Archivi categoria: Sud America

Il Super marzo del Cile

[di Susanna De Guio da Jacobin]

La repressione non ha fermato l’enorme e furiosa sollevazione popolare cilena e in queste settimane tornano le mobilitazioni studentesche, femministe e ambientaliste insieme alla battaglia per la nuova costituzione

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L’inizio di marzo apre una nuova stagione di mobilitazioni in Cile, simbolicamente rappresentata dal Super Lunes, lunedì 2 marzo, che coincide con il rientro al lavoro della gran parte della popolazione, a cui segue il 4 la ripresa scolastica. Ancora una volta la data è circolata sui social media, ancora una volta nelle principali città le strade si sono riempite di manifestanti e si sono alzate le barricate, non solo per il «super lunedì» ma per un «super marzo» fitto di obiettivi importanti per il Cile che si è svegliato dall’incubo neoliberale.

Il 18 ottobre passato ha dato inizio al tempo della protesta, che ora scandisce l’anno dettando l’agenda politica del paese: si festeggia il compiersi di ogni nuovo mese di mobilitazioni, si contano i giorni di vita del nuovo Cile e poco a poco prende forma una narrativa e un’estetica propria della rivolta. L’epica si legge sui muri di Santiago e di tutti i principali centri urbani, gli eroi popolari occupano le piazze e tirano pietre in prima linea, i pacos culiaos che risuonano negli slogan e primeggiano tra i graffiti sparsi ovunque, i fottuti sbirri, sono stati i protagonisti delle hit dell’estate, insieme alle invettive contro il presidente Piñera.

 

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“Disarmare la guerra e il capitalismo estrattivista”. Interviste boliviane (2/2)

di Alessandro Peregalli

da Carmilla

[Mar è mediattivista del giornale multimediale indipendente chiamato Chaski Clandestina, con cui ha documentato importanti lotte avvenute in Bolivia negli ultimi anni, da quelle portate avanti dal sindacato CSUTCB (Confederazione Sindacale Unica di Lavoratori Contadini della Bolivia, NdR) nell’altopiano paceño ai tempi della Guerra del Gas (2003) a quelle, più recenti, in difesa dei territori contro le grandi opere estrattive promosse dal governo di Evo Morales. Fa anche parte di un collettivo femminista chiamato Desarmar la Guerra. Qui l’intervista con l’autore.]

Questa la precedente intervista a Adriana Guzman e Diana Vargas, e questo il reportage dalla Bolivia.

Qual è stata la vostra postura durante i governi di Evo Morales e nella recente crisi politica che ha colpito la Bolivia?

Noi siamo molto critici con il governo di Evo fin dal 2011-12, quando è stata più evidente la politica estrattivista del governo (grandi opere, idroelettriche, trivellazioni), con forti ripercussioni nei territori indigeni. Però durante la crisi di fine 2019 all’interno dei medios libres sono sorte divisioni: molti compagni hanno assunto una posizione di difesa del governo di Evo, rivendicando le conquiste dei primi anni, altri hanno preso una postura così ferocemente avversa al governo che hanno di fatto avallato le posizioni razziste prevalenti nell’opposizione e sono arrivati a difendere l’operato di paramilitari motoqueros e della polizia. Con Desarmar la Guerra abbiamo provato a mantenere una posizione intermedia, che uscisse dalla polarizzazione, che non fosse né un’adesione intransigente al governo di Evo né una difesa di quello di Jeanine Añez.

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“Noi donne indigene il golpe lo abbiamo sentito nel corpo”. Interviste boliviane (1/2)

di Alessandro Peregalli

da Carmilla

[Dialogo con Adriana Guzmán e Diana Vargas, femministe aymara attive in uno spazio politico chiamato Femminismo Comunitario Antipatriarcale, che in questi anni ha partecipato, seppur con una visione critica dei governi di Morales, al cosiddetto proceso de cambio. L’autore le ha incontrate a El Alto, nella zona metropolitana di La Paz, lo scorso gennaio].

Questa l’intervista a Mar di Chasky Clandestino, e questo il reportage dalla Bolivia.

In Bolivia nell’ottobre e novembre scorsi si è consumato un colpo di Stato?

Il golpe è stato progettato fin dal 2016, quando ci fu il referendum sulla possibilità di rielezione per Evo Morales. Dopo la vittoria referendaria del No, e contro il ridicolo tentativo di Evo di presentarsi lo stesso, l’opposizione organizzò la campagna Bolivia dijo No, “la Bolivia ha detto no”. Da allora l’opposizione è andata dicendo che ci sarebbero stati brogli elettorali.

Quel referendum in realtà Evo lo perse per via di uno scandalo su un suo presunto figlio non riconosciuto. Come femministe, anche se capivamo che lo scandalo era strumentalizzato dall’opposizione e dagli Stati Uniti, abbiamo comunque considerato che Evo dovesse farsi da parte. Oltretutto, eravamo di principio contro la ri-candidatura, perché non crediamo nei processi caudillisti. Però il MAS decise di candidare Evo lo stesso.

Ed è così che, dal giorno dopo il voto, sono iniziate le manifestazioni: ed erano manifestazioni razziste, con aggressioni alle donne indigene, sfregio della whipala (la bandiera dei popoli originari, Ndr). E’ stato il venire alla luce di un razzismo che per 13 anni era rimasto sotterraneo. E’ stato allora che abbiamo sentito il colpo di Stato; prima ancora che cadesse Evo, noi donne indigene il golpe già lo sentivamo nei nostri corpi: ci incontravamo nelle strade, ci guardavamo, e avevamo paura, paura della persecuzione.

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La Bolivia lacerata, tra golpe e nuove elezioni

Le divisioni tra movimenti indigeni, ecologisti, femministi e le politiche del governo, hanno creato uno spazio fertile per l’avanzata del fascismo. Una frammentazione interna al «proceso de cambio» che si ripercuote anche nelle elezioni del prossimo maggio

Di Alessandro Peregalli

Da Jacobin Italia

boliviaPiù di due mesi dopo la drammatica caduta di Evo Morales, e tre prima delle nuove elezioni convocate per il 3 maggio, la Bolivia prova a leccarsi le ferite e ancora fatica a comprendere del tutto quel che le è successo. Il periodo di maggior stabilità politica di tutta la sua storia indipendente, infatti, si è dissolto come neve al sole in 21 giorni, tanto breve è stato il tempo trascorso tra il 20 ottobre, giorno delle elezioni politiche e presidenziali, e il 10 novembre, quando Morales, da un rifugio nel Chapare, si è dimesso da presidente su richiesta dell’esercito, ed è poi fuggito in esilio in Messico. Com’è possibile che un progetto politico così solido ed economicamente di successo sia crollato come un castello di carte?

L’escalation della violenza

Il sociologo boliviano René Zavaleta sosteneva che in Bolivia la società è forte e lo Stato è molto debole. Questa riflessione può aiutare, in parte, a dar conto della rapidità con cui si è dissolta l’egemonia masista: il Mas, infatti, nato come Strumento Politico creato dai movimenti sociali, e nello specifico dal movimento dei coltivatori di coca della regione del Chapare (il suo nome ufficiale è Mas-Ipsp, Movimento Al Socialismo-Strumento Político para la Sovranità dei Popoli), una volta giunto al governo è poco a poco scivolato verso una logica di auto-riproduzione nel potere, imponendosi di fatto su quegli stessi movimenti a favore dei quali avrebbe dovuto governare. Non è mia intenzione, in questo momento, analizzare e soppesare gli ottimi risultati che sono stati raggiunti in 14 anni di governo masista, e i «tradimenti» che quest’ultimo ha inferto alla sua base sociale e ai movimenti, argomenti tra l’altro esposti in maniera molto chiara da Enrico Padoan proprio su queste pagine. È però indubbio che, nel tempo, la logica del potere ha catturato il processo: il Mas si è fatto Stato.

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“Difendiamo la natura perché ne facciamo parte.” Intervista ad Alberto Curamil, attivista mapuche in Cile, tra lotta alle dighe e diritti civili.

di Gianpaolo Contestabile e Susanna De Guio da QCode Magazine e Desinformemonos

106635388_alberto1Dopo più di sedici mesi di carcere preventivo, lo scorso 13 dicembre il Tribunale di Temuco (Cile) ha assolto il lonko (autorità ancestrale mapuche) Alberto Curamil da tutti i capi di accusa. Curamil è membro dell’organizzazione politica Alleanza Territoriale Mapuche (ATM) ed è un rappresentante della sua comunità, la Lof Radalko, che durante l’ultimo decennio ha portato avanti una lotta vittoriosa contro la costruzione delle centrali idroelettriche Alto Cautin e Doña Alicia sul fiume Cautin, che avrebbero deviato il corso naturale dell’acqua danneggiando l’intera zona di Curacautin, nella regione dell’Auracania (zona centrale del Cile).

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Sciopero nazionale in Colombia, cresce la tensione tra governo e società civile

di Gianpaolo Contestabile e Susanna De Guio
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Oggi in Colombia va in scena uno sciopero nazionale indetto da più di 50 sigle sindacali e a cui hanno aderito organizzazioni studentesche, indigene, amabientaliste, femministe e LGBTQ di tutto il Paese. Nei giorni scorsi la tensione è salita alle stelle a causa soprattutto delle procedure preventive promosse dal governo di Ivan Duque. Sono stati concessi poteri eccezionali a governatori e sindaci, i quali potranno applicare un coprifuoco nelle loro rispettive giurisdizioni. Il Ministero degli Esteri ha annunciato la chiusura delle frontiere dalla mezzanotte di martedì scorso fino alle cinque del mattino di oggi. Da lunedì l’esercito è mobilitato con un grado di allerta massimo. Nella capitale i soldati accompagnano le pattuglie della polizia.

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“Contro il fascismo un parlamento delle donne da Cochabamba a Santa Cruz” – Intervista a María Galindo

di Andrea Cegna e Gianpaolo Contestabile da il Manifesto

La crisi politica boliviana non si placa. L’autoproclamato governo di Janine Añez mostra con forza il progetto golpista: invece che un governo di scopo è immediatamente diventato un governo politico e ha dato libertà d’azione all’esercito nelle strade.

Le proteste contro questo governo non si placano. In piazza non ci sono solo i simpatizzanti del Mas e di Evo Morales, ma un insieme di forze sindacali e sociali che rifiutano l’attuale esecutivo ma considerano il governo Morales responsabile di errori e tradimenti. Tra questi il movimento femminista, che ha risposto alla militarizzazione e alla violenza chiamando e organizzando il «parlamento delle donne indigene». La sua fondatrice è María Galindo.

Ha paura per il possibile futuro della Bolivia?

Certo che ho paura. Ho paura perché vivo in Bolivia e perché lotto. Quella boliviana è di per sé una società molto complessa e il processo di fascistizzazione che stiamo vivendo usa l’omofobia, il razzismo e la misoginia come strumenti. Noi siamo donne molto attive e molto in vista, nello specifico io sono stata minacciata molte volte così come diverse volte sono stata bersaglio dell’odio. Il processo di fascistizzazione è molto grave sia a livello personale che a livello sociale.

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Bolivia: anatomia di un colpo di Stato

Dossier Bolivia – Bolivia: anatomia di un colpo di stato

Di Alessandro Peregalli

Da Euronomade

La Bolivia è sprofondata in una crisi devastante lo scorso 20 ottobre, data delle elezioni presidenziali e legislative. Si è chiuso così il periodo di maggior stabilità politica della sua intera storia indipendente; le mobilitazioni e proteste in tutto il paese mostrano uno scenario ancora aperto che ha portato, il 10 novembre, alle dimissioni e del presidente Evo Morales e del vice-presidente Álvaro García Linera, e al loro esilio in Messico. Immediatamente, due narrative opposte si sono affermate per leggere gli eventi, tanto in Bolivia come a livello internazionale: da un lato, la sinistra, legata al “primo presidente indio” Morales, o riconducibile ai suoi alleati internazionali (di sinistra o meno, dal Messico al presidente in pectore argentino Alberto Fernández, dalla Cina alla Russia), ha affermato che si sia trattato di un classico golpe de Estado, che ha fatto fuori un presidente legittimo e legalmente rieletto e che è stato orchestrato dal Dipartimento di Stato americano, dalla CIA e dall’oligarchia boliviana. Dall’altra, la destra, tanto interna come internazionale (da Trump a Bolsonaro, e con la complicità dei “sinceri democratici” dell’Unione Europea e del partito democratico americano, con l’eccezione di Bernie Sanders), hanno sostenuto che si sia trattato della rimozione legittima di un “dittatore” che aveva falsato le ultime elezioni per farsi rieleggere.

In realtà, ciò che ha reso più complicato questo tipo di polarizzazione è stato l’emergere, nella sinistra libertaria e di matrice autonomista, di uno spettro di posizioni critiche allo stesso tempo tanto del governo di Evo come delle pulsioni classiste, misogine e coloniali emerse all’interno del movimento di protesta contro di lui. È all’interno di questo ambito che si vuole porre questo articolo, anche se con la consapevolezza che tali espressioni critiche non debbano arrivare a legittimare, come invece sembra che in certi casi facciano, letture negazioniste o tiepide sul colpo di Stato che si sta consumando in Bolivia e che, come ogni espressione di fascismo, è da respingere con forza. Pensiamo invece, piuttosto, che solo una lettura critica e autocritica del cosiddetto “processo di cambiamento” avvenuto sotto il MAS possa rivelarsi utile a una prospettiva realmente anti-imperialista.

Un’elezione illegittima

Le elezioni del 20 ottobre sono avvenute in un contesto particolarmente torbido. La quarta rielezione di Evo Morales, difatti, nasce in una realtà di palese incostituzionalità, visto che la stessa costituzione promulgata nel 2009, durante il primo mandato di Morales, stabilisce che l’elezione presidenziale di una stessa persona è estendibile al massimo per due mandati. Già nell’ottobre del 2014, Evo era stato eletto per la terza volta, ma lo aveva fatto con la giustificazione che il suo primo mandato (2006-9) era stato realizzato sotto la costituzione precedente. Tuttavia, l’incapacità cronica dei populismi latinoamericani di prescindere dalla figura del leader carismatico (il caudillo) aveva imposto, nei calcoli del partito Movimiento Al Socialismo (MAS), la necessità di garantire a Morales di poter essere rieletto a tempo indefinito. Fu così che, il 21 febbraio 2016, si tenne un referendum costituzionale per garantire proprio questa possibilità, nel quale tuttavia Morales venne sconfitto, per la prima volta dalla sua elezione nel 2005, anche se per strettissima misura. Invece di seguire l’esempio del venezuelano Hugo Chávez, che dopo una sconfitta nel referendum costituzionale del 2006 era riuscito a imporre la rielezione in un nuovo referendum nel 2009, Evo ha preferito affidarsi a un ricorso legale alla Corte Suprema, che nel 2018 gli ha garantito, in maniera sorprendente, il “diritto umano” a essere rieletto indefinitamente, violando così in modo clamoroso l’esito referendario.

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