Archivi categoria: Colombia

IIRSA, L’infrastruttura della devastazione (SUB ITALIANO)

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(di Coordinadora Antiirsa, traduzione di Perez Gallo)

Vi proponiamo qui il documentario realizzato da Coordinadora Antiirsa e da noi tradotto.

IIRSA (Iniciativa para la Infraestructura Regional de Sur América) é un gigantesco piano di interconnessione logistica del continente, che conta con circa 600 mega-progetti, che colpisce o espropria più di 1300 tra comunità indigene, comunità contadine, comunità afrodiscendenti, comunità di pescatori e raccoglitori, organizzazioni sociali e organizzazioni ambientaliste, e che punta a connettere le enclaves estrattive, minerarie e di soia della regione con i mercati globali [Perez Gallo].

Per accedere ai sottotitoli cliccare su “sottotitoli” in basso a destra nel video di youtube.

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#Colombia sin #Paz – #Columna @Desinformemonos

colombia

De Fabrizio Lorusso – Foto: Oleg Yasinsky –  Desinformémonos

Tras 4 años de negociaciones y 52 de conflicto armado en Colombia, después de 260mil muertos y millones de desplazados, el acuerdo de paz firmado por el representante del estado colombiano, el presidente Juan Manuel Santos, y la guerrilla de las FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) a finales de septiembre no ha sido ratificado y aprobado por la mayoría de los ciudadanos que el domingo pasado expresaron sus preferencias en un referéndum convocado ad hoc. A las urnas acudió sólo el 37% de los empadronados (13 millones sobre 35), quienes decidieron que hay que desechar el acuerdo. De hecho, el No ha ganado con el 50.2% de los votos, lo que significa, en otras palabras, que el Sí ha perdido por unos 55mil votos, una diferencia muy pequeña que ha generado sorpresa en la comunidad internacional y en una parte de la sociedad colombiana, deseosa de cerrar un capítulo doloroso y empezar la reconstrucción de un camino común. Medios internacionales como The Guardian han hablado de “una Brexit” a la colombiana, o sea de un resultado inesperado, abrupto y, de alguna manera, dramático y desolador. Además, el presidente Santos optó por esta vía para dar más legitimación a los acuerdos, aunque no estaba obligado a ello y, finalmente, no se logró una suficiente movilización de fuerzas sociales y ciudadanos a favor del Sí. La campaña por la paz funcionó quizás más en el exterior que en territorio colombiano.  Continua a leggere

#Narcos, #HipHop e #Gangsters a #LosAngeles #Messico #NarcoGuerra: Articolo + #Podcast #Radio @cittadelcapo #Bologna

eazy-e-death-conspiracy.pngPost di Fabrizio Lorusso e Babe (Radio Città del Capo – Programma THIS IS NOT AN EXIT)  – CLICCA QUI Link per ascoltare il PODCAST del programma  – Soundtrack by Eazy E et al. – In collaborazione con This Is Not An Exit Blog

[Intro di Babe] Se ne parla poco, se ne sente parlare tantissimo. E’ anche uscito un film autocelebrativo” Straight outta Compton” che racconta l’epopea dei NWA, Negri Con l’Attitudine, l’Attitudine con l’A maiuscola, l’unica con permesso di soggiorno nell’america Reaganiana, ovverosia la propensione a far soldi e tirarsi fuori dalla Compton del Crack degli anni ’80. Il Crack era una sintesi della cocaina ottenuta con un semplice processo chimico che ne moltiplicava e amplificava gli effetti…e i guadagni per chi la vendeva. Non era più la sostanza d’elezione per le elite bianche in cerca di un “coadiuvante” prestazionale ma uno stupefacente buono per i ghetti neri delle grandi città americane con la sua tendenza ad alimentare l’alienazione sociale e le forme di psicosi.

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I Linguaggi della #NarcoGuerra @Odoyaeditore #Recensione su @MilitantBlog

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[Riproduco di seguito una parte della recensione al libro NarcoGuerra, che è in compagnia di quella dei romanzi di Don Winslow e della serie Narcos, dal blog di Militant] La “guerra alla droga” è lo strumento politico attraverso cui gli Stati uniti mantengono il controllo amministrativo ed economico di alcuni Stati dell’America Latina e centrale. Non è una lotta del “bene contro il male”, soprattutto laddove il primo è rappresentato dagli Usa o, peggio ancora, dalle sue particolari agenzie repressive (Cia, Dea, Nsa); l’obiettivo non è quello di estinguere il problema, sia perché questo è il prodotto di una domanda incontrollabile dei paesi occidentali, sia perché droga e narcos costituiscono privilegiati strumenti di controllo di territori e dinamiche sociali da utilizzare come “agenti di prossimità”; è, infine, una questione eminentemente politica e non semplicemente criminale, d’ordine pubblico, militare o in qualche modo tecnica: è politica perché deriva da specifiche cause sociali che la determinano; perché è prodotto diretto degli accordi neoliberisti di libero scambio tra paesi subalterni all’economia Usa; perché serve ai politici locali per costruire legittimazione che poi riversano controle popolazioni povere dei rispettivi contesti e per facilitare gli accordi di libero scambio di cui sopra. Sebbene scomparsa dai radar dei media occidentali, la lotta alla droga costituisce uno dei più rilevanti ambiti di gestione imperialista dei territori. In questi anni è soprattutto il mondo della cultura di massa ad essersene occupata, con linguaggi e obiettivi differenti, a volte opposti. E’ interessante capire come avviene il racconto della “guerra alla droga”, alla luce di alcuni specifici lavori usciti in questo anno, che contribuiscono a dare una panoramica degli interessi e delle sensibilità sul tema in questione. Continua a leggere

L’ultimo narcos: epopea e segreti del Chapo Guzmán

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo dell’organizzazione criminale di Sinaloa. Più conosciuto ormai per il suo alias, “El Chapo”, ossia il tozzo o tarchiato, il capo rinchiuso è diventato un numero: prigioniero 3870 del penitenziario di massima sicurezza El Altiplano, prima La Palma. Nel tweet di Osorno è incorporata una delle foto diffuse dalla stampa dopo l’arresto. Continua a leggere

La Virgen de los Sicarios (#Film completo) #Colombia #Narcos #FernandoVallejo

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

a vergine dei sicari (La virgen de los sicarios) è un film del 2000 diretto da Barbet Schroeder e interpretato da Germán Jaramillo, Anderson Ballesteros e Juan David Restrepo, tratto dall’omonimo romanzo di Fernando Vallejo. WIKI

virgen de los sicarios

#Film #Colombia: La Strategia della Lumaca (La Estrategia del Caracol) #Italiano #Español #Bogotá

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

La estrategia del caracol es una película colombiana de 1993 dirigida por el cineasta y director Sergio Cabrera. La obra es unacomediadrama y relato de ficción sobre la libertad y la solidaridad, una metáfora del acoso sexual, inspirada en un hecho real. La película trata de las penurias de las familias de bajos ingresos en Bogotá. La brecha entre ricos y pobres y sus interacciones en un sistema social altamente estratificado. Los temas más importantes de la película son la ocupación y propiedad de vivienda y el acoso inmobiliario.

Sergio Cabrera y el guionista Humberto Dorado articulan un mosaico de personajes de diferentes clases sociales, ideologías e ideas políticas que se constituyen en representaciones simbólicas perfectamente extrapolables a cualquier otra época y sitio del mundo.

La película es protagonizada por Frank Ramírez, Florina Lemaitre, Humberto Dorado, Fausto Cabrera y Carlos Vives. La película es una de las ganadoras del Festival Internacional de Cine de Berlín y del Festival de Cine de Biarritz de Cine de América Latina, y galardonada además con otros treinta premios en diversos certámenes internacionales. Da Wikipedia

VERSIONE IN SPAGNOLO:

IN INGLESE: LINK

The Strategy of the Snail (Spanish: La Estrategia del Caracol) is a 1993 Colombian comedy-drama film directed and produced by Colombian filmmaker and director Sergio Cabrera.[1] The film is starred by Frank Ramírez, Florina Lemaitre, Humberto Dorado, Fausto Cabrera and Carlos Vives. The film is a winner of the Berlin International Film Festival and the Biarritz Film Cinema Festival of Latin America. The film deals with the hardships of low income class families in Bogotá. The breach between rich and poor and their interactions in a highly stratified social system. The film was selected as the Colombian entry for the Best Foreign Language Film at the67th Academy Awards, but was not accepted as a nominee.[2]

estrategia del caracol colombia

Una Santa un po’ speciale (dal libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità)

Santa Muerte Tepito pureando

[Parliamo oggi di un fenomeno religioso che ha profonde radici in Messico con oltre 10 milioni di seguaci: il culto per la Santa Muerte. L’occasione è la pubblicazione del libroSanta Muerte Patrona dell’Umanità, di Fabrizio Lorusso, edito da Stampa Alternativa con prologo di Valerio Evangelisti. A seguire alcuni estratti. Per chi volesse approfondire, qui c’è una breve intervista all’autore, e qui il blog dell’autore e del libro. Intro di Raul Schenardi dal blog di Edizioni Sur]

Una Santa un po’ speciale di Fabrizio Lorusso

Sto con la Santa da almeno vent’anni. Lei mi ha salvato due volte la vita e la devo ringraziare. Mio marito mi picchiava e maltrattava, un paio di volte ha rischiato di ammazzarmi, per fortuna ci siamo separati. Ho il mio altarino a casa e le mie bambine di 10, 12 e 15 anni sono devote come me. Di solito andiamo all’altare di Tepito o a quello della nostra zona, il quartiere di Iztapalapa.

Maria, 39 anni, casalinga e commerciante

La Santa non è cattiva, ma devi rispettarla. Se sai che sono una credente e mi tratti male, mi insulti e mi discrimini per questo, allora sono sicura che può essere pericolosa e vendicativa.

Anaid, 33 anni, prostituta

Mille nomi nella terra dei nessuno

I devoti chiamano la loro Santa in mille modi diversi, con diminutivi, vezzeggiativi e neologismi affettuosi per dimostrare la loro empatia verso la sua immagine ritenuta sacra e miracolosa. Anch’io ho scelto di usarne diversi, a seconda dell’argomento trattato e –perché no –dell’umore. I soprannomi più comuni sono La Señora (signora), la Doña, la Niña Blanca o Bonita (bambina bianca o carina), la Hermosa (bella), la Comadre, la Patrona, Santísima Muerte o Santita, la Flaca o Flaquita (magrolina, la “secca”), la Hermana Blanca (sorella bianca), Mi Amor, la Chiquita, la Jefa (il capo al femminile), la Madre o Matrona, Señora de Luz (signora di luce) o anche Señora de las sombras (signora delle tenebre) per incutere un certo timore reverenziale. Ogni giorno nasce un nomignolo nuovo, perciò la lista non sarà mai definitiva. Nella creazione di diminutivi e vezzeggiativi la variante messicana dello spagnolo non è seconda a nessun’altra, così come non lo sono le altre 56 lingue autoctone parlate in Messico che costantemente arricchiscono l’español mexicano.

L’esperienza quotidiana, corroborata dalle stime riportate dai mezzi di informazione, mostra ormai che due, cinque, o forse perfino dieci milioni di fedeli sono sparsi per il Messico, gli Stati Uniti, El Salvador, il Guatemala, l’Honduras, la Colombia, l’Argentina e perfino il Giappone. Tutti adorano l’immagine della Flaquita e invocano nelle loro preghiere la Santissima Muerte, una figura medievale scheletrica e macabra che viene arricchita nel cuore e nell’anima, nel culto e nell’immagine, da un mix fuggevole e postmoderno di tradizioni iconografiche e liturgiche d’origine messicana, africana, europea e precolombiana. C’è un’influenza contemporanea e perfino new age che convive con le pratiche più antiche e sotterranee.

La Morte santificata sembrava sparita dalla faccia dell’impero cattolico e del mondo chiamato civile. Non è così. Non lo è mai stato. La coppia divina degli aztechi, il re Mictlantecuhtli e la regina Mictecacíhuatl, è ritornata dall’inframundo, l’oltretomba, per divertirsi ancora un po’ con i posteri. Per questo, dal punto di vista delle Chiese e dei santi rivali, l’eterna paura della morte sembra impallidire di fronte alla percezione della perdita, lenta ma irrimediabile, del potere temporale e spirituale sulle anime, sui corpi, sulle credenze e le speranze del nostro pianeta.

L’istituzione che, almeno in Europa e in America, s’ergeva a padrona assoluta dei destini ultraterreni scivola giù in classifica nei sondaggi planetari. È logico che la Chiesa provi, dunque, a ricondurre a sé un gregge in pieno smarrimento. Tenta la reconquista della classe media sempre più secolare e autonoma, ma anche dei poveri e dei dimenticati, quella gente comune, spesso marginale, che soleva cedere alle promesse della fede nel Dio cristiano. Ma proprio questa gente, ormai, s’è trasformata in una nuova massa popolare globalizzata, fuori dalle categorie tradizionali della teoria e ribelle nella pratica, indefinita e frammentata. È una e sono centomila. È abbandonata al proprio destino e tragicamente individualista, nelle Americhe più che altrove. È in gran parte esclusa dalla società abbacinata dalla modernizzazione. Questi “nessuno” sono come tante piccole stelle impazzite e ubriache, con i loro santi del nuovo millennio sotto braccio oppure impressi sul petto e sull’anima. E più ce ne sono e più se ne fabbricano di nuovi, sempre più santi, amati e venerati, senza altro riconoscimento che non provenga dallo stesso popolo che li ha creati.

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I “nessuno” rivolgono appelli a ogni santo del calendario perché sono persone di fede e buoni costumi, con tanta disperazione ma anche dignità. Sono precari per antonomasia e per discendenza, vivono la metropoli notte e giorno, stanno nel cuore del monstruo (il mostro, cioè Città del Messico), si confondono e si nascondono sotto la cappa tiepida e familiare del grigio smog, l’alleato più fedele della cenere del vulcano Popocatéptl. Il “Popo” domina da lontano la vista dai grattacieli della capitale messicana, è il gran gigante di lava che ogni tanto, aiutato da un vento malizioso, ricopre di pece gassosa e polvere i venticinque milioni di chilangos, come vengono chiamati gli abitanti della capitale dai polmoni plumbei e inceneriti. Sotto le nubi cariche di nero seppia, poco prima della tempesta quotidiana di clacson e piogge torrenziali, il fumo fosco della crisi globale diventa un’esperienza ciclica, annuale, quasi fosse un capriccio meteorologico, puntuale come la stagione degli uragani. In queste condizioni ormai ognuno crede in quello che vuole. Soprattutto nella morte che, quando si manifesta con violenza assieme al rischio e all’incertezza, riemerge nei cuori delle persone che vogliono corteggiarla e scongiurarla inneggiando alla sua santità. In fondo Lei è l’unica certezza della vita e, nella costante lotta contro il caos della urbis terribilis, ci è sempre al fianco con la falce sguainata per tranciare di netto, una volta per tutte, i nodi della nostra insicura esistenza.

Molti di quei “nessuno” fagocitati dalla città più grande del mondo sono ancora alla mercé delle promesse, labili ma luccicanti, di una modernità attesa però mai arrivata. Le loro anime sono in balia dell’avanzata pentecostale e delle sette S.p.A., alcune delle quali possiedono la casa madre in qualche Nord del mondo e a volte sono patrocinate da un ex VIP in cerca di un motivo per resuscitare. Dal Messico al Centro America si moltiplicano miracolosamente i mercanti della fede che promettono di far uscire l’umanità dal dolore. Para de sufrir, smetti di soffrire! Adesso, subito.

Tuttavia, chi è stato troppo a lungo ai margini ed estraneo rispetto al resto della società, chi è emigrato ed è tornato dagli Usa, chi è stato in prigione, chi ha cambiato sesso, chi delinque, si droga o cerca di smettere, chi è considerato diverso, povero o non integrato, ebbene tutti loro, gli apocalittici, trovano nella Santa con la falce una fedele compagna. Lei li aiuta a emanciparsi dall’influenza millenaria delle gerarchie ecclesiastiche di ogni confessione, senza rinunciare alla fede come spinta umana e personale ad andare avanti. La seguono anche a costo di stare fuori dalle regole, pur di ritagliare per loro stessi e i loro santi un margine nuovo d’autonomia e di libertà. La Santa Muerte tra questi santi è la più possente.

Enel-Endesa @Colombia e la diga El Quimbo: Promo Doc El Gigante

Ottimo promo del documentario El Gigante sulla situazione del progetto El Quimbo nel Valle del Cauca (sud Colombia) in cui sono coinvolte Enel e la sua controllata spagnola Endesa. Di Bruno Federico dalla Colombia.

Informati:

Link 1. Stacca la spina

Link 2. Ristacca la Spina. Il grido di Matambo di Bruno Federico

Link 3. PeaceLink

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Foto scattata nei pressi della Valle del Cauca, sulla strada per il sito San Agustín.

Santa Muerte Patrona (capitolo introduttivo)

SantaMuertePatrona_copertinamezzaPresento qui il capitolo introduttivo del libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità (link).

Oggi sei tra le braccia della vita,  

ma domani sarai nelle mie.  

Quindi vivi la tua vita. Ti aspetto.  

Distinti saluti, La Morte

(cartello anonimo).

Ecco il suo Blog Link.

Alcuni anni fa ho conosciuto la Morte, la santa scarnificata che oggi dispensa fede e speranza a milioni di devoti in America. Ogni giorno, da Nord a Sud, la falce dell’instancabile Santa Muerte s’innalza lucente dall’altopiano centrale di Città del Messico, mietendo a fasci migliaia di anime. Lo fa con giustizia e ispirazione profondamente democratiche. Ricchi e poveri, donne e uomini, giovani e vegliardi finiscono per accompagnarla senza discriminazioni né convenevoli. Una madre terribile coperta da una lunga tunica che lascia intravedere solo i piedi, il teschio e le ossa delle mani che reggono il mondo, una bilancia e una falce. Vivo in Messico da oltre undici anni. È un paese enorme, curioso, meraviglioso. La sua gente, tra le tante qualità, ne ha una che da sempre mi ha affascinato. La vita sembra proiettarsi su un telone ondulato, uno sfondo in movimento che sussulta e cambia continuamente direzione e intensità.

La misera ma dignitosa esistenza della maggioranza è un’ombra che viene distorta dall’abbaglio sottile e penetrante dei raggi multiformi della speranza. Si nutre della tendenza alla superstizione e non necessariamente della religione ufficiale, che sfuma piuttosto in una fede generica e personalizzata nel dominio dell’inspiegabile.

C’è una propensione diffusa verso il pensiero magico, la fantasia, la creatività, l’immaginazione, il sogno che si riflette nelle credenze popolari e nella mentalità delle persone. La meraviglia, i miraggi, le attese infinite, la speranza e l’incertezza della vita messicana non passano di certo inosservate agli occhi dello straniero, nemmeno dopo anni di lenta e gradevole assuefazione alla cultura locale. Le vicende di stregoni, sciamani, santoni, guaritori, miracolati, maghi e santi popolari, siano essi intesi come figure tradizionali o come invenzioni modaiole, sono una parte dell’immaginario collettivo cui non ci si può sottrarre. La portentosa vita della Santísima Muerte dentro le case, nelle anime e per le strade del Messico rappresenta ancora oggi un mistero.

Questa Santa messicana, protettrice dell’umanità intera, patrona dei dimenticati, è stata descritta più da miti, leggende e articoli sensazionalisti che da documenti e testimonianze: è la grande incompresa nella storia recente dei culti popolari. Quindi il mio viaggio insieme a lei è stato lungo e accidentato, ma ne è valsa la pena.

La Madonna dei narcos; un gozzoviglio di stregonerie e magia nera; una superstizione adatta ai reietti e ai disperati del popolino; una devozione satanica e pericolosa; un’adorazione buona solo per i delinquenti e i pervertiti, per i santoni del vudù e della santería cubana emigrati in terra azteca: questo è solo un campione casuale di quanto per anni hanno detto e scritto sulla Santa Muerte i diffidenti e i timorati, la Chiesa e la stampa. Tali e tante sono le denigrazioni verbali e le menzogne culturali alimentate dalla smania scandalistica dei media e da un certo perbenismo conservatore, ancora presente in ampi strati della società messicana. Innumerevoli sono le etichette marchiate a fuoco sulla pelle del culto popolare messicano che più è cresciuto dalla metà degli anni Novanta a oggi.

È innegabile che, a quelle latitudini, il Vaticano abbia perso progressivamente il suo monopolio tradizionale sul controllo delle anime e degli affari religiosi. I censimenti più recenti mostrano un allarmante calo dei “cattolici dichiarati”, non necessariamente praticanti, in un paese che veniva dato per totalmente acquisito dalla Chiesa di Roma. I momenti importanti della relazione tra la vita e sua sorella, la morte, sono stati gestiti per secoli dalle istituzioni religiose, impiantate con la forza dagli spagnoli durante la Conquista e dallo Stato messicano a partire dalla fine dell’Ottocento. La Chiesa e lo Stato hanno sempre il potere di ufficializzare i rituali di passaggio all’aldilà, però oggi sono numerose e inarrestabili le sette, le fedi alternative, le devozioni e i culti popolari che stanno minando il loro controllo assoluto.

La religione ufficiale ha sempre combattuto le espressioni culturali dissidenti. Lo fece prima nel Vecchio Continente, all’epoca dell’Inquisizione, e poi durante la sanguinosa conquista delle Indie: la spada dei conquistadores Cortés e Pizarro era in stretta alleanza con la croce. Per questo oggi la falce della Muerte ritorna a essere temuta e viene condannata come idolatra e pagana. Antonio Gramsci sosteneva che esistono numerose e diverse visioni del mondo, potenzialmente una per ognuno di noi. In questo senso ogni uomo può essere filosofo con il proprio modo di interpretare la realtà, dunque anche la vita e la morte. I luoghi di questa filosofia sono il linguaggio, il senso comune, o buonsenso, e la religione popolare.

L’avventura della Santa Muerte è l’esplorazione di quest’ultimo luogo, uno spazio di libertà della fede e del pensiero, un mondo di nuove pratiche ed emancipazioni nel Messico dalle profonde contraddizioni.

Le preghiere dei fedeli contengono suppliche rivolte a Dio, alla Vergine o a uno dei tanti santi, ufficiali e non, che sono a disposizione dei credenti in quell’immenso paese. In genere non si tratta di richieste particolarmente esose: lavoro, amore, denari, felicità o qualcosa che vi si avvicini. Oppure si chiede di poter tornare a casa sani e salvi, soprattutto se si vive nelle zone marginali del centro o sulle colline periferiche in cui proliferano case di mattoni e lamiere prive di ogni servizio e del tutto simili alle favelas brasiliane. Scomparire è facile negli slums e non solo. L’impunità è praticamente garantita per i malfattori d’ogni sorta. Il sequestro express è la nuova modalità di rapina in voga. Rapida, spesso indolore, sempre efficace: si rapisce la vittima per qualche ora, poco prima della mezzanotte, per obbligarla a prelevare almeno due volte il massimo consentito dallo sportello ATM: un prelievo alle undici e un altro un paio d’ore dopo. E dopo adiós, se tutto va bene. Altrimenti si continua per qualche giorno fino ad esaurimento del conto in banca. Non sono pochi i casi in cui i sequestri sono coperti ma anche organizzati da bande deviate di poliziotti che poi, magari, devono investigare su loro stessi quando arrivano le denunce. Va da sé che i risultati e gli arresti scarseggino.

Santa Reloj 137

La Santa Muerte, almeno lei, ci proteggerà, forse. Dunque è meglio sperare, accendere un cero del colore preferito e poi stare sempre allerta, en las vivas. Il motto ufficiale del Comune di Città del Messico, riprodotto su cartelli, giornali e mezzi pubblici, fino a pochi anni fa recitava solennemente “México, La ciudad de la esperanza”, la città della speranza. Ora è stato aggiornato in “México, ciudad en movimiento”, città in movimento, per ispirare una parvenza di modernità e ufficializzare un ideale di dinamismo e sviluppo. La gran ciudad è il teatro in cui si muovono la vita e la morte, l’anima e il corpo di milioni di messicani. Ci sono anche tanti forestieri innamorati del suo caos perenne.

La Muerte santificata non discrimina e muove le marionette nel teatro. Il progresso cittadino è materia e rumore, viene scandito dai martelli pneumatici delle decine di cantieri aperti per migliorare la viabilità cittadina e rendere umano un traffico giornaliero di oltre sei milioni di veicoli.

D’altro canto il progresso sociale e il riconoscimento dei diritti delle minoranze non hanno pari in America. Sembra una contraddizione, ma è parte della realtà disuguale e frammentata di questo paese. Pericolo e diritti, smog e servizi, poveri e ricchi.

Negli ultimi anni le misure adottate dal governo cittadino hanno recepito e, in alcuni casi, anticipato le rapide evoluzioni sperimentate dal Messico globalizzato e hanno prodotto la commercializzazione libera della pillola del giorno dopo, la legalizzazione dell’aborto, delle coppie di fatto e dei matrimoni tra coppie omosessuali con relativo diritto all’adozione. Sono diritti garantiti dalla legge, almeno nella capitale messicana, anche l’accesso universale alla sanità pubblica e gratuita, così come il sussidio di disoccupazione e le borse di studio per studenti meritevoli delle medie e superiori. Infine la Ley de Voluntad Anticipada (Legge della Volontà Anticipata), sebbene non preveda esplicitamente l’eutanasia, garantisce ai malati terminali la possibilità di scelta sulla continuazione dell’accanimento terapeutico e dei trattamenti per la riduzione del dolore. Quando la morte, la povertà e l’incertezza riemergono nella società, la Santa Muerte appare, consola e protegge le sorti dell’umanità. Da CarmillaOnLine

Santa Muerte Patrona dell’Umanità di Fabrizio Lorusso, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013, pp. 192, 15 € / 12,75 € (link).

Link:
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Video-Rap della guerriglia delle FARC sul processo di pace in Colombia

Un video girato dalle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia che ha suscitato non poche polemiche. E’ un enunciato politico su alcuni dei punti sensibili della trattativa che questa storica guerriglia colombiana si appresta a cominciare con il governo di Juan Manuel Santos.

 

Cali, la salsa y otros placeres

“Apuntes” sobre sexo, droga y salsa: Cali, Colombia. Juanchito nunca cierra. Este mítico suburbio de Cali, la tercera ciudad más poblada de Colombia después de la capital Bogotá y la paisa Medellín, es famoso en todo el mundo por sus noches eternas al ritmo de salsa, cumbia, merengue y reggaetón. Oscuridades estroboscópicas que se vuelven albas en un parpadeo, o bien, en muchos casos, en el tiempo de una inhalada de polvo blanco, incesante y frenética. Red Bull con vodka, enjambres de maní con salsa de ají, aguardiente, anís, y la punta de una llave para esnifar la fina triple b, buena, bonita (?) y barata.

No todo es tan enervante o estimulante, claro, pero poco le falta. Cali es una de las grandes capitales de la salsa y de los bailes afroantillanos y Juanchito es su filial destacada, siempre viva, abierta las 24 horas.

Fue tristemente famosa durante años por ser la ciudad más violenta del mundo, rebasando los 2 mil 500 homicidios al año y por la presencia del poderoso cártel de Cali, aunque ahora, aún más tristemente, Ciudad Juárez le arrebató el primer lugar en esta dolorosa clasificación.

En el valle del Cauca, con su tierra fértil y su gente amable, neta, caliente y de índole costeña, la diversión y la rumba pueden deformar fácilmente el lábil confín entre la legalidad blanda y la ilegalidad coqueta de las noches, entre el exceso descontrolado y la razonable atracción de lo prohibido.

Vida cotidiana, barrio El Calvario, Cali, Colombia.Foto: Jan Sochor

La farra se concentra en un kilómetro de carretera, más allá del célebre puente de las canciones del Grupo Niche y la Orquesta Guayacán, “del puente para allá, Juanchito/ del puente para allá está Cali/ y en el medio de los dos/ pasa el Cauca buscando el Magdalena”. Son los dos ríos que cruzan toda Colombia de sur a norte en su triple espina dorsal: la cordillera occidental, la central y la oriental. Asimismo, el puente es una frontera, una separación entre dos mundos.

Muchos bailamos, de México a Italia, de Lima a Nueva York, los éxitos de esta tierra salsera, las rolas de Joe Arroyo, Fruko y sus Tesos, Yuri Buenaventura y Alberto Barros, y vibramos con las pulsaciones de la cumbia.

Aquí está la verdadera, la más movida y sabrosa, la misma que reinterpretó desde Monterrey el cantor Celso Piña, un género poco compatible con la cursilería que fue adquiriendo en otras latitudes de Latinoamérica.

“Oiga, mira, vea, véngase a Cali para que vea, en Cali mirá, se sabe gozar”, se canta. Y así repiten en el Festival de la Salsa, del 25 al 31 de diciembre de cada año, una explosión tropical de salsódromos callejeros y antreros por toda la ciudad que no tienen iguales.

A las 2 de la mañana, el centro de Cali apaga las luces, las bocinas y las mezcladoras, en los antros empieza la limpieza para volver a arrancar al día siguiente. La ley es formal y severa con los locales nocturnos y los horarios, mientras que tergiversa y se hace de la vista gorda frente a la compraventa callejera y a la circulación fluida de cocaína, heroína, metanfetaminas, pastillas de éxtasis y, finalmente, frente a la mercantilización del sexo femenino dentro y fuera de los confines administrativos de la urbe.

Hacia las tres de la madrugada, después de un vasito de aguardiente, la banda-parranda acude a las discos de Juanchito, para los amantes de la música latina, y a las de Menga, para los fanáticos de todo tipo de house, techno, trance, tribal y electrónica. Son centros que florecieron uno cerca del otro, específicamente para eludir las prohibiciones vigentes en la ciudad y seguir en la fiesta hasta las 10 de la mañana sin problema.

Por una semana me confundo en la amena y controvertida fenomenología del relajo. Puedo disfrutar, ensayar y captar sus bailes y sus excesos, su farándula y falsedad, pero sin olvidar la explotación y la injusticia que solapan para complacer al turista ignaro, al viajero experto, al autóctono indiferente, al rico y al pobre y al desesperado temporalmente alegre, que entrecruzan cada noche sus miradas alcohólicas con los y las navegantes de la humanidad circunstante.


Mural del artista callejero colombiano Minga, en un barrio de Cali

Como, por ejemplo, las jóvenes sexoservidoras, o prostis, prepago, ficheras que a los dieciséis, dieciocho y hasta en todos sus veintes, a lo menos, son explotadas por padrotes y protectores que, a veces, son pocos años mayores que ellas y son parte de una pirámide de mando en cuya cumbre van juntándose los diferentes hilos del negocio: sexo, droga, armas, lavado de dinero y… salsa para amenizar.

Basta con dar una vuelta por las periferias metropolitanas, sin tener que llegar hasta Juanchito o a Menga, para toparse con miles de “clientes” en unas calles atascadas de coches y taxis, estacionados en todos los carriles, en espera o a vuelta de rueda, siempre fuera de edificios y portones anónimos, grises y escondidos. No se trata de clubes, ni de table dance abusivos, tampoco son moteles u hoteles de paso.

Los prostíbulos y las casas de citas funcionan noche y día. El negocio con las chicas lo manejan los proxenetas con sus guaruras, quienes definen con precisión los turnos y los pagos semanales, como en las fábricas.

Casi siempre hay una suerte de casa de cambio interna, o bien, estafadores encargados de cambiar dinero: si vendes dólares, pierdes un treinta por ciento; en cambio si compras, el billete verde se vuelve pesado, take it or leave it.

Clientes ebrios, jóvenes solos, cocainómanos de saco y corbata, “respetables” ancianos, enfermos de insomnio y nostálgicos de otra época de su vida, parejas apagadas, hombres casados, solteros, gringos y locales, todos se sientan en los sofás de piel y escogen la “mercancía”. Incluso pueden pagar “multas”, cuotas de 80 dólares para “liberar” a su favorita y llevarla fuera del burdel, durante una hora o más, según su bolsillo: cada hora, treinta dólares estadunidenses.

Es plata que pesa poco en la economía del cliente promedio, a veces en busca de una simple compañía para el antro, o de un consuelo por sus eróticas insuficiencias.

Estos “pocos dólares”, en cambio, sí marcan la diferencia para la caleña María Vanessa Martha Dora Paola, una joven colombiana que tiene cinco nombres para usarlos conforme cambie el contexto: uno con la familia, uno para los clientes, otro para la policía, un par con las colegas y los padrotes que ni siquiera conocen el correcto. Su identidad real ya se les olvidó a todos, quizá también a ella misma.

Desde que, a la edad de diecisiete años, fue abandonada por el novio y decidió criar sola a su hijo, consideró la idea de chambear por su cuenta, en alguna tienda, restaurante, maquiladora o como empacadora de flores. Ahora, a los veintiuno, lleva casi tres años de ser y asumirse como “bailarina” en una casa de citas.

Sus esfuerzos para laborar en empresas fueron vanos, vistos los bajísimos salarios y la precariedad del trabajo. Es el mismo ambiente de marginación que habitan muchas personas –y más por ser mujeres– en México y en Colombia, tal y como lo retrata la película María, llena eres de gracia, del director Joshua Marston, en que la protagonista se vuelve una “mula” que ingiere bolas de heroína envueltas en condones, las guarda en su estómago, y viaja a Estados Unidos para cerrar el negocio. Pero algo sale mal cuando María intenta quedarse y empezar otra vida.


Músicos en una calle de Cali. Foto: Wilber Calderón

Las familias de origen de las chicas, muchas de las cuales ya son madres, viven en apuros económicos constantes y tienden a marginarlas por la deshonra, porque son madres solteras demasiado jóvenes e “irresponsables”, y por la falta de recursos para mantener a más niños. De golpe, son obligadas a crecer, a dejar los estudios y, a veces, el hogar.

Las que pueden seguir con su familia, pues ya son consideradas adultas por su condición de mamás, no importa si son menores, y así es común que tengan que trabajar en lo que sea. Y ocurre que “lo que sea”, lo más rentable, es la prostitución.

No importa si el papá de su criatura murió acribillado o si se fue para el norte sin dejar huella. La opción realista las empuja a rentar su cuerpo, a lo mejor durante un año o dos, dicen.

Mientras tanto, de contar con suerte, pueden acabar los estudios, al menos la prepa, yendo a clase los sábados. Pero los riesgos de exponerse a la violencia, a las enfermedades y la drogadicción aumentan exponencialmente: la nieve cae a cántaros sobre ellas, hay que echarse pericazos generosos, noche tras noche, para despertar o para ser amables y complacer al cliente del momento.

Hay que tomar, tragar sorbitos breves para no emborracharse rápido, en un delicado equilibrio entre la satisfacción del cliente que “tiene que pasarla bien”, la habilidad para evitar que se llegue a la relación sexual completa, la capacidad de entretenerse con quien sea sin involucrarse realmente y la exigencia de aguantar toda la noche para ganar lo suficiente.

Así crece la dependencia de los proxenetas que están bien abastecidos de coca y la venden a los clientes y a las chicas. 2 o 3 dólares aquí, de 10 a 30 en México, más de 100 en Estados Unidos: del productor al consumidor.

“Ellas nos buscan, espontáneamente, porque no hay trabajo afuera y aquí ganan bien, las protegemos, bailan, salen con alguien, regresan, así está la cosa.” Pues así está según los dueños de esas casas, de esas vidas y destinos. En la excelente película de Gerardo Naranjo, Miss Bala, inspirada en la historia de Laura Zúñiga, la Miss Sinaloa en 2008 detenida por supuestos nexos con el narco, se vislumbran algunos elementos de este extraño juego entre el consentimiento y la falta de otras opciones para las mujeres, entre algún tipo de fascinación por el dinero y el poder, incluso el delincuencial, y el extremo de la trata de personas y la esclavitud de que muchas acaban siendo víctimas.

A pesar de todo, o gracias a eso, en (Santiago de) Cali el turismo prolifera. La ciudad, fundada en 1536 por el conquistador español Sebastián de Belalcázar, tiene vestigios coloniales, artesanía local, lindos paisajes y atractivos culturales, aunque es más famosa por la rumba y los conjuntos musicales que llenan las calles y las discos de la Avenida 5ª y de Juanchito.

En la 5ª se te ofrece de todo; hay vagos, vendedores y “promotores” que pasean a lo largo de la noche en esta avenida que parece un malecón sin lo bonito del mar: sexo, droga, salsa, piratería de todo tipo, dólares, euros, pases para burdeles y table dance, pastillas, comida, hoteles, paquetes, chicas, más motel con jacuzzi, incluso orgías si estás con amigos.

A veces, la insistencia en ofrecerte presuntos servicios y exigirte dinero pueden transformar un encuentro ocasional en un “asalto light”, por lo que se te pide soltar una lanita para sortear alguna molestia mayor como, por ejemplo, una amenaza con alguna botella rota que se asoma del bolsillo del interlocutor.

Hasta hace pocos años, fuera del cerco militar que, en el centro de Bogotá, resguardaba un cuadrado de una decena de calles en torno al palacio presidencial, era menester pagarles cuotas “voluntarias” a bandas de vagos y “cuidadores de las esquinas” para evitar persecuciones. Finalmente, existen muchas variantes de estas “limosnas de tránsito” para transeúntes y vehículos.

Cali es también una de las capitales de la cirugía estética, con los mejores especialistas, en donde muchas aspirantes pueden realizar su sueño de ampliar senos, labios y nalgas al gusto, como regalo para sus quince o dieciocho años. Justamente en Colombia nació la serie Sin tetas no hay paraíso, en la que Catalina, adolescente de diecisiete años, busca recursos para una cirugía con el fin de acceder a los favores y al dinero de los narcotraficantes. El fenómeno se ha extendido a otros países en que la narcocultura es fuerte; creo que sabemos algo de eso. En la tierra del verano eterno, se cruzan sin contradecirse los polos opuestos de la corrupción y de la diversión, de la sensualidad y la inocencia, de las adicciones y de la obsesión estética. Cali es un puerto que no tiene mar, una frontera que está en el ombligo de Colombia, y pese al gran calor, sus calles son de nieve, pura, ilusoria, deslizante aspiración para muchos. Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal México  TWITTER @FabrizioLorusso