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Santa Muerte – Rap di Mr. Vico

Dedicado a la flaquita, la Santa Muerte, by mexican rappero Mr Señor Vico. Un groove che spacca, ripete, e rispacca. La Sua Pagina in Italiano.

Intervista: Tepito ¡Bravo el Barrio! (Mostra Foto Mexico)

Tepito ¡Bravo el barrio! es un proyecto fotográfico de Francisco Mata mediante el cual el espectador realiza un recorrido por las calles, callejones, vecindades, templos y tiendas de la zona comercial de Tepito “de la mano” de los propios habitantes de esta zona del Distrito Federal.

Mata, quien iniciara su carrera como fotoperiodista a mediados de los ochentas en el periódico La Jornada, presentó esta exposición en 2006 en la Galería José María Velasco, localizada en el barrio de Tepito, con el fin de que se convirtiera en un juego de espejos donde los propios tepiteños se pudieran ver frente a frente, reflejados en la fotografía.

Por cuestión del azar y de los misteriosos vínculos culturales que se dan en el país, Tepito ¡Bravo el barrio! se presentó el miércoles 30 de enero de 2008 en la Galería de Exposiciones Temporales del Metro –la primera exhibición dedicada a la fotografía que se presenta en este recinto-.

Algunas horas antes de la apertura de la galería al público, Tampicocultural entrevistó al fotógrafo Francisco Mata quien nos explicó, entre otras cosas, cómo fue posible que un pedazo de Tepito saliera del DF.

Publicada en Tampico Culural el 5 de febrero de 2008. Sopra: foto di un bacio di un devoto della Santa Muerte, santa popolare patrona del quartiere di Tepito a Città del Messico. Sotto: foto di un abitante del quartiere e dei suoi tatuaggi su tutto il corpo. Tatoo mania. Entrambe sono foto contenute nel libro del fotografo Francisco Mata “Tepito. Bravo el barrio”

Encuentro para los amantes de Chilangolandia

Para los amantes del DF y su historia, el evento.  12-13 octubre

Per gli appassionati di Città del Messico e la sua storia, l’evento.

+ Info Evento: LINK

 

 

 

 

Napoli, barrio latino

[Recensione di Fabrizio Lorusso del libro: Napoli, barrio latino. Migrazioni latinoamericane a Napoli di Maria Rossi, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2011, Qui] Anni di ricerca e di studio sul campo si condensano in Napoli, barrio latino, un testo che apre uno scorcio doveroso, ormai urgente, sulla migrazione latinoamericana in Italia e, in particolare, nel napoletano. Sebbene le regioni maggiormente interessate dal fenomeno migratorio, dall’America Latina e dagli altri paesi, restino la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto, anche la Campania, le Marche e la Sicilia mostrano, in termini assoluti e relativi, cioè in percentuale rispetto alla loro popolazione, un’importanza notevole e crescente della popolazione migrante. Questa non assume solo un significato a livello meramente numerico ma anche e soprattutto in termini economici, sociali e culturali. Maria Rossi ci offre una panoramica completa sulla migrazione e sui migranti, intesi come protagonisti dell’alterità e soggetti identitari e culturali in continua evoluzione che si devono destreggiare tra l’etnocentrismo discriminatorio della comunità ricevente e le spinte all’integrazione e all’appartenenza ad essa, oltre che a quella d’origine. La riformulazione costante dell’identità mista e della loro comunità di riferimento passa dal dialogo con la terra d’origine e con il nuovo insediamento, quindi l’Italia, quindi Napoli e il barrio latino.

A partire dai primi anni settanta, precisamente dal 1973, l’Italia ha sperimentato l’inversione dei flussi migratori diventando un paese che comincia a espellere meno persone di quante non ne riceva: tecnicamente si chiama “saldo migratorio positivo”. La portata di questa rivoluzione, che forse a molti oggi appare come un fatto in qualche modo scontato, si sarebbe compresa solo decenni dopo e rappresenta tuttora una “questione” decifrata muovendo da prospettive sghembe e parziali.

In Latino America le tradizionali mete dell’emigrazione italiana come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay e il Venezuela sono diventate espulsori di persone le quali, spesso facilitate dalla vicinanza culturale o dalle origini italiane, tentano il ritorno in Europa via Italia o via Spagna in attesa di una scelta definitiva. D’altro canto non sono questi i flussi che più hanno inciso sull’immigrazione latinoamericana in Italia e in Campania: le comunità più grandi sono, infatti, quelle provenienti dal Perù, dall’Ecuador, dal Brasile, dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia.

Dopo aver definito il quadro teorico e storico dei movimenti migratori e aver definito con precisione i termini della ricerca, quali il gruppo d’indagine e i suoi limiti geografici e temporali, il saggio di Maria Rossi si addentra nel cuore della Napoli delle mille identità. Esplora le interazioni dinamiche tra etnie e nazionalità diverse con l’analisi di tutti gli elementi necessari alla comprensione di quella parte d’umanità che dall’America Latina giunge fino ai nostri quartieri: le strategie d’identificazione, il sistema delle motivazioni, l’ambito della famiglia migrante che evolve al modello transnazionale, il mondo del lavoro con la prevalenza delle donne impiegate e degli “uomini che si arrangiano”, le aspirazioni e il futuro, l’idea del ritorno e il fascino dei progetti di vita nella nuova realtà abitata e vissuta in Italia.

Si aprono anche delle parentesi importanti sulle forme dell’associazionismo latinoamericano a Napoli, sul dislocamento e le forme di vita nei singoli quartieri “latini”, sulla religione e sui fenomeni linguistici. I processi di gerarchizzazione, creazione di status e “italianizzazione” del migrante si legano alla cambiante proporzione e contestualizzazione nell’uso dell’italiano e dello spagnolo (tra i migranti de habla hispana, di lingua materna spagnola) in un gioco dinamico di esclusioni e inclusioni dei membri della comunità più “integrati” rispetto agli altri. E’ più o meno quello che succedeva agli “italiani d’America”. NapoliLibro.JPGTendevano a non usare più la loro lingua materna in pubblico, distorcevano i loro cognomi (o se li vedevano cambiare dalla gente o da qualche burocrate) e, se volevano vantare un buon livello d’integrazione (reale o presunto) nella società locale, dovevano sfoggiare un inglese accettabile, anche di fronte ai propri connazionali. Non importava se questi potevano percepirlo come una forzatura o un atteggiamento un po’ snob. Avrebbero poi compreso perché risultava a volte proficuo nella società d’accoglienza bistrattare l’italiano alla stregua di un dialetto in disuso, un vecchio arnese da dimenticare dinnanzi all’idioma dominante.
Nel barrio latino si raccontano storie, testimonianze di vita e speranza, si raccolgono la fede e le tradizioni, il sincretismo e l’associazionismo vitale dei migranti latini che, come ci racconta una delle voci raccolte e riportate da Maria, “dal punto di vista culturale” non sono tanto diversi. “Il napoletano possiede un po’ della nostra cultura ed è questo che mi spinge a rimanere qui”. Una delle ricchezze del testo è l’aver integrato testimonianze che avvalorano passo a passo l’esperienza e la teoria, il vissuto e la scrittura in esso contenuti. Dagli spaccati di vita in emersione allo stesso linguaggio, con quello spagnolo (o portoghese nel caso dei brasiliani) intercalato nell’italiano che non è la lingua predominante della quotidianità, i racconti degli informanti ci proiettano nel cuore dei problemi.

“Un problema perché acá i documenti…stanno un sacco di ragazzi e ragazze senza documenti che ya son persona che tienen 10, 15 años acá. Hanno perso il documento per motivo che hanno perso il lavoro e la persona che le ha dato il lavoro molte volte le retira il lavoro e il documento non lo fanno più…però son personas che si arrangiano, vendono ropa, fanno pranzi, insomma guadagnano qualcosa. Io suppongo che debieran darle documenti…Perché pagano un affitto e non le possono dare il documento?”.

Un altro elemento d’interesse riguarda il trasferimento delle pratiche religiose del migrante e la sua integrazione nella città di accoglienza che, nel caso delle comunità latinoamericane a Napoli, è favorita dall’associazionismo e dalla relativa compatibilità con le espressioni della religiosità locale. Per esempio il culto al Señor de los milagros, una devozione popolare verso un Cristo particolarmente miracoloso e guaritore molto diffusa in Perù, ha trovato un luogo privilegiato nella Chiesa dei Sette Dolori a Napoli.

La spinta verso l’interculturalità, intesa come fase successiva al multiculturalismo, è una via per l’integrazione e il riconoscimento dei gruppi latinoamericani (e in generale di ogni comunità migrante) e costituisce una delle proposte concrete del saggio. Si auspica il superamento della perniciosa cappa d’indifferenza e frammentazione che, nella maggior parte dei casi, caratterizza la convivenza di etnie e culture diverse, soprattutto in un territorio già carico di criticità e tensioni pregresse. Vincere la paura dell’altro, apprezzare la diversità come patrimonio e non come minaccia, riuscire a “far parte di più culture senza tradire la propria” sono le sfide da raccogliere dentro e fuori dalle ristrette comunità di stranieri, dentro e fuori dai sistemi educativi e dalle istituzioni.

Maria Rossi è dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane e docente a contratto di Letterature Ispanoamericane presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Courtesy of www.carmillaonline.com

Presentazione della Santa Muerte al Café Liber di Torino

Ecco i 5 video della presentazione di ieri, 14 luglio, al Café Liber di Torino. L’evento è stato possibile grazie al lavoro insostituibile di Roberto Beto Novaresio, Tiziana Bertaccini, Marco Bellingeri e, chiaro, Annalisa, Michele, i Bobo del Café Liber e tutti i baristi – couchi e tuttofare! Gracias por participar anche al pubblico oltre a loro. Ecco i video in ordine.

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Volantino dell’evento: QUI LINK

Differenziata alla messicana

Propongo un post celebrativo e speranzoso dato che da qualche settimana la gran Città del Messico s’è rimessa in moto per provare a fare la differenziata seriamente. 25 milioni di abitanti e almeno 100 milioni di sacchetti d’immondizia inondano la capitale messicana ogni giorno, senza tregua e con ferocia. Da sempre il compito annoso di raccogliere e separare i rifiuti è stato svolto extra – ufficialmente dai pepenadores, un esercito di instancabili operai della monnezza, smistatori professionali di rifiuti e rigattieri metropolitani. In alcuni casi fanno delle discariche la loro casa e vi costruiscono villaggi malsani, nicchie di povertà ignorate dal mondo, che sono al limite dell’immaginazione e delle possibilità di sopravvivenza tra le montagne di spazzatura, la basura in spagnolo, delle discariche.

Quattro o cinque anni fa partì la raccolta differenziata a Città del Messico e si trattava solamente di dividere i rifiuti organici da quelli inorganici. I più zelanti da subito si munirono di due cestini diversi anche se poi la delusione era tanta quando si constatava che poi nei camion la spazzatura veniva rimischiata senza pudore. Ti dicevano che in discarica l’avrebbero ridivisa per bene, no problem. Ma il dubbio restava.

La città è immensa, lunga più di 50 chilometri, e vi convivono quartieri profondamente diversi tra loro, economicamente e socialmente. Per cui si va a macchie, a poco a poco. Alcune zone non hanno acqua, luce e altri servizi di base mentre altre godono di meravigliose biciclette a noleggio, 3 linee di metro, il bus ecologico, le notti illuminate a giorno in cui si dormono sonni (più o meno) tranquilli. Alcune collinette idilliache son popolate da milionarie famiglie rinchiuse in strani villoni simili a dei bunker antiatomici dalle pareti insormontabili.

La maggior parte dei chilangos (abitanti della capitale) vive, invece, in casette a schiera, villette discrete (senza muraglie cinesi intorno) e poi condomini-città da 50 edifici ciascuno, nel migliore dei casi, o in precarie casette di mattoni, rifugi col tetto di lamina e, infine, per strada e nelle discariche a mano a mano che “si scende” di livello socioeconomico.

Da qualche settimana, pena una multa salata per i condomini, dobbiamo fare la differenza separando la spazzatura in tante categorie associate ad altrettanti colori. Abbondano i volantini informativi che sono delle piccole enciclopedie con liste di oggetti emblematici da separare a titolo d’esempio.

Nei cortili si stanno piazzando dei pittoreschi bidoni con tutti i colori dell’arcobaleno per ogni tipo di materiale: vetro, carta, tetra pak, sanitari, plastica, organici, metalli, vari ed eventuali. Le pile si gettano a parte negli speciali contenitori per le strade. Se prima i bidoni erano due, ora son quasi una decina. Io ne ho approntati alcuni sul balconcino di casa con dei secchielli splendenti che potete ammirare in foto.

In vista del referendum sul nucleare ho deciso di dedicare un bidoncino ai rifiuti tossici, specialmente all’uranio e alle scorie radioattive con la speranza che resti solo una raccolta immaginaria e casalinga.

 

 

Evento: sociologia con la Santa Muerte, Uam X, México DF

Pubblico qui gli inviti e i cartelli dei Giovedì di Sociologia della Universidad Autònoma Metropolitana (http://jdsociologia.blogspot.com/), sede Xochimilco, di Città del Messico cui parteciperò come relatore sulla Santa Muerte a Tepito e in Messico il 24 febbraio alle 18e30 (Jueves 24 de febrero 2011). Ci vediamo là (Edificio A o Central, Planta Baja, Auditorio Javier Mina), ciao! Diretta Web Tv a questi link giovedì e ripetizione il 3 marzo alle 12:00 ora messicana, 19:00 ora italiana:

http://tv.xoc.uam.mx/tvuam-youtube/

http://tv.xoc.uam.mx/live.php

 

Da click sobre la imagen para agrandar:

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Una casa di riposo per le prostitute a Tepito, Mexico City

Dalle comunità più remote dello stato di Chihuahua nel nord del Messico, dalla provincia di Creel e dintorni… Mi hanno consigliato questo breve ma interessantissimo documentario in tre parti su casa Xochiquetzal, una casa di riposo nel barrio bravo di Tepito, nel cuore pulsante di Città del Messico. Sono storie di vita drammatiche ma anche piene di forza e dignità. Vale la pena guardarlo. Riporto sotto un reportage su quest’unica casa di riposo per le prostitute della terza età. Da: http://www.msemanal.com/node/1301 Un altro bel reportage anche qui: http://www.acblogs.net/node/418

SECONDA PARTE

TERZA E ULTIMA PARTE

Casa Xochiquetzal. Un refugio para prostitutas de la tercera edad

Un vecchio edificio di Tepito, unico nel suo genere al mondo, dà un tetto e alimenti a donne che hanno dedicato la loro vita al mestiere di regalare carezze

Raquel, sexoservidora de la tercera edad, residente de la Casa Xochiquetzal.  

Raquel, sexoservidora de la tercera edad, residente de la Casa Xochiquetzal. Foto: Mónica González

La lluvia afanosa pule el espejo que sobre el asfalto ha forjado a fuerza de repetición. Levanta los humores de la calle, olores a podrido, pestilentes, como los billetes que llegan a la mano de Mariana, quien por un rato dará cabida en su cuerpo a ese hombre de aspecto temible. Sopesa el riesgo velado de aceptar, pues el lenguaje violento lo conoce desde su temprana juventud. Sin pensarlo demasiado respira hondo y toma el dinero. Cobra 50 pesos por el rato de placer. Y mientras ese sujeto de cuerpo aplastante la besa y la muerde sin piedad, cobrando cada centavo pagado, ella cierra los ojos y se traslada con el pensamiento a otra parte. No pasan más de 10 minutos —tiempo con sabor a décadas— cuando al fin puede librarse de la pesada carga. Al palpar los pesos en la bolsa de su pantalón se distrae un poco. Tose por enésima vez y por sus encías, semicubiertas de raigones, escurre un poco de saliva.

Han pasado algunas horas desde que salió del hotel, ubicado a media calle de su lugar de trabajo en una callejuela del barrio de La Merced en la Ciudad de México, y muchísimos años de haber salido de su colonia natal, a la cual ya no regresa porque, dice, no tiene a qué, ni sus hijos quieren verla. Desamparada y hambrienta concilia el sueño interrumpido a ratos por las arcadas de su enferma garganta. Con el paso del tiempo, ella, igual que muchas de sus colegas, se ha dado cuenta del efecto premonitorio de las canciones de desamor; tenían razón, considera: su juventud se ha marchitado; el pelo, sus dientes, las caderas, los senos otrora perfectos se le han caído, la piel, gastada por tantas caricias pierde terreno frente a la de las nuevas chicas, más bonitas por ser jóvenes, más caras y más solicitadas.

Hoy el destino le sonríe, no fue golpeada y además podrá dormir no en una banca del jardín de la Plaza Loreto, refugio nocturno de menesterosos, sino en una cama de sábanas tiesas, rasposas pero secas. Otras no tienen la misma fortuna que Mariana. Comparten sus noches entre ratas y cartones para cubrirse del frío, y en tiempos como el de esta noche sin fin, de la lluvia.

La Casa del barrio de Tepito ofrece a las sexoservidoras la oportunidad de una vida en mejores condiciones.

La Casa del barrio de Tepito ofrece a las sexoservidoras la oportunidad de una vida en mejores condiciones. Foto: Benecdic Tedesrus

CAFÉ Y AZÚCAR

Son las nueve de la mañana; la calle bulle de voces y los motores de autos escapan del tráfico; diableros —cargadores a sueldo— que se disputan clientes; ambulantes que arman sus puestos para iniciar la jornada diaria. Adentro de esta casona remozada se respira limpieza y tranquilidad. Al traspasar el umbral de este edificio del siglo XVIII uno puede huir de ese mundo que parece poder devorar a cualquier cosa o persona.

En el amplio comedor cuatro mujeres desayunan plácidamente… hasta mi llegada. Al mirarlas, pienso, escaparon de una película de Ismael Rodríguez, de ésas donde la abuela es piedra angular, eje y pegamento de la familia. Una de ellas, de figura quebradiza y pelo teñido, se levanta al instante en que pongo mi grabadora sobre la mesa, recoge plato y taza y se marcha silenciosa. Para mi sorpresa el resto de las señoras se carcajea como si hubiera roto algo sin darme cuenta. “No se apure joven, me dice la más desparpajada, se asustó, la pobre pensó que le pediría que fuera su novia, jajaja”, devuelvo la sonrisa y acepto la invitación a un café.

La cocinera, que ha visto todo, me extiende una taza humeante, azúcar y una sonrisa franca, cuando llega Carmen Muñoz, fundadora de Casa Xochiquetzal, refugio para prostitutas de la tercera edad, sitio idóneo para que 30 de sus colegas vivan dignamente, sin necesidad de dormir en las calles, los últimos años de su vida.

La voz de esta luchadora social de tiempo completo resuena en toda la estancia. Me saluda amable y pide silencio a “sus niñas” para que pueda grabar sin interrupciones: “Esta casa, que es única en su tipo en el mundo, surge porque también fui trabajadora sexual. Ahora estoy retirada, no digo para siempre, porque en cualquier momento se me puede presentar la necesidad y pues la voy a tomar”. Permanece imperturbable: “Al principio, siendo chamaca, no me daba cuenta de la situación que vivíamos las trabajadoras sexuales, me dedicaba a lo mío, pero al paso del tiempo —hace 15 años— tuve que empezar a trabajar de noche. Por el rumbo donde laboraba había mujeres que toda la noche la pasaban en la calle. Les preguntaba por qué y me decían que les había ido muy mal durante el día, no habían ganado nada, por lo tanto no tenían para pagar un cuarto de hotel ni para comer. Dormían en una banca, en una esquina”.

“Eso me dolió mucho como ser humano, como mujer y como trabajadora sexual, porque yo misma había pasado por experiencias de mucha hambre y humillación. Muchas veces observé cómo pasaba la gente y desde sus carros les arrojaban botellas con orines, les gritaban insultos; vivimos experiencias terribles. Entonces me viene la idea de conseguir un lugar donde ellas pudieran pasar la noche cuando no tuvieran dinero para pagar un cuarto de hotel”. Y la suerte decidió el destino: un día la fotógrafa Maya Goded trabajaba en un libro que retrataría a trabajadoras sexuales in situ; encontró a Carmen, quien al verla tomarle fotos, la increpó. Pero la fotógrafa iba acompañada de otra prostituta, quien le explicó lo que en realidad deseaban. Entre otras mil cosas hablaron de las ancianas que aún ahora laboran en la zona de La Merced vendiendo retazos de amor. El efecto dominó inició allí, pues una persona llevó a otra y a la otra hasta que la artista Jesusa Rodríguez se inmiscuyó de lleno en esta idea, moldeada por Carmen Muñoz y por “esas mujeres que han ofrecido su vida al oficio de las caricias, y que hoy reclaman su dignificación como ciudadanas”.

 

Foto: Benecdic Tedesrus

SUEÑOS LOCOS VUELTOS REALIDAD

Carmen Muñoz corrió con otra ventura, ya que al entrevistarse con Andrés Manuel López Obrador, entonces jefe de Gobierno de la Ciudad de México —de quien, asegura, sólo tiene buenos conceptos—, recuerda cómo le dijo: “No te prometo nada, porque dependemos de muchas instancias. Qué te parece tener una reunión con esos organismos, se les explica todo esto y a ver en qué te podemos ayudar. Porque ése (el de las prostitutas) es un sector que tiene los mismos derechos que cualquier otro”.

Quince días después tuvieron una nueva reunión con el Instituto de las Mujeres, Patrimonio Inmobiliario, el Instituto de la Vivienda, el DIF, las delegaciones Iztapalapa, Benito Juárez, Cuauhtémoc y Venustiano Carranza. “Inmediatamente nos dieron becas para los hijos o nietos en edad escolar. Nos abrieron un programa de viviendas en el Instituto de la Vivienda; mientras estuvo López Obrador en el gobierno nos entregaron cuatro viviendas, y (con el cambio de gobierno) ya no volvimos a saber nada de nada. Nos dijeron en octubre de 2003, apenas un mes después de esa junta, que había una casa por Tlatelolco que nos podía proporcionar Patrimonio Inmobiliario; más pequeña, y en una zona muy conflictiva porque como está cerca de la avenida Manuel González y Eje Central Lázaro Cárdenas era peligroso que nuestras viejitas atravesaran esas arterias. Sin embargo, nosotras dijimos que sí. Lo que queríamos era una casa. Pero Patrimonio Inmobiliario se enteró de ésta —ubicada en la Plaza Torres Quintero, en la esquina de la calle del mismo nombre y República de Bolivia, en el Centro, a unas cuadras del Zócalo y la Merced— y nos citaron para verla. Vinimos una servidora, Jesusa Rodríguez, Marta Lamas, Elena Poniatowska, Luz Rosales, Luz Lozoya y nos encantó”. Carmen sabe que aún falta mucho por hacer, y que lo más difícil está por venir: volver autosuficiente este hogar. “No queremos vivir de la caridad, confiamos en que podamos poner una cocina económica. Estamos trabajando en este momento con la creación de joyería de fantasía de cuarzo y de plata, con ayuda de la organización no gubernamental Semillas, que apoyó al proyecto desde el inicio. “El día de la inauguración le decía a las compañeras: todo empezó como un sueño loco, pero hoy sé que los sueños locos se vuelven una realidad”.

Llama mi atención que Carmen se refiera a la casa como si se tratase de una persona, un familiar esperado desde hace mucho. Al final de la charla me quedo con la impresión de una simbiosis entre el inmueble y esta señora de piel luminosa: edificio derruido y remozado con sangre, sudor y piedras; mujeres reinventadas, cuyo paso por esta vida que se les termina se dignifica, y rescata con ello la esperanza de no volver a dormir entre hedores condensados y noches eternas.

Foto: Benecdic Tedesrus
PONERLE IMAGEN A LAS PALABRAS

Xochiquetzal conserva lo más que ha podido su diseño original. En esta vetusta construcción de más de dos siglos de antigüedad y de amplio patio, el decoro, el consuelo y la ilusión mojan sus pies en la fuente cantarina que recibe al visitante con sus alegres notas. Las habitaciones son grandes, de residencia antigua, y resguardan sueños y risas de corazones contentos, una televisión por aquí, un santo por acá, una silla más allá. Altares llenos de imágenes, de flores recién cortadas y de frases que podrían ayudar a entender eso que algunos llaman renacer: “Se siente bien bonito cuando una puede tener una casa a dónde llegar”, “Estoy muy contenta, muy a gusto”, “Aquí tenemos atención médica y psicológica”, “Casa, comida y sustento, qué más podemos pedir”, “Por eso trabajamos mucho en la joyería, en la casa misma”, “Porque si no fuera por Carmen, por Semillas, quién sabe qué hubiera sido de nosotras”.

“El 11 de febrero de 2006 se abrió el espacio con 10 mujeres, actualmente habitan 30 y esperamos albergar a otras 20; pero no fue sino hasta el 29 de diciembre de 2006 cuando se inauguró oficialmente por el entonces jefe de Gobierno, Alejandro Encinas”.

Al hablar de este albergue para ancianas Carmen Muñoz se muestra orgullosa: “La casa se llama Xochiquetzal porque significa varias cosas: flor hermosa, diosa de las ahuianime, una forma de nombrar a las mujeres alegres”. Recuerda Muñoz que en 2005 la cantante Eugenia León ofreció un concierto en el Teatro de la Ciudad a beneficio de este proyecto. Con lo recaudado arreglaron todas las puertas y ventanas. Aun cuando reciben ayuda, explica, la única entidad facultada para recibir y administrar donativos económicos es la Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer AC (Semillas).Mujeres de la tercera edad dedicadas al sexoservicio en La Merced

Mujeres de la tercera edad dedicadas al sexoservicio en La Merced Foto: Mónica González

SAN SEBASTIÁN MÁRTIR, RUEGA POR ELLAS

La Plaza Torres Quintero ofrece una estupenda vista lateral a las moradoras de Casa Xochiquetzal: un hermoso jardín con bancas antiguas. Cuentan los vecinos que en otro tiempo esta plazuela era de las más hermosas y visitadas, pero ahora se halla intransitable porque se ha convertido en un estacionamiento de franeleros rudos e indigentes incorregibles. Frente a la Casa se encuentra una de las iglesias más antiguas del país, la de San Sebastián Mártir. Edificada sobre lo que fue el Calpulli de Atzacoalco en 1531, en la esquina de Rodríguez Puebla y República de Bolivia, es Monumento Histórico desde el nueve de febrero de 1931. Dice Francisco Javier Clavijero en su Historia antigua de México: “Estaba la Ciudad de México situada, como ya hemos insinuado antes, en una isleta del lago salobre (…) Dividíase en cuatro cuarteles y cada cuartel en muchos barrios cuyos nombres mexicanos en gran parte se conservan hasta hoy entre los indios. Las líneas divisorias de los cuarteles eran las cuatro grandes calles correspondientes a las cuatro puertas del Templo Mayor. El primer cuartel, llamado Teopan (hoy San Pablo) estaba comprendido entre las dos calles que correspondían a las puertas oriental y meridional; el segundo, nombrado Moyotla (hoy San Juan) entre las calles correspondientes a las puertas meridional y occidental; el tercero, Tlaquechihucan (hoy Santa María) entre las calles correspondientes a las puertas occidental y septentrional, y el cuarto Atzacoalco (hoy San Sebastián) entre las calles correspondientes a las puertas septentrional y oriental…”.

Una casa para que ancianas prostitutas vivan dignamente sus últimos años, ubicada en una calle tomada por ambulantes y que según datos históricos forma parte de un populoso barrio —el de Tepito, aunque el código postal diga que es la colonia Centro—, cuyos orígenes datan de la época precolombina, sobreviviente a la conquista y a la modernización de nuestros tiempos y que comparte espacio con uno de los edificios religiosos más antiguos del país y del continente. Tres actores de una realidad que muestran un crisol de mundos diversos pero que cohabitan en franca armonía, se complementan para corroborar esto que algunos sabihondos han llamado realismo mágico.

Foto: Mónica González

MORIR EN LA CALLE

Isela, como Mariana o Juana o Pachita, rebasa los 70 años y continúa el duro ejercicio del trabajo sexual. Cuenta que a lo largo de más de 50 años de carrera ha visto morir a muchas compañeras en la calle, a manos de chichifos, ladrones, clientes, el frío, el hambre, la tristeza, la desesperanza. Estas callejuelas han visto de todo, “si pudieran hablar, qué no dirían”, acepta entre dientes, con un dejo de dolor. Ha vivido miles de historias, “y podría contarlas todas en una misma, es que todas parecen una calca de la otra”.

La luna se abre paso entre nubarrones, acompaña la silueta de esta mujer doblegada por la edad. Luego de caminar kilómetros de asfalto hace una parada y entra a la mole de piedra colonial. “Le rezo a San Sebastián, espero que me escuche porque si no imagínese, vaya que estaríamos jodidos”, sonríe apretando las manos. Allí, frente a la figura del santo mártir, atravesada por flechas, agradece cada día lo que les ha devuelto Casa Xochiquetzal a ella y a sus compañeras: la dignidad.

Carmen Muñoz, fundadora de la Casa. 

Carmen Muñoz, fundadora de la Casa. Foto: Mónica González

La siembra

El próximo 15 de octubre a las 19 horas, Semillas, Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer AC, celebrará en el Museo Nacional de Antropología su séptimo evento anual de Reconocimiento a Donantes y Realizadoras. Como único fondo de mujeres en México, desde 1990 Semillas ha otorgado más de 60 millones de pesos a 488 proyectos de mujeres en 28 estados de la República, beneficiando directa e indirectamente a más de un millón 900 mil mujeres, jóvenes y niñas.

Este año presentarán un panel moderado por la periodista Carmen Aristegui. Martha Sánchez (líder indígena), Valeria Scorza (líder de organización civil) y Mario Bronfman (Fundación Ford) abordarán el tema: “¿Por qué invertir en las mujeres?”. Allí se hará un reconocimiento público a cinco donantes individuales y seis institucionales, así como a siete mujeres realizadoras de proyectos apoyados por Semillas. Durante el evento se hará el lanzamiento de la quinta campaña anual de procuración de fondos El Semillón, la cual tiene como objetivo reunir un millón de pesos para financiar diez proyectos adicionales durante 2010. El evento está abierto al público y la cuota de recuperación es de 160 pesos.