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AMIANTO. Una storia operaia

Amianto copAmianto. Una Storia Operaia è il nuovo libro di Alberto Prunetti. Lo ha pubblicato la Casa Editrice milanese Agenzia X, da sempre impegnata sui temi sociali e per un’editoria genuinamente diversa, alternativa e coraggiosa. Non posso fare a meno di segnalarlo proprio oggi. I neuroni hanno preso a funzionare a mille stamattina leggendo i giornali, per esempio quest’articolo di Claudio Dutto su l’Unità di oggi: “Eternit: perché fa ancora paura?”.

Il 14 febbraio si riapre il processo Eternit con l’appello dopo una condanna in primo grado di 65 e 91 anni rispettivamente contro Stephan Schmidheini e Louis de Cartier, per anni responsabili dell’impresa Eternit e delle morti correlate. E se in Italia (vedi cartina geografica in fondo) la sua produzione è stata proibita, nel resto del mondo continua eccome. Fuori dall’Europa, alla conquista di nuovi mercati nei paesi in via di sviluppo, dove tanto la vita, la legge e l’etica “valgono meno”: Africa, Sudamerica, Asia, poco importa no?

Da buon latino americanista sto provando a capire che cosa succede nel continente latino e la situazione non è affatto tranquilla: in Brasile l’Eternit si presenta come “un’impresa fiorente e socialmente responsabile”, pur in mezzo a crescenti proteste (Così per cominciare…Vedi articoli – in portoghese, ma ci si intende benissimo – QUI e un video QUI ), mentre in Costa Rica e America centrale Schmidheiniprova da anni, con un inquietante discreto successo, a riciclarsi come un “Al Gore tropicale”, cioè un guru dello sviluppo sostenibile che finanzia centri di ricerca e iniziative di vario tipo. Conversione verde o pulizia d’immagine? Allora ecco la scheda di AMIANTO e ne riparliamo presto, che dite?

[Tweet FabrizioLorusso]

amianto Crisotilo

Un libro terribile e bellissimo. Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare.

dalla prefazione di Valerio Evangelisti

Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare.

Amianto è una scorribanda nella memoria tra le acciaierie di Piombino e quelle di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, tra il calcio di strada in un’Ilva dimenticata in provincia e le risse domenicali lungo la via Aurelia. Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio. Un’epopea popolare ma anche un’inchiesta che riapre una ferita sociale, scritta da una voce narrativa che reclama attenzione e conferma un talento sempre più maturo.

Alberto Prunetti è nato a Piombino (LI) nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha scritto Potassa (2003), L’arte della fuga (2005) e Il fioraio di Perón (2009). Ha collaborato con “il manifesto” e “A-Rivista” ed è redattore di Carmillaonline.

LO TROVI QUI: http://www.agenziax.it/?pid=67&sid=30 

13 euro – 160 pp. – illustrato  ISBN 978-88-95029-65-8

Florence Cassez: notizia, commento, analisi

Video della conferenza stampa del 24 gennaio 2013 a Parigi (in francese).

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Dopo 7 anni di reclusione Florence Cassez, cittadina francese condannata in Messico a 60 anni di reclusione per sequestro di persona, porto d’armi e criminalità organizzata, torna in libertà grazie a una decisione della Prima Sala della Suprema Corte di Giustizia della Nazione messicana. La Corte ha giudicato incostituzionale il suo processo e le relative condanne. L’affaire Cassez rappresenta il caso diplomatico più rilevante e più strumentalizzato politicamente tra Messico e Francia dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Avevo fatto visita a Florence nel carcere femminile di Tepepan, nella zona sud di Città del Messico, giusto un paio di mesi fa e lei era in attesa della decisione della Corte: silenzio stampa, tensione e tanti sogni. L’addio con le sue compagne di cella, l’auto bianca coi vetri scuri del consolato francese che la veniva a prendere, la libertà respirata fuori da Tepepan, i suoi genitori, l’aereo solo per loro e un volo diretto a Parigi. Niente dichiarazioni per un po’, l’arrivo, la colazione e una nuova vita. Così è stato, come lei desiderava, per filo e per segno anche se nessuno se l’aspettava. Avevamo seguito le vicende su Carmilla Qui – 1 e Qui – 2 (cronologia degli ultimi giorni Qui)

“Dopo sette anni qui, mi pare che lo scherzo sia durato abbastanza”, mi aveva detto l’ultima volta, in novembre. E il suo caso sembrava proprio uno scherzo, anche se tragicamente reale e concreto, come lo sono la privazione della libertà durante anni e l’immersione nel circo mediatico e politico franco-messicano senza interruzioni né spot pubblicitari. Nell’ormai lontano 2005 anche contro di lei s’era messa in funzione la “fabbrica dei colpevoli” messicana, una macchina spietata con ingranaggi incastrati e ferruginosi che girano e s’imballano tra burocrazia, politica, sistema giudiziario e di polizia.

Un sistema che funziona per i motivi e gli interessi più disparati e ogni anno produce casi d’ingiustizia che riempiono le carceri di innocenti o di presunti innocenti cui viene negata la possibilità di difendersi, i cui casi e le cui colpevolezze vengono parzialmente o totalmente fabbricati a vari livelli del processo (vedi libro di Anne Vigna e). Quando si ha la fortuna di arrivare fino alle istanze superiori come la Corte Suprema, in genere c’è la speranza di ottenere giustizia e libertà, ma non molte persone hanno i mezzi materiali, intellettuali, emotivi e giudiziari per portare il proprio caso in appello e poi alla Corte che in Messico funge da giudice costituzionale.
Nel primo pomeriggio del 23 gennaio è arrivata la decisione della Corte di annullare il processo Cassez e le sue due condanne (in primo grado e in appello). Nel marzo scorso, ancora alla fine del periodo presidenziale di Felipe Calderón, i giudici s’erano espressi in senso contrario e la francese era rimasta in carcere.

S’era aperto un dibattito importante nel paese: un processo doveva essere una vendetta o fare giustizia? In che modo, con che metodi era lecito conoscere la verità, sempre che questa sia conoscibile? Esiste in Messico la presunzione di innocenza quando la metà dei reclusi resta in attesa di giudizio per mesi, spesso in base a prove inconsistenti o ricavate con espedienti surreali o con la violenza? E’ meglio un presunto innocente in prigione o un presunto colpevole in libertà? Spesso il governo e la polizia preferiscono i numeri e le cifre: chili di droga sequestrati e persone arrestate. Poi a nessuno importa cosa succede con quei chili di sostanze e soprattutto con quelle vite e nessuno sa se sono colpevoli perché il sistema non sa e non riesce a processare, a investigare, a condannare secondo un minimo standard di protezione dei diritti umani e delle garanzie individuali. E’ giusto comminare una pena di 60 anni di reclusione a una presunta rapitrice se le prove, che poi sono solo testimonianze più volte modificate e incoerenti, sono ottenute in modo fraudolento o addirittura con torture o ricatti? (Intervento recente video in spagnolo)

Mercoledì 23 gennaio i voti positivi in favore del progetto presentato dal magistrato della prima Sala della Corte Olga Sánchez sono stati 3 contro 2 e Florence ha ottenuto la libertà, è partita subito per Parigi. Nelle ultime settimane si vociferava su questo progetto che, in teoria, avrebbe dovuto prevedere semplicemente l’annullamento del processo e la riapertura di un nuovo fascicolo depurato delle testimonianze e delle prove (praticamente tutte) ottenute illegalmente, non valide o derivate da montaggi della polizia, delle TV e delle autorità che via via sono state coinvolte nel caso. Senza queste famigerate “prove” l’assoluzione sarebbe stato il risultato più probabile. Ma la Corte, a sorpresa, è andata oltre.

L’effetto principale della decisione di mercoledì è stata l’immediata scarcerazione di Florence. Questo implica l’ammissione che il processo era stato condotto con abusi abnormi, ingerenze politiche, montaggi televisivi, sentenze e testimonianze falsate e illegali, insomma fuori da qualunque criterio giudiziario accettabile, fuori dal principio costituzionale del processo giusto e dovuto. Florence è stata “sequestrata” quasi un giorno intero prima di essere portata dalla polizia sul presunto luogo del delitto per ricreare televisivamente la scena della cattura. E’ stata sbattuta sugli schermi di fronte a milioni di telespettatori senza saperne nulla. E’ diventata la “diabolica e perversa rapitrice francese” che tortura i messicani. Tutto nel giro di cinque minuti in TV.

E ci sono voluti sette anni per convincere la metà del paese che così non era. Florence non ha avuto l’assistenza consolare adeguata. Florence è vittima e, per colpa delle autorità, non avremo mai un processo che possa chiarire, sempre che fosse possibile, chi siano stati i veri carnefici, i veri rapitori di quelle altre vittime, i tre sequestrati che ancora non sanno chi sono i veri membri della banda di delinquenti che li aveva presi in ostaggio. Ad ogni modo la Corte non poteva decidere circa l’innocenza o la colpevolezza di Florence Cassez, ma poteva solo valutare la legittimità del processo e così ha fatto.

Tutto il caso, compresa la sua rilevanza e importanza mediatica, era cominciato con un montaggio TV orchestrato dall’allora capo della FBI messicana (la Agenzia Fedarle della Investigazioni o AFI), Genaro Garcia Luna (dal 2006 al 2012 Ministro della Sicurezza Pubblica del presidente Calderon), e di Televisa, principale catena messicana e principale artefice della vittoria presidenziale di Enrique Peña Nieto del PRI (Partido Revolucionario Institucional, ex partito egemonico del sistema politico messicano per 70 anni nel novecento) lo scorso primo luglio. Per sei anni Calderon e Garcia Luna non hanno voluto mollare la presa sul caso Cassez mentre Sarkozy sparava dichiarazioni scioviniste e revansciste contro il governo messicano e nel 2011 sospendeva l’anno della Francia in Messico aprendo l’ennesima crisi diplomatica tra i due paesi. Hollande è stato più discreto, ha lasciato fare ed ha atteso la fine del sessennio del PAN (Partido Accion Nacional, di destra) e di Calderon, mentre negoziava in dicembre con Peña Nieto, che è stato anche in Francia durante il suo primo tour di visite ufficiali, la fine del tormentone e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche.

Il governo messicano non è stato da meno in quanto a strumentalizzazioni: tra sparate sensazionaliste per coprire gli eccessi della polizia nel “controllo” della protesta sociale e nell’ambito della “guerra al narcotraffico”, tra annunci vuoti e altisonanti sul rispetto della sovranità del paese e del suo presunto “esemplare stato di diritto”, il presidente e il suo ministro prediletto, Garcia Luna, per anni hanno messo in ridicolo e caricato oltremodo il sistema politico e l’amministrazione della giustizia che, solo ora che sono usciti di scena, la Corte ha potuto in qualche modo sanzionare correggendone alcune storture e pratiche nefaste. Mentre prima il Ministro Garcia Luna negava, col tempo ha dovuto ammettere la storia del montaggio TV e a poco a poco l’opinione pubblica ha cominciato a capire con chi aveva a che fare. Oggi i media messicani, nella polemica post-caso Cassez, stanno già chiedendo la sua testa e anche quella del suo secondo, il fidato ex capo della polizia Luis Cardenas Palomino, coautore dello show e del montaggio televisivo contro Cassez. Dal portale SinEmbargo.Com.Mx : “Ci aspettiamo che i responsabili di quella manipolazione, che fu totalmente illegale, siano chiamati a rendere conto ” e ancora “la polizia non isolò né protesse le vittime del presunto rapimento e, al contrario, furono mantenute in un ambiente ostile, insieme ai loro presunti aggressori, il tutto per fare un’operazione pubblicitaria che non aveva nulla a che vedere con le indagini”.

Il giudice della Corte Arturo Zaldivar ha giustificato la decisione in questi termini: “La Corte difende i diritti umani di tutti perché desideriamo un cambiamento nella prassi della polizia, del pubblico ministero e dei giudici, ed è questo che rende rilevante il ruolo del tribunale supremo al di là del caso concreto e della situazione concreta della persona di cui parliamo”. Dunque la trascendenza di questo caso è indubbia: in un paese condannato da più parti (mass media, ONG, Corte Interamericana dei Diritti Umani, ecc…) per le violazioni ai diritti umani, per i femminicidi, per gli abusi della polizia, per la guerra al narcotraffico promossa dall’ex presidente Calderón (2006-2012) che ha provocato oltre 16mila desaparecidos e circa 80mila morti, il rispetto della legalità nei processi e il rispetto dei diritti dell’uomo sembravano essere principi astratti, inutili, mentre rappresentano la base per ricostruire il tessuto sociale e la credibilità delle istituzioni. Senza questi elementi, nessuna lotta ai cartelli e alla delinquenza organizzata è possibile. Il caso Cassez ha evidenziato, messo a nudo e condannato le interferenze politiche nella magistratura, l’intervento di ministri e presidenti in sfere a loro estranee, l’ingerenza dei media (in primis la catena Televisa) che hanno costruito il caso e alimentato i sospetti e i pregiudizi contro la francese. Da www.carmillaonline.com – Fabrizio Lorusso

Cronologia breve in francese.
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Florence Cassez è libera

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La cittadina francese detenuta in Messico da 7 anni, condannata in appello per sequestro di persona, delinquenza organizzata e porto d’armi (in base a processi e testimonianze dubbiosi e irregolari), è stata liberata oggi in seguito a una decisione della Corte Suprema di Giustizia Messicana che ha valutato, per la seconda volta in 10 mesi, il ricorso costituzionale presentato dai legali della ragazza.

Ci si aspettava una decisione diversa, probabilmente un semplice rifacimento del processo giudiziario senza le prove e le testimonianze raccolte illegalmente, ma non la libertà immediata che, invece, è arrivata (con 3 voti su 5) e pone fine a un lungo calvario mediatico, diplomatico e giudiziario cominciato nel 2005.

La trascendenza di questo caso è indubbia: in un paese condannato da più parti (mass media, ONG, Corte Interamericana dei Diritti Umani, ecc…) per le violazioni ai diritti umani, per i femminicidi, per gli abusi della polizia, per la guerra al narcotraffico promossa dall’ex presidente Calderón (2006-2012) che ha provocato oltre 16mila desaparecidos e circa 80mila morti, il rispetto della legalità nei processi e il rispetto dei diritti dell’uomo sembravano essere principi astratti, inutili, mentre rappresentano la base per ricostruire il tessuto sociale e la credibilità delle istituzioni. Senza questi elementi, nessuna lotta ai cartelli e alla delinquenza organizzata è possibile.

Il caso Cassez ha evidenziato, messo a nudo e condannato le interferenze politiche nella magistratura, l’intervento di ministri e presidenti in sfere a loro estranee, l’ingerenza dei media (in primis la catena Televisa) che hanno costruito il caso e alimentato i sospetti e i pregiudizi contro la francese.

Ora giustizia è fatta e, sebbene la Corte non abbia potuto stabilire l’innocenza o colpevolezza dell’imputata, sicuramente ha saputo cogliere quest’occasione storica e ha potuto stabilire un principio fondamentale per il Messico: che il rispetto dei diritti umani, del giusto processo e del diritto internazionale non sono più un semplice scherzo o parole astratte, ma linee guida ferme e chiare per l’azione giudiziaria, per le investigazioni della polizia, nel rispetto di uno stato di diritto che deve essere pieno e valido per tutti, compresi i ministri e i potenti di turno. Ecco qui la storia e il caso, passo dopo passo. LINK 1 – LINK 2.

Florence Cassez: ottimo intervento di Roberto Rocha @SinEmbargo.Com.Mex

Condivisibile, ragionevole, giusto.

In attesa della decisione della Corte Suprema messicana, attesa per il 23 gennaio, sul controverso caso di Florence Cassez, attualmente detenuta (ingiustamente) in una prigione di Mexico City, ecco i Link alla storia in italiano: QUI – 1 e QUI – 2.

MEXIQUE-FRANCE-PROCES

“Yo digo que en el caso de Florence Cassez, que ha de resolverse este próximo miércoles en la Corte, tenemos ya una última llamada. Pero esta no es para ella, no se trata del último chance para que obtenga su libertad, porque de hecho no se le han agotado los recursos legales. De lo que estoy convencido en cambio es que no habrá otra oportunidad para que este país se ponga en paz consigo mismo y al fin se haga justicia…”.

 

Giustizia per Aldro. L’appello

Il 21 giugno 2012 la Cassazione si è espressa in modo definitivo sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso durante un controllo di Polizia all’alba del 25 settembre del 2005 a Ferrara. La Corte ha confermato la condanna dei quattro poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo riprendendo così le sentenze di primo e secondo grado.

Alla luce della sentenza, chiediamo:

– che i quattro poliziotti, condannati ora in via definitiva, vengano estromessi dalla Polizia di Stato, poiché evidentemente non in possesso dell’equilibrio e della particolare perizia necessari per fare parte di questo corpo;

– che venga stabilito in maniera inequivocabile che le persone condannate in via definitiva, anche per pene inferiori ai 4 anni, siano allontanate dalle Forze dell’Ordine, modificando ove necessario le leggi e i regolamenti attualmente in vigore;

– che siano stabilite, per legge, modalità di riconoscimento certe degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, con un numero identificativo sulla divisa e sui caschi o con qualsivoglia altra modalità adeguata allo scopo;

– che venga riconosciuto anche in Italia il reato di tortura – così come definita universalmente e identificata dalle Nazioni Unite in termini di diritto internazionale – applicando la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall’Italia nel 1988.

Per firmare clicca qui
Per conoscere i nomi dei primi firmatari continua a leggere.

Primi firmatari:

Patrizia Moretti
Lino Aldrovandi
Stefano Aldrovandi
Comitato Verità per Aldro

Simone Alberti, account
Stefania Andreotti, giornalista
Checchino Antonini, giornalista
Alice Balboni, disoccupata
Paolo Beni, presidente ARCI
Rudra Bianzino
Gianni Biondillo, scrittore
Andrea Boldrini, operaio
Irene Bregola, ricercatrice e consigliera comunale Ferrara
Dean Buletti, giornalista
Paolo Burini, pizzaiolo
Stefano Calderoni, assessore provinciale Ferrara
Gigi Cattani, pensionato
Emanuela Cavicchi, insegnante
Franco Corleone, garante dei detenuti Firenze
Stefano Corradino, direttore Articolo 21
Elisa Corridoni, pubblicitaria
Ilaria Cucchi
Erri De Luca, scrittore
Girolamo De Michele, scrittore
Barbara Diolaiti, insegnante
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
Nicoletta Dosio, movimento No Tav
Robert Elliot, Associazione Cittadini del Mondo Ferrara
Valerio Evangelisti, scrittore
Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC
Domenica Ferrulli
Leonardo Fiorentini, webmaster
Don Andrea Gallo
Haidi Giuliani
Giuliano Giuliani
Sergio Golinelli, insegnante
Luca Greco, sindacalista
Salvatore Greco, impiegato
Lorenzo Guadagnucci, giornalista
Claudia Guido, fotografa
Cinzia Gubbini, giornalista
Giuliano Guietti, segretario CGIL Ferrara
Luisa Lampronti, educatrice
Carla Leni, educatrice
Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice
Piero Maestri, portavoce SC
Giuliana Maggiano, insegnante
Luigi Manconi, presidente A Buon Diritto
Valerio Mastandrea, attore
Matilde Morselli, fotografa
Alice Orlandi, operaia
Laura Orteschi, impiegata
Matteo Parmeggiani, precario
Monica Pepe, giornalista
Walter Peruzzi, “Guerre e Pace”
Carola Peverati, Associazione Cittadini del Mondo Ferrara
Pietro Pinna, ricercatore
Stefano Rossi
Paolo Scaroni
Fiamma Schiavi, impiegata
Vauro Senesi, vignettista
Lucia Uva
Filippo Vendemmiati, giornalista
Wu Ming, scrittori
Roberto Zanetti, operatore socio-sanitario
Marcella Zappaterra, presidente Provincia di Ferrara

Video Appello Urgente Genova10x100

Post: Genova G8 2001, non è finita…. Nasce la campagna 10×100 per la liberazione dei compagni e della compagne accusate di devastazione e saccheggio per i fatti del G8 di Genova 2001. Firma l’appello. http://www.10×100.it/?page_id=19

Genova G8 2001: non è finita…

Mentre l’ex capo della polizia ai tempi del G8 del luglio 2001, Giovanni De Gennaro, viene promosso da Monti e diventa uno dei massimi responsabili dei nostri servizi segreti, il processo per i fatti della scuola Diaz continua e l’11 luglio è attesa la sentenza in Cassazione che, però, rischia di essere “esemplare” per 10 manifestanti (che rischiano fino a 100 anni totali di prigione per il reato di “devastazione e saccheggio”) e un po’ meno “esemplare” certamente per i 25 poliziotti imputati per i quali è quasi certa la prescrizione del delitto di “lesioni”, non è previsto il reato di “tortura”(mai inserito nel nostro ordinamento nonostante sia contemplato nella Convenzione europea per i diritti dell’uomo) e quindi resta solamente una possibile condanna per “falso in atto pubblico”, una beffa. Così come lo è il repentino cambiamento del presidente del collegio di Cassazione (è appena arrivata Giuliana Ferrua) che avrà poco tempo per studiare le carte. Bene, sta circolando un appello che riprendo, già firmato da molti cittadini, intellettuali, giornalisti. Ricordo a questo link un post-documentario che ho inserito qualche tempo fa, da vedere. Così come questo documentario “Genova Senza Risposte” (sotto si può vedere in video la prima parte).

GENOVA NON È FINITA.
DIECI, NESSUNO, TRECENTOMILA…

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”,  il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In  questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti. PER FIRMARE CLICCA QUI 

Messico: Florence Cassez resta in prigione

Di Fabrizio LorussoSu Carmilla abbiamo trattato in dettaglio il caso di Florence Cassez, cittadina francese condannata a 60 anni di carcere in Messico per rapimento che, per ora, resterà in prigione (cronologia I parte  II parte), dopo che i magistrati della Corte Suprema messicana hanno bocciato il 21 marzo il ricorso per la revisione del suo appello. L’avvocato Agustín Acosta aveva appellato alla Corte, che di solito s’esprime su questioni costituzionali, un anno fa. La settimana scorsa il giudice Zaldivar della prima sala della Corte, specializzata in materia penale, aveva presentato una proposta che chiedeva la libertà della francese per le violazioni al principio del giusto processo e il mancato rispetto dei diritti consolari da parte delle autorità al momento della cattura. I voti dei giudici sono stati due a favore e tre contro. Nello specifico si trattava di approvare o rifiutare la revisione dell’appello che nel 2011 Florence aveva perso in un tribunale ordinario. In quell’occasione il nazionalismo francese e il messicano si scontrarono duramente fino ad arrivare alla cancellazione dell’anno del Messico in Francia, un evento culturale importantissimo. Oggi, in piena campagna elettorale oltralpe e all’inizio di quella messicana (ufficialmente il primo aprile), la situazione non è cambiata e non c’erano le condizioni per una decisione serena della Corte. Il caso, comunque, non è chiuso.

Rivediamo in sintesi gli eventi. La francese fu arrestata l’8 dicembre 2005 con il suo ex fidanzato Israel Vallarta, accusato di essere il capo della banda di rapitori Los Zodiaco a Città del Messico e tuttora in attesa di giudizio. I due restarono isolati e detenuti illegalmente per 24 ore. Lui veniva torturato per confessare e lei restava in una camionetta in attesa della liberazione, ignara di quello che l’attendeva.

Il 9 dicembre gli ostaggi e i presunti delinquenti furono costretti dalla polizia a creare una messinscena della cattura per compiacere le TV nazionali e la propaganda governativa, bisognosa di mostrare risultati al paese contro uno dei crimini più sentiti dalla società e in costante crescita: il sequestro di persona.

L’allora responsabile della polizia AFI (una specie di FBI azteca), Genaro García Luna, dovette riconoscere il montaggio pochi mesi dopo, quando Cassez lo accusò in diretta TV. Ciononostante dal 2006 García Luna è Ministro della Sicurezza nel governo conservatore di Felipe Calderón e artefice della guerra al narcotraffico che ha causato 60.000 morti.

Nel 2009 arrivò la sentenza definitiva contro la francese, ma l’impianto probatorio fu alterato dagli abusi delle autorità dalla cattura in poi. Molte piste credibili furono ignorate e ci si concentrò sull’incriminazione di una straniera, dal potenziale mediatico enorme, e legata a Vallarta. Ingredienti esplosivi per i media, per l’opinione pubblica alla loro mercé e per la politica che piano piano s’è infiltrata, ha manipolato, ha distorto realtà, prove e procedure per arrivare a un risultato: la colpevolezza di Florence Cassez.

Mercoledì scorso la Corte ha riconosciuto queste gravi violazioni, ma non ha ritenuto che la libertà immediata fosse la decisione adatta. Quindi la giudice Olga Sánchez, che ha votato a favore della libertà per Florence insieme a Zaldivar, redigerà un nuovo progetto di revisione che sarà votato nei prossimi mesi e potrebbe aprire a una futura revisione del processo depurato degli elementi “inquinati”. Sarebbe una “terza via” tra la conferma della sentenza di condanna e la libertà assoluta che forse farebbe contenti tutti gli attori politici e sociali coinvolti. La sfida per il Messico è epocale e forse è un aspetto poco compreso, almeno fino a poche settimane fa, anche qui oltreoceano. Si sta per definire se il paese riesce a fissare dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono come “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”, per cui con l’inganno si va avanti, sempre e comunque.

L’opinione pubblica è divisa tra il “castigo ad ogni costo e con ogni mezzo”, sotteso alla strategia anti-narcos attuale, e la “giustizia”, il rispetto dello stato di diritto per cui la presunzione d’innocenza cade solo dopo un processo completamente regolare. Per capirci di più, riprendo e amplio alcune parte dell’intervento pubblicato sul mio blog qualche giorno fa.
La posta in gioco non era quella di stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo prima o poi sarà annullato o da rifare, tornerebbe a essere pienamente innocente o “presunta innocente”). Qui si tratta di un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.

Se la Corte avesse deciso per la libertà di Florence o per il rifacimento del processo eliminando le prove manipolate (tra cui includo alcune testimonianze degli ostaggi che in altre sentenze del 2011 che hanno scagionato presunti membri della stessa banda non sono state considerate come prove valide, secondo quanto rivelato dalla giornalista francese Leonore Mahieux proprio in questi giorni), avrebbe stabilito un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai), violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento. Probabilmente lo farà in un’altra sessione, con un altro progetto di revisione dell’appello e – speculo – dopo le elezioni presidenziali del primo luglio.
Ma questa decisione avrebbe sfidato il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in sé.

Si sarebbe messo in scacco il Ministro Garcia Luna, che presto verrà denunciato per gli abusi commessi dagli avvocati francesi di Cassez, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. Anche la giornalista messicana Carmen Aristegui nel suo programma radio MVS Noticias ha cominciato a chiedersi se Garcia Luna non debba per lo meno dimettersi. Un giudice della Suprema Corte, Pardo, ha chiesto, senza fare nomi, che i responsabili vengano indagati mentre alcuni famosi penalisti hanno esplicitamente parlato del Ministro.

Quando sei vittima di un delitto in Messico, spesso lo sei tre volte: una, per il delitto stesso; due, per colpa delle autorità che spesso ti trattano come un delinquente o come un colpevole se denunci; tre, quando i processi, i testimoni e le prove sono corrotte si degenera verso la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli” pur d’incriminare qualcuno, quindi molti innocenti finiscono dietro le sbarre e i veri colpevoli restano fuori, con il pericolo per le vittime che ne deriva. E se poi i veri colpevoli sono in qualche modo collusi con l’autorità o protetti dai poteri forti, ecco che si complica ancor di più la situazione delle “3 volte vittime”.
Una decisione della Corte favorevole a Cassez in quest’epoca pre-elettorale sarebbe rischiosa, forse anche per questo è prevalsa una linea attendista.
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La candidata del PAN (Partido Accion Nacional, di destra, da cui proviene il presidente Felipe Calderon) alle comunali di Città del Messico, un bastione delle sinistre, è Isabel Miranda de Wallace, un’attivista sociale che lotta contro i sequestri di persona, amica del presidente, di Garcia Luna e di altri personaggi legati al caso Cassez, che dal 2005 s’oppone alla liberazione di Florence e difende le vittime di quel caso a spada tratta e in modo evidentemente interessato. Invece il PRD, partito di sinistra al governo della capitale, s’è mantenuto, anche se cautamente, dalla parte del giudice Zaldivar.

Le battaglie di Wallace, che le sono valse la candidatura, si legano alla strategia presidenziale di militarizzazione e della mano dura, alla giustizia e al castigo ottenuti e rivendicati ad ogni costo e con ogni mezzo, per cui si sostiene che il processo è stato regolare e, nel frattempo, si sfrutta la situazione attuale per intervenire, tornando prepotentemente sui media, con una buona campagna elettorale gratuita. C’è una scarsissima attenzione a cosa succede dopo un’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per definirsi un paese democratico minimamente civile.

Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano i colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini o non ci sono i mezzi e le competenze sufficienti, oppure si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità che sfiora il 98% in Messico, resta lì. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni.

La decisione che ci si aspettava e che è stata rinviata dalla Corte dovrebbe costituire una svolta per uscire da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence Cassez, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o sui giornali. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi, fare carriera e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi). Credo che anche in Italia ne sappiamo qualcosa.

Aggiornamenti e sintesi in spagnolo:

Decisione della Corte e reazioni
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/187068
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/186912
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/002n1pol

La Procura non si cura dei diritti degli imputati
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n2pol

Circo mediatico
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/003n1pol
Giustizia impresentabile
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/opinion/002a1edi

Suprema Corte invita il presidente a non intromettersi
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n1pol