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Il 2010 di questo blog secondo WordPress!

WordPress, la piattaforma su cui viaggia questo blog, mi ha proposto per mail di leggere e riflettere sulle sue statistiche e alla fin mi ha anche chiesto se volevo postarle automaticamente nel blog, Eccole qua, forse l’unico interessato sono io ma mipiacciono tutti questi grafichini, liste e tabelle! Vedo che continua a interessare Martio Benedetti e tira molto il documentario Food Inc sottotitolato in Italia. Evergreen Sesso, droga e salsa tra Cali e Tijuana, un vecchio articolo apparso su Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Ma che tags e categorie posso mettere a un post del genere? Aggiungo una cosa, cioè che le parole o frasi utilizzate nei motori di ricerca per arrivare su questo blog sono molte di più e la maggior parte sono quanto meno “curiose” e meritano un post a parte.

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.

Crunchy numbers

Featured image

About 3 million people visit the Taj Mahal every year. This blog was viewed about 39,000 times in 2010. If it were the Taj Mahal, it would take about 5 days for that many people to see it.

 

In 2010, there were 185 new posts, growing the total archive of this blog to 421 posts. There were 170 pictures uploaded, taking up a total of 19mb. That’s about 3 pictures per week.

The busiest day of the year was November 30th with 544 views. The most popular post that day was Corteo a Bologna contro la riforma Gelmini – Martedì 30 novembre.

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were carmillaonline.com, facebook.com, oknotizie.virgilio.it, networkedblogs.com, and search.conduit.com.

Some visitors came searching, mostly for mario benedetti poesie, mario benedetti, food inc ita, america latina, and fabrizio lorusso.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

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Corteo a Bologna contro la riforma Gelmini – Martedì 30 novembre November 2010

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Raccolte di poesie di Mario Benedetti May 2009
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Da vedere: il documentario Food Inc. con sottotitoli in italiano! June 2010
2 comments

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CHI E DOVE SONO? January 2008
38 comments

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Sesso, droga e…salsa. Notizie di frontiera tra Cali, Città del Messico e Tijuana April 2008

Back In Town. Mexico City Imagine & Delirium

Immag0120.jpgImmagine. Vita, viaggio e delirio da Città del Messico, la capitale in movimento, come recitano gli slogan apposti sugli emblemi e gli scudi del gran Comune messicano. Lo so, non è la prima volta che lo dico, ma la memoria, come le bugie pubbliche e private, ha le gambe corte. Da solista John dal nord commuoveva e cantava con vena pop “…imagine all the people, living life in peace”. Ecco, allora non venire qua al sud, per adesso. Qua non ci si annoia mica, al massimo si spara: quasi quasi son 30mila morti nei 4 anni di governo dell’Onorevole Presidente Fecal (abbreviazione giornalistica per “Felipe Calderon”). Qui c’è il disagio giovanile imperante, anche se poi una risata e una dose ragionata di valemadrismo, cioè “menefreghismo” in spagnolo, prevalgono e sconfiggono il male, la guerra e il tedio, tanto per chiarire. Per esempio, immagina un po’ di fotografare un pesce spacciato per fresco e immortalare i suoi occhi intrisi di rosso spento, due perle dei Caraibi che, a guardarle bene, sono una coppia di cadaveriche protuberanze, una a destra e una a sinistra, come in politica. Son simili a quelle dell’onesto e appassionato fumatore di ganja coi capillari eccitabili ma…che dire? Da un pesce non te l’aspetti. Magari fosse un po’ stonato dal fumo anche il huachinango, quella specie di dentice ritratto in esclusiva per voi lettori dall’impavida camera integrata nel mio cellulare: forse lui, pescato mesi fa, così potrebbe sorridere ancora . Invece no.

Qui, nell’ex capitale azteca Tenochtitlan, sputtanata dal conquistatore Hernàn il Cortese nell’anno di Grazia che fu il 1521, l’onnipresente e odiato Wal Mart (la catena di supermercati più mastodontica del pianeta e in assoluto l’impresa con più fatturato, sempre nello stesso pianeta) ama viziare i suoi clienti con le delizie pescherecce degli oceani Atlantico e Pacifico mentre io mi diverto a immortalarle con le foto per non cedere alla tentazione ancestrale e suicida di provarle o anche solo sniffarne l’odore acerrimo. Immag0188.jpg
Credo che potrei fare curriculum per aspirare a un posto come “fotografo del pesce”, un’antica professione che a Napoli era addirittura presente nei registri comunali, ma non chiedetemi di cosa si tratta esattamente.
Niente domande faziose, qua si crea la fuffa buona, mica le balle egiziane sulla figlia illegittima e ribelle di Mubarak. Ma torniamo al pesce. In realtà, si tratta di plasticacce puzzolenti e immangiabili che sanguinano vernice.
“…imagine there’s no countries”. Di male in peggio, spiegatelo voi agli statunitensi che hanno preso in prestito esclusivo, o meglio, hanno patentato internazionalmente, proprio come fa la nota multinazionale Monsanto coi semi e i pezzi di natura libera e selvaggia, il marchio “americano” e il nome di “America”.
Ed è stato così per troppo tempo, per giunta senza chiedere il permesso ai messicani, ai paraguaiani o agli haitiani, per esempio.
Ma sono bazzecole e vecchie storie, ora basta anche con questa. Non facciamo i banalissimi.Immag0225.jpg
Piuttosto il vero dramma della settimana è stato, senz’ombra di dubbio, “l’affaire antitetanica”, un vaccino a cui sono particolarmente affezionato perché mi ricorda l’infanzia felice. E’ come una droga, l’ho cercato, l’ho voluto e non l’ho trovato. Maledizione.
M’han sbattuto violentemente una portiera d’auto sull’indice sinistro e sul corrispondente ginocchio mentre superavo sulla destra, lentamente e imprudentemente, un taxi giallorosso fermo a un semaforo. Cado a zero all’ora per la botta, mi rialzo alla rinfusa, ricevo scuse e riverenze dai passeggeri, infami assassini di motociclisti.
Dopo ringrazio nascondendo l’ira e le parti colpite, non ho nemmeno la ragione dalla mia, ma le ferite sanguinano lo stesso, malgrado la loro superficialità, e sono comunque pezzi di carne sensibile, mica cefali morti, in fin dei conti. Il giorno seguente, per scrupolo, cerco di farmi applicare l’agognata antitetanica, prassi normale in Italia ma più unica che rara in questo bel Messico. Immag0246.jpg
La mia vecchia protezione era appena scaduta e, dunque, ho provato a scaricarne l’aggiornamento nell’ordine: in farmacia (non sanno se c’è, cos’è e perché), al pronto soccorso dell’università (chiuso per ferie), alla clinica dei vaccini di zona o “centro di salute” (chiuso per lutto), all’ospedale pubblico (chiuso per furto), all’ospedale privato, dietro offerta di un lauto compenso a tutti gli operatori disponibili e di una mazzetta golosa per i dottori di turno, ma ecco che anche quest’avamposto del liberismo sanitario non se ne vuole occupare (aperto per scherzo). Il download non è riuscito.
Lasciamo perdere, aspetteremo giorni più magici, meglio non avere urgenze da queste parti, take it easy Fabbrì.
Ripeto mentalmente uno dei miei motti arguti sine qua non (senza il quale non…): “sputa sul tuo destino finché sei ancora in tempo”. Invece sputo sulle ferite, per scaramanzia e igiene, e sulla moto per pulirne gli specchietti e l’anima. “…imagine no possessions, I wonder if u can”, e anche qui, mobbasta, zitto comunista! Cos’è sta roba del “no possessi”? Io dico, la mente segue la parola, cioè “sono immagini dell’altro mondo, quello bello, ancora senza Wal Mart”. Che poi basta una L (elle) in più e diventa “Wall Mart”, il negozio del muro, della parete, ossia: brutta faccenda.Immag0236.jpg
Questa catena di supermercati ha fagocitato le principali aziende messicane del settore come per esempio il caro e celeberrimo Superama e l’infallibile Bodega (bottega) Aurrera (risparmierà) ed è il leader indiscusso della bassa qualità e della precarietà del lavoro nel paese. Esiste anche un documentario coraggioso sulle pratiche poco piacevoli applicate tanto negli USA come nel resto del pianeta da questa multinazionale della distruzione (cioè, scusate, d i s t r i b u z i o n e: qui il documentario masterpiece non plus ultra in inglese “Wal Mart The high cost of low price” LINK).
Sono un incoerente politicante, tante parole e pochi fatti. Come mai? Perché in effetti ci devo spesso andare da Wel Mert, per la forza della fame chimica e per la chimica dell’amore di qualche cassiera, ma soprattutto perché le opzioni alternative scarseggiano, non appaiono più, non son nitide all’orizzonte, chissà, forse a causa dello smog.Immag0255.jpg
Magari dovrei usare qualche stuzzicadenti per raschiare via le scorie di demenza insediatesi durante gli anni bui nelle cavità pulsanti delle circonvoluzioni della mia materia grigia.
Sarà pure una frase barocca e inopportuna, un’intrusione splatter a sangue freddo forse, ma è solo per giustificare un fatto: che i loro ipermercati sono piazzati molto strategicamente nei gangli, come in un campo minato cittadino, stanno sulle grandi avenidas e nelle zone trafficate – è proprio il caso mio, cioè di casuccia mia – e oramai non lasciano più spazio ai negozietti, i famosi abarrotes. Questi si rifugiano nelle viette laterali e nei quartieri popolari, terribilmente fuorimano per chi vive fuorimano.
Ma è un racconto che abbiamo già sentito anche in Italia e non è colpa vostra né mia, è la vita: è il pesce marcio più grande che si mangia il pesce rosso più piccolo. Darwin la sapeva lunga, pace alle teorie sue.
Malgrado tutto, un merito va riconosciuto a questa catena schiavizzante dal nome buffo(ne).
Mi hanno fatto diventare praticamente vegetariano e ho imparato, anno dopo anno, a gestire la mia dieta in modo sano ed equilibrato, senza usare il petrOlio Quore, senza affrontare staccionate da cui cadere ridicolamente per cercare d’imitare uno stupido, uno stupido spot.
Non è un trauma personale dell’autore di questo articolo, ma è vero, tanti giovani solevano farlo negli anni ottanta per evitare le siringhe che crescevano nel fertile terriccio del parchetto di zona oppure per dimenticarsi delle catodiche avventure serali col Drive In e Striscia che, di lì a poco, avrebbero fatto le fortune del Biscione di Berlusconi. Poveri noi, e tutti gli altri filistei.Immag0250.jpg
Non volevo perdere il filo del discorso cadendo così in basso. Rewind e conclusione.
Ho cominciato a valorizzare i coloratissimi mercatini di zona, i cosidetti tianguis, che esploro senza pietà a bordo di una poderosa Suzuki carica di borse e zaini pronti per la spesa.
Son piacevoli fardelli, ansiosi di riempirsi la pancia di frutta tropicale, droghe (nel senso di spezie esotiche ed erbe psichedeliche) e verdure sconosciute come il huitlacoche, il chayote e il huazontle. Infatti il pesce e la carne, cioè i cadaverini esposti sui tristi banconi del super mercante, sono inguardabili, come risulta dalla vera foto-testimonianza apposta in apertura, ed anzi, aggiungo il sempreverde “scripta manent”.
Nessuno, tranne il Dio Web Maestro, potrà mai cancellare questa mia arringa.
Sì, ora il motto latino vale anche su internet. Ho scoperto navigando, parlando e interagendo che ad alcuni connazionali le citazioni nella lingua dei romani in genere suonano vagamente fasciste, ad altri paiono da finto erudito, ma questa volta ci stavano eccome.
In Messico fanno addirittura figo, soprattutto per chi non le capisce, però sarà la Real Academia de la Lengua Española (l’innegabile versione spagnola dell’italiota Accademia della Crusca) a dirimere ogni controversia in merito, come sempre.SantaTianguis.jpg

Economia latino-americana 2009-2010

di Fabrizio Lorusso

Dopo sei anni di crescita significativa si calcola una caduta del PIL dei paesi latino americani considerati nel loro insieme dell’1,7% e del PIL pro capite del 2,8% per l’impatto della crisi internazionale. Ciononostante si considera che dalla metà dell’anno è iniziato un recupero lieve che dovrebbe continuare nel 2010. La caduta del tasso d’occupazione e anche della qualità delle fonti d’impiego è il corollario della crisi in tutti i paesi anche se il Messico, i paesi Caraibici e l’America Centrale stanno risentendo maggiormente della diminuzione del turismo (anche per l’effetto “influenza suina o A H1N1”), delleminori rimesse inviate dai loro migranti negli Stati Uniti e dalla caduta degli investimenti stranieri stimata in un 37%.

Storicamente i paesi dell’America Latina si sono potuti suddividere per blocchi in base alla dipendenza commerciale relativa dagli Stati Uniti che è sicuramente un fattore importante da considerara ancora oggi dato che la crisi ha avuto origine proprio in quel paese e continua a influire sul continente americano e sul mondo intero.

Il Messico e il Centroamerica hanno una dipendenza commerciale intorno o superiori al 70% con gli Stati Uniti (calcolando la percentuale delle importazioni e delle esportazioni con gli USA rispetto al totale nazionale), i paesi andini come il Venezuela, la Colombia, l’Equador e il Perù si definiscono a dipendenza media con tassi di circa il 50% mentre il Brasile e i vicini argentini e cileni del Cono Sud hanno percentuali tradizionalmente inferiori al 50%.

Il fattore Cina negli ultimi dieci anni è venuto a cambiare queste percentuali e s’è trasformato nel secondo partner commerciale della regione e, in alcuni casi, nel leader commerciale assoluto per alcuni paesi. Anche l’Unione Europea, soprattutto la Spagna, hanno ampliato la loro presenza in Latino-America in termini commerciali e di investimenti diretti. Basti pensare alle banche come Santander o BBVA, alla compagnia Telefonica oppure alle imprese del settore energetico come Repsol e Gas Natural.

Questa relativa diversificazione non ha però condotto a benefici sufficienti per evitare la discesa della produzione interna, delle esportazioni e del consumo nel 2009, anzi, la relativa dipendenza da pochi prodotti e dalle materie prime, dilemma storico delle economie del sottocontinente, unita ai flussi speculativi e la scarsa forza dello Stato nella politica fiscale e finanziaria. In pratica per il sesto decennio consecutivo e ancora in questi giorni la CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi dell’ONU) segnala che, malgrado la crescita attesa del 4,3% del PIL nel 2010 per la regione e tassi ancora più alti per il Sudamerica in cui il Brasile fa da traino, i problemi strutturali non sono stati risolti e che oltre ad economie sane a livello macro c’è un gran bisogno di recuperare l’investimento statale (il più efficacemente possibile) in politiche sociali, redistributive e nel welfare abbandonato da due-tre decenni a questa aprte all’iniziativa privata, delle ONG o della società civile e del volontarismo che a dir la verità ha dei limiti strutturali piuttosto evidenti da questa parte dell’oceano (e non solo?).

Tra i grandi paesi il Messico esce indebolito dato che l’attività economica interna è crollata più che in altri paesi per la sua dipendenza dagli USA e l’effetto influenza e avanzerà probabilmente poco più del 3% l’anno prossimo, quindi meno degli altri grandi come il Brasile (+5,5%) e l’Argentina (+4%) e della regione nel suo insieme. Anche in Messico lo Stato sembra avere perso gli strumenti per stabilire delle politiche controcoincliche significative, per favorire la diversificazione di prodotti e mercati, per incorporare e generare conoscenze e tecnologie e, infine, per prevenire e affrontare le crisi in un intorno di sviluppo economico e sociale sostenibile, tutte misure e prospettive auspicate e raccomandate fortemente dalla stessa CEPAL.