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El barrio de la Merced a Città del Messico: cultura, resistenza e tradizione

la-merced-mexico-stefano-morrone-15-small[Da CarmillaOnline, di Gimmi, con foto di Stefano Morrone] Per qualsiasi abitante di Città del Messico La Merced è sinonimo di commercio. Insieme al quartiere gemello di Tepito, situato non lontano nella parte settentrionale del centro, La Merced è il cuore commerciale della città, e costituisce un’intera fetta urbana dedita al commercio e allo scambio, dove è possibile reperire beni e servizi di ogni genere e tipo. Si tratta di un’area importante del centro storico che copre circa un chilometro quadrato e contiene il 40% degli edifici antichi e significativi del centro. La Merced fu il cuore della Città del Messico azteca, Tenochtitlan: la leggenda vuole che la graziosa piazzetta del quartiere che oggi tutti i capitolini conoscono come Plaza del Aguilita fu il luogo del mito fondativo della città preispanica. Prima di diventare il nodo commerciale che conosciamo oggi, La Merced fu il risultato e la sintesi di altri mercati che precedentemente popolavano la zona: quello di Tlatelolco in epoca precolombiana, e i mercati del Pariàn e del Volador successivamente con l’arrivo degli spagnoli. Continua a leggere

#Foto Galleria del #Barrio #LaMerced a Città del #Messico #CDMX

Fotogalleria di Stefano Morrone del quartiere o barrio (che è molto di più di una semplice zona cittadina!) di Città del Messico “La Merced” (o “la meche”). Il reportage associato di Gimmi è uscito su CarmillaOnLine LINK. Clicca su una foto per ingrandire e passare allo slide-show.

Foto-Galleria #Ayotzinapa1año #AccionGlobalPorAyotzinapa #26SMX #Messico

Articolo sulla manifestazione del 26 settembre e Ayotzinapa – link

Ayotzinapa, un anno dopo

WP_20150926_015 (Small) (2)La manifestazione del 26 settembre 2015, a un anno dalla strage di Iguala e dalla desapariciondei 43 studenti di Ayotzinapa, è stata un successo. Nonostante la pioggia oltre 100.000 persone hanno riempito le piazze e le strade del centro storico di Città del Messico e di decine di altre città per tutto il pomeriggio. Il corteo, lunghissimo e animato da bande musicali improvvisate, cori, performance teatrali e striscioni di centinaia di collettivi, facoltà, associazioni e gruppi organizzati, con in testa i genitori dei ragazzi di Ayotzinapa, ha raggiunto la piazza centrale della capitale verso le cinque del pomeriggio, dopo cinque ore di marcia. La polizia, seppur presente nelle strade intorno alle principale in cui sono passati i manifestanti, è rimasta in disparte e non ci sono stati né attacchi né incapsulamenti, come invece era accaduto praticamente in ogni manifestazione del 2014. Più che le mie parole, descriveranno meglio la giornata alcune fotografie (foto-galleria alla fine dell’articolo) e alcuni video (inseriti nel testo e in fondo). Il sostegno per il movimento che chiede giustizia e chiarimento delle responsabilità, oltre che la “restituzione in vita” degli studenti e la realizzazione di indagini trasparenti e complete, ha mostrato la sua forza e vitalità dopo alcuni mesi di relativo declino nelle piazze (ma non nelle iniziative politiche e nelle pressioni in Messico e all’estero per smascherare le complicità e le menzogne del governo e della procura). Anche dall’estero arrivano messaggi di solidarietà e prese di posizione decise. I collettivi e le associazioni che formano “La Otra Europa, Abajo y a la Izquierda” (L’altra Europa, dal basso e a sinistra) sul blog EuroCaravana 43 hanno pubblicato un comunicato che rinnova il sostegno alla lotta dei genitori dei normalisti, dichiara che “non dimentichiamo” e che va fatta chiarezza sul crimine di stato del 26 settembre dell’anno scorso.

Il 24 settembre, per la seconda volta, i genitori dei desaparecidos di Ayotzinapa e il presidente messicano Enrique Peña Nieto hanno sostenuto una riunione. E per la seconda volta, subito dopo l’incontro, la delusione campeggiava sui volti dei parenti delle vittime di quella che è ormai nota in tutto il mondo come “la notte di Iguala”. A un anno dall’operazione delle polizie messicane, dell’esercito e dei narcos del 26 settembre 2014, in cui 43 studenti della scuola normale “Raul Isidro Burgos” di Ayotzinapa vennero rapiti e fatti sparire, sei persone furono uccise e almeno 40 ferite dalla polizia di Iguala e di Cocula e dai narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, nel meridionale stato del Guerrero,la “verità storica” costruita dalla procura è stata smontata pezzo per pezzo e le proposte del presidente paiono evidentemente insufficienti agli occhi della società e delle vittime.

I genitori dei ragazzi scomparsi hanno indetto l’iniziativa 43×43, uno sciopero della fame simbolico di 43 ore per i 43 studenti, e hanno montato un accampamento nello zocalo e su Avenida Reforma, la piazza centrale della capitale in cui hanno ricevuto il megacorteo organizzato dai movimenti e dai cittadini solidali a un anno esatto dalla strage di Iguala. Il 26 settembre a mezzogiorno per “il giorno dell’indignazione” il ritrovo dei manifestanti è presso la residenza presidenziale de Los Pinos. Poi la camminata nelle strade del centro, l’Avenida Reforma e il Zocalo, lenta e scandita ancora una volta dal grido “Justicia” e da un assordante e ricorrente richiesta: “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (207) (Small)Un anno dopo Iguala l’Azione Globale per Ayotzinapa ridà fiato a un movimento che s’era cominciato a sgonfiare all’inizio del 2015, ma che strenuamente ha continuato a portare avanti le rivendicazioni che oggi in tutto il mondo, di nuovo, accompagnano il risveglio della protesta contro le sparizioni forzate e contro gli apparati del narco-stato: in decine di città del Messico e di altri paesi si moltiplicano i cortei realizzati, le attività e le iniziative, siano esse informative, accademiche, culturali, cinematografiche o di sensibilizzazione: per seguirle si possono consultare gli hashtag e account twitter:#AccionGlobalPorAyotzinapa #MexicoNosUrge @Eurocaravana43 @43Global #Ayotzinapa@MasDe131@ParisAyotzi, tra gli altri. Nel week-end in una ventina di città (vedi lista) è stato proiettato il documentario, sottotitolato in italiano da Clara Ferri, Ayotzinapa. Crimine di Stato. Nell’ambito delle presentazioni de La macchina sognante, nuova rivista “contenitore di scritture dal mondo”, è stata data lettura alla traduzione italiana dei poemi dal volume Los 43 Poetas por Ayotzinapa. Di seguito il trailer del documentario, diretto da Xavier Robles e proiettato in questi giorni in Italia.

“Questa gente ha il sangue ghiacciato, il loro sguardo dice tutto, dall’incontro con Peña Nieto e il suo governo usciamo con molta rabbia, davvero, non abbiamo ottenuto nulla”, ha spiegato Carmen Mendoza, madre del normalista desaparecido Jorge Aníbal Cruz. Il collettivo dei familiari di Ayotzinapa aveva elaborato un documento con otto punti che hanno consegnato al presidente. “Di fatto il governo non s’è impegnato a dare risposta a nessuno di questi, ma ha presentato unilateralmente altri sei punti che non sono fondamentali per le vittime, secondo quanto riporta il loro avvocato del Centro per i Diritti Umani Tlachinollan.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (209) (Small)Il documento dei genitori dei normalisti scomparsi esige che si rispettino le principali raccomandazioni del Gruppo di Esperti Indipendenti (GIEI) della Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che si riassumono nel mantenimento dei processi di ricerca dei ragazzi e in una reimpostazione generale delle investigazioni sul caso.

Gli esperti, infatti, hanno mostrato l’esistenza di cinque autobus, e non quattro come sosteneva, occultando informazioni, la procura, che sono stati sequestrati dagli studenti. Proprio il quinto bus era forse carico di eroina, a insaputa dei ragazzi, e potrebbe aver causato la reazione violenta dei narco-poliziotti di Iguala e dei Guerreros Unidos. Com’è possibile che le indagini ufficiali abbiano “tralasciato” questi elementi per un anno?

I genitori chiedono due garanzie, cioè che come rappresentante dello stato messicano, il presidente si comprometta a stare dalla parte della verità e non della menzogna, com’è stato finora, e che il GIEI possa continuare il suo lavoro d’indagine finché non vengano raggiunta la verità e giustizia non sia fatta. Al riguardo Peña Nieto ha prolungato il mandato del GIEI per altri sei mesi, un periodo giudicato insufficiente dai genitori e da varie ONG che seguono il caso. Sono otto le petizioni o esigenze manifestate nell’incontro col presidente.

  1. Riconoscimento pubblico della legittimità della loro ricerca di giustizia e del fatto che il caso è ancora aperto
  2. Permanenza del GIEI, accettazione piena della relazione del GIEI e delle sue raccomandazioni
  3. Riformulazione delle indagini in una unità specializzata per le investigazioni, con supervisione internazionale, composta da due istanze: una che indaghi a fondo dove si trovano i loro figli e un’altra che indaghi sul montaggio con cui s’è preteso di ingannarli
  4. Rilancio e concentrazione della ricerca a partire dall’uso immediato di tecnologia
  5. Attenzione degna e immediata ai feriti e ai familiari dei loro compagni uccisi extragiudizialmente. Trattamento degno alle vittime
  6. Rispetto per la Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa e fine dei tentativi di criminalizzazione dei normalisti
  7. Meccanismi di comunicazione permanente, degna e con rispetto per i loro diritti e privacy
  8. Riconoscimento e azioni di fondo dinnanzi alla crisi d’impunità, corruzione e violazioni ai diritti umani che vive il Messico.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (1) (Small)Peña Nieto ha offerto poco. Per esempio, si prevede una terza perizia che cerchi di riconciliare le grosse contraddizioni tra le conclusioni della procura sulla sparizione dei giovani, che sarebbero stati assassinati e bruciati nella discarica di Cocula, e quelle del GIEI, che invece ha stabilito che è impossibile che i 43 siano stati cremati nella discarica. Il gruppo di periti argentini che accompagnano le ricerche considera, inoltre, che non ci sono prove del fatto che i resti dei due studenti identificati a Innsbruck grazie a prove mitocondriali del DNA provengano dalla discarica di Cocula, come sostiene invece la procura. Questa non ha dimostrato che i resti rinvenuti in sacchetti di plastica provengono dalle ceneri della discarica o dal sottostante Rio San Juan, dove l’ex procuratore Murillo Karam sostiene che sono stati trovati. Se le cose non stanno come dice la procura, ed è probabile che così sia, allora dove sono stati bruciati gli studenti? Chi ha potuto cremare 43 corpi? Forse l’esercito, che era a conoscenza degli spostamenti dei ragazzi e che ha partecipato a varie fase della notte di Iguala? Oppure i 43 sono ancora vivi?

Il governo ha proposto anche la creazione di una commissione speciale interna alla procura della repubblica per proseguire con le ricerche dei ragazzi e degli altri desaparecidos, ma non è questo che viene richiesto dai genitori e dai loro difensori: non si tratta di creare un gruppo nella procura, che come istituzione dall’inizio ha cercato di chiudere il caso frettolosamente, ha torturato i presunti responsabili per estorcere confessioni e ha creato una “verità storica” ridicola e compiacente, quanto piuttosto di rifare l’investigazione con supervisione internazionale.

WP_20150926_009 (Small)Qualche ora prima della riunione Eduardo Sánchez Hernández, portavoce del governo, ha ribadito che, secondo la volontà del presidente, l’investigazione non verrà chiusa, s’indagherà senza guardare in faccia a nessuno e si seguiranno le raccomandazioni del GIEI. “Stiamo dalla stessa parte e lavoriamo con lo stesso obiettivo: cioè sapere che cosa è successo ai vostri figli e castigare i responsabili, cerchiamo insieme al verità”, ha detto Peña. Retorica, di fronte alle richieste concrete e politicamente significative dei genitori di Ayotzinapa che, giustamente, pretendono anche un riconoscimento degli errori commessi dal governo. La PGR, dal canto suo, risponde solo con cifre che poco dicono e ribadisce che ci sono 111 persone incarcerate per i fatti di Iguala e, di queste, 71 sono poliziotti e 40 sarebbero narcotrafficanti. Il resto è silenzio, o bugie.

Inoltre vanno investigate le responsabilità a tutti i livelli, cioè si deve passare a processare o indagare l’ex governatore del Guerrero, Ángel Aguirre, il suo ex procuratore, Iñaky Blanco, l’ex procuratore federale, Jesús Murillo Karam, l’attuale titolare della Agencia de Investigación Criminal, Tomás Zerón, e la responsabile dei servizi periziali, Sara Mónica Medina. Al riguardo né il presidente, né la procuratrice attuale, Arely Gómez, e il ministro degli interni, Osorio Chong, hanno detto una parola.

Nella conferenza stampa dopo l’incontro, il portavoce Sánchez, interrogato sulla possibilità di aprire indagini su alcuni membri dell’esercito e della polizia federale, una domanda del movimento per Ayotzinapa che ora diventa più forte visto che è stata provata la partecipazione di questi corpi all’aggressione contro gli studenti, ha risposto come un burocrate, cioè non ha risposto: “La procura generale ha un mandato costituzionale per portare a termine le investigazioni senza restrizioni e limitazioni salvo quelle stabilite dal diritto”. Non ci sono quindi aperture rispetto a quanto già dichiarato in passato dalle autorità sul ruolo delle forze armate e della polizia federale nella notta di Iguala.

Quest’anno di sofferenze e lotte, sigillato a inizio settembre dal rapporto degli Esperti e dalla ripresa delle manifestazioni di piazza, ha significato uno spartiacque per Peña Nieto e per il Messico: prima di Ayotzinapa un presidente riformatore si presentava al mondo come il leader modernizzatore che avrebbe traghettato il paese tra le grande potenze e le nazioni sviluppate, ai vertici planetari, mentre oggi, a tre anni dall’inizio del suo mandato, i problemi dell’insicurezza, della corruzione, dell’impunità e del patto criminale vigente in Messico sono ancora sotto gli occhi di tutti e fermano qualunque cambiamento. I poveri sono due milioni in più e le disuguaglianze crescono insieme al debito pubblico. Su tutto questo risposte e proposte da parte del governo non ce ne sono. Le reazioni provengono da settori organizzati o da nuove realtà in resistenza che si formano in una società sfiancata ma viva, che cerca di articolare proposte di rifondazione profonda e di unire le forze per tranciare i vari tentacoli che la criminalità organizzata e il potere politico, sempre più confusi e collusi, allungano su di essa per soffocarla e addomesticarne le esigenze.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (92) (Small)In questo contesto lo scorso 15 giugno il primo ministro italiano Matteo Renzi (link video) ha ricevuto con queste parole, surreali per chi ascoltava la conferenza stampa dal Messico con un minimo di senso critico, il presidente messicano Peña Nieto, in visita ufficiale in Italia:

“Sono molto lieto, perché Enrique è il Signor Presidente, il caro amico Enrique è sicuramente un leader riformatore, capace di avere una visione importante per il proprio paese, sta realizzando risultati significativi grazie al processo di riforme, perché nel mondo della globalizzazione si va avanti soltanto se si ha il coraggio di fare riforme coraggiose, si può proseguire soltanto se si ha la capacità di investire sul futuro…non vivere di ricordi.

E il Messico questo sta facendo, e credo che da questo punto di vista la visita del presidente Pena Nieto, la visita di Enrique, sia molto  importante….[…] abbiamo fatto un business council, un incontro di aziende di altissimo livello, di grande qualità,  per dire le principali aziende italiane erano presenti, sono presenti, in questo rapporto con il Messico: un’economia nella quale il mondo delle imprese Italiane ha voglia di investire e noi allo stesso tempo diciamo che siamo pronti ad ospitare ogni tipo di investimento che viene dall’economia Messicana[…]

Sono in corso di firma accordi significativi sul campo energetico, sia per il governo[..] sia per ciò che riguarda la collaborazione di ENEL che già si concretizza in un progetto sulla geotermia ma che in questo caso lavora sulle reti intelligenti sulle reti smart…e come sapete ENEL è leader mondiale nei contatori intelligenti e nella distribuzione tecnologicamente all’avanguardia”. (Di seguito video del Collettivo Bologna Per Ayotzinapa “Renzi e Peña Nieto-La complicità italiana su Ayotzinapa)

Ayotzinapa un anno dopoL’appello #MexicoNosUrge, circolato di recente in mass media e reti sociali, poi presentato al Parlamento UE dopo l’uccisione a inizio agosto del giornalista Rubén Espinosa e dell’attivista Nadia Vera insieme ad altre tre persone in un appartamento a Città del Messico, chiedeva proprio all’Europa di sospendere i trattati commerciali, che prevedono clausole di questo tipo, e le relazioni diplomatiche col Messico per via delle gravi violazioni ai diritti umani e della libertà di stampa. Il documento è stato anche presentato presso l’ufficio stampa della Camera dei Deputati lo scorso 24 settembre. Mentre si creano a livello globale una sensibilità, un’opinione e un’attenzione precise e critiche, costruite passo dopo passo per contrastare le falsità ufficiali, nei confronti delle drammatiche vicende messicane, del conflitto interno e della narcoguerra nel paese, gli affari devono seguire il loro corso, senza fermarsi mai, nemmeno di fronte a uno scempio senza precedenti e a quella che, parlando del caso degli studenti di Ayotzinapa e degli altri 30.000 desaparecidos, anche la Commissione nazionale per i Diritti Umani definisce come il più grave insieme di violazioni dei diritti umani del Messico in epoca recente e che Amnesty International descrive come “la maggiore atrocità commessa dalle forze di sicurezza dello stato che abbiamo visto in Messico in molti anni”. Da CarmillaOnLine – Twitter @CarmillaOnLine

FOTOGALLERIA SLIDESHOW 26 09 2015 AYOTZINAPA MEXICO DF

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La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica

di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Marcha Ayotzinapa 8 oct 179 (Small)Il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune. Dal dicembre 2012, mese d’inizio del periodo presidenziale di Enrique Peña Nieto, a oggi ne sono state trovate 246, a cui pochi giorni fa se ne sono aggiunte altre sei. Sono le fosse clandestine della città di Iguala, nello stato meridionale del Guerrero. Tra sabato 4 ottobre e domenica 5 l’esercito, che ha cordonato la zona, ne ha estratto 28 cadaveri: irriconoscibili, bruciati, calcinati, abbandonati. E’ probabile che si tratti dei corpi interrati di decine di studenti della scuola normale di Ayotzinapa, comune che si trova a circa 120 km da Iguala. Infatti, dal fine settimana precedente, 43 normalisti risultano ufficialmente desaparecidos. “Desaparecido” non significa semplicemente scomparso o irreperibile, significa che c’è di mezzo lo stato.

Vuol dire che l’autorità, connivente con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, è coinvolta nel sequestro di persone e nella loro eliminazione. Niente più tracce, i desaparecidos non possono essere dichiarati ufficialmente morti, ma, di fatto, non esistono più. I familiari li cercano, chiedono giustizia alle stesse autorità che li hanno fatti sparire. Oppure si rivolgono ai mass media e a istituzioni che in Messico sono sempre più spesso una farsa, una facciata che nasconde altri interessi e altre logiche, occulte e delinquenziali. E nelle conferenze stampa, senza paura, dicono: “Non è stata la criminalità organizzata, ma lo stato messicano”.

La strage di #Iguala #Ayotzinapa

Marcha Ayotzinapa 8 oct 149 (Small)La sera di venerdì 26 settembre un gruppo di giovani alunni della scuola normale di Ayotzinapa si dirige a Iguala per botear, cioè racimolare soldi. Hanno tutti tra i 17 e i 20 anni. Vogliono raccogliere fondi per partecipare al tradizionale corteo del 2 ottobre a Città del Messico in ricordo della strage  di stato del 1968, quando l’esercito uccise oltre 300 studenti e manifestanti in Plaza Tlatelolco. I normalisti decidono di occupare tre autobus. I conducenti li lasciano fare, ci sono abituati. Sono le sette e mezza, fa buio. Fuori dall’autostazione, però, ad attenderli c’è un commando armato di poliziotti. Fanno fuoco senza preavviso. Sparano per uccidere, non solo per intimidire. Hanno l’uniforme della polizia del comune di Iguala e sono gli uomini del sindaco José Luis Abarca Velázquez e del direttore della polizia locale Felipe Flores, entrambi latitanti da più di una settimana. Ma i pistoleri poliziotti non restano soli a lungo, presto sono raggiunti da un manipolo di altri energumeni in tenuta antisommossa. Il fuoco delle armi cessa per un po’, ma l’attacco è stato brutale, indignante e irrazionale.

La persecuzione continua. Partono altri spari. Muoiono tre studenti, altri 25 restano feriti, uno in stato di morte cerebrale. Per salvarsi bisogna nascondersi, buttarsi sotto gli autobus. Non muoverti, se no gli sbirri ti seccano. Alcuni cercano di scappare, scendono dai bus, il formicaio esplode nell’oscurità. Gli uomini in divisa caricano decine di studenti sulle loro camionette e li portano via. Pare che l’esercito, la polizia federale e quella statale abbiano scelto di non intervenire. Lasciar stare.

Intanto sopraggiungono altri soggetti con armi di alto calibro, narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, una delle tante sigle che descrivono il terrore della narcoguerra e la decomposizione del corpo sociale in molte regioni del paese. Non contenti, i poliziotti, in combutta con i narcos, si spostano fuori città, pattugliano la strada statale che collega Ayotzinapa a Iguala e fermano un pullman di una squadra di calcio locale, los avispones. Assaltano anche quello, pensando che sia il mezzo su cui gli studenti stanno facendo ritorno a casa. Bisogna sparare, bersagliare senza tregua. E ora sono in tanti, narcos e narco-poliziotti, insieme, probabilmente per ordine de “El Chucky”, un boss locale, e del sindaco Abarca.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 234 (Small)Ammazzano un calciatore degli avispones, un ragazzo di quattordici anni che si chiamava David Josué García Evangelista. I proiettili volano ovunque, sono schegge di follia e forano la carrozzeria di un taxi che, sventurato, stava passando di lì. Perdono la vita sia il conducente dell’auto sia una passeggera, la signora Blanca Montiel. Il caso, la mala suerte si fa muerte. Poche ore dopo in città compare il cadavere dello studente Julio Cesar Mondragón, martoriato. Gli hanno scorticato completamente la faccia e gli hanno tolto gli occhi, secondo l’usanza dei narcos. La macabra immagine, anche se repulsiva, diventa virale nelle reti sociali. E si diffondono globalmente anche le testimonianze dirette dell’orrore che stanno rendendo i sopravvissuti.

Le reazioni alla mattanza

Dopo il week end del massacro a Iguala i compagni della normale di Ayotzinapa e i familiari delle vittime e dei desaparecidos si organizzano, reclamano, tornano sul luogo della strage e indicono una manifestazione nazionale per l’8 ottobre a Città del Messico per chiedere le dimissioni del governatore statale, Ángel Aguirre, la “restituzione con vita” dei desaparecidos e giustizia per le vittime della mattanza.

Cresce la pressione mediatica e popolare per ottenere giustizia. Arrivano i primi arresti. 22 poliziotti al soldo delle mafie locali e 8 narcotrafficanti sono imprigionati e la Procura Generale della Repubblica comincia a occuparsi del caso. Alcuni degli arrestati confessano i crimini commessi e parlano di almeno 17 studenti rapiti e giustiziati. Indicano la posizione esatta di tre fosse clandestine in cui sarebbero stati interrati. L’esercito e la gendarmeria commissariano l’intera regione e blindano le fosse comuni che non sono tre, sono sei. La morte si moltiplica. I corpi recuperati sono 28, non 17. I desaparecidos, però, sono 43.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 020 (Small)I numeri non tornano. I familiari non si fidano, chiedono l’invio di medici forensi argentini, specialisti imparziali e qualificati. Ci vorrà tempo per avere certezze, se mai ce ne saranno. I risultati dell’esame dell’ADN tarderanno ad arrivare almeno due settimane. Nel frattempo, il 7 ottobre, seicento agenti delle polizie comunitarie della regione della Costa Chica, appartenenti alla UPOEG (Unione dei Popoli Organizzati dello Stato del Guerrero), hanno fatto il loro ingresso a Iguala per cercare “vivi o morti” e “casa per casa” i 43 studenti scomparsi. Altri gruppi della polizia comunitaria di Tixla, autonoma rispetto alle autorità statali, hanno scritto su twitter: “Con la nostra attività di sicurezza stiamo proteggendo la Normale di #Ayotzinapa“.

Dov’è finito il sindaco del PRD (Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra) José Luis Abarca? E sua moglie, anche lei irreperibile? E cosa fa il governatore dello stato, il “progressista”, anche lui del PRD, Ángel Aguirre? Pare che lui conoscesse molto bene la situazione già da tempo. Il loro partito ha scelto di espellere il sindaco e sostenere il governatore per non perdere quote di potere in quella regione. Abarca ha chiesto 30 giorni di permesso e poi è sparito. Ora è ricercato dalla giustizia e vituperato dall’opinione pubblica nazionale. Aguirre, che non ha potuto impedire la strage né ha bloccato la concessione permesso richiesto dal sindaco prima di scappare, cerca di difendere l’indifendibile e, per ora, non presenta le sue dimissioni. Anzi, scambia abbracci e si fa la foto con Carlos Navarrete, nuovo segretario generale del PRD eletto domenica 5 ottobre.

Narco-Politica

La gravità della situazione è palese, anche perché è nota da anni e non s’è fatto nulla per denunciarla ed evitare la sua degenerazione violenta. José Luis Abarca, sindaco di Iguala al soldo dei narco-cartelli, ha un passato inquietante alle spalle, ma è riuscito comunque a diventare primo cittadino e a piazzare sua moglie, María Pineda, come capo delle politiche sociali municipali, cioè dell’ufficio del DIF (Desarrollo Integral de la Familia), e prossima candidata sindaco. Il giorno della strage la signora Pineda doveva presentare la relazione dei lavori svolti come funzionaria pubblica e, temendo un’eventuale incursione dei normalisti nell’evento, avrebbe richiesto al marito di “mettere in sicurezza” la zona.

Abarca avrebbe quindi lanciato l’operazione contro gli studenti con la collaborazione piena del capo della polizia municipale, suo cugino Felipe Flores. Costui era già noto per aver “clonato” pattuglie della polizia col fine di realizzare “lavoretti speciali” e per i suoi abusi d’autorità. La moglie del sindaco è sorella di Jorge Alberto e Mario Pineda Villa, noti anche come “El borrado” e “El MP”, due operatori del cartello dei Beltrán Leyva morti assassinati. Salomón Pineda, un altro fratello, sta con i Guerreros Unidos dal giugno 2013. In uno degli stati più poveri del Messico, Abarca e consorte prendono, tra stipendi e compensazioni, 20mila euro al mese che pesano direttamente sulle casse comunali.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 175 (Small)“Mi concederò il piacere di ammazzarti”, avrebbe detto nel 2013 il sindaco Abarca ad Arturo Hernández Cardona, della Unidad Popular di Guerrero, prima di ucciderlo, secondo quanto racconta un testimone di questo delitto per cui Abarca non è stato condannato, ma che è depositato in un fascicolo giudiziale.

Il 30 maggio 2013 otto persone scomparvero a Iguala. Erano attivisti, membri della Unidad Popular, un gruppo politico vicino al PRD. Tre di loro sono stati ritrovati, morti, in fosse comuni. La camionetta su cui viaggiavano venne rinvenuta nel deposito comunale degli autoveicoli di Iguala. Human Rights Watch, Amnisty Internacional e l’Ufficio a Washington per gli Affari Latinoamericani chiesero invano alle autorità federali di chiarire il caso, essendoci il fondato sospetto di un’implicazione delle autorità locali. Cinque attivisti sono tuttora desaparecidos.

I sicari con l’uniforme della polizia e quelli in borghese lavorano per lo stesso cartello, quello dei Guerreros Unidos che è in lotta con Los Rojos per il controllo degli accessi allatierra caliente, la zona calda tra lo costa e la sierra in cui prosperano le coltivazioni di marijuana e fioriscono i papaveri da oppio, che qui si chiamano amapola o adormidera. Le bande rivali sono nate dalla scissione organizzazione dei fratelli Beltrán Leyva, ormai agonizzante. Il 2 ottobre, mentre 50mila persone sfilavano per le strade della capitale per non far sbiadire la memoria di una strage, a Queretaro veniva arrestato l’ultimo dei fratelli latitanti, Hector Beltrán Leyva, alias “El H”, un altro figlio delle montagne dello stato del Sinaloa. “El H” era diventato un imprenditore rispettato. Originario della Corleone messicana, la famigerata Badiraguato, e antico alleato dell’ex jefe de jefes, Joaquín “El Chapo” Guzmán, che sta in prigione dal febbraio scorso, s’era costruito una reputazione rispettabile, onorata. Ma già da tempo il gruppo dei Beltrán s’era diviso in cellule cancerogene e impazzite secondo il cosiddetto effetto cucaracha: scarafaggi in fuga, un esodo di massa per non essere calpestati.

Ed eccoli qui che giustiziano studenti insieme ai poliziotti che, a loro volta, aspirano a posizioni migliori all’interno dell’organizzazione criminale, sempre più confusa con quella statale, e s’occupano della compravendita di protezione e di droga. L’eroina tira di più in questo periodo e Iguala è una porta d’accesso importante, una plaza di snodo. L’eroina bianca del Guerrero è un prodotto che non ha niente da invidiare, per qualità e purezza, a quella proveniente dall’Afghanistan. Anche per questo la regione è la più violenta del Messico da un anno e mezzo a questa parte e ha spodestato in testa alla classifica della morte altri stati in disfacimento come il Michoacan, il Tamaulipas, Sonora, il Sinaloa, Chihuahua, l’Estado de México e Veracruz.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 292 (Small)I responsabili del massacro di Iguala

I poliziotti detenuti accusano Francisco Salgado, uno dei loro capi, finito anche lui in manette, di avere ordinato loro di intercettare gli studenti fuori dalla stazione degli autobus. Invece l’ordine di sequestrarli e assassinarli sarebbe arrivato dal boss mafioso El Chucky. Chucky, come il personaggio del film horror “La bambola assassina” di Tom Holland. Il procuratore di Guerrero, Iñaki Blanco, ritiene che il principale responsabile della mattanza e della desaparición dei 43 normalisti sia il sindaco Abarca che “è venuto meno al suo dovere, oltre ad aver commesso vari illeciti”. Il procuratore parla solo di “omissioni”, promuoverà accuse per “violazioni alle garanzie della popolazione” e la revocazione della sua immunità, ma dal suo discorso non si capisce chi sarebbero tutti i responsabili né come saranno identificati e processati.

Chi ha ordinato ai (narco)poliziotti di fermare i normalisti e di sparare? Com’è possibile che il sindaco e il capo della polizia e delle forze di sicurezza locali, Felipe Flores, siano riusciti a fuggire? Perché i due, ma anche l’esercito e le forze federali, hanno lasciato gli studenti alla mercé della violenza? Perché la polizia prende ordini dai narcos e, anzi, fa parte del cartello dei Guerreros Unidos? Com’è possibile che tutto questo sia tragicamente così normale in Messico? Come mai nessuno l’ha impedito, se già da anni si era a conoscenza della situazione?

Infatti, ci sono prove del fatto che, almeno dal 2013, il governo federale e il PRD hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte all’evidenza: José Luis Abarca e sua moglie María Pineda avevano chiari vincoli col narcotraffico e con la morte di un militante come Arturo Hernández Cardona. Ma già dal 2009, quando il presidente era Felipe Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), la Procura Generale della Repubblica aveva reso pubbliche la relazioni della signora Pineda e dei suoi fratelli con il cartello dei Beltrán Leyva. La polizia di Iguala era in mano ai narcos e sono tantissime le realtà locali in Messico ove predomina questa situazione.

L’esperto internazionale di sicurezza e narcotraffico, il prof. Edgardo Buscaglia, ha parlato di Peña Nieto e di Calderón come figure simili tra loro, come coordinatori del patto d’impunità e della perdita di controllo politico nazionale: “Sono cambiate le facce, ma hanno lo stesso ruolo”.  Perciò, ha segnalato l’accademico, bisogna cominciare dal presidente per trovare i responsabili. Mentre la comunità internazionale “fa come se non stesse accadendo nulla”, nel paese “il denaro zittisce le coscienze collettive” e, secondo Buscaglia, “il sistema giungerà a una crisi e ci sarà una sollevazione sociale in cui si fermerà il paese e soprattutto il sistema economico”.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 129 (Small)Le scuole normali messicane

Resta il fato che sparuti gruppi di studenti, seppur combattivi, di un’istituzione rurale non sono pericolosi trafficanti né rappresentano minacce sistemiche. Perché annichilarli? Forse la storia ci aiuta a ipotizzare delle risposte. Le scuole normali messicane, nate negli anni ’20 e impulsate dal presidente Lázaro Cárdenas negli anni ’30 come baluardi del progetto di educación socialista per il popolo e le zone rurali del paese, sono considerate oggi dalla classe politica tecnocratica come un pericoloso e anacronistico retaggio del passato. Un’appendice inutile da estirpare per entrare appieno nella globalizzazione.

Di fatto i governi neoliberali, dai presidenti Miguel de la Madrid (1982-1988) e Carlos Salinas (1988-1994) in poi, hanno costantemente attaccato e minacciato la sopravvivenza del sistema scolastico delle normali che, ciononostante, ha saputo resistere. La funzione sociale di questi centri educativi è sempre stata fondamentale perché è consistita nell’istruire le classi sociali più deboli e sfruttate, specialmente i contadini e gli abitanti delle campagne, affinché potessero difendersi dai soprusi dei latifondisti e dei politici locali, secondo un chiaro progetto politico-educativo di emancipazione e ribellione allo status quo. L’alfabetizzazione della popolazione rurale e la formazione di maestri coscienti socialmente sembra essersi trasformata in un’anomalia per tanti settori benpensanti, politici e metropolitani.

Anche per questo gli studenti delle normali, in quanto portatori di modelli di lotta e di formazione antitetici rispetto a quelli delle élite locali e nazionali e dei cacicchi della narco-agricoltura e della narco-politica, sono già stati vittime in passato della barbarie e della repressione. Nel dicembre 2011 la polizia ne uccise due proprio di Ayotzinapa durante lo sgombero di un blocco stradale e di una manifestazione. Una violenza smisurata venne impiegata dalla Polizia Federale nel 2007 per reprimere gli alunni di quella stessa cittadina che avevano bloccato il passaggio in un casello della turistica Autostrada del Sole tra Acapulco e Città del Messico. Nel 2008 i loro compagni della normale di Tiripetío, nel Michoacán, furono trattati come membri di pericolose gang e, in seguito a una giornata di proteste e scontri con la polizia, 133 di loro finirono in manette.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 008 (Small)Tradizione stragista

La criminalizzazione dei normalisti va inquadrata anche nel più esteso processo di criminalizzazione della protesta sociale che incalza con l’approvazione di misure repressive, come la “Ley Bala”, che prevede l’uso delle armi in alcuni casi nei cortei da parte della polizia, con l’inasprimento delle pene per delitti contro la proprietà privata e l’ampliamento surreale delle fattispecie legate ai reati di terrorismo e di attacco alla pace pubblica. Tutti contenitori pronti per fabbricare colpevoli e delitti fast track. Il caso di Mario González, studente attivista arrestato ingiustamente il 2 ottobre 2013 e condannato, senza prove e con un processo ridicolo, a 5 anni e 9 mesi di reclusione, sta lì a ricordarcelo.

Ma la “tradizione stragista” e di omissioni dello stato messicano è purtroppo molto più lunga e persistente. Basti ricordare alcuni nomi e alcune date, solo pochi esempi tra centinaia che si potrebbero menzionare: 2 ottobre 1968, Tlatelolco; 11 giugno 1971, “Los halcones”; anni ’70 e ‘80, guerra sucia; 1995, Aguas Blancas, Guerrero; 1997, Acteal, Chiapas; 2006, Atenco y Oaxaca; 2008 y 2014, Tlatlaya; 2010 e 2011, i due massacri di migranti a San Fernando, Tamaulipas; 2014, caracol zapatista de La Realidad, Chiapas; 2014, Iguala; 2006-2014, NarcoGuerra, 100mila morti, 27mila desaparecidos…

La OAS (Organization of American States), Human Rights Watch, la ONU, la CIDH (Corte Interamericana dei Diritti Umani) si sono unite al coro internazionale di voci critiche contro il governo messicano. La notizia delle fosse comuni e della mattanza di Iguala sta cominciando a circolare nei media di tutto il mondo e si erge a simbolo dell’inettitudine, dell’impunità e della corruzione. In pochi giorni è crollata la propaganda ufficiale che presentava un paese pacificato e sulla via dello sviluppo indefinito.

“Estamos moviendo a México”

Marcha Ayotzinapa 8 oct 225 (Small)Gli spot governativi presentano un Messico che si muove, che sta sconfiggendo i narcos e che, grazie alla panacea delle “riforme strutturali”, in primis quella energetica, ma anche quelle della scuola, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, si starebbe avviando a entrare nel club delle nazioni che contano: una retorica, quella delle riforme necessarie e provvidenziali, che suona molto familiare anche in Europa e in Italia e che, in terra azteca, copia pedantemente quella dei presidenti degli anni ottanta e novanta, in particolare di Carlos Salinas de Gortari. Dopo la firma del NAFTA (Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord) con USA e Canada, Salinas preconizzava l’ingresso del Messico nel cosiddetto primo mondo. Invece alla fine del suo mandato nel 1994 l’insurrezione dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas, l’effetto Tequila, la svalutazione, indici di povertà insultanti e la fine dell’egemonia politica del PRI (Partido Revolucionario Institucional, al potere durante 71 anni nel Novecento) attendevano al bivio il nuovo presidente, Ernesto Zedillo (1994-2000).

Oggi Peña Nieto, anche lui del PRI, dopo aver approvato le riforme costituzionali e della legislazione secondaria in fretta e furia, cerca di vendere il paese agli investitori stranieri, mostrando al mondo come pregi gli aspetti più laceranti del sottosviluppo: precarietà e flessibilità del lavoro; salari da fame per una manodopera mediamente qualificata, non sindacalizzata e ricattabile; movimenti sociali anestetizzati; un welfare non universale, discriminante e carente; riforme educative dequalificanti per professori e alunni ma “efficientiste”; stato di diritto “flessibile”, cioè accondiscendente con i forti e spietato coi deboli.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 276 (Small)Il presidente annuncia lo sforzo del Messico per consolidare l’Alleanza del Pacifico, un’area commerciale sul modello del NAFTA per i paesi americani affacciati sull’Oceano Pacifico, e la prossima partecipazione di personale militare e civile alle “missioni di pace dell’ONU”come quella ad Haiti, la missione dei caschi blu chiamata MINUSTAH, che pochi onori e tante grane ha portato al paese caraibico e agli eserciti latinoamericani, per esempio il brasiliano, l’uruguaiano e il venezuelano, che vi partecipano attivamente.

Questa politica da “potenza regionale”, però, deve fare i conti con la cruda realtà. L’inserto Semanal del quotidiano La Jornada del 5 ottobre ha pubblicato un box con un piccolo promemoria: dal dicembre 2012 al gennaio 2014 ci sono stati 23.640 morti legati al narco-conflitto interno, 1700 esecuzioni al mese, con Guerrero che registra, da solo, un saldo di 2.457 assassinii, secondo quanto  riferisce la rivista Zeta in base all’analisi dei dati ufficiali. Nel 2011 Fidel López García, consulente dell’ONU intervistato dalla rivista Proceso (28/XI/2011), aveva parlato di un milione e seicentomila persone obbligate a lasciare la loro regione d’origine per via della guerra. Anche per questo il Messico rischia di trasformarsi in un’immensa fossa comune (e impune).

Ayo foto corteo lungoPost Scriptum. Il corteo.

“¿Por qué, por qué, por qué nos asesinan? ¡26 de septiembre, no se olvida!” (“Perché, perché, perché ci assassinano? Il 26 settembre non si dimentica”).  E’ stato il grido di oltre 60 piazze del Messico e decine in tutto il mondo nel pomeriggio dell’8 ottobre 2014.

“Gli studenti sono vittime di omicidi extragiudiziari, si sequestrano e si fanno sparire non solo studenti ma anche attivisti sociali e quelli che vanno contro il governo […] è una presa in giro verso il nostro dolore, non sappiamo perché fanno questo teatrino politico”. Così ha espresso la sua rabbia Omar García, compagno degli studenti uccisi, in conferenza stampa. L’esercito, che nei tartassanti spot governativi viene ritratto come un’istituzione integra, fatta di salvatori della patria e protettori dei più deboli, ha vessato gli studenti di Ayotzinapa che portavano con loro un compagno ferito:

“Ci hanno accusato di essere entrati in case private, gli abbiamo chiesto di aiutare uno dei nostri compagni e i militari han detto che ce l’eravamo cercata. Lo abbiamo portato noi all’ospedale generale ed è stato lì a dissanguarsi per due ore. L’esercito stava a guardare e non ci hanno aiutato”, continua Omar. “Il governo statale sapeva quello che stavamo facendo, non eravamo in attività di protesta ma accademiche ed è dagli anni ’50 che occupiamo gli autobus e la polizia se li viene riprendere, ma non deve aggredirci a mitragliate”.

Il normalista ha infine parlato del governatore Aguirre: “Il nostro governatore ha ammazzato 13 dirigenti di Guerrero e due compagni nostri nel 2011 e per nostra disgrazia questi sono rimasti nell’oblio. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani, cha aveva emesso un monito, non ha più seguito la cosa e il caso è rimasto impune, chi ha ucciso è rimasto libero”.

Perseo Quiroz, direttore di Amnisty in Messico, ha spiegato che non serve a nulla che il presidente Peña si rammarichi pubblicamente dei fatti di Iguala perché “questi incubavano tutte le condizioni perché succedessero, non sono fatti isolati […] lo stato messicano colloca la tematica dei diritti umani in terza o quarta posizione e per questa mancanza di azioni accadono come a Iguala”.

Ayo Polizia comunitaria a AyotzinapaAnche il Dottor Mireles, leader del movimento degli autodefensas del Michoacán e incarcerato dal luglio 2014, ha mandato unmessaggio dal carcere solidarizzando con i normalisti di Iguala. Il suo comunicato è importante perché sottolinea il doppio discorso e le ambiguità del governo: da una parte la connivenza narcos-autorità-polizia è la chiave di un massacro di studenti nel Guerrero, per cui i vari livelli del governo sono immischiati e responsabili; dall’altra si mostra una falsa disponibilità al dialogo con gli studenti del politecnico (Istituto Politecnico Nazionale, IPN) che hanno occupato l’università due settimane fa per chiedere la deroga del regolamento, da poco approvato alla chetichella dalle autorità dell’ateneo, che attenta contro i principi dell’educazione pubblica e dell’università. Nonostante le dimissioni della rettrice dell’IPN e l’intimidazione derivata dal caso Ayotzinapa, la protesta studentesca continua, chiede la concessione dell’autonomia all’ateneo (cosa già acquisita da tantissime università del paese) e mette in evidenza la scarsa volontà di dialogo dell’esecutivo.

A San Cristobal de las Casas, nel Chiapas, gli zapatisti hanno proclamato la loro adesione alle iniziative di protesta di questa giornata e in migliaia hanno realizzato con una marcia silenziosa alle cinque del pomeriggio.

L’EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario) ha emesso un comunicato in cui ha definito il massacro come un “atto di repressione e di politica criminale di uno stato militare di polizia”.

Il sindacato dissidente degli insegnanti, la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), era presente alle manifestazioni che sono state convocate in decine di città messicane e presso i consolati messicani in oltre dieci paesi d’Europa e delle Americhe. La Coordinadora ha anche dichiarato lo sciopero indefinito nello stato del Guerrero. Nella capitale dello stato, Chilpancingo, hanno marciato oltre 10mila dimostranti.

A Città del Messico abbiamo assistito a una manifestazione imponente, non solo per il numero dei manifestanti, comunque alto per un giorno lavorativo e stimato tra le 70mila e le 100mila persone, quanto soprattutto per la diversità e il forte coinvolgimento delle persone nel corteo. Hanno risposto alla convocazione dei familiari delle vittime e degli studenti scomparsi centinaia di organizzazioni della società civile, tra cui il Movimento per la Pace e l’FPDT (Frente de los Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco), che sono scese in piazza con lo slogan “Ayotzinapa, Tod@s a las calles” mentre su Twitter e Facebook gli hashtag di riferimento erano  #AyotzinapaSomosTodos e #CompartimosElDolor, condividiamo il dolore.

Ayotzinapa resiste cartelloNel Messico della narcoguerra le mattanze si ripetono ogni settimana, da anni, e così pure si riproducono le dinamiche criminali che distruggono il tessuto sociale e la convivenza civile. Solo che ultimamente non se ne parla quasi più. I mass media internazionali e buona parte di quelli messicani hanno semplicemente smesso d’interessarsi della questione, seguendo le indicazioni dell’Esecutivo.

La strage di Iguala e il caso Ayotzinapa stanno facendo breccia nella cortina di fumo e silenzio alzata dal nuovo governo e dai mezzi di comunicazione perché mostrano in modo contundente, crudele e diretto la collusione della polizia, dei militari e delle autorità politiche a tutti i livelli con la delinquenza organizzata. Sono i sintomi della graduale metamorfosi dello stato in “stato fallito” e “narco-stato”. Disseppelliscono il marciume nascosto nella terra, nelle sue fosse e nelle coscienze, nei palazzi e nelle procure. Smascherano la violenza istituzionale contro il dissenso politico e sociale, aprono le vene della narco-politica ed evidenziano omertà e complicità del potere locale, regionale e nazionale. Per questo Iguala e le sue vittime fanno ancora più male.

[Questo testo fa parte del progetto NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga]

P.S. Mentre stavo per pubblicare quest’articolo, il governo messicano, attaccato da tutti fronti per la strage di Iguala e i desaparecidos di Ayotzinapa, ha annunciato la cattura di Vicente Carrillo, capo del cartello di Juárez. Un altro colpo a effetto al momento giusto per distrarre l’opinione pubblica, ricevere i complimenti della DEA (Drug Enforcement Administration) e provare a smorzare gli effetti dell’indignazione mondiale. A che serve catturare un boss importante se continuano comunque le mattanze come a Iguala e tutto resta come prima?

Galleria fotografica della manifestazione a Città del Messico: LINK

Video Cori e Sequenze del Corteo: LINK

La polizia sgombera gli insegnanti a Città del Messico

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Nel pomeriggio del 13 settembre 3600 elementi della Polizia Federale, la PF, in tenuta antisommossa hanno sgomberato in pochi minuti la piazza centrale di Città del Messico che dal 19 agosto era occupata da oltre 10mila docenti messicani che, in alcuni momenti della protesta, hanno raggiunto la cifra di 40mila persone (leggi l’antefatto e la storia della lotta degli insegnanti). La maggior parte dei maestri, in lotta contro la riforma educativa del governo del presidente Enrique Peña Nieto, approvata e promulgata fast track la prima settimana di settembre, aveva liberato la piazza e smantellato l’enorme tendopoli che vi era allestita la sera prima e la mattina del 13, ma all’alba restavano ancora circa 2mila docenti, lo zoccolo duro della sezione XXII di Oaxaca, a presidiare il zocalo, la piazza più importante ed emblematica del paese. (foto di Andrea Spotti, album foto finale Fabrizio Lorusso).

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L’operazione della polizia è cominciata già dalla mattinata, migliaia di poliziotti hanno occupato militarmente il centro storico mentre la CNTE, la Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educacion, si trovava ancora in riunione per decidere sul da farsi. Il governo della città aveva offerto agli insegnanti lo spazio del Monumento a la Revolucion, sempre nel centro storico, in modo che spostassero la loro tendopoli in quella zona. Nella serata del 12 settembre l’assemblea della CNTE aveva deciso di liberare la piazza, ma la mattina dopo la stessa assemblea s’è divisa sul da farsi, alcuni gruppi preferivano mantenere l’occupazione e la riunione non s’è potuta concludere, interrotta bruscamente dall’arrivo della polizia.

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Dalle 11 in poi la tensione sale, donne e bambini abbandonano la piazza, le sezioni della CNTE del Distretto Federale (la capitale) e di Michoacan decidono di ripiegare, mentre la sezione 22 di Oaxaca resta in piazza, almeno con un’avanguardia in resistenza che costruisce barricate, sposta delle gru e si prepara a difendere quel che resta della tendopoli.

La autorità federali e cittadine, prese dalla fretta di sgomberare il centro storico in vista della parata militare e della festa dell’indipendenza prevista per la notte del 15 settembre e per domenica 16, si riuniscono alle 14 con i maestri trincerati nel zocalo e danno loro un ultimatum: entro due ore tutti via, altrimenti ci penserà la polizia. Sono ore di tensione e i media ufficiali, televisioni in testa, si dedicano a creare il panico nella popolazione, come quando sta per succedere qualcosa di terribile, qualcosa che nessuno deve vedere. Intanto il presidente Peña fa un discorso in diretta, una vera e propria distrazione di massa, in cui annuncia che il Messico è un paese di pace e armonia e che si trova in un momento di trasformazione in cui bisogna sconfiggere le inerzie e gli ostacoli.

Alcuni free lance con delle telecamere precarie riescono a trasmettere le immagini del zocalo restando appollaiati su qualche finestra di case, uffici e ristoranti. 7 poliziotti salgono sul campanile della cattedrale e osservano dall’alto i maestri. 4 elicotteri sorvolano la zona e dalle barricate della CNTE cominciano a salire delle cortine di fumo per impedire la vista ai sorvolatori. Circa 1500 persone presidiano la piazza, accerchiati dalle forze dell’ordine che alle 16.20 iniziano l’avanzata dal lato nord mettendo in fuga i docenti.

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Salvo alcuni casi in cui gruppi di 8-10 professori hanno opposto resistenza all’invasione, non c’è molta resistenza fisica, ma si preferisce un ripiegamento verso il lato sud e le stradine laterali. L’idea è raggiungere la Alameda Central, un parco situato a poche centinaia di metri dal zocalo, di fronte al Palazzo delle Belle Arti, e da lì unirsi ai manifestanti e agli altri maestri che hanno abbandonato la piazza ore prima e li aspettano. L’obiettivo è uscire sani e salvi dal dedalo di strade del centro e allestire una nuova tendopoli nella spianata del Monumento a la Revolucion, lontano dalla zona del zocalo e della cattedrale.

In questo venerdì 13S messicano non si sono ripetute le stragi di Atenco e di Oaxaca del 2006, anche se il saldo della guerriglia urbana e del fuggi fuggi che è venuto dopo è comunque di una quarantina di feriti e di 32 detenuti (lista qui). Nessun professore è stato trattenuto, quindi gli arresti si sono rivolti contro alcuni gruppi di incappucciati, manifestanti non appartenenti alla CNTE. Nel lungo cammino dal zocalo a Belle Arti e poi al Monumento alla Revolucion sono stati numerosi gli scontri dei manifestanti, arrivati in centro nel frattempo per solidarizzare con gli insegnanti, con la polizia. C’è stato un momento di particolare tensione quando 250 professori, inclusi i portavoce Núñez Ginés di Oaxaca, Juan José Ortega del Michoacán e Francisco Bravo della capitale, sono stati chiusi, “incapsulati” dalla PF che stava serrando la strada e reprimendo un gruppo di manifestanti col passamontagna. In questi scontri la polizia ha fatto uso di lacrimogeni e manganelli, mentre i manifestanti lanciavano molotov, pietre e petardi. I tre dirigenti della CNTE sono stati portati via in una camionetta per incontrare un funzionario del ministero degli interni e negoziare una riapertura dei dialoghi e delle negoziazioni dopo “le feste”, cioè da martedì prossimo.

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In realtà, purtroppo, c’è poco da negoziare: il governo ha già ribadito più volte che non farà nessun passo indietro sulle riforme approvate e c’è quindi il rischio che la protesta sfoci in una lunga serie di battaglie per le strade della città, promosse dalla base, e in un’altrettanto lunga serie di incontri dei portavoce col ministero che non portano a niente o che, nel migliore dei casi, potrebbero portare alcuni vantaggi per i professori a livello locale e nelle successive fasi dell’applicazione delle leggi sull’educazione. Per ora la situazione sembra non avere vie d’uscita. Gli insegnanti della CNTE presenti a Città del Messico, ad oggi, sono ancora 14mila, anche se molti non hanno dormito presso il Monumento alla Revolucion e hanno pernottato nella Facoltà di Filosofia e lettere della UNAM (Univ. Nacional Autonoma del Messico) e della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia (ENAH) che hanno messo a disposizione degli spazi occupati per l’occasione da ieri sera.

La CNTE, nonostante tutto, non si dà per sconfitta, e già dalla mattina del 14S ha ripreso a riunirsi e deliberare, valutando le azioni per questi giorni e per il futuro tra le quali non è da scartare la “riconquista” della piazza centrale dopo il 16 settembre e il ritorno di migliaia di docenti che sono temporaneamente tornati alle loro regioni d’origine. Il conflitto e la resistenza continuano dopo una giornata campale.

In serata c’è stata anche una protesta per la liberazione del professore tzotzil Alberto Patishtán, ingiustamente imprigionato da 13 anni per un omicidio che non ha commesso, il quale ha appena ricevuto dal tribunale del Chiapas che si occupa del suo caso una risposta negativa al suo ricorso e dovrà restare in carcere ancora 47 anni. Gli restano solo tre strade: indulto, amnistia (ma ha già dichiarato di non volersene servire) e la Corte Interamericana dei Diritti Umani.

Si fa strada un’ipotesi credibile che lega il caso Patishtán con gli eventi degli ultimi giorni, inclusa l’escalation della violenza e della tensione nella lotta degli insegnanti: la non concessione della libertà al professore-attivista chiapaneco potrebbe essere un segnale politico-giudiziario di “tolleranza zero” rivolto ai maestri di Oaxaca e degli altri 22 stati che si sono uniti alla ribellione. Vedi articolo completo a questo LINK.  Di seguito: foto album del nuovo accampamento dei maestri a Città del Messico.  Twt @FabrizioLorussoMexAndrea1

Foto qui sopra: Andrea Spotti @Mex_DF

Album fotografico qui sotto: tendopoli Monumento a la Revolucion e lo zocalo di Città del Messico rioccupato dalla polizia, di Fabrizio Lorusso. CLICCA QUI per andare all’album. Altre foto a questo link.

Foto MegaManifestazione CNTE a Città del Messico

Presento qui una galleria fotografica (clicca su una foto per lo slideshow) della manifestazione della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación), una corrente “dissidente” del SNTE, il sindacato nazionale che sostiene le riforme del governo a Città del Messico. Il 4 settembre (4S) dalle 10 del mattino oltre 30.000 insegnanti hanno manifestato a Oaxaca e 40.000 in Chiapas mentre in 20.000 hanno camminato per 8 ore nelle strade della capitale messicana, dall’Auditorio Nacional al palazzo del Senato. Proprio questa camera ieri ha approvato la Riforma Educativa  (riforma costituzionale approvata 7 mesi fa e leggi secondarie approvate i agosto e settembre malgrado le proteste) presentata dal presidente Peña Nieto e già passata alla Camera dei deputati. La CNTE ha dato la cifra di 200.000 insegnanti mobilitati per questa giornata di protesta a livello nazionale. Dal 19 agosto gli insegnanti occupano la piazza centrale della capitale e realizzano manifestazioni e attività di resistenza pacifica in 22 stati della repubblica messicana contro la riforma che definiscono “amministrativa e del lavoro” e non “educativa”. Sabato 7 ci sarà il primo incontro nazionale degli insegnanti a Mexico City convocato dalla CNTE e il giorno seguente la Coordinadora parteciperà alla giornata di assemblea contro la riforma energetica e alla manifestazione convocata dall’ex candidato presidenziale delle sinistre Andrées Manuel López Obrador e il suo movimento MoReNa.   Link all’articolo e foto sull’1S e sulle manifestazioni di questi giorni a Città del Messico – Link alla Tendopoli degli insegnanti in lotta nella piazza centrale del paese. Qui video dell’arresto arbitrario di un giornalista dell’agenzia messicana indipendente Subversiones – Foto di Fabrizio Lorusso

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Stato d’eccezione: foto manifestazione 1S México DF

A Città del Messico il primo settembre s’è svolta un’importante una manifestazione di studenti, facoltà universitarie, organizzazioni sociali, parti del MoReNa (Mov. Rigenerazione Nazionale), liberi cittadini e gruppi anarchici contro la Riforma energetica. Anzi, le iniziative in tutta la città e in tutto il paese erano decine. (Clicca su una foto per vedere lo slideshow). Sopra ho inserito una galleria fotografica della mattinata del primo settembre tra il Monumento alla Revolución e l’angolo tra le via Eje Central e Izazaga a Città del Messico.La manifestazione nel primo pomeriggio s’è unita a quella degli insegnanti della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación) che si sono diretti a San Lazaro, sede della camera dei deputati messicana. Un aggiornamento e foto sulla protesta dei docenti contro la Riforma Educativa è a questo link. Un poliziotto è rimasto ferito per l’attacco di un gruppo di persone incappucciate (presumibilmente e secondo fonti giornalistiche locali – il quotidiano La Jornada – appartenenti a dei gruppi identificati come anarchici). Ci sono stati almeno sei scontri di questo tipo avvenuti durante la manifestazione e anche al termine mentre gli insegnanti, che formavano un cordone indipendente e pacifico, stavano per ripiegare. L’accerchiamento forzato e l’enorme dispiegamento di forze rappresenta una strategia di contenimento che sfocia nella provocazione e nello stato d’eccezione. La reazione della polizia dopo gli scontri s’è quindi concentrata su altri “obiettivi”, cioè persone individuate casualmente, e alla fine della giornata di protesta dell’1S ci sono stati 16 arresti di alcuni attivisti e giornalisti indipendenti. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani come il Comité Cerezo hanno già lanciato dei comunicati in proposito.

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Durante la mattinata e il primo pomeriggio la polizia (6mila poliziotti di Città del Messico e granaderos in tenuta antisommossa oltre a 2mila federali) ha circondato e controllato costantemente l’intero cordone dei manifestanti senza lasciare spazi di azione e movimento alle persone che camminavano: un vero e proprio stato di eccezione.  La quantità delle forze messe in capo dal governo della città e da quello federale è stata enorme. “L’imbottigliamento coatto” da parte della polizia era pensato per il controllo totale ma con l’effetto collaterale provocato di asfissiare e generare situazioni di tensione, in particolare nei momenti in cui la doppia fila di granaderos in testa al corteo spezzava il ritmo della marcia e bloccava i manifestanti, cosa che s’è ripetuta praticamente ad ogni curva mentre, nel contempo, gli scudi dei corpi antisommossa chiudevano la coda e i lati del corteo.

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In più occasioni alcuni gruppi di manifestanti in testa alla marcia si sono scontrati coi granaderos che blindavano le uscite e minacciavano di chiudere tutti in una morsa. Le vie di accesso allo zocalo, la piazza centrale di Città del Messico occupata dagli insegnanti della CNTE, erano completamente bloccate da enormi pannelli di metallo o da altri poliziotti. E’ una modalità già sperimentata dal governo del presidente Peña Nieto e dai corpi di polizia della capitale a partire dalla giornata dell’1D, il primo dicembre 2012, in cui i poliziotti della capitale hanno serrato le file, chiuso ogni passaggio nel centro storico e infine hanno effettuato decine di arresti e pestaggi arbitrari.

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L’8 settembre AMLO (l’ex candidato presidenziale delle sinistre Andrés Manuel López Obrador) ha annunciato un comizio contro la riforma energetica e la “svendita” della compagnia petrolifera nazionale PEMEX proprio nello zocalo della capitale, ma se questo sarà ancora occupato dai professori in lotta, probabilmente le due cause si sovrapporranno nello stesso spazio o comunque nella stessa giornata, come in parte è avvenuto domenica, e la strategia repressiva del governo non farà altro che aumentare la tensione sociale per provocare la criminalizzazione dei movimenti. Foto e post di Fabrizio Lorusso  – Link a fotogalleria della tendopoli degli insegnanti a Città del Messico.

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