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File e lotte atroci per consegnare i bagagli in tempo (siamo in altissima stagione perché è il sabato che da inizio alle vacanze di Natale). Alle 18.45 parte l’autobus e ci spariamo la classica pellicola da camion, la storia di una festa di fine anno in un college americano. La traversata, con destinazione finale Tuxla Gutierrez in Chiapas e poi la frontiera col Guatemala, è lunga e alle 4 del mattino il conducente propone una pausa forzata di mezz’ora in un ristorante fuori dal tempo e dal mondo…A poche ore dalla sosta il ricordo è già sfumato: musica fortissima, clientela chiassosa e numerosa, viaggiatori da ogni parte della Repubblica e arredamento antiquato su toni giallastri sbiaditi riavvicinano il ristorante al pauroso saloon del film di Tarantino “Dal tramonto all’alba”.

Domenica 22 dicembre – Arrivo a Huehuetenango de Guatemala

Alle 8 ci propinano un’altro film meraviglioso con G.Hackman…un film sulla guerra in Bosnia che mostra l’eroismo di un solo soldato americano nel contesto di improbabili operazioni NATO; con questa proiezione l’unilateralismo hollywoodiano corona il suo sogno di manipolazione intellettuale piena. Arriviamo alle 10 del mattino, con solo un’ora e mezza di Ritardo, a Tuxla, la capitale del Chiapas, e per poco non perdiamo la coincidenza per la frontiera, ovvero per Ciudad Cuathemoc (vi invito a cercare tutte le città sulla cartina!). Il primo tratto con il nuovo autobus è terribile visto che fame e mal di testa ci mettono davvero alla prova, dopo una notte insonne e con le immagini dei giovani americani del college catodico ancora nel cervello.

Stanchi si arriva alla frontiera e Sara, la mia compagna-fidanzata-amica messicana che assume i diversi ruoli a intervalli vertiginosamente irregolari, è tutta emozionata perché, a parte quando era piccola, non ha mai attraversato la frontiera del suo immenso paese.

Non paghiamo nulla né in Messico né in Guatemala, ma in cambio veniamo assaliti da un’orda di distinti e grassocci signori, i cosiddetti coyotes, con mazzette di pesos e quetzales nelle sporche mani: questi gentiluomini rappresentano l’unica forma di cambiare i nostri pesos a un tasso vagamente adulterato, 100 pesos per 70 quetzales (moneta del Guate). Obbligati accettiamo e guadagniamo 5 quetzales in più negoziando insieme a Marta e Arnao, due catalani conosciuti sul pullman e durante il pranzo consumato in una pausa del viaggio in autobus.

In Guatemala (a La Mesilla) si notano già le differenze, che già conoscevo da viaggi precedenti in zona, nell’ambiente circostante, nelle strade e negli autobus, sicuramente più malandati e prossimi alla rottamazione spontanea rispetto al fiorente Messico…

Passando dal Messico agli altri paesi sempre più a sud ci si sente quasi come quando si giunge a Citta’ del Messico dall’Europa, ossia si cambia di “mondo” e si entra in periferia.

Arriviamo in quattro a sera a “Huehue” (Huehuetenango), punto da cui si raggiungono quasi tutte le destinazioni del Guatemala, una specie di scalo. Ceniamo tutti insieme e poi ci stabiliamo all’Hotel Gobernador per circa 3,5 euro a testa.

Lunedì 23 dicembre 2002 – Da Huehuetenango a Todos Santos

Salutiamo gli spagnoli (va beh catalani…) e prendiamo l’autobus cittadino per la terminale dei trasporti regionali. Da mezzogiorno alle due aspettiamo in una cantina bevendo le nostre due prime Gallo, birretta chiara leggera, nel palato più caricata della Corona, orgoglio e tradizione del Guatemala, come recita l’etichetta col gallo che canta.

La centrale dei bus è una vera merda! Indescrivibile anzi. Dall’alto la struttura delle vie che la compongono sarebbe una specie di doppia v, una W tutta storta e color ocra. Una lunga spianata in terra battuta, polveriera infestata da smog denso e fumi di cucina in cui enormi dinosauri a benzina (o a petrolio grezzo?) lottano per poter uscire ed iniziare il cosiddetto “servizio di trasporto collettivo”.

Un confuso mercato, negozi, venditori ambulanti e abusivi, ristoranti, ripostigli maleodoranti con

scritto “biglietteria”, parcheggi semivuoti e angustie vie d’uscita formano la “central camionera”. Strettoie e viette sono intasate da camion obsoleti, rombanti e chiacchieroni che dialogano rumorosi con colpi di clacson intervallati da fastidiose e inquinanti sgasate che affumicano questo spaventoso crocevia di miserabili destini…

Raggiunto il paesino indigeno di montagna chiamato Todos Santos decidiamo di fermarci solo una notte lì e ripartire il mattino dopo per Huehue e poi Panajachel, sul lago Atitlan. El pueblo de Todos Santos si raggiunge in bus dopo due ore e mezza di scalata incespicata tra sentieri e panorami quasi alpini anche se l’intorno appare più povero e desolante. L’Hotel Casa Familiar ci tratta bene e ci da di che saziarci; quindi passiamo un paio d’ore alla scuola di lingue Proyecto Linguistico partecipando a una mini conferenza in cui una signora, appartenente ad una popolazione maya della Cordillera de los Cuchumatanes,  ci racconta la sua esperienza di donna maltrattata e le tradizioni nuove ed antiche del suo popolo tra machismo, religione originaria e povertà materiale.

Martedì 24 dicembre – Panajachel

Non ho molto tempo per scrivere: Autobus alle 6 del mattino per Huehue e poi per il lago Atitlan…Arrivati qui per passare il Natale decentemente, incontriamo ancora gli spagnoli e sta sera ci mangiamo un paio di pasticcini alla mota, altresì canapa indiana, e ceniamo bene.

Alla prossima

NOTA DUE – DAL GUATEMALA A EL SALVADOR

Di nuovo qui, non ho avuto occasioni utili per scrivere e ora mi rimangono pochi minuti prima della chiusura…mi trovo a Copan, Honduras, da un’ora o due, ma torniamo pure un po’ indietro.

24 dicembre 2002 – Lago de Atitlan- Panajachel

Ero rimasto alla cena programmata coi due catalani…In effetti abbiamo cenato davvero bene e ci siamo divertiti fino alle 23.00. Quello che ha rovinato tutto è stato il dessert ai dolcetti di marijuana…Erano troppo pesanti e nel giro di mezz’ora hanno dispiegato i loro effetti. In un’ora l’allegria si è trasformata in nervosismo e tensione quasi incontrollabile, soprattutto per Sara. Siamo stati nell’hotel degli spagnoli e poi abbiamo cercato di tornare al nostro sfidando le orde di petardi natalizi che i bambini maledetti sparavano ad altezza d’uomo. Con la testa completamente invasa dagli effetti nefasti della digestione delle foglie di mota ci siamo riposati un po’ ma Sara era talmente tesa che ha voluto ritornare dagli spagnoli a notte fonda e questi, dopo un paio d’ore, ci hanno gentilmente ricacciato a casa nostra, per così dire. Nessuno per la strada, alcuni bambini con petardi che a noi poveri allucinati sembravano bombe a mano, la tensione nervosa che ci faceva tremare e la scortesia degli spagnoli, fuori di senno anche loro, hanno rovinato una notte iniziata bene.

Ci siamo pentiti e l’effetto era forte davvero, tanto che il giorno seguente non eravamo certo le persone più lucide della terra e temevamo di rimanere storditi a vita. Sembra esagerato però la novità della situazione ci ha spiazzato per un po’!

Mercoledì 25 dicembre (Panajachel-Guatemala)

Per tutto il giorno sento un forte mal di testa e un effetto di ebbrezza costante che già verso sera si riduce. Mangiamo abbondantemente per smaltire meglio i dolcetti della notte prima i quali, probabilmente, contenevano varie altre sostanze che il cuoco, un ragazzo venditore incontrato nei pressi del lago, aveva evitato di includere nell’esposizione della sua ricetta. Decidiamo di riposare per quasi tutta la giornata. Verso le tre del pomeriggio cerco una farmacia aperta e verso sera ci sottoponiamo a una visita medica. L’esperienza é nuova per me visto che non mi é mai capitato di  aver bisogno del parere di un medico viaggiando nel terzo mondo; la consulta si é rivelata positiva e tranquillizzante e il dottore stesso conosceva bene gli effetti di numerose droghe che aveva provato in gioventù e, quindi, ha saputo rincuorarci e prescriverci integratori di liquidi e sali. Come un buon padre ci ha dissuasi dal ripetere l’esperienza ricordandoci i numerosi casi di violenza verificatisi a danno dei turisti durante le notti brave del pueblo

Giovedì 26 dicembre – Santiago de Atitlàn

Verso le 10.30 saliamo su una barca che fa il giro del Lago de Atitlan e scendiamo a Santiago de Atitlan in cerca di artigianato in legno a prezzi stracciati: in effetti negoziamo molto e ci portiamo a casa diversi pezzi davvero carini. Entriamo anche in una chiesa durante la messa e sulle pareti ci colpiscono le decine di statue in legno rappresentanti dei santi cristiani vestiti con abiti tipici e coloratissimi che, si dice, vengano confezionati e cambiati ogni anno.

Alle 15.00, dopo un pranzo a base di spaghetti, saltiamo sul bus diretto per la famigerata Guatemala City. Il compagno del conducente grida a squarciagola guate, guate! Qui vanno di moda le abbreviazioni dei nomi di città che in italiano suonano strane: guate, cicci, pana, cima, ueue e cosí via

ORE 19.00: arrivo a Guatemala City, e la musica cambia.

Il bus ci lascia alla periferia sud in mezzo a una strada e il conducente subito ci raccomanda cautela. È già buio pesto e la gente cammina veloce e a testa bassa per tornare tosto tosto a casa propria. Fermiamo subito un taxi bianco che sembra regolare anche se non possiamo esserne molto sicuri. La città ha 2 milioni di abitanti (neanche tanti direte…) e rappresenta il più grande agglomerato urbano del Centro America. Simile a Mexico City, la descriverei come una sua versione sbiadita e decadente, pericolosa alla vista e più fredda, meno accogliente della capitale messicana.

Ci tocca camminare con gli zaini ben farciti in cerca di un hotel più o meno vicino al centro che, nelle capitali latinoamericane, non è mai la zona più sicura o ben conservata: in questo caso sembra proprio uno dei quartieri dissestati di Città del Messico, con cancelli e catene di protezione nei pochi negozi ancora aperti e negli hotel. É un reticolo di Avenidas (che corrono da nord a sud) e Calles (da ovest a est), un gigantesco castrum romano. Dopo 4 alberghi, consigliati dalla guida, ci sentiamo sconsolati e per fortuna capitiamo in uno decente, cioè senza gli odiati scarafaggi. O cucarachas, nel bagno. L’hotel “El Viajero” ci convince anche se risulta piuttosto caro (7 dollari a testa, sembra poco ma in Guatemala non lo é): è pulito, tutto bianco tanto che sembra una clinica.

Cena chiaramente nell’hotel con pollo e dolcetti del supermercato. Si racconta, anche se la fonte sono i consierge degli hotel più cari e concorrenti quindi va presa con beneficio d’inventario, che gli alloggi troppo economici siano spesso preda di emigranti abusivi di El Salvador che cercano un tetto per dormire o un turista da spogliare, al gusto.

Le vie di sera si popolano di mendicanti, o meglio solo loro sembrano rimanere in giro, e le auto sfrecciano in piste libere senza controllo.

Venerdì 27 dicembre – Città del Guatemala e frontiera El Salvador

Verso le 7.30 vado solo a fare un giro di ricognizione fino alla piazza centrale e vivo il risveglio della città, degli androni oscuri che si fanno mercato e degli ambulanti coi loro poveri carretti. Ritorno all’hotel e colazione con Sara che intanto ha terminato le lunghe operazioni di preparazione: visitiamo il centro e finiamo un rullino intero per rubare testimonianze di vita quotidiana e scorci di palazzi cadenti, discorso a parte per la cattedrale e il Palazzo Nazionale, in buone condizioni.

Nel palazzo valgono la pena i murali rappresentanti la storia dell’invasione spagnola e il Quetzal, volatile simbolo del Guatemala. La Ceiba è l’albero tipico ed era usato dai Maya per fabbricare le canoe e con i frutti ricavavano una specie di cotone per i materassi.

Nel palazzo nazionale é in corso uno spettacolo per ricordare gli importanti accordi di pace del 29 dicembre 1996 i quali posero fine a una guerra civile sanguinosissima (oltre 200 000 morti) durata 36 anni. La manifestazione é davvero al limite dello squallore e in totale, funzionari e guardie comprese, vi prendono parte una cinquantina di persone.

Cerchiamo per tutta la mattina un settimanale, chiamato El Regional, segnalato dalla guida e scritto in Maya e Spagnolo ma dobbiamo rinunciare: qui vendono solamente alcuni quotidiani di pessima qualitá che sicuramente assomigliano più a cronaca vera che al corriere della sera. Le principali testate del Guatemala sono infatti paragonabili al Diario Grafico del Messico o ad una versione scandalosa e violenta di un qualche tabloid inglese stile Sunday Mirror.

Con un passaggio datoci da una camionetta arriviamo al quartiere-stazione dei bus che é abbastanza convulso e pericoloso. Senza nemmeno camminare veniamo chiamati da un “promotore” che ci invita a salire sul collegamento per Santa Ana-San Salvador con passaggio di frontiera senza cambio: perfetto! Saliamo e otteniamo pure lo sconto da 60 a 50 Quetzales, meno di 5 Dollari.

Arrivo a Santa Ana, El Salvador, via frontiera Valle Nuevo alle ore 18.30 circa…Taxi all’hotel Livingston e cena in una taverna o comedor con insetti pure lì…

Un po’ schifati, piantiamo la cena a metà e trottiamo di fretta all’albergo perché dopo le 19 anche qui, come a Guatemala City, tira una brutta aria davvero e le raccomandazioni della gente a non spingersi oltre la zona dell’albergo ci fanno desistere da un’improbabile gita esplorativa

A presto!…appena posso continuo, intanto anticipo ai mail readers che ora sono a Copán Ruinas in Honduras: abbiamo visto il nord e l’ovest di El Salvador…nell’ordine, per gli appassionati di geopgrafia e cartine…

Guatemala City, Valle nuevo…Santa Ana…Lago di Coatepeque (El Congo)…San Salvador…Suchitoto…La Palma…El Poy….Copan…oggi andiamo a San Pedro Sula al nord…poi sul caribe verso Tela e le isole di La Ceiba.

NOTA TRE – EL SALVADOR

Continuo che le copiose note di viaggio…spero di non rompere troppo le palle…

Sul sito www.48ore.com trovate il racconto…

Per Gigi…io pensavo a un titolo così, semplice:  Messico – Bogotá  con la Sirena (che sarebbe la Sara, la mia ragazza messicana)..il mio nome preferisco sia Il Fabris..grazie ciao

28 dicembre sabato (Santa Ana-El Salvador)

Dalle otto del mattino giriamo in centro a Santa Ana e non è nulla di eccezionale, una cittadina coloniale con essenziali strutture e un’aria di povertà respirata tra vicoli e calles. Notevole il teatro, costruito a inizio novecento, che incanta Sara visto che lei studia recitazione. Visitiamo la scuola d’arte che è in fase di restauro e il maestro di pittura ci mostra la cantina e le celle in cui, durante la guerra civile, venivano torturati i prigionieri delle FMLN, ossia la sinistra estrema che alzò il popolo in armi.

Fuggiamo da Santa Ana che è ancora mattina e con gli zaini io e la Sara affrontiamo il mercato brulicante che, guarda un po’, è allo stesso tempo la stazione dei bus: la tattica consiste nell’inseguire il tuo autobus lungo la via ammaccando passanti e schivando bancarelle e, come previsto, prendiamo quello sbagliato. Accortici dell’errore scendiamo poco dopo e saltiamo sulla “corriera 220”: destinazione il Lago di Coatepeque e il Cerro Verde (un parco nazionale sul vulcano Itzalco), via El Congo.

Tutto tranquillo, a parte le tonnellate di polvere che salgono dalla strada attraverso i finestrini sempre ben aperti della corriera: l’inalazione di sabbie regionali a temperature tropicali costituisce una specie di cura termale locale, tutti ci dicono che lo starnuto frequente, il mal di testa e le lacrime sono lo scotto da pagare per la salute di cui godremo a fine viaggio…

Scendiamo giusto di fronte alla casa de huespedes Amacuilco (presente sulla Lonely) e l’ambiente è davvero accogliente: gestione familiare con pranzetti assicurati, accesso diretto al lago attraverso palizzate in legno e spazi relax con amache, infine una stanza da quattro tutta per noi due a 4 dollari a testa…la moneta di El Salvador, il Colon, quasi non esiste più, sostituita un anno fa dal temuto ed austero dollaro USA, sgradito tanto alla popolazione quanto al turista che, un po’ come si dice sia successo durante i mesi di passaggio all’Euro nella nostra Italia, si vede arrotondare al rialzo prezzi e tassi di cambio ogni cinque minuti. Inoltre El Salvador è decisamente più caro dei suoi vicini…

Comunque finiamo la giornata con un giro in barca nel lago Coatepeque, specchio d’acqua molto pittoresco e di forma circolare, in quanto nato dal riempimento di un vulcano spento, che l’anno scorso ha ospitato le competizioni nelle discipline acquatiche dei giochi del Caribe.

La sera scorre amabile provando le birre locali e collezionandone le relative etichette in una gara all’ultima cerveza tra me e Sara: per questa sera scivolano giù una Suprema, una Golden e una Pilsener, discrete e gelate.

La notte é ventosa e fredda sopra il lago ed anche nella nostra stanzina, la quale è equipaggiata con un sistema di raffreddamento ad aria basato sull’interazione random di spifferi ed infiltrazioni raggelanti.

La padrona, Sandra, é ospitale e gentile ed è un piacere chiacchierare con lei sulla vita nelle campagne, sul passaggio al dollaro e sulla gita per il giorno seguente al parco nazionale più importante del suo contraddittorio paese.

29 dicembre domenica – Dintorni Lago de Coatepeque

Sveglia presto, stretching e aerobica con Sara, poi nuotata al lago ed infine colazione in zona amache. Prendiamo due autobus diversi per raggiungere il Cerro Verde, cioè l’antico vulcano che domina  il lago dal lato opposto a quello in cui siamo alloggiati…

Una guida turistica ci mostra, in un percorso nel bosco di circa un’ora, il vecchio vulcano Cerro Verde, spento da 25000 anni, il Santa Anna, ancora attivo, e per finire il più imponente, chiamato Itzalco e che sfiora i 2000 metri. Abbigliamento predisposto per l’escursione: tuta nera e camicetta PRODEST, sì! Proprio la divisa estiva dei custodi-receptionist della nota ditta calabro-milanese di sorveglianza con la quale ho avuto una breve, ma intensa a livello di ore settimanali lavorate, esperienza di lavoro subordinato, vicenda miseramente terminata giusto un giorno prima della scadenza del periodo di prova dato che ero prossimo alla trasvolata in Messico per svernare. Sulla via del ritorno chiediamo un passaggio a una coppia di trentenni della capitale che, oltre a portarci fino al nostro camping, ci offre per l’indomani la loro compagnia per visitare la città di San Salvador. Per la sera ci tocca il lavaggio della roba e ci godiamo le ultime birre al tramonto accompagnate dalle favelle con un paio di backpackers brasiliane.

30 dicembre lunedì – San Salvador, la capitale

Altra alzataccia alle 6.30 circa e regolamento di conti (senza lupare) con la dueña del camping. Conseguiamo un altro passaggio fino a El Congo, la stazione intermedia dove passano i diretti per la capitale: il conducente del pick-up ci racconta fiero la storia dei suoi figli emigrati in Cile, Spagna (Malaga) e Germania. Tutti e tre hanno studiato all’università del Salvador e sicuramente rappresentano la faccia meno comune dell’emigrazione verso i paesi industrializzati, dei casi di relativo successo e adattamento grazie agli studi ed anche alla fortuna per essere sfuggiti alla miseria o alla disoccupazione.

Alle 11 siamo alla terminale occidentale di San Salvador e attendiamo Nuria, la ragazza conosciuta il giorno prima al parco nazionale: la ragazza non tarda e ci porta incalzante in un centro commerciale che, secondo lei, rappresenterebbe un aspetto interessante e decisivo della cultura cittadina. Le facciamo capire gentilmente che non abbiamo intenzione di scattare foto agli addobbi natalizi di Mc Donalds, come lei con innocenza continuava a suggerire, e, quindi, programmiamo un pranzo tipico e una gita breve al centro prima di partire di nuovo.

Andiamo a casa sua a raccogliere l’adorata mamma e otteniamo l’accesso alla stanza del Presepio, molto variegato e ricco di personaggi indigeni, e dei babbi natale parlanti in scala uno a uno che dialogano sul divano.

Finalmente a mangiare: insalata di repollo a strisce, zuppa di gallina (con fegato, uovo e parti dell’animale dentro, tutta da scoprire!), acqua d’insalata con ananas e lattuga, formaggio locale bianco con semi di lorote (una pianta), petto di gallina con collo incorporato e arrayan, acqua saporita con l’omonimo e saporito frutto inside.

Tipica è la pupuseria, simile alla taqueria messicana, ma specializzata nella pupusa, una tortilla molto alta e spessa ripiena di formaggio o fagioli.

Dopo pranzo proviamo l’esperienza del peggior centro città mai visto in vita mia: claustrofobico, spasmodico e affollato, dilaniato dai terremoti degli ultimi 30 anni, decadenti gli edifici e chiuse molte attività e negozi, nubi di smog nero ovunque, mercato abusivo a un lato della cattedrale, decine di poliziotti armati fino ai denti a fronteggiare un esercito di poveri, mendicanti, infermi e nullatenenti, alcune case semi abbandonate e bruciate, povertà e bruttura aleggiano all’angolo delle strade e negli incroci invasi da un traffico semaforicamente sregolato. I monumenti, come il palazzo nazionale, il teatro e la cattedrale centrale, appena restaurata fuori e dentro con affreschi e disegni di scarso gusto, non sono aperti e sono assediati da venditori ambulanti carichi di ingiurie e battutacce in offerta speciale. Nuria, la nostra pavida accompagnatrice, è in stato d’allerta permanente e si sta letteralmente cagando sotto mentre noi, più disinvolti e prendendo le precauzioni basilari del caso, abbiamo voglia di visitare e capire un po’ più a fondo quella realtà drammatica da villaggio medievale nel mondo globale. Comunque, dopo poco più di un’ora, ci facciamo accompagnare alla stazione orientale e prendiamo il bus per il centro nord, destino città di Suchitoto.

Alle cinque siamo nella  poco ridente cittadina lacustre e il bus ci porta a richiesta fino all’hotel Casa de los Mestizos che offre una stanza sudicia per ben 5 dollari a testa (direi più della norma). Ci adattiamo ed andiamo a esplorare il sentiero per il lago o embalse Cerro Grande. I panorami e gli scorci meritano le numerose foto che dedichiamo loro, c’entusiasmano i panorami oscillanti tra l’alpino e il tropicale verso l’imbrunire e le capanne degli abitanti vicini alla costa. Cena all’hotel, birrette e due parole con una coppia di danesi in viaggio anche loro nella regione. Loro ci consigliano di passare il capodanno nell’alberghetto anziché proseguire verso il confine già l’indomani, avvertimento che decidiamo di non seguire.

31 dicembre mercoledì

Suchitoto-San Francisco sul lago- Amayo svincolo stradale- La Palma

Suchitoto non attira molto la nostra attenzione e preferiamo spostarci verso il confine perché il dollaro e il paese iniziano stancarci. Da segnalare le vie del centro e i panorami del lago che si aprono in fondo ad esse, alla fine della strada c’e’ già l’orizzonte.

Un bambinetto incontrato sul sentiero che scende fino alla riva del lago ci raccomanda una barchetta, probabilmente guidata da suo fratello, e, per qualche spicciolo in più rispetto al prezzo della sola traversata da parte a parte, contrattiamo con lo stesso traghettatore, che si improvvisa guida turistica, un tour di un’ora sul lago con visita alla nota isola degli uccelli. Lì scorgiamo le meraviglie nascoste della flora e della fauna lagunari (piante imponenti, ninfe ed alberi senza foglie stipati di volatili). L’impegno profuso per scattare alcune foto succulente, sempre in competizione con Sara per cercare gli scorci migliori, non ci impedisce di godere del grande senso di libertà che ci regala la visione del lago, le cui coste sono disabitate e sornione. Sbarchiamo quindi a San Francisco sul lago dove aspettiamo un altro bus per il villaggio di confine La Palma: nella piazza principale il calore è amplificato dalla solitudine e dall’abbandono desertico tutt’intorno, ma per fortuna una signora ci accoglie nella sua fresca dimora e ci lascia usare il suo bagno. Anche suo figlio e’ emigrante e vive negli USA arrangiandosi e mandando a casa una vitale rimessa in denaro, {e il destino di moltissimi centro americani che sperano nel sogno americano (suonerà familiare a molti italiani) e che lassù non se la passano per niente bene. La signora é molto gentile e quasi quasi mi tratterrei a parlare ancora…Ci raccontano della recente epidemia di dengue, una febbre simile alla malaria, quasi incurabile nella sua forma emorragica e debellabile solo se si presenta in forma classica, che ha ucciso una sessantina di bambini e due adulti nella regione. Ci parlano della guerra che qui al nord è stata fatale a molti abitanti visto che le forze di occupazione rivoluzionarie hanno mantenuto questo territorio sotto la loro, non sempre proba, autorità per una decina d’anni.

Inoltre la signora si lamenta degli arrotondamenti che il cambio di moneta ha implicato, dato che molti commercianti se ne sono approfittati…ricorda qualcosa?

Arriviamo, provati e insabbiati, al villaggio di La Palma, dopo un paio d’ore di salite e discese in arrampicata con il tipico scuola-bus della Blue Bird. Il cammino al villaggio s’estendeva per sentieri polverosi ed angusti tra le gole e le strettoie delle montagne verdi con chiazze giallastre per la scarsità di piogge nella stagione secca.

A proposito, qui tutti pensano sia estate perché non piove e dicono che l’inverno è in agosto, nonostante il cambio effettivo e reale di stagione (rispetto al nord del mondo) avvenga solo al sud dell’equatore…

Il paese é caratteristico e deludente perciò, visto che il buon umore non accompagna né me né Sara, passiamo placidamente il capodanno in uno dei quattro hotel, tutti praticamente vuoti, trovati sulla via centrale che spacca in due il villaggio montano, ci prepariamo uno spuntino di sandwich con contorno di birre e patatine che divoriamo stremati.

Cercherò di essere più succinto!! promesso…aspetto notizie

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