Archivi categoria: Sud America

“Difendiamo la natura perché ne facciamo parte.” Intervista ad Alberto Curamil, attivista mapuche in Cile, tra lotta alle dighe e diritti civili.

di Gianpaolo Contestabile e Susanna De Guio da QCode Magazine e Desinformemonos

106635388_alberto1Dopo più di sedici mesi di carcere preventivo, lo scorso 13 dicembre il Tribunale di Temuco (Cile) ha assolto il lonko (autorità ancestrale mapuche) Alberto Curamil da tutti i capi di accusa. Curamil è membro dell’organizzazione politica Alleanza Territoriale Mapuche (ATM) ed è un rappresentante della sua comunità, la Lof Radalko, che durante l’ultimo decennio ha portato avanti una lotta vittoriosa contro la costruzione delle centrali idroelettriche Alto Cautin e Doña Alicia sul fiume Cautin, che avrebbero deviato il corso naturale dell’acqua danneggiando l’intera zona di Curacautin, nella regione dell’Auracania (zona centrale del Cile).

Continua a leggere

Sciopero nazionale in Colombia, cresce la tensione tra governo e società civile

di Gianpaolo Contestabile e Susanna De Guio
colombia
Oggi in Colombia va in scena uno sciopero nazionale indetto da più di 50 sigle sindacali e a cui hanno aderito organizzazioni studentesche, indigene, amabientaliste, femministe e LGBTQ di tutto il Paese. Nei giorni scorsi la tensione è salita alle stelle a causa soprattutto delle procedure preventive promosse dal governo di Ivan Duque. Sono stati concessi poteri eccezionali a governatori e sindaci, i quali potranno applicare un coprifuoco nelle loro rispettive giurisdizioni. Il Ministero degli Esteri ha annunciato la chiusura delle frontiere dalla mezzanotte di martedì scorso fino alle cinque del mattino di oggi. Da lunedì l’esercito è mobilitato con un grado di allerta massimo. Nella capitale i soldati accompagnano le pattuglie della polizia.

Continua a leggere

“Contro il fascismo un parlamento delle donne da Cochabamba a Santa Cruz” – Intervista a María Galindo

di Andrea Cegna e Gianpaolo Contestabile da il Manifesto

La crisi politica boliviana non si placa. L’autoproclamato governo di Janine Añez mostra con forza il progetto golpista: invece che un governo di scopo è immediatamente diventato un governo politico e ha dato libertà d’azione all’esercito nelle strade.

Le proteste contro questo governo non si placano. In piazza non ci sono solo i simpatizzanti del Mas e di Evo Morales, ma un insieme di forze sindacali e sociali che rifiutano l’attuale esecutivo ma considerano il governo Morales responsabile di errori e tradimenti. Tra questi il movimento femminista, che ha risposto alla militarizzazione e alla violenza chiamando e organizzando il «parlamento delle donne indigene». La sua fondatrice è María Galindo.

Ha paura per il possibile futuro della Bolivia?

Certo che ho paura. Ho paura perché vivo in Bolivia e perché lotto. Quella boliviana è di per sé una società molto complessa e il processo di fascistizzazione che stiamo vivendo usa l’omofobia, il razzismo e la misoginia come strumenti. Noi siamo donne molto attive e molto in vista, nello specifico io sono stata minacciata molte volte così come diverse volte sono stata bersaglio dell’odio. Il processo di fascistizzazione è molto grave sia a livello personale che a livello sociale.

Continua a leggere

Bolivia: anatomia di un colpo di Stato

Dossier Bolivia – Bolivia: anatomia di un colpo di stato

Di Alessandro Peregalli

Da Euronomade

La Bolivia è sprofondata in una crisi devastante lo scorso 20 ottobre, data delle elezioni presidenziali e legislative. Si è chiuso così il periodo di maggior stabilità politica della sua intera storia indipendente; le mobilitazioni e proteste in tutto il paese mostrano uno scenario ancora aperto che ha portato, il 10 novembre, alle dimissioni e del presidente Evo Morales e del vice-presidente Álvaro García Linera, e al loro esilio in Messico. Immediatamente, due narrative opposte si sono affermate per leggere gli eventi, tanto in Bolivia come a livello internazionale: da un lato, la sinistra, legata al “primo presidente indio” Morales, o riconducibile ai suoi alleati internazionali (di sinistra o meno, dal Messico al presidente in pectore argentino Alberto Fernández, dalla Cina alla Russia), ha affermato che si sia trattato di un classico golpe de Estado, che ha fatto fuori un presidente legittimo e legalmente rieletto e che è stato orchestrato dal Dipartimento di Stato americano, dalla CIA e dall’oligarchia boliviana. Dall’altra, la destra, tanto interna come internazionale (da Trump a Bolsonaro, e con la complicità dei “sinceri democratici” dell’Unione Europea e del partito democratico americano, con l’eccezione di Bernie Sanders), hanno sostenuto che si sia trattato della rimozione legittima di un “dittatore” che aveva falsato le ultime elezioni per farsi rieleggere.

In realtà, ciò che ha reso più complicato questo tipo di polarizzazione è stato l’emergere, nella sinistra libertaria e di matrice autonomista, di uno spettro di posizioni critiche allo stesso tempo tanto del governo di Evo come delle pulsioni classiste, misogine e coloniali emerse all’interno del movimento di protesta contro di lui. È all’interno di questo ambito che si vuole porre questo articolo, anche se con la consapevolezza che tali espressioni critiche non debbano arrivare a legittimare, come invece sembra che in certi casi facciano, letture negazioniste o tiepide sul colpo di Stato che si sta consumando in Bolivia e che, come ogni espressione di fascismo, è da respingere con forza. Pensiamo invece, piuttosto, che solo una lettura critica e autocritica del cosiddetto “processo di cambiamento” avvenuto sotto il MAS possa rivelarsi utile a una prospettiva realmente anti-imperialista.

Un’elezione illegittima

Le elezioni del 20 ottobre sono avvenute in un contesto particolarmente torbido. La quarta rielezione di Evo Morales, difatti, nasce in una realtà di palese incostituzionalità, visto che la stessa costituzione promulgata nel 2009, durante il primo mandato di Morales, stabilisce che l’elezione presidenziale di una stessa persona è estendibile al massimo per due mandati. Già nell’ottobre del 2014, Evo era stato eletto per la terza volta, ma lo aveva fatto con la giustificazione che il suo primo mandato (2006-9) era stato realizzato sotto la costituzione precedente. Tuttavia, l’incapacità cronica dei populismi latinoamericani di prescindere dalla figura del leader carismatico (il caudillo) aveva imposto, nei calcoli del partito Movimiento Al Socialismo (MAS), la necessità di garantire a Morales di poter essere rieletto a tempo indefinito. Fu così che, il 21 febbraio 2016, si tenne un referendum costituzionale per garantire proprio questa possibilità, nel quale tuttavia Morales venne sconfitto, per la prima volta dalla sua elezione nel 2005, anche se per strettissima misura. Invece di seguire l’esempio del venezuelano Hugo Chávez, che dopo una sconfitta nel referendum costituzionale del 2006 era riuscito a imporre la rielezione in un nuovo referendum nel 2009, Evo ha preferito affidarsi a un ricorso legale alla Corte Suprema, che nel 2018 gli ha garantito, in maniera sorprendente, il “diritto umano” a essere rieletto indefinitamente, violando così in modo clamoroso l’esito referendario.

Continua a leggere

In Bolivia «solo con un massacro potranno trionfare le destre». Intervista a Ramiro Saravia

di Gianpaolo Contestabile e Andrea Cegna da IlManifesto

Ramiro Saravia vive a Cochabamba e coordina le attività della rete La Tinku che si occupa di organizzare attività culturali e sociali in città e creare coscienza rispetto alle organizzazioni e le pratiche delle comunità indigene. Della rete fa parte l’unico centro sociale occupato della Bolivia, La Tinkuna. La Tinku, organizzazione nata nel 1998, oltre a organizzare proiezioni, dibattiti e un’università popolare, ha anche partecipato alle lotte sociali più radicali come la Guerra dell’acqua, la Guerra della coca e la Guerra del gas.

Centro Sociale ‘La Tinkuna’ – Foto di Gianpa L.

Ramiro è stato a fianco di Evo Morales sulle barricate nel 2000 e con lui ha viaggiato in diversi centri sociali italiani ed europei. Nonostante la sua vicinanza all’ex-presidente boliviano, ha mantenuto uno spirito critico rispetto alle sue scelte. Ma non ha mai smesso di appoggiarlo: la campagna per il refenderum del 2016, che non vedeva di buon occhio, ha cercato di sfruttarla per promuovere la formazione politica dei più giovani e rimarcando la necessità di compiere le promesse articolate nella costituzione dello stato pluri-nazionale e comunitario boliviano.
Oggi proprio quei limiti del governo che non sono stati affrontati e quelle scelte poco lungimiranti hanno indebolito l’appoggio delle basi al governo “massista”, le destre stanno cercando di approfittare degli errori di Morales per imporre il loro potere economico, politico e militare.

Che clima si respira a Cochabamba in questi giorni?

La situazione è ancora molto tesa. Nonostante i blocchi stradali organizzati dalla destra che hanno immobilizzato la città negli scorsi 15 giorni non ci siano più, i sindacati dei campesinos del Tropico (Csutcb) hanno annunciato una manifestazione e blocchi in tutto il paese. Ora la questione più importante è la manifestazione di giovedì (ieri, troppo tardi per noi a causa del fuso, ndr) che ha come obiettivo quello di rifiutare il colpo di stato civico, poliziesco e militare.

Continua a leggere

Cile, cronache di un risveglio

di Pablo Mardones per Tiempo Argentino + Galleria fotografica

traduzione di Alioscia Castronovo per DinamoPress

Sabato scorso la rivolta cilena ha compiuto una settimana. Tutto accade a grande velocità. Secondo il presidente, siamo passati da essere «la vera oasi in America Latina» all’essere «in guerra» ed infine, ha chiesto perdono offrendo un pacchetto di misure riformiste. Manifestazioni di massa, canti, musiche e cacerolazos si sono opposti a manganellate, assassinii, violenze sessuali, torture e coprifuoco. Ci sono state enormi manifestazioni di fronte alle ambasciate cilene a Buenos Aires, Barcellona, e New York, dibattiti nel parlamento francese e articoli di giornale sulla situazione cilena in tutto il mondo.

73264271_10162437281490331_5790729952215171072_o

Foto: Pablo Mardones

Il mio stato d’animo, così come quello della maggioranza delle persone, cambia a un ritmo vertiginoso. Mi sveglio con l’angoscia ascoltando le notizie sui media (non sappiamo più a chi credere), cerco di sostenere per quanto possibile persone che non riescono a dormire, sentono gli elicotteri e hanno incubi relativi alla dittatura, e poi esco a manifestare nel pomeriggio, suonando musica in strada e abbracciando persone sconosciute. Non c’è nessuna psiche che possa sostenere tutto questo!

Continua a leggere

“Il ballo degli esclusi”, ipotesi e interrogativi dalla ribellione popolare in Cile

di Hernán Ouviña e Henry Renna* da Zic.it

27 ottobre 2019: Oggi in Cile si celebra una settimana di rivolta popolare, iniziata venerdì 18 ottobre, giornata nella quale migliaia di studenti della Regione Metropolitana hanno organizzato una giornata di evasione di massa nella metropolitana di Santiago, a seguito dell’ennesimo tentativo da parte dei governi neoliberisti di depredare e privatizzare i beni comuni, espresso in quest’occasione nell’ennesimo aumento del costo del biglietto della metropolitana imposto dal governo di Sebastián Piñera.

IMG-20191022-WA0036

Foto: Pablo Mardones

Otto giorni di insubordinazione collettiva che sono iniziati come protesta per l’aumento di 30 pesos del costo dei mezzi di trasporto pubblico [1] ma che, se analizzati approfonditamente, rappresentano il disprezzo nei confronti di trent’anni di neoliberismo sfrenato. In questi giorni abbiamo assistito a un’ondata di disobbedienza contro il famoso modello cileno, fino a ieri definito dai governi della Concertación come “giaguaro latinoamericano” e oggi dal governo Piñera come “oasi dell’America Latina” [2].

Continua a leggere

Perché l’Argentina è in crisi, di nuovo

di Dario Clemente da Jacobin Italia

Nel paese del «pareggio egemonico» la società in fermento eccede continuamente la politica e lo stato, provocando rotture cicliche. Così si spiega il fallimento del presidente Mauricio Macri, giunto ancora prima del termine del suo primo mandato.

Argentina Protest

AP Photo: Natacha Pisarenko

Nel febbraio di tre anni fa, l’allora presidente del consiglio italiano Matteo Renzi dichiarava alla stampa: «L’Argentina è uno dei posti più solidi e stabili per possibilità di investimento». Evidentemente non aveva preso nota degli ultimi settant’anni. È un vero e proprio ritornello far coincidere la «decadenza argentina» con la storia che inizia con il primo governo peronista, nel 1945. Dare la colpa al peronismo è lo sport preferito della élite nazionale, ma qualcosa di vero c’è. Non nel senso che si tratti veramente dell’origine di tutti i mali, certo, ma il primo peronismo ha significato l’ingresso sulla scena politica delle masse lavoratrici, scompaginando quello che fino ad allora era stato un gioco ristretto alle classi dominanti. Da lì nascono le basi per quello che il gramsciano d’Argentina Juan Carlos Portantiero, animatore negli anni Sessanta della rivista Pasado y presente su esempio dell’Ordine Nuovo torinese, chiamerà «pareggio egemonico». L’espressione venne coniata in quel periodo per rappresentare il gioco impossibile della dominazione in Argentina, bloccato da un equilibrio egemonico tra differenti frazioni della borghesia alle quali si era aggiunta la classe operaia più combattiva del continente, organizzata in sindacati potenti e rappresentata dal peronismo sul terreno elettorale. I diversi tentativi di sbloccare questo pareggio forzando un disciplinamento della struttura sociale, il periodo dittatoriale del 1966-’69 e soprattutto del 1976-’82, ma anche la fuga in avanti neoliberista durata per tutti gli anni Novanta, si sono conclusi con un fallimento strepitoso e spesso suggellato da un’insurrezione popolare: il Cordobazo del 1969 nel quale Pasado y presente ebbe un ruolo importante, la sconfitta nella guerra delle Malvinas/Falklands nel 1982, le giornate epiche del «Que se vayan todos» nel 2001.

Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: