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Il modello cileno: governare con la violenza e i privilegi

di Pablo Mardones, da Tiempo Argentino  + Galleria Fotografica

tradotto da Susanna De Guio e Gianpa L.

Sono nato durante la dittatura e in pieno coprifuoco. Mio padre, al volante, sventolava un fazzoletto bianco mentre mia madre si teneva la pancia con entrambe le mani per non partorire nell’auto. Avevano paura che le forze di sicurezza confondessero le ragioni della loro fretta e fermassero l’auto con violenza. In Cile si viveva così: la vita e la morte erano segnate dalla paura, dalla persecuzione. Oggi, quarantun anni dopo, mi ritrovo in strada, commosso e pieno di speranza. Le forze di sicurezza stanno lì, come in passato; però la paura non è più la stessa. Questo è senza dubbio un momento unico e irripetibile per questa sottile frangia di terra.

jh djhflA differenza che in Cile, in Argentina le manifestazioni in strada e l’espressione pubblica delle rivendicazioni sono socialmente legittimate, e sono quotidiane. Nel mio paese queste pratiche erano anestetizzate. Mentre gli argentini e le argentine sono famosi per scendere in strada quando i loro diritti vengono toccati, i cileni e le cilene sono visti come sottomessi, muti. Questo sguardo l’ho percepito vivendo e viaggiando in diversi paesi, in occasioni in cui emergevano i “però voi in Cile state bene” oppure a volte, in modo più sarcastico, “voi siete i migliori alunni” dell’allineamento alle politiche neoliberali. Oggi questo meccanismo si è rotto: la bolla è scoppiata, la pentola a pressione – forse la metafora più appropriata – è esplosa. Continua a leggere