Archivi categoria: Sud America

Giustizia per Lucía Pérez: dalla sentenza allo sciopero femminista

[di Susanna De Guio]

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Vivas y libres nos queremos, ci vogliamo vive e libere, questo è lo slogan, il coro, il messaggio che ci manda lo sciopero femminista dello scorso 5 dicembre in tutta l’Argentina. Nasce dal ripudio della sentenza per il feminicidio di Lucía Pérez, sedicienne violentata e assassinata a Mar del Plata l’8 di ottobre del 2016.

In quei giorni a Rosario era in corso il trentaduesimo Encuentro Nacional de Mujeres, la notizia della brutale violenza perpetrata sul corpo della giovanissima Lucía scatenò un’ondata di indignazione, rabbia e dolore che si convertí nel primo sciopero femminista argentino, il 19 ottobre di due anni fa, e che divenne immediatamente internazionale, che è stato ripreso in più di 150 paesi l’8 marzo scorso, e che continua ad essere uno strumento di lotta potente.

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#AvenidaMiranda Puntata 44. L’Argentina ad un passo dal G20

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Foto di Kátia Dias

29 nov – A solo un giorno dal G20 di Buenos Aires la tensione è massima: una zona rossa di 20 km quadrati, un dispositivo militare enorme, tanto argentino come di paesi come Russia, Cina e Stati Uniti (questi ultimi con addirittura 800 soldati di stanza in Uruguay), una giornata dichiarata festiva e con il ministro degli Interni che ha espressamente invitato la popolazione ad “andarsene”. Il tutto in seguito a una settimana che ha visto due militanti del sindacato dell’economia popolare Ctep uccisi dalla polizia e il derby Boca-River rimandato per disordini. E in un paese che ormai da più di un anno è in mobilitazione permanente, contro un governo che ha fatto salire l‘inflazione e la svalutazione monetaria alle stelle di fronte al contenimento salariale, e che ha bocciato l’approvazione dell’aborto libero, sicuro e gratuito opponendosi al maggior movimento femminista al mondo. Di tutto questo il blog lamericalatina.net ne ha già parlato, però Avenida Miranda lo approfondisce con una puntata a cura di Pérez Gallo e la “new entry” Susanna.”

Qui il PODCAST!

L’Argentina a pochi giorni dal G20 e #NiUnaMenos

In questo pezzo vi proponiamo: un articolo dell’amico Alioscia Castronovo, giá uscito su Dinamo Press e che descrive il clima che si sta vivendo nella cittá di Buenos Aires a pochi giorni dal G20; una fotogalleria di uno dei due grandi cortei che hanno attraversato nella giornata di ieri la capitale argentina (quello femminista di NiUnaMenos, l’altra é stata una marcia in risposta all’assassinio, nei giorni scorsi da parte della polizia, dei militanti della Central de Trabajadores de la Economía Popular Rodolfo Orellana e di Marcos Soria); infine, il comunicato che hanno lanciato le donne curde in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, e che é stato rilanciao anche dalle compagne argentine.

Proteste, tensioni e forum mondiali: verso il G20 a Buenos Aires

di Alioscia Castronovo

da DinamoPress

Cinque immagini in movimento dalle giornate convulse a Buenos Aires a pochi giorni dall’inizio del G20 che inaugura il mese di dicembre tra proteste sociali e conflitti di piazza. Il Forum Mondiale del pensiero critico di Clacso, il controvertice e le mobilitazioni femministe, l’uccisione da parte della polizia di due lavoratori delle economie popolari ed un fine settimana caotico segnato dalle violenze e dal rinvio della finale di Coppa Libertadores.

La finale del mondo

«Avremo un G20 da gestire, cosa volete che sia una finale di calcio?»: così poche settimane fa aveva dichiarato la ministra della sicurezza Bullrich. Oggi esplodono le polemiche dopo la sospensione della finale tra River Plate e Boca Juniors a causa dell’assalto al pullman della squadra ospite e degli scontri.

Poche settimane fa addirittura il presidente Macri aveva sostenuto la possibilità di far partecipare tifosi ospiti alla finale (in Argentina sono vietate le trasferte ai tifosi, sia in campionato che in coppa) ed il superclasico di ritorno era stato anticipato a sabato 24 novembre per evitare la coincidenza con le giornate del G20.

Foto: La Vaca

Ma questo fine settimana la finale di Libertadores, la prima volta di River e Boca ribattezzata da queste parti del mondo la partita del secolo, non si è giocata.

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Comunero mapuche ucciso dalla polizia: la mappa del conflitto nei territori indigeni

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Foto dal fb di Camilo Tapia

Di Susanna Di Guio

L’omicidio di Camilo Catrillanca

Si ascoltano raffiche di colpi dietro la voce del referente mapuche, nel messaggio che comincia a circolare nel pomeriggio dello scorso mercoledì, 14 novembre, chiedendo di stare all’erta. Il comando Jungla dei Carabineros ha fatto irruzione nella comunità di Temucuicui, nella regione cilena dell’Araucania, sparando e avanzando con agenti a piedi e camionette, mentre due elicotteri sorvolavano la zona. Il motivo ufficiale è il furto dell’auto di tre professoresse della vicina scuola Santa Rosa per mano di quattro persone armate e incappucciate. Un “delitto comune”, come ha dichiarato il vicepresidente Andrés Chadwick alla stampa, “che non ha nulla a che fare con il conflitto mapuche”; eppure per quel furto è stata dispiegata un’azione con diversi mezzi e duecento poliziotti del Comando Jungla, una sezione speciale dei Carabineros addestrata in campi colombiani e statunitensi e implementata in Araucania dalla fine di giugno di quest’anno. Eppure Camilo Catrillanca è stato colpito alla nuca da una pallottola sparata da quei poliziotti, non in un confronto a fuoco ma mentre guidava il suo trattore; con lui c’era un ragazzino di 15 anni, che a sua volta è rimasto ferito.

mapuche 2Il suo corpo è stato portato al centro medico di Ercilla, ma avrebbe avuto bisogno di un ricovero ospedaliero per la gravità della ferita, ed è morto in poche ore. Catrillanca aveva 24 anni, una bambina di sei e un altro figlio in arrivo. Nipote del referente mapuche Juan Catrillanca, è stato attivo nella difesa del proprio popolo e del territorio in cui vive fin da giovanissimo.

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#AvenidaMiranda Puntata 43. La vittoria del fascista Bolsonaro

bolsonaro-mitra1 nov. – Terza puntata di Avenida Miranda nella nuova stagione ancora una volta dal Brasile Pérez Gallo dialoga con Marco Dalla Stella sulle recenti elezioni brasiliane, la vittoria del fascista Jair Bolsonaro, le cause della crisi attuale e le prospettive e preoccupazioni per il futuro nello scenario nazionale e internazionale.

Qui il PODCAST, dove trovereta anche l’intervista fatta a Pérez Gallo da Radio Cittá del Capo il giorno dopo le elezioni.

Articoli nostri sul tema:

Pérez Gallo, Il 28 ottobre brasiliano: ascesa di un fascismo periferico

Fabrizio Lorusso, Cristo Messia Bolsonaro e il catrame

#AvenidaMiranda Puntata 42. Violeta Parra: cuore maledetto

Violeta-Parra.jpg18 ott. – Violeta Parra è una delle figure più significative della musica e della cultura latinoamericana. Artista eclettica e inguaribile entusiasta, ha il merito di aver ridato dignità alla canzone popolare cilena – opera poi proseguita dal movimento della Nueva Canción Chilena.

A un anno dalle celebrazioni per il centenario della nascita, Marco Dalla Stella dialoga con la giornalista Virginia Tonfoni, coautrice del fumetto Violeta: corazón maldito edito nel 2017 da Bao Publishing.

Qui il PODCAST!

Il 28 ottobre brasiliano: ascesa di un fascismo periferico

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di Pérez Gallo

Un’elezione surreale

Tra poche ore sapremo chi sarà il prossimo presidente del Brasile, al termine della campagna elettorale più assurda della storia, antica e recente, del paese sudamericano. Fino ad ora é successo di tutto: il candidato favorito, l’ex presidente Lula (del Partito dei Lavoratori, PT) é stato prima arrestato e poi impedito dalla giustiza elettorale, mentre il secondo nei sondaggi, l’estremista di destra Jair Bolsonaro ha ricevuto una pugnalata durante un evento elettorale e si é rifiutato di partecipare ai dibattiti con gli sfidanti. Nel primo turno elettorale Bolsonaro ha portato a casa una vittoria schiacciante (46%), inondando migliaia di gruppi di WhatsApp con 20 mila fake news grazie all’aiuto -pagato piú di 3 milioni di dollari- di 156 imprese “amiche”.

Finalmente peró oggi sapremo chi governerá il paese nei prossimi quattro anni.

O forse no, forse nemmeno a seggi chiusi si saprà chi sarà il prossimo presidente. Soprattutto se a spuntarla dovesse essere, come è improbabile ma non impossibile, il candidato petista Fernando Haddad, dato in crescita nell’ultima settimana e avvicinatosi a Bolsonaro. Secondo gli ultimi sondaggi la differenza tra i due —che all’indomani del primo turno era di 18 punti: 59% contro 41%— sarebbe ora oscillante tra gli 0 e gli 10 punti: 50-55% di Bolsonaro contro 4550% di Haddad. Questo in un contesto di volatilità senza precedenti, dove quasi un elettore su cinque decide il giorno stesso del voto.

Forse non lo sapremo perché il candidato di estrema destra Bolsonaro, ex ufficiale resosi celebre per le sue dichiarazioni misogene, razziste, favorevoli alla dittatura militare che governò il paese tra il 1964 e il 1985, e favorevoli alla tortura e ai crimini di Stato, ha già annunciato a più riprese che riconoscerà solo il risultato che lo dovesse dare per vincente. Lo ha fatto avvalendosi dell’appoggio di una parte importante (ancora non è chiaro quanto, e questa è forse la maggior incognita del post elezioni) dell’esercito, rappresentata dal suo vice General Mourão e dai molti ufficiali candidati ed eletti nelle file del suo Partito Social Liberale (PSL). Lo ha fatto anche con l’appoggio delle più importanti chiese evangeliche e pentecostali che negli ultimi anni hanno ottenuto un potere enorme nella politica e nella società brasiliana grazie a capitali faraonici e un’azione sociale tenace nelle periferie e nelle favelas, dove sono riuscite a scalzare le militanze della sinistra tradizionale e delle correnti progressiste della Chiesa cattolica.

Bolsonaro ha inoltre goduto del sostegno di molti settori strategici del capitalismo brasiliano e mondiale come i latifondisti dell’agro-business della soya e, come lo hanno rivelato i rialzi in borsa dopo la sua vittoria del primo turno, il grande capitale finanziario e speculativo transnazionale, sedotto dal programma iper-privatizzatore e di forti tagli ai diritti sociali tredicesima e ferie del consulente economico di Bolsonaro, il Chicago boy Paulo Guedes. Eduardo Bolsonaro, figlio del candidato reazionario e deputato federale appena eletto con il maggior numero di voti della storia brasiliana, ha già avvisato che nel caso in cui la vittoria di suo padre non fosse riconosciuta, per chiudere il Supremo Tribunale Federale basterebbe “un caporale e un soldato”. Un altro avvertimento lo ha dato la polizia federale quando, pochi giorni fa, ha fatto irruzione in molte università federali del Paese, violandone l’autonomia. Obiettivo dell’incursione: sequestrare “materiali antifascisti” di straordinaria pericolosità quali manifesti, volantini e adesivi, e mettere sotto indagine 181 docenti accusati di fare campagna elettorale per il PT in questi ultimi giorni in cui è proibito. E un avvertimento pare lo abbiano dato pure le milizie del narcotraffico, che venerdì hanno lasciato una macchina con un cadavere proprio di fronte alla Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ) mentre si stava svolgendo un’iniziativa antifascista. Avvertimenti continui, infine, li sta facendo l’ala più militante del bolsonarismo di base, con decine e decine di aggressioni a giovani di sinistra che hanno portato, in un caso, all’assassinio di un maestro di capoeira di Salvador da Bahia. E un altro omicidio ai danni di un sostenitore di Haddad nello stato del Ceará si é realizzato proprio mentre scrivevo queste righe.

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Bolsonaro dixit (columna de @desinformemonos)

bolsonaro[De Desinformémonos] Como se esperaba, el domingo 7 de octubre salió ganador de la primera vuelta de las elecciones presidenciales brasileñas, con el 46% de los sufragios y un 16% más que su principal adversario, Fernando Haddad del Partido de los Trabajadores, el inquietante antidemócrata y ex militar Jair Messias Bolsonaro, alias “Trumpinho”. O sea pequeño Trump, debido a la semejanza ideológico-degenerativa del personaje con el presidente gringo. Semejanza que se refrenda como un loop descerebrado también con varias calamidades más llamadas M. Salvini, V. Orban, M. Le Pen, entre otros fascistas del siglo XXI que se van incrustando en los gobiernos de distintos países y logran dominar el discurso de odio social.

Con políticas neoliberales en lo económico e iliberales en lo político-social, empezando por su menosprecio de toda institución y proceso democrático, van avanzando en oleadas populistas y xenófobo-racistas los intereses del gran capital, que ya es casi todo financiero y globalizado: tras el resultado subieron repentinamente el Real brasileño frente al dólar y la bolsa de San Pablo, pese a que hay un riesgo concreto de decaimiento de la democracia en el país más importante de América Latina. Esto significa que el mercado descuenta y aprecia este efecto antidemocrático con tal de que haya por lo menos buenas condiciones para la inversión y la apertura forzada de nuevos mercados vía la privatización de todo. Y es el plan anunciado por Bolsonaro si llega a ganar, junto a los recortes de pensiones, salarios y gasto público que en dos años de golpe de Estado no ha podido acabar el deslegitimado títere presidencial Michel Temer.  Continua a leggere