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Diario da Haiti (ultimo). Sopravvivenza, paura e rinascita

di Fabrizio Lorusso

DafneBNRojo.jpgDafne è bellissima. Dafne è la profondità dell’oceano e l’oro dimenticato dei pirati, è la terra d’Africa emersa in mezzo a uno sciame di isole abbandonate da qualche Dio stanco sull’orizzonte dei Caraibi. Dafne è fisicità assordante e feconda, è l’anima viva del pacifico nella violenza dell’Atlantico, col suo sguardo conteso e straziato da mille predoni e dalla natura. Lei è tranquillità e rassegnazione, forza e fede, povertà e dignità, ma le hanno insegnato a dipendere, a piangere, a difendere il suo pezzo di cielo contro gli altri, contro tutti gli altri suoi simili e dissimili. Ama la dignità del suo quartiere e la comunità che l’ha cresciuta, ascolta sempre la sua musica, il suo Dio, la sua lingua che si prende gioco del francese e dei francesi. Ogni sera Dafne prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di sé stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. Dafne è Haiti, luce in mezzo alla morte.

Un giorno vorrebbe ricostruirsi una casa e scampoli di vita qui nel suo paese che adesso è una prigione calda e umida, amata e temuta, dalla quale è impossibile uscire, anche volendo, anche provando. Molti suoi compagni d’infanzia, amici e conoscenti non sono più vivi, mentre a lei e ad altri milioni è venuta meno l’esistenza come cittadini: la loro identità dinnanzi allo Stato è stata cancellata dalla madre terra devastante. I documenti di tutti sono spariti, le identità pubbliche e i passaporti giacciono sotto cumuli di macerie o svolazzano in qualche discarica. La vicina Repubblica Dominicana, gli Stati Uniti, il Messico e l’Europa chiedono visti d’ingresso difficilissimi da ottenere per la maggior parte della popolazione haitiana.

Dafne ha anche un figlio di quattro anni di nome Jean Paul e spera che il suo destino non sia quello di diventare un mansueto schiavo moderno di qualche multinazionale canadese o americana. Intanto sarebbe già un privilegio se tra un paio d’anni ci fosse la possibilità di mandarlo a scuola, almeno alle elementari, dato che l’educazione è un bene caro e preziosissimo ad Haiti, un paese che vanta un sistema scolastico in cui lo Stato s’è dichiarato sconfitto abdicando alle sue funzioni di base e che è da decenni dominato dalle istituzioni religiose e dai piccoli imprenditori dell’istruzione: questi lo hanno reso altamente escludente e tra i più “privatizzati” del mondo. Alla stessa Dafne mancano un paio di quadrimestri per concludere le superiori visto che tra doveri familiari, come per esempio prendersi cura di un figlio trascurato dal padre biologico, costi proibitivi, uragani, terremoti ed emergenze varie la continuità negli studi non è proprio a portata di mano per lei.

A pochi giorni dal terremoto su Porto au Prince, quando Jean Paul seguiva sua madre tenendola per mano mentre lei si lanciava alla conquista di uno spazio vitale per piazzare la tenda in mezzo al prato dell’ex campo da golf dell’esclusivo Petion Ville Country Club, si vedevano ancora gli aiuti umanitari che venivano gettati dall’alto, dagli elicotteri verdi degli americani che erano fonte di aspettative e preoccupazioni. Sopravvivenza e viveri in cambio di una nuova occupazione militare? Il ricordo dell’invasione dei marines e delle vittime innocenti del 2004, in seguito al sequestro e alla deportazione nella Repubblica Sudafricana del presidente Aristide realizzata dalla CIA, è ancora fresco ad Haiti e sono numerosi i gruppi che periodicamente manifestano in favore del ritorno di Aristide in patria di fronte alle ambasciate dei paesi che furono più o meno direttamente coinvolti nella destabilizzazione del suo governo come appunto gli USA, la Francia e il Canada.
Dal terremoto son passate alcune settimane ma anche stasera per Dafne e famiglia l’unica alternativa è dormire sotto un telone di plastica blu con altre dieci persone, alcuni sconosciuti e altri amici d’infanzia e parenti, giovani e vecchi, uomini e donne, tutti insieme in una nuova cellula asfissiante della tendopoli che non ha smesso mai di crescere e che ora alberga più di 60mila persone.

Cantare e pregare sono pratiche indissolubili ad Haiti e in questi giorni sono forse l’unico palliativo e sfogo collettivi per tutta la sofferenza interiore accumulata dalla gente. Il lutto nazionale del 12 febbraio scorso, decretato dal presidente Preval, s’è di fatto prolungato per tutto il fine settimana successivo con manifestazioni ufficiali e religiose – spesso non si distinguono le une dalle altre – nella spianata centrale di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si riuniscono nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. IoeJean.jpgIl rito cattolico non è l’unico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri stranieri che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico.

Dopo la catarsi nazionale del week-end di lutto a metà febbraio sembra cominciare una fase di rinascita in città, alcune scuole riaprono, si riaccendono i generatori d’elettricità in alcuni ristoranti e nei piccoli negozi, i ritmi di banche, trasporti e supermercati si normalizzano in qualche modo e le strade principali assumono un aspetto più umano dato che le macerie vengono sgomberate e gli edifici pericolanti sono finalmente protetti da balaustre o nascosti completamente da impalcature e pareti di lamiera. Le notizie sui fondi stanziati dalla comunità internazionale per la ricostruzione e le promesse di rinascita lanciate da preti predicatori e politici messianici puntano a stimolare l’ottimismo laddove la realtà tenderebbe ancora a frenarlo, ma si sa che le idee positive e le ferme convinzioni aiutano a vivere e a creare, dunque speriamo insieme ai nostri anfitrioni.

In TV hanno passato la notizia della visita lampo del presidente francese Sarkozy il quale ha promesso aiuti e solidarietà, ma non ha voluto parlare del risarcimento che la Francia dovrebbe pagare ad Haiti per restituirle il debito storico che il paese caraibico dovette versare per 144 anni alla potenza europea in cambio della sua indipendenza, ottenuta con una vittoria militare ma non riconosciuta dalla ex madre patria nel 1804. Gli Stati Uniti schiavisti e in espansione ci misero invece 60 anni per riconoscere ufficialmente la prima repubblica libera e indipendente dell’America Latina che s’era emancipata abolendo la schiavitù, pratica comune e legale in molti stati del nascente colosso del nord, ed era composta al 99% da popolazione discendente da africani.

Ma torniamo all’attualità. E’ la prima volta nella storia che un presidente francese viene in visita nel paese caraibico e purtroppo l’impressione è che si sia trattato di un tour panoramico farcito con una retorica dai toni post coloniali durante il quale un mandatario europeo preoccupato di non perdere il poco d’influenza che gli resta nella regione non risparmia battute irrispettose quando ringrazia il popolo haitiano, parte del mondo francofono ma orgoglioso anche della propria lingua nazionale detta creolo, per aver permesso alla lingua francese di diventare la seconda per importanza alle Nazioni Unite dopo l’inglese. Non credo che i feriti che Sarkozy ha visto per 5 minuti all’ospedale militare si siano veramente commossi in seguito a queste sue toccanti dichiarazioni.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. L’idea un po’ cinica espressa dall’ambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti all’estero fa girare l’economia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri.

Il settore agricolo fuori dalla capitale ha tenuto ma non costitutiva comunque un gran traino per l’economia già prima della catastrofe e ora è minacciato dalla massiccia quantità di derrate alimentari e prodotti agricoli che stanno invadendo il mercato e cannibalizzando quelli locali. Per fortuna alcune Ong hanno cominciato saggiamente ad acquistare i beni destinati alla donazione umanitaria dai produttori locali anziché farli arrivare costosamente dall’estero ma ancora non basta. Messafuori.jpgUn’altra maniera efficace di ricostruire ed aiutare sarebbe la previsione e realizzazione di progetti di decentramento della popolazione e dei lavoratori che da “senza tetto” e disoccupati potrebbero convertirsi in piccoli proprietari agricoli nelle regioni limitrofe e nelle zone abbandonate del paese secondo gli schemi del cooperativismo e dell’associazionismo che viene però osteggiato da molti settori dell’elite nazionale avversi a tali a forme di impresa. Proprio in questa direzione vanno gli sforzi di Hurah-Inc, una Ong statunitense che collabora con Aumohd (Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits), verso la costituzione di una cooperativa di lavoratori-proprietari a Galette Chambon, località situata a metà strada tra Port au Prince e il confine dominicano (LINK A DETTAGLI SUL PROGETTO).

Qui all’Aumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi come Dafne a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego anche grazie ai contatti del presidente dell’associazione Evel Fanfan. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì.
Ogni mattina io e Diego diamo lezioni di spagnolo a un gruppo di ragazzi della (ex) facoltà d’ingegneria civile dell’Università di Porto Principe che attendono la ripresa delle lezioni e la ricostruzione di alcune sedi della loro casa di studi seriamente danneggiata dal terremoto del 12 gennaio scorso. Nessuno di loro ha perso la casa ma non hanno comunque più nessuna attività che permetta loro di vivere degnamente. Alcuni membri delle loro famiglie si sono rifugiati nelle campagne per non costituire un peso e per cercare qualche piccolo lavoro o almeno una sussistenza alimentare minima.

Anche la famiglia di Evel, sua moglie con i genitori e i suoi tre figli, sono tornati ad Aquin, loro città d’origine, per cercare condizioni di vita accettabili mentre Evel deve fare la spola tra la capitale e questo paesino di pescatori praticamente tutti i week end. Ci hanno ospitato per un paio di giorni nel giardino di casa e mentre camminavamo per le stradine della cittadina venivamo seguiti da orde di bambini curiosi che ci gridavano senza malizie “blanc! blanc!”, cioè “bianco! bianco!”, immolandosi spasmodicamente davanti agli obiettivi di camere e videocamere per essere immortalati e magari chiederti una monetina. A P.A.P. (abbreviazione per Port au Prince) c’è invece la variante mista inglese-francese per richiamare l’attenzione dello straniero a passeggio, “hey you, hey blanc!”. A volte è meglio non farci caso ma la maggior parte delle volte non ci riesco e mi giro per educazione e per capire se questa volta vogliono dei soldi, delle tende, il cappellino che porto o il sacchettino di uova che ho in mano.

L’ultima settimana ad Haiti scorre lentamente, è turbata dall’insonnia e da un timore latente provocati da quelle che chiamano scosse di assestamento, ma che solo assestano colpi durissimi a un fragile senso di sicurezza e normalità che noi, i compagni dell’associazione e il popolo delle tendopoli avevamo raggiunto e costruito nelle prime settimane di febbraio. A dir la verità gli stranieri e i visitatori dell’ultima ora non temono i terremoti tanto quanto chi li ha vissuti sulla propria pelle, ma ad ogni modo la relativa tregua che la terra concede tende a tranquillizzare le anime e i corpi di tutti. Dopo due notti in cui la terra oscilla e batte botte, come scriveva il poeta Dino Campana, con colpi di alcuni secondi a 5 gradi della scala Richter, abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della costruzione in cui siamo ospitati da quasi un mese alla zona giardino-parcheggio. La revisione del piano “notti sicure”, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e l’opzione di dormire in tenda sul balcone dell’ufficio dell’Aumohd, implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare come un branco d’indemoniati.

La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere il nostro sonno turbato, però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per l’ultima settimana, è finita l’epoca del coraggio ignorante e trasognato. Mentre facciamo i bagagli un’altra bottarella di terremoto preceduta da un boato grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta. La mattina dopo apprendiamo con sgomento che il Corriere e la Repubblica hanno pubblicato un’informazione falsa ed esagerata rispetto a quanto apprendiamo dai media haitiani e dall’ANSA: il terremoto è stato forte ma “solo” del 4,7 grado scala Richter, non del settimo come acclamato in home page dai principali quotidiani italiani con un titolone rosso sangue che non fa altro che spaventare gli apatici internauti, oltre ai nostri amici e parenti, e attirare qualche visita in più sul sito.

Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e l’insicurezza siano parzialmente rientrate verso la fine di febbraio, anche se il problema del cibo e dell’acqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, s’aggiunge l’avvicinarsi minaccioso della stagione delle piogge, prevista a partire da aprile, e degli uragani da luglio-agosto. Questi mesi si caratterizzano da sempre per il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, per il caldo asfissiante e umido e infine per l’endemico proliferare di mosche e zanzare, insetti onnipresenti e accaniti che sono spesso portatori di malattie difficili da curare come dengue e malaria. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando.

Alcuni di questi ospitano decine di migliaia persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano maiali e capre a volontà. Nell’ultima settimana abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere quotidianamente tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dell’acqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Non parliamo poi delle strade prive di asfalto o cemento che sono in pratica fatte di polvere e terra battuta durante il giorno e restano imbevute di fanghiglia se solo pioviggina un po’ durante la notte. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fango e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono l’unica protezione sopra i terreni in cui si dorme e si montano le tende. Anche qui nel parcheggio dell’Aumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati.

Ancora oggi a Porto Principe mancano i servizi pubblici di base come l’acqua corrente e l’energia elettrica e quindi la gente s’arrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo mentre per avere energia elettrica i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina ma solo per alcune ore al giorno. In compenso la televisione mostra orgogliosamente schiere di tecnici specializzati della compagnia elettrica haitiana che sarebbero al lavoro giorno e notte per stabilire o ripristinare le linee danneggiate dal sisma, cosa che appare agli occhi del telespettatore come una bella fiaba per addormentarsi sereni.

Da marzo sono di nuovo a Città del Messico sistemando memoria e scritti su Haiti. Il terremoto a Concepcion, in Cile, mi ha impressionato profondamente e ha di nuovo scosso la mia coscienza dato che alcuni amici dell’Universidad Nacional Autonoma de Mexico vivono proprio in quella città e hanno perso la casa. Ciononostante non ho dimenticato la gravità estrema della situazione ad Haiti, anzi. I ricordi, le esperienze e le persone di Porto Principe mi accompagneranno sempre e comunque in Messico, in Italia e nelle pagine di articoli e diari come questo.
Di nuovo segnalo un blog utile per le donazioni per Haiti e per l’Aumohd che è poi un invito a non dimenticare: http://prohaiti2010.blogspot.com/

La fine del diario da Haiti pretende d’essere poesia. Un delicato vaneggiamento bilingue tratto dalla serie “Poeticas mentiras” in italiano e spagnolo.

Haitiana
Sei stata amore e città per disgrazia
principessa, ogni volta, conquistata
bersaglio della polvere e del fuoco estraneo
vittima delle buone intenzioni
che sempre han turbato il tuo tempo breve
e il tuo sacrificio di madre buona e sola.
Ma se si trattasse di ferite mortali, tutte mute
io non ti starei ringraziando
con la mia insolenza da straniero
perché hai lasciato il mio sguardo libero
di accarezzare i tuoi occhi d’amara vita.
Li vedo, profondi d’universo
scintille nere, stelle esiliate dal cosmo
tremando come terra rotta
e le tue pupille d’oscurità sono il mio mistero
timide come la schiena della luna.
Abbiamo avuto un giorno di visite tra tombe incrinate
abbiamo sfiorato gli odori delle anime di notte
e ci siamo seduti nella solitudine delle macerie.
Il frastuono delle ossa e dei mattoni
ha sepolto i silenzi monchi
ha affogato il porto dei dolori invincibili
ha sbattuto l’aria contro l’aria
ha spento il battito della voce inquinata di grigi canti.
La memoria del mondo ha paralizzato gli orologi
ci ha ricordato la forza e l’attesa del bambino vagabondo
ha consolato lo strazio del padrone con la parola dello schiavo.
Insieme abbiamo pianto l’età senza futuro dell’orfano
e abbiamo pulito il sangue della terra tremenda e peccatrice
che è scorso tra quelle due placche uscite dall’inferno:
ieri, hanno sparato un tuono di violenza sul tuo viso, haitiana mia
che continui a stare in piedi, orgogliosa delle tue notti senza tetto.

Haitiana
Fuiste amor y ciudad por desgracia
princesa del puerto, marea despojada
blanco de polvos y fuegos ajenos
víctima de las buenas intenciones
que siempre han turbado tu tiempo breve
y tu sacrificio de madre sola.
Pero si se tratara de heridas mortales, todas mudas
no estaría yo dándote las gracias
con mi osadía de extranjero
porque dejaste mi mirada libre
de acariciar tus ojos de vida amarga.
Los veo, profundos de universo
centellas negras, estrellas desterradas del cosmos
temblando como tierra rota
y tus pupilas de oscuridad son mi misterio
tímidas como la espalda de la luna.
Tuvimos un día de visitas entre tumbas agrietadas
rozamos los olores de las almas en la noche
y nos sentamos en la soledad de los escombros.
El estruendo de los huesos y los ladrillos
sepultó los silencios mancos
ahogó el puerto de los dolores invencibles
estrelló el aire contra el aire
apagó el latido de la voz contaminada de cantos grises.
La memoria del mundo paralizó los relojes
nos recordó la fuerza y la espera del niño vago
consoló el asolo del amo con la palabra del esclavo.
Juntos lloramos la edad sin futuro del huérfano
y limpiamos la sangre de la tierra tremenda y pecadora
que se escurrió entre esas dos placas salidas del infierno:
ayer, dispararon un trueno de violencia en tu cara, mi haitiana
que sigues de pié, orgullosa de tus noches sin techo.
Canale video QUI

Album foto QUI

LamericaLatina.Net

Las guerras infinitas de Haití, antes y después del terremoto (3/3)

La situación actual en Port au Prince y Haití (III y última parte del reportaje)

Después del terrible sismo del 12 de enero, que daño o arrasó cerca del 80% de los edificios de Puerto Príncipe y alrededores, se produjo una situación análoga a la de las becas del señor W. Jean que describí anteriormente, y que, en este caso, interesa la distribución de las ayudas internacionales que están llenando los almacenes de la Onu en el aeropuerto Toussaint L’Ouverture y que, sin embargo, no han estado llegando a todos los damnificados.

Una buena parte de la población que perdió su casa o de los que tienen miedo de volver a sus hogares agrietados vive ahora en uno de los más de 300 campamentos montados en la ciudad. Según el espacio disponible, cada uno puede contener de unos cientos hasta 30-40mil personas y normalmente son controlados y manejados con distintos grados de efectividad por los consejeros de barrio, la policía haitiana o los mismos ciudadanos desplazados.

Más apartados operan los militares estadounidenses o de otras naciones que vimos pasear tanto armados como desarmados, y también las Ong extranjeras están presentes en muchos de estos campos (Video Carpa Ong Save the Children y Video Soldados Americanos y Niños). Son éstas las que normalmente distribuyen ayudas a una buena parte de la gente que vive en las carpas, según unos criterios preestablecidos. Los tianguis callejeros y en los campos venden pocos productos como huevos, pimientos, ajo, frijoles, plátanos, pan, latas, arroz, agua y medicinas recuperadas en el “mercado negro de las ayudas”. El transporte local urbano de los microbuses, llamados tap-tap, funciona regularmente así como las gasolineras, los grandes bancos y Western Union, pero las escuelas, las tiendas, los restaurantes abren sólo por unas cuantas horas al día gracias a la energía de unos generadores que consuman mucha gasolina.

Los supermercados que no se cayeron trabajan regularmente, pero son un lujo para ricos y para los que, al menos, no perdieron su trabajo. Para un cuadro claro de la situación señalo los videos y entrevistas del periodista Peter Hallward: LINK.

Los campamentos de la calle Delmas 40-B

Sobre el terreno del ex club de golf de Petion-Ville, al final de la calle Delmas 40-B, son amontonadas más de 3000 tiendas de campaña y lonas por un total de desplazados estimado entre 30 y 50mil unidades. Esta cifra rebasa la de cualquier otro campamento de la ciudad. El ejercito y los marinos americanos se asentaron sobre un cerro que domina el territorio en plano de abajo, en el que las carpas y lonas de los damnificados, junto a las estructuras de emergencia sanitaria y distribución de víveres de algunas Ong como Oxfam y Save the Children, se multiplicaron día tras día hasta la saturación del espacio visible (Entrevista Responsable Misión EE.UU. Campo Delmas-3 partes).

Aquí, cada dos semanas el personal del Catholic Relief Service pasa por las tiendas para efectuar un censo de sus moradores que son 12-15 en promedio. Para cada grupo distinguible de personas se elige a una mujer como responsable. Cada una de ellas recibe una tarjetita que le da el derecho de pedir, en el área convenida del campamento, un costal de 25kg de arroz y otros alimentos para que se repartan y consuman entre todos en los siete días siguientes.

El agua para la higiene personal y los baños llega diariamente dentro de grandes tanques con cisternas de la Onu y del gobierno haitiano y, usualmente, el líquido termina en las primeras horas de la tarde: a veces, con un poco de suerte, se puede tomar una ducha en los espacios públicos montados en diferentes zonas del campamento incluso poco antes de que anochezca, si no, hay que esperar el día siguiente.

La parte del llano, en el campamento, la manejan las autoridades locales de la alcaldía y los funcionares del gobierno realizan periódicamente encuestas sobre las condiciones de vida de la población (Entrevista Empleadas Gobierno “Haití Pap Perí”). Los principales problemas son de tipo higiénicos por el hacinamiento de la población, por los mosquitos y otros insectos, por la presencia de cabras, cerdos, perros y gatos que pasean en los residuos sólidos y orgánicos abandonados en caminitos y senderos, y, por fin, está la basura echada en los riachuelos y las cuencas del ex campo de golf. Aunque no han brotado epidemias graves, el peligro es evidente, así como es muy alto el riesgo de incendio por la costumbre de cocinar dentro de las carpas utilizando parrillas y carbón. La temporada de lluvia y de huracanes que se acerca genera inquietud, ya que las tiendas fueron montadas sobre explanadas y lomas de las cuales cuelan ríos de lodo y desechos. El drenaje no existe y las tiendas se llenan de agua, fango y suciedad arrastrada desde los puntos más altos del campo.

¿Y fuera de los campamentos?

También hay una masa de miles y miles de habitantes que aún siguen en las calles, en los espacios abiertos como parques, banquetas, estacionamientos y plazas, o bien, en chozas precarias o en casas de alto riesgo. Luego, están aquellos quienes emigraron en las afueras de la ciudad o en la provincia para buscar condiciones más aceptables, pero para todos ellos la solidaridad internacional, que más o menos alcanza a cubrir las necesidades de los campamentos, es una palabra vacía.

Todo el mundo busca algo que hacer, vender, reciclar, pero el grande ausente es el trabajo: al menos 90mil puestos se perdieron definitivamente y la mayoría de las actividades productivas y los servicios no han vuelto a trabajar y quizás no lo harán durante meses, entonces muchos viven de las ayudas y de las remesas de familiares en el exterior. Por eso, es normal que la gente en la calle se acerque a los extranjeros, “les blancs”, pidiendo dinero, trabajo, comida o que le ofrezcan algún servicio de traducción o acompañamiento, etcétera. La impresión es que, incluso antes del temblor, la población había estado acostumbrada a vivir en las urgencias y las privaciones más extremas, pero ahora la masa de los sin techo creció desmedidamente en estas calles que ya son su hogar y esperanza.

Las ayudas selectivas y la reacción de la sociedad civil

La recepción de la mayoría de las ayudas no es una cuestión que involucre directamente a los individuos necesitados, sino que es, más bien, un trámite burocrático complejo que está subordinado a la participación en reuniones especiales o clusters. Cada día a las 4 de la tarde, las delegaciones de las Ong van a Tabarre, un suburbio de la periferia capitalina cerca del aeropuerto, y presentan sus credenciales para ser receptores de ayudas en naturaleza, por ejemplo medicinas, materiales de trabajo o comida disponibles en las sedes gestionadas por la Onu, y así entran en una lista de beneficiarios. La casi total exclusión de las pequeñas asociaciones locales deriva de varios factores logísticos, lingüísticos y culturales y de la falta de información con referencia a estas posibilidades de contacto con las Naciones Unidas, pero el problema es sobre todo la escasa visibilidad y credibilidad internacional que tienen con respecto a las muy conocidas “multinacionales estrellas de la solidaridad” que no necesitan ninguna certificación o presentación para desarrollar sus actividades en Haití.

Algunas grandes organizaciones como MSF (Medicins sans frontiers) prefieren, de todos modos, no depender de los apoyos oficiales de la Onu o de ejércitos extranjero, ya que tienen otras fuentes de financiamiento y hay condicionamientos a los que no desean someterse y una imagen de neutralidad que quieren defender. Al contrario, las pequeñas realidades locales tienen severas dificultades en acercarse al complicado lenguaje técnico y especializado de los clusters de la Onu y, en muchos casos, han sido gravemente afectadas por el sismo tanto en sus posibilidades de respuesta e interacción con las instituciones internacionales, como en el número y las capacidades concretas de sus integrantes. A pesar de la presencia de todos estos obstáculos y de claros límites de funcionamiento de las asociaciones haitianas, su presencia histórica sobre el territorio y en los barrios populares es un patrimonio importante e insustituible que debería de valorarse para una intervención más rápida y eficaz donde no llega la luz de la solidaridad.

A partir de mediados del enero pasado, cerca de 60 asociaciones, sindicatos, grupos del sector non-profit y de la sociedad civil están juntando sus fuerzas para acceder a las ayudas y adquirir visibilidad frente a la Onu, al sistema político nacional y la comunidad internacional. En este sentido, están elaborando un programa de acción y unas propuestas sobre temas como educación, derechos humanos, economía, trabajo, género, familia, salud y otros para presentarlo a una asamblea nacional prevista para el 19 y 20 de marzo en Puerto Príncipe y, luego, en la conferencia de la Onu sobre la reconstrucción de Haiti en Nueva Cork el 21 de marzo en la que se conquistaron ya un sitio seguro.

Esta “Coalición para Haití” representa, por ahora, el único intento concreto de romper el monopolio de las decisiones del desgastado sistema político haitiano y de las potencias extranjeras sobre el destino del país. El objetivo es de influir en las decisiones, teniendo como base el conocimiento acumulado en cada sector por los integrantes de la coalición que aspira a tener una voz fuerte y tratar de evitar, además, tanto los riesgos de cooptación como los de exclusión de la sociedad civil en este proceso (Entrevista al coordinador del movimiento, Jean Luc Dessables, en español, 5 partes).

Video Port u Prince de Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex

Fotos Haití y Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti

Algunas fuentes necesarias:

http://www.haitiaction.net/

http://www.haitiinformationproject.net/

http://www.haitianalysis.com/

http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Trailer documental Kevin Pina: The Untold Story http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4

Las guerras infinitas de Haití, antes y después del terremoto (2/3)

Segunda parte del reportaje de Fabrizio Lorusso sobre Haití.

2004 – 2006. El señor matanza y la herencia de los Duvalier. Fue durante el gobierno de Alexandre y Latortue, patrocinado por G. W. Bush, quien justo después del golpe envió un millar de marinos, seguidos por los ejércitos francés y canadiense, cuando la violencia política y la represión volvieron a ser el amargo pan de cada día para muchos haitianos La represión de los marinos y del ejército de ocupación estadounidenses hizo algunas víctimas inocentes (aunque nunca se admitieron estos crímenes), mientras los movimientos sociales, la sociedad civil y los partidos políticos fieles al ex presidente Aristide en exilio, in primis el Fanmi Lavalas que él creó en 1996 para renovar el preexistente Lavalas (“la avalancha”, de 1991), experimentaron un retroceso democrático de dos décadas y revivieron los excesos de la época del dictador Baby Doc, Jean-Claude Duvalier (en el poder desde la muerte de su padre en 1971 hasta 1986). El joven Duvalier, elegido a los 19 años de edad, a su vez había aprendido bien la profesión del represor de su papá, el “presidente absoluto”, Francois Duvalier, llamado Papa Doc, creador de la despiadada policia secreta de los Tonton Macoutes, que no fue disuelta sino hasta 1986, luego de que había hecho más de 30mil víctimas. Después de algunos meses de ocupación americana, en junio de 2004, entraron en función las fuerzas militares de la Onu, los 7000 cascos azules de la Minustah (Misión de Naciones Unidas para la Estabilización en Haití) que está compuesta por una sección militar y una de policía, ambas bajo el mando formal del contingente brasileño, pero controladas, en realidad, a la distancia por los Estados Unidos y, en menor medida, por el gobierno haitiano. La concesión del mando de las operaciones de la Naciones Unidas a Brasil parecía, entonces, responder más a exigencias de imagen y presencia internacional de la potencia sudamericana emergente que a una efectiva puesta en discusión de la tradicional dominación estadounidense en el Caribe.

War by proxy e Gran Ravine

En este contexto, comenzó a desarrollarse una guerra de aproximación (“war by proxy”, o sea, golpear zonas y personas cercanas a los objetivos políticos para desarticular el tejido social y físico circunstante) y se ejecutaron varias matanzas, conocidas como las masacres de Gran Ravine contra grupos de inocentes, simpatizantes de Aristide y simples ciudadanos, con operativos de la policía haitiana, dirigida por Carlo Lochard y acompañada por grupos paramilitares conocidos como Lame Timanchet (“la armada del pequeño machete”).

El 20 de agosto de 2005, 50 personas sospechadas de militar en el partido Fanmi Lavalas fueron masacradas en el estadio Martissant de Port au Prince, mientras había un espectáculo al que presenciaban alrededor de 5000 espectadores. Muchas víctimas fueron brutalmente ultimadas simplemente porque trataban de ponerse en salvo. El día siguiente, 5 vecinos del barrio de Gran Ravine fueron quemados en sus casas. Como consecuencia de los señalamientos de Aumohd y Hurah, un destacamiento de soldados de la Minustah empezó a patrullar la zona y las casas de algunos militantes que estaban en riesgo, mientras que los abogados de Aumohd organizaron encuentros en las vecindades entre militantes de facciones opuestas para fomentar el diálogo pacífico y la reconciliación. Todo ello evitó otras matanzas por unos meses, sin embargo, el 7 de julio de 2006, los integrantes de Lame Timanchet rompieron la tregua e hicieron una tercera trágica masacre que dejó un balance de 26 muertos, 300 casas quemadas y 2000 desplazados. La Aumohd fue la única asociación que defendió las víctimas de estos graves actos de terrorismo de estado y logró la encarcelación de 15 policías condenados por esos acontecimientos.

Minustah en Haití.

Los cascos azules tuvieron desde un principio un un papel contradictorio y fueron acusados de numerosos homicidios y violaciones de los derechos humanos que fueron comprobados y, luego, hasta admitidos en rueda de prensa por el comandante brasileño dimisionario, el general Augusto Heleno Ribeiro Pereira, en 2005, cuando declaró que la Minustah recibía presiones de países como Francia, EE.UU. y Canadá para hacer un mayor uso de la violencia contra las supuestas bandas de criminales que, según sus informes, dominaban los barrios periféricos.

A finales de 2006, el presidente Renè Preval concedió expresadamente a los militares de la Onu la facultad de desempeñar funciones de inteligencia y represión armada en las zonas más pobres, especialmente Cité Soleil, uno de los bastiones políticos de Aristide, en contra de esas “bandas de delincuentes” no muy bien identificadas, en el sentido de que se cometieron muchos errores y confusiones entre criminales comunes, militantes políticos y normales ciudadanos en la compilación de las listas negras que guiaban las operaciones.

Una parte de estas bandas o supuestas mafias se identificaba, en efecto, con algunos grupos de ciudadanos organizados ligados al presidente exiliado y, si bien era probable igualmente la presencia de grupos delictivos “verdaderos” en Cité Soleil, los métodos represivos utilizados por la Minustah, consistentes en bombardeos con cañones y avanzadas sobre las casas con tanques como si se tratara de operaciones de guerra, hicieron víctimas inocentes, asolaron brutalmente a toda la población, aniquilando su capacidad de organización civil, y contribuyeron a crear el falso mito de una ciudad violenta y salvaje que necesita de los ejércitos extranjeros para sobrevivir.

El mito de la violencia

Este mito ha sido reinventado después del terremoto por los medios y las cúspides militares extranjeras, sobre todo estadounidenses, para justificar el envío masivo de hombres armados y medios pesados, mientras que, en verdad, Puerto Príncipe no es más peligrosa que otras capitales americanas y ha vivido de manera relativamente pacífica y ordenada el inmenso drama que la azotó. Durante nuestra estadía, no hemos visto nunca, ni hemos escuchado a informantes y a medios locales acerca de las escenas de violencia callejera o de las barricadas de afamados “rebeldes” que, en cambio, fueron difundidas en ráfagas por las televisiones de todo el mundo para crear una imagen distorsionada del pueblo haitiano y abrir las puertas a la que muchos perciben como una invasión.

A raíz de todo ello, los haitianos se preguntan legítimamente por qué las ayudas vienen acompañadas de los marinos y soldados de EE.UU. (eran 22mil en enero, ahora bajaron a 13mil unidades), por la gendarmerie francesa y hasta por los folclóricos carabineros italianos. En estos últimos casos, parece un ridículo desfile diplomático de malas intenciones que ayuda a esconder y legitimar la mucho más imponente presencia militar estadounidense.

¿Cuánto los necesitamos?

Otro mito parecido al precedente es que el ejército americano debía suplir la falta de coordinación de la Minustah, debido a que 59 de sus altos funcionarios perecieron el 12 de enero, y, sobre todo, debía proteger a los ciudadanos haitianos y extranjeros de los actos de depredación de la población (otra vez se habló de las “bandas de criminales”), además de que se alegaba que la fuga de 7000 presos “peligrosísimos” de las cárceles capitalinas era un gran problema de seguridad a resolver.

Ahora bien, la Minustah tiene un mandato de la Onu para sus operaciones de policía en Haití y los ejércitos extranjeros no, aunque sí tuvieron una autorización de un gobierno fantasma como fue el haitiano en el mes de enero. De todos modos, también estaba la policía haitiana sobre el territorio mientras la Minustah se estaba reorganizando. Asimismo, se denunciaron las prioridades que muchos grupos de rescate y militares extranjeros establecieron para intervenir: antes, en centro comerciales y otros edificios de barrios exclusivos para salvar a la población adinerada y, luego, en otras zonas residenciales hasta llegar, o bien hasta nunca llegar, a los slums marginales.

Los llamados “actos de despojo” que vimos en la TV e Internet en un principio eran en su mayoría casos de gestos extremos de masas desesperadas y hambrientas que lo habían perdido todo y, en poco días, se normalizaron con la llegada de comida y agua del exterior. Por otro lado, si las ayudas son aventadas en sus cajas cerraditas desde un avión en una explanada o son distribuidos desordenadamente en plazuelas atascadas de gente (lo que sigue pasando todavía), pues es lógico que los más fuertes tomen más y que los empujones se conviertan en riñas y peleas. Pero eso depende más de los que provocan la situación que de los “violentos” haitianos.

Por lo que se refiere a los 7000 fugados de la cárcel, hace falta recordar que, muy probablemente, al menos el 90% de ellos eran acusados o condenados injustamente, dado el altísimo nivel de corrupción del sistema judicial señalado por las organizaciones nacionales y foráneas para la defensa de los derechos humanos. Por tanto, no hay grandes peligros de revoluciones armadas urdidas por los que se escaparon.

Fin de la segunda parte…Continúa con la III parte…

Las guerras infinitas de Haití, antes y después del terremoto (1/3)

de Fabrizio Lorusso Lamericalatina.Net

Primera parte (1/3)

Un mes en Port au Prince. Este reportaje nace de la experiencia directa, de las fuentes documentales y periodísticas, de los testimonios, videos y entrevistas que yo y el compañero Diego Lucifreddi recolectamos durante el mes de febrero de 2010, en el que estuvimos viviendo en el barrio Delmas de Puerto Principe, Haití, para colaborar con las actividades de Aumohd (Asociación de Unidades Motivadas por un Haití de los Derechos) que es una asociación de abogados voluntarios dedicados a la defensa de los derechos humanos y civiles de las personas más pobres y marginales, especialmente en los barrios difíciles y tristemente famosos como Cité Soleil y Gran Ravine.

Dado el alto nivel de corrupción e injusticia social y jurídica en Haití, la asociación se ha interesado, desde su nacimiento en 2002, en ayudar a los ciudadanos encarcelados injustamente (cerca del 90% de los detenidos en Port au Prince), pero en los momentos de crisis como éste, en una metrópolis derrumbada por esos 36 segundos de terremoto que cambiaron su historia, la Aumohd y su presidente Evel Fanfan tratan de proveer servicios de todo tipo a la población del barrio, a los sindicatos, a los grupos de base y a la gente en general dentro de sus posibilidades. Asimismo, están abiertos a la creación de redes internacionales de apoyo e intercambio de informaciones, además de hospedar a personas con voluntad e interés de conocer la realidad haitiana. Después del temblor se está promoviendo en varios países una recolección de fondos vía PayPal aquí: http://prohaiti2010.blogspot.com/

La peor de la historia

El balance provisional de los daños causados por el sismo del 7.3 grado de la escala Richter en la capital de Haití, Puerto Príncipe, el pasado 12 de enero de 2010, es el de la más grande catástrofe de la historia moderna: los daños a la infraestructura se estimaron en 14 billones de dólares, los muertos fueron 230mil, pero hay muchas víctimas debajo de los escombros así que el presidente René Preval arrojó la cifra de 300mil, en su mayoría en la zonas de la capital y aledañas; hay más de 310mil heridos y 559 desaparecidos; un millón y medio de personas afectadas y un millón y doscientos mil sin techo; más de 500mil desplazados, 320mil casas destruidas o dañadas. No se señalan todavía peligros epidemiológicos en el país aunque una treintena de hospitales de la capital no están funcionando y la plaga de los mosquitos y la próxima temporada de lluvias son una amenaza concreta para los precarios campamentos instalados en muchas áreas urbanas y periféricas.

Cuba es el país que más médicos ha aportado: son más de 1700 y 1300 llegaron después del sismo. Venezuela, presente en la isla desde hace años con proyectos de cooperación del ALBA (Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), incrementó su contingente de protección civil ya desde el 13 de enero, condonó la deuda haitiana con PDVSA, la compañía petrolera venezolana, en el contexto del acuerdo Petrocaribe y maneja las ayudas humanitarias en diferentes campamientos (Video Entrevista Jefe Misión Venezuela-3 partes).

Mientras Preval se encontraba en Playa del Carmen, México, en la Cumbre para la Unidad de América Latina, un sistema de alianzas regionales que aspira contraponerse a la Organización de Estados Americanos (OEA) controlada por Estados Unidos, fue fijada la fecha del 31 de marzo para la conferencia de la Onu y los países donantes sobre la reconstrucción de Haití. La Unión Europea anunció un “Plan Marshall”, según afirmó la secretaría de asuntos exteriores de la unión Catherine Ashton. El monto desembolsado por la unión europea es de 609 millones de euros divididos entre ayuda humanitaria (309 millones) y reconstrucción (300): se habla de descentralización administrativa y económica, se promete la cancelación de la deuda exterior con el país caribeño, aunque no se dice que pronto ésta será reemplazada por nuevos debitos contraídos para la reconstrucción y la reactivación de los mecanismos de la “cooperación” internacional…

Desfile de estrellas fugaces y política internacional

El rapero de treinta y siete años Wyclef Jean, ex integrante del grupo Fugees radicado en Estados Unidos, recibió el 26 de febrero pasado un premio de la asociación NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) como reconocimiento de sus esfuerzos humanitarios en favor de las víctimas del terremoto del 12 de enero. El músico tiene la nacionalidad haitiana y fue el primero entre las “estrellas” a nivel mundial a visitar Port au Prince después de la catástrofe, seguido inmediatamente por el actor Sean Penn, patrocinador del CRS (Catholic Relief Service), una agencia que está manejando las ayudas en muchos campos de refugiados en que se asentó el ejercito de EE.UU. Luego, desembarcaron Angelina Jolie, como representante de UNICEF, y John Travolta, quien trajo consigo el “sacro verbo” y la solidaridad de Scientology en tierra caribeña. En cambio, George Clooney se dedicó a un multimillonario Telethon para la recolección de fondos, mientras que los ex presidentes Bill Clinton y G. W. Bush (no es una broma) se asociaron para la creación de una fundación especial promovida en esta página www.clintonbushhaitifund.org y en la televisión. ¿Son todos unos filántropos?

A pesar de que, de alguna manera, son apreciables los esfuerzos de los hombres políticos y de la farándula, además de los de las Ong y las múltiples iglesias cristianas y católicas que operan en Haití, no se pueden olvidar algunas consideraciones acerca de los intereses y las intenciones latentes de este tipo de solidaridad. Más allá de los objetivos humanitarios declarados, hace falta citar las consabidas ventajas económicas y de imagen, los elementos ideológicos y discrecionales de que son portadores los grupos involucrados, como eslabón necesario para la cuadratura del círculo en la política exterior de las potencias extranjeras, tradicionalmente los Estados Unidos, Francia y Canadá: de esta forma, se exportan productos, influencias culturales, políticas y religiosas, visiones del mundo, know how, empresas, dependencias de muchos tipos y, en síntesis, soft y hard power en los países “beneficiarios”. También la solidaridad está condicionada a unas políticas específicas, a preferencias establecidas por la agencia que las maneja.

De la USAID a Sarkozy

Por ejemplo, en Centroamérica y en México, no es un secreto que la USAID (agencia gubernamental estadounidense), muy presente en Haití desde antes del terremoto y ahora con las ayudas, desde siempre condiciona sus desembolsos “solidarios” a políticas antiabortistas y reaccionarias con respecto a las tendencias sociales de los países receptores. El año pasado el gobierno del Distrito Federal, la capital mexicana, perdió las contribuciones de USAID justo porque había sido legalizada la libertad de decisión de las mujeres en el tema del aborto.

Regresemos a Haití. En febrero las visitas de Stephen Harper, primer ministro canadiense, de la pareja Clinton en varias ocasiones y, finalmente, la de Nicolas Sarkozy, el primer presidente francés que se atreve a pisar la isla desde la independencia de Haití, evidencian cómo, además de Brasil, también Francia, EE.UU. y Canadá quieren mantener sus formas de control-ayuda en el país. Son los primeros interesados en evitar la ingerencia rusa, china y venezolana en el Caribe, en tener la prioridad en la explotación de los recursos (petroleros pero no sólo), muy probablemente abundantes en las aguas haitianas, y a mantener cierta estabilidad social y humanitaria, a raíz del “peligro” de emigraciones masivas hacia sus territorios (ya más de un millón de haitianos viven en Estados Unidos contra los 9 y medio millones en la isla).

El 17 de febrero el presidente francés estuvo de visita por sólo 5 horas, se encontró con Preval, presentó un programa de reconstrucción y presentó un paquete de ayudas por 326 millones de euro, destacando que Haití no necesita tutelas externas, en referencia a la presencia militar americana y a las hipótesis, por ahora descartadas, de un “protectorado”, y agregó también que el proyecto de reconstrucción será todo nacional. Bueno, se le olvidó comentar, quizás, que posiblemente las empresas, los materiales, las futuras deudas externas, los capitales, los grupos de presión política, los yacimientos de minerales y los nuevos mercados serán también un poco más franceses que antes, además de canadienses y gringos. Sonó sarcástico cuando el heroico Nicolás comenzó a agradecer a Haití, ya que gracias a este país “el francés pudo ser reconocido como el segundo idioma oficial ante las Naciones Unidas”, “qué gran dicha!” habrá pensado la mayoría de los haitianos que habla, más bien, criollo.

Los Estados Unidos y las agencias, algo de historia y de golpes

Una evidencia interesante de lo que entiendo por “elementos ideológicos y discrecionales” es representado por el caso de Wyclef Jean y su fundación Yelè Haiti que, desde 2005, recolecta dinero para becas, proyectos medioambientales, deportivos y artísticos en beneficio de su país de origen. Su tío, Raymond Joseph, es uno de los hombres del establishment haitiano en Washington y, en marzo de 2004, fue nombrado embajador en Estados Unidos por la pareja de represores compuesta por el presidente provisional Boniface Alexandre y su primer ministro Gerard Latortue.

Como declarado en una entrevista por Tom Luce, presidente de la Ong estadounidense Hurah-inc, activa desde hace muchos años en Haití con proyectos de cooperación y protección de la población desfavorecida en colaboración con Aumohd, estos políticos llegaron al poder desplazando al presidente legítimo Jean-Bertrande Aristide, después de que éste fuera deportado en la República de Sudáfrica el 29 de febrero de 2004, en una operación realizada por agentes de la CIA (Central Intelligence Agency, EE.UU.) y anticipada por meses de desestabilización y crisis, gracias al apoyo de brigadas paramilitares y elementos de la oposición extraparlamentaria. Estos sectores estaban relacionados con la misma CIA, con el IRI (International Republican Institute) y con grupos conservadores europeos, especialmente de la Francia de Chirac y Sarkozy (el entonces primer ministro del interior), y el más notorio era el gruppo 184 o G184, una ambigua organización para la “defensa de los derechos humanos” que era en realidad una agencia reaccionaria y antidemocrática que hasta recibió cuantiosos financiamientos por la Comisión Europea.

¿Qué pasó en verdad en el golpe de 2004?

Una versión histórica de aquellas caóticas semanas sostiene que Aristide había dimitido legalmente como consecuencia de una crisis institucional y que él mismo se declaró, por tanto, impotente frente a una sucesión de “revueltas populares” en su contra. Estas rebeliones fueron provocadas en realidad por unos escuadrones de la muerte, armados por la oposición, que operaban con métodos terroristas e ilegales; por lo cual el ex mandatario haitiano rechazó firmemente la versión oficial (o estadounidense) de los acontecimientos. Algunos peritos traductores en los Estados Unidos confirmaron que el texto original de la supuesta carta de dimisión escrita en criollo por Aristide no hablaba de renunciar al cargo.

De nuevo, según Tom Luce y los artículos del periodista americano Kevin Pina, también el IRI (International Republican Institute), una emanación del Partido Republicano y del gobierno estadounidense creada por Ronald Reagan en los ochenta con la finalidad de enseñar la democracia al resto del mundo y financiada con dinero público extraído de los bolsillos de los tax payers norteamericanos, realizó sistemáticamente esta acción de subversión del orden democrático en Haití, en particular durante la gestión del halcón Stanley Lucas, representante de la agencia en la isla.

La contraparte del IRI, emisión del Partido Demócrata, es la NDI (National Democratic Institute) que fue involucrada en el golpe de estado del 2002 contra Hugo Chávez en Venezuela y, sin embargo, en el caso de Haití en este periodo específico, fue, en cambio, un interlocutor más imparcial, ya que trabajó con distintas partes políticas, inclusive con el partido Fanmi Lavalas de Aristide. No fue así en 1990, cuando Aristide ganó y el NDI financió la campaña del candidato derechista Marc Bazin que obtuvo sólo el 12% de los votos. El NDI y el IRI son financiados dentro del programa conocido como National Endowment for Democracy o NED.

…y el tío de Wyclef sigue allí

Entonces, en el bienio 2003-2004, el IRI utilizó fondos de la norteamericana USAID, una agencia presente en casi toda América Latina, para corromper a congresistas y abastecer de armas a cerca de 600 rebeldes que se organizaron en escuadrones de la muerte bajo el mando de Guy Philippe, ex jefe da la policía de la segunda ciudad haitiana, Cap-Haitien, y del ex sargento golpista del ejército Louis-Jodel Chamblain. Estos criminales de guerra fueron presentados, luego, como unos freedom fighters (luchadores por la libertad) a los ojos de la opinión pública, debido a la propaganda oficial de la época post Aristide.

Pese a los millones y millones de dólares gastados para la “promoción de la democracia” y de los candidatos pro-yankee con estrategias típicas de la guerra fría y con lujo de violencia política, estos esfuerzos financieros, mediáticos y militares no lograron frutos, ya que ningún candidato de la derecha reaccionaria pudo conseguir un consenso suficiente en el país y la gente sigue apoyando a Aristide, sin creer en las versiones abultadas de la historia del segundo golpe perpetrado en su contra. El mismo Guy Philippe se lanzó en las presidenciales de 2006 y obtuvo un vergonzoso 1% de los sufragios, lo que reveló su débil poder de convocatoria y, más bien, el asco que su figura suscitaba en la población que sigue identificándolo hasta la fecha como un mercenario, paramilitar y narcotraficante.

Después de todos estos años turbulentos, el embajador Raymond Joseph, el personaje con el cual abrí este paréntesis histórico, fue confirmado en Washington por Preval, el actual jefe de estado poco inclinado a efectuar cambios mal vistos por la elite.

Wyclef Jean, la educación y la solidaridad tronca

Volvamos de nuevo a las estrellas fugaces de la solidaridad. Para poder cerrar el ejemplo sobre la fundación de Wyclef Jean, hace falta primero subrayar que el 90% de las escuelas haitianas prevé el pago de cuotas de inscripción y el sistema está dominado fuertemente por las instituciones privadas y confesionales, las Ong y los pequeños empresarios de la educación de paga, con las relativas exclusiones del derecho universal a estudiar que de allí derivaron y que contribuyeron, junto a la pobreza y la desigualdad económicas y sociales, a una situación insostenible: altas tasas de mortalidad materna (523 mujeres mueren por cada 100 mil partos), 1 de cada 8 niños y niñas mueren antes de cumplir cinco años de vida y 1 cada 14 antes de cumplir un año, la esperanza de vida es de 59 años para los hombres y de 63 para las mujeres; la tasa de alfabetización de la población adulta no llega al 60% y la de niños y niñas que asisten a un establecimiento educativo no supera el 50%. Más de 500 mil niños y niñas en edad escolar nunca pisaron una escuela (Léase Informe CLACSO-Rebelión sobre Educación). La UNESCO ha establecido que por lo menos la mitad de las 15mil escuelas primarias y 1500 secundarias del país resultaron severamente dañadas o destruidas, además el ministerio de educación, como casi todas las sedes de los poderes constitucionales, se derrumbó.

Sobre todo para las mujeres de los barrios pobres (aunque no sólo) es muy difícil concluir los estudios de nivel secundario inferior y superior, vistos los altos costes de las instituciones escolares privadas y el régimen excluyente que las gobierna, además de que el sistema social y cultural dominante está todavía ligado a la tradición católica conservadora, a una suerte de costumbre a la dependencia material y espiritual de la población de algún benefactor o de la voluntad divina, entendida como fatalidad o destino predeterminado. Entre catástrofes naturales, crisis económicas endémicas y la cultura machista, las mujeres de clase media y baja se ven excluidas de toda oportunidad laboral y educativa. Las que logran llegar al nivel preparatoria, en general, atienden con discontinuidad y tardan muchos años en concluir sus estudios, ya que viven en un estado constante de emergencia económica o familiar. Las mujeres solteras, jefas de hogar, son la normalidad a Puerto Príncipe más que, por ejemplo, en la Ciudad de México.

Las becas otorgadas con las donaciones a la fundación Yelé se promueven en el público como instrumentos fundamentales que benefician cada año a miles de niños, pero ésta es simplemente la parte más distorsionada de la verdad. De hecho, según nuestro informante Tom Luce, quien trató de conseguir esas becas para unos niños haitianos, el disfrute de estas prebendas está restringido solamente a unas instituciones privadas religiosas y no se otorgan a los individuos que las piden, sino a organizaciones, por lo tanto es inútil tratar de conseguir los apoyos y señalar los casos más necesitados, ya que todo ello no es considerado siquiera por las oficinas burocráticas y los funcionarios locales.

Aristide y la década de los 90

En origen, ¿de dónde venían tanto hastío y aversión contra el ex cura Jean-Bertande Aristide? ¿Se trataba realmente de una figura tan peligrosa y radical, así como se presentaba por parte de ciertos sectores estadounidenses e internacionales? Aun no pudiendo contestar exhaustivamente a estas preguntas, creo que aquí es útil aclarar brevemente algunos aspectos de su trayectoria.

Nacido en 1953 de una familia pobre del norte de Haití, Aristide fue criado por los curas salesianos y pudo estudiar filosofía y psicología hasta el nivel de posgrado en su país y también en Italia, Grecia e Israel. En 1983, fue ordenado sacerdote del orden se los salesianos, se fue a vivir a Puerto Príncipe en una pequeña diócesis de la periferia metropolitana y devino un exponente de la llamada “teología de la liberación”, el ala más progresista e igualitaria de la iglesia católica en América Latina que entró en pugna abierta con las visiones moderadas y conservadoras de las jerarquías vaticanas y del Papa Juan Pablo II, un gran aliado anticomunista de la administración estadounidense de “Reagan-Rambo”.

Los sermones de Aristide al pueblo haitiano y sus entrevistas incitaban a la revolución y a la lucha por una igualdad social verdadera y se transmitían en la radio católica nacional. Este activismo político le costó muchas fricciones con los salesianos que, finalmente, lo expulsaron del orden en 1988, antes de que él mismo decidiera abandonar la iglesia definitivamente y casarse con la ciudadana norteamericana Mildred Toullot en 1994. En 1990, Aristide obtuvo el 67% de los votos y ganó las primeras elecciones democráticas en Haití con una plataforma de cuño socialdemócrata favorable a las clases más pobres (el 80% de la población vivía y vive todavía en la indigencia) que preveía formas de redistribución del ingreso y la universalización del acceso a los sistemas sanitario y educativo.

1991. Primer golpe de estado contra Aristide

En el septiembre de 1991, una serie de conflictos institucionales entre Aristide y el congreso, junto al clima de violencia política callejera provocado por la oposición, fueron el telón de fondo para la realización de un golpe de estado manu militari, apoyado por la CIA, que lo forzó a salir del país durante los 3 años siguientes, de 1991 a 1994, e impuso en la presidencia al Juez Joseph Nerette, en realidad un títere al mando del jefe de una junta militar presidida por el jefe del ejército Raoul Cedras. La versión oficial dice que todo ocurrió “según la constitución”, es decir, según modalidades muy parecidas a las que vimos con el golpe en Honduras en junio de 2009 o, de nuevo, en Haití contra el mismo Aristide en 2004.

El regreso del presidente en su país, después de su exilio en los Estados Unidos, fue acompañado por un compromiso negociado, o bien obligado, con el FMI (Fondo Monetario Internacional), el Banco Mundial y con el entonces presidente de EE.UU., Bill Clinton (el mismo que hoy promueve la recolección de fondos junto a Bush “el jóven”), lo que implicaba un retroceso en todas las políticas sociales propuestas por Aristide y una adhesión incondicionada a los preceptos del Consenso de Washington y constituyó un candado seguro para blindar los márgenes de maniobra de los futuros gobiernos del país. De vuelta como jefe de la nación, Aristide logró, al menos, desmantelar el ejército y sustituirlo con una policía nacional.

1995. Primera presidencia de René Preval

De 1995 a 2000, Renè Preval, actual jefe de estado haitiano que fue primer ministro en 1991 (aunque no era formalmente miembro del partito de Aristide Lavalas), tuvo su primera ocasión como presidente y Aristide fue nombrado primer ministro: en efecto, hubo una inversión de papeles durante un mandato caracterizado por una relativa bajada del desempleo, pero también por la decidida oposición parlamentaria a las políticas privatizadoras y de ajuste estructural implementadas por Preval que no generaron ni crecimiento ni mucho menos algún tipo de desarrollo.

También en el año 2000, a pesar de que en los cinco años anteriores hubo un relativo estado de inmovilidad y pese a los millones de dólares invertidos por las agencias internacionales ubicadas en la isla para construir una subespecie de democracia según sus gustos, las elecciones favorecieron al candidato suportado por el partido Fanmi Lavalas (el nuevo nombre del anterior Lavalas) que fue, otra vez, Aristide, el cual fue, sin embargo, acusado de fraudes y padeció un boicot electoral y parlamentario actuado por una oposición intransigente y antidemocrática, antes y después del voto.

2000. El regreso de Aristide

En cuanto entró en posesión de sus facultades constitucionales, el neo-electo mandatario anunció oficialmente la demanda a Francia para pedir el pago de 21 billones de dólares a Haití como indemnización actualizada al año 2000 de la titánica deuda de guerra que gravó por 144 años sobre el pueblo haitiano. En efecto, la potencia colonial francés había impuesto a su ex colonia liberada el pago de una suma enorme e injusta (para tener una idea de la cifra, ésta era equivalente al doble de lo que Francia obtuvo de Estados Unidos para venderle Arkansas, Misuri, Iowa, Oklahoma, Kansas, Nebraska, Minnesota y las Dakotas), después de que ésta se alzó en armas y ganó su independencia en 1804: Haití comenzó su historia con una deuda altísima, pero fue la primera república “negra” de América, la primera en cancelar la esclavitud y otorgar el derecho de voto a las mujeres, fue la segunda en proclamarse libre e independiente en el hemisferio occidental, anticipando en los hechos a todos los demás países latinoamericanos.

Divide et impera

En los primeros años de gobierno y hasta el segundo golpe de 2004, parece funcionar la política de divide et impera llevada a cabo por la oposición en contra de Aristide. De hecho, por un lado hubo un progresivo alejamiento de los grupos más radicales de inspiración marxista, mientras que, por el otro lado, algunos colaboradores históricos del presidente, ligados al mundo católico progresista, como el cura militante Max Dominique, toman distancia del movimiento que ellos mismos contribuyeron a fundar. Se denuncian los intentos del presidente de justificar la violencia en los casos de legítima defensa y, por ende, su parcial renuncia a formas de lucha política no violenta, como consecuencia de las olas de ataques de tipo paramilitar que padecían los simpatizantes de su partido Fanmi Lavalas. Estas divisiones internas favorecieron un proceso de debilitación y delegitimación institucional que fue exacerbado por una guerra sucia a nivel nacional, orquestada por la CIA y el grupo 184, la que logró finalmente derrocar a Aristide con el golpe del 29 de febrero de 2004.

Véase: http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Fin de la primera parte (1/2)

Video Port u Prince de Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex

Fotos Haití y Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti

Algunas fuentes necesarias:

http://www.haitiaction.net/

http://www.haitiinformationproject.net/

http://www.haitianalysis.com/

http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Trailer documental Kevin Pina: The Untold Story

http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4

Lamericalatina.Net

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (3/3)

USAFlessioni.jpgQuesta è la terza e ultima parte del reportage di Fabrizio Lorusso sulle guerre infinite e dimenticate di Haiti, un paese sconvolto da endemiche catastrofi naturali come uragani e terremoti, ma che inoltre ha provato sulla propria pelle tutti gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Il resto della sua storia parla di dittature e dinastie familiari corrotte, di paternalismo della comunità internazionale, di repressione sociale sul fronte interno, di mattanze di stato e di una lunga serie di tentativi di rinascita frustrati, soprattutto a partire dagli anni novanta dopo le prime elezioni formalmente “democratiche” che furono seguite da puntualissimi colpi di Stato e spietate repressioni. Perciò il terremoto del 12 gennaio, i morti, i crolli e la disperazione rimbalzati su schermi e giornali hanno solo ricordato al mondo l’esistenza di una situazione drammatica che esisteva da anni e che ora aggiunge un altro triste capitolo ma forse anche qualche opportunità alla sfortunata storia del popolo hatiano.

War by proxy e stragi di Gran Ravine
In questo contesto (descritto nelle prime due parti dell’articolo) cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (“war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”). Il 20 agosto 2005 ben 50 persone sospettate di militare nel partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Port au Prince durante un evento sportivo cui presenziavano circa 5000 spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo. Il giorno seguente 5 persone del quartiere Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case. In seguito alle segnalazioni di Aumohd e Hurah, un distaccamento di soldati della Minustah cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti a rischio mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra militanti di fazioni opposte per favorire il dialogo pacifico e la riconciliazione. Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza tragica mattanza che lasciò un saldo di 26 vittime, 300 abitazioni bruciate e 2000 sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare 15 poliziotti colpevoli di quei fatti.

Minustah ed eserciti stranieri ad Haiti
I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono in parte ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la Minustah riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro delle presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni, dominvano le periferie.QuartierDelmas.jpg Alla fine del 2006 il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligenza nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti e sequestratori non meglio identificate, nel senso che si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse accettata anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile e contribuirono a creare il falso mito di una città violenta e selvaggia che ha bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.

Il mito della violenza
Questo mito è stato reinventato dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti mentre in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altri capitali latino americane e ha vissuto in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita nel gennaio 2010. Durante la nostra permanenza non abbiamo mai visto e nemmeno letto sui media locali o ricevuto informazioni dai nostri interlocutori sulle scene di violenza per la strada o sulle barricate di famigerati “ribelli” che sono state invece riprodotte a raffica dalle televisioni di tutto il mondo per creare un’immagine distorta del popolo haitiano e aprire le porte a quella che molti percepiscono come un’invasione. Alla luce di tutto ciò gli haitiani si chiedono legittimamente come mai gli aiuti vengano accompagnati dai marines e dall’esercito USA (22mila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a 13mila unità), dalla gendarmeria francese o addirittura dai carabinieri e militari italiani. Riguardo queste presenze di piccoli contingenti direi che sembrano una ridicola sfilata diplomatica di cattive intenzioni che aiuta a nascondere e legittima l’imponente presenza americana.

Quanto abbiamo bisogno di loro?
Un altro mito simile al precedente è che l’esercito americano doveva supplire alla mancanza di coordinamento della Minustah, dovuta alla morte di 59 dei suoi alti funzionari il 12 gennaio, e soprattutto doveva proteggere i cittadini haitiani e stranieri dagli atti di sciacallaggio della popolazione e anche dai 7000 pericolosissimi delinquenti fuggiti dalle carceri di Porto Principe dopo il sisma. Bene, la Minustah ha un mandato dell’Onu per operare ad Haiti e gli eserciti stranieri no. Inoltre è stata ricostituita in pochi giorni e ora funziona normalmente. Ad ogni modo c’era anche la polizia haitiana sul campo mentre la Minustah si ricomponeva.Esercitocanada.jpgGli atti di “sciacallaggio” che abbiamo visto inizialmente in TV e su Internet erano nella maggior parte dei casi i gesti estremi di folle di disperati e affamati che avevano perso tutto e si sono normalizzati in pochi giorni con l’arrivo degli aiuti. D’altro canto se il cibo, l’acqua o le tende vengono lanciati da un aereo in mezzo a un prato oppure vengono distribuiti disordinatamente per strada, cosa che continua a succedere ora con le tende, allora è logico che i più forti prendano di più e che le scaramucce si trasformino in risse. Ma ciò non dipende dagli haitiani quanto piuttosto da chi li provoca. Per quanto riguarda i 7000 detenuti scappati bisogna ricordare che almeno il 90% di questi era stato accusato o condannato ingiustamente, dato l’altissimo livello di corruzione del sistema giudiziario segnalato da numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani nazionali ed estere. Dunque non c’è nessun pericolo di rivoluzioni armate tramate dai fuggitivi.

La situazione attuale a Port au Prince e Haiti
Dopo il terribile sisma del 12 gennaio che ha distrutto o danneggiato circa l’80% degli edifici della capitale Porto Principe, si è prodotta una situazione analoga a quella delle borse di studio del signor W. Jean (di cui abbiamo parlato nella prima pate dell’articolo) con la distribuzione degli aiuti internazionali che stanno inondando i magazzini delle Nazioni Unite presso l’aeroporto Toussaint L’Ouverture ma che non stanno arrivando a tutti i terremotati.
Una buona parte della popolazione che ha perso la propria casa o ha ancora paura di ritornarci vive negli oltre 300 accampamenti sparsi per Porto Principe. Questi possono accogliere da qualche centinaio fino ad alcune migliaia di persone ciascuno e di solito sono controllati e gestiti alla buona dai consiglieri comunali di zona e dalla polizia nazionale haitiana. Un po’ defilati operano i militari statunitensi che abbiamo visto girare sia armati che disarmati e le Ong straniere presenti in alcune di queste tendopoli (Video Tenda Ong Save the Children e Video Soldati Americani e Bambini). Sono queste ultime che normalmente distribuiscono aiuti a una buona parte della gente che abita nelle tendopoli secondo criteri prestabiliti dalle organizzazioni coinvolte. I mercatini per le strade e nei campi vendono pochi prodotti come uova, peperoncini, aglio, fagioli, banane, pane, scatolame, riso, acqua e medicine recuperate al “mercato nero degli aiuti”. Il trasporto urbano dei minibus, detti tap-tap, funziona regolarmente così come le banche non crollate e i Western Union mentre le scuole, i negozi, i ristoranti aprono solo poche ore al giorno grazie all’energia dei generatori a benzina. I supermercati rimasti in piedi funzionano regolarmente ma sono un lusso per i ricchi e per chi almeno ha perso il lavoro. Per un quadro chiaro della situazione segnalo i contributi video del giornalista Peter Hallward: LINK.

La tendopoli di Delmas 40-B
Sulla superficie dell’ex club di golf di Petion-Ville alla fine della Via Delmas 40-B sono stipate oltre 3000 tende per un totale di sfollati stimato tra le 30 e le 50mila persone, cifra che supera quella di tutte la altre tendopoli installate in città dopo il 12 gennaio. L’esercito e i marines americani sono appostati su una collina che domina il territorio pianeggiante sottostante in cui i tendoni e i teloni degli sfollati e le strutture di pronto soccorso e distribuzione dei viveri di alcune Ong come Oxfam e Save the Children si sono moltiplicati giorno dopo giorno fino a saturare lo spazio visibile e calpestabile (Intervista Responsabile Missione USA Campo Delmas-3 parti).InsideCamp.jpgCirca ogni ogni settimana il personale del Catholic Relief Service passa a fare un censimento nelle tende che ospitano 10-15 persone ciascuna e che vengono assegnate a una donna scelta in qualità di responsabile di un gruppo di persone o di più famiglie. Ogni donna a capo di una tenda riceve quindi una tesserina colorata che le dà diritto a un sacco di riso da 25kg e altri beni da ripartire e consumare nei i sette giorni seguenti insieme ai membri del suo gruppo. L’acqua per l’igiene personale e i bagni arriva ogni giorno in grandi cisterne dell’Onu e del governo haitiano e di solito finisce nel primo pomeriggio: a volte con un po’ di fortuna si riesce a fare una doccia negli spazi pubblici allestiti in varie zone del campo anche poco prima che faccia buio, altrimenti bisogna aspettare il giorno dopo.
La zona pianeggiante della tendopoli è gestita dalla autorità di zona di Porto Principe e dai funzionari del governo haitiano che svolgono periodicamente censimenti e inchieste sulle condizioni di vita della popolazione (Intervista Impiegate Governo haitiano). I principali problemi sono di tipo igienico e sono causati dal sovrappopolamento, dalle zanzare e altri insetti, dalla presenza di capre, maiali, cani e gatti che sguazzano nei residui solidi e organici abbandonati nei sentieri e infine dalla spazzatura buttata nei fiumiciattoli e nelle conche dell’ex campo da golf. Anche se non sono ancora scoppiate epidemie gravi il pericolo è altissimo così come è alto il rischio d’incendio dovuto all’abitudine di cucinare all’interno delle tende servendosi di braci e carbone. La stagione delle piogge e degli uragani in avvicinamento fa paura visto che le tende sono state costruite su spianate e colline da cui colano fiumi di fango e detriti ogni volta che c’è un temporale. Il drenaggio non esiste e le tende si riempiono d’acqua piovana, fanghiglia e sporcizia trascinata dai punti più alti del campo.

E fuori dalle tendopoli?
C’è anche però una massa di centinaia di migliaia di abitanti che sono ancora per le strade, in spazi aperti come parchi, marciapiedi, parcheggi e piazze oppure in case precarie ad alto rischio di crollo. Poi ci sono quelli che sono emigrati nell’hinterland di Port au Prince o nelle campagne alla ricerca di condizioni di vita più accettabili. Per tutti loro la solidarietà internazionale è ancora una parola vuota a meno che non abbiano nelle vicinanze qualche centro di distribuzione internazionale o non “risiedano” temporaneamente in qualche campo allestito dai contingenti civili o militari inviati da USA, Venezuela, Cuba, Repubblica Dominicana, Canada e altri. I contingenti militari e civili di ogni paese hanno più o meno preso “possesso” di una o più tendopoli per fornire i servizi di base alla popolazione di solito in collaborazione con alcune Ong specializzate e compatibili “politicamente”.
Tutti cercano qualcosa da fare, da vendere, da riciclare ma il grande assente è il lavoro: almeno 90mila posti sono andati persi definitivamente mentre la maggior parte delle attività produttive e dei servizi non hanno ripreso le loro attività e forse non lo faranno per mesi e mesi quindi tantissime persone vivono di aiuti, di espedienti e delle rimesse dei familiari all’estero. E’ normale che uno straniero venga avvicinato da varie persone per la strada che gli chiedono lavoro, soldi, cibo oppure gli offrono servizi di traduzione, accompagnamento eccetera. L’impressione è che anche prima del terremoto la gente fosse in qualche modo abituata a vivere nella precarietà e povertà più estreme, ma ora è cresciuta a dismisura la massa di senza tetto che han fatto della strada la loro casa e speranza.

Gli aiuti selettivi e la coalizione per Haiti
La ricezione del grosso degli aiuti non è una questione che riguarda i singoli cittadini bisognosi quanto piuttosto una pratica burocratica complessa che è subordinata alla partecipazione a speciali riunioni o cluster. Ogni giorno alle 4 del pomeriggio le delegazioni delle Ong si recano a Tabarre, una località fuori città nei pressi dell’aeroporto della capitale, e presentano le loro credenziali come richiedenti di aiuti in natura, per esempio medicine, materiali vari, strumenti da lavoro o cibo disponibili presso le sedi gestite dall’Onu, ed entrano così in una lista di beneficiari.
La quasi totale esclusione delle piccole associazioni locali deriva da svariati fattori logistici, linguistici e culturali e dalla mancanza d’informazione riguardante queste possibilità di contatto con le Nazioni Unite, ma il problema è soprattutto la scarsa visibilità e credibilità internazionale di cui godono rispetto alle arcinote “multinazionali stelle della solidarietà” che non hanno bisogno di certificazioni e presentazioni per ottenere quello di cui hanno bisogno per le loro operazioni ad Haiti.NinaHaiti.jpgAlcune grandi organizzazioni come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono comunque non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto hanno altre fonti di finanziamento e vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare e un’immagine di neutralità che devono difendere. All’opposto le piccole realtà locali hanno serie difficoltà nell’approccio al complicato linguaggio tecnico e specializzato dei cluster dell’Onu e in molti casi sono state gravemente compromesse dal sisma sia nelle loro possibilità di risposta e interazione con le istituzioni internazionali sia nel numero e nelle capacità concrete dei loro integranti. Malgrado la presenza indiscutibile di tutti questi ostacoli e di evidenti limiti di funzionamento delle associazioni haitiane, la loro presenza ed esperienza storica sul territorio e nei quartieri popolari è un patrimonio grandissimo e insostituibile che andrebbe valorizzato ai fini di un intervento più rapido ed efficace dove ancora la luce della solidarietà non arriva.
Da un paio di mesi circa una sessantina di associazioni, sindacati indipendenti e gruppi del non-profit e della società civile stanno unendo le loro forze per accedere agli aiuti e per acquisire visibilità di fronte all’Onu, al sistema politico nazionale e alla comunità internazionale In questo senso stanno elaborando un programma di azione e delle proposte su temi come istruzione, diritti umani, economia, lavoro, genere e altri da presentare a un’assemblea nazionale prevista per il 19-20 marzo e poi alla conferenza dell’Onu sulla ricostruzione di Haiti a New York il 31 marzo prossimo.
Questa “Coalizione per Haiti” rappresenta per ora l’unico tentativo concreto di rompere il monopolio decisionale del malridotto sistema politico haitiano e delle potenze straniere sui destini del paese. L’obiettivo è quello d’influire sulle decisioni partendo dalla conoscenza acquisita sul campo da ogni membro della coalizione che spera di poter far sentire la propria voce cercando di evitare altresì i rischi di cooptazione o esclusione della società civile in questo delicato processo.
(Intervista al coordinatore del movimento, Jean Luc Dessables, 5 parti).

Leggi qui la prima parte: LINK

Leggi la seconda parte: LINK

Versione completa in spagnolo: LINK o da TELESUR QUI

Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/

Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti

Alcune fonti necessarie:

CANALE VIDEO DI KEVIN PINA DOCUMENTARI CITE’ SOLEIL e GRAND RAVINE: QUI

http://www.haitiaction.net/http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4

Lamericalatina.Net

Intervista-Interview al Maggiore Larry Jordan, US Army at Petion Ville Camp, Port au Prince, Haiti

Prima parte dell’intervista del 18 febbraio 2010 con il Major Larry Jordan, uno degli incaricati della gestione della missione USA nell’accampamento più grande di Porto Principe, Haiti, dopo il terremoto del 12 gennaio. 22mila soldati americani erano presenti al momento dell’intervista sull’isola anche se 9mila unità sono state ritirate poco dopo.

L’area del campo, conosciuto anche come Camp Delmas 40-B (che è l’indirizzo preciso), accoglie dalle 30 alle 50 mila persone stipate in circa 3-4mila tendoni di plastica e tende canadesi distribuite su spianate e collinette che costituivano prima un campo da golf-country club di proprietà di un cittadino statunitense. Molte Ong internazionali come Oxfam, Save the Children, il Catholic Relief  Service (di Sean Penn) e anche il World Food Programme stanno lavorando per offrire alcuni servizi di base a una buona parte della popolozione ospitata qui mentre risultano più “oscure” le motivazioni della massiccia presenza militare statunitense nell’accampamento dato che i compiti di sicurezza sono coperti dalla Minustah (caschi blu) e dalla polizia locale.

Seconda parte.

Terza parte.

Note di Diego Lucifreddi. Hey you, hey blanc!

Premessa.

Le righe che seguono sono impressioni personali. Le generalizzazioni su cui baso il mio discorso sono dovute ad una conoscenza più estensiva che profonda della popolazione haitiana. Presumo la mia soggettività sia per il punto di vista assunto che per l’ipotetico pubblico a cui sono rivolte le note.

Haiti in comune con l’America Latina ha soprattutto il modello di sfruttamento usato per il continente nel periodo coloniale basato sulla coltivazione esclusiva della canna da zucchero e sullo sbilancio tra importazioni e esportazioni che ha lasciato il paese spoglio di capitali e risorse.

A giudicare dalle persone che si vedono per strada, la popolazione afrodiscendente è attorno al 100% e un bianco che gira nei vicoli del quartiere di Delmas e che si avventura nei campi d’accoglienza, non può passare inosservato.

Tutti ti guardano, un’occhiata rapida e interrogativa non te la nega nessuno e qualcuno ti indica pure con il dito: guarda là, le blanc.

I bambini più sfacciati te lo gridano appresso con una sola sillaba monotona: Blanc!

Non è un grido aggressivo, piuttosto un richiamo canzonatorio e se decidi di dargli retta, i bambini scoppieranno in una risata di scherno.

Blanc è l’uomo di carnagione chiara, caucasico, nato in una zona che include l’Europa, il Nord America e tutto l’impero, e sicuramente parla inglese: Hey you, blanc!

Mi vedono come un bipede raro, ma senza diffidenza. Passato il primo momento di riconoscimento, gli haitiani sono disposti a tentare il contatto in qualunque lingua disponibile e con entusiasmo.

Anche se ora è aumentata esponenzialmente la presenza straniera nel paese, che rende la vista dell’uomo bianco più continua e famigliare, questo atteggiamento non è cambiato, perché molti dei nuovi arrivati sono militari in divisa, e mica gli si può gridare blanc alle spalle.

Io, ragazzo senza timore e senza mezzi d’intimidazione, ho provato a mia volta a rispondere all’epiteto con un secco: Noir! Gridato con stizza in faccia all’occasionale interlocutore.

La reazione è stata un momentaneo sbigottimento, che poi è diventato un sorriso.

In pochi credo che si siano mai fermati dall’alto delle loro jeep che sfrecciano sulle strade principali, ma la dimensione di pedone da un’altra prospettiva ai tuoi occhi e a quelli di chi ti guarda.

Con Fabrizio ci siamo trovati circondati da questi bambini urlanti e festosi, in un filmato se ne contano 21 di tutte le dimensioni.Imbarazzati siamo dovuti correre via, anche se continuavano a afferrare le nostre mani. Capirai, ci siamo detti, con tutte le notizie che circolano sui rapitori d’orfani, i pargoli è meglio salutarli da lontano.

Non abbiamo mai avuto problemi, anche se a volte qualche mamma strappa via il figlio redarguendolo sulle sue frequentazioni esotiche, almeno è quello che traduco io dal creolo.

Dunque il bianco è anche simpatia. Suona però strano essere identificati per il proprio colore anche in un contesto famigliare, come quando Evel, con cui ormai viviamo da un mese, spiega al figlio che la tenda appena montata non è per lui ma pour le blanc.

Ma in fondo che sono se non un blanc, come in Messico sono un guero,  per cui se chiamo nero un persona i cui avi furono portati in catene dall’africa fino questa isola e per la sua caratteristica pigmentazione cutanea risulta essere scuro di carnagione, questo si dovrebbe offendere solo nella misura in cui io avrei l’intenzione di giudicarlo attraverso il mio razzismo.

Nella storia di Haiti l’uomo bianco non ci fa una bella figura. Prima colono, schiavista e occupante, dopo l’indipendenza in appoggio della reazionaria oligarchia locale e dei ripetuti colpi di stato che tengono il paese in un cronico sottosviluppo.

Con l’uragano del 2007 e soprattutto dopo il terremoto del 2010, l’immagine tenta un riciclaggio e i bianchi si presentano come portatori d’aiuti, logico dunque che la gente ti fermi per strada per chiederti di offrirgli qualcosa che puà essere denaro – da 1 a 100 dollari -, i famosi teloni da costruzione o un lavoro.

Oggi una ragazza si è avvicinata a me, pensavo che fosse una studentessa che voleva mettere alla prova il suo inglese, e infatti mi ha detto I’m hungry. Nella lingua che fu di Shakespeare e con tutta la sua poesia, lei mi ha dichiarato che aveva fame. Certo che per una programmatrice di computer è difficile trovare lavoro in un paese senza elettricità.

Blanc è sinonimo di money. Noi siamo ricchi perché così vanno le cose,  come i neri che hanno il ritmo nel sangue.

Ma il blanc sicuramente porta denaro, lo si nota dalle tasche gonfie.

Come biasimare questa affermazione empirica costruita sulla conoscenza che hanno di noi dalla televisione, principalmente quella francese, e sull’immagine del turista spendaccione, del diplomatico ben azzimato o del militare dell’ONU. Inoltre in questo momento il bianco è associato alle missioni di solidarietà e quindi se non ha i soldi, qui che c’è venuto a fare.

L’abitudine di chiedere i soldi per strada è stigmatizzata dagli stessi haitiani, perché in minor scala riconoscono lo stesso circolo dell’assistenza a perdere in cui rischia di cadere il paese caraibico.

I più avveduti denunciano il pericolo della dipendenza dall’aiuto internazionale in quanto lasciato alla discrezione del donatore e legato all’emergenza per lo più senza un programma a lungo termine.

Sulla base di queste considerazioni, anche io sono molto restio a regalare monete per strada, ma forse sono anche un po’ tirato.

Foto: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti#

Video: http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex

Appello donazioni utili (per davvero!) per Haiti: http://prohaiti2010.blogspot.com/



Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

Ad Haiti non è ancora ufficialmente iniziata la stagione delle piogge, per fortuna manca ancora qualche mese come nel resto dei Caraibi, ma anche qui ci sono i mesi pazzi e alle 4 del mattino dell’11 febbraio, la capitale ha vissuto ore di disagio e paura per le piogge intense cadute durante alcune ore. Rispetto agli uragani che periodicamente sconvolgono il paese o alle piogge torrenziali di maggio e giugno quello dell’altra sera poteva considerarsi solo uno “sfogo temporalesco” notevole ma non eccessivo. Purtroppo anche un po’ d’acqua può far notizia.

Circa un milione e duecentomila sfollati si sono infatti ritrovati ai bordi di fiumi di fango e detriti, con le loro tende e i giacigli invasi dall’acqua, secondo un copione che potrebbe ripetersi ogni giorno se nelle prossime settimane non verrà risolto il problema delle abitazioni. Gli accampamenti ufficiali e spontanei che sono stati allestiti nei parchi, nelle piazze e per le strade non sono pronti per drenare i flussi d’acqua piovana e quindi gli interventi previsti dalla comunità internazionale, dalle autorità e dagli stessi campi autogestiti dovranno presto cercare di risolvere questo problema.

Ormai le cifre relative alle vittime hanno superato ogni stima iniziale e si parla di 220mila morti mentre dal punto di vista degli aiuti ricevuti i giornali locali (segnalo “Le Nouveliste”) riportano un altro dato allarmante fornito dal Bureau de coordination des affaires humanitaires (Ocha) che segnala che solo 50mila famiglie (cioè 272mila persone) hanno ottenuto “materiali d’emergenza” come tende e materassi. Per chi non ha un tetto proprio questi beni elementari si trasformano in preziose ancore di salvataggio e, sebbene non costituiscano una dimora stabile e dignitosa, sono pur sempre un appiglio utile e, direi, quasi un privilegio. Per questo motivo Evel Fanfan, il presidente dell’associazione (Aumohd) che ci ospita nel quartiere Delmas, ci aveva chiesto di portare tende e materiali da campeggio come le pile elettriche e i sacchi a pelo oltre alle sempre necessarie medicine. Anche qui nel parcheggio dove abbiamo piantato un paio di canadesi ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare protezione dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti, protette solamente da un telone di plastica, non venissero danneggiati.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Intanto però la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che siamo americani.

L’ambasciatore ha anche risposto a una domanda di un giornalista haitiano su una questione poco nota: una percentuale (intorno al 3%) dei soldi raccolti negli USA viene incamerata come contributo direttamente dall’esercito americano anziché venire usata per l’acquisto di ulteriori beni per gli haitiani e a questo Mr. Merten ha affermato che per ora gli Stati Uniti hanno stanziato ufficialmente 537 milioni di dollari e che quindi si giustifica un piccolo prelievo sulla raccolta fondi. E’ vero che ogni paese gestisce le proprie missioni umanitarie in modi differenti però possiamo dire che i cittadini americani che hanno donato per Haiti lo stanno effettivamente facendo col 97% del loro denaro e con il restante 3% stanno anche pagando la missione dell’esercito, cosa che forse non era chiarissima e che può assimilarsi a una tassa nascosta. E’ stato anche annunciato un relativo allentamento delle norme migratorie riguardanti gli haitiani che si trovavano negli USA prima del 12 gennaio e che potranno rimanere legalmente nel paese per altri 18 mesi.

Il 12 gennaio tutto il paese si ferma per ricordare le vittime del terremoto a un mese dalla catastrofe. Si pregherà dalle 7 del mattino alla sera tardi. Sarà un giorno di calma e di riflessione per cercare di intravedere la speranza, gli aiuti, la ricostruzione e il futuro.

Continuo a segnalare QUESTO LINK . per le donazioni dato che sto lavorando con loro qui a Port au Prince e stanno cercando in varti modi di aiutare la popolazione del quartiere esclusa dalla solidarietà internazionale ufficiale.

A questo link invece c’è un album fotografico sulla capitale haitiana che spero possa interessarvi e da cui si può attingere citando la fonte (!):

http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti