Archivi categoria: Reportage e Cronache

Argentina, 24 marzo: le voci contro Macri nello storico appuntamento per la Memoria, la Verità e la Giustizia

[di Serena Chiodo e Susanna De Guio – foto di Antena Negra Tv]

La memoria è un esercizio collettivo

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“Son 30.000. Fu genocidio”. Questo lo striscione, il banderazo come viene chiamato qua, che campeggia sopra le circa 300mila persone scese in piazza a Buenos Aires per questo 24 marzo. Il 43esimo dall’inizio della dittatura di Videla, nel 1976, da quegli anni di torture, violenze e assassinii. Da allora la vita politica dell’Argentina è attraversata dalla ferita dei desaparecidos e dei loro figli. Trentamila furono le persone che la dittatura fece ‘sparire’ nei centri clandestini, nei campi, nelle acque del Rio de la Plata. E trecento sono, ad oggi, i nipoti che le Madres e Abuelas stanno ancora cercando: donne e uomini che, appena nati, vennero strappati ai genitori e adottati dai carnefici degli stessi. Persone che ancora non conoscono la propria storia e identità. Ad oggi, sono 128 le persone ritrovate dalle Abuelas – l’ultima lo scorso agosto – in un instancabile lavoro di ricerca.

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Arresti e lacrimogeni per gli artigiani nel quartiere turistico di Buenos Aires

Protestano gli artigiani di San Telmo, la polizia di Buenos Aires risponde con violenza e 23 arresti.

[Da Dinamopress, di Andrea Cegna e Susanna De Guio]

artesanos3I tamburi si ascoltano già dal fondo di via Defensa, la strada principale del quartiere di San Telmo, luogo di uno storico mercato dell’artigianato visitato da milioni di turisti ogni anno. Avvicinandosi alla storica piazza Dorrego si vedono cartelli appoggiati per terra, uno dice: «Basta repressione, vogliamo giustizia, ci stanno uccidendo di fame, vogliamo lavorare!».

Gli artigiani che da anni tutte le domeniche espongono i loro prodotti lungo la via popolata di turisti sono già stati sgomberati due mesi fa, da allora non possono più lavorare e la situazione per loro si sta facendo insostenibile. La protesta degli Artigiani Uniti dura da tempo dunque, ma non si era ancora vista una repressione feroce come quella che si è scatenata domenica 10 marzo.

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Venezuela da oggi a ieri. Una prospettiva storica sulla crisi venezuelana

Venezuela_jacobin-italia-1-990x361-d694280cDa Sopra il vostro settembre

I nodi irrisolti del chavismo

Non ci sembra inutile, come già abbiamo fatto per quanto riguarda altri paesi dell’America Latina, un tentativo di dare una prospettiva storica all’attuale crisi venezuelana. Anzitutto per un motivo forse politico ma anche eminentemente storico: il Venezuela di Chavez ieri e di Maduro oggi viene utilizzato come metro di paragone oggi per giudicare come “fallimentare” qualsiasi alternativa all’ordine neoliberale che le dittature militari degli anni Settanta-Ottanta hanno imposto nel continente. Ciò che le democrazie della transizione avevano mantenuto, i governi progressisti e rivoluzionari, che nel decennio 1999 (vittoria di Chavez in Venezuela) – 2009 (golpe in Honduras) hanno conquistato per via elettorale l’egemonia continentale, hanno radicalmente messo in discussione, insieme alla sua premessa imprescindibile: la dottrina Monroe statunitense.

Motivo eminentemente storico, dicevamo: nel giudizio euroccidentale sul chavismo e il Venezuela c’è il tipico errore di chi legge nel tempo presente da un lato l’esito già scritto, secondo una sorta di determinismo storico per cui non poteva andare diversamente; dall’altro lato considerano il presente il finale della vicenda, mentre invece la partita è ancora tutta aperta e gli scenari possibili molteplici. In secondo luogo, l’errore che anche gli stessi “chavisti duri e puri” commettono è semplificare la complessa storia venezuelana, dividendola in una sorta di “prima di Chavez” e “dopo Chavez”, negando appunto le contraddizioni del quindicennio chavista e la crisi sociale aperta dal 2013 con Maduro, ignorando che né la destra né la sinistra venezuelana (Chavez compreso) vengono dal nulla.

La crisi venezuelana ha indubbiamente cause endogene ed esogene. Tra le prime vi sono molti dei nodi irrisolti dal chavismo[1] (modello “rentista”, la monocoltura energetica a base petrolifera e la mancanza di una strategia economica di lungo periodo che andasse oltre la redistribuzione; la debolezza – o non collaborazione – dell’apparato statale nel controllo del territorio; il rallentamento del processo rivoluzionario di riforma verso l’Estado Comunal, lo Stato Comunale, decentralizzato e a democrazia radicale) e le uscite fuori dai suoi stessi binari di Nicolas Maduro[2] (la virata radicale verso il modello estrattivista e la privatizzazione delle terre a colossi dello sfruttamento minerario ed energetico, contro lo stesso movimento campesino che aveva sostenuto Chavez; il sottrarsi al confronto elettorale e ai vincoli parlamentari, cosa cui Chavez invece non aveva mai rinunciato; l’aumento del potere alla sfera militare e poliziesca, causando spaccature interne agli stessi movimenti sociali chavisti).

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Ma c’è anche una sfera tra i motivi interni della crisi che si interseca con le cause esogene, che troppi fingono di ignorare, radicata nella storia del Venezuela dalla fine del cosiddetto periodo caudillista (1935) fino all’era chavista. Il “crimine” più grande di Hugo Chavez, imputato dalla destra venezuelana e latinoamericana e dagli Stati Uniti, non è il mancato rispetto delle regole democratiche (accusa tra l’altro poco fondata, che non considera all’opposto la profonda e radicata trama sociale chavista[3]), con buona pace delle anime belle liberali: <<è stato distribuire socialmente i redditi petroliferi tra l’80% della popolazione precedentemente esclusa. Questa novità senza precedenti ha allarmato l’oligarchia americana (del Nord e del Sud), ivi inclusi quei ceti della popolazione venezuelana comodamente installati nell’economia miamicentrica>>. Il modello monocolturale petrolifero non lo ha inventato Chavez, è stata un’eredità della borghesia appunto detta “rentista”, che però a differenza del lìder bolivariano ignorava cosa significasse la parola “redistribuzione” e di conseguenza “democrazia”.

<<Per lungo tempo i governi del Venezuela sono stati incapaci di diversificare un’economia che aveva nel petrolio la sola fonte di reddito. Era più facile importare tutto, in un Paese dove l’80% della popolazione non contava assolutamente nulla. Il 20% restante, l’oligarchia ed i suoi assistenti ben oliati, incassava tutti i benefici di un’economia che aveva il suo centro a Miami. Quando l’80% scendeva dalle colline a richiamare la sua parte, veniva schiacciato, come avvenne nel caracazo del 1989, un massacro che coincise temporalmente con quello di Piazza Tiananmen, ma non trova mai qualche ricordo sui media>>.[4]

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Venezuela in un vicolo cieco

Nel tentativo dicontribuire, in questo momento drammatico per il Venezuela, a capire meglio certi aspetti della sua crisi, proponiamo la traduzione di un articolo dell’economista “chavista critico” Temir Porras Ponceleón sulle origini e l’evoluzione della crisi economica venezuelana, soprattutto nel periodo di governo di Nicolás Maduro. Per altri contributi da noi pubblicati sul Venezuela, vedere qui.

Di Temir Porras Ponceleón*

da Le Monde Diplomatique Argentina

12/01/2019

Il periovenezuela.pngdo in cui Hugo Chávez ha tenuto in mano le redini del Venezuela (1999-2013) è stato un periodo di conquiste indiscutibili, tra cui la maggiore è stata la riduzione della povertà. Il chavismo può anche vantare risultati più che rispettabili in aree meno prevedibili, come la crescita economica: il Prodotto Interno Lordo (PIL), per esempio, si è quintuplicato tra il 1999 e il 2014 (1). Sicuramente questo spiega i numerosi trionfi elettorali e la longevità della sua egemonia politica. Questo contesto ha permesso di rifondare istituzioni ormai marce attraverso un processo costituente aperto e partecipativo, ricorrendo nel frattempo in maniera sistematica al voto popolare – a tal punto che l’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha dichiarato che in Venezuela “ci sono elezioni tutto il tempo, e quando queste non sono previste, Chávez se le inventa”-. A livello regionale, la Rivoluzione Bolivariana ha contribuito a a rendere possibile la “marea rossa” che ha conquistato la regione nel primo decennio del secolo (2) e ha portato al potere attraverso elezioni forze progressiste, spesso per la prima volta nella storia di paesi che parevano finalmente intenzionati a smettere di essere il “cortile di casa” degli Stati Uniti.

Ció nonostante, la morte di Chávez (a 58 anni, nel marzo del 2013) e la transizione politica che ha portato al potere il suo successore Nicolás Maduro nelle elezioni presidenziali anticipate del 14 di aprile del 2013, hanno inaugurato un nuovo periodo. E hanno imbrogliato le carte.

Dal 2014 il Venezuela attraversa la crisi economica più grave della sua storia, che non solo ha provocato una situazione di disagio sociale, ma ha anche contribuito ad aumentare la polarizzazione politica che caratterizza il paese da ben due decenni. Si è già alzato un muro divisorio tra il governo e l’opposizione che mette a rischio il funzionamento delle istituzioni del 1999.

Il carattere eccezionale di questa crisi si deve anche alla sua durata e intensità. Nel 2018 il Venezuela sta registrando il suo quinto anno consecutivo di recessione economica, con una contrazione del PIL che potrebbe raggiungere il 18%, dopo una caduta tra l’11 e il 14% nel 2017. Visto che lo Stato venezuelano non pubblica dati macroeconomici dal 2015 alcuni pensano che gli organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o i grandi istituti finanziari privati dipingano un panorama più oscuro per via di pregiudizi ideologici. Tuttavia, le cifre governative che si sono filtrate confermano una caduta del PIL del 16,5% nel 2016 (3). Tra il 2014 e il 2017, la contrazione accumulata dell’economia si stabilizzerebbe, così, ad almeno il 30% (4), una caduta paragonabile a quella degli Stati Uniti tra il 1929 e il 1932 durante la Grande Depressione.
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“Nos une el mismo dolor”: Memoria y búsqueda de vida de Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos

[Publicado en las páginas A dónde van los desaparecidosSección: Compartencia en colaboración con Desinformemonos]

El colectivo de Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos está formado por casi 100 madres que buscan a sus seres queridos desaparecidos. Esta semana están activas en la Brigada Nacional de Búsqueda de Personas Desaparecidas y buscan fosas en ese municipio guerrerense (Iguala) y los colindantes. Las entrevistas a las madres protagonistas de esta lucha por amor ilustran los imaginarios y las realidades de la desaparición en Guerrero. [En seguida un video de presentación de algunas integrantes del colectivo y el reportaje, por Fabrizio Lorusso]

El colectivo de Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidoses un grupo formado en abril de 2018 en Iguala, Guerrero, integrado por noventa y nueve mujeres y cuatro hombres, quienes buscan a sus seres queridos desaparecidos. Este texto se compone de entrevistas cortas a integrantes del grupo sobre los temas de la búsqueda y el encuentro, la memoria, el pensamiento que desean dejar, y el colectivo. Dieciséis personas hicieron memoria y dieron su testimonio. Poco a poco, su lucha ha sabido transformar un dolor común en un anhelo colectivo de búsqueda y en la conciencia de los derechos que les han sido negados. El dolor y la búsqueda de las madres de Iguala y de México irrumpen en el espacio público y de esta manera trascienden, van más allá del caso individual, de las cifras oficiales y de la soledad, para volverse un patrimonio moral de toda la sociedad contra el miedo y la injusticia. Este trabajo trae inspiración de dos proyectos artísticos y literarios que recientemente han contribuido a visibilizar las historias de las víctimas del conflicto armado en México, dándoles voz y palabra a los y las sin voz de esta época de nieblas y noches terribles.

El primero de ellos es una exposición de zapatos que son grabados con mensajes sobre “la búsqueda y el encuentro” y llevan en sí el pensamiento y la memoria de los familiares que buscan a los y las desaparecidas. Son sus zapatos que portan frases de dolor, esperanza y búsqueda, y son desgastados por tantos caminos recorridos en marchas, protestas, oficinas, calles, desiertos y pasillos burocráticos sin fin. Cada texto se reproduce también sobre un papel con fondo verde-esperanza y representa sin mediaciones el deseo de los familiares. Es un proyecto itinerante y colectivo de nombre Huellas de la Memoria y que, en sus andares por varios continentes durante tres años, se ha vuelto altavoz y percusión de lucha en una Campaña Internacional contra la Desaparición Forzada.

Otro proyecto inspirador se llama Memorias de un Corazón Ausente y es un libro de historias de vida donde algunas mujeres construyen la memoria de la ausencia de los seres queridos que están buscando. Más allá de la desaparición y de su caso, tejen narraciones sobre la vida, las pasiones, los gustos, los recuerdos y, finalmente, la presencia de sus familiares. En la introducción, Jorge Verástegui González, entre los fundadores de Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Coahuila, describe un concepto importante: el de búsqueda de vida, que ayuda a entender la comunidad del dolor y de esperanza que mueve a muchos colectivos de buscadores en su lucha. Quien ya no está y es buscado, pues, pudiera estar con vida o no, pero finalmente lo que mueve la búsqueda es la vida misma, tanto en su sentido material como en el espiritual. Lo que se busca es vida y reconexión, del modo que sea, para cerrar un “duelo suspendido”, un ciclo de dolor que hiere profundamente no sólo a las víctimas sino a toda la sociedad. La construcción de narraciones y sentidos alternativos a los que generan las estructuras del Estado y los medios de comunicación de consumo inmediato, con su sesgo oficialista, sensacionalista y a menudo revictimizante, es una de las tareas clave del periodismo de investigación, de la historia oral y de la historia del tiempo presente, enfoques que guían estas entrevistas.

Sandra

Sandra Luz Román Jaimes sostiene el cartel de denuncia de
desaparición de su
 hija Ivette Melissa Flores Román, desaparecida el 24 de octubre de 2012. Sandra  forma parte del colectivo “Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos”.  Foto: Fabrizio Lorusso

Sandra Luz Román Jaimes tiene 55 años y es de Iguala. Lucha contra un cáncer y para encontrar a su hija Ivette Melissa Flores Román, quien hoy tiene 25 años y fue desaparecida el 24 de octubre de 2012. Sandra está acompañando el camino del nuevo colectivo que se formó en Iguala el pasado 15 de abril y que se llama “Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos”.

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Il dio di Pueblo viejo: un mostro a doppia faccia. Viaggio in Repubblica Dominicana, nella seconda miniera d’oro più grande al mondo.

di Raúl Zecca Castel

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[Reportage pubblicato originariamente su Planeta Futuro/El PAÍS, qui integrato da un’ampia fotogallery e da un’intervista radiofonica rilasciata a Giorgia Bresciani per RadioInBlu]

La chiamano “il mostro”. Un mostro che non dorme mai. Che divora pareti di roccia, prosciuga corsi d’acqua e sputa fumo ininterrottamente, ventiquattrore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. In molti, però, assicurano che non si nutre soltanto di montagne e fiumi, ma che esige anche sacrifici umani, vite innocenti da offrire a un dio senza scrupoli: il dio dell’oro.

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Confine Guatemala-Messico: le carovane sfidano ancora una volta le frontiere

Di Nodo Solidale

carovana foto.jpgLa  carovana migrante é riuscita a passare il confine fra Guatemala e Messico fra la notte del 17 e la mattinata del 18 gennaio. É la prima del nuovo anno.

Composta da 7.000 persone di cui la maggior parte honduregni e salvadoreñi, quella che ormai é la terza carovana migrante dall’autunno del 2018, ha attraversato Honduras e Guatemala in 4 giorni di marcia serrata. É riuscita, prima, a sfondare le barriere fra Honduras e Guatemala, dove si sono registrati scontri sul confine e lanci di lacrimogeni da parte della polizia guatemalteca, poi, ha proseguito verso Tucun Uman ottenendo di passare la frontiera Guatemala-Messico senza che si verificassero incidenti con polizia, esercito e marina presenti sul valico.

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Codedi: dateci le case. Tutto il resto ce lo prendiamo da soli

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Quando nel 1998, nella Sierra Sur della regione di Oaxaca, un gruppo di famiglie con l’obiettivo di opporsi alla devastazione del proprio territorio da parte delle imprese e del governo, fonda il CODEDI (Comitè en Defensa de los Derechos Indigenas), nessuno immaginava che nel giro di dieci anni i propri figli avrebbero potuto vivere, studiare ed esprimersi attraverso il teatro in uno stadio costruito dall’organizzazione, nè che quel comitato si facesse organizzazione popolare e il CODEDI diventasse un punto di riferimento nel panorama politico messicano ed internazionale.

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