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Istituti Italiani di Cultura – Italiani all’estero (mini dossier)

Il mistero buffo che viene a galla. Ho raccolto qui, per conoscenza della comunità italiana all’estero, i più recenti Dossier de Il Fatto Quotidiano sugli Istituti Italiani di Cultura all’estero e sulla cosiddetta “casta diplomatica”. Dopo il mini dossier sulle attività dei docenti d’italiano all’estero nella storia recente della comunità in Messico, era doveroso anche condividere e sistematizzare una serie di informazioni di più ampio respiro e visione. Partirò dai più recenti, usciti qualche settimana fa, per arrivare ai reportage della fine del 2011. L’ennesima manovra correttiva di Mario Monti aveva toccato anche le spese, buffe e misteriose, legate al corpo diplomatico, ma pare che la falce del governo tecnico sia stata prontamente fermata.
🙂
– Spending Review: Risparmi per tutti? No, il governo risparmia la casta dei diplomatici.

 

Guadagnano più di Merkel e Hollande, ma per loro il taglio non c’è. I privilegi di ambasciatori, consoli e funzionari restano grazie a un emendamento ad hoc e il governo scarica le riduzioni di spesa sul personale a contratto. E così in India l’Italia finisce in tribunale per discriminazione etnica. D | 20 agosto 2012   LINK LEGGI QUI

😦
– Casta da esportazione e parentopoli. Il ministro Terzi congela le nomine. Dopo l’inchiesta del Fatto il titolare della Farnesina ha bloccato le nomine in via di registrazione dei direttori degli Istituti italiani di cultura (Iic) al cui vertice si trova di tutto: amici, ex coniugi e parenti dei potenti. Le nomine saranno “perfezionate” solo al termine di una verifica dei requisiti. Di  | 23 dicembre 2011  LINK LEGGI QUI
🙂
– E via dicendo… Istituti di cultura all’estero: la parentopoli legalizzata che premia la cricca del ministro

La legge 401 del 1990 permette al potente di turno di collocare ben dieci “personalità di chiara fama” nelle dieci più prestigiose capitali del pianeta. Le nomine sono biennali, rinnovabili per una volta. I politici ne approfittano per sistemare familiari, amici e collaboratori. E così a Madrid arriva la dirigente scolastica che non parla spagnolo. Di  | 11 dicembre 2011  LINK LEGGI QUI  (e la precisazione della Farnesina QUI)

😦
– Torniamo in Messico. Per chi volesse informarsi meglio sui fatti del 12 dicembre 2011, cioè sull’attentato contro l’Istituto Italiano di Cultura a Città del Messico rivendicato dagli anarchici informali della FAI, ecco l’articolo che mandai a l’Unità e che uscì anche in rassegna governativa:  LEGGI LINK QUI
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– Sempre sul “contratto etico dei docenti d’italiano all’estero” (vedi qui link a “professori d’italiano in Messico (mini dossier), e in particolare sui lavori svolti nel caso dei prof italiani in Messico si può consultare questo link del giornale in italiano che esce in Messico, direttamente da Playa del Carmen, “Il Sole d’Italia”: 
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– Sul 2 giugno 2012, Festa della Repubblica non aperta a tutti gli italiani ma su “invito” per la prima volta in 10 anni (link alla “descrizione ufficiale dell’evento”).
1) Una nota di Federico Mastrogiovanni – Il Fatto Quotidiano – 2 giugno. In Messico l’ambasciatore festeggia senza i cittadini: LEGGI LINK QUI
2) Un’amara lamentela di una cittadina italiana in Messico che riproduco completamente: LEGGI LINK QUI


Foto: Il patio di accesso al Museo Franz Mayer di Città del Messico,
dove lunedì 4 giugno l’Ambasciata italiana ha celebrato il 66° anniversario della Repubblica.

9 giugno 2012. – Gentili redattori di Punto d’incontro,

non so se sarà pubblicato questo mio messaggio, però lo scrivo con il desiderio di comunicare il mio stato di disagio dovuto alla separazione degli italiani in Messico.

Vivo in questo Paese da più di trent’anni ed è la prima volta che non mi è stato possibile sentirmi in territorio italiano, quel territorio che —in Ambasciata, alla residenza dell’ambasciatore o all’Istituto Italiano di Cultura, avevo sempre sentito come una piccola oasi che ogni anno mi permetteva di sentirmi vicina anche qui la mia cultura, alla mia lingua e, perché no, senza nessun affanno nostalgico, all’inno che ho imparato alle elementari.

Non so quali siano state le ragioni per cui sia stata presa questa decisione così poco solidaria con tutti i connazionali che facciamo del nostro meglio per rappresentare la nostra terra e la nostra cultura nella società messicana che ci ospita.

Sono insegnante in una Università pubblica messicana e giorno dopo giorno faccio del mio meglio per trasmettere tutto ciò che ho imparato nella mia università di origine, l’Università degli studi di Firenze.

Un’altra ragione per cui mi rammarico di non aver potuto partecipare insieme ai miei connazionali alla cerimonia della Festa della Repubblica è che la consideravo una delle poche occasioni che avevo per vedere amici e conoscenti di vecchia data: il dottor Capirossi, la signora Colotti, le professoresse della nostra lingua all’UNAM, il Dottor Cortesi, Marina Piazzi, Anna e Vittorio Sacchi…

Mi vengono in mente solo alcuni nomi, ma sicuramente avrei rivisto anche altre facce volentieri… per ricordare insieme gli amici che se ne sono andati: il Professor Peconi, il Dottor de Maria, il Dottor Pironti, Giuliana Cardinale… insomma per ricordare molti italiani che per circostanze della vita hanno trascorso anni in questa terra messicana.

Forse questa mia esigenza non corrisponde alle necessità dell’istituzione che rappresenta l’Italia in Messico, pero vorrei farvi pervenire la mia tristezza senza considerarmi italiana di seconda categoria perché non credo vi siano queste distinzioni, solo credo che vi siano italiani, funzionari , industriali, intellettuali o artisti sensibili ed altri meno.

Concludo con un sentito rammarico che si siano chiuse le porte degli spazi italiani, le porte di casa che una volta all’anno dimostravano un riconoscimento per chi mantiene con orgoglio la propria nazionalità.

Vi ringrazio – Dott.ssa Laura Rosseti Ricapito

Tel. 5672.6552 e 04455.1841.1150

Docente investigador
Comunicación y convergencias de medios
Universidad Autónoma Metropolitana

(laura rosseti / puntodincontro)

Il Messico al voto: opzioni, narcos e partiti

IN SINTESI: Ottanta milioni di messicani sono chiamati alle urne in questa domenica 1° luglio per eleggere presidente, Parlamento, sei governatori e il sindaco di Città del Messico. Il Partito rivoluzionario istituzionale potrebbe tornare a vincere, ma il Paese vive un’emergenza senza precedenti, per cui in alcune regioni bisogna chiedere il permesso alle bande criminali per fare campagna elettorale e ci sono stati dei candidati a livello locale “giustiziati” dai criminali, quindi i politici devono destreggiarsi nel fuoco incrociato di narcos e cacicchi locali.

PAN: L’opzione liberale che teoricamente il suo partito rappresenta è tradita da proposte, dettate da vincoli storici con le gerarchie ecclesiastiche, contro la libertà di decisione delle donne sull’interruzione della gravidanza – l’aborto è addirittura un reato punito con la prigione in molti stati governati dal Pan – e i matrimoni omosessuali.

JOSEFINA VAZQUEZ MOTA: Dopo sei anni di militarizzazione del territorio contro la criminalità organizzata, con un saldo di 60.000 morti e una crescita annuale dell’1,96% – la media latino americana è del 3,61% –, sembrava che la cattura per lo meno del figlio del capo dei capi, vista l’incapacità di prendere il boss latitante dal 2001, potesse invertire la tendenza alla discesa nei sondaggi della candidata. La strategia di Vázquez è mantenere la presenza dei militari, oltre 20.000, con funzioni di polizia cui va affiancata una nuova polizia nazionale ancora da creare.

NARCOS: In questo contesto l’infiltrazione dei narcos nelle elezioni, specialmente a livello locale e amministrativo, è un dato di fatto: il Nordest del paese, dominato dal cartello degli Zetas, e Guerrero, lo stato di Acapulco, vivono un’emergenza senza precedenti per cui bisogna «chiedere il permesso alle bande criminali» per fare campagna elettorale.

AMLO: Andres Manuel Lopez Obrador, candidato delle sinistre, ha definito in anticipo i membri del suo futuro governo, considerati autorevoli ed elementi di forza della sua proposta, e ha parlato di una riforma fiscale progressiva, di tagli ai costi della politica, di lotta alla corruzione e ritiro progressivo dell’esercito. È criticato dai suoi detrattori per il suo passato “radicale”, i tentennamenti su temi sociali come l’aborto e i matrimoni gay e la sua difesa a oltranza della sovranità nazionale, per esempio con la chiusura totale della compagnia petrolifera Pemex agli investimenti privati.

STUDENTI e YOSOY132: A queste iniziative s’è unito anche il movimento studentesco YoSoy132, la grande novità di questo momento politico. IoSono132 è nato in maggio grazie alle reti sociali, in reazione all’autoritarismo del Pri mostrato in alcune dichiarazioni di esponenti del partito contro gli studenti, e in opposizione alla dittatura mediatica del duopolio televisivo nazionale.

PEÑA NIETO e PRI: Peña è alleato dei verdi, un partito gestito da una sola famiglia che da anni propone la pena di morte per i colpevoli di rapimento e pratica il trasformismo per non perdere la sua quota di seggi.

Il probabile ritorno al governo del PRI, partito egemonico al potere per 71 anni fino alla sconfitta nel 2000 contro il Pan, e la vittoria di Peña significano per molti messicani una regressione democratica per cui da due mesi si moltiplicano le iniziative popolari contro questa possibilità: tre manifestazioni anti-Peña, convocate per la prima volta sui social network contro un candidato e non contro un presidente in carica, hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre 20 città in maggio e giugno riunendo tra le 50.000 e le 100.000 persone ogni volta. Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/messico-elezioni#ixzz1zHrX9sRx

Leggi il resto. Fabrizio Lorusso: SU Linkiesta.It

Nasce il Blog IO VOTO SI al referendum. Partecipa!

E’ appena nato il Blog  IO VOTO SI  ai referendum del 12-13 giugno!

MA…COSA POSSIAMO FARE?

UNO. Io Voto Sì Dappertuttto, in Messico, in Italia e nel mondo!  

Puoi…subito inviare una foto creativa con la scritta IO VOTO SI come  Qui-Link

…e…diffondere il Blog tra tutti i tuoi amici e/o riprodurre  questo post

…e anche…visitare la sezione del Blog con le foto  per farti 4 risate (!) e farti pure tu la maglietta fina del referendum: ecco come nel  video

DUE. E ancora…Blogger  &  Facebook

Scarica o linka uno di questi loghi: li puoi usare per il tuo Profilo FaceBook e per il Blogroll e i Link del Tuo Blog. Segui l’iniziativa su FB QUI

Logo Referendum 

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Logo Io Voto Sì   

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Logo Banner Blog   

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Logo Dappertutto  

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TRE. Altri Doc !

La storia di IO VOTO SI   Dal Messico per il Mondo

Lettera di protesta degli italiani in Messico per diffusione   Qui Link

Per gli italiani in Messico (anche quelli in vacanza!)  Link incontro informativo Comitato per il Sì

L’Italia ripudia la guerra come strumento…

Costituzione italiana. Articolo 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Dopo alcune giornate passate a leggere e sentire le incalzanti e preoccupanti notizie dall’Italia, dall’Europa e dalla Libia mi son riempito la testa di domande più che di risposte, di dubbi più che di certezze. Credo sia valido condividerle.
In base a quale interpretazione dell’Articolo 11 stiamo partecipando alle operazioni in Libia? Imporre una no fly zone con i bombardamenti è un atto di guerra? Credo di sì. Il diritto internazionale viene spesso recepito al pari o al di sopra della Carta costituzionale, ma è possibile farlo anche in questo caso in base a una risoluzione dell’Onu e a una riunione lampo di “volenterosi”? Non so se inglesi, francesi e americani (i primi a lanciare missili due giorni fa) possano dirsi “paesi di buona volontà”, sempre motivati da preoccupazioni umanitarie. S’è parlato di scelta inevitabile, ma continuo a dubitarne.

Non saremmo dovuti intervenire anche in Cecenia, in Tibet, in Honduras o nel Darfur? Quante crisi, guerre civili e abusi vengono commessi ogni giorno in decine di paesi? Dove siamo noi in quei casi? Di certo non entriamo in quei paesi militarmente e, purtroppo, spesso nemmeno con la sufficiente prontezza e sensibilità diplomatica. Spesso li ignoriamo. Cosa dovremmo fare in questo caso?

La Libia è vicina, ok. Siamo il suo primo partner commerciale, ok. I ribelli chiedono aiuto e sono vessati da un dittatore che ha reagito con una gravissima escalation di violenza e repressione, ok. Nessuno lo nega. Sappiamo, però, che la Libia, per qualche strano motivo, è un po’ più speciale. Ha il petrolio e tanti investimenti in gioco. Non erano amici nostri? Quanti raìs e violazioni è lecito tollerare pur di conquistare mercati e fonti d’energia? La retorica dei diritti umani applicata col contagocce, selettivamente, fa acqua da tutte le parti ormai. Business first, il governo lo sa bene e adesso, in pochi giorni, ha cambiato discorso in modo imbarazzante.

Abbiamo paura delle probabili ondate migratorie, pensa un po’. Non ci sono altri “mezzi di risoluzione della controversia” come suggerisce la Costituzione? Ci dicono di no, le bombe sono  i n e v i t a b i l i, Gheddafi è un pazzo che minaccia gli alleati della Nato e una parte della sua stessa popolazione, va eliminato. Non è una scoperta del marzo 2011. E quindi? Baciamo le mani. Ma come? E’ stata una guasconata. Si chiama invece geopolitica, dura e pura, ma giocata male.

Rispetterà l’esercito libico il cessate il fuoco dichiarato stanotte? Forse ci si attende un’altra violazione per poter dare la sferzata finale, le mani prudono e la partita potrebbe chiudersi troppo presto senza che vi sia stata la possibilità di dimostrare “quanto contiamo”. Ma chissà, forse son solo dietrologie, in effetti. Esiste anche la causa dei ribelli, l’idea di un risveglio dei popoli arabi che proietta mondialmente un’immagine rinnovata delle nuove generazioni, in lotta per i diritti fondamentali e la democrazia. E’ ancora presto per giudicarli. Il dubbio è su come sia meglio intervenire e accogliere questi cambiamenti e la Costituzione ci indica una strada. Giuseppe Genna su Carmilla riporta due dichiarazioni di Bossi e Di Pietro che vorrei riprendere e con cui concludo.

 

Haiti: uragani, colera ed elezioni

di Fabrizio Lorusso

colera.jpgDa qualche settimana a questa parte, l’attenzione dei mass media internazionali è tornata un po’ a intermittenza a concentrarsi su Haiti, a causa dello scoppio di un’epidemia di colera nelle regioni centro settentrionali (nei pressi di Saint Marc) e dell’altissima probabilità che la piaga s’estenda massicciamente fino al cuore della capitale. A Porto Principe, infatti, 1354 campi d’accoglienza, allestiti d’urgenza con tende e teloni di plastica, ospitano in condizioni estremamente precarie e miserevoli oltre un milione e trecentomila di persone che hanno perso le loro case a causa del terremoto del 12 gennaio 2010. Fanno scalpore nei TG italiani anche le notizie delle due vittime rimaste sul campo nella città settentrionale di Cap-Haitien in seguito alle manifestazioni popolari (provocate dall’esasperazione della gente, dalle tensioni preelettorali e dalla convinzione generale che il colera sia stato reintrodotto nel paese dai caschi blu nepalesi) che sono state represse a colpi di mitra dalla Minustah, la forza “di pace” dell’ONU che svolge funzioni di polizia e militari ad Haiti. Si parla nuovamente di morti, più di 1100 in meno d’un mese per l’epidemia, dei primi contagi nella vicina Repubblica Dominicana e le ultime notizie ci riportano in quest’angolo dimenticato dei Caraibi per immortalare l’ennesima crisi umanitaria. Paradossalmente, per l’accresciuta attenzione mediatica dedicata al dramma del colera, è stata interrotta per un po’ la spirale di silenzio e indifferenza che s’era creata sulla situazione del paese caraibico, il più povero dell’emisfero occidentale che solo alcuni mesi fa è stato colpito dalla peggiore catastrofe naturale della storia moderna: un terremoto del grado 7,3 della scala Richter ha devastato la capitale, una metropoli da due milioni d’abitanti, e altri centri urbani limitrofi come Leogane e Carrefour facendo oltre 250.000 vittime e obbligando centinaia di migliaia di sfollati e senzatetto a vivere per la strada o in tendopoli “provvisorie”.

Ancora oggi le cifre relative alle dimensioni del disastro variano a seconda della fonte scelta (governativa, mass media nazionali o esteri, ONG, governi stranieri, organismi multilaterali, ecc…) e cambiano di mese in mese, ma resta comunque la realtà di una tragedia senza precedenti in termini assoluti. Anche se utilizziamo delle stime prudenti, il numero dei decessi rappresenta una cifra enorme che, in termini percentuali, si colloca tra il 10% e il 15% della popolazione dell’area di Porto Principe e del suo hinterland.
Alla tragedia umanitaria del sisma si sono aggiunti i disagi causati dalla stagione delle piogge che è iniziata il maggio scorso e che nei mesi di ottobre e novembre raggiunge il suo momento di massima pericolosità: sebbene sia rientrato l’allarme per l’uragano Tomas, che un paio di settimane fa ha fatto comunque ventuno vittime, trentasei feriti e seimila danneggiamenti di case, resta altissimo il rischio per la popolazione delle tendopoli e per i meno fortunati che s’arrangiano dormendo in strada.
All’incombente minaccia metereologica si aggiunge anche l’emergenza battereologica con il propagarsi del colera che ha già provocato 1110 morti fino ad oggi nel nord e nel centro del paese, soprattutto nei pressi di Saint Marc; c’è stato anche il ricovero in ospedale di oltre 18mila persone affette da questa patologia. Purtroppo il bilancio delle vittime viene aggiornato quotidianamente ed è destinato a crescere dato che i problemi che più di tutti favoriscono il propagarsi delle malattie come quello dell’acqua potabile, una delle peggiori al mondo già prima del terremoto, e quello delle condizioni igieniche in cui versa gran parte della popolazione, esposta quotidianamente alle intemperie e costretta a vivere nel fango o sui marciapiedi, non sono ancora stati affrontati adeguatamente, malgrado il flusso di aiuti internazionali.
Si segnalano anche tra i trenta e i quaranta morti per l’epidemia nel quartiere slum di Cité Soleil a Porto Principe, il che significa che il colera si sta lentamente diffondendo nella capitale. Lo straripamento dei fiumi e dei canali risulta essere un pericoloso e ulteriore veicolo per le malattie proprio ora che la stagione delle piogge sta raggiungendo il suo punto critico.

Il clima politico ad Haiti risulta sempre più teso, come conseguenza delle elezioni parlamentari e presidenziali, previste per il 28 novembre, in cui quattro milioni e mezzo di elettori sono chiamati a rinnovare le camere, scegliendo i novantanove deputati e gli undici senatori che le compongono, e a scegliere il successore dell’attuale mandatario Renè Preval, in carica dal 14 aprile 2006. I partiti politici registrati per la tornata elettorale sono sessantotto e i candidati sono diciannove in totale, ma i quattro favoriti per la presidenza secondo diversi sondaggi sulle intenzioni di voto sarebbero (in ordine decrescente di preferenze): la costituzionalista Mirlande Manigat (RDNP – Riunione dei Democratici Nazionali Progressisti) con circa il 17%, l’ingegnere Jude Célestin (INITE – Unità), il candidato “del potere” sostenuto da Renè Preval, con il 13%; l’industriale Charles Henri Baker (Respect/Rispetto) con il 12,5% e al quarto posto il cantante Michel Martelly (Repons Peyizan/Risposta Cittadina), vicino al rapper statunitense Wyclef Jean, escluso dalla competizione l’agosto scorso.
Incertezza e frammentazione si uniscono alla poca chiarezza circa le proposte e le differenze reali tra i vari contendenti che non sembrano voler prendere minimamente le distanze dalle politiche di abbandono dello stato sociale e di apertura completa al capitale straniero emanate dal governo uscente. L’unico candidato che sembra distinguersi dagli altri e distanziarsi dall’establishment politico ed economico attuale sembra essere la favorita Manigat che ha alle spalle un’importante carriera accademica e politica in ambito nazionale e internazionale.

Come segnalano le Nazioni Unite nei loro rapporti e comunicati dell’agosto scorso riguardanti il mantenimento dell’ordine pubblico, che è poi uno dei compiti affidati ai caschi blu della MINUSTAH (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti) in base alla risoluzione ONU 1542 del 30 aprile 2004, l’intensificarsi della violenza e degli scontri, prima e dopo le elezioni politiche, è una possibilità concreta in un contesto socio-economico drammatico e potenzialmente esplosivo.
Altri problemi gravi riguardanti il processo elettorale sono senza dubbio la probabile scarsa affluenza alle urne, aggravata dalle disperate condizioni di vita della gente dopo il terremoto, e la difficoltà di reperire personale qualificato per gli scrutini.
gaelle.JPGAl riguardo si sottolineano i pericoli per il processo elettorale e per la stabilità generale del paese rappresentati dalla crescente diffusione di armi nella popolazione, dalla ricostituzione di gruppi dediti al traffico di stupefacenti e al sequestro e dalla eventuale connivenza di questi con le forze politiche in cerca di finanziamenti. Inoltre i movimenti sociali legati al partito Fanmi Lavalas e i gruppi di cittadini fedeli al suo fondatore, l’ex presidente Jean-Bertande Aristide, esiliato nella Repubblica Sudafricana in seguito al colpo di Stato contro di lui del 29 febbraio 2004, sostengono che, ancora una volta, viene negato il diritto degli haitiani a decidere autonomamente il proprio destino.
Infatti, mentre tra agosto e settembre i mass media globali si occupavano ampiamente del caso del popolare rapper statunitense Wyclef Jean, escluso dalla rosa dei possibili candidati alla presidenza per problemi legati al requisito che impone almeno cinque anni di residenza ad Haiti, il partito politico che ha ottenuto i maggiori consensi elettorali negli anni novanta e nel 2000, per l’appunto il Fanmi Lavalas, veniva estromesso dalla partecipazione alle prossime elezioni così com’era accaduto anche in quelle del 2006.
In effetti lo Stato haitiano non ha mai goduto di una reputazione d’imparzialità mentre lo scambio di favori, il clientelismo e le logiche patrimoniali sono stati i meccanismi privilegiati che hanno regolato il funzionamento complessivo dell’apparato politico: le percezioni sulle condizioni della competizione elettorale e il funzionamento dello stato di diritto sono ben esemplificate dai dati forniti da Transparency International sulla corruzione nel mondo che collocano Haiti agli ultimi posti (146esima nel 2010) con un punteggio di 1.4, 2.8 e 2.2 su 10 rispettivamente nel 2008, 2009 e 2010.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le manifestazioni popolari degli sfollati che protestano per l’insufficienza degli aiuti umanitari e la mancanza quasi assoluta di degne opportunità di lavoro data la stagnazione dell’attività economica, soprattutto nelle città, e la scarsa efficienza nell’utilizzo dei 10.194 milioni di dollari stanziati, ma non ancora totalmente versati e impiegati, dalla comunità internazionale. Si annuncia una vera e propria guerra tra i paesi donatori, specialmente gli Stati Uniti, il Canada e la Francia (potenze storicamente coinvolte nella regione caraibica e in particolare ad Haiti), e le relative imprese multinazionali per accaparrarsi le ricche prebende degli appalti pubblici per la ricostruzione del paese e utilizzare, quando sarà arrivato il momento, l’enorme bacino di manodopera a basso costo reclutabile tra le file dei disoccupati e dei disperati dei campi d’accoglienza.

Sotto accusa è finito l’ente che gestisce la maggior parte dei fondi donati dalla comunità internazionale, la Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (CIRH) presieduta dall’ex presidente USA Bill Clinton e dal Primo ministro haitiano Jean-Max Bellerive, cui vengono imputati i ritardi e le colpe per l’inadempimento delle promesse fatte in primavera. La CIRH è stata creata da un decreto presidenziale dello scorso 21 aprile con la missione di organizzare rapidamente la pianificazione, il coordinamento e la messa in atto dei progetti di sviluppo finanziati da enti nazionali e stranieri, pubblici, privati e non governativi, in seguito al terremoto del 12 gennaio 2010. La composizione del suo consiglio d’amministrazione è mista, nel senso che vi siedono sia consiglieri haitiani (14 con diritto di voto) che stranieri (13, incluso l’ex presidente Clinton) (http://www.cirh.ht/). I singoli paesi donatori che più hanno contribuito con capitoli di spesa solo in parte sborsati sono nell’ordine il Venezuela, gli Stati Uniti, la Spagna, il Canada, la Francia e il Brasile, quasi a riflettere gli interessi geopolitici in gioco nella regione dei Caraibi e, più in generale, in America Latina.

Se da una parte non stupisce la forte presenza delle attuali e storiche potenze coloniali o economiche dell’area, come gli USA, il Canada, la Spagna e la Francia, dall’altra sembrano avanzare anche le potenze emergenti come il Venezuela e il Brasile, che è a capo della missione ONU, la MINUSTAH. Ricordiamo pure che il Venezuela partecipa da un decennio a un gran numero di progetti di cooperazione e, insieme a Cuba, è stato il più generoso nell’invio di medici ed elementi della protezione civile un giorno dopo il terremoto, ma è anche il primo paese creditore (il secondo è Taiwan) di Haiti cui fornisce petrolio e gas nel quadro dell’accordo Petrocaribe (il debito di Haiti con Petrocaribe è stato condonato mentre rimane quello con il Venezuela).

In più occasioni la società civile tramite la stampa, le manifestazioni pacifiche e le petizioni ai parlamentari in carica ha denunciato il mancato rispetto del diritto costituzionale alla casa e la mancanza di trasparenza della Commissione per la Ricostruzione le cui riunioni e processi decisionali sono strutturalmente inaccessibili ai più, mass media compresi. I beneficiari teorici dei fondi stanziati dalla CIRH per una buona parte dei 49 progetti approvati finora le contestano ritardi e inadempienze gravi nelle erogazioni dei finanziamenti che bloccano la loro realizzazione (http://www.haitianalysis.com/2010/10/18/donor-money-still-bypassing-haiti-s-homeless-and-jobless). mappa.JPGUn altro punto critico nei rapporti tra la comunità internazionale, lo stato haitiano e la società civile è rappresentato senza dubbio dalle strutture parallele create negli anni dalle circa diecimila organizzazioni governative e non presenti sul territorio nazionale.

Queste hanno conformato una specie di “Repubblica delle ONG” visto che, da una parte, hanno provvidenzialmente supplito alla mancanza di una serie di apparati statali, gestiti da quasi vent’anni secondo i principi più ortodossi dello stato minimo e del Consenso di Washington, in praticamente tutti i settori del welfare, soprattutto istruzione, sicurezza e salute, mentre poi, dall’altra, hanno generato una spirale d’inerzia, paternalismo e irresponsabilità che alla lunga è risultata deleteria per per la società e i governanti haitiani, ormai abituati a dipendere dall’esterno per la risoluzione di qualunque problema. In questo senso la perdita di sovranità politica, militare ed economica così come la scarsa presenza istituzionale sul territorio sono fattori innegabili per spiegare le relazioni esterne e persino l’evoluzione storica complessiva del paese al quale, in base anche a questi elementi, viene applicata la categoria politologica di “stato fallito”. L’esame di coscienza su cause e motivi del fallimento dovrebbe, però, partire da questioni “esterne” e analisi dell’elite nazionale di Haiti che con il grosso del popolo haitiano c’entrano davvero poco (link REPORTAGE “Le guerre dimenticate di Haiti”).

Ad ogni modo le voci più veementi della protesta si levano, paradossalmente, proprio dalla tendopoli più grande, organizzata e visitata dai mass media che si trova attualmente sotto la “protezione” e il patrocinio dell’attore Sean Penn, dell’esercito americano e dell’Ong statunitense Catholic Relief Service. Malgrado questi fattori di “relativo sollievo”, le condizioni di vita nel campo sono pessime sotto tutti i punti di vista: igiene, sicurezza per donne e bambini, micro criminalità, disponibilità d’acqua potabile, tende, strutture mediche e scolastiche, sistema fognario e di drenaggio dell’acqua piovana, salubrità per la conservazione e preparazione di cibi e bevande.
Il tifo, il colera, la diarrea, la salmonella e tutte le patologie legate al consumo di acqua e alimenti contaminati costituiscono pericoli latenti ma sempre pronti ad esplodere in ambienti di questo tipo: le malattie e le epidemie sono sempre state all’ordine del giorno ad Haiti ma l’attenzione su di esse si spegne e s’accende ciclicamente. (LINK video e LINK foto) Questa tendopoli costituisce un’enclave nell’ex quartiere esclusivo Petion-Ville, ridotto in macerie dopo il terremoto, che ospita sessantamila persone stipate in un ex campo da golf, costruito dai marines per lo svago dell’elite capitolina durante la prima occupazione americana di Haiti nel ventennio 1915-1934.

NOTA FINALE e IMPORTANTE
Stiamo promuovendo, insieme all’associazione haitiana di avvocati per i diritti umani AUMOHD e alla SCUOLA di PACE di Roma, varie iniziative umanitarie in favore della popolazione di Haiti e quindi vi chiediamo di dare un’occhiata a questo sito e donare qualunque cifra riteniate opportuna. Basta poco per poter comprare delle cisterne d’acqua potabile o delle medicine per allestire piccole cliniche di quartiere. Grazie per l’attenzione.
HAITI EMERGENCY EMERGENZA HAITI

da www.carmillaonline.com e LamericaLatina.Net

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (3/3)

USAFlessioni.jpgQuesta è la terza e ultima parte del reportage di Fabrizio Lorusso sulle guerre infinite e dimenticate di Haiti, un paese sconvolto da endemiche catastrofi naturali come uragani e terremoti, ma che inoltre ha provato sulla propria pelle tutti gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Il resto della sua storia parla di dittature e dinastie familiari corrotte, di paternalismo della comunità internazionale, di repressione sociale sul fronte interno, di mattanze di stato e di una lunga serie di tentativi di rinascita frustrati, soprattutto a partire dagli anni novanta dopo le prime elezioni formalmente “democratiche” che furono seguite da puntualissimi colpi di Stato e spietate repressioni. Perciò il terremoto del 12 gennaio, i morti, i crolli e la disperazione rimbalzati su schermi e giornali hanno solo ricordato al mondo l’esistenza di una situazione drammatica che esisteva da anni e che ora aggiunge un altro triste capitolo ma forse anche qualche opportunità alla sfortunata storia del popolo hatiano.

War by proxy e stragi di Gran Ravine
In questo contesto (descritto nelle prime due parti dell’articolo) cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (“war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”). Il 20 agosto 2005 ben 50 persone sospettate di militare nel partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Port au Prince durante un evento sportivo cui presenziavano circa 5000 spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo. Il giorno seguente 5 persone del quartiere Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case. In seguito alle segnalazioni di Aumohd e Hurah, un distaccamento di soldati della Minustah cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti a rischio mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra militanti di fazioni opposte per favorire il dialogo pacifico e la riconciliazione. Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza tragica mattanza che lasciò un saldo di 26 vittime, 300 abitazioni bruciate e 2000 sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare 15 poliziotti colpevoli di quei fatti.

Minustah ed eserciti stranieri ad Haiti
I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono in parte ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la Minustah riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro delle presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni, dominvano le periferie.QuartierDelmas.jpg Alla fine del 2006 il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligenza nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti e sequestratori non meglio identificate, nel senso che si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse accettata anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile e contribuirono a creare il falso mito di una città violenta e selvaggia che ha bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.

Il mito della violenza
Questo mito è stato reinventato dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti mentre in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altri capitali latino americane e ha vissuto in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita nel gennaio 2010. Durante la nostra permanenza non abbiamo mai visto e nemmeno letto sui media locali o ricevuto informazioni dai nostri interlocutori sulle scene di violenza per la strada o sulle barricate di famigerati “ribelli” che sono state invece riprodotte a raffica dalle televisioni di tutto il mondo per creare un’immagine distorta del popolo haitiano e aprire le porte a quella che molti percepiscono come un’invasione. Alla luce di tutto ciò gli haitiani si chiedono legittimamente come mai gli aiuti vengano accompagnati dai marines e dall’esercito USA (22mila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a 13mila unità), dalla gendarmeria francese o addirittura dai carabinieri e militari italiani. Riguardo queste presenze di piccoli contingenti direi che sembrano una ridicola sfilata diplomatica di cattive intenzioni che aiuta a nascondere e legittima l’imponente presenza americana.

Quanto abbiamo bisogno di loro?
Un altro mito simile al precedente è che l’esercito americano doveva supplire alla mancanza di coordinamento della Minustah, dovuta alla morte di 59 dei suoi alti funzionari il 12 gennaio, e soprattutto doveva proteggere i cittadini haitiani e stranieri dagli atti di sciacallaggio della popolazione e anche dai 7000 pericolosissimi delinquenti fuggiti dalle carceri di Porto Principe dopo il sisma. Bene, la Minustah ha un mandato dell’Onu per operare ad Haiti e gli eserciti stranieri no. Inoltre è stata ricostituita in pochi giorni e ora funziona normalmente. Ad ogni modo c’era anche la polizia haitiana sul campo mentre la Minustah si ricomponeva.Esercitocanada.jpgGli atti di “sciacallaggio” che abbiamo visto inizialmente in TV e su Internet erano nella maggior parte dei casi i gesti estremi di folle di disperati e affamati che avevano perso tutto e si sono normalizzati in pochi giorni con l’arrivo degli aiuti. D’altro canto se il cibo, l’acqua o le tende vengono lanciati da un aereo in mezzo a un prato oppure vengono distribuiti disordinatamente per strada, cosa che continua a succedere ora con le tende, allora è logico che i più forti prendano di più e che le scaramucce si trasformino in risse. Ma ciò non dipende dagli haitiani quanto piuttosto da chi li provoca. Per quanto riguarda i 7000 detenuti scappati bisogna ricordare che almeno il 90% di questi era stato accusato o condannato ingiustamente, dato l’altissimo livello di corruzione del sistema giudiziario segnalato da numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani nazionali ed estere. Dunque non c’è nessun pericolo di rivoluzioni armate tramate dai fuggitivi.

La situazione attuale a Port au Prince e Haiti
Dopo il terribile sisma del 12 gennaio che ha distrutto o danneggiato circa l’80% degli edifici della capitale Porto Principe, si è prodotta una situazione analoga a quella delle borse di studio del signor W. Jean (di cui abbiamo parlato nella prima pate dell’articolo) con la distribuzione degli aiuti internazionali che stanno inondando i magazzini delle Nazioni Unite presso l’aeroporto Toussaint L’Ouverture ma che non stanno arrivando a tutti i terremotati.
Una buona parte della popolazione che ha perso la propria casa o ha ancora paura di ritornarci vive negli oltre 300 accampamenti sparsi per Porto Principe. Questi possono accogliere da qualche centinaio fino ad alcune migliaia di persone ciascuno e di solito sono controllati e gestiti alla buona dai consiglieri comunali di zona e dalla polizia nazionale haitiana. Un po’ defilati operano i militari statunitensi che abbiamo visto girare sia armati che disarmati e le Ong straniere presenti in alcune di queste tendopoli (Video Tenda Ong Save the Children e Video Soldati Americani e Bambini). Sono queste ultime che normalmente distribuiscono aiuti a una buona parte della gente che abita nelle tendopoli secondo criteri prestabiliti dalle organizzazioni coinvolte. I mercatini per le strade e nei campi vendono pochi prodotti come uova, peperoncini, aglio, fagioli, banane, pane, scatolame, riso, acqua e medicine recuperate al “mercato nero degli aiuti”. Il trasporto urbano dei minibus, detti tap-tap, funziona regolarmente così come le banche non crollate e i Western Union mentre le scuole, i negozi, i ristoranti aprono solo poche ore al giorno grazie all’energia dei generatori a benzina. I supermercati rimasti in piedi funzionano regolarmente ma sono un lusso per i ricchi e per chi almeno ha perso il lavoro. Per un quadro chiaro della situazione segnalo i contributi video del giornalista Peter Hallward: LINK.

La tendopoli di Delmas 40-B
Sulla superficie dell’ex club di golf di Petion-Ville alla fine della Via Delmas 40-B sono stipate oltre 3000 tende per un totale di sfollati stimato tra le 30 e le 50mila persone, cifra che supera quella di tutte la altre tendopoli installate in città dopo il 12 gennaio. L’esercito e i marines americani sono appostati su una collina che domina il territorio pianeggiante sottostante in cui i tendoni e i teloni degli sfollati e le strutture di pronto soccorso e distribuzione dei viveri di alcune Ong come Oxfam e Save the Children si sono moltiplicati giorno dopo giorno fino a saturare lo spazio visibile e calpestabile (Intervista Responsabile Missione USA Campo Delmas-3 parti).InsideCamp.jpgCirca ogni ogni settimana il personale del Catholic Relief Service passa a fare un censimento nelle tende che ospitano 10-15 persone ciascuna e che vengono assegnate a una donna scelta in qualità di responsabile di un gruppo di persone o di più famiglie. Ogni donna a capo di una tenda riceve quindi una tesserina colorata che le dà diritto a un sacco di riso da 25kg e altri beni da ripartire e consumare nei i sette giorni seguenti insieme ai membri del suo gruppo. L’acqua per l’igiene personale e i bagni arriva ogni giorno in grandi cisterne dell’Onu e del governo haitiano e di solito finisce nel primo pomeriggio: a volte con un po’ di fortuna si riesce a fare una doccia negli spazi pubblici allestiti in varie zone del campo anche poco prima che faccia buio, altrimenti bisogna aspettare il giorno dopo.
La zona pianeggiante della tendopoli è gestita dalla autorità di zona di Porto Principe e dai funzionari del governo haitiano che svolgono periodicamente censimenti e inchieste sulle condizioni di vita della popolazione (Intervista Impiegate Governo haitiano). I principali problemi sono di tipo igienico e sono causati dal sovrappopolamento, dalle zanzare e altri insetti, dalla presenza di capre, maiali, cani e gatti che sguazzano nei residui solidi e organici abbandonati nei sentieri e infine dalla spazzatura buttata nei fiumiciattoli e nelle conche dell’ex campo da golf. Anche se non sono ancora scoppiate epidemie gravi il pericolo è altissimo così come è alto il rischio d’incendio dovuto all’abitudine di cucinare all’interno delle tende servendosi di braci e carbone. La stagione delle piogge e degli uragani in avvicinamento fa paura visto che le tende sono state costruite su spianate e colline da cui colano fiumi di fango e detriti ogni volta che c’è un temporale. Il drenaggio non esiste e le tende si riempiono d’acqua piovana, fanghiglia e sporcizia trascinata dai punti più alti del campo.

E fuori dalle tendopoli?
C’è anche però una massa di centinaia di migliaia di abitanti che sono ancora per le strade, in spazi aperti come parchi, marciapiedi, parcheggi e piazze oppure in case precarie ad alto rischio di crollo. Poi ci sono quelli che sono emigrati nell’hinterland di Port au Prince o nelle campagne alla ricerca di condizioni di vita più accettabili. Per tutti loro la solidarietà internazionale è ancora una parola vuota a meno che non abbiano nelle vicinanze qualche centro di distribuzione internazionale o non “risiedano” temporaneamente in qualche campo allestito dai contingenti civili o militari inviati da USA, Venezuela, Cuba, Repubblica Dominicana, Canada e altri. I contingenti militari e civili di ogni paese hanno più o meno preso “possesso” di una o più tendopoli per fornire i servizi di base alla popolazione di solito in collaborazione con alcune Ong specializzate e compatibili “politicamente”.
Tutti cercano qualcosa da fare, da vendere, da riciclare ma il grande assente è il lavoro: almeno 90mila posti sono andati persi definitivamente mentre la maggior parte delle attività produttive e dei servizi non hanno ripreso le loro attività e forse non lo faranno per mesi e mesi quindi tantissime persone vivono di aiuti, di espedienti e delle rimesse dei familiari all’estero. E’ normale che uno straniero venga avvicinato da varie persone per la strada che gli chiedono lavoro, soldi, cibo oppure gli offrono servizi di traduzione, accompagnamento eccetera. L’impressione è che anche prima del terremoto la gente fosse in qualche modo abituata a vivere nella precarietà e povertà più estreme, ma ora è cresciuta a dismisura la massa di senza tetto che han fatto della strada la loro casa e speranza.

Gli aiuti selettivi e la coalizione per Haiti
La ricezione del grosso degli aiuti non è una questione che riguarda i singoli cittadini bisognosi quanto piuttosto una pratica burocratica complessa che è subordinata alla partecipazione a speciali riunioni o cluster. Ogni giorno alle 4 del pomeriggio le delegazioni delle Ong si recano a Tabarre, una località fuori città nei pressi dell’aeroporto della capitale, e presentano le loro credenziali come richiedenti di aiuti in natura, per esempio medicine, materiali vari, strumenti da lavoro o cibo disponibili presso le sedi gestite dall’Onu, ed entrano così in una lista di beneficiari.
La quasi totale esclusione delle piccole associazioni locali deriva da svariati fattori logistici, linguistici e culturali e dalla mancanza d’informazione riguardante queste possibilità di contatto con le Nazioni Unite, ma il problema è soprattutto la scarsa visibilità e credibilità internazionale di cui godono rispetto alle arcinote “multinazionali stelle della solidarietà” che non hanno bisogno di certificazioni e presentazioni per ottenere quello di cui hanno bisogno per le loro operazioni ad Haiti.NinaHaiti.jpgAlcune grandi organizzazioni come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono comunque non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto hanno altre fonti di finanziamento e vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare e un’immagine di neutralità che devono difendere. All’opposto le piccole realtà locali hanno serie difficoltà nell’approccio al complicato linguaggio tecnico e specializzato dei cluster dell’Onu e in molti casi sono state gravemente compromesse dal sisma sia nelle loro possibilità di risposta e interazione con le istituzioni internazionali sia nel numero e nelle capacità concrete dei loro integranti. Malgrado la presenza indiscutibile di tutti questi ostacoli e di evidenti limiti di funzionamento delle associazioni haitiane, la loro presenza ed esperienza storica sul territorio e nei quartieri popolari è un patrimonio grandissimo e insostituibile che andrebbe valorizzato ai fini di un intervento più rapido ed efficace dove ancora la luce della solidarietà non arriva.
Da un paio di mesi circa una sessantina di associazioni, sindacati indipendenti e gruppi del non-profit e della società civile stanno unendo le loro forze per accedere agli aiuti e per acquisire visibilità di fronte all’Onu, al sistema politico nazionale e alla comunità internazionale In questo senso stanno elaborando un programma di azione e delle proposte su temi come istruzione, diritti umani, economia, lavoro, genere e altri da presentare a un’assemblea nazionale prevista per il 19-20 marzo e poi alla conferenza dell’Onu sulla ricostruzione di Haiti a New York il 31 marzo prossimo.
Questa “Coalizione per Haiti” rappresenta per ora l’unico tentativo concreto di rompere il monopolio decisionale del malridotto sistema politico haitiano e delle potenze straniere sui destini del paese. L’obiettivo è quello d’influire sulle decisioni partendo dalla conoscenza acquisita sul campo da ogni membro della coalizione che spera di poter far sentire la propria voce cercando di evitare altresì i rischi di cooptazione o esclusione della società civile in questo delicato processo.
(Intervista al coordinatore del movimento, Jean Luc Dessables, 5 parti).

Leggi qui la prima parte: LINK

Leggi la seconda parte: LINK

Versione completa in spagnolo: LINK o da TELESUR QUI

Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/

Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti

Alcune fonti necessarie:

CANALE VIDEO DI KEVIN PINA DOCUMENTARI CITE’ SOLEIL e GRAND RAVINE: QUI

http://www.haitiaction.net/http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4

Lamericalatina.Net

Che cosa può fare realmente Obama per Cuba e l’embargo: futuro e realtà dopo le prime aperture a Castro

map.florida.cuba.miami por denny2046.

LEGGILO ANCHE SU RIVISTA CARTA:

http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17567

Il 13 aprile scorso  il Presidente USA, Barack Obama, annunciò una nuova iniziativa per le relazioni bilaterali tra Cuba e gli Stati Uniti d’America come promesso in campagna elettorale. In quest’ottica di revisione dell’embargo e della politica verso Cuba si sono iniziati ad allentare i cappi intorno all’isola che George W. Bush aveva invece stretto e consolidato, anche in risposta all’integralismo della corrente “dura” della potente lobby cubana nel congresso.

Le restrizioni dell’era Bush hanno cominciato ad essere soffocanti anche per la stessa comunità cubana anti-castrista di Miami sulla quale il presidente Obama ha fatto leva e, per la prima volta nella storia, ha guadagnato consensi per le elezioni del 2008 sulla base di una piattaforma di distensione verso il regime cubano.

Quindi dall’aprile scorso i cubani-americani possono viaggiare a Cuba, possono spendere di più sull’isola e inviare rimesse e regali ai familiari senza restrizioni. L’implicazione pratica della misura sarà l’incremento delle visite all’isola ben oltre il suo livello pre-2004, che era di circa 10mila al mese, e servirà da compensazione per il calo previsto nel turismo internazionale in quest’anno di recessione mondiale. In aggiunta a Cuba è anche caduta la proibizione d’ingresso negli hotel internazionali per i cubani.

L’altra misura adottata unilateramente da Obama riguarda la rimozione delle restrizioni per le compagnie americane affinché possano stipulare accordi con società cubane per fornire servizi di cablatura in fibra-ottica, trasmissione via satellite e via radio. Fino ad ora le restrizioni avevano impedito la diffusione su ampia scala della banda larga a Cuba e, per evitare l’isolamento, il governo aveva stipulato un accordo con il Venezuela e la Giamaica per far arrivare la fibra ottica entro il 2010. Anche se l’impatto di questa apertura da parte degli USA sarà meno evidente dato l’arrivo di quest’altra infrastruttura in contemporanea, ci saranno nuove possibilità per la compagnia telefonica cubana Etecsa. Inoltre gli Stati Uniti hanno offerto a Cuba la ripresa del dialogo sul tema migratorio come ha segnalato la portavoce del dipartimento di Stato, Darla Jordan.

Politicamente parlando, le misure di “distensione” riaprono negli USA il dibattito sull’embargo e su altre possibili aperture, mentre a Cuba c’è un misto di volontà di dialogo e apprezzamento ma anche di freddezza e chiusura per quanto riguarda le concessioni politiche che potrebbe fare la stessa Cuba che, comunque, giudica illegale e immorale l’embargo e tutti e suoi corollari e derivati. Inoltre le “proposte USA” circa l’apertura economica e politica dell’isola sono percepite come un’ingerenza grave alla sovranità nazionale.

Ma forse è utile chiedersi cosa possa fare realmente Obama, con i poteri che ha in mano, per Cuba e l’embargo e cosa, invece, deve passare da un iter congressuale più lungo e intricato per capire la portata degli eventuali provvedimenti futuri su questo difficile tema di politica estera statunitense. La rimozione dell’embargo contro Cuba sul commercio, gli investimenti e i viaggi da parte dei cittadini statunitensi ha bisogno di un iter legislativo regolare e le maggioranze necessarie sarebbero trasversali. Di fatto c’è già in discussione un progetto di legge che renderebbe completamente liberi i viaggi degli statunitensi sull’isola e l’aspettativa è che un progetto sull’embrago venga presentato entro la fine di quest’anno.

Ciononostante le aree e le decisioni che Obama può gestire via esecutivo senza passare dal congresso non sono poche. Riassumendo, le possibilità sono queste:

  • ridurre i fondi all’OFAC (Office for Foreign Assets Control) che si occupa dell’imposizione di sanzioni e ai gruppi dei dissidenti cubani;
  • concedere permessi generalizzati per i viaggi accademici, umanitari e d’affari a Cuba e aumentare i visti per gli accademici cubani in visita negli USA;
  • abolire la posizione del Coordinatore per la Transizione a Cuba, creato nel 2005;
  • rimuovere Cuba dalla lista degli stati che promuovono il terrorismo;
  • permettere a Cuba la ricezione di crediti per l’acquisto di prodotti agricoli anche tramite banche USA;
  • limare le restrizioni alle vendite di macchinari e attrezzature per il settore dell’allevamento e quelle per l’esportazione di materiali per la ricstruzione post-uragani;
  • permettere alle navi che son passate da Cuba di stazionare nei porti USA anche prima del limite di sei mesi oggi in vigore;
  • permettere l’importazione in USA di medicine, vaccini e artigianato cubani.

A questo punto resta da vedere quanta volontà politica possiede Obama per muoversi in questa direzione, quali maggioranze e quali lobby e organizzazioni con influenza nel congresso favoriranno distensioni di portata più storica e come reagiranno le autorità cubane di fronte alle eventuali crescenti richieste degli Stati Uniti: l’apertura dell’economia dell’isola, il rispetto dei diritti umani e di libertà d’informazione (con la liberazione dei detenuti politici o “traditori del regime” che dir si voglia) e la progressiva democratizzazione del sistema politico.

Mentre sui primi due punti sembrano esserci dei segnali positivi anche da parte di Raul Castro (soprattutto sugli aspetti economici, date le difficoltà fronteggiate dall’isola negli ultimi anni), sul fronte dei diritti umani e, soprattutto, su quello politico la strada è ancora lunga e Cuba rivendica la sua sovranità assoluta. L’idea che le piccole aperture e gli scambi reciproci di concessioni e favori possano essere dei cavalli di troia della penetrazione USA nell’isola si rafforza insieme alla denuncia dell’ingiustizia storica compiuta con l’embargo, mentre la necessità economica e sociale di tali compromessi diventa sempre più urgente e può crescere durante i prossimi mesi di crisi.

FidelyRaulCastro por Evalucy.

Foto 1 di http://www.flickr.com/photos/denny2046/1545216279/ e Foto 3 di http://www.flickr.com/photos/37460156@N06/3541527243/