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Identificati in Messico i resti di uno studente di Ayotzinapa, proteste #1DMX #6DMX #YaMeCanse2

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

Ayotzi monumento 6dmx“Compagni, a tutti quelli che ci hanno sostenuto, sono Alexander Mora Venancio. Con questa voce vi parlo, sono uno dei 43 caduti del giorno 26 settembre per mano del narco-governo. Oggi, 6 dicembre, i periti argentini hanno confermato a mio padre che uno dei frammenti delle mie ossa mi appartiene. Mi sento orgoglioso che abbiate alzato la mia voce, la rabbia e il mio spirito libertario. Non lasciate mio padre solo col suo dolore, per lui significo praticamente tutto, la speranza l’orgoglio, il suo sforzo, il suo lavoro, la sua dignità. Ti invito a raddoppiare gli sforzi della tua lotta. Che la mia morte non sia avvenuta invano. Prendi la miglior decisione ma non mi dimenticare. Rettifica se possibile, ma non perdonare. Questo è il mio messaggio. Fratelli, fino alla vittoria”.

I genitori dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa, nello stato messicano del Guerrero, hanno diffuso il questo messaggio su Facebook. Sono le quattro del pomeriggio. Mentre Città del Messico si prepara a un pomeriggio di cortei contro il crimine di stato del 26-27 settembre a Iguala, nello stato del Guerrero, e per il ritrovamento in vita dei 43 studentidesaparecidos della scuola normale di Ayotzinapa “Raúl Isidro Burgos”, arriva una notizia inattesa. La piazza grida, chiede la rinuncia del presidente Enrique Peña Nieto e del procuratore della repubblica Jesús Murillo Karam. Alcuni normalisti del comitato studentesco di Ayotzinapa hanno appeno fatto un annuncio importante, le emozioni e le reazioni sono contrastanti.

Tra i resti umani trovati dagli inquirenti nella discarica dei rifiuti di Cocula all’inizio di novembre ci sono quelli del diciannovenne Alexander Mora Venancio, uno degli studenti che, secondo le testimonianze di tre narcotrafficanti in stato di arresto, sarebbero stati bruciati per 15 ore nella stessa discarica. Lo hanno confermato i periti argentini dell’Equipe Argentina di Antropologia Forense i quali, su richiesta dei familiari delle vittime, stanno lavorando con la procura alle prove del DNA. I genitori di Alexander, vittima di un attacco da parte di narcos e poliziotti di Iguala e Cocula insieme ad altri compagni, sono partiti immediatamente per la loro terra d’origine, il paesino di Teconoapa, sulla costa del Pacifico, per le esequie. Sono otto gli studenti scomparsi a Iguala che provengono da questa località e i genitori di tutti loro appartengono all’organizzazione indigena, contadina e popolare Unione dei Popoli e Organizzazioni dello Stato del Guerrero (UPOEG).

Ayotzi NORMALISTAL’avvocato della UPOEG, Manuel Vázquez, ha confermato che in questi primi due mesi di ricerche, insieme ai genitori di Ayotzinapa, hanno contribuito al ritrovamento di 200 fosse clandestine nella zona di Iguala e in altri comuni vicini. Alcuni reportage recenti, in particolare uno della televisione France 24, hanno rivelato la probabile scomparsa, per mano della polizia di Cocula secondo alcuni testimoni, di altri 31 studenti nella regione tra il marzo e il luglio del 2013. Le denunce relative a 17 di questi desaparecidos sono state confermate dal governo del Guerrero nella sua pagina web. Il 3 dicembre i familiari di altre 375 vittime della polizia collusa coi narcos hanno preso coraggio, dopo anni di silenzio, e hanno manifestato nella piazza centrale di Iguala per denunciare ladesaparición di tanti loro cari negli ultimi anni. Grazie a un frammento d’osso e un molare è stato possibile ricostruire il DNA di Alexander, ma restano da verificare sia i resti in mano ai forensi argentini e alla procura sia quelli che sono stati rinvenuti nel fiume San Juan di Cocula e inviati in Austria per un complesso esame mitocondriale. E soprattutto restano da verificare le migliaia e migliaia di fosse comuni e di resti umani che emergono dalle terre di mezzo paese. “Ne mancano 42 e li rivolgiamo in vita”, ha detto nel comizio finale della giornata di Azione globale per Ayotzinapa del 6 dicembre, #6DMX +#YaMeCanse2. La rivista di Tijuana, Zeta, da anni specializzata nel confronto di dati ufficiali sulla violenza, ha confermato la cifra allucinante di 41mila morti nei primi 23 mesi del governo del “nuovo PRI”.

Continua la protesta globale

Sono state settimane convulse in Messico. La capitale, lo stato del Guerrero, le città solidali del mondo intero sono in ebollizione per l’indignazione e lo sconforto, per il disanimo, la voglia di reagire, gridare e protestare, accompagnate dalla tristezza e dalla paura che tutto torni come prima. Il letargo mediatico, l’apatia sociale, il conteggio dei morti in un box rosso sui principali quotidiani. Una madre, un padre, una famiglia che cercano i loro figli e cari desaparecidos, moltiplicati per 27mila. Un compa che racconta in radio l’ultima estorsione subita dagli sbirri, un tentativo di sequestro, una minaccia di sparizione forzata. Gli universitari che han scoperto d’essere spiati perché in facoltà hanno nascosto delle telecamere. Altri che vengono attaccati da infiltrati e poliziotti nelle assemblee. Le violenze subite nell’anima e nel corpo delle donne, da Ecatepec a Ciudad Juárez, dalle strade alle maquiladoras. E ancora l’azzeramento delle vittime nei meandri della burocrazia e nei corridoi dell’oblio. La paura travestita da normalità. Crimini di stato trasformati in guerra alle droghe e viceversa, in un turbinio. Meglio risvegliarsi, rifondare, che ignorare e normalizzare una strage, quella degli studenti di Ayotzinapa del 26 settembre, che è solo la punta di un iceberg in un mare d’impunità e corruzione.

Ayotzi poster proteste 4-5-6 dicMi appresto a scrivere questo aggiornamento mentre vomito notizie e rimastico cronache. Guardo il video del flash mob, l’ennesimo, che 43 ragazzi hanno realizzato alla Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara. Alla fine urlano tutti insieme dall’uno al quarantatré. Per un minuto la Fiera si ferma, la terra non gira, silenzio, giustizia! Finisce il coro, cominciano gli applausi. Un brivido, l’ira, le lacrime, la speranza in un cambiamento. Penso alla grande manifestazione qui a Città del Messico, lunedì primo dicembre, #1DMX. Abbiamo calcolato 50mila persone. Una marcia instancabile ed energetica, nonostante sia finita anche questa volta a manganellate e lacrimogeni, con sette arresti casuali, terribilmente random e violenti, e una serie di incapsulamenti della polizia che solo un cordone di funzionari della Commissione Nazionale per i Diritti Umani, di bianco vestiti, ha potuto bloccare, almeno per un po’. Ora i prigionieri sono tutti liberi, le pressioni internazionali e di tutto il Messico stanno obbligando le autorità a risolvere i problemi da loro stesse provocati in modo più spedito, salvo poi dimenticarsi della legalità e del famigerato stato di diritto non appena i riflettori si spengono. Il rischio è questo, il governo è paziente, ha potere e mezzi per resistere e sfiancare, può aspettare qualche settimana e contrattaccare, sequestrare, riconquistare, offendere. E lo sta già facendo.

Si riconferma la modalità dell’accerchiamento delle forze dell’ordine e dei rastrellamenti a tappeto contro tutto e tutti, ma non contro chi li attacca o ne “giustifica” inizialmente l’intervento. E’ un copione ormai noto: un manipolo di ragazzi incappucciati, ma anche a volto scoperto a volte, causa danni a qualche edificio pubblico o privato. I celerini intervengono, picchiando a destra e a manca senza ritegno, impedendo ai manifestanti disarmati e pacifici di proseguire, di esprimersi, di respirare, per poi catturare un po’ di gente a casaccio. I detenuti del 20 novembre sono stati rilasciati tutti, non c’erano prove né elementi concreti per accusarli di alcunché. I familiari dei prigionieri e dei desaparecidos di Ayotzinapa, accompagnati dalla società civile e dai movimenti, chiedono adesso le dimissioni del procuratore Jesús Murillo Karam, oltre a quelle del presidente della repubblica.

DSC_0001 (Small)La testimonianza di una signora sotto shock, con la testa spaccata e sanguinante, consolata dalla figlioletta e curata alla buona da un’infermiera (?), diventa virale sui social e suscita la rabbia di chi ha un computer e una connessione, cosa che non è affatto scontata né così generalizzata come molti credono. Le classi medie cittadine hanno internet, ma il Messico guarda la televisione. In TV la storia è sempre un’altra. La padrona delle menti, Nostra Catodica Signora dei rimbecillimenti, passa scene di violenza, immagini di vandalismi e distruzioni, dimenticandosi delle 3 ore di corteo pacifico e del motivo per cui tanta gente scende in piazza sfidando la propaganda governativa e la criminalizzazione delle autorità contro il dissenso sociale.

I 43 studenti desaparecidos non importano più, meglio mostrare due bancomat sfasciati e qualche vetrina imbrattata per giustificare l’azione “gagliarda”, parola usata dal responsabile della sicurezza nella capitale, della polizia. Sì, ma contro chi? Eccoli lì che si scagliano ferocemente contro una signora che cerca lavoro e nemmeno sa che c’è un corteo quel giorno. Eccoli lì che lasciano stare i presunti responsabili degli attacchi nei loro confronti o nei confronti delle “preziosissime” proprietà private e dei palazzi della Avenida Reforma e che aggrediscono famiglie e cittadini, strappano striscioni e rinnegano la loro umanità. Se ti muovi, può toccare anche a te. Se corri, ti prendiamo. Se sei schifato e arrabbiato perché i narcos sono la polizia, lo stato è la mafia o viceversa, e ha sequestrato e ammazzato migliaia di persone in pochi anni, 43 studenti in una notte a Iguala, e poi trova scuse ciniche e idiote per non cambiare nulla, praticando il gattopardismo più becero, meglio che te ne stai zitto e ti dedichi a spendere gli ultimi risparmi, erosi dalla crisi e da un modello consumista sfrenato, per i regali di Natale. Questi i messaggi delle autorità alla gente.

Ayotzi tractores 5 diciembreIl cittadino cileno Laurence Maxwell, studente del dottorato in lettere dellaUniversidad Nacional Autonoma de Méxicodetenuto la sera del #20NMX, per cui s’era mosso anche il ministro degli esteri del Cile, denuncerà lo stato messicano per le torture subite e così faranno anche gli altri 10 cittadini detenuti ingiustamente. Ma è l’intero sistema politico ad essere messo alle strette e criticato a fondo, delegittimato come mai prima. La popolarità di Peña è ai minimi storici. E’ scesa al 39%, la più bassa per un presidente dal 1995 ad oggi secondo il quotidiano Reforma. Il 5 dicembre il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon ha sollecitato un’indagine a fondo del caso Ayotzinapa e di tutte le sparizioni forzate in Messico in una conferenza stampa, ribadendo anche l’importanza del diritto alla libertà d’espressione e la necessità di canalizzare le legittime richieste della gente in modo pacifico, nel rispetto dei diritti umani. Avrà cominciato a percepire l’aria che si respira in Messico e la vena repressiva del governo? Non molto. Dopo le critiche, infatti, Ban Ki-moon ha dato il suo beneplacito alle misure autoritarie promosse dall’esecutivo negli ultimi giorni.

Burle presidenziali e cinismi

Nel maggio 2012, quando mancavano meno di due mesi alle elezioni, l’allora presidente Felipe Calderón annunciò la sua appartenenza al grande movimento studentesco e sociale#YoSoy132, che era nato da una contestazione al candidato Peña Nieto alla Universidad Iberoamericana e aveva poi segnato la fine della campagna elettorale, il ritorno del PRI al governo e l’inizio del mandato presidenziale, con le manifestazioni del primo dicembre 2012, sempre #1DMX, represse nel sangue. Fu una mossa elettorale disperata per provare a creare empatia col movimento e con una parte de. Non funzionò, il risultato della candidata del partito di Calderón (PAN), Josefina Vázquez Mota, fu deludente e il presidente fu ricordato per i 100mila morti e la narco-guerra, non di certo per la sua identificazione con gli studenti.

DSC_0119 (Small)Dopo il megacorteo del 20 novembre scorso, Peña, emulando il suo predecessore in un disperato e calcolato tentativo di riconciliazione, ha cercato di ribadire la sua identificazione con le vittime di Iguala e del Guerrero dicendo che “Tutti siamo Ayotzinapa”. Come conseguenza è stato mandato letteralmente “affanculo”, cioè a“chingar a su madre”, da uno studente della normale “Isidro Burgos”, oratore durante il comizio finale della manifestazione del primo dicembre. Tra le altre cose, gli ha anche ricordato che lui “non è Ayotzinapa, ma è Atlacomulco”, in riferimento alla città natale del presidente intorno alla quale girano tutto il gruppo di potere e le lobby delle correnti dominanti del PRI e degli impresari ad esse legati.

Superatelo, ja ja. Hashtag #YaSupérenlo

Nel suo discorso del 4 dicembre a Iguala, Guerrero, Peña ha chiesto alla comunità di “superare questa fase”, “questo momento di dolore”, per fare “un passo avanti”, dato che la sua geniale idea è molto semplice: voltare pagina, dimenticare l’inferno e salvare la sua immagine. Ottimo montaggio televisivo, un ponte da inaugurare come scusa per andare ad Iguala e dintorni, e infine un po’ di applausi dei burocrati che lo accompagnavano. Un evento pensato ad hoc per farsi vedere nella zona e prendere di nuovo la parola. Il ponte, distrutto nel settembre 2013 dall’uragano Manuel, è stato ricostruito a Coyuca de Benítez, nella Costa Grande al nord di Acapulco. Peña s’è definito come il “grande alleato degli abitanti del Guerrero” e ha indicato che quanto successo coi normalisti di Ayotzinapa “genererà una svolta, segnerà un momento e permetterà la costruzione di istituzioni migliori”. Ciononostante nessuno ha ancora capito come. La comunità sarà felice per il nuovo ponte dell’oblio, dunque, e per l’inizio del corso di superazione personale che pare voler proporre il presidente con le sue frasi ad effetto. “Hanno detto ‘superatelo’ per i femminicidi nel Chihuahua 15 anni fa, e continuiamo a cercare e lavorare, rispondiamo ‘siamo stanchi’ dell’impunità”, ha scritto via Twitter la giornalista Lydia Cacho.

DSC_0021 (Small)Occupazione simbolica di Città del Messico nella Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa

Intanto il Messico, e soprattutto Guerrero, continuano a bruciare, le proteste non si fermano e anche all’estero la solidarietà s’esprime nelle forme più fantasiose, incessantemente, giorno dopo giorno. Il 3 dicembre ci sono state mobilitazioni in 43 città degli Stati Uniti con l’hashtag #UStired2, oltre 3000 boliviani sono cesi in piazza a La Paz e oltre 10mila uruguayani hanno marciato per Ayotzinapa a Montevideo il giorno dopo. E’ stata la marcia per i 43 normalisti più numerosa realizzata fuori dal Messico. La settimana scorsa in Italia i movimenti sociali e l’associazione Libera hanno promosso decine di iniziative per denunciare il narco-stato messicano e i crimini di lesa umanità in terra azteca con cortei, flash mob, proteste fuori dai consolati e nelle università, diffusione di comunicati e attività di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Nel pomeriggio del 5 dicembre un corteo di 43 trattori ha sfilato per l’Avenida Reforma, nel centro di Città del Messico. Sabato 6, invece, in decine di città messicane ci sono state manifestazioni e proteste che nella capitale si sono trasformate in un’occupazione simbolica della città. Infatti, a Città del Messico le mobilitazioni della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educacion), dei genitori dei 43 desaparecidos, protetti dal collettivo Marabunta, degli studenti, del FPFV (Frente Popular Francisco Villa), del Frente de Pueblos para la Defensa de la Tiera di San Salvador Atenco, delle organizzazioni contadine, che sono arrivate a cavallo alle 10 del mattino, e della società in generale sono confluite nella spianata del Monumento a la Revolución.

DSC_0087 (Small)Hanno dato vita a un’altra oceanica Giornata di Azione Globale per Ayotzinapa per unire la causa dei 43 desaparecidos al rifiuto delle riforme strutturali, alla difesa dell’acqua, la vita e la terra e alla commemorazione dei cento anni dell’ingresso degli eserciti di Francisco Villa ed Emiliano Zapata nella capitale e l’occupazione indigena della città del 6 dicembre 1914. I megafoni della CNTE hanno annunciato la notizia, ufficializzata poco prima dai periti argentini: i resti di uno dei 43 normalisti sono stati identificati, ma lalucha sigue.

A un lato degli insegnanti dodici persone, tre donne e sei uomini, camminano in fila indiana. Hanno le mani legate e una corda li tiene uniti uno all’altro. Sono dei presunti infiltrati a cui i manifestanti della CNTE hanno appiccicato sul petto un cartello con la scritta “infiltrados” per evitare che facciano danni e si mischino con loro. E arriva anche la notizia che il capo della polizia della capitale, Jesús Rodríguez, ha presentato le sue dimissioni, dopo essere stato aspramente criticato per le sue ciniche dichiarazioni sul “valore e la gagliardia della polizia” durante lo sgombero della piazza del Zocalo il 20 novembre scorso.

Javier Sicilia e movimento per la pace

“Dissi a Peña, durante i dialoghi nel Palazzo di Chapultepec coi candidati alla presidenza, che pareva non avere un cuore, una sensibilità, e si arrabbiò perché gli stavo ricordando la repressione di Atenco del 2006, quando era governatore del Estado de México”, ha spiegato Javier Sicilia, leader del movimento per la pace con giustizia e dignità (MPJD), in un’intervista radiofonica. “Col suo discorso l’altro giorno a Iguala mostra anche una mancanza di intelligenza politica oltre all’insensibilità. Si potrebbe lanciare un messaggio del genere, forse, se almeno fossero state fatte le cose necessaria affinché i fatti non si possano più ripetere, se fosse stata fatta giustizia, se il caso fosse stato risolto, ma non così, quando niente è stato risolto e si ha un mandato per farlo che non viene rispettato. Bisogna rompere e rifondare lo stato, spegnere la emergenza nazionale e ricostruire e questo si fa solo con una logica di giustizia, dignità e servizio al paese, cosa che non è stata fatta, invece stanno facendo sparire più gente…”.

DSC_0085 (Small)Parlando del superamento del dolore, Sicilia ha sottolineato la profondità della crisi strutturale che sta vivendo il Messico: “Con cosa dovremmo superare il dolore? C’è una questione terribile dietro. E se dall’Austria ci dicono che i resti sono degli studenti, saranno comunque solo alcuni, e gli altri? E le fosse? Non è possibile accettare che non ci sia nulla, che ci sia solo la polvere degli studenti, che non resti più nulla. Perciò li vogliamo vivi, li vogliamo presenti, con un corpo almeno.

Questa situazione non si ripara in nessun modo, solo se non ce ne saranno mai più”. Il poeta e attivista ha ribadito l’obbligo dello stato chiarire cosa è successo coi ragazzi di Ayotzinapa e “l’ondata di proteste deve spingere affinché i fatti di Iguala non succedano mai più, deve esserci un punto di rottura a partire da questo. Le strutture sono corrotte, e Peña non ha nemmeno la legittimità o l’autorità morale per dire quel che dice di fronte al disastro che stiamo vivendo”. Dal “Mexican Moment” vaticinato dal The Economist nel 2012 e dal miraggio di un presidente che, secondo la rivista Time, stava “Salvando il Messico”, siamo passati inevitabilmente a una realtà fatta di tragedie dalle proporzioni immani, sequel spietato del terrore del sessennio precedente, ma ancor più amara perché s’è imposta sulla propaganda e il marketing governativo a forza di desapariciones, fosse comuni, mattanze dell’esercito, come quella di Tlatlaya del giugno scorso, e morti su morti che ritornano dagli inferi.

Anche alcuni settori della chiesa cattolica sono intervenuti per chiedere giustizia e protestare. Qualche giorno fa un gruppo di religiose ha manifestato per le strade della capitale mentre il 4 dicembre i sacerdoti e i seminaristi della diocesi di Saltillo sono scesi in piazza per chiedere la fine della violenza e il chiarimento della strage di Iguala. “Dinnanzi a quello che succede nel paese e nel Guerrero non possiamo stare zitti e far finta di niente”, ha espresso il vescovo e attivista Raul Vera che era alla testa del corteo.

L’idea che si sia raggiunto un punto di rottura, di non ritorno, nella storia recente del Messico si sta facendo strada nei movimenti e nella società. Ma se non si mantiene la pressione interna ed esterna per il cambiamento, per una “rivoluzione pacifica intelligente”, come l’hanno battezzata i normalisti sopravvissuti della strage di Iguala, per una “rifondazione dello stato”, secondo l’augurio di Sicilia, oppure per una fase costituente, come auspicano altri, insomma, “se non manteniamo la lotta e andiamo avanti per cambiare il paese, ci aspettano cose ancora più inaudite, peggiori di quelle che abbiamo vissuto fino ad ora”, prevede lo scrittore.

Ayotzi URUGUAYIl rischio di isolamento e repressione di chi non vuole e non può accomodarsi di fronte alla tragedia nazionale messicana è alto. Le alternative che Peña ha di fronte sono l’apertura di canali seri di dialogo, anche se è lecito chiedersi fino a che punto il sistema sia capace di riformarsi da solo e di ricevere proposte radicali per una “Convenzione” o una fase costituente, o la repressione. Pare che il governo e il gruppo di potere legato al presidente, spalleggiato da amministratori e governatori affini come Miguel Ángel Mancera, sindaco di Città del Messico, non abbiano dubbi sul fatto che renda di più la seconda opzione, costi quel che costi.

Guerrero seguro e Nuevo Guerrero

Guerrero vanta un indice d’impunità dei delitti del 96.7%, sopra la media nazionale del 93% e peggio degli altri 31 stati del paese. Non si contano chiaramente i reati non denunciati, che sono stimati intorno al 90% del totale. Il tasso d’omicidi ogni 100mila abitanti è di 63, il più alto del Messico. Questo significa 3680 omicidi nei primi 23 mesi di governo di Peña e oltre 1000 nei primi otto mesi del 2014. Seguono lo stato di Chihuahua con un tasso di 59 e Sinaloa con 41. Nel 2013 Acapulco è stata la terza città più violenta del mondo, dopo San Pedro Sula in Honduras e Caracas in Venezuela. Nella città costiera, ex perla turistica messicana, durante i primi 22 mesi del nuovo governo sono stati denunciati 132 casi di sequestro di persona, il numero più alto in Messico. Ecatepec, nel feudo priista del Estado de México, intorno alla capitale, ne hanno registrati 114. Con 447 casi Guerrero è il terzo stato con più rapimenti, dopo Tamaulipas e l’Estado de México.

Ayotzi Esecuzioni governo PeñaQuesta situazione era nota da tempo, evidentemente. Infatti, nel 2011, il presidente Calderón avviò l’operazione speciale Guerrero Seguro e aumento la presenza militare, una delle tante iniziative infruttuose che hanno martoriato il paese dalla fine del 2006 ad oggi. Peña Nieto ha annunciato il 4 dicembre la riedizione di quel programma per la “sicurezza” e ha lanciato un piano di “pacificazione”, un’operazione militare e poliziesca, per le zone note comeTierras Calientes (territori compresi tra la costa pacifica e le catene montuose dellaSierra Madre Occidental negli stati del Michoacan, Guerrero, Oaxaca, Sinaloa e Morelos) e il piano di sviluppo e investimenti pubblici e privati battezzato Nuevo Guerrero. “Rilanciare lo sviluppo economico e sociale” è la finalità ufficiale dell’operazione. Nei giorni scorsi Peña ha parlato anche della creazione di zone economiche speciali negli stati del Chiapas, del Guerrero e del Oaxaca, il che suona come una riedizione del vecchio e fallito Plan Puebla Panamá di integrazione regionale tra il Messico e l’area centroamericana.

L’invio di truppe

Già da una settimana 2000 uomini della Polizia Federale sono stati mandati a Chilpancingo, la capitale dello stato, e altri 1500 ad Acapulco “per difendere i turisti e le famiglie”. Non si sa da chi li dovrebbero difendere, se poi è la polizia stessa che diventa parte integrante dei narco-cartelli. Adesso comunque arrivano i rinforzi, arrivano i “nostri”. Non bisogna essere esperti di sicurezza e politiche pubbliche per capire che la protezione degli investimenti delle multinazionali del settore minerario e turistico, insieme alla stabilità relativa dei narco-affari, soprattutto delle coltivazioni di papavero da oppio e marijuana, e del settore agricolo legale, sono le priorità sottese a questo piano. La protezione speciale, con più poliziotti e più vigilanza, che verrà offerta al porto e all’aeroporto di Acapulco va lette in questa chiave.

Come nel Michoacan e nel Tamaulipas pare che anche qui si stia cercando un accordo, un nuovo equilibrio tra i gruppi mafiosi in lotta in modo da regolarizzare il business e limitare la violenza: un compito molto complicato, vista la presenza di forti movimenti sociali organizzati e anche la frammentazione estrema, favorita dal tipico effetto cucaracha(scarafaggi che fuggono all’impazzata in ogni dove), che la dissoluzione del cartello dei Beltran Leyva ha portato con sé. In secondo piano passano, invece, la tutela delle comunità più povere e insicure e il rilancio delle zone rurali depresse e di quelle colpite dagli uragani degli ultimi anni. Parte dell’infrastruttura distrutta è stata ricostruita, ma l’economia non decolla. Nel suo complesso l’operazione puzza di controllo sociale e controllo delle proteste che, proprio a Chilpancingo e nel resto del Guerrero, stanno assumendo le forme più rabbiose e violente, con attacchi praticamente quotidiani alle sedi dei partiti e delle istituzioni cui si somma l’occupazione e gestione autonoma di almeno 13 comuni. Quasi non se ne parla, ma le diverse forme di autogoverno e autonomia come quelle dei caracoles zapatisti e della comunità autonoma di Cherán nel Michoacan sono una realtà in tante comunità del Messico.

cabalgata_ayotzinapa9Il decalogo di Peña Nieto

Il 28 novembre Peña ha enunciato un decalogo di misure e proposte del governo per provare a uscire dall’impasse. E’ una lista imbevuta di autoritarismo, di volontà accentratrice e di vecchie ricette dell’epoca di Calderón che attentano contro i diritti umani. A queste “nuove tavole della legge” si aggiunge anche una beffa: la legge anti-cortei. In questo contesto di escalation delle proteste e della repressione, in attesa di una possibile diminuzione della pressione internazionale e della partecipazione popolare per l’avvicinarsi del periodo natalizio e la chiusura delle università, i legislatori del PRI, del PAN e del Verde Ecologista hanno approvato la cosiddetta “Legge Anti-Corteo”.

Si tratta di una riforma degli articoli 11 e 73 della costituzione affinché il governo federale, le amministrazioni locali e i governi statali possano emettere leggi in materia di mobilità che potranno essere usate dalle autorità per impedire le manifestazioni e la libertà d’espressione e riunione. In pratica si attribuisce la facoltà di promulgare leggi e ordinanze sulla mobilità cittadina, provinciale e regionale che però in realtà nascondono l’inganno e giustificheranno la restrizione del diritto a manifestare e rappresaglie verso diverse forme di protesta sociale. Tra le misure che saranno discusse in parlamento c’è la creazione di un solo corpo di polizia per ogni stato, l’abolizione delle polizie locali o comunali, la possibilità per il governo di dissolvere comuni con infiltrazioni mafiose, la fissazione di un Codice Unico d’Identità personale, la creazione del numero 911 per tutte le emergenze, una riforma della giustizia e nuove operazioni militari per la sicurezza negli stati fuori controllo.

La stretta anti-libertaria del governo non ha comunque bisogno di molte nuove leggi dato che continuano le “vecchie” pratiche del sequestro, dell’arresto arbitrario e delladesaparición come nei casi di tre studenti della Universidad Nacional Autónoma de México che hanno denunciato il tentativo di farli sparire della polizia federale, in azione contro di loro a Città del Messico. Sandino Bucio è stato avvicinato da

Fabbrica di colpevoli

policia federal ayotziIl 15 novembre il ventiseienne Bryan Reyes e la sua fidanzata Jaqueline Santana, rispettivamente maestro di flamenco e studentessa di economia, entrambi militanti del gruppo Acampada Revolucion 132, stavano camminando in una zona periferica della capitale, si dirigevano al famoso mercato della Merced. Mentre passavano su un cavalcavia sono stati catturati da 14 poliziotti, otto uomini e sei donne, in borghese. Convinti che si trattasse di un sequestro di persona, dato che gli agenti non si sono identificati e li hanno picchiati per forzarli ad entrare con la violenza in un taxi e in un’automobile privata, i due hanno cominciato a gridare. Ulises Chavez, un amico che era con loro, è riuscito a scappare e un poliziotto locale è stato richiamato sul posto dai rumori e le urla, ha puntato la pistola in faccia a uno dei federali e gli ha intimato di liberare i ragazzi.

Quando il federale s’è identificato il poliziotto l’ha lasciato stare ma questo “contrattempo” ha forse salvato la vita a Jaqueline e Bryan che sono stati portati in questura e poi in prigione con delle accuse assurde ma, per lo meno, in vita. Senza il minimo rispetto dei diritti umani e del dovuto processo, in spregio al fatto che i poliziotti federali hanno cercato di sequestrare e, probabilmente, far sparire i due ragazzi, questi sono stati rinchiusi per furto aggravato per aver rubato 30 euro a una poliziotta proprio sul cavalcavia in cui sono stati immobilizzati e rapiti dai federali (in questo video-link la testimonianza della sorella di Bryan). I detenuti del 20 novembre e del primo dicembre sono stati liberati, Bryan e Jaqueline no, e da stanno portando avanti uno sciopero della fame dal 23 novembre.

Una situazione simile ha vissuto Sandino Bucio, studente di Filosofia e Lettere e attivista che lo scorso 28 novembre è stato praticamente sequestrato da alcuni agenti in borghese della polizia federale all’uscita dell’università, dopo aver partecipato all’assemblea degli studenti della sua facoltà. Picchiato e costretto a salire su una macchina bianca, anonima, come se si trattasse di un rapimento o di una sparizione forzata. Per fortuna i passanti e gli studenti che si trovavano nei paraggi hanno filmato l’arresto e hanno diffuso immediatamente l’informazione. Si sono mosse subito le reti sociali e quelle dell’attivismo universitario per organizzare un picchetto di protesta fuori dalla sede della procura, dove intanto era stato condotto Sandino. Dopo poche ore la pressione mediatica e popolare è riuscita a far liberare lo studente. Gli agenti federali coinvolti sono stati sospesi, ma resta critico il livello di guardia dei movimenti e dei cittadini di fronte alle rozze azioni d’intimidazione della polizia, alle sue operazioni delinquenziali e alle offensive legislative del mondo politico.

Reportage precedenti: Ayotzinapa @CarmillaOnLine

  1. La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica
  2. Il Messico e Ayotzinapa gridano: 43 con vida ya!
  3. Benvenuti in Messico: desaparecidos e morti di #Ayotzinapa #Fueelestado
  4. Due mesi dopo la strage: le vene aperte del Messico e #Ayotzinapa

Messico e pioggia, maestri in lotta

IN ITALIANO

Il Messico contrario alle cosiddette “riforme strutturali” scende in piazza (e la occupa). Inserisco nel post una galleria fotografica (clicca su una foto per lo slideshow) della tendopoli allestita dai docenti della CNTE, Coordinamento nazionale dei lavoratori dell’educazione, nella piazza centrale (il “Zocalo”) di Città del Messico. Dal 19 agosto scorso tra i 10 e i 40mila insegnanti di asili, scuole primarie e secondarie occupano la piazza principale del Messico. Sta piovendo, ma ore e ore di violenti acquazzoni non spazzano via la speranza, anche se funzionano per scacciare i curiosi, i venditori ambulanti, in maggior parte commercianti della capitale, e  le cattive notizie che arrivano dai palazzi del potere: nella notte dell’1S (primo settembre!), con un sortita dei legislatori, è stata approvata dalla Camera dei deputati la Legge del Servizio Professional Docente, oggetto delle negoziazioni di questi giorni tra i rappresentanti della CNTE e alcuni parlamentari. Uno sberleffo in piena regola. Ora manca solo il voto al Senato.

Scene di vita e resistenza civile compongono quest’album fotografico che è stato realizzato il 31 agosto scorso, quando solo un gruppo ridotto di docenti si trovava a presidiare la tendopoli siccome la maggior parte di loro si trovava nelle rispettive comunità d’origine per il fine settimana. 1000 insegnanti del Chiapas si sono integrati al contingente in lotta tra domenica e lunedì, mentre durante la settimana sono programmate varie camminate e manifestazioni. Per mercoledì 4 settembre è prevista una giornata di insurrezione nazionale dei docenti convocata dalla CNTE. Sono due settimane che la capitale messicana è letteralmente bloccata e la stessa cosa succede, su una scala minore, anche Ah, che cos’è la CNTE? Non va confusa con il SNTE, Sindacato Nazionale Lavoratori dell’Educazione. E’ un coordinamento, fondato nel 1979, che raccoglie gli insegnanti che hanno un pensiero critico nei riguardi del lavoro del sindacato ufficiale, praticamente un apparato paragovernativo, e si organizza come corrente democratica dentro al SNTE, senza costituirsi però come un sindacato autonomo.

Attualmente la CNTE mantiene viva l’opposizione alla riforma educativa, che più che “educativa” pare una riforma (regressiva) del lavoro e dell’amministrazione, inviata al parlamento dal presidente Peña Nieto. Il Sindacato (SNTE) allineato al governo dorme e fa spot a favore dell’iniziativa di Peña. Dopo aver promosso la riforma degli articoli costituzionali riguardanti l’istruzione (il 3 e il 73) che è stata approvata dai 3 partiti più grandi (PRD, PRI, PAN) nel febbraio scorso, il presidente sta ora spingendo per un’approvazione fast track delle leggi secondarie al vaglio del parlamento. E ci è riuscito. Già due, quella sull’Istituto Nazionale per la Valutazione e la Legge Generale sull’Educazione, sono state approvate senza che l’opinione delle parti sociali e, soprattutto, degli insegnanti direttamente coinvolti nella riforma venisse presa in considerazione. Ora la partita si gioca sulla terza legge, quella che tocca più da vicino la vita delle persone, dei maestri, e i diritti del lavoro acquisiti.

Link utili: CNTE sección 9 Distrito Federal e Sección 22 Oaxaca. Foto e intro di Fabrizio Lorusso

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EN ESPAÑOL

El México inconforme con las llamadas “reformas estructurales” llena las calles y ocupa las plazas. Incluyo en el post una galeria fotográfica (da clic en la foto para el slideshow) del plantón de protesta que mantienen entre 10 y 40mil maestros de la CNTE, Coordinadora nacional trabajadores de la educación en el zocalo de la Ciudad de México desde el 19 de agosto pasado. Llueve, pero horas interminables de aguaceros no barren la esperanza, pero sí alejan a los curiosos, a los vendedores ambulantes, en su mayoría capitalinos, y a las malas noticias que llegan de San Lazaro: en la noche del 1S (primero de septiembre!), con un albazo legislativo, la Cámara de diputados aprobó la Ley del Servicio Profesional Docente, es decir el objeto de las negociaciones entre los delegados de los manifestantes y algunos congresistas. Una verdadera tomada de pelo.

Ahora falta sólo el voto del Senado. Escenas de vida y resistencia civil componen este álbum fotográfico que ha sido realizado el día 31 de agosto de 2013, cuando sólo un contingente reducido de maestros se encontraba presidiando el plantón, ya que la mayoría de ellos se encontraba en sus comunidades de origen para el fin de semana. 1000 maestros de Chiapas se integraron a la protesta en la capital el 1S, mientras que en la semana se prevén marchas y, el miércoles, una insurrección magisterial nacional convocada por la CNTE. Ah, ¿qué es la CNTE? No es el SNTE (Sindicato Nacional Trabajadores de la Educación), queda claro. Es una coordinadora, fundada en 1979, que aglutina a los docentes que tienen un pensamiento crítico con respecto al trabajo del sindicato “oficial” charro y se organiza como corriente democrática dentro del SNTE, sin por eso contituirse como un sindicato autónomo.

Actualmente la CNTE mantiene viva la oposicièon a la reforma educativa que más que “educativa” parece una reforma (regresiva) laboral y administrativa, enviada por el presidente Peña Nieto al Congreso. El Sindicato (SNTE) alineado al gobierno duerme y difunde espots a favor de la iniciativa de Peña. Después de haber promovido la reforma de los artículos constitucionales sobre asuntos educativos (el 3 y el 73) que fue aprobada por los 3 partidos más importantes del país (PRD, PRI, PAN) en el mes de febrero de 2013, el mandatario ahora está cabildeando para una aprobación fast track  de las leyes secundarias que examina el congreso. Y lo está logrando. Ya dos de éstas, la sobre el Instituto Nacional para la Evaluación y la Ley General sobre la Educación, fueron votadas sin que la opinión de las partes sociales y, sobre todo, de los maestros, afectados directamente por la reforma, fuese tomada en cuenta.  Ahora, el partido se juega en la ley que más interesa, de cerca, la vida de las personas, de los docentes, y los derechos laborales preexistentes.

Link útiles: CNTE sección 9 Distrito Federal y Sección 22 Oaxaca. Fotos e intro de Fabrizio Lorusso

Messico: i Normalisti di Michoacán Sconfiggono il Governo

Di Andrea Spotti, inviato di Fornace e MilanoX (link articolo) in Messico. Situato al centro del Messico e affacciato sul Pacifico, lo stato di Michoacán é da mesi lo scenario di un importante conflitto per la difesa della scuola pubblica che vede contrapporsi governo statale e ministero dell’istruzione, da un lato, e studenti delle Scuole Normali Rurali dell’entitá, dall’altro. Il culmine dello scontro si é raggiunto nella notte del 15 ottobre scorso, quando, con un operativo degno di ben altre cause, centinaia di agenti delle forze di polizia statali e federali, nonché integranti del Gruppo Operazioni Speciali dello stato, hanno fatto irruzione nelle tre Normali occupate a Tiripetío, Cherán e Artiaga arrestando, in perfetto stile Scuola Diaz, 176 persone. A due settimane di distanza, nonostante la martellante campagna di criminalizzazione portata avanti dai mass media, il movimento dei normalisti é riuscito ad ottenere la scarcerazione di tutti i detenuti e la proroga dell’applicazione della riforma curricolare che, se messa in pratica, sancirebbe nei fatti l’eliminazione di queste storiche istituzioni educative.

Nate negli anni Venti con l’obiettivo di formare docenti per combattere l’analfabetismo e spinte con forza durante la presidenza Cardenas (1934-40), le Scuole Normali hanno ormai una lunga tradizione in Messico. Tuttavia, a causa dell’originaria scelta di un’educazione socialista e della loro importante tradizione di lotta, vengono viste con una certa diffidenza da governi locali e nazionali, in quanto rappresentative di una pericolosa anomalia che preferirebbero normalizzare. Le Normali Rurali si occupano di formare i maestri e le maestre che insegnano nelle comunitá piú recondite e piú povere del paese. In contesti di questo tipo, il professore diventa spesso un punto di riferimento per la comunitá, una sorta di intellettuale organico del villaggio che svolge anche un ruolo di mediazione tra le istituzioni e la popolazione e che, in occasioni di conflitto, puó anche trasformarsi in leader o portavoce di movimenti di resistenza o di rivolta, come successe, per esempio, al leggendario Lucio Cabañas, normalista e fondatore del Partito dei Poveri che animó la guerriglia in Guerrero alla fine degli anni ’60. In tutti i casi, il ruolo dei maestri rurali é sempre andato ben oltre il recinto didattico e ha avuto spesso a che fare con la diffusione della capacitá critica e della coscienza civile nelle zone piú sperdute e indifese del paese.

A partire dalla grande partecipazione dei normalisti al movimento del ’68, diversi governi hanno cercato di ridimensionare le loro scuole. Da Diaz Ordaz (il presidente della mattanza di Tlatelolco, che ne fece chiudere la metá in un colpo solo) in avanti, studenti e studentesse delle Normali -provenienti da famiglie povere indigene e contadine nella maggioranza dei casi- hanno dovuto battersi per garantire l’esistenza di queste istituzioni accademiche, le quali sopravvivono sotto costante minaccia. Nel corso del tempo, infatti, il taglio dei finanziamenti pubblici, la diminuzione del numero di matricola o la chiusura degli istituti hanno ridotto a sedici il numero di Normali rurali presenti sul territorio nazionale.

Il conflitto attuale inizia il 21 agosto scorso, con l’entrata in vigore della riforma curricolare che impone un cambiamento radicale ai piani di studio delle Normali di tutto il paese. La riforma, immediatamente contestata dagli studenti, viene vista come l’ennesimo attacco alla scuola pubblica e come il tentativo di omologare l’insegnamento in funzione degli interessi impresariali nazionali e globali. Con l’eliminazione delle materie umanistiche, infatti, si metterebbe fine alla peculiare esperienza delle Normali rurali che verrebbero cosí trasformate in istituti tecnologici. Altri aspetti critici della legge riguardano l’imposizione dell’inglese come seconda lingua e lo studio dell’informatica. Nonostante i media abbiano speculato molto su questo punto, cercando di far passare gli studenti come dei retrogradi premoderni, i normalisti non rifiutano l’idea di aggiungere queste due materie al loro piano di studi. Fanno semplicemente notare che in un contesto come quello michoacano, dove la lingua madre é spesso il purépecha, il náuahtl o l’otomí e dove in molti casi manca perfino l’elettricitá, questi temi andrebbero quanto meno discussi, essendo quí prioritari il recupero della linuga indigena e l’alfabetizzazione in spagnolo. Per tutto questo, richiedono la proroga di un anno dell’applicazione della riforma e l’apertura di un tavolo di trattative con il governo locale e la SEP (Secretaría Educación Pública) per discutere proposte alternative che possano rispondere in modo piú adeguato alle necessitá della regione.

Di fronte all’indifferenza dell’autoritá, gli studenti, raggruppati nell’ONOEM (Organización de Normales Oficiales del Estado de Michoacán), iniziano ad alzare il livello della mobilitazione e, a partire dal 10 settembre, occupano le istallazioni scolastiche e portano avanti scioperi parziali e totali delle attivitá didattiche nelle otto normali dello stato. La risposta del governo statale e della SEP nei termini dell’impossibilitá di rivedere la riforma arriva il 25 settembre e provoca un’ulteriore radicalizzazione del movimento che risponde con azioni che vanno dal blocco stradale e la liberazione dei caselli per fare passare gratis gli automobilisti, fino all’appropriazione di camion e autobus di grandi imprese nazionali e straniere. A partire da questo momento, gli studenti conquistano l’attenzione del governatore, il priista Fausto Vallejo, il quale, peró, mette la questione sul piano dell’ordine pubblico e rifiuta categoricamente di aprire il dialogo con chi non rispetta la proprietá e viola lo stato di diritto. Il braccio di ferro va avanti per giorni e, a partire dal 4 ottobre, la situazione diviene sempre piú tesa. Sono giá quasi un centinaio i mezzi di trasporto di cui si sono appropriati gli studenti per fare pressione sul governo e, d’altra parte, aumentano anche le pressioni impresariali e massmediatiche per ristabilire l’autoritá dello Stato sui giovani ribelli.

La situazione si definisce nel peggiore dei modi durante la nottata del 15 ottobre con lo sgombero violento da parte delle forze dell’ordine delle tre Normali occupate ad Arteaga, Tiripetío e Cherán. Il bilancio dell’operazione parla di piú di 200 persone fermate, tra le quali una decina di minori e due sindacalisti del Snte (Sindacato Nazionale Lavoratori dell’Educazione). L’irruzione, il cui obiettivo ufficiale era il recupero dei 96 veicoli in possesso degli studenti, avviene nel cuore della notte e produce la resistenza dei normalisti che rispondono alla massiccia agressione poliziesca con il lancio di pietre e bottiglie molotov; iniziano cosí gli scontri -una vera e propria battaglia-, che finscono solo all’alba.

La ricostruzione dei fatti del governo e quella studentesca sono assolutamente agli antipodi. La prima, fatta propria acriticamente dai media, colpevolizza i normalisti da ogni punto di vista: l’intervento si é reso necessario per ristabilire lo stato di diritto, violato dall’irragionevole occupazione degli edifici e dall’appropriazione dei camion; la violenza é stata causata dai giovani che, oltre a ferire una decina di poliziotti, hanno anche incendiato 17 mezzi di trasporto. Di conseguenza, i 176 studenti che vengono effettivamente arrestati non sono affatto indifesi ed innocui come la loro giovane etá potrebbe far pensare, ma rappresentano una vera e propria minaccia all’ordine pubblico. D’altra parte, le immagini che mostrano lanci di sassi e vetture in fiamme sarebbero sufficientemente eloquenti per dimostrarlo.

Il punto di vista studentesco, inizialmente soffocato dalla versione mainstream, racconta una storia radicalmente diversa, che parla di pestaggi brutali e violazioni dei diritti umani, di colpi d’arma da fuoco e di violenza gratuita sugli studenti (denudati, ammanettati e obbligati a restare seduti per ore in posizioni scomode, senza poter bere né mangiare o andare in bagno); di atti di vandalismo da parte delle forze dell’ordine, accusate di aver distrutto dormitori e mense, nonché di essere i veri responsabili dell’incendio dei veicoli. La versione dei normalisti viene confermata anche dai sindacalisti della Snte, i quali dichiarano che la polizia era armata con fucili d’assalto AR-15; e dalle autoritá del Municipio Autonomo di Cherán, che in un comunicato denunciano l’atteggiamento vessatorio delle forze dell’ordine, non solo verso gli studenti ma anche contro abitanti della loro comunitá e giornalisti. Infine, dopo un’iniziale appiattimento sulle posizioni del governo, anche la CDHE (Commissione per la difesa dei Diritti Umani dello stato) ha denunciato “l’uso eccessivo della forza” da parte della polizia.

La solidarietá, tuttavia, non si fa attendere. Da subito, a livello statale, si mobilitano le Normali rurali, i sindacati della scuola, i parenti dei detenuti e le comunitá indigene, con una manifestazione e un accampamento davanti al palazzo del governo statale. Successivamente si solidarizzano il resto delle rurali e degli studenti del paese, il movimento #YoSoy132, oltre che centinaia di intellettuali e di organizzazioni sociali che firmano un documento nel quale si condanna la criminalizzazione dei normalisti e la violenza repressiva dello stato. Grazie all’importante ruolo svolto dai media alternativi e i social network, che fanno circolare le foto degli abusi, l’indignazione inizia a crescere. Dalle moltitudinarie manifestazioni a Morelia (capitale michoacana) ai blocchi stradali a Oaxaca, Veracruz e Cittá del Messico; dalla liberazione dei caselli autostradali in vari punti del paese all’occupazione della sede del governo michoacano nella capitale, sono una miriade le iniziative piú o meno radicali che chiedono a gran voce la scarcerazione dei normalisti (accusati di sedizione, furto e danneggiamento). Insomma, la protesta monta in tutto il paese e l’indignazione mista alla fragilitá dei capi d’accusa favorisce la loro graduale scarcerazione, gli ultimi otto escono dal carcere su cauzione il 24 ottobre. Negli stessi giorni, inoltre, dopo mesi di chiusura al dialogo, viene finalmente concessa ai normalisti la proroga dell’applicazione della riforma. Insomma, nonostante i tanti lividi e l’asimmetria delle forze in campo, gli studenti delle Normali Rurali portano a casa due importantissimi risultati.

Sebbene possa essere reversibile, la vittoria dei normalisti contro il pugno di ferro di Vallejo e la riforma neoliberista della Sep dimostra che la lotta e la solidarietá (a volte) pagano, il che, vista la fase che stiamo attraversando, fa ben sperare e rappresenta senz’altro una buona notizia.

La Revolución no va en Televisión @México

In una recente intervista all’accademico canadese “messicanista” James Cockcroft su Real News Network viene avanzata un’ipotesi interessante. Provo a riassumerla e ampliare alcuni punti che lì sono solo suggeriti per poi passare alla situazione sociale messicana e alla recente occupazione simbolica della sede della maggiore TV nazionale (TeleVisa, 5o gruppo media del mondo e primo in America Latina) conclusasi venerdì 28. Secondo Cockcroft le banche statunitensi, in fallimento (o quasi) dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008 e in piena crisi mondiale, avevano e hanno bisogno, tra gli altri, dei flussi finanziari provenienti dal narcotraffico (il secondo o terzo maggior generatore mondiale di movimenti monetari), posseduti e riciclati in buona parte dai cartelli messicani e dagli operatori statunitensi degli stessi. Quindi in Messico la lotta alle fonti di finanziamento e la chiusura dei rubinetti del denaro dei narcos è stata debolissima ed è una denuncia che moltissimi opinionisti ed esperti hanno rivolto alle autorità. S’è privilegiata la politica di militarizzazione della guerra ai narcos, spinta dal presidente messicano Felipe Calderón del PAN (Partido Acción Nacional, destra) anche per recuperare la scarsa legittimità (solo mezzo punto di scarto e brogli elettorali) con cui aveva vinto le elezioni presidenziali del 2006 contro le sinistre e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador (AMLO). La narcoguerra degli ultimi 6 anni ha causato 60mila morti e 16mila desaparecido, ma ha significato un’epoca di vacche grasse per il traffico, lecito e illecito, di armi oltreché per i piani (tipo il noto Plan Merida) di “aiuto” militare statunitense in Messico e per operazioni illegali come Fast and Furious (passaggio di armi USA-Messico) che hanno mostrato (di nuovo) come il narco-business sia ormai diversificato, vantaggioso da entrambi i lati della frontiera e come si sia ampliato e collegato al commercio di armi (oltre che a quello di persone, di migliaia di veri e propri schiavi contemporanei costretti alla prostituzione o uccisi per la vendita degli organi). Ecco il video intero dell’intervista:

Anche i desaparecidos di questa amministrazione militarista stanno lì a testimoniare i nessi fecondi e criminali tra narcos, stato (a vari livelli di governo), commerci illeciti, sistema economico “legale”: la riduzione in schiavitù di donne e uomini dei settori più vulnerabili della società, il traffico e, sempre più spesso, la sparizione di persone, la diffusione delle armi e il proliferare delle mattanze sanguinarie vengono considerate in Messico come un male necessario, nella migliore delle ipotesi, o come un effetto o danno collaterale di una strategia che si presume vincente. Inoltre pare che il PRI, il partito egemonico per 71 anni al potere dal 1929 al 2000, abbia vinto le elezioni (siamo in una fase di grosse contestazioni verso tutto il processo elettorale e la qualità della fragile democrazia messicana) e il suo candidato Enrique Peña Nieto si appresta a diventare presidente in mezzo a scandali, manifestazioni popolari di massa, denunce e polemiche per la compravendita dei voti, gli eccessi enormi (da 10 a 13 volte del budget previsto) delle spese di campagna e il trattamento mediatico di gran favore ricevuto per anni da TeleVisa, la principale catena TV nazionale.

Il 1 luglio scorso s’è votato per eleggere presidente e parlamento, 6 governatori locali e migliaia di altre cariche di tipo amministrativo. Pochi media ne hanno parlato, ma ci sono stati 9 morti, 7 feriti, 66 arresti e migliaia di altre anomalie. Secondo Cockcroft l’eventuale arrivo alla presidenza del leader della coalizione progressista, López Obrador, che s’è ricandidato nel 2012 con un programma di austerità, tagli alla politica e lotta alla corruzione e ora ha impugnato le elezioni presso il tribunale elettorale per le irregolarità verificatesi in tutto il processo, avrebbe rappresentato un grosso problema. Ma per chi? Sarebbe forse stato un ostacolo evidente per i variegati business illeciti che, in qualche modo, sostengono i flussi monetari Messico-Usa e, in particolare, sarebbe stato problematico per i gruppi d’interesse che da Washington a Mexico City, da El Paso a Sinaloa, sorvegliano e mantengono in vita i meccanismi della criminalità organizzata e le interazioni tra l’economia illegale, quella semisommersa e l’illegale attraverso i business del sequestro e commercio di persone, droga, armi. Obrador è osteggiato, in Messico (e si sa), ma probabilmente anche negli USA. Cockcroft non sviluppa oltre l’idea nell’intervista, ma intanto cominciamo a pensarci.

AMLO è stato l’unico candidato a proporre (poi andrebbe visto se sia in grado di andare oltre le parole) un cambiamento netto di strategia rispetto all’ultimo sessennio, mentre Peña Nieto viene visto da molti come il candidato dei “patti con i narcos”, in quanto erede della corrente più retrograda e antidemocratica del PRI, quella del ritorno al passato: è il cosiddetto gruppo dei “gobernadores”, cioé i governatori degli stati (21 su 32) in cui il PRI mantiene il potere locale e che rischiano di diventare i bastioni di un nuovo regime autoritario, vera nube nera sulla fragile democrazia messicana. Ma cosa sta succedendo nella primavera messicana (ormai estate piovosa e di lotta) a livello politico e sociale?
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Dopo le presidenziali del primo luglio il Messico non ha ancora ufficialmente un Presidente della Repubblica ed è immerso in un conflitto che mette in discussione la legittimità del suo sistema democratico. In mezzo a scandali per il superamento dei tetti di spesa, i finanziamenti illeciti, i favori ricevuti dalle TV e la compravendita dei voti, Enrique Peña del Partido Revolucionario Institucional (Pri), partito di governo per 71 anni fino al 2000, ha vinto con il 38% dei suffragi. Secondo, il leader della coalizione progressista López Obrador, con il 31,5%. Il Presidente in carica Calderón, del conservatore Acción Nacional (Pan) si affrettò a celebrare la riuscita delle elezioni complimentandosi col “nuovo presidente” la sera stessa del voto, ancor prima dei conteggi provvisori. Le televisioni gli fecero eco e chiusero la questione, ma non fu così per milioni di messicani.

Mentre il vero saldo di sangue e anomalie del primo luglio spariva dalla cronache e dai messaggi ufficiali a reti unificate, arrivavano invece copiose le testimonianze della gente e degli osservatori internazionali che descrivevano il caos prevalso in tante zone del paese. La gravità della situazione era evidente soprattutto nel bastione di Peña, l’Estado de México, regione da 16 milioni di abitanti (e da 10,5 milioni di votanti) da lui governata fino al 2011. Nel 2006 Peña ordinò una delle peggiori repressioni della polizia contro la popolazione civile ad Atenco e il saldo fu terribile: 2 morti, centinaia di arresti e di feriti, stupri in carcere, violazioni ai diritti umani e incarceramenti a tappeto e senza prove. Nessun responsabile, criminalizzazione indebita dei movimenti sociali e popolari e un boomerang che è tornato adesso indietro a Peña Nieto, carico di forze di una nuova generazione di messicani che non dimenticano.

Migliaia di cittadini hanno denunciato irregolarità come la compravendita di voti con carte prepagate del supermercato Soriana e della banca Monex. La stampa ha rivelato i presunti nessi, oggetto di indagini giudiziarie, tra queste imprese e persone legate al partito. Il risultato è in sospeso. Il Tribunale Elettorale sta valutando le migliaia di impugnazioni e di irregolarità segnalate sia dalla coalizione progressista, che ha chiesto l’annullamento del voto, che dal governativo Pan. La legge prevede l’annullamento nel caso in cui si riscontrino anomalie nel 25% dei seggi e il Tribunale deve decidere entro il 6 settembre se è stato violato il principio costituzionale delle elezioni “libere e autentiche”.

“Che il tribunale stabilisca da dove vengono le risorse che hanno usato il Pri, l’alleato Partido Verde, Peña e i loro collegati, imprenditori, costruttori e prestanome, e le aziende fantasma che son venute fuori”, spiega Camerino Márquez, rappresentante legale dei progressisti. Fuori dai partiti il risveglio civico e la protesta sono stati rilanciati dai social network, internet e dal movimento studentesco, nato a maggio e battezzato YoSoy132 (IoSono132) dopo un video in cui 131 universitari rivendicavano la loro scelta di opporsi a Peña e al Pri che li aveva sbeffeggiati in un evento pubblico alla università privata IberoAmericana della capitale. Il candidato era stato giustamente contestato per i fatti di Atenco del 2006 e per la sua presenza mediatica strabordante frutto di un patto con la principale catena TV, TeleVisa, rivelato da The Guardian il giugno scorso, ma da tempo denunciato dai suoi oppositori. Ed è dal 20 maggio, giorno della prima marcia anti-Peña organizzata attraverso i social network, che la gente e il movimento studentesco non smettono di scendere in piazza, praticamente ogni settimana, trovando forme di protesta pacifica sempre più creative quanto decise.
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Convocate da FaceBook e Twitter, il 7 luglio 150.000 persone hanno manifestato per la democrazia, contro la “dittatura mediatica” delle TV, TeleVisa e Azteca, e l’imposizione di un presidente “telegenico ma illegittimo a suon di voti comprati”. Il sabato seguente c’è stato il bis e il 22 s’è svolta una marcia globale anti-Peña in 87 città del mondo al grido di “fuera Peña” sulle note de La Bamba e “Peña non ha vinto”. Trenta persone sono state arrestate senza alcun motivo, come testimoniato dai video su YouTube, veri garanti della trasparenza e dei diritti umani, e poi liberate il giorno dopo nelle città di Oaxaca e León, nel sud e nel centro del Messico. “E’ l’intolleranza del governo che criminalizza la protesta sociale”, recita il comunicato degli studenti in merito.

C’è chi va oltre e s’unisce alle voci che vedono il Pri come il partito dei patti coi narcos. “Se non si chiarisce, se quei soldi son venuti dalla criminalità, non abbiamo motivi per sopportare una narco-squadra di politici nei prossimi sei anni”, sostiene il vescovo di Saltillo, Raúl Vera. Il 15 luglio sono iniziati i lavori della Convenzione Nazionale contro l’Imposizione (OJO: articolo di Andrea Spotti sulla Convención), la quale riunisce 500 organizzazioni sociali, tra cui il sindacato degli elettricisti, il coordinamento dei professori e YoSoy132 contro il ritorno del Pri, visto come un pericolo per una fragile democrazia.

Nell’agenda di mobilitazioni accordata spicca l’occupazione simbolica della sede di TeleVisa a Mexico City. Giovedì, proprio nel giorno d’inaugurazione delle Olimpiadi, in 10.000, tra studenti YoSoy132 e cittadini, hanno accampato per una notte con uno slogan su tutti: “non vogliamo Olimpiadi ma rivoluzione”. Concerti ed eventi culturali hanno accompagnato la protesta che cerca di “democratizzare il paese cominciando dai mezzi di comunicazione”. Rispondendo anche a chi criticava “il blocco” di una parte della città e della sede della TV, il movimento 132 ha risposto nel suo comunicato finale: “E’ Televisa che ha bloccato l’informazione, che ha cercato di bloccare la nostra mente, è responsabile del blocco più violento che possa esistere: quello della democrazia”. Pedro Penagos, membro del Tribunale Elettorale, ha ribadito che “le manifestazioni non influiranno sui magistrati”, ma il nervosismo affiora nel Pri che ha capito che dovrà affrontare una società più informata ed eterogenea rispetto all’epoca della sua “dittatura perfetta”, come definì lo scrittore Vargas Llosa l’ancien régime messicano. Fabrizio Lorusso Da CarmillaOnLine

Due link in spagnolo ottimi per approfondire da The Narco News Bulletin
YoSoy132 e strategia di lotta qui
Como non essere divorati dai dinosauri al potere qui

Bella ciao – Documentario RAI sul G8 di Genova 2001

Documentario censurato dalle TV italiane: Bella ciao di Giusti, Torelli e Freccero. Carlo Giuliani, G8, Scuola Diaz, Caserma Bolzaneto: la fine della democrazia?

Carmilla, No Tav e la repressione

VIDEO Polizia sfonda vetrata bar a caccia dei NoTav – Presento due articoli sui fatti recenti in Val di Susa firmati da Sandro Moiso ma rappresentativi della visione di CarmillaOnLine – Visita anche http://www.notav.eu/

ARTICOLO: FECCIA ROSSA di Sandro Moiso – CarmillaOnLine

Reporter: ”C’è il diritto di cronaca”
Poliziotto: ”Per adesso no”

E’ ormai evidente che la partita che si sta giocando in Val di Susa va ben al di là delle istanze ambientali, locali e anche di condanna dello sperpero di denaro pubblico su cui è cresciuta, fin dagli anni novanta, la mobilitazione del popolo No Tav.

Oggi, tra Chianocco, Bussoleno e l’area destinata al prospetto preparatorio per il mega-tunnel ferroviario, si gioca il futuro dei rapporti tra cittadini e stato e tra capitale e lavoro.
Non solo a livello nazionale, ma, anche, a livello europeo.

Era inevitabile che la peggiore crisi affrontata dal sistema economico capitalistico occidentale dovesse dare luogo ad una radicalizzazione dei conflitti sociali ed ad un irrigidimento delle posizioni di chi è portavoce, esecutore e profittatore degli interessi del capitale finanziario internazionale.
La democrazia, ammesso che quella parlamentare possa definirsi come tale, vive di compromessi e di margini, per quanto stretti, di manovra politica ed economica, ma oggi tali margini non esistono più. Il governo dei banchieri, dietro cui si nascondono i nani della politica italiana di ogni colore, non può più ammettere alcuna concessione nei confronti delle richieste provenienti dal basso.
La separazione tra alto e basso infatti non è mai stata così netta, così definita.

Marx con la previsione dell’impoverimento progressivo del proletariato e della classe operaia ha vinto, ma un circo infinito, e scadente più di quello di Moira Orfei, cerca di distrarre l’attenzione da ciò per convincerci ad accettare ancora una merce scadente, scaduta e priva di qualsiasi garanzia. Clown, ballerine, trapezisti novantenni, prestigiatori da strapazzo, leoni sdentati e spelacchiati occupano il centro di uno spazio mediatico attorno al quale il pubblico, anche meno smaliziato, non può far altro che sbadigliare o allibire per la scarsa o nulla qualità del programma proposto.

Rimangono efficienti soltanto i domatori, con le loro fruste e con le loro pistole che usano, senza riguardo e con cinica violenza, su chiunque osi interferire con tale programma.
Tutta la retorica nazionalista e populista viene dispensata a larghe mani per giustificare la repressione e la cancellazione definitiva di qualsiasi forma di resistenza e di lotta.
L’orrido populismo pasoliniano del “poliziotto figlio del popolo” viene sbandierato insieme all’encomio per il carabiniere (“figlio di operai”) che ha sopportato la terribile provocazione di essere stato chiamato “pecorella”.

Ma il cattivo è già stato fermato e, come ai tempi della banda Dooley & Dalton o del brigantaggio post-unitario, la foto della sua cattura è stata diffusa con orgoglio.
Che schifo!
Ma questo schifo, questa violenza, quest’opera di macelleria sociale, che oggi si consuma anche sulle carni di coloro che resistono al più sfrontato degli attacchi e alla più immotivata delle spese, non potranno far altro che rafforzare ed ampliare la volontà e il fronte di chi resiste.

E questa resistenza ha già prodotto un autentico capolavoro poiché tutti i leader politici hanno dovuto gettare la maschera e mostrare il loro vero, unico volto: quello della protervia del potere, dello stato e del capitale finanziario.
Il fuoco di fila lo aveva aperto una settimana fa il solito D’Alema, come presidente del Copasir; seguito a ruota da Bersani, Alfano, Bossi e anche da coloro che, come Di Pietro e Vendola, fingono di suggerire qualche possibile trattativa per poi condannare, innanzitutto, qualsiasi offesa ai pennivendoli di regime e qualsiasi resistenza nei confronti delle uniche , vere forze del disordine.

Tanto la trattativa proposta non può essere costituita che dall’offerta del solito, immangiabile piatto di lenticchie. Tanto in Val di Susa quanto sul piano dei futuri contratti lavoro.
Ed è sicuramente ridicolo chi, come Corradino Mineo, invoca il bon ton da parte di chi fa informazione, pur difendendo tutte le ragioni di chi vuole continuare ad arricchirsi sulla pelle di milioni di giovani e di lavoratori.

Meglio chi ci chiama Feccia Rossa.
Siamo orgogliosi di essere Feccia Rossa, come i Comunardi o gli insorti di Amburgo e Berlino del primo dopoguerra, come gli operai delle magliette a strisce degli anni sessanta e i giovani guerrieri disordinati e colorati degli anni settanta.
Di là delle nostre linee non vediamo altro, però, che servii e cani da guardia fascisti del capitale finanziario internazionale!

DISTRUTTO DI POLIZIA di Sandro Moiso – CarmillaOnLine

Luca_traliccio2-.jpgDa qualche tempo le bancarelle dei libri usati stanno facendo un sacco di affari con me.
Vado lì e scarico un sacco di libri. Sono tutti polizieschi o, meglio, poliziotteschi.
Ma come, dirà qualcuno, non eri tu il fissato con i gialli, le crime novel, i noir?
Certo…e allora? A me gli sbirri hanno rotto le palle.
In tutte le forme e in tutti i sensi.
Chiaro? Punto e stop.

E allora basta con gli sceriffi buoni di Elmore Leonard, i cavalieri blu, i chierichetti o i ragazzi del coro di Wambaugh.
Senza mancare di citare gli italiani.
Sì, quelli scritti da poliziotti veri che poi, magari, qui e là citano anche Woody Guthrie, tanto per fare i piacioni democratici.
Per non parlare dei legal thriller (mai apertone uno comunque) o di quegli orrori letterari rinchiusi nei romanzi dove primeggiano le anatomo-patologhe.

Sempre problematiche loro: sesso, coppia, carriera… mica si fan mancare nulla per fingere di avere anche una psiche.
Già perché la moda, da parecchi anni oramai, è questa: riempire di strazi famigliari, sessuali, carrierali (sì, sì non si dice , ma ci sta..) i protagonisti di storie dove la giustizia (borghese) deve sempre trionfare sul male.

Anche quando se ne tracciano i contorni sociali, questo male è sempre e solo proprio un cancro.
Che va sradicato, igienizzato, ripulito…insomma coraggio fatti ammazzare!!
Da uomini e donne che sono come noi, che hanno i nostri stessi problemi: corna, figli, delusioni.
Eh già, comodi così: fate sempre come cazzo vi pare e poi vi lamentate anche.
Il pubblico deve commuoversi, appassionarsi…maledetta Hill Street giorno e notte che ne lanciò la moda televisiva. E anche Robert McKee che ne fu lo sceneggiatore e con cui nel ’91 ho pure fatto un corso di sceneggiatura.

E poi l’87° distretto di McBain, con tutti quei poliziotti buoni, magari con la moglie cieca o muta o altro ancora. Dagli accattivanti nomi italo-americani e sempre disponibili a proteggere i deboli e ad ammazzare, quasi sempre per forza, i cattivi. Balle…come sempre.
Senza contare che, in Italia, ci fanno anche il film problematico, come ACAB, con il poliziotto che vede il marcio tra i colleghi…ma alla fine, si sa, siamo tutti creature di Dio e, quindi, fratelli.
Ma va, vatti a nascondere! Sparisci… eccheccazzo!!

Così alla fine mi sono tenuto solo quelli di Hugues Pagan, Didier Daeninckx e Frédéric Fajardie, tutti ex-sessantottini non pentiti, i cui poliziotti spesso si suicidano a degna conclusione di una vita di merda. Ma il soggetto, il poliziotto in tutte le sue declinazioni letterarie, televisive e cinematografiche è così irritante che anche un genio assoluto come Jean-Patrick Manchette finì col perdere un po’ di smalto proprio nei pochi testi in cui provò a mettere in pista un poliziotto

callaghan.jpgDi quelli televisivi attuali si è fatto l’elenco qualche giorno fa proprio qui, sulle pagine di Carmilla, e non vale più la pena di parlarne. Anche se mi piace ricordare che l’immagine rassicurante del commissario Maigret e della sua consorte, interpretati in Italia da Gino Cervi e Lina Volonghi, fu rapidamente cancellata dalla mente della mia generazione dalle cariche dei celerini e dai nervosi agenti della Digos che, nelle automobili senza segni di riconoscimento, seguivano i cortei della fine degli anni settanta stringendo nervosamente in pugno i fucili a pompa.
Shotgun se vi piace di più l’inglese (Torino, Piazza della Repubblica, 1977 o 1978).

Di solito quello fu sempre il massimo del dialogo che riuscirono a dimostrare con i movimenti antagonisti. Come in via Fracchia a Genova oppure con Pinelli a Milano.
Eppure il fatto che Gino Cervi abbia prestato il volto a Maigret e a Peppone, l’irriducibile stalinista del PCI, non mi dispiace, anzi sembra suggerire qualcosa ancora valido oggi.
Soprattutto se penso a Pinocchio D’Alema mentre discetta di ordine pubblico, rivendicando il suo ruolo di presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica), con Monti.

maigret.jpgCome direbbe il poeta zen in un suo haiku: Eppure, eppure
Eppure oggi il dilagare di telefilm e letteratura poliziottesca sembra aver assorbito al proprio interno qualsiasi altro tipo di realtà, con tanto di dibattito critico-letterario sul fatto che la letteratura noir abbia sostituito il romanzo realistico nella descrizione della realtà contemporanea.
Ok, se per noir intendiamo gli autori sopraccitati con l’accompagnamento di un André Héléna o di altri come MassimoCarlotto o Serge Quadruppani o ancora, se vogliamo andare più indietro nel tempo, di un Jim Thompson o di un Cornell Woolrich.

peppone.jpgTutti autori che non hanno mai, o quasi, avuto dei poliziotti o degli ispettori come protagonisti, ma che, anzi, spesso li hanno visti solo come antagonisti, nemici, cattivi.
Poliziotti che si arricchiscono con traffici loschi oppure che perseguitano la plebe delle metropoli, spesso, solo per esercitare il piacere sadico del dominio. E da questo punto di vista sia sempre benedetto il film Vivere e morire a Los Angeles di William Friedkin.

Eppure, eppure oggi si celebra con magniloquenza Mani Pulite e l’infinita retorica sull’autonomia della magistratura che servì nella sostanza soltanto ad iniziare un gigantesco e mai concluso taglio di ogni tipo di Welfare. Potremmo anzi dire che Mani Pulite servì proprio a dar vita al tatcherismo o al reganismo all’italiana.
E a null’altro, considerato il successivo sviluppo di ogni forma di corruzione politica, sociale e mafiosa. Come l’attuale sentenza del processo Mills ancora conferma.

Una specie di non dichiarato codice Hayes, quello che nell’America della crisi del ’29 impose che i film di gangster non dovessero più esaltare la figura del bandito, ma sempre punirla con il trionfo della Legge, ha fatto sì che si giungesse ad una sorta di nuovo patto lateranense in cui la figura dell’ agente in servizio potesse addirittura essere beatificata.
Così come si propose qualche anno addietro per la figura del commissario Calabresi.

Oppure all’esaltazione di un immaginario tecnologico e scientifico in cui i sistemi di indagine più costosi ed avanzati permettono di risolvere con certezza anche i casi più difficili.
Ora questo nella patria della bufala sui “neutrini più veloci della luce” e della Gelmini appare tutto piuttosto incredibile…alla faccia dei vari CSI o delle varie Kay Scarpetta.

Eppure, eppure giovani e meno giovani corrono felici a sostenere le liste di un ex-poliziotto semi-analfabeta e del suo stretto giro di ex-magistrati, fingendo di trovare in quel populismo maldestro, degno corrispettivo della Lega Nord, qualcosa di sinistra.
Ma va là, iateve a cuccà, non siete buoni a caricare la sveglia…come disse un comunista napoletano ai membri del VI Esecutivo allargato dell’Internazionale ex-comunista.

L’ordine deve regnare a Berlino ed in ogni nazione. L’ordine borghese del capitale, della finanza e della proprietà dei mezzi di produzione e la diffusione della visione letterario-poliziottesca della realtà è uno strumento fondamentale per il mantenimento dello stesso.
La lotta di classe scompare, scompaiono le classi, rimane solo un po’ di umanitarismo d’accatto come sfondo, quando va bene, di un’eterna lotta tra il Bene e il Male, tra la Giustizia e il Caos.

chiomonte_polizia_280xFree.jpgL’ordine deve regnare a Torino ed in ogni stazione e la continua diffusione di ipotesi di complotto locale, nazionale o internazionale che sia, deve servire a cementare la coesione sociale oppure, come il solito Grande Vecchio è solito dire, l’unità nazionale.
Così realtà e finzione letteraria si confondono, costruiscono un mondo virtuale in cui è solo la visione politica del Capitale a trionfare.

Così i poliziotti sono democratici in Svezia come in America, a Roma come ad Atene e il nemico è sempre il demone esterno oppure la mela marcia che inquina un sistema in sé potenzialmente perfetto.
Tu sei il male e io sono la cura, come nei peggiori film di Callaghan.
Ma quando mai?!

L’ordine deve regnare in Val di Susa e non importa se il capo della polizia che si associa a D’Alema nel denunciare i pericoli provenienti dalle frange anarco-insurrezionaliste e dai rimasugli dell’antagonismo degli anni settanta è il manager di stato meglio pagato.
Loro sono i buoni ed hanno il diritto di avere anche cinque anni di sconto per andare in pensione.
I cani da guardia vogliono sempre un bell’osso dal padrone.

L’ordine deve regnare nel mondo e non importa se dei pescatori indiani vengono ammazzati dai marò italiani, padroni delle acque internazionali.
L’ordine deve regnare e non importa se un piccolo agricoltore e un compagno cade da un traliccio perché è soltanto un cretinetti.
Ma nel riscrivere il plot della storia il movimento reale non dimenticherà nulla.

(per Luca e per tutti i resistenti sulla A32)

In arrivo 1000 Black Bloc dal Messico

Aiuto! Eccoli! Eccoli! Udite, udite e scappate! In arrivo mille Black-Blocchi accaniti e ubriachi, antagonisti e protagonisti solo quando fa comodo, direttamente dal Mostro, Mexico City per i gringos, Ciudad de México, propriamente in lingua spagnuola. Sono quasi sull’aereo, io, con loro. Si parte stasera. Che paura! Creare spauracchi non aiuterà nessuno a capire e ad agire, che dite?

Riportavano ieri sera al Tg3 – ma non solo lì chiaramente – che è stato avvistato “qualche Black Bloc” anche nei boschi piemontesi, sì, sì, proprio in Val di Susa dove è successo un sano casino e il popolo No-Tav ha protestato e s’è preso i lacrimogeni in faccia, la gente comunque s’è fatta vedere e sentire: 7mila o 70mila? Con l’accento inglese, veneziano o messicano? Vestiti di nero, verde o blu? Terroristi o eroi? Guerriglia sulla sierra maestra di Chiomonte? Sul Giornale addirittura s’azzardano paragoni surreali con le BR. Alcuni avevano anche le tutine e il kit standard del perfetto Black-Bloc internazionale, quello col casco da moto omologato UE e il passamontagna estivo, tutto pronto per le foto e i video. Ma la vogliamo smettere?

Ha dichiarato il filosofo Gianni Vattimo, presente al presidio, «I Black Bloc sono un’invenzione della polizia» mentre quello che è successo ieri a Chiomonte «è truccato e maledetto dai media di regime». E ancora Marco Ferrando del Partito comunista dei lavoratori commenta «impressiona che il ministro Maroni, facente capo a un partito che ha più volte rivendicato ‘migliaia di fucili’ bergamaschi al servizio di una possibile secessione ‘padana’, si atteggi, con tale disinvoltura, a custode della legalità, contro i No Tav. Ma la menzogna ha un limite». Consiglio per una catarsi informativa e liberatoria questo pezzo di Giuseppe Genna LINK QUI e il sito No-Tav da cui traggo la foto intitolata “lacrimogeno” (tanto per cominciare). Infine un ottimo documento sul Tav

Espulso dal Messico il giornalista Gianni Proiettis

16 aprile 2011. Città del Messico. Ci avevano già provato esattamente quattro mesi fa e ora ci sono riusciti. Il giornalista italiano residente nella città meridionale di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, è stato espulso e ieri è dovuto partire per Roma con un volo da Città del Messico alle 7 pm. In base all’articolo 33 della Costituzione messicana il governo, attraverso gli uffici decentrati e i funzionari dell’Istituto Nazionale della Migrazione (INM), ha la facoltà di deportare a suo piacimento (la chiamano “discrezionalità”) le persone indesiderate. E’ una norma che fu pensata all’epoca in cui gli stranieri intervenivano pesantemente nella politica nazionale e in più occasioni (vedi invasioni statunitensi e francesi in Messico) minacciarono concretamente la sovranità e l’indipendenza del paese. Da molti anni ormai viene utilizzato come spauracchio contro i giornalisti, gli attivisti e gli stranieri in generale anche se a volte purtroppo la minaccia si concretizza più facilmente e rapidamente di quanto ci si possa immaginare.

Ieri Giovanni Proiettis, Gianni per gli amici, si è recato agli uffici della Migrazione per rinnovare il suo permesso di soggiorno (FM=Forma Migratoria) così come ha fatto negli ultimi sedici anni in cui ha risieduto legalmente in Messico svolgendo le sue attività di professore universitario, giornalista e cooperante in progetti di sviluppo comunitario in Chiapas, una delle regioni più povere e sfruttate del paese. Non è più uscito da quegli uffici se non per essere deportato nella capitale della regione, Tuxtla Gutiérrez, e poi a Città del Messico qualche ora dopo. Come sempre in questi casi sono molte le violazioni ai diritti dell’uomo perpetrate dai vari funzionari, armati e non, che intervengono nel processo di deportazione fast track. Gianni Proiettis non ha avuto la possibilità di comunicare con parenti, amici e nemmeno con l’ambasciata, ha subito vessazioni e trattamento “inumano e degradante” durante una detenzione illegale ed è stato poi rinchiuso in una cella nella zona periferica di Iztapalapa.

Nonostante un giudice di Tuxtla avesse emesso un’ordinanza (scaricabile qui) che impediva l’espulsione del giornalista e criticava le modalità in cui è stato applicato e interpretato l’articolo 33 costituzionale, non c’è stato nulla da fare perché il documento è arrivato in ritardo alle autorità che in aeroporto avevano già imbarcato Proiettis. Sua moglie ha dichiarato ai giornalisti di NarcoNews che non c’era stato nulla di anomalo negli ultimi 4 mesi, nessun segnale che preannunciasse questa decisione arbitraria e ingiustificata come sostiene anche lo stesso atto giudiziario emesso a Tuxtla in difesa dell’italiano. Già il dicembre scorso Proiettis era stato oggetto di un tentativo d’espulsione – inizialmente si disse che fu a causa della sua partecipazione al summit sul cambio climatico di Cancun – che fu sventato anche grazie alla pronta reazione della stampa e all’intervento dei media indipendenti in difesa della libertà di pensiero ed espressione.

Da anni le attività del giornalista italiano, impegnato in un progetto di eco-turismo nella cittadina di Venustiano Carranza, non sono gradite all’autorità e al governatore del PRD (Partido Revolución Democrática), Juán Sabines. Stesso discorso per i suoi articoli di denuncia sull’operato delle imprese multinazionali minerarie nella regione: in particolare, un’intervista del 23 gennaio 2010 con il padre del leader sindacale Mariano Abarca, assassinato nel novembre 2009, risultò particolarmente scomoda per la compagnia mineraria canadese Blackfire Exploration Ltd e i funzionari statali che ne difendono gli affari. A dicembre il governo del Chiapas e l’INM dovettero ripiegare in modo rocambolesco e, dopo aver cambiato più volte i capi d’imputazione contro Proiettis, arrivando perfino a inventare accuse per spaccio di droga, porsero ufficialmente le proprie scuse per quanto era accaduto. Evidentemente si trattava di un bluff e di una tregua momentanea in attesa di una nuova rappresaglia che è arrivata puntuale allo scoccare del quarto mese. Altri dettagli interessanti sul caso dalla rivista Proceso QUI.

Di Fabrizio Lorusso