e oblio

Quanto sangue nella mia memoria! La mia memoria è popolata di lagune. Sono cosparse di teste di morti. Non sono cosparse di ninfee. La mia memoria è popolata di lagune. Sulle rive le donne non hanno steso i panni.

La mia memoria è circondata di sangue. La mia memoria è cinta di cadaveri!

(A. Cesaire, Diario del ritorno al paese natale, Jaca Book, 1956, Milano, pp.77-79)

Dice Jackye Assayag che “il boia uccide due volte, la seconda volta con il silenzio”. E infierisce con la memoria, si potrebbe aggiungere. Perché l’oblio, per le vittime di tortura, per chi ha vissuto traumi gravi e in generale per tutti coloro che hanno un conto in sospeso con il passato, resta un traguardo ambito ma spesso irraggiungibile. I ricordi che si vorrebbe rimuovere affiorano di continuo, insistentemente, anche dopo mesi e anni, spesso nei momenti meno opportuni, quando il buio della notte, a tradimento, anziché invitare al sonno favorisce il farsi presente del passato con incubi e visioni che irrompono come zombie famelici in un silenzio quasi assordante, insopportabile. E sono di nuovo bombe assassine che squartano in brandelli decine di corpi umani innocenti, fuoco che divampa nelle case arrostendo cadaveri di donne e bambini, raffiche di mitra sparate verso ogni dove senza criterio alcuno, sequestri, botte e prigioni, cimiteri di sabbia e acqua, famiglie strappate per sempre e tanto, troppo sangue, dappertutto. E così, a testa bassa, quasi vergognandosene, molti confessano di come i loro cuori siano diventati duri come l’asfalto che calpestano lungo interminabili camminate senza meta, e di come i loro occhi non riescano più a piangere nemmeno una lacrima, mentre si tormentano pensando ad altri occhi, quelli delle madri, che hanno visto i figli partire e si consumano giorno dopo giorno con lo sguardo rivolto all’orizzonte, in attesa di poter scorgere ancora una volta la sagoma di quei bambini diventati uomini anzitempo.

Ricordare significa ripercorrere una ad una tutte le violenze subite sulla propria pelle, rivivere nuovamente le stesse sofferenze, scalfire ancora una volta le cicatrici della memoria e restare così in balia di un dolore assoluto, incomprensibile, che genera ciclicamente panico e angoscia, paura di vivere, senso di colpa per essere sopravvissuti. Non è un caso allora se i racconti di vita dei richiedenti asilo, così come emergono dai verbali rilasciati dalle Commissioni Territoriali che ne devono valutare l’attendibilità al fine di riconoscere o meno lo status di rifugiato, appaiono spesso ben poco lineari e coerenti, persino contraddittori, frammentari e lacunosi, come offuscati da una nebbia densa, talvolta impenetrabile, che confonde e amalgama luoghi, date e persone. Spesso sorge spontanea la domanda circa la veridicità di quanto testimoniato, la reale conformità delle parole ai fatti narrati, dimenticando o non riuscendo a comprendere del tutto quanto affermato da Theodor Adorno in riferimento allo scandalo dell’olocausto ed espresso magistralmente con la celebre formula per cui dopo Auschwitz non è più possibile la poesia, come a voler dire che da quel momento – dal momento di ogni vero trauma, individuale o collettivo – il linguaggio è spezzato una volta per tutte. Più recentemente, Elaine Scarry, tramite i suoi studi sulla relazione tra sofferenza e linguaggio, ha inteso mostrare come l’esperienza del dolore costituisca una sorta di messa alla prova del senso ultimo della vita e del mondo stesso e che, in ragione di ciò, non solo resiste ai più diversi tentativi di narrazione sottraendosi al dominio del linguaggio, ma che addirittura ne aggredisce il presupposto che risiede nella possibilità stessa della comunicazione. Il dolore e la sofferenza sono fatti individuali che emarginano chi li subisce isolandolo dal resto delle persone impossibilitate a condividerne il significato. Insieme al linguaggio crolla e viene distrutto il mondo, qui inteso come rifugio comune, luogo dove il senso è condiviso, uguale per tutti. Ecco perché la sofferenza non potendo esprimersi con le parole si traduce in amnesia.

  1. Memoria collettiva e verità storica

Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue.

(T. Sankara, discorso al’OUA, 1987)

Se il ricordo si configura quale presenza scomoda, tuttavia, non è solo perché trascina con sé un dolore privato, intimo, legato all’esperienza prettamente individuale di chi lo ha subito ma, al contrario, proprio perché chiama in causa responsabilità e colpe che rinviano a una dimensione collettiva della memoria; una memoria, però, molto spesso tradita da revisionismi storici, dove la verità ufficiale non sempre si accorda con la giustizia. Come sottolinea Roberto Beneduce, “oltre al segreto patogenico, esiste unsegreto di stato[8]. Significa che per le vittime di passati traumatici, l’oblio rappresenta in molti casi l’ultimo rifugio e l’unica strategia possibile per difendere ciò che resta del proprio equilibrio psico-sociale dalle manipolazioni storiche che sistematicamente corredano l’agire politico e che, in ultima analisi, mettono in discussione il valore testimoniale delle memorie dei “reduci”. Il ricordo, unico strumento che resta ai migranti per non perdere del tutto il legame con il passato e conferire così un senso al presente, si rivela dunque un’arma a doppio taglio, dispositivo ricattatorio capace di trasformare le vittime in carnefici e viceversa.

Occorre allora ritrovare un approccio intellettualmente onesto alla questione migratoria, il più possibile trasparente e svincolato da ogni sorta di strumentalizzazione ideologica, al fine di ripristinare – se non di inaugurare – una reale stagione di verità e giustizia. Per far ciò, sulla scorta delle indicazioni fornite da Paul Farmer, è necessario che l’analisi siageograficamente ampia e storicamente profonda, il che significa, inevitabilmente, riconoscere quel debito del sangue di cui già parlava Thomas Sankara nel lontano 1987, due mesi prima di essere assassinato grazie al sostegno, tra gli altri, di Francia e Stati Uniti. Riconoscere quel debito, oggi, significa prendere finalmente atto delle responsabilità che noi, in quanto Civiltà occidentale, abbiamo nei confronti delle condizioni di vita in cui versano i cosiddetti paesi del terzo mondo. Significa guardare allo specchio la nostra società capitalistica ed essere in grado di vedervi riflessa la falsa coscienza che la anima per infrangerla definitivamente; smascherarne l’ideologia del dominio e dello sfruttamento, incarnata, a seconda dei tempi, dallo schiavismo, dal colonialismo, dall’imperialismo e dal neoliberismo. Ha ragione, allora, ancora Roberto Beneduce quando si chiede ben poco retoricamente “di che cosa parlano i tanti immigrati clandestini se non di un passato coloniale recente e irrisolto […]? Di che cosa raccontano le vittime di tortura se non di oscure complicità fra le nostre ‘democrazie’ e le dittature che scambiano il silenzio su atrocità e violenze con profitti di questa o quella lobby?”[9].

franz fanonMa già oltre cinquant’anni fa, nell’introduzione all’intramontabile capolavoro di Frantz Fanon, I dannati della terra, Jean-Paul Sartre sconfessava tale falsa coscienza europea e, rivolgendosi direttamente ai buoni e civili borghesi delle metropoli, scriveva: “Voi sapete bene che siamo degli sfruttatori. Sapete bene che abbiam preso l’oro e i metalli, poi il petrolio dei ‘continenti nuovi’ e li abbiam riportati nelle nostre vecchie metropoli. Non senza risultati eccellenti: palazzi, cattedrali, città industriali; e poi, quando la crisi minacciava, […] l’Europa, satura di ricchezze, accordò de jure l’umanità a tutti i suoi abitanti: un uomo, da noi, vuol dire un complice, giacché abbiamo approfittato tutti dello sfruttamento coloniale”[10].

Ora che la crisi ha smesso di minacciare per divenire una realtà tangibile, l’Europa crede di poter ingenuamente revocare lo status di umano a tutti coloro che ritiene percorrano illegittimamente e pericolosamente le sue strade: gli immigrati. Si parla di invasione, di occupazione, addirittura di conquista straniera. E le ricette proposte si moltiplicano: blocchi navali, muri, rimpatri forzati, abbattimento di imbarcazioni, e chi più ne ha più ne metta. Allo stesso modo, quante più sono le voci che esigono sempre maggiori controlli e repressione, tante più sembrano le voci che per reazione esigono tolleranza, senza rendersi conto dello sporco gioco che riproducono adottando il lessico del potere, imperniato sul duplice stereotipo che ingabbia lo straniero; quello vittimista da un lato e quello razzista dall’altro. Il concetto di tolleranza, infatti, implica per definizione[11] un impegno, uno sforzo, quasi una fatica, per resistere alla tentazione di discriminare, denigrare, insultare. Perciò la tolleranza è già tutto questo insieme, poiché ne è la sua condizione di possibilità. Si tollera ciò che non si vorrebbe, ce ne si fa una ragione. Perciò la tolleranza è già una forma di apartheid culturale.

No, nessuna tolleranza, nessun pietismo e soprattutto nessun tipo di beneficenza. Ciò che occorre esigere è l’introduzione e l’applicazione di leggi in materia di diritto d’asilo che siano finalmente in grado di rispettare il mandato della Convenzione di Ginevra del 1951. Ma soprattutto, ancora una volta, verità e giustizia, per restituire Storia e memoria a tutti coloro cui viene negata.

**Raùl Zecca Castel è collaboratore di Carmilla e autore del libro Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana(Arcoiris Ed., 2015, pp. 272). La prima presentazione del libro, collegato anche all’omonimo documentario e una mostra fotografica, sarà il 12 dicembre a Cinisello Balsamo (Mi) presso la Sala Incontri Il Pertini di Piazza Confalonieri 3 alle ore 18. Dettagliqui link.

 


[1]     A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002, p. 44.

[2]     A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli, 2004.

[3]    U. Bossi, intervista a Radio Padania, 2003.

[4]     G. Devescovi, candidata sindaca per la Lega Nord Toscana, dichiarazione del 7.05.2015.

[5]     P. Bourdieu, nota a A. Sayad, op. cit., p. XI.

[6]     Cfr. E. De Martino.

[7]     Cfr. D. Graeber, Oltre il potere e la burocrazia, Eleuthera, Milano, 2013.

[8]     R. Beneduce. Archeologie del trauma. Un’antropologia del sottosuolo, Laterza, Bari, 2010, p.109.

[9]     Ivi, p 110.

[10]   J-P. Sartre, introduzione a F. Fanon, I dannati della Terra, Torino, Einaudi, p.XXI-XXII.

[11]   Tolleranza, s. f. [dal lat. tolerantia, der. di tolerare «sopportare, tollerare»]. – 1. La capacità, la disposizione a tollerare, e il fatto stesso di tollerare, senza ricevere danno, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata, Vocabolario Treccani, Treccani.it.

Lampedusa, 3 0ttobre 2013: Un Documentario sui Giorni della Tragedia

Il 3 ottobre del 2013 a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa vicinissimo al porto, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea, provocando 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti. Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue con uso di droni. In pochi mesi veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale avrebbero fatto seguito le missioni Triton e Mos Maiorum.

Da quella data, le istituzioni ed i media con la RAI in testa, stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori. Inoltre, come ogni anno, il 3 Otobbre 2015 Lampedusa sarà teatro di una nuova commemorazione finanziata da istituzioni italiane ed europee e dalle forze militari italiane.

Come ogni anno saremo in piazza, per opporci all’ennesima passerella istituzionale che ha lo scopo di occultare i crimini europei in materia di migrazione, per denunciare la progressiva militarizzazione di Lampedusa e del Mediterraneo e per aprire le indagini per mancato soccorso per la strage del 3 ottobre 2013.

PROPONIAMO che il 03/10/2015 si organizzino delle proiezioni del film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 e che il film (on line dal giorno 03/10/2015 con sottotitoli in inglese) venga diffuso il più possibile: per chiedere di aprire un’indagine per mancato soccorso sulla strage del 03/10/2013 e aprire una discussione sulle connessioni tra gestione delle migrazioni e militarizzazione.

SCARICA IL COMUNICATO IN PDF >> 3 Ottobre Volantino per proiezione (1) – EVENTO SU FB >> https://www.facebook.com/events/579546615517008/

Per avere il film con sottotitoli in inglese e organizzare una proiezione scrivete a askavusa@gmail.com. La lista delle proiezioni sarà resa nota sul blog di Askavusa https://askavusa.wordpress.com e di PortoM https://portommaremediterraneomigrazionimilitarizzazione.wordpress.com

Titolo: Lampedusa 3 ottobre 2013 i giorni della tragedia – Autore: Antonino Maggiore – Produzione: Libera Espressione – Anno: 2013 – Durata: 55 min – Musica: Achref Chargui / Giacomo Sferlazzo

LampedusaIl Comunicato (link): Il 3 ottobre del 2013, a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea. L’affondamento provocò 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, i superstiti furono 155. I sopravvissuti dicono che tra le 3.00 e le 3.30 due imbarcazioni, di cui una con un faro molto potente e simile ad una vedetta militare, si avvicinarono alla loro barca puntandogli i fari addosso. Dopo questa operazione le due barche si allontanarono lasciando nel panico le 540 persone.

Una di loro, per fare dei segnali di aiuto, diede fuoco ad alcune coperte che, cadendo a terra, provocarono un incendio. Le persone, impaurite, si mossero bruscamente e la barca si ribaltò. Verso le 6.30 un gruppo di persone che si trovava in barca nella zona della Tabaccara per una battuta di pesca notò i naufraghi e diede l’allarme, mentre altre barche civili e pescherecci si portarono sul posto caricando a bordo la maggior parte dei superstiti.

Secondo le testimonianze dei soccorritori la Guardia Costiera arrivò in ritardo di un’ora circa sul luogo del naufragio, a meno di un miglio dal porto. La Guardia Costiera non ha mai rilasciato comunicazioni sul 3 ottobre del 2013. Non e’ stata aperta un’indagine per mancato soccorso e il 36enne tunisino Khaled Bensalem è stato condannato a diciotto anni di reclusione e una multa di dieci milioni di euro per naufragio colposo e “morte provocata come conseguenza di un altro reato”, ma egli si è sempre dichiarato un semplice passeggero.

Inoltre il comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile nel processo e i soccorritori, unici testimoni oculari, sono stati da subito estromessi dalle indagini. Da quella data le istituzioni ed i media stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori.

Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue. In pochi giorni veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale ha fatto seguito Triton. Quindi, ancora una volta, le migrazioni fornivano un pretesto per aumentare il livello di militarizzazione del Mediterraneo e di Lampedusa.

Il 3 ottobre 2015 si ripeterà la vergognosa farsa organizzata dal Comitato 3 Ottobre in collaborazione con diverse associazioni “umanitarie”, il comune di Lampedusa e Linosa, e forze militari. Tra i partecipanti si trova anche la cooperativa Auxilium, che da anni gestisce centri di detenzione per migranti facendo profitto e malaffare sulle persone già in fuga da guerre e carestie.

Se l’anno scorso tra i finanziatori c’era Soros e la sua Open Society, quest’anno a farsi promotori del 3 ottobre a Lampedusa ci sono tutte quelle ONG, associazioni umanitarie e culturali che attraverso la retorica dei diritti umani, della bontà e dell’accoglienza fanno da apripista e spesso giustificano gli attacchi imperialisti (NATO, USA, UE), come quello in Libia del 2011 o quello in Siria di oggi.

Lampedusa diviene sempre di più un palcoscenico e la sua “vocazione” turistica si trasforma, sotto la pesante influenza esterna, in “vocazione” all’emergenza e alla militarizzazione. Ogni giorno di più si vedono lampedusani in divisa (Croce Rossa, Misericordie), aumentando la dipendenza economica dell’isola rispetto alla gestione dei flussi migratori. Lampedusa e il mediterraneo diventano quindi il terreno di prova per gli apparati militari, come ci dimostra l’imminente esercitazione Trident Juncture (la più imponente dopo la caduta del muro di Berlino) che partirà proprio il 3 ottobre da Italia, Spagna e Portogallo.

Uno dei temi scelti dal comitato 3 ottobre per questi giorni è la memoria. La memoria è però un atto politico: si sceglie cosa ricordare e spesso i ricordi vengono creati per finalità politiche. Quello che sta accadendo attorno al 3 ottobre è proprio questo: la creazione di una memoria completamente slegata dalla realtà e funzionale ai piani imperialisti di NATO, USA ed UE; una memoria creata insieme ai governi che sfruttano queste persone, chiamate “migranti”, nei loro paesi di origine; memoria creata insieme a chi provoca le migrazioni (Apparati militari – fondazioni – banche – multinazionali); memoria creata insieme a chi gestisce i centri di detenzione per migranti come le Misericordie.

Noi lampedusani dobbiamo chiederci cosa vogliamo fare, se riprenderci in mano le sorti di questa comunità o se vogliamo abbandonare l’isola a questo manipolo di personaggi arroganti, viscidi e menzogneri che la stanno rendendo una base militare, un carcere e un palcoscenico sul quale creare immagini e narrazioni. A cosa aspiriamo? A divenire carcerieri? A cucinare per le forze armate? A fare le comparse sui film di propaganda dello Stato?

Chiediamo a tutti i lampedusani di essere in piazza Brignone il giorno 3 ottobre 2015 alle 21.30 per guardare insieme il film inchiesta di Antonino Maggiore “Lampedusa 3 Ottobre, i giorni della tragedia” e dare un segnale di dissenso contro tutto quello che stanno facendo alla nostra isola.

Chiediamo a tutti coloro che condividono la nostra analisi e le nostre proposte di condividere il film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 (in onda dal 3 ottobre 2015 > https://www.youtube.com/watch?v=IvYCa-hEqYM) e partecipare alle proiezioni che abbiamo organizzato in diverse città (qui troverete la lista https://askavusa.wordpress.com/3-ottobre-2013- 3-ottobre-2015/)

• Contro la militarizzazione di Lampedusa e di tutti i territori; • Per lo smantellamento dei radar (8 a Lampedusa) e delle antenne ad uso militare e la regolamentazione delle antenne ad uso civile; • Per lo smantellamento del centro di detenzione per migranti e la creazione di un ospedale attrezzato sull’isola; • Per aprire un’inchiesta per mancato soccorso sulla strage del 3 ottobre 2013; • Per mettere al centro della discussione pubblica le connessioni tra migrazioni, militarizzazione dei territori e sistema economico; • Per i diritti negati dei Lampedusani e dei Linosani. Collettivo Askavusa Senza Paura! _______________________________________________________Blog Askavusa > https://askavusa.wordpress.com/ Mail Askavusa > askavusa@gmail.com Canale You Tube di Libera Espressione-Lampedusa on line > https://www.youtube.com/user/lampedusaonline Per contattare Antonino Maggiore > liberaespressionelampedusa@gmail.com Campagna raccolta fondi per Askavusa > https://www.produzionidalbasso.com/project/portom-spazio-di-lottamemoria-e-storie-di-mare/ Evento FB Proiezione simultanea 3 ottobre 2015 > https://www.facebook.com/events/579546615517008

Trailer del documentario:

Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

Precari docenti[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Minima et Moralia, CarmillaOnLine e La poesia e lo spirito/Viva la scuola. Di Fabrizio Lorusso].

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

 Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014 – Due 2011 – Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

Italia fue país invitado en la IV Fería del Libro del Gran Nayar: una crónica

feria nayar

De Revista Punto D’Incontro – Versión en italiano del artículo LINK Italia fue el país invitado de la IV edición de la Feria del Libro del Gran Nayar, que se desarrolló en las instalaciones de la Universidad Autónoma de Nayarit (Tepic) del 11 al 15 de noviembre pasado. De regreso de esa experiencia, a la que fui amablemente invitado por la UAN, quiero dejar una breve crónica del evento. En la explanada de rectoría se erigió un verdadero centro cultural interactivo que, además de los expositores del sector editorial, contó con una larga serie de actividades culturales para compartir literatura, experiencias, conocimientos y, desde luego, muchos libros.

La Feria del Libro del Gran Nayar es un momento de encuentro intercultural cada vez más importante y reconocido, un tiempo para el diálogo de saberes entre los pueblos de la región y el resto del mundo. El término Gran Nayar nace en el siglo XVIII para referirse a la amplia región montañosa y habitada por diferentes pueblos amerindios, euroamericanos, afroamericanos, asiamericanos y europeos en los estados actuales de Nayarit, Sinaloa, Durango, Zacatecas y Jalisco. Es una de las regiones culturales más étnicamente diversas de América y el mundo, y resume no solamente las culturas indígenas, sino la dinámica mayor que éstas establecen con respecto a los pueblos mestizos de su entorno y a los del resto del mundo.

El programa de la Feria fue muy intenso e incluyó la participación de autores italianos, mexicanos y, más en lo específico, nayaritas, dentro de talleres, seminarios, conferencias, presentaciones, mesas redondas y debates con y para el público participante que también tuvo acceso a un soporte virtual en línea para asistir a los eventos mediante videos live.

La Ceremonia de Inauguración fue el lunes 11 de Noviembre del 2013 a las 9:30 en la Explanada de Rectoría y estuvo presidida por la dirigencia universitaria con la presencia de representantes del país invitado de este año, Italia, y del municipio invitado que es Acaponeta, pueblo natal del gran poeta Alí Chumancero. En la noche, hubo un gran concierto de tenores locales con temas de Ópera y otros clásicos como La Llorona yBésame Mucho.

Gracias a los esfuerzos de la Coordinación General de Asuntos Internacionales de la UAN, este año se logró que Italia fuera país invitado. Durante los últimos meses la Coordinadora General, Nadia Selene Hernández Aguilar, la responsable del Área de Lenguas Extranjeras, Irma Peña Batista, y el de italiano, Maurizio Matino, realizaron las gestiones pertinentes con el Consulado de Italia en Guadalajara, la Fundación Amici d’Italia, el Istituto Italiano di Cultura y la Embajada de Italia en México para lograr la participación de conferencistas, escritores y académicos comoPino Cacucci Fabrizio Lorusso y Giovanni Marchetti, así como otros expertos de gran prestigio de ese mismo país.

Las actividades se desenvolvieron eficaz y dinámicamente, con buena participación de los estudiantes universitarios y del público en general. Cacucci presentó, entre otras actividades, su nuevo libro sobre la cultura y las anécdotas del Estado de Quintana Roo, pero también sobre la coyuntura ambiental difícil que viven sus mares. El texto es Mahahual: un paraíso no reciclable-historia, leyendas, anécdotas de Quintana Roo. Asimismo, la directora del Istituto Italiano de Cultura, Melita Palestini, estipuló acuerdos de cooperación cultural con el rector de la UAN, Juán López Salazar.

Otros autores italianos, invitados especiales presentes en  la lista del programa, presentaron temáticas como El Viaje InesperadoLa Santa Muerte, el terremoto de Haitíla Italia turística desconocida: la región de Apulia, la Identidad y cultura italiana, y el profesor de Boloña, Giovanni Marchetti, habló de las Mutuas herencias culturales de México e Italia y, en otra ponencia/debate con Cacucci y Lorusso, discutió sobreInterculturalidad y diálogo de saberes, literatura italiana y su relación con México. Agustino Salvador Parodi presentó, de hecho, una ponencia específica sobre la identidad italiana.

Dentro de las jornadas literarias, destacó también la apertura para todos los participantes invitados, mexicanos e italianos, de un Panel tituladoNayarit e Italia: sus regiones, historia, cultura y gastronomía, que favoreció el encuentro entre escritores italianos y nayaritas el día miércoles 13. Igualmente, hubo una sesión de lecturas poéticas un programa de actividades y talleres artísticos, además de los específicos para jóvenes, a saber, un programa infantil y juvenil para los 5 días de la Feria, pensado para el diálogo intergeneracional y el acercamiento de adolescentes y preadolescentes a la cultura y a los libros. Finalmente, un agradecimiento de corazón va a todo el personal y los colaboradores de la UAN y a la gente de Tepic por la calidez y el trato excepcionales que nos brindaron.

ARTÍCULOS Y SITIOS RELACIONADOS
América Latina (blog en italiano).

(de fabrizio lorusso / puntodincontro.mx / traducción al español de fabrizio lorusso)

Evento: 10 cantautores para los migrantes

10cantautores(De Revista Varipinto al día) Diez cantautores de México se reunirán en un mismo escenario por una causa humanitaria. Será un concierto para los migrantes centro y suramericanos que en México transitan, sobreviven, escapan y pasan, tratando de perseguir la esperanza de una vida mejor en los Estados Unidos, incluso a costa de su propia vida. Por segunda ocasión unos artistas mexicanos y cubanos estarán sensibilizando sobre el tema con su música y un concierto colectivo de apoyo a los migrantes.

Invisibles y desaparecidos, secuestrados por el crimen organizado y hostigados por las autoridades, los miles de Ulises y Eneas del siglo XXI, en su recorrido por tierra azteca a bordo del tren, “La Bestia”, o caminando, han encontrado en los refugios y casas de migrantes un conforto importante, un soporte fundamental para no perder esa esperanza y, sobre todo, para que su viaje no se convierta en tragedia por el hambre, la pobreza o por la delincuencia. Hace tiempo que la trata de personas, entre ellas migrantes, ha pasado de ser un negocio menor del hampa para volverse un business primario que, junto con el comercio de armas y la imposición del derecho de piso, acompañan al narcotráfico come fuente más codiciada de los ingresos criminales. Allí hay omisiones y complicidades que involucran desde los funcionarios fronterizos guatemaltecos, mexicanos y estadounidenses hasta narcotraficantes y coyotes, de mandos policiacos a políticos y caciques locales.

 Y es que, lamentablemente, esto ha venido ocurriendo cada vez más, y cada vez más la connivencia de intereses explotadores y criminales impacta en las fronteras y en el interior del país, menospreciando los derechos humanos y la legalidad. El fenómeno de las narcofosas y las masacres de San Fernando de 2010 y 2011 nos hablan de una verdadera emergencia humanitaria que no cesa, sino que crece. Entre el Río Bravo y los 3000 km de frontera al norte con EEUU y el Río Suchiate y Tapachula, están decenas de miles de historias y de atropellos que, sin embargo, tienen el potencial de convertirse en muestras de solidaridad y resurgimiento: es el caso de los albergues y comedores para personas migrantes, en su mayoría procedentes de Guatemala, Honduras y El Salvador.   

 La cita es el domingo 3 de noviembre, a partir de las 15:00 horas, en el Teatro Ángela Peralta de Polanco, con la finalidad de recaudar fondos en beneficio de colectivos que han adoptado la misión de promover y salvaguardar los derechos humanos de los migrantes en tránsito. Entonces, Paco Álvarez será el invitado especial. Fernando Delgadillo, Edgar Oceransky, Lazcano Malo, Miguel Inzunza, David Aguilar, Adrián Gil (Cuba), Rodrigo Rojas (Bolivia), Leonel Soto,  Bernardo Quesada (Costa Rica) y Aldo Obregón se unirán a él para el encuentro de 10 Cantautores por los Migrantes.

 “Algo anda mal en un mundo en el que el miedo y el rencor a los otros, a los distintos, se convierte en una de las formas más difundidas de trata humana. Desde nuestro oficio de cantar y contar el mundo, oficio modesto y significativo a la vez, podemos y queremos nombrar nuestro tiempo y, ahora, en especial la infamia que significa el trato a los migrantes en todo el mundo. De algo servirá cantarlo, la palabra y la música siempre han servido a la humanidad”, ha declarado Rafael Mendoza, cuyo disco “Esté Donde Esté” justamente habla de la migración.

 Los centros y albergues que serán beneficiados con el concierto son los siguientes: Albergue La Sagrada Familia, Apizaco, en Tlaxcala, Albergue Proyecto Magdala, Apaxco, en Hidalgo, Comedor El Samaritano, Bojay, en Hidalgo. Son todos lugares en que se brinda alimentación, espacios de reposo y aseo, atención médica y asesoría legal sobre derechos humanos a migrantes centroamericanos. También serán apoyados El Comedor San José, que antes era un comedor para migrantes y ahora es un proyecto itinerante de asistencia en necesidades básicas, y El  Kilómetro del Migrante, un colectivo que acopia víveres y voluntariado para apoyar a centros de asistencia social. El evento se puede sostener y buscar en E-Ticket.Mx o al 01 800 38 42 538 y es organizado por la asociación PROAGRUPA, a través de El Kilómetro del Migrante y contará con el respaldo de los colectivos Ustedes Somos de Nosotros y Soy Migrante. Los albergues y comedores recibirán el apoyo en especie, de acuerdo con sus necesidades más urgentes como construcción, mobiliario, instalaciones y mantenimiento, etc… En el caso de El Kilómetro del Migrante, el recurso obtenido se usará para cubrir los gastos que se generen por los trámites de la consolidación del colectivo como una asociación civil. En este blog se encuentra toda la información http://10cantautores.wordpress.com/

Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso

Se in Messico piove sul bagnato: uragani e abbandono

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[Articolo di Caterina Morbiato da Carmilla] Al loro passaggio verso la metà di settembre la tempesta tropicale Manuel e l’uraganoIngrid hanno lasciato una preoccupante scia di devastazione su buona parte della repubblica messicana. Negli stati maggiormente colpiti si contano migliaia di sfollati e centinaia di morti. Sono inoltre decine i paesi rimasti isolati a causa dei danni provocati alle vie di comunicazione. Acqua, viveri, medicine e benzina hanno iniziato a scarseggiare a poche ore dai primi nubifragi, specialmente dove la carenza di beni di prima necessità e servizi è già di per sé strutturale. Con Manuel e Ingrid la natura è tornata a rivendicare ciò che le appartiene, detonando con un’energia vorace che ripaga con la stessa moneta anni di soprusi ambientali fondati sul profitto più bieco e nocivo. E sono soprusi che, si tratti della speculazione edilizia routinaria o dell’ennesima inutile mega opera, stanno sfregiando il pianeta e in Messico come in altri paesi costano la vita a centinaia di persone, vittime di disastri come quello causato dagli ultimi uragani o a causa del proprio impegno contro la distruzione impune del territorio.

Alla forza cieca della natura spesso e volentieri si somma la leggerezza delle autorità in materia di misure preventive. Il governo e la protezione civile messicani non sono stati da meno, travolti ora da numerose critiche per l’evidente indolenza con cui è stata gestita la minaccia meteorologica che gravava sul paese da diversi giorni. La mancata diffusione di un allarme generale, di piani d’evacuazione e d’informazioni su possibili luoghi dove trovare rifugio hanno caratterizzato l’operato dei funzionari pubblici nelle ore precedenti al disastro. Autorità governative scarsamente coordinate tra loro, dunque, e incapaci di rispondere con prontezza al momento di salvaguardare l’incolumità della popolazione, ma celeri nell’approfittare della passerella mediatica che si genera quasi automaticamente quando succedono cataclismi di questo tipo. Disgrazie costantemente “popolari” che, maneggiate a dovere, servono a rinforzare l’immaginario della necessità di un padre della patria pronto ad accogliere sotto la propria ala magnanima quanti lo necessitino, oltre che a distogliere l’attenzione da altri temi delicati che interessano il paese.???????????????????????????????

Non si può non notare con amarezza come gli uragani si siano abbattuti sul Messico con un tempismo perfetto per la classe dirigente, scalzando da telegiornali e principali testate i persistenti conflitti suscitati dal Pacto por México, le larghe intese alla messicana che stanno realizzando l’approvazione accelerata del pacchetto di riforme neoliberiste elaborato  all’inizio dell’anno dal governo di Enrique Peña Nieto, in congiunto con i partiti dell’opposizione. Tra queste lotte, passate mediaticamente in secondo piano per via “dell’emergenza climatica”, ci sono questioni spinose come la lotta dei maestri e delle maestre che in oltre 10mila hanno occupato per 5 mesi – fino al violento sgombero del 13 settembre scorso – lo zocalo, la piazza principale della capitale, in opposizione alla capillare demolizione dell’educazione pubblica e dei diritti lavorativi degli impiegati nel settore, prevista dalla riforma educativa. O l’acceso dissenso contro la riforma energetica e la privatizzazione dell’industria nazionale del petrolio (Pemex) che rischia di essere svenduta a imprese principalmente statunitensi, reiterando la prassi di un colonialismo che di neo ha purtroppo ben poco.

Il disastro causato dagli uragani ha quindi contribuito ad offuscare conflitti già deliberatamente discreditati, in particolare quello degli insegnanti che dall’inizio di settembre ha vissuto un’ulteriore demonizzazione, spinta dalla perversa retorica dei media e del governo che ribadisce acriticamente il “diritto inviolabile2 di ogni messicano a disporre di uno zocalo sgombro e ripulito per poter festeggiare il 15 settembre, giorno dell’independencia, come tradizione vuole. Lo sciacallaggio mediatico scatenato da Manuel e Ingrid, oltre a lucrare sul dolore e fare propaganda sulle forze armate, illustra in maniera limpida la costruzione di una geografia sociale fondata su razzializzazione ed il classismo.

???????????????????????????????Se in Italia le notizie riguardanti le tempeste tropicali si sono limitate alle informazioni sul porto turistico di Acapulco, nello stato di Guerrero, in Messico i maggiori media non hanno fatto troppo di più. Per giorni le informazioni diffuse hanno esclusivamente dato conto della nota località balneare e della capitale di quello stato, Chilpancingo, ritagliando la devastazione di un’intera regione a misura dei suoi principali centri economici. Il fatto che i media abbiano pressoché ignorato il resto delle zone guerrerensi disastrate non è spiegabile con l’isolamento quasi totale generato in seguito alle tormente. L’abbandono che caratterizza queste parti del paese, non a caso tra le più emarginate e indigene, è di tipo coatto e permanente. È di quelli storicamente granitici, esacerbati ma di sicuro non creati da catastrofi ambientali.

Più in là di Acapulco, dei turisti rimasti bloccati e dei gestori di hotel e ristoranti, ci sono zone che, anche in situazioni di emergenza estrema, vengono mantenute nell’oblio. È il caso di regioni come quelle de La Montaña e Costa Chica, dove la maggior parte della popolazione parla una lingua indigena – Naua, Na Savi, Me’phaa o Ñomndaa –  e in cui analfabetismo, mancanza di un sistema sanitario e infrastrutture decenti sono sintomo di una disuguaglianza sociale brutale. “Qui si dice: non piangere per chi muore ma per viene al mondo” spiega Florentino Estrada, maestro elementare della comunità montana di San Lucas, raccontando della sua terra.

Nella scuola dove lavora, buona parte delle bambine e dei bambini perde quasi la metà dell’anno scolastico per seguire i genitori che migrano ciclicamente. Sinaloa, Michoacán e Sonora sono alcuni degli stati verso cui i lavoratori stagionali migrano per trovare impiego nelle grandi aziende agroesportatrici. Nonostante l’enorme ricchezza fatta confluire nelle tasche degli stati ricettori, la popolazione migrante vede costantemente umiliati la propria dignità e i propri diritti. Situazione aggravata dalle condizioni di povertà estrema, dal monolinguismo e dall’appartenenza etnica.???????????????????????????????

Costa Chica e Montaña sono inoltre aree che presentano una grande varietà di risorse naturali associata, va da sé, a piani di espropriazione che, camuffati sotto la potente egida dell’ecologismo istituzionalizzato, calpestano i diritti collettivi delle comunità indigene originarie. Non è casuale che queste regioni siano tra le più interessate dalla Crociata Nazionale Contro la Fame che, secondo la presentazione ufficiale, sarebbe una “strategia d’inclusione e benessere sociale che vuole garantire la sicurezza alimentare di 7.4 milioni di messicani che vivono in condizione di povertà estrema e contribuire al pieno esercizio de loro diritto all’alimentazione”. Ma secondo le comunità coinvolte si tratta di un vero e proprio piano controinsurrezionale imbastito con l’intenzione di fomentare divisioni all’interno delle comunità e annichilirne le esperienze di resistenza e autonomia.

Pubblicizzata come la sfida sociale del governo di Enrique Peña Nieto, la Crociata si avvale dell’impiego di centinaia di elementi dell’esercito e della marina militare, rinomati per la loro efficacia nel “promuovere l’empowerment della cittadinanza e renderla partecipe delle politiche pubbliche”. I soldati, presenti in circa 500 comunità di Montaña e Costa Chica, si stanno stabilendo da diversi mesi con il presunto compito di nutrire la popolazione, costruire mense comunitarie, effettuare visite mediche, e – incredibile ma vero – insegnare alle donne a cucinare per la propria prole. Sfacciata rimilitarizzazione di uno dei territori indigeni che più hanno sofferto le angherie dell’esercito, la presenza castrense dispone inoltre di particolari doti camaleontiche.

???????????????????????????????Con i disastri degli uragani, nel momento in cui potevano effettivamente fare qualcosa di utile, le forze armate sono agilmente evaporate. Mentre la popolazione cercava di stabilire la portata effettiva del disastro e realizzava i soccorsi più urgenti, i militari correvano da una parte all’altra senza fermarsi per fare concretamente qualcosa. In piena sintonia con le autorità governative dei tre livelli (municipale, statale, federale) che, come segnala un comunicato diffuso dal Centro di Diritti Umani della Montaña, Tlachinollan, hanno trattato con discriminazione e indifferenza le autorità comunitarie tradizionali venute ad esigere aiuti, nonostante siano coloro che meglio conoscono il territorio e i danni subiti.

Nelle regioni di Montaña e Costa Chica i danni sono innumerabili. Tantissime comunità continuano ad essere isolate e raggiungibili solo dopo 8 o 9 ore di cammino. Manca l’elettricità, l’accesso ad acqua potabile è difficile e decine di bambini e bambine stanno accusando malattie gastrointestinali, mentre si temono epidemie di colera e interi raccolti sono andati perduti compromettendo la già debole economia della zona. Bisogna inoltre tenere conto di quanto non è stato immediatamente distrutto. Le conseguenze dei cicloni presentano scenari ancora più critici se si pensa che le perdite delle coltivazioni comporteranno nei prossimi mesi scarsità di materie prime e aumento vertiginoso dei prezzi non solo localmente, ma anche negli stati ricettori dei flussi migratori, dove migliaia di ettari sono andati persi.

Montaña e Costa Chica sono però anche zone che da sempre danno filo da torcere al governo, siccome resistono all’avida violenza istituzionale con un inarrestabile fiorire di movimenti sociali, politici e di lotta armata. Per far fronte all’onnipresente divide et imperadel governo, le autorità comunitarie tradizionali delle due regioni hanno deciso di creare ilConsejo de Comunidades Damnificadas de la Montaña de Guerrero dopo essersi riunite in assemblea nella comunità de La Cienega.???????????????????????????????

Il Consejo, che intende funzionare come unica e diretta istanza di dialogo con il governo federale, ha presentato le proprie richieste, insieme a una mappatura minuziosa delle zone colpite, alla ministra dello Sviluppo Sociale (SEDESOL), Rosario Robles, il passato 23 settembre. Tra le priorità segnalate c’è stata la distribuzione di viveri e medicine alle comunità isolate e agli accampamenti degli sfollati e la ricostruzione delle vie di comunicazione, delle abitazioni e degli acquedotti distrutti. Robles ha risposto elogiando il diagnostico elaborato dal Consejo e ha assicurato che gli aiuti verranno mandati al più presto, impegnandosi a riconoscere il nuovo fronte come interlocutore con cui relazionarsi.

 Ad oggi la situazione rimane comunque critica e mentre le denunce di aiuti istituzionali simulati o spettacolarizzati si fanno sempre più vive, in tutto il paese la gente si sta dando da fare per organizzare autonomamente centri di raccolta e spedizione di viveri e materiale utile. Come nel settembre dell’85, quando un terremoto di 8 gradi Richter devastò Città del Messico e per giorni i soccorsi provennero esclusivamente dalla società civile, mentre il governo di Miguel de la Madrid si crogiolava nell’assenteismo più totale. [Foto di Caterina Morbiato]

Luto nacional en Italia: más de 200 migrantes mueren ahogados

migrantes

En la madrugada de este 3 de octubre, Italia tuvo que olvidarse temporalmente de sus problemas políticos internos, de sus crisis de gobierno y de las recientes condenas de Berlusconi, para despertar dentro de una pesadilla humanitaria sin precedentes.

Entre 200 y 300 migrantes de Eritrea, Somalia y Ghana fallecieron como consecuencia de un dramático accidente durante su navegación en un barco que había salido de Libia el día 2 octubre, aproximadamente a las 5 de la tarde. En él viajaban 500 migrantes en total y, doce horas después, se encontraban ya a pocas millas de la costa de Lampedusa, isla sureña de Italia.

Al amanecer, los migrantes prendieron un fuego para señalar su presencia a bordo y pedir ayuda a las autoridades y a los pescadores que iniciaban sus actividades en los alrededores. Sin embargo, el fuego desató un incendio imparable que causó el hundimiento del barco y la muerte de centenares de hombres, niños y mujeres. De los 500 africanos, sólo 155 han sido rescatados, por lo cual la cifra oficial de las víctimas no es definitiva y podría legar a más de 300 personas.

El lunes pasado otros 13 inmigrantes, de un total de 200 a bordo, habían muerto frente a la costa de Ragusa, en Sicilia, porque sus “coyotes”, es decir los criminales dueños del barco en que viajaban, los habían obligado a echarse al mar a latigazos.

Hoy, Italia tendrá un día de luto nacional. Algunos políticos del centro-izquierda italiano, como Nichi Vendola y Cecile Kyenge, Secretaria para la Integración, han levantado sus voces contra la Ley Bossi-Fini que establece el delito de inmigración clandestina, criminalizando al migrante como tal, y castiga incluso a los que ayudan a los extranjeros a ingresar al país. Por eso, los barcos de pescadores, a veces, llegan a ignorar las señales de las embarcaciones en dificultad.

Desde 1988 a la fecha, las estadísticas nos muestran la realidad de un “mar de la muerte”, ya que en las aguas del Mediterráneo han fallecido en promedio entre 6 y 7 personas al día durante más de dos décadas. Esta tragedia es enorme, pero es simplemente la punta de un iceberg.

Y es que la migración y sus protagonistas, en sus viajes de la (des)esperanza, suben por el eje Sur-Norte y tienen que pasar por desiertos y guerras, persecuciones, campos de refugiados, prisiones y chantajes de todo tipo para poder llegar a las costas del norte de África y de allí, otra vez, viajar por barco, apiñados como animales, hasta las islitas como Lampedusa, tierra de pescadores y de muchos Ulises modernos, perdidos en su odisea sin fin. Lampedusa es parte de Sicilia, de Italia y de Europa. Es el extremo meridional y marítimo del continente, pero parece otro mundo.

El gobierno italiano, en esta ocasión como en otras, ha tratado de llamar la atención de la Unión Europea acerca del fenómeno de la migración a través del Mediterráneo, ya que esta emergencia permanente tendría que considerarse como un problema común, no sólo italiano, pues Italia representa una puerta de entrada para todos los países de la Eurozona que, sin embargo, no se hacen responsables por lo que ocurre en esta frontera mortífera e invisible.

La agencia Frontex, creada en 2004 justamente para patrullar las fronteras europeas y hacer operaciones de rescate marítimo, ha padecido recortes presupuestales cada vez mayores y simplemente no opera en el Mediterráneo como se había previsto en un principio.

Por un lado, Italia pide ayuda a Europa, pero, por el otro lado, ha sido omisa o, cuando menos, ambigua: en abril de 2012, la Secretaria de Gobernación Anna María Cancellieri, firmó un acuerdo con el Consejo de transición de Libia, después de la caída de Gadafi, que permitía a las autoridades italianas interceptar a las personas que pedían asilo político y entregarlos de vuelta a los soldados líbicos, sin considerar, pues, ni siquiera el derecho a la condición del “refugiado”. De: Revista Variopinto al Dia  – Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso

País de sol y de migrantes

migra spagnaEn un artículo titulado “Portugal, el país del dulce sol” en Le Monde Diplomatique, el escritor José Luís Peixoto describía la situación difícil del país en estos términos: “Incremento de la semana laboral… Aumento de la edad de jubilación… Con el nuevo plan de austeridad ratificado el pasado 12 de mayo, Portugal continúa su descenso a los infiernos. Se vayan o se queden, sus habitantes deben decir adiós a sus sueños de futuro”. Era el sueño de una sociedad en la que nadie se queda atrás y donde existen oportunidades que se desvanece.

El estancamiento, ampliado pero no provocado por la crisis de 2008/09, ha causado un progresivo despoblamiento, debido a la migración de muchos jóvenes portugueses al extranjero que ya no es compensada por la entrada de inmigrantes. De hecho, estos cuentan con algunas ventajas laborales y migratorias al ingresar al país, condiciones casi únicas en Europa, ya que con tan solo 6 años de residencia, pueden nacionalizarse, siendo de 10 años el promedio europeo.

El autor critica el plan de austeridad macroeconómica del gobierno, que, como otros aplicados en los países con cuentas públicas precarias  (por ej. España, Italia, Irlanda y Grecia), es muy costoso socialmente, implica recortes al gasto público, más impuestos y estagnación. “Cuando descubrimos que alguien más emigró a Suiza o Inglaterra, seguido escuchamos frases como ‘estoy seguro de que allá no tienen este sol’, o sea oímos una respuesta ligera”, escribe Peixoto.

Las tendencias cambian: España y Portugal pierden población, la migración neta de latinos a EEUU ya no crece, y en 2012 fueron más los italianos expatriados que los inmigrantes. Se van sobre todo a Alemania, a Berlín, una nueva frontera para los países del Sur donde el paro juvenil roza el 40%. Alemania recibió el año pasado a más de 950mil personas. Suiza también se volvió un país refugio, aunque es mucho más difícil establecerse allí.

También en Italia y España el fenómeno de la emigración de los jóvenes y la “fuga de cerebros”, es decir la salida de personas más formadas, con estudios hasta de posgrado, por falta de oportunidades, es una realidad que se está pasando por alto. Es común escuchar frases ligeras como la que cité, pues sirven para justificar o liquidar de alguna manera un problema social. Por ejemplo, la idea de que Italia en unos años podría transformarse en un museo para turistas japoneses, chinos, rusos y estadounidenses o en una grande playa barata se resume en la frase “somos un país de sol”, como para justificar un declino inexorable que, finalmente, no sería tan malo porque “aquí se come bien” o “tenemos las ciudades más bellas del mundo”.

Es evidente que esto no es un gran consuelo para ningún país, sobre todo para las personas que se van. Más que de sol y mar, hacen falta oportunidades y la rotura del círculo vicioso de la austeridad que bloquea el crecimiento, reduce la recaudación e impone más austeridad, hasta que incluso el sol se apaga. En el mapa de abajo, la lista de los pequeños campos de concentración o “centros de detención de migrantes” (del Sur del mundo) en Europa y alrededores.

De El Imparcial de Veracruz – Visión Global – Fabrizio Lorusso – TWT @FabrizioLorusso

Migración euro le monde

Voto Estero: MAIE – Una Rassegna Stampa Recente

emigrazione-italiana

Ecco una rassegna stampa di quotidiani italiani coi pezzi recenti più popolari (i famosi (?) “tormentoni su Facebook”) in questi giorni sulle reti sociali che riporto sul Movimento Associativo Italiani all’Estero dell’On. Ricardo Merlo. Come anche altri in parlamento (e questo è risaputo) questo partito non è esente da, come dire, “leggerissime” contraddizioni etiche che gli articoli evidenziano e spiegano in vari modi. In Nord e Centro America, il MAIE ha deciso di sostenere Scelta Civica, cioè la lista Mario Monti, premier uscente, in alleanza coi partiti FLI di Gianfrnco Fini e UDC di Pierferdinando Casini.

L’idea di fondo del Movimento è che gli italiani all’estero sono un blocco unico, con gli stessi interessi indipendentemente dalla professione, dall’età, dall’epoca di emigrazione e dal continente, e quindi la proposta è rappresentarli fuori dai partiti tradizionali, fuori da “destra” e “sinistra”. In parte è vero: ci sono proposte, tra l’altro comuni a tutti (o quasi) i partiti che sono legate all’assistenza sanitaria e previdenziale, alla cittadinanza, alle battaglie per il riconoscimento dei titoli di studi, al valore della diffusione linguistica e culturale. Poi però ogni candidato o partito avrà delle differenze spcifiche all’interno di queste proposte “comuni”. Quello che non resta molto chiaro è, però, come voteranno i parlamentari eletti del MAIE sul 99,9% dei provvedimenti in aula  in commissione che non riguardano gli italiani all’estero,  non si sa bene che commissioni integreranno, che governo o che coalizione sosterranno e per quanto, eccetera.

Insomma l’idea di fondo pare attraente, ma poi si rivela una chimera, ancor più se consideriamo che alla Camera ci sono 12 deputati eletti all’estero e, anche se fossero tutti d’accordo tra di loro (dubito…), non avrebbero nemmeno i numeri per formare un gruppo da soli. “Né destra né sinistra” è un bello slogan, ma ce l’ha già Grillo. Magari pare che lo slogan possa funzionare all’estero, ma poi, guardando bene, le alleanze strette in passato e attualmente dal MAIE in Parlamento e in campagna parlano di Casini, Monti, Fini. Ad oggi, come indicato dalla rassegna stampa di seguito, militano nel MAIE personaggi di dubbia moralità che sembrerebbero avere poco interesse a capire e risolvere i problemi degli italiani all’estero e dei diversi e variegati settori delle  loro comunità in ciascun paese.

Elezioni 2013, la “bad company” di Monti si nasconde nella circoscrizione estero – Sono portati in dono dal leader Udc Casini. E il professore deve fare i conti con “improponibili” che hanno fatto parlare di sé per indagini su brogli, riciclaggio e rapporti con la ‘ndrangheta. Sono in lista col Maie, il Movimento italiani all’estero di Riccardo Merlo con cui Scelta civica ha stretto un accordo elettorale
di  | 10 febbraio 2013

Anche Mario Monti ha la sua bad company. Come nel caso del Pdl con Grande Sud, il professore dovrà fare i conti con alcuni impresentabili in lista alle imminenti elezioni: glieli porta in dote Pierferdinando Casini con il Maie, Movimento associativo italiani all’estero, il partito dell’onorevole Riccardo Merlo, parlamentare e responsabile Italiani nel mondo dell’Udc. Così, nella corsa per assicurarsi uno scranno nella “legione straniera”, 12 deputati e sei senatori eletti nella circoscrizione estero, al fianco di Fucsia, ex miss Padania, c’è gente che ha fatto parlare di sé per indagini su brogli elettorali, riciclaggio e rapporti con la‘ndrangheta. Con una passione missina incarnata dal ricordo di Mirko Tremaglia, ministro repubblichino ed estensore della legge sul voto degli italiani all’estero. Mica male per il centro moderato di Monti e Casini.

Come ha fatto sapere lo stesso Merlo, il Maie presenta il suo simbolo solo nelle ripartizioni Europa e America Latina, mentre nelle altre due mega-aree geografiche (Centro-Nord America e Africa-Oceania) i suoi esponenti sono in lizza direttamente con il movimento del premier dimissionario.

Ed è in quelle due macroregioni che si nascondono i personaggi più discussi. In Europa ad esempio troviamo Gian Luigi Ferretti, già segretario di Tremaglia e coordinatore del Comitato tricolore italiani nel mondo (Ctim), organismo dell’ex Movimento sociale italiano. Fin qui, si fa per dire, tutto bene, ma Ferretti, come ricorda Luciano Neri, responsabile della Consulta italiani del mondo del Pd, è anche uno dei fondatori de L’Italiano, “quotidiano di estrema destra nella cui gestione figura il neofascista Stefano Andrini, noto per aver maturato una condanna a 4 anni e mezzo per tentato omicidio di due giovani di sinistra e per essere finito, grazie all’amico Gianni Alemanno, ai vertiti dell’Ama servizi“, la società capitolina per la gestione dei rifiuti.

Secondo un’inchiesta della procura di Roma, i due personaggi sono il “motore” dell’elezione di Nicola Di Girolamo, senatore Pdl eletto nella circoscrizione estero nel 2008 e condannato nel 2011 a cinque anni per riciclaggio e violazione della legge elettorale. Come si legge sull’ordinanza, Andrini e Ferretti, assieme al ben più famoso Gennaro Mokbel, sono gli istigatori “dell’attentato ai diritti politici dei cittadini”, dove Di Girolamo figura come semplice “esecutore materiale”. Scrive il gip: “Tutto il gruppo Mokbel è impegnato a rendere possibile quella candidatura”. Come? Prima – secondo l’inchiesta – taroccando la residenza del senatore, in modo da far risultare che abitasse in Belgio e poi, con l’aiuto dei clan calabresi, indirizzando sul suo nome un pacchetto di voti falsi.

Se ci spostiamo a latitudini più calde, il risultato non cambia: Anche in America latina il verbo centrista della coalizione Monti-Casini è rappresentato dal Maie, che, “nel nome di Tremaglia” schiera due personaggi legati al faccendiere Aldo Miccichè, consigliere per gli affari sudamericani del clan Piromalli, catturato questa estate a Caracas dopo anni di latitanza. Lui è il dominus dei brogli elettorali in Venezuela durante la tornata del 2008: prima telefona al senatore Marcello Dell’Utri offrendo un pacchetto di 50mila schede bianche da “timbrare” con il simbolo del Pdl, poi, visto il vantaggio del centrosinistra (è pur sempre il paese di Ugo Chavez), si impossessa dei plichi già votati e, prima che vengano spediti a Roma per le operazioni di spoglio, pensa bene di bruciare tutto.

“I responsabili delle votazioni si tapperanno entrambi gli occhi”, dice Miccichè rassicurando il senatore della fattibilità del broglio: “Provvederò che presso ogni Consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno”. In un’altra telefonata, il faccendiere illustra i suoi loschi piani al senatore PdlFilippo Fani (quello che alla fine si complimenterà per la decisione di bruciare le schede) e fa due nomi:Nello Collevecchio e un certo Ugo (riconducibile a Ugo di Martino). Chi sono? I compagni di lista di Merlo, tutti insieme per rappresentare gli interessi degli italiani che vivono in Sud America.

Francesco Forgione, ex presidente della commissione Antimafia e candidato di Sel in Sicilia, dedica a Di Martino una ventina di pagine del suo ultimo libro ‘Porto Franco’: “E’ l’uomo che da Caracas vola a Roma per le pratiche che Micciché segue per il clan Piromalli”. Ed è sempre lui che il consigliere della ‘ndrangheta mette alle costole dell’allora presidente della Camera Fausto Bertinotti affinché, nel corso di una visita a Caracas, non abbia a interferire con i suoi affari. “Sono gli stessi protagonisti delle schede bruciate″, attacca Forgione che ricostruisce il recente passato di Di Martino: “Prima candidato di Mastella, poi di Berlusconi, adesso di Monti, evidentemente ha un pacchetto di voti da offrire sul mercato in maniera trasversale. E questo, conoscendo la gente che gli sta attorno, non è rassicurante”. Dal Perù, dove sta facendo campagna elettorale, il diretto interessato parla di “uso delinquenziale dell’informazione” invitando gli elettori a non credere a “storie senza consistenza”. Perché capita di incontrare persone sbagliate, ma “l’amicizia eventuale di un reo non produce correità”.

C’è da dire però che, almeno in Sud America, la coalizione centrista dovrà vedersela con altri pezzi da novanta, in lizza però con il centrodestra. E’ il caso dell’italo-argentino Esteban Caselli, senatore uscente del Pdl (definito dallo stesso Silvio Berlusconi “pericolosissimo”) che, dopo aver fondato assieme a Sergio De Gregorio e allo stesso Di Girolamo la Fondazione Italiani nel Mondo ha deciso di rompere con Silvio e di correre in solitaria con i suoi Italiani per la Libertà. E’ sua l’idea della candidatura della Morocha, avvenente valletta e sventola da calendario (qui la sua imitazione televisiva di un orgasmo che ha fatto il giro della Rete). Ethel Calabrò, così all’anagrafe, non parla neanche una parola d’italiano, “ma non fa niente. Votate per me se volete il Sudamerica in Italia”. da IL FATTO.

Italiani all’estero: 18 seggi “caldi” tra finti testimonial e scandali – Oltre tre milioni i connazionali chiamati alle urne nei cinque continenti. Il loro voto potrebbe risultare determinante al Senato. Tra i candidati un esercito di giornalisti, personaggi dello spettacolo, specialisti di foto con star internazionali. E diversi indagati. di Pasquale Notargiacomo – Repubblica.

OMBRE E SCANDALI – Sempre in Sudamerica, qualche ombra nel passato di alcuni candidati del Maie, che in questa tornata sostiene Scelta Civica. Il leader è il deputato Ricardo Merlo, dal 2010 nel gruppo parlamentare dell’Udc. Ma tra i candidati c’è Ugo di Martino, ex Pdl, di cui Francesco Forgione – ex presidente della commissione Antimafia – ha raccontato la storia soffermandosi sui suoi rapporti con Aldo Micciché, faccendiere italiano legato alla ‘ndrangheta e attivo in America Latina. Ha provocato discussioni, invece, sulla stampa argentina la candidatura di Claudio Zin, medico ed ex ministro della Salute della provincia di Buenos Aires, dimessosi perché coinvolto nello scandalo della “mafia dei farmaci”, una vicenda esplosa dalla vendita di medicinali scaduti e falsi.

L’UOMO PER TUTTE LE REGIONI 
– Sempre con il Maie si presenta Marcelo Gabriel Carrara, “l’uomo per tutte le regioni” come lo hanno ribattezzato recenti articoli di cronaca che hanno esaminato le spese di alcune regioni italiane. Carrara, infatti, oltre a lavorare per la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, è anche presidente del consiglio dei giovani molisani e membro dell’associazione dei veneti all’estero. Ancora con il movimento di Merlo, ma in Europa è in lista Gian Luigi Ferretti (Copenaghen), ex braccio destro di Mirko Tremaglia, legato a esponenti dell’estrema destra come Stefano Andrini, e il cui nome è citato anche nel caso Di Girolamo. da Repubblica.
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Forgione (Sel): «Le liste pulite di Monti? Una favola» – Il riferimento polemico è a Ugo Di Martino, ex Pdl ora nella lista del Maie, l’associazione degli italiani in Sud America che sostiene il professore

PALERMO – Francesco Forgione, candidato capolista di Sel in Sicilia al Senato va a gamba tesa su Mario Monti: «Alternativo e le sue liste pulite? Una favola. Lo dimostra la storia di Ugo Di Martino, di origini siciliane, ma legato ai calabresi, già candidato del Pdl, il cui nome oggi è inserito nella lista del Maie, l’Associazione degli italiani in Sudamerica, che sostiene appunto Mario Monti». «Ricostruendo gli affari fra Dell’Utri, il latitante Aldo Miccichè, oggi agli arresti domiciliari, inseguito da un mandato di cattura internazionale nell’ambito di un’inchiesta sugli affari del clan Piromalli in Italia e all’estero, e Ugo Di Martino – aggiunge – tutto avrei pensato, tranne che trovare quest’ultimo nella lista Monti in Sudamerica».

SCHEDE BRUCIATE – «Sono gli stessi protagonisti delle schede bruciate nelle elezioni 2006 – conclude – Di Martino, prima candidato di Mastella, poi di Berlusconi, adesso di Monti, evidentemente ha un pacchetto di voti da offrire sul mercato in maniera trasversale. E questo, conoscendo la gente che gli sta attorno, non è rassicurante». Da: Corriere Mezzogiorno.

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Carta de usuarios sobre la gestión del Instituto Italiano de Cultura en México

LaCittaIdeale IIC

El Istituto Italiano de Cultura de la Cd. De México (IIC México) es la Oficina Cultural de la Embajada de Italia, dependencia pública de la Secretaría de Asuntos Exteriores italiana, y su misión es la difusión de la lengua y de la cultura italianas en el país a través de, por ejemplo, cursos de lengua, cultura, gastronomía, formación docente y otros; eventos y varias actividades de promoción cultural; coedición de libros; establecimiento de nexos entre México e Italia; oferta de servicios y productos al público, etcétera.

Allí trabajan con contrato local unos 20-25 profesores italianos y una docena de empleados administrativos mexicanos e italianos que cuentan con contratos locales o, en algunos casos, italianos, estipulados por la Secretaría. La dirección cambia cada dos o cuatro años según los nombramientos que efectúa desde Roma la Secretaría entre el personal de carrera diplomática, así que normalmente hay un agregado cultural y un director enviados de Italia en cada uno de los 90 Institutos presentes en el mundo.

Desde hace muchos años la comunidad italo-mexicana de la capital, y de buena parte del país, ve al Instituto como un referente importante, un punto de encuentro e, incluso, de trasmisión de buenas prácticas laborales y culturales ligadas a la docencia, a la intermediación lingüística y cultural y, en general, al sistema Italia.

En 2008, muchísimas instituciones italianas y mexicanas operativas en el país y dedicadas a la difusión cultural de la lengua y cultura italianas habían firmado en Tlaxcala el llamado “Contrato ético para los profesores”, un gran logro para los trabajadores y, definitivamente, un marco orientativo para mejorar las prácticas gerenciales, didácticas y laborales dentro de las instituciones. El documento había sido elaborado tras dos jornadas de trabajos conjuntos con los congresistas Gino Bucchino y Franco Narducci y el ex Embajador Felice Scauso como garantes. El acuerdo parece hoy letra muerta, especialmente en la institución que más se había involucrado para promoverlo.

Después de casi una década de crecimiento de las actividades culturales y de mejoras en las condiciones laborales dentro de la institución, en las últimos periodos de gestión, respectivamente el del Dr. Gianni Vinciguerra, actual agregado cultural, y el de la Dra Melita Palestini (2011-2012), la comunidad de usuarios e interesados ha ido observando unos cambios, por lo cual expresa su opinión a través de esta carta que fue enviada a la Embajada y hecha pública en días recientes.

TEXTO CARTA:

Como personas directamente interesadas en la cultura italiana, deseamos expresar nuestra preocupación acerca de la gestión del Instituto Italiano de Cultura y la presencia cultural italiana en México. Nos entristece observar el actual declive de dicho Instituto, un importante punto de referencia para la difusión de la lengua y cultura italianas en México.

Hasta mediados del 2010, el Instituto tuvo una gran oferta, tanto para la comunidad italiana residente en México como para el público en general. Amén de la presencia de un restaurante, una cafetería, una tienda de productos gastronómicos y una librería de textos en italiano, la institución organizaba muchos eventos culturales, como exposiciones, presentaciones de libros, cinefórum, conferencias, homenajes, colaboraciones con otras instituciones mexicanas (cátedras extraordinarias,  convenios, festivales y exposiciones en otras sedes).

Ahora el restaurante y la librería han sido cerrados y se constata la falta casi absoluta de eventos, así como la escasa difusión de las pocas actividades culturales. De no ser por los cursos de lengua y cultura que se imparten ahí, no habría ninguna oferta para el público. Es lamentable ver cómo la actual política cultural apunte a la inmovilidad absoluta. Dicha elección no puede ser justificada con el pretexto de recortes económicos a la cultura, ya que la cerrazón de la dirección ante cualquier propuesta se extiende también a eventos que no implicarían costo alguno a la institución.

Confiamos en que esta carta pueda ofrecer una ocasión de reflexión para el mejoramiento de la actividad institucional, por el bien común.

Firman

Santa Elena Tellez Flores, Juan Manuel Eugenio Ramírez de Arellano Niño Rincon, Adolfo Gilly, Maria Eugenia Niño Rincon, Luciano Valentinotti, Sabina Longhitano, Francesca Gargallo Celentani, Eugenia Militello, Flor Romero y otras 64 personas más. (da Kaos)

Enlaces de interés:

  1. Carta en español completa PDF.   (http://depositfiles.com/files/wr2agh37x)
  2. Interrogación parlamentaria sobre el IIC México.  (http://www.agenziaaise.it/italiani-nel-mondo/eletti-allestero/132409-rilanciare-la-cultura-italiana-in-messico-bucchino-pd-interroga-terzi.html)
  3. Carta en italiano completa PDF.    (http://depositfiles.com/files/c00j714th)
  4. Página Web IIC México.   (http://www.iicmessico.esteri.it/IIC_Messico)
  5. Contratto Etico per i docenti / Contrato ético para profesores(http://www.puntodincontro.com.mx/articoli/italianimessico06022008.htm)

Feria del Libro del Zocalo: Editorial Elephas @México DF

¡Ya está! Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio de Amara LakhousLes presento emocionado la novela que tuve el gusto de traducir del italiano al español (mexicano:) y que se presenta en estos días en el Stand 179, de Editorial Elephas en la Feria del Libro del Zocalo (19-28 de octubre 2012), México DF. Es un proyecto independiente que hace de la interculturalidad y de la calidad literaria, e incluso estética, para su productos, sus banderas. También van a encontrar “Mamma, son tanto felice”  y “El mundo enemigo”del brasileño Luiz Ruffato,“Tren a Trieste” de la rumana Domnica Radulescu. Por allí nos vemos ¡Ciao! @FabrizioLorusso

En Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio (link), Amara Lakhous crea un novela satírica desenfadada, una tragicomedia llena de polifonías entretenidas. El ascensor como eje de las interminables discusiones entre todos los vecinos de la finca en Piazza Vittorio y la muerte de un joven fascista como fulcro de la narración están a la base de esta comedia a la italiana en donde el choque cultural incluye compatriotas y extranjeros, hombres y mujeres, en donde nadie puede huir de las críticas y de los prejuicios. Sólo Amedeo parece el más abierto y tolerante, inteligente y generoso: entonces… ¿Por qué le llaman asesino?


Elephas es una editorial mexicana fundada con el objetivo de promover la literatura contemporánea
; obras que reflejan culturas locales, identidades nacionales y la diversidad de expresión. Vivimos en un tiempo en el que, más que nunca, la gente y las culturas se mudan, se mezclan, se transforman. La literatura está dominada por historias que trascienden las fronteras geográficas. De ahí nace nuestra colección inaugural “Nómada”.

Amara Lakhous nació en Argel, Argelia en 1970 y desde 1995 vive en Roma, donde se exilió. Licenciado en filosofía por la Universidad de Argel y en antropología cultural por la Universidad de Roma “La Sapienza”, empezó su carrera profesional en 1994 como periodista de la radio nacional argelina. En Italia, trabajó durante muchos años en el campo de la inmigración, desarrollando actividades de mediador cultural, intérprete y traductor. En 1999, publicó su primera novela, Le cimici e il pirata (Las chinches y el pirata) en versión bilingüe árabe/italiano, y en 2003 publicó en Argelia su segunda novela en árabe, Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda (Cómo hacer que la loba te amamante sin que te muerda). Fue posteriormente reescrita en italiano con el título Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio). Por esta novela, publicada en otros seis idiomas, ganó en 2006 el premio Flaiano de narrativa y el premio Racalmare–Leonardo Sciascia. Encuentran el libro a la venta y un rico extracto del primer capítulo aquí (link).

Página Web de Elephas Ed. Link

Página FaceBook de Elephas Ed. Link

Síguelos en Twitter – Link.

Ya acabé con los enlaces, pero para terminar, éste es el trailer de la película que salió en Italia y está basada en la novela de Amara. ¡Buena visión!

Scheda del Film tratta da: link. Roma. La Piazza Vittorio del titolo, si trova al centro dell’Esquilino, storico quartiere romano, residenza borghese della burocrazia di fine Ottocento. Circondato dalla Roma più turistica e mondana, la sua vicinanza alla stazione centrale ne ha fatto negli anni, come in tutte le metropoli del mondo, un variegato luogo di approdo e stratificazione etnica e culturale.

In un suo vecchio palazzo umbertino si snodano le vicende di un eterogeneo gruppo di inquilini, una piccola folla multietnica segnata da forti differenze culturali, di provenienza, di religione, di modi di intendere la vita. Nell’ambiente chiuso del palazzo e del condominio si consuma lo scontro di civiltà in cui tali differenze emergono prepotentemente nel quotidiano e diventano malintesi, piccole prevaricazioni, diffidenze.

Le storie dei personaggi seguono i propri percorsi, incrociandosi l’un l’altra in ragione di una condivisione forzata dello spazio, del quartiere, del palazzo e del suo ascensore, puntualmente all’origine di tante dispute condominiali. Ognuno di questi personaggi esprime la sua solitudine, il suo male di vivere, offrendo uno spaccato, un sunto della sua esperienza di vita, le sue riflessioni e i suoi sentimenti in una prospettiva sociale.

Una morte improvvisa rompe il già instabile equilibrio condominiale. Tutti possono essere potenziali assassini e tutti si trovano ad incolparsi lìun l’altro. Saranno loro, insieme, allontanando per un momento ogni contrasto, a svelare al commissario il nome dell’assassino, al posto di quell’unico testimone, che però non può parlare: l’ascensore.