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Brasile: cartografie delle disuguaglianze

Morro da providencia

[Quest’articolo, tratto da Carmilla e scritto da Jacopo Anderlini, sarà pubblicato tra pochi giorni sul primo numero della rivista on-line e cartacea Magma – Pubblicazione anarchica] Quest’estate in Brasile qualcosa s’è rotto. S’è squarciato il velo intessuto dai partiti governativi e dai media mainstream per creare una narrazione lineare e monocolore che racconta di un Brasile pacificato, spensierato e “pio”. Nel momento in cui andavano in scena i grandi circhi mediatici della Confederation Cup e della Giornata mondiale dei giovani, qualcosa ha interrotto lo spettacolo. Proteste e rivolte in tutto il paese, composte da centinaia di migliaia di persone, scese per le strade a manifestare. Già, ma a manifestare per cosa? Occorre fare un passo indietro e osservare da una certa distanza gli eventi che hanno portato alle proteste di giugno, per non commettere l’errore di ridurre il tutto a un fuoco di paglia. Se è vero che le dimensioni, le pratiche e la radicalità di questo movimento sono fuori dall’ordinario per il Brasile, questo però va visto in prospettiva rispetto agli eventi che lo hanno anticipato. Qui vogliamo cercare di fornire un quadro sul contesto economico e sociale, sulla geografia urbana dei territori, sugli spazi dove si intersecano gli interessi di stato e capitale e quelli delle classi popolari.

I prodromi di una rivolta

I primi fuochi della protesta nascono a seguito dell’aumento del prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici in diverse città brasiliane, prima fra tutti São Paulo, operati ad inizio giugno 2013. Per molte persone, soprattutto lavoratori e studenti, un aumento di pochi centesimi fa la differenza tra l’accedere o meno al servizio e colpisce quindi in maniera diretta il diritto alla mobilità.

Queste proteste erano state precedute da mobilitazioni analoghe per la diminuzione del costo dei mezzi pubblici nel settembre dell’anno prima a Natal, città da quasi un milione di abitanti nel nordest del paese, nel marzo seguente a Porto Alegre e in maggio a Goiânia.

Per comprendere la viralità e l’estensione di queste proteste, ciò che le lega assieme nel tempo e nello spazio, occorre osservare e analizzare quei fili invisibili che intersecano assieme mobilità e sviluppo urbano: fili che nel contesto brasiliano disegnano la mappa delle disuguaglianze sociali e della divisione di classe.

La questione della mobilità nelle grandi megalopoli brasiliane costituisce un indicatore importante rispetto ai processi di ristrutturazione urbana che si articola sulla direttrice di una triplice esclusione: economica, spaziale e sociale. È evidente, infatti, come la dimensione del trasporto pubblico coinvolga e informi il quadro complessivo della definizione di spazio urbano metropolitano.

Città globali: Rio de Janeiro.

Per iniziare a cogliere questo aspetto è sufficiente fare un esempio concreto e ripercorrere la storia dello sviluppo urbano degli ultimi anni di una delle megalopoli più importanti del Brasile: Rio de Janeiro. La città carioca in tutto il Brasile è seconda solo a São Paulo sia in quanto a popolosità sia per il prodotto interno lordo. A livello economico, il settore manifatturiero ha svolto, almeno fino agli anni ‘80, un ruolo di primo piano e accanto a questo l’estrazione e la raffinazione di petrolio e gas, oltre a costituire una delle principali fonti di approvvigionamento energetico del Brasile, ha attirato diverse multinazionali petrolifere. Essendo stata capitale del Brasile per circa due secoli, la città ha sempre avuto una capacità attrattiva per i capitali nazionali e internazionali e questo ha favorito l’emergere di un polo finanziario, dei servizi e delle telecomunicazioni che negli ultimi decenni è divenuto estremamente rilevante.

A questo sviluppo economico, a questa produzione di ricchezza, è corrisposto l’aumento delle disuguaglianze sociali, con una polarizzazione sempre più marcata tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Un tipo di sviluppo che, come teorizza Saskia Sassen, ha coinvolto tutte le città globali attraverso la mondializzazione del mercato del lavoro e la finanziarizzazione delle economie, portando alla costituzione di nicchie economiche del terziario avanzato ad altissimo profitto e di vaste aree del settore dei servizi a bassa qualifica e con una mobilità sociale pressoché assente. Un quadro ben rappresentato anche dal punto di vista spaziale: nelle città globali – quindi anche a Rio – il quartiere della Borsa e della finanza è rigidamente diviso da quello dei servizi o dai quartieri-dormitorio.

A Rio de Janeiro questa divisione territoriale è particolarmente evidente: la zona del centro, quella più antica e nucleo originario della città, è caratterizzata oggi dai grandi palazzi della Borsa, delle banche, delle multinazionali e degli uffici dei colossi delle telecomunicazioni; la zona sud è quella delle residenze dei più ricchi, delle località di villeggiatura per turisti e delle attrazioni per i ceti più abbienti, oltre che sede di una delle più costose università private del Brasile: la Pontificia Università Cattolica; la zona nord è quella dove risiede parte del ceto medio ma soprattutto quella con il più alto numero di favelas, immense baraccopoli spesso senza elettricità, gas e acqua potabile dove vive circa un quinto della popolazione di tutta la città, quella che non può permettersi gli affitti troppo alti o che non può acquistare un immobile: le classi popolari – in questa zona si trova anche la sede dell’università pubblica di Rio de Janeiro; la zona ovest è quella dove è possibile osservare lo stridente contrasto tra quartieri ricchi e quartieri poveri, tra slums e zone residenziali ultramoderne: la parte nord per estensione accoglie diverse baraccopoli mentre la parte sud vede quartieri abitati da classi abbienti ma che non possono permettersi la zona sud.

Negli ultimi decenni Rio de Janeiro ha avuto un intenso sviluppo economico, dovuto sia a rinnovate attività estrattive di petrolio e gas, sia ad un mercato finanziario aggressivo e in espansione. L’aumento di alcuni indicatori della ricchezza economica media, danno una visione assolutamente distorta delle reali condizioni materiali: a fronte di un aumento dei profitti e del reddito per i ceti più abbienti, è aumentato il numero delle persone sotto la soglia di povertà. La risposta delle istituzioni non si è fatta attendere e, per tenere sotto controllo il malessere sociale, nel 2008 sono state introdotte le Unidade de Polícia Pacificadora, un’unità speciale di polizia con l’obiettivo ufficiale di pacificare militarmente i quartieri controllati dai trafficanti di droga: in realtà una velleitaria risposta securitaria che vuole ridurre la complessa problematica della disuguaglianza sociale a un problema di ordine pubblico.

Mega eventi

All’interno di questo scenario, possiamo considerare il mega-evento come un dispositivo che viene messo in campo in quanto rete complessa di rapporti di potere che vengono risoggettivati (o desoggettivizzati) secondo un nuovo discorso e nuove retoriche. Per dispositivo intendiamo – nell’articolazione che ne dà Giorgio Agamben nel suo Che cos’è un dispositivo? – quella complessa rete di relazioni di potere che, in forma discorsiva o non-discorsiva, produce o destruttura la soggettività dei viventi; è cioè «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve; tanto del detto che del non-detto» e si manifesta come «un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati». Parliamo di dispositivo – come elemento disciplinare – perché il mega-evento va a incidere e a ridefinire in maniera conflittuale processi economici, politici, sociali e nondimeno spaziali. Se prendiamo il mega-evento come oggetto di analisi, possiamo riuscire a scorgere, attraverso le sue implicazioni, l’articolazione delle retoriche del potere.

Il grande evento da cui partire sono i Giochi Panamericani del 2007, che vengono ospitati interamente a Rio de Janeiro. In questa occasione, vengono avviati fin dagli anni precedenti diversi progetti di ristrutturazione urbana che riguardano sia la costruzione di nuovi complessi sportivi, stadi, arene, villaggi degli atleti, eccetera, sia interventi di “riqualificazione” di alcuni quartieri e la creazione di nuove infrastrutture. Secondo l’Observatório das Metrópoles, che si occupa da molti anni dell’impatto dei mega-eventi sui tessuti urbani, entrambe le tipologie di progetti hanno portato a processi di gentrification* e sradicamento delle comunità di quartiere in cui venivano messi in atto, a speculazioni nel mercato immobiliare e all’aumento generalizzato del costo della vita. Quello che preme sottolineare è come il discorso politico e la retorica sviluppista, messi in campo dalle istituzioni pubbliche dello stato di Rio de Janeiro (la macroregione di cui la città fa parte) e dall’imprenditoria privata convergano anche sul piano economico con investimenti e speculazioni sia del pubblico che del privato.

Il fatto che mette ancor più in evidenza la natura disciplinare di questa macchina astratta è il tentativo di ricomprendere all’interno dello stesso discorso istituzionale le critiche o i discorsi-altri al mega-evento con la nomina di una commissione speciale (CO-Rio) che monitorasse l’evolversi dei lavori: a questa commissione non ha peraltro partecipato nessun gruppo che si occupa della questione. Tra gli interventi urbani effettuati in questo periodo, il più esemplificativo risulta essere la costruzione dello Stadio Olimpico Engenhão, dal nome del quartiere che lo ospita: Engenho de Dentro, abitato prevalentemente da classe operaia e in misura minore da piccola borghesia. Lo stadio, che è finito per costare circa sei volte di più il prezzo preventivato ad inizio lavori, è stato edificato senza alcuna comunicazione con i residenti, molti dei quali anzi si sono trovati con la casa espropriata e poi demolita (chi la possedeva e non era in affitto).

Se possiamo considerare i Giochi Panamericani del 2007 come la forma ancora embrionale del dispositivo del mega-evento, con la maggior parte delle implicazioni ancora in nuce e non pienamente manifeste, negli anni successivi il tessuto metropolitano diventa sempre più terreno di scontro e disciplinamento. In vista della Confederation Cup del 2013 e del Campionato del Mondo di Calcio, di cui Rio ospiterà diverse partite, e soprattutto delle Olimpiadi di Rio del 2016, si estendono ulteriormente gli interventi securitari e urbanistici con tutto ciò che implicano in termini economici, sociali, spaziali.

Il primo di questi interventi che ci consegna la cifra del discorso pubblico istituzionale è la costituzione, come ricordato in precedenza, di un’unità speciale di polizia di prossimità col compito di pacificare alcuni quartieri più a ridosso dei luoghi in cui si terranno i mega-eventi. Quartieri limitrofi a quelli più ricchi dove la stessa condizione di povertà è elemento da nascondere, da rimuovere, da controllare.

Sul piano degli interventi urbani, la costruzione di infrastrutture, edifici e complessi sportivo/abitativi, oltre ad aver intaccato il tessuto urbano – in misura simile o maggiore a quella descritta prima per lo stadio Engenhão – ha provocato un boom del mercato immobiliare, con un aumento dei prezzi e della rendita che da un lato ha compresso il potere di acquisto degli affittuari e dall’altro ha prodotto una speculazione da parte dei proprietari di case. In molti quartieri è quindi intervenuto un processo di sradicamento duplice: il primo, dove la coazione è diretta e amministrata dall’istituzione pubblica nella sua forma di polizia; la seconda, in cui la coazione appare meno evidente ma ugualmente violenta e che è spinta dalle logiche di mercato che portano gli abitanti del quartiere originari a non avere i mezzi per vivere e sopravvivere.

Un’attenzione particolare meritano gli interventi volti a “migliorare” la mobilità urbana che di fatto si sono rivelati distruttivi per il tessuto urbano in cui sono stati implementati. È il caso di alcuni progetti di costruzione di infrastrutture per i trasporti che passano per diversi quartieri popolari e favelas per congiungere il villaggio olimpico con l’aeroporto e che di fatto implicano dubbi vantaggi per la popolazione locale e anzi rischiano di provocare lo sgombero di alcune migliaia di persone.

A Providência, una delle favela più vecchie di Rio, è in atto, all’interno del progetto Morar Carioca finanziato dal Programa de Aceleração do Crescimento (PAC), un processo di eradicamento di circa un terzo della popolazione per favorire la costruzione di alcune funivie. Lo stesso programma prevede la costruzione di case popolari e l’erogazione di prestiti a basso interesse per i meno abbienti. Anche qui la retorica sviluppista si sposa con pratiche coercitive e di disciplinamento che vedono delocalizzare di fatto le classi popolari per favorire la speculazione immobiliare e la rendita e parallelamente attuare politiche di segregazione – le case popolari si troverebbero a nord-ovest, all’estrema periferia di Rio e scarsamente servite dai mezzi pubblici.

Ecco allora che sotto il velo dello “sviluppo anche per i ceti più disagiati” in occasione dei mega-eventi possiamo scorgere le maglie avviluppanti di nuovi rapporti di potere e disciplinamento che si manifestano nelle varie forme che si sono descritte.

Insorgenze

Ecco allora che le proteste per il trasporto pubblico e la mobilità libera e gratuita acquistano un peso e una qualità differenti se le vediamo legate a quelle durante la Confederation Cup e la Giornata mondiale della gioventù cattolica, e se le inseriamo nel contesto dello trasformazione/trasfigurazione della metropoli attraverso il dispositivo governativo del mega-evento. La radicalità e inclusività con cui si è espresso il movimento in questi ultimi mesi in Brasile e in particolare a Rio, la pluralità di istanze assunte da esso e la capacità di sperimentare differenti pratiche organizzative ci suggeriscono che quanto portato avanti può essere la spinta per la nascita di ulteriori terreni di lotta. Un movimento che emerga con forza dal conflitto tra governo delle cose e dei corpi, che possa rinnovarsi continuamente e trovare nuove forme.

* Descrive un particolare processo metropolitano per cui viene “riqualificato” un quartiere considerato degradato per poi rivendere gli immobili ad un prezzo più alto. Ovviamente facendo in modo che gli abitanti precedenti sloggino. La discriminante è chiaramente la creazione del profitto derivante dalla riqualificazione più che il miglioramento delle condizioni sociali del quartiere.

Venezuela al voto: Chávez o Capriles?

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Dal mio rifugio a Città del Messico noto che i principali notiziari messicani e quelli di mezzo mondo annunciano l’arrivo di un momento storico per il Venezuela, il momento di una possibile svolta con un alto impatto anche a livello regionale e geopolitico. Dopo 14 anni al potere e due mandati consecutivi, per la prima volta il cinquantottenne presidente Hugo Chávez, non avrebbe la vittoria garantita al 100% alle elezioni presidenziali di domenica 7 ottobre. Almeno questo dicono alcune tra le più affidabili imprese dedicate ai sondaggi d’opinione. Non sempre possiamo fidarci di loro, a dire il vero, ma l’incertezza elettorale, insieme ai dubbi sul vero stato di salute del presidente, che dal 2010 è in lotta contro il cancro, e dei partiti che lo sostengono, indeboliti da faide interne, contribuiscono a riattivare il dibattito sul Venezuela e spingono a fare il punto della situazione. Avremo maggiori dettagli stanotte o domani, ma si possono comunque fare alcune considerazioni, indipendenti dall’andamento del voto, sulla campagna elettorale, sulla situazione economica e politica e sul processo di cambiamento che il paese ha vissuto in questi anni e che, recentemente, ha visto un ricompattamento dell’opposizione e l’ipotesi di un progressivo declino del “chavismo”, del suo progetto bolivariano e del “socialismo del secolo XXI”.

Cioè a quel corpus di visioni politiche, progetti sociali ed economici e retoriche ufficiali, ispirati alle idee integrazioniste e patriotiche del libertador Bolivar. Idee che, nel secolo XXI, corteggiano il militarismo e spesso assumono connotati messianici, propongono piani egualitari e popolari, sicuramente necessari, ma che tendono a districarsi tra proposte quasi autarchiche, o promotrici della sovranità nazionale, e ideali internazionalisti. Sono proiettati a favorire un accelerato sviluppo economico interno ma con una progressiva polarizzazione del discorso e dell’azione politica. Sono i tratti di una delle possibili definizioni del populismo, e so benissimo quanto l’uso e abuso di questa parola sulla stampa europea abbia creato facili confusioni, stigmatizzazioni e mistificazioni non ponderate, spesso prive di una vera analisi sull’America Latina, quindi non la utilizzerò qui né sarà il mio pass par tout esplicativo. Torno a Simón Bolivar. Fu l’eroe indipendentista che nel 1810 cominciò l’impresa di liberazione dei paesi andini del Sudamerica dal dominio dei colonizzatori spagnoli e creò la Gran Colombia, una “patria grande” che ebbe poca fortuna e si frammentò nel 1831 dando origine all’attuale Venezuela, alla Colombia, all’Ecuador, a parte del Perù e a Panama.

Ad oggi la galassia anti-Chávez è formata da poco meno di una trentina di partiti e formazioni politiche, epurate (pare) degli elementi più reazionari e golpisti che nel 2002 cercarono di defenestrare il presidente con il sostegno degli USA. Un’opposizione che sembra avere migliorato la sua “compatibilità democratica” e che ha svecchiato il suo linguaggio e le sue pratiche, avvicinandosi alla socialdemocrazia europea o al modello brasiliano, per non suscitare troppi timori nelle classi popolari e nella massa degli indecisi. Dieci anni fa, con quel colpo di Stato ai danni di un mandatario eletto dal popolo democraticamente, l’unico risultato che alcuni settori dell’opposizione ottennero fu elevare Chávez ai massimi livelli di popolarità, facendone un’icona e un paladino del popolo e della democrazia.

Lo smacco per l’élite tradizionale e la perdita di legittimità furono gravissimi, e concorsero a confermare tanto le accuse complottiste del presidente contro le destre e “l’impero americano”, quanto le sue invettive contro “i palazzi”, la corruzione e i partiti tradizionali (AD-Acción Democrática, d’ispirazione socialdemocratica, e COPEI-Comité de Organización Política Electoral Independiente, di tendenza democristiana) che per quarant’anni avevano dominato la scena politica venezuelana, conducendola a una degenerazione senza precedenti. Nel 1992, infatti, in pochi minuti di apparizione televisiva il comandante insurretto Hugo Chávez, arrestato in seguito a un tentativo di golpe ai danni del presidente Carlos Andrés Pérez, aveva saputo cogliere nel segno e aveva cominciato la sua ascesa mediatica e popolare con un discorso basato sull’anti-politica che fece molta presa sui suoi concittadini e contribuì non poco al suo successo elettorale come candidato alla presidenza nel 1998, anno d’inizio della “rivoluzione bolivariana” in Venezuela.

Oggi 19 milioni di venezuelani sono chiamati alle urne per decidere chi li governerà per i prossimi sei anni e si preannuncia un finale al fotofinish. Inoltre più di centomila venezuelani all’estero potranno recarsi ai consolati per esprimere la loro preferenza. In dicembre ci saranno, invece, le elezioni dei parlamenti locali o regionali e dei governatori dei singoli stati. Invece il parlamento rimarrà quello attuale fino al 2016, anno previsto per il suo rinnovo. La maggioranza del potere legislativo resta quindi in mano alla coalizione chavista che ha 95 seggi contro i 70 delle opposizioni. Ad ogni modo il principale rivale di Chávez, il centrista-liberale Henrique Capriles, potrebbe vincere a sorpresa secondo gli ultimi sondaggi dell’impresa Consultores 21. Altre due agenzie, Datanalisis e Datos, danno un leggero vantaggio al presidente, mentre IVAD gli dà un comodo margine di 12 punti. Capriles, avvocato quarantenne con una lunga carriera politica alle spalle, è stato il governatore di Miranda, secondo stato più popoloso del paese, e ha il sostegno della Piattaforma d’Unione Democratica (Mud) che promette di mantenere i programmi governativi di sostegno per la fasce più povere e stimolare la crescita dell’economia con “giustizia sociale”. La Mud è una coalizione di partiti socialdemocratici, democristiani e liberali che s’oppongono al progetto del socialismo del ventunesimo secolo di Chávez che punta su slogan come “Cuore della mia patria” e “indipendenza e patria socialista”.

Il presidente è candidato del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv), sua creazione del 2007, e di un’ampia alleanza di movimenti sociali, organizzazioni e partiti riuniti nel Gran Polo Patriotico (Gpp) che rappresenta diverse anime della sinistra. Capriles, che è meno popolare mediaticamente e politicamente, ha optato per una campagna elettorale itinerante, quasi “porta a porta”, in cui ha visitato più volte tutte le regioni del paese e ha tenuto oltre trecento comizi. “Una strada c’è: che tutti andiamo avanti e nessuno resti indietro, che le condizioni alla nascita non determinino il tuo destino”, recita il programma della Mud, tra cristianesimo sociale e sinistra moderata. Chávez, debilitato dal cancro che lo ha parzialmente fatto uscire di scena negli ultimi due anni e su cui c’è quasi un “segreto di Stato”, s’è limitato a una decina di apparizioni in pubblico in soli sei stati. Ma la sua popolarità resta comunque alta, soprattutto tra i ceti meno abbienti, effettivamente beneficiati dai generosi programmi sociali del Governo, e tra i dipendenti pubblici.

Lo zoccolo duro del “chavismo” è stimato in circa sei milioni e mezzo di voti ed è difficile sconfiggere l’apparato costruito nell’ultimo decennio di “rafforzamento statalista”. La potenza comunicativa dello Stato, o meglio del governo, s’è ampliata notevolmente nell’ultimo decennio: i mass media pubblici sono aumentati, è stata lanciata la catena TeleSur, non è stata rinnovata la concessione alla Tv privata RCTV, è stato messo in orbita un nuovo satellite, sono state promulgate nuove leggi che disciplinano i contenuti nei media e la pubblicità ufficiale (che ora è gratuita e a trasmissione obbligatoria per i mass media), è cresciuta la promozione di pagine web pro governative e la gran quantità di trasmissione a reti unificate del presidente, anche in campagna elettorale.

D’altro canto, spiega Carlos Vecchio, uno dei coordinatori della campagna di Capriles, “il presidente fa uso delle risorse statali, cioè gli spazi nelle radio e in televisione, a suo vantaggio, per cui la sua presenza mediatica s’è quadruplicata rispetto alle elezioni del 2006”. Infatti, il capo dell’esecutivo ha sempre la possibilità di inviare messaggi in TV a reti unificate senza che questi contino ufficialmente come atti della campagna elettorale. In caso di vittoria, Chávez arriverebbe a compiere due decenni consecutivi alla guida del Venezuela, un caso anomalo nei sistemi presidenziali attuali dell’America Latina che, nella gran parte dei casi, non prevedono la rielezione del capo di Stato per più di uno o due mandati.

La modifica costituzionale che consente la rielezione indefinita del presidente e di altre cariche pubbliche è stata fortemente voluta da Chávez e dal Polo Patriotico ed è stata approvata con un referendum nel 2009. L’opposizione denuncia da anni una forma accelerata di “involuzione” democratica e l’occupazione politica da parte dei chavisti di ruoli chiave nelle istituzioni, come la Corte Suprema di giustizia, e nelle imprese parastatali come la petrolifera PDVSA. Con l’astensionismo previsto intorno al 25%, secondo molti osservatori il voto degli indecisi, pari a circa il 17% del totale secondo le principali agenzie di sondaggi, potrebbe essere determinante per i risultati finali, anche se per Capriles sarà comunque difficile conquistare il consenso dei barrios (o quartieri popolari), soprattutto nei bastioni storici del movimento bolivariano nella capitale. Vedremo anche se saranno sufficientemente convincenti agli occhi degli elettori i discorsi rinnovati e conciliatori, uniti all’immagine “pulita” e allo spostamento a “sinistra”, del candidato Capriles e della MUD che, comunque, mantiene al suo interno i partiti del vecchio regime “dell’alternanza” prevista dal patto del punto fisso (punto fijo), cioè AD e COPEI. Tra il 1958 e il 1998 questi due partiti si sono alternati al potere secondo un patto per il mantenimento della democrazia che escluse il Partito Comunista e, nel tempo, si trasformò in un regime funzionale alla riproduzione di una classe politica parassitaria.

L’incertezza e la faziosità di una parte dei pronostici diffusi nelle ultime settimane non aiutano a chiarire il quadro della situazione. “La guerra dei sondaggi ha la sua massima espressione in queste elezioni”, ha spiegato il politologo venezuelano Piero Trepiccione. “Vedo che le compagnie dedicate a rilevare tendenze elettorali sono troppo mediatiche, perdono la loro funzione e agiscono come manipolatrici delle opinioni”, ha aggiunto. Un discorso molto simile e sensato era stato fatto in Messico questa primavera, durante la campagna per le presidenziali vinte da Enrique Peña Nieto (dell’ex partito di regime PRI, Partido Revolucionario Institucional) tra mille polemiche e denunce di frodi e compravendita del voto, e poi anche dopo il voto: il ruolo delle televisioni e dei sondaggi è stato, infatti, determinante nell’influenzare l’opinione pubblica.

Giovedì scorso centinaia di migliaia di cittadini si sono riversati nelle piazze per assistere alla chiusura delle campagne di Capriles, nell’occidentale Barquisimeto, e di Chávez, nella capitale Caracas. Ciononostante brillano per la loro assenza i dibattiti pubblici e diretti tra i candidati che rendono più opaco tutto il processo e lo studio delle proposte. Il presidente può vantarsi di aver ridotto gli indici di povertà, dimezzati in 10 anni e portati su ottimi standard internazionali (nel 2011 il tasso di povertà era del 27% sul totale della popolazione, nel 1998 era del 47%), e le disuguaglianze, per cui oggi il Venezuela è il paese latino-americano che presenta le minori differenze tra ricchi e poveri. D’altro canto sono difficili da difendere i “risultati” in termini d’inflazione, dato che la crescita dei prezzi viaggia a ritmi di poco inferiori al 30% annuo, penalizzando le classi meno abbienti. La crescita venezuelana, attestata su una media del 2,25% nel periodo 1999-2011, ha alternato periodi di recessione profonda a veri e propri exploit da “miracolo economico”, spesso determinati dall’andamento dei prezzi del petrolio più che da una vera e propria politica di sviluppo. Nel frattempo, però, il debito pubblico è cresciuto di quasi cinque volte, da 34 miliardi di dollari a 150 nel 2011.
Capriles promette di seguire il modello pragmatico e sociale dell’ex presidente brasiliano Lula, che però sostiene esplicitamente Chávez, e accusa “el comandante” di aver aggravato il problema dell’insicurezza, visto il forte aumento del già alto tasso di omicidi da 48 a 67 ogni centomila abitanti, una media quasi centroamericana. Gli esperti di criminalità attribuiscono l’aumento della violenza alla corruzione, all’impunità e alla scarsa presenza di istituzioni credibili, dalla polizia alla giustizia, più che alla povertà, alla disuguaglianza e altri fattori socio-economici che, in generale, si sono mantenuti su standard positivi. L’opposizione ha denunciato l’uso clientelare dei proventi del petrolio, di cui il Venezuela è settimo produttore mondiale, e gli aiuti “troppo generosi” a paesi come Cuba, il Nicaragua e altri membri dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per l’America Latina creata da Chávez nel 2004 come strumento di politica estera e per l’integrazione regionale. A parte le critiche e i programmi, in caso di vittoria da parte di Capriles, resterebbe comunque da risolvere il problema della coabitazione di un parlamento dominato dal PSUV con un presidente dal diverso colore politico.

La situazione geopolitica latino americana potrebbe cambiare se Chávez venisse sconfitto, dato che Capriles ha già annunciato la riduzione dei contributi in petrolio e delle convenzioni di scambio tra i paesi dell’ALBA che prevedono prezzi preferenziali per gli associati, anche se non s’è espresso per una cancellazione dell’ALBA e degli altri accordi d’integrazione regionale sottoscritti dal Venezuela: in primis, c’è il Mercosur con il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay e l’Argentina che continuerà a restare in vigore e, probabilmente, verrà riattivata la partecipazione del Venezuela alla Comunità Andina con la Colombia, l’Ecuador, il Perù e la Bolivia. Probabilmente sia Cuba che l’Ecuador, la Bolivia e il Nicaragua, i principali alleati del progetto bolivariano nella regione, vedranno profondamente colpiti i loro interessi economici, soprattutto legati alle forniture di gas e petrolio, e strategici. L’attenzione ai risultati del voto di oggi è alta non solo in Sudamerica, ma anche negli USA, primo socio commerciale del paese andino ma allo stesso tempo “rivale” e nemico imperiale del governo, e in altri paesi che da anni intrattengono strette relazioni economiche, strategiche e politiche con il Venezuela di Chávez come la Russia, la Cina, la Bielorussia e l’Iran. Di Fabrizio Lorusso Twitter @FabrizioLorusso

Il Foglio.It: misoginia e istigazione al femminicidio

Parlavamo del femminicidio su questo blog (vedi link) proprio una decina di giorni fa con il caso di Avvenire e il video del collettivo delle Arrabbiate. Ed ecco un nuovo post sulla falsa riga di quell’intervento reazionario di Maurizio Patriciello. Poi ho visto su FaceBook (da una foto diInformazione Libera) un pezzo assurdo. Ci ho pensato una ventina di secondi e mi son chiesto se valeva la pena scriverci sopra un post e, magari, aumentarne così l’importanza e fare il gioo del giornale che prova a farsi “pubblicità”…ma credo che non vadano ignorate certe cose. Ricordiamo che moltissime iniziative liberticide in passate sono cominciate come semplici esperimenti, quasi per scherzo, con tanta ironia e indifferenza, magari con un po’ di sufficienza. E poi? Il morbo dilaga.

Giudicate voi, lo copio sotto da il Foglio di Giuliano Ferrara, in una rubrica fissa (!!) chiamata Preghieraa cura di Camillo Langone che il 23 agosto s’è riferito alla vicenda di Daniele Ughetto, arrestato a Torino per (presunto) omicidio (vedi link alla notizia qui). Il post sembra uno scherzo ma non lo è (o almeno io non lo capisco, sono limitato). E’ follia allo stato puro e si tratta di una rubrica su un giornale nazionale, non uno sfogo misogino su qualche sito neonazista.

Per Daniele Ughetto -Piampaschet, che forse ha ucciso per amore una donna nigeriana, di mestiere puttana. Spero non sia stato lui, e se invece è stato lui spero gli venga comminata una pena mite perché chiaramente aveva perso la testa. Una preghiera per Daniele eccetera e per tutti noi maschi che al buio non capiamo più niente. Che ci si attenga sempre alla regola seguente: mai passare la notte con qualcuno con cui ti vergogneresti di passare il giorno. Le negre sono bellissime, e dopo il tramonto anche i trans sono favolosi, e così molte altre battone, baldracche e lapdancer. Ma hai davvero voglia di svegliarti con loro, al mattino? E le porteresti a pranzo nel tuo ristorante abituale? O da tua mamma? La vergogna e il controllo sociale non hanno niente di bello però qualcosa di utile sì. 

Ecco il commento che sottoscrivo, diffondo e riporto dal blog Comunicazione Di Genere, se cliccate trovate il resto e anche una lettera diretta all’Ordine dei Giornalisti.

Può una testata nazionale avere un articolo simile? Un articolo non solo razzista, omofobo ma sopratutto vergognosamente misogino poiché si giustifica un femminicidio, perché una donna che fa la prostituta non si può presentare alla mamma. Da una parte c’è la mamma e da una parte la “puttana”, quella con cui puoi scoparci solo la notte e non puoi presentare alla mamma perché non è una ragazza per bene. Per Camillo Langone sono motivi validi per uccidere una donna e per dedicagli una preghiera perchè i maschi non si controllano. E’ vergognoso.

Il Foglio è anche un giornale che non si fa tanti scrupoli per definire una donna che abortisce come un assassina. Come mai agli assassini di donne fa sconti? E’ chiaro che per certi esponenti la donna occupa una posizione infima della scala sociale sopratutto se non è “una donna da sposare”. E’ possibile che nessuno prenda provvedimenti contro i nostri mass media?.

Narcos e nuvole (nere): Messico post-elettorale e veri business

Nella seconda metà di una recente intervista allo storico “messicanista” James Cockcroft a RealNews Network viene avanzata un’ipotesi interessante. Provo a riassumerla e ampliare alcuni punti che lì sono solo suggeriti. Le banche statunitensi, in fallimento o quasi dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008 e in piena crisi mondiale, avevano e hanno bisogno dei flussi finanziari provenienti dal narcotraffico (il secondo o terzo maggior generatore mondiale di movimenti monetari), detenuti in gran parte dai cartelli messicani e dagli operatori statunitensi degli stessi. Quindi in Messico la lotta alle fonti di finanziamento e la chiusura dei rubinetti del denaro dei narcos è stata debolissima, ma s’è privilegiata la politica di militarizzazione della guerra ai narcos, spinta dal presidente messicano Felipe Calderón del PAN (Partido Acción Nacional, destra) anche per recuperare la scarsa legittimità (solo mezzo punto di scarto e brogli elettorali) con cui aveva vinto le presidenziali del 2006 contro le sinistre e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador. La cosiddetta narcoguerra degli ultimi 6 anni ha causato 60mila morti, ma ha significato un’epoca di vacche grasse per il traffico, lecito e illecito, di armi oltreché per i piani (tipo Plan Merida) di “aiuto” militare statunitense in Messico e per operazioni illegali come Fast and Furious (passaggio di armi USA-Messico) che hanno mostrato (di nuovo) come il narco-business sia ormai diversificato, vantaggioso da entrambi i lati della frontiera e come si sia ampliato e collegato al commercio di armi (oltre che a quello di persone, veri e propri schiavi contemporanei, per la prostituzione o la vendita degli organi). Anche i 16mila desaparecidos di questa amministrazione militarista stanno lì a testimoniare questi nessi terribili tra narcos, stato (a vari livelli di governo), sparizioni, commerci illeciti e riduzione in schiavitù. Ora pare che il PRI, il partito egemonico per 71 anni al potere dal 1929 al 2000, abbia vinto le elezioni e il suo candidato Enrique Peña Nieto si appresta a diventare presidente in mezzo a scandali, manifestazioni popolari di massa, denunce e polemiche per la compravendita dei voti, gli eccessi enormi (da 10 a 13 volte del budget previsto) delle spese di campagna e il trattamento mediatico di gran favore ricevuto per anni da TeleVisa, la principale catena TV nazionale. Il 1 luglio scorso s’è votato per eleggere presidente e parlamento, 6 governatori locali e migliaia di altre cariche di tipo amministrativo. Pochi media ne hanno parlato ma ci sono stati 9 morti, 7 feriti, 66 arresti e migliaia di altre anomalie. L’eventuale arrivo alla presidenza del leader della coalizione progressista, López Obrador, che s’è ricandidato nel 2012 con un programma di austerità, onestà, tagli alla politica e alla corruzione e ora ha impugnato le elezioni presso il tribunale elettorale per le irregolarità verificatesi di tutto il processo, avrebbe rappresentato un ostacolo evidente per i business illeciti che, in qualche modo, sostengono i flussi monetari Messico-Usa e in particolare per i gruppi d’interesse che da Washington a Mexico City, da El Paso a Sinaloa, manovrano i meccanismi della criminalità organizzata e le interazioni tra l’economia illegale, quella semisommersa e l’illegale attraverso i business del sequestro e commercio di persone, droga, armi. Obrador è osteggiato, in Messico (e si sa), ma probabilmente anche negli USA. E’ stato l’unico candidato a proporre un cambiamento netto di strategia rispetto all’ultimo sessennio, mentre Peña Nieta viene visto da molti come il candidato dei “patti con i narcos”, in quanto erede della corrente più retrograda e antidemocratica del PRI, quella del ritorno al passato: è il cosiddetto gruppo dei “gobernadores”, cioé i governatori degli stati (21 su 32) in cui il PRI mantiene il potere locale e che rischiano di diventare i bastioni di un nuovo regime autoritario, vera nube nera sulla fragile e debole democrazia messicana.

Un’opinione su Referendum e Decreto Ominibus

LINK VIDEO-INTERVISTA del 24 maggio da Sky.It SUL REFERENDUM

Si farà o no il referendum? E in particolare, che ne sarà del quesito sul nucleare dopo il Decreto Omnibus? Spero che il pronostico di Azzariti nel video che ho linkato sopra sia quello corretto.

Secondo il costituzionalista Gaetano Azzariti ospite a SkyTG24 l’intervento del governo non farà saltare la consultazione popolare. A deciderlo sarà la Corte di Cassazione. “La sentenza della Consulta dice che vanno rispettati i principi ispiratori dei referendari“. VIDEO    Un intervento sul legittimo impedimento LINK