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Identificati in Messico i resti di uno studente di Ayotzinapa, proteste #1DMX #6DMX #YaMeCanse2

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

Ayotzi monumento 6dmx“Compagni, a tutti quelli che ci hanno sostenuto, sono Alexander Mora Venancio. Con questa voce vi parlo, sono uno dei 43 caduti del giorno 26 settembre per mano del narco-governo. Oggi, 6 dicembre, i periti argentini hanno confermato a mio padre che uno dei frammenti delle mie ossa mi appartiene. Mi sento orgoglioso che abbiate alzato la mia voce, la rabbia e il mio spirito libertario. Non lasciate mio padre solo col suo dolore, per lui significo praticamente tutto, la speranza l’orgoglio, il suo sforzo, il suo lavoro, la sua dignità. Ti invito a raddoppiare gli sforzi della tua lotta. Che la mia morte non sia avvenuta invano. Prendi la miglior decisione ma non mi dimenticare. Rettifica se possibile, ma non perdonare. Questo è il mio messaggio. Fratelli, fino alla vittoria”.

I genitori dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa, nello stato messicano del Guerrero, hanno diffuso il questo messaggio su Facebook. Sono le quattro del pomeriggio. Mentre Città del Messico si prepara a un pomeriggio di cortei contro il crimine di stato del 26-27 settembre a Iguala, nello stato del Guerrero, e per il ritrovamento in vita dei 43 studentidesaparecidos della scuola normale di Ayotzinapa “Raúl Isidro Burgos”, arriva una notizia inattesa. La piazza grida, chiede la rinuncia del presidente Enrique Peña Nieto e del procuratore della repubblica Jesús Murillo Karam. Alcuni normalisti del comitato studentesco di Ayotzinapa hanno appeno fatto un annuncio importante, le emozioni e le reazioni sono contrastanti.

Tra i resti umani trovati dagli inquirenti nella discarica dei rifiuti di Cocula all’inizio di novembre ci sono quelli del diciannovenne Alexander Mora Venancio, uno degli studenti che, secondo le testimonianze di tre narcotrafficanti in stato di arresto, sarebbero stati bruciati per 15 ore nella stessa discarica. Lo hanno confermato i periti argentini dell’Equipe Argentina di Antropologia Forense i quali, su richiesta dei familiari delle vittime, stanno lavorando con la procura alle prove del DNA. I genitori di Alexander, vittima di un attacco da parte di narcos e poliziotti di Iguala e Cocula insieme ad altri compagni, sono partiti immediatamente per la loro terra d’origine, il paesino di Teconoapa, sulla costa del Pacifico, per le esequie. Sono otto gli studenti scomparsi a Iguala che provengono da questa località e i genitori di tutti loro appartengono all’organizzazione indigena, contadina e popolare Unione dei Popoli e Organizzazioni dello Stato del Guerrero (UPOEG).

Ayotzi NORMALISTAL’avvocato della UPOEG, Manuel Vázquez, ha confermato che in questi primi due mesi di ricerche, insieme ai genitori di Ayotzinapa, hanno contribuito al ritrovamento di 200 fosse clandestine nella zona di Iguala e in altri comuni vicini. Alcuni reportage recenti, in particolare uno della televisione France 24, hanno rivelato la probabile scomparsa, per mano della polizia di Cocula secondo alcuni testimoni, di altri 31 studenti nella regione tra il marzo e il luglio del 2013. Le denunce relative a 17 di questi desaparecidos sono state confermate dal governo del Guerrero nella sua pagina web. Il 3 dicembre i familiari di altre 375 vittime della polizia collusa coi narcos hanno preso coraggio, dopo anni di silenzio, e hanno manifestato nella piazza centrale di Iguala per denunciare ladesaparición di tanti loro cari negli ultimi anni. Grazie a un frammento d’osso e un molare è stato possibile ricostruire il DNA di Alexander, ma restano da verificare sia i resti in mano ai forensi argentini e alla procura sia quelli che sono stati rinvenuti nel fiume San Juan di Cocula e inviati in Austria per un complesso esame mitocondriale. E soprattutto restano da verificare le migliaia e migliaia di fosse comuni e di resti umani che emergono dalle terre di mezzo paese. “Ne mancano 42 e li rivolgiamo in vita”, ha detto nel comizio finale della giornata di Azione globale per Ayotzinapa del 6 dicembre, #6DMX +#YaMeCanse2. La rivista di Tijuana, Zeta, da anni specializzata nel confronto di dati ufficiali sulla violenza, ha confermato la cifra allucinante di 41mila morti nei primi 23 mesi del governo del “nuovo PRI”.

Continua la protesta globale

Sono state settimane convulse in Messico. La capitale, lo stato del Guerrero, le città solidali del mondo intero sono in ebollizione per l’indignazione e lo sconforto, per il disanimo, la voglia di reagire, gridare e protestare, accompagnate dalla tristezza e dalla paura che tutto torni come prima. Il letargo mediatico, l’apatia sociale, il conteggio dei morti in un box rosso sui principali quotidiani. Una madre, un padre, una famiglia che cercano i loro figli e cari desaparecidos, moltiplicati per 27mila. Un compa che racconta in radio l’ultima estorsione subita dagli sbirri, un tentativo di sequestro, una minaccia di sparizione forzata. Gli universitari che han scoperto d’essere spiati perché in facoltà hanno nascosto delle telecamere. Altri che vengono attaccati da infiltrati e poliziotti nelle assemblee. Le violenze subite nell’anima e nel corpo delle donne, da Ecatepec a Ciudad Juárez, dalle strade alle maquiladoras. E ancora l’azzeramento delle vittime nei meandri della burocrazia e nei corridoi dell’oblio. La paura travestita da normalità. Crimini di stato trasformati in guerra alle droghe e viceversa, in un turbinio. Meglio risvegliarsi, rifondare, che ignorare e normalizzare una strage, quella degli studenti di Ayotzinapa del 26 settembre, che è solo la punta di un iceberg in un mare d’impunità e corruzione.

Ayotzi poster proteste 4-5-6 dicMi appresto a scrivere questo aggiornamento mentre vomito notizie e rimastico cronache. Guardo il video del flash mob, l’ennesimo, che 43 ragazzi hanno realizzato alla Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara. Alla fine urlano tutti insieme dall’uno al quarantatré. Per un minuto la Fiera si ferma, la terra non gira, silenzio, giustizia! Finisce il coro, cominciano gli applausi. Un brivido, l’ira, le lacrime, la speranza in un cambiamento. Penso alla grande manifestazione qui a Città del Messico, lunedì primo dicembre, #1DMX. Abbiamo calcolato 50mila persone. Una marcia instancabile ed energetica, nonostante sia finita anche questa volta a manganellate e lacrimogeni, con sette arresti casuali, terribilmente random e violenti, e una serie di incapsulamenti della polizia che solo un cordone di funzionari della Commissione Nazionale per i Diritti Umani, di bianco vestiti, ha potuto bloccare, almeno per un po’. Ora i prigionieri sono tutti liberi, le pressioni internazionali e di tutto il Messico stanno obbligando le autorità a risolvere i problemi da loro stesse provocati in modo più spedito, salvo poi dimenticarsi della legalità e del famigerato stato di diritto non appena i riflettori si spengono. Il rischio è questo, il governo è paziente, ha potere e mezzi per resistere e sfiancare, può aspettare qualche settimana e contrattaccare, sequestrare, riconquistare, offendere. E lo sta già facendo.

Si riconferma la modalità dell’accerchiamento delle forze dell’ordine e dei rastrellamenti a tappeto contro tutto e tutti, ma non contro chi li attacca o ne “giustifica” inizialmente l’intervento. E’ un copione ormai noto: un manipolo di ragazzi incappucciati, ma anche a volto scoperto a volte, causa danni a qualche edificio pubblico o privato. I celerini intervengono, picchiando a destra e a manca senza ritegno, impedendo ai manifestanti disarmati e pacifici di proseguire, di esprimersi, di respirare, per poi catturare un po’ di gente a casaccio. I detenuti del 20 novembre sono stati rilasciati tutti, non c’erano prove né elementi concreti per accusarli di alcunché. I familiari dei prigionieri e dei desaparecidos di Ayotzinapa, accompagnati dalla società civile e dai movimenti, chiedono adesso le dimissioni del procuratore Jesús Murillo Karam, oltre a quelle del presidente della repubblica.

DSC_0001 (Small)La testimonianza di una signora sotto shock, con la testa spaccata e sanguinante, consolata dalla figlioletta e curata alla buona da un’infermiera (?), diventa virale sui social e suscita la rabbia di chi ha un computer e una connessione, cosa che non è affatto scontata né così generalizzata come molti credono. Le classi medie cittadine hanno internet, ma il Messico guarda la televisione. In TV la storia è sempre un’altra. La padrona delle menti, Nostra Catodica Signora dei rimbecillimenti, passa scene di violenza, immagini di vandalismi e distruzioni, dimenticandosi delle 3 ore di corteo pacifico e del motivo per cui tanta gente scende in piazza sfidando la propaganda governativa e la criminalizzazione delle autorità contro il dissenso sociale.

I 43 studenti desaparecidos non importano più, meglio mostrare due bancomat sfasciati e qualche vetrina imbrattata per giustificare l’azione “gagliarda”, parola usata dal responsabile della sicurezza nella capitale, della polizia. Sì, ma contro chi? Eccoli lì che si scagliano ferocemente contro una signora che cerca lavoro e nemmeno sa che c’è un corteo quel giorno. Eccoli lì che lasciano stare i presunti responsabili degli attacchi nei loro confronti o nei confronti delle “preziosissime” proprietà private e dei palazzi della Avenida Reforma e che aggrediscono famiglie e cittadini, strappano striscioni e rinnegano la loro umanità. Se ti muovi, può toccare anche a te. Se corri, ti prendiamo. Se sei schifato e arrabbiato perché i narcos sono la polizia, lo stato è la mafia o viceversa, e ha sequestrato e ammazzato migliaia di persone in pochi anni, 43 studenti in una notte a Iguala, e poi trova scuse ciniche e idiote per non cambiare nulla, praticando il gattopardismo più becero, meglio che te ne stai zitto e ti dedichi a spendere gli ultimi risparmi, erosi dalla crisi e da un modello consumista sfrenato, per i regali di Natale. Questi i messaggi delle autorità alla gente.

Ayotzi tractores 5 diciembreIl cittadino cileno Laurence Maxwell, studente del dottorato in lettere dellaUniversidad Nacional Autonoma de Méxicodetenuto la sera del #20NMX, per cui s’era mosso anche il ministro degli esteri del Cile, denuncerà lo stato messicano per le torture subite e così faranno anche gli altri 10 cittadini detenuti ingiustamente. Ma è l’intero sistema politico ad essere messo alle strette e criticato a fondo, delegittimato come mai prima. La popolarità di Peña è ai minimi storici. E’ scesa al 39%, la più bassa per un presidente dal 1995 ad oggi secondo il quotidiano Reforma. Il 5 dicembre il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon ha sollecitato un’indagine a fondo del caso Ayotzinapa e di tutte le sparizioni forzate in Messico in una conferenza stampa, ribadendo anche l’importanza del diritto alla libertà d’espressione e la necessità di canalizzare le legittime richieste della gente in modo pacifico, nel rispetto dei diritti umani. Avrà cominciato a percepire l’aria che si respira in Messico e la vena repressiva del governo? Non molto. Dopo le critiche, infatti, Ban Ki-moon ha dato il suo beneplacito alle misure autoritarie promosse dall’esecutivo negli ultimi giorni.

Burle presidenziali e cinismi

Nel maggio 2012, quando mancavano meno di due mesi alle elezioni, l’allora presidente Felipe Calderón annunciò la sua appartenenza al grande movimento studentesco e sociale#YoSoy132, che era nato da una contestazione al candidato Peña Nieto alla Universidad Iberoamericana e aveva poi segnato la fine della campagna elettorale, il ritorno del PRI al governo e l’inizio del mandato presidenziale, con le manifestazioni del primo dicembre 2012, sempre #1DMX, represse nel sangue. Fu una mossa elettorale disperata per provare a creare empatia col movimento e con una parte de. Non funzionò, il risultato della candidata del partito di Calderón (PAN), Josefina Vázquez Mota, fu deludente e il presidente fu ricordato per i 100mila morti e la narco-guerra, non di certo per la sua identificazione con gli studenti.

DSC_0119 (Small)Dopo il megacorteo del 20 novembre scorso, Peña, emulando il suo predecessore in un disperato e calcolato tentativo di riconciliazione, ha cercato di ribadire la sua identificazione con le vittime di Iguala e del Guerrero dicendo che “Tutti siamo Ayotzinapa”. Come conseguenza è stato mandato letteralmente “affanculo”, cioè a“chingar a su madre”, da uno studente della normale “Isidro Burgos”, oratore durante il comizio finale della manifestazione del primo dicembre. Tra le altre cose, gli ha anche ricordato che lui “non è Ayotzinapa, ma è Atlacomulco”, in riferimento alla città natale del presidente intorno alla quale girano tutto il gruppo di potere e le lobby delle correnti dominanti del PRI e degli impresari ad esse legati.

Superatelo, ja ja. Hashtag #YaSupérenlo

Nel suo discorso del 4 dicembre a Iguala, Guerrero, Peña ha chiesto alla comunità di “superare questa fase”, “questo momento di dolore”, per fare “un passo avanti”, dato che la sua geniale idea è molto semplice: voltare pagina, dimenticare l’inferno e salvare la sua immagine. Ottimo montaggio televisivo, un ponte da inaugurare come scusa per andare ad Iguala e dintorni, e infine un po’ di applausi dei burocrati che lo accompagnavano. Un evento pensato ad hoc per farsi vedere nella zona e prendere di nuovo la parola. Il ponte, distrutto nel settembre 2013 dall’uragano Manuel, è stato ricostruito a Coyuca de Benítez, nella Costa Grande al nord di Acapulco. Peña s’è definito come il “grande alleato degli abitanti del Guerrero” e ha indicato che quanto successo coi normalisti di Ayotzinapa “genererà una svolta, segnerà un momento e permetterà la costruzione di istituzioni migliori”. Ciononostante nessuno ha ancora capito come. La comunità sarà felice per il nuovo ponte dell’oblio, dunque, e per l’inizio del corso di superazione personale che pare voler proporre il presidente con le sue frasi ad effetto. “Hanno detto ‘superatelo’ per i femminicidi nel Chihuahua 15 anni fa, e continuiamo a cercare e lavorare, rispondiamo ‘siamo stanchi’ dell’impunità”, ha scritto via Twitter la giornalista Lydia Cacho.

DSC_0021 (Small)Occupazione simbolica di Città del Messico nella Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa

Intanto il Messico, e soprattutto Guerrero, continuano a bruciare, le proteste non si fermano e anche all’estero la solidarietà s’esprime nelle forme più fantasiose, incessantemente, giorno dopo giorno. Il 3 dicembre ci sono state mobilitazioni in 43 città degli Stati Uniti con l’hashtag #UStired2, oltre 3000 boliviani sono cesi in piazza a La Paz e oltre 10mila uruguayani hanno marciato per Ayotzinapa a Montevideo il giorno dopo. E’ stata la marcia per i 43 normalisti più numerosa realizzata fuori dal Messico. La settimana scorsa in Italia i movimenti sociali e l’associazione Libera hanno promosso decine di iniziative per denunciare il narco-stato messicano e i crimini di lesa umanità in terra azteca con cortei, flash mob, proteste fuori dai consolati e nelle università, diffusione di comunicati e attività di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Nel pomeriggio del 5 dicembre un corteo di 43 trattori ha sfilato per l’Avenida Reforma, nel centro di Città del Messico. Sabato 6, invece, in decine di città messicane ci sono state manifestazioni e proteste che nella capitale si sono trasformate in un’occupazione simbolica della città. Infatti, a Città del Messico le mobilitazioni della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educacion), dei genitori dei 43 desaparecidos, protetti dal collettivo Marabunta, degli studenti, del FPFV (Frente Popular Francisco Villa), del Frente de Pueblos para la Defensa de la Tiera di San Salvador Atenco, delle organizzazioni contadine, che sono arrivate a cavallo alle 10 del mattino, e della società in generale sono confluite nella spianata del Monumento a la Revolución.

DSC_0087 (Small)Hanno dato vita a un’altra oceanica Giornata di Azione Globale per Ayotzinapa per unire la causa dei 43 desaparecidos al rifiuto delle riforme strutturali, alla difesa dell’acqua, la vita e la terra e alla commemorazione dei cento anni dell’ingresso degli eserciti di Francisco Villa ed Emiliano Zapata nella capitale e l’occupazione indigena della città del 6 dicembre 1914. I megafoni della CNTE hanno annunciato la notizia, ufficializzata poco prima dai periti argentini: i resti di uno dei 43 normalisti sono stati identificati, ma lalucha sigue.

A un lato degli insegnanti dodici persone, tre donne e sei uomini, camminano in fila indiana. Hanno le mani legate e una corda li tiene uniti uno all’altro. Sono dei presunti infiltrati a cui i manifestanti della CNTE hanno appiccicato sul petto un cartello con la scritta “infiltrados” per evitare che facciano danni e si mischino con loro. E arriva anche la notizia che il capo della polizia della capitale, Jesús Rodríguez, ha presentato le sue dimissioni, dopo essere stato aspramente criticato per le sue ciniche dichiarazioni sul “valore e la gagliardia della polizia” durante lo sgombero della piazza del Zocalo il 20 novembre scorso.

Javier Sicilia e movimento per la pace

“Dissi a Peña, durante i dialoghi nel Palazzo di Chapultepec coi candidati alla presidenza, che pareva non avere un cuore, una sensibilità, e si arrabbiò perché gli stavo ricordando la repressione di Atenco del 2006, quando era governatore del Estado de México”, ha spiegato Javier Sicilia, leader del movimento per la pace con giustizia e dignità (MPJD), in un’intervista radiofonica. “Col suo discorso l’altro giorno a Iguala mostra anche una mancanza di intelligenza politica oltre all’insensibilità. Si potrebbe lanciare un messaggio del genere, forse, se almeno fossero state fatte le cose necessaria affinché i fatti non si possano più ripetere, se fosse stata fatta giustizia, se il caso fosse stato risolto, ma non così, quando niente è stato risolto e si ha un mandato per farlo che non viene rispettato. Bisogna rompere e rifondare lo stato, spegnere la emergenza nazionale e ricostruire e questo si fa solo con una logica di giustizia, dignità e servizio al paese, cosa che non è stata fatta, invece stanno facendo sparire più gente…”.

DSC_0085 (Small)Parlando del superamento del dolore, Sicilia ha sottolineato la profondità della crisi strutturale che sta vivendo il Messico: “Con cosa dovremmo superare il dolore? C’è una questione terribile dietro. E se dall’Austria ci dicono che i resti sono degli studenti, saranno comunque solo alcuni, e gli altri? E le fosse? Non è possibile accettare che non ci sia nulla, che ci sia solo la polvere degli studenti, che non resti più nulla. Perciò li vogliamo vivi, li vogliamo presenti, con un corpo almeno.

Questa situazione non si ripara in nessun modo, solo se non ce ne saranno mai più”. Il poeta e attivista ha ribadito l’obbligo dello stato chiarire cosa è successo coi ragazzi di Ayotzinapa e “l’ondata di proteste deve spingere affinché i fatti di Iguala non succedano mai più, deve esserci un punto di rottura a partire da questo. Le strutture sono corrotte, e Peña non ha nemmeno la legittimità o l’autorità morale per dire quel che dice di fronte al disastro che stiamo vivendo”. Dal “Mexican Moment” vaticinato dal The Economist nel 2012 e dal miraggio di un presidente che, secondo la rivista Time, stava “Salvando il Messico”, siamo passati inevitabilmente a una realtà fatta di tragedie dalle proporzioni immani, sequel spietato del terrore del sessennio precedente, ma ancor più amara perché s’è imposta sulla propaganda e il marketing governativo a forza di desapariciones, fosse comuni, mattanze dell’esercito, come quella di Tlatlaya del giugno scorso, e morti su morti che ritornano dagli inferi.

Anche alcuni settori della chiesa cattolica sono intervenuti per chiedere giustizia e protestare. Qualche giorno fa un gruppo di religiose ha manifestato per le strade della capitale mentre il 4 dicembre i sacerdoti e i seminaristi della diocesi di Saltillo sono scesi in piazza per chiedere la fine della violenza e il chiarimento della strage di Iguala. “Dinnanzi a quello che succede nel paese e nel Guerrero non possiamo stare zitti e far finta di niente”, ha espresso il vescovo e attivista Raul Vera che era alla testa del corteo.

L’idea che si sia raggiunto un punto di rottura, di non ritorno, nella storia recente del Messico si sta facendo strada nei movimenti e nella società. Ma se non si mantiene la pressione interna ed esterna per il cambiamento, per una “rivoluzione pacifica intelligente”, come l’hanno battezzata i normalisti sopravvissuti della strage di Iguala, per una “rifondazione dello stato”, secondo l’augurio di Sicilia, oppure per una fase costituente, come auspicano altri, insomma, “se non manteniamo la lotta e andiamo avanti per cambiare il paese, ci aspettano cose ancora più inaudite, peggiori di quelle che abbiamo vissuto fino ad ora”, prevede lo scrittore.

Ayotzi URUGUAYIl rischio di isolamento e repressione di chi non vuole e non può accomodarsi di fronte alla tragedia nazionale messicana è alto. Le alternative che Peña ha di fronte sono l’apertura di canali seri di dialogo, anche se è lecito chiedersi fino a che punto il sistema sia capace di riformarsi da solo e di ricevere proposte radicali per una “Convenzione” o una fase costituente, o la repressione. Pare che il governo e il gruppo di potere legato al presidente, spalleggiato da amministratori e governatori affini come Miguel Ángel Mancera, sindaco di Città del Messico, non abbiano dubbi sul fatto che renda di più la seconda opzione, costi quel che costi.

Guerrero seguro e Nuevo Guerrero

Guerrero vanta un indice d’impunità dei delitti del 96.7%, sopra la media nazionale del 93% e peggio degli altri 31 stati del paese. Non si contano chiaramente i reati non denunciati, che sono stimati intorno al 90% del totale. Il tasso d’omicidi ogni 100mila abitanti è di 63, il più alto del Messico. Questo significa 3680 omicidi nei primi 23 mesi di governo di Peña e oltre 1000 nei primi otto mesi del 2014. Seguono lo stato di Chihuahua con un tasso di 59 e Sinaloa con 41. Nel 2013 Acapulco è stata la terza città più violenta del mondo, dopo San Pedro Sula in Honduras e Caracas in Venezuela. Nella città costiera, ex perla turistica messicana, durante i primi 22 mesi del nuovo governo sono stati denunciati 132 casi di sequestro di persona, il numero più alto in Messico. Ecatepec, nel feudo priista del Estado de México, intorno alla capitale, ne hanno registrati 114. Con 447 casi Guerrero è il terzo stato con più rapimenti, dopo Tamaulipas e l’Estado de México.

Ayotzi Esecuzioni governo PeñaQuesta situazione era nota da tempo, evidentemente. Infatti, nel 2011, il presidente Calderón avviò l’operazione speciale Guerrero Seguro e aumento la presenza militare, una delle tante iniziative infruttuose che hanno martoriato il paese dalla fine del 2006 ad oggi. Peña Nieto ha annunciato il 4 dicembre la riedizione di quel programma per la “sicurezza” e ha lanciato un piano di “pacificazione”, un’operazione militare e poliziesca, per le zone note comeTierras Calientes (territori compresi tra la costa pacifica e le catene montuose dellaSierra Madre Occidental negli stati del Michoacan, Guerrero, Oaxaca, Sinaloa e Morelos) e il piano di sviluppo e investimenti pubblici e privati battezzato Nuevo Guerrero. “Rilanciare lo sviluppo economico e sociale” è la finalità ufficiale dell’operazione. Nei giorni scorsi Peña ha parlato anche della creazione di zone economiche speciali negli stati del Chiapas, del Guerrero e del Oaxaca, il che suona come una riedizione del vecchio e fallito Plan Puebla Panamá di integrazione regionale tra il Messico e l’area centroamericana.

L’invio di truppe

Già da una settimana 2000 uomini della Polizia Federale sono stati mandati a Chilpancingo, la capitale dello stato, e altri 1500 ad Acapulco “per difendere i turisti e le famiglie”. Non si sa da chi li dovrebbero difendere, se poi è la polizia stessa che diventa parte integrante dei narco-cartelli. Adesso comunque arrivano i rinforzi, arrivano i “nostri”. Non bisogna essere esperti di sicurezza e politiche pubbliche per capire che la protezione degli investimenti delle multinazionali del settore minerario e turistico, insieme alla stabilità relativa dei narco-affari, soprattutto delle coltivazioni di papavero da oppio e marijuana, e del settore agricolo legale, sono le priorità sottese a questo piano. La protezione speciale, con più poliziotti e più vigilanza, che verrà offerta al porto e all’aeroporto di Acapulco va lette in questa chiave.

Come nel Michoacan e nel Tamaulipas pare che anche qui si stia cercando un accordo, un nuovo equilibrio tra i gruppi mafiosi in lotta in modo da regolarizzare il business e limitare la violenza: un compito molto complicato, vista la presenza di forti movimenti sociali organizzati e anche la frammentazione estrema, favorita dal tipico effetto cucaracha(scarafaggi che fuggono all’impazzata in ogni dove), che la dissoluzione del cartello dei Beltran Leyva ha portato con sé. In secondo piano passano, invece, la tutela delle comunità più povere e insicure e il rilancio delle zone rurali depresse e di quelle colpite dagli uragani degli ultimi anni. Parte dell’infrastruttura distrutta è stata ricostruita, ma l’economia non decolla. Nel suo complesso l’operazione puzza di controllo sociale e controllo delle proteste che, proprio a Chilpancingo e nel resto del Guerrero, stanno assumendo le forme più rabbiose e violente, con attacchi praticamente quotidiani alle sedi dei partiti e delle istituzioni cui si somma l’occupazione e gestione autonoma di almeno 13 comuni. Quasi non se ne parla, ma le diverse forme di autogoverno e autonomia come quelle dei caracoles zapatisti e della comunità autonoma di Cherán nel Michoacan sono una realtà in tante comunità del Messico.

cabalgata_ayotzinapa9Il decalogo di Peña Nieto

Il 28 novembre Peña ha enunciato un decalogo di misure e proposte del governo per provare a uscire dall’impasse. E’ una lista imbevuta di autoritarismo, di volontà accentratrice e di vecchie ricette dell’epoca di Calderón che attentano contro i diritti umani. A queste “nuove tavole della legge” si aggiunge anche una beffa: la legge anti-cortei. In questo contesto di escalation delle proteste e della repressione, in attesa di una possibile diminuzione della pressione internazionale e della partecipazione popolare per l’avvicinarsi del periodo natalizio e la chiusura delle università, i legislatori del PRI, del PAN e del Verde Ecologista hanno approvato la cosiddetta “Legge Anti-Corteo”.

Si tratta di una riforma degli articoli 11 e 73 della costituzione affinché il governo federale, le amministrazioni locali e i governi statali possano emettere leggi in materia di mobilità che potranno essere usate dalle autorità per impedire le manifestazioni e la libertà d’espressione e riunione. In pratica si attribuisce la facoltà di promulgare leggi e ordinanze sulla mobilità cittadina, provinciale e regionale che però in realtà nascondono l’inganno e giustificheranno la restrizione del diritto a manifestare e rappresaglie verso diverse forme di protesta sociale. Tra le misure che saranno discusse in parlamento c’è la creazione di un solo corpo di polizia per ogni stato, l’abolizione delle polizie locali o comunali, la possibilità per il governo di dissolvere comuni con infiltrazioni mafiose, la fissazione di un Codice Unico d’Identità personale, la creazione del numero 911 per tutte le emergenze, una riforma della giustizia e nuove operazioni militari per la sicurezza negli stati fuori controllo.

La stretta anti-libertaria del governo non ha comunque bisogno di molte nuove leggi dato che continuano le “vecchie” pratiche del sequestro, dell’arresto arbitrario e delladesaparición come nei casi di tre studenti della Universidad Nacional Autónoma de México che hanno denunciato il tentativo di farli sparire della polizia federale, in azione contro di loro a Città del Messico. Sandino Bucio è stato avvicinato da

Fabbrica di colpevoli

policia federal ayotziIl 15 novembre il ventiseienne Bryan Reyes e la sua fidanzata Jaqueline Santana, rispettivamente maestro di flamenco e studentessa di economia, entrambi militanti del gruppo Acampada Revolucion 132, stavano camminando in una zona periferica della capitale, si dirigevano al famoso mercato della Merced. Mentre passavano su un cavalcavia sono stati catturati da 14 poliziotti, otto uomini e sei donne, in borghese. Convinti che si trattasse di un sequestro di persona, dato che gli agenti non si sono identificati e li hanno picchiati per forzarli ad entrare con la violenza in un taxi e in un’automobile privata, i due hanno cominciato a gridare. Ulises Chavez, un amico che era con loro, è riuscito a scappare e un poliziotto locale è stato richiamato sul posto dai rumori e le urla, ha puntato la pistola in faccia a uno dei federali e gli ha intimato di liberare i ragazzi.

Quando il federale s’è identificato il poliziotto l’ha lasciato stare ma questo “contrattempo” ha forse salvato la vita a Jaqueline e Bryan che sono stati portati in questura e poi in prigione con delle accuse assurde ma, per lo meno, in vita. Senza il minimo rispetto dei diritti umani e del dovuto processo, in spregio al fatto che i poliziotti federali hanno cercato di sequestrare e, probabilmente, far sparire i due ragazzi, questi sono stati rinchiusi per furto aggravato per aver rubato 30 euro a una poliziotta proprio sul cavalcavia in cui sono stati immobilizzati e rapiti dai federali (in questo video-link la testimonianza della sorella di Bryan). I detenuti del 20 novembre e del primo dicembre sono stati liberati, Bryan e Jaqueline no, e da stanno portando avanti uno sciopero della fame dal 23 novembre.

Una situazione simile ha vissuto Sandino Bucio, studente di Filosofia e Lettere e attivista che lo scorso 28 novembre è stato praticamente sequestrato da alcuni agenti in borghese della polizia federale all’uscita dell’università, dopo aver partecipato all’assemblea degli studenti della sua facoltà. Picchiato e costretto a salire su una macchina bianca, anonima, come se si trattasse di un rapimento o di una sparizione forzata. Per fortuna i passanti e gli studenti che si trovavano nei paraggi hanno filmato l’arresto e hanno diffuso immediatamente l’informazione. Si sono mosse subito le reti sociali e quelle dell’attivismo universitario per organizzare un picchetto di protesta fuori dalla sede della procura, dove intanto era stato condotto Sandino. Dopo poche ore la pressione mediatica e popolare è riuscita a far liberare lo studente. Gli agenti federali coinvolti sono stati sospesi, ma resta critico il livello di guardia dei movimenti e dei cittadini di fronte alle rozze azioni d’intimidazione della polizia, alle sue operazioni delinquenziali e alle offensive legislative del mondo politico.

Reportage precedenti: Ayotzinapa @CarmillaOnLine

  1. La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica
  2. Il Messico e Ayotzinapa gridano: 43 con vida ya!
  3. Benvenuti in Messico: desaparecidos e morti di #Ayotzinapa #Fueelestado
  4. Due mesi dopo la strage: le vene aperte del Messico e #Ayotzinapa

Due mesi dopo la strage: le vene aperte del Messico e #Ayotzinapa


Dove vanno i desaparecidos?

Cerca nell’acqua e nella boscaglia.
E perché spariscono?
Perché non tutti siamo uguali.
E quando torna il desaparecido?
Ogni volta che lo porta il pensiero.
Come gli si parla al desaparecido?
Con l’emozione stringendo il nodo dentro.
Dalla canzone “Desaparecidos” di Rubén Blades

Llamas Peña Nieto

“Sembra esistere l’intenzione di destabilizzare il paese e attentare contro il progetto di nazione”, Enrique Peña Nieto, 18 novembre 2014.

“Forze oscure desiderano destabilizzare la nazione”, Gustavo Diaz Ordaz, agosto 1968.

(Di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine) Il presidente messicano Díaz Ordaz pronunciò queste parole a poche settimane dal massacro della Plaza de las Tres Culturas, Tlatelolco, del 2 ottobre in cui oltre 300 studenti furono assassinati dall’esercito dopo un comizio. Era un messaggio chiaro, minaccioso, contro i manifestanti, le proteste e ogni forma di critica al governo e allo stato. Proprio come succede oggi.

Due mesi dopo

68 mon a la revolucion26 settembre, 26 novembre 2014. Sono passati due mesi dalla strage degli studenti della scuola normale di Ayotzinapa a Iguala, nello stato messicano del Guerrero. Responsabili ufficialmente non ce ne sono. Quest’anno in Messico le tradizionali cerimonie del 20 novembre per ricordare l’inizio della Revolucion del 1910 si sono svolte in un campo militare mentre decine di migliaia di manifestanti scendevano nelle strade per chiedere giustizia e il ritrovamento “in vita” degli studenti della scuola normale di Ayotzinapa, scomparsi lo scorso 26 di settembre. Ma in questa IV Giornata di Azione Globale per Ayotzinapa non solo “Giustizia!”, non solo “Vivi li han portati via, vivi li vogliamo!” hanno gridato le piazze, ma anche “¡Fuera Peña!” e “Governo assassino”. E il Messico s’infiamma, brucia un enorme pupazzo del presidente nel mezzo dell’enorme piazza centrale, lo zocalo, ed è una pira sacrificale con le fattezze di Peña. L’allegria per l’oceanica manifestazione, la partecipazione, la nuova gran comunità che si sta creando in Messico, si fonde con la rabbia e la tristezza. I familiari dei 43 studenti chiamano a mantenere vivi il movimento e la protesta.

I fatti secondo il procuratore che dice “#YaMeCanse” (mi son stancato) e l’ombra dell’esercito

La notte del 26 settembre tre studenti sono stati uccisi dalla polizia locale. Quel giorno gli alunni normalisti si trovavano a Iguala per raccogliere fondi e poter partecipare al corteo del 2 ottobre a Città del Messico, che si tiene ogni anno per ricordare la strage di studenti di piazza Tlatelolco nel ’68. Un filo rosso di repressione e sangue lega quindi le due stragi. “Crimine di stato”, si legge su striscioni e manifesti per le strade del Messico. Altre tre persone che si trovavano per caso nel luogo della sparatoria sono state ammazzate. Infine altri 43 studenti sono stati sequestrati dagli agenti di Iguala, aiutati da quelli della vicina città di Colula, e poi, secondo le testimonianze dei detenuti per il caso, sono stati consegnati ai membri del cartello della droga dei Guerreros Unidos, collusi con le forze dell’ordine e agli ordini del sindaco di Iguala, José Luis Abarca. I narcos li avrebbero bruciati per 15 ore, disperdendone poi i resti in un fiumiciattolo e nella discarica della spazzatura di Cocula.

ayotzinapa marchaIl 7 novembre il procuratore della Repubblica, Jesús Murillo, ha riferito questa versione, cercando di chiudere il caso, ma, in mancanza di prove scientifiche per sostenerla, non ha potuto dichiarare “morti” gli studenti che restano, quindi,desaparecidos. I resti trovati nel luogo del rogo indicato dai narcos sono in Austria per uno studio del DNA che dovrà confermare o smentire il procuratore. Alla fine della conferenza stampa, irritato dall’insistenza dei giornalisti, il procuratore ha pronunciato la frase “Ya me cansé” (“ormai sono stanco”) che è diventata virale su Twitter ed è ora il tormentone nelle proteste. La società è stanca di menzogne e giustificazioni. Le dimissioni del governatore, l’arresto di Abarca, della moglie e di una sessantina tra narcos e poliziotti e la recente cattura del capo della polizia di Cocula, César Nava, accusato anche lui della sparizione degli studenti, non bastano e non possono di certo emendare una situazione di marciume strutturale.

Le versioni ufficiali e i polveroni sollevati alla fine di ogni conferenza stampa o dopo ogni rivelazione fatta da qualche detenuto o da presunti testimoni oculari e persone della zona potrebbero costituire un enorme specchio per le allodole che aiuterebbe a nascondere altre piste possibili, per esempio quella che punta verso il 27esimo battaglione d’infanteria dell’esercito a Iguala come possibile responsabile. Non è un’ipotesi scellerata. Nel 2011 HRW (Human Rights Watch) aveva denunciato la sparizione di 6 persone in un club notturno di Iguala, avvenuta alle 22:30 del 1 marzo 2010, filmata da una videocamera e infine confermata da alcuni testimoni che descrivono i sequestratori, e le persone al loro seguito, come appartenenti alle forze armate per i loro veicoli e le uniformi. I PM indagarono, ma rimisero il caso alla giurisdizione militare che nei 18 mesi successivi non accusò nessuno del crimine. HRW conclude che ci sono prove che suggeriscono decisamente il coinvolgimento dell’esercito. I sei desaparecidos non sono più tornati a casa.

La IV Giornata di Azione Globale per Ayotzinapa e gli arresti arbitrari

“E’ stato lo Stato”, “Vivi li han portati via, vivi li vogliamo” sono gli slogan che da due mesi rimbalzano sui social e in tutte le manifestazioni. Il pomeriggio del 20 novembre migliaia di persone in 150 città hanno espresso la loro solidarietà ai familiari dei ragazzi e al Messico intero, immerso in una spirale di violenza che ha fatto oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in 8 anni. Nella capitale messicana oltre 150mila persone hanno sfilato nel centro per cinque ore. I genitori dei 43 desaparecidos sono arrivati nella capitale dopo aver percorso in tre carovane diversi stati del Messico durante una settimana. E tre erano anche i cortei previsti: uno di professori e studenti, in partenza da Tlatelolco, una marcia dei sindacati, con concentrazione al Monumento a la Revolucion, e infine il più grande, quello della società civile e i collettivi che partiva dall’Angel de la Independencia. “Non abbiamo paura, protestiamo anche per l’impunità, la corruzione, i femminicidi, non solo per Ayotzinapa, è ora di muovere il Messico, ma non come dice il presidente”, spiega Mario, padre di famiglia che marcia con suo figlio in braccio.

68 unaDopo il passaggio dei cortei, pacifici e variopinti, e il comizio dei genitori di Ayotzinapa, la polizia ha sgomberato violentemente la piazza, piena di famiglie e dimostranti che si stavano ritirando. L’operazione è arrivata in risposta a un gruppo di circa 50 manifestanti dal volto coperto, che cercavano di forzare le transenne intorno al Palazzo Nazionale e lanciavano molotov e petardi, però s’è diretta disordinatamente contro la folla, facendo un saldo di decine di feriti e 15 arresti, tra cui alcuni giornalisti e studenti. “L’azione della polizia ha mostrato che non hanno dati d’intelligence, né preparazione per definire che azione realizzeranno”, ha spiegato in un’intervista Maria Idalia Gómez, una giornalista ferita negli scontri.

Quattro detenuti sono stati rilasciati nelle prime 24 ore. Invece a 11 prigionieri non solo è stato confermato il fermo, ma sono stati anche attribuiti capi d’accusa gravissimi e surreali – associazione a delinquere, tentato omicidio e sommossa – per cui sono stati rinchiusi in prigioni di massima sicurezza come fossero pericolosi boss. Le tre ragazze accusate dal pubblico ministero sono state mandate a Veracruz, gli otto ragazzi nel settentrionale stato di Nayarit.

Tra di loro anche un cileno, Laurence Maxwell, studente del dottorato in lettere dellaUniversidad Nacional Autonoma de México, che, arrivato in sella alla sua bici per presenziare alla manifestazione, è stato catturato senza motivo in una piazza invasa da fumogeni e celerini. Il ministro degli esteri cileno ha espresso la sua preoccupazione immediatamente e sta circolando un appello per la sua liberazione (in italiano qui). Il ministro degli esteri messicano, José Antonio Meade, in visita in Cile per un convegno sull’Alleanza del Pacifico e il Mercosur, ha avuto una conversazione col padre di Laurence, Alberto Maxwell che, insieme al resto della famiglia, ha denunciato le irregolarità negli arresti del 20 novembre, le interferenze col dovuto processo e la mala fede da parte dell’avvocato d’ufficio, Rafael Omalaya, e, infine, ha chiesto la liberazione anche degli altri detenuti.

famiglia represion zocalo“La polizia è stata gagliarda”

Nonostante i comprovati eccessi delle forze dell’ordine e la violazione di protocolli e diritti umani a profusione, c’è ancora chi, come il responsabile della sicurezza pubblica della capitale, Jesús Rodríguez Almeida, fa i complimenti ai suoi per come hanno agito il 20. “Mi complimento con il mio personale per il lavoro svolto, per il gran coraggio, la gagliardezza, la responsabilità e soprattutto perché hanno ristabilito l’ordine pubblico, che piaccia o no”, ha dichiarato. Malmenare famiglie e innocenti è un atto da valorosi a detta del capo della polizia. Inoltre già dalla mattinata del 20 giravano fotografie di presunti infiltrati della polizia o delle forze armate (esercito? marina?), seduti all’interno di una camionetta. Questi soggetti, più tardi, sono stati immortalati mentre compievano alcuni degli “atti vandalici” che le autorità hanno condannato.

Dal canto suo anche la Commissione dei Diritti Umani di Città del Messico s’era complimentata con la polizia per come ha operato nella riapertura delle strade bloccate dai manifestanti. Questo è l’ambiente in cui si sviluppano le proteste, impuzzolito e falsificato da buona parte dei mass media (vedi quotidiano Milenio) che aspettano la repressione per accaparrarsi fette maggiori di share, elogiare forze dell’ordine allo sbando o aprire con titoli celebrativi e tendenziosi. E intanto i poliziotti possono picchiare impunemente le donne in manifestazione gridando loro: “Fottute puttane perché siete venute a manifestare!”. Ecco i diritti umani in Messico, la costante e volontaria violazione della fosca frontiera tra delinquenza e legalità che annichila lo stato di diritto e la dignità umana.

Forse per spegnere un po’ l’incendio e la crisi politica, il ministro degli Interni, Miguel Ángel Osorio Chong, ha anticipato le prossime mosse del presidente, che annuncerà “misure importanti” in tema di giustizia e stato di diritto che coinvolgeranno la società civile e i tre poteri dello stato per “modificare completamente questo scenario in cui c’è una debolezza dello stato messicano”. Il ministro non ha fornito ulteriori dettagli al riguardo.

tlatelolcoIl presidente del Senato, Miguel Barbosa (del PRD, Partido Revolucion Democratica), ha precisato qualcosa, parlando di una Commissione di Stato per elaborare proposte di riforma e affrontare i problemi della violenza e la sicurezza di cui dovrebbero far parte varie personalità della società civile dalla traiettoria e “qualità morali” riconosciute. L’idea è quella di “creare centri di comando unificati affinché i corpi di polizia locale siano controllati da quelli della polizia statale e questa, a sua volta, da quella federale”. Centralizzare per provare a evitare le infiltrazioni della criminalità organizzata. Per ora ci sono soltanto un po’ di suspense e molta incertezza, come in una telenovela a basso costo che serve a sviare l’attenzione.

Il movimento in crescita

Rispetto alle precedenti mobilitazioni è cresciuta la partecipazione non solo dei sindacati, dei lavoratori e degli studenti, uniti nell’Assemblea Interuniversitaria con 114 atenei, ma anche di collettivi di artisti e di tantissime famiglie, cittadini e associazioni che di solito non manifestano. L’asse delle proteste s’è spostato: non si chiede solo il ritrovamento degli studenti, ma anche le dimissioni del presidente e dell’Esecutivo. Prende piede anche l’idea di un movimento costituente o di rinnovamento radicale del paese. Nel breve e medio periodo, almeno, non sembra che le mobilitazioni possano fermarsi. La società civile chiede il conto a tutti i partiti e al governo, non solo alle forze dell’ordine e ai politici locali. Gli sforzi della procura e della diplomazia per far passare, tanto in Messico come all’estero, la mattanza di Iguala come un fatto isolato, locale, provocato da narcos e sindaci corrotti, quindi simile a tanti altri, sono stati vani.

ayotzinapa fue el estadoLa pressione internazionale aumenta ed è senza dubbio un fattore determinante per il successo e la legittimità di un movimento senza leader e in crescita, che coinvolge diversi strati della società e si struttura piano piano su obiettivi più ambiziosi, malgrado debba affrontare inevitabilmente seri problemi di coordinamento e di consolidamento di una massa critica.

Ayotzinapa è la punta di un iceberg che sta mettendo a nudo le menzogne delle riforme strutturali, promosse dal presidente Peña per “muovere il Messico tra i paesi che contano”, e del progetto di governo. “Non ci fermeremo, pare che alcune voci della protesta non vogliano che il paese cresca e non condividono questo progetto nazionale”, ha sostenuto Peña nei giorni precedenti alla protesta globale, parlando altresì di “movimenti di violenza che si nascondono dietro al dolore per protestare”. Una minaccia che s’è puntualmente realizzata. “Il presidente ha definito cortei e critiche come tentativi di destabilizzazione, minacciando l’uso della forza e ignorando la grave crisi dei diritti umani del Messico”, ha replicato il direttore Amnesty International-Messico, Perseo Quiroz. “La strage di Iguala non è un fatto isolato e il governo mostra poca serietà in questa situazione”, ha concluso.

Minacce, come nel ‘68

Il presidente Peña Nieto denuncia complotti e tentativi di destabilizzazione, includendo anche lo scandalo mediatico che è scoppiato sull’acquisto della sua residenza, detta “Casa Bianca”, che è probabilmente il più grave conflitto d’interessi della storia messicana recente. L’argomento del complotto e della destabilizzazione per giustificare la repressione è lo stesso del ’68, già usato da Díaz Ordaz, col sostegno dell’intera classe politica dell’epoca, dopo la gran manifestazione del 27 agosto di quell’anno. Oggi, per fortuna, non è più la maggior parte dei politici a seguire il discorso del presidente e la società civile ha altri strumenti per informarsi e ribellarsi. Il consenso sull’uso della violenza per contrastare le proteste cittadine all’interno delle élite politiche non è unitario, ma ciò non è sufficiente a evitare che la tenaglia, piano piano, si stringa sul dissenso, una volta che il caso Ayotzinapa abbia smesso di far parlare di sé, magari dopo che il governo e la procura avranno offerto un’altra “versione verosimile” dei fatti.

tlatelolco treNon lo possiamo sapere, ma Ayotzinapa e Iguala, senza dubbio, sono momenti di svolta e, affinché questa diventi irreversibile e favorisca un vero cambiamento, non esistono strade tracciate e soluzioni preconfezionate. Ilmovimento per la pace (MPJD) del 2011, preceduto dalle mobilitazioni contro la violenza verso i giornalisti scandite dallo slogan Basta Sangre!, e lo studentesco YoSoy132 del 2012 non sono del tutto spenti e sostengono #AyotzinapaSomosTodos. La loro esperienza e i loro insegnamenti sono preziosi, soprattutto perché sono nati anch’essi in modo spontaneo, grazie alle reti sociali, moltiplicate da una parte dei mediamainstream, e all’associazione di collettivi, individui, gruppi sociali e movimenti preesistenti, e si sono organizzati in modo orizzontale, coinvolgendo ampi strati della società civile che erano inerti.

Le pressioni su Peña Nieto e sua moglie Angelica Rivera arrivano anche dal presunto conflitto d’interessi rivelato da un’inchiesta del portale Aristegui Noticias la quale rivela che sua moglie possiede una villa lussuosissima, la “Casa Blanca”, in un quartiere esclusivo della capitale, in cui vive anche il presidente, e che questa è stata costruita da un’impresa del gruppo Higa, una compagnia che ha vinto decine di appalti milionari quando Peña era governatore del Estado de México, regione limitrofa di Città del Messico, e anche ora che è a capo dell’esecutivo e decide sulle “grandi opere”. Nelle ultime due settimane le relazioni tra business e politica, soprattutto per quanto riguardo il cosiddetto “gruppo della città di Atlacomulco”, legato da anni all’amministrazione del Estado de Mexico e alle correnti del PRI e del mondo imprenditoriale che sostengono Peña, sono state messe a nudo, il che ha generato aspre critiche e perdita di fiducia nei confronti della coppia presidenziale.

enrique y angelicaOsorio Chong, ministro degli interni, ha detto il 22 novembre che la “violenza non sarà mai la strada per ottenere giustizia”. Non si capisce se stia parlando della violenza della polizia messicana o di altri apparati dello stato, sinceramente. Ma ancora più paradossali sono state le dichiarazioni del 21 del presidente: “Ci sono persone interessate a guastare la libertà e questo non lo permetteremo”. Starà parlando di se stesso o del medesimo governo? Pare proprio di sì. Per essere precisi la frase è questa: “Non lo permetteremo perché è un obbligo dello Stato messicano nel suo insieme assicurare che le manifestazioni cittadine non siano sequestrate da coloro che agiscono con la violenza e il vandalismo”, in riferimento al gruppo di una cinquantina di incappucciati che hanno lanciato petardi e molotov contro i poliziotti.

La repressione del #20NovMx

Verso le ore 21 del 20 novembre la piazza è effervescente, il corteo è stato un successo. Alla fine dei comizi iniziano a partire molotov e petardi da un gruppo circoscritto di persone, relativamente inoffensivo e minoritario rispetto alla massa ancora presente nellozocalo, sicuramente controllabile dai 500 celerini che erano schierati e che avrebbero potuto incapsularli e fermarli. Invece no, si decide di attaccare alla rinfusa tutti, di torturare, invadere e fermare i dimostranti a casaccio, come sempre più spesso accade dal primo dicembre 2012, data dell’insediamento di Peña e del “nuovo” PRI che fu segnata dalla militarizzazione della capitale e da decine di arresti. Il copione è sempre quello: manifestazione pacifica, piccolo gruppo, spesso non identificabile e fuggevole, di infiltrati,incappucciati, black bloc, anarchici (secondo le cambianti e fumose definizioni della stampa e dei portavoce ufficiali) e poi repressione violenta con aggressioni contro fotografi, reporter e difensori dei diritti umani, con decine di arresti indiscriminati che, spesso, non possono nemmeno essere confermati per mancanza di prove da parte degli inquirenti. All’arresto, inoltre, segue sempre una lunga serie di abusi e umiliazioni.

zocalo 68Sempre il 20 novembre, durante le manifestazioni e i blocchi stradali realizzati da circa 5-600 dimostranti la mattina, finiti con 16 arresti, sono stati aggrediti ben 18 giornalisti, secondo l’organizzazione per la difesa della libertà d’espressione Article19, mentre nel pomeriggio, nello zocalo, il corrispondente e fotografo cileno dell’agenzia AP, è stato arrestato, e quasi subito rilasciato non prima di vedersi rubare le attrezzature, ed è stato ferito Eduardo Molina, fotografo del settimanale Proceso e autore della foto che apre quest’articolo, diventata il simbolo della IV Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa. Molina è stato colpito da un agente che gli ha scagliato addosso un pezzo di una transenna metallica, per cui ha dovuto farsi ricoverare. Brucia il pupazzo raffigurante il presidente e brucia il Messico, di rabbia e protesta per l’inettitudine e gli inganni delle autorità. E poi arriva la vendetta, la “coreografia infernale”, come l’ha definita lo scrittore Tryno Maldonado in una terrificante e veritiera cronaca dei fatti.

“Nelle azioni della polizia, che conosco bene per aver coperto molte situazioni come questa, si nota che non hanno informazioni d’intelligence, si nota che non hanno una preparazione previa per definire qual è l’azione o operazione che realizzeranno, basta vedere come hanno agito la sera del 20 novembre”, spiegava, ancora scioccata, in un’intervista radiofonica, Maria Idalia Gómez, giornalista di Eje Central, portale informativo di stampo conservatore.

Violenza e negazione

Stava provando a raccontare cosa è successo alla fine di un’enorme e pacifica manifestazione a Città del Messico, quando una cinquantina di incappucciati e indignati hanno cominciato a muovere le transenne protettive e a lanciare petardi e molotov in direzione dei poliziotti che presidiavano il portone del Palacio Nacional, sede del potere presidenziale. C’erano ancora migliaia di persone in piazza e per le strade del centro, una parte dell’ultimo corteo, quello che arrivava dall’Angel de la Independencia, doveva ancora fare il suo ingresso nella piattaforma dello zocalo. Il piazzale era stipato di famiglie, bambini, dimostranti, cittadini, persino turisti e passanti, ma la vendetta poliziesca, perché di vendetta è giusto parlare, è arrivata comunque.

Comincia l’attacco, la farsa del mantenimento dell’ordine dove l’ordine c’era già. Azioni indiscriminate, ripetute, anche contro chi non aveva partecipato al corteo o comunque non era nel gruppo che aveva provocato i primi scontri. Un’ora di repressione pura della polizia federale e dei granaderos (corpi antisommossa di Città del Messico), attaccando le famiglie alla rinfusa, cercando di catturare gli aggressori che, però, sfuggono, strisciano via. Reati di stato, violazioni ai diritti umani, e nessuno che lo possa negare. Ciononostante c’è chi ci prova, comunque.

infiltrados22Come Juan José Gómez Camacho, ambasciatore del Messico in Belgio e presso l’Unione Europea, che il 25 novembre s’è visto costretto a dare udienza a un centinaio di messicani, belgi e cileni, accompagnati da Amnesty International e altre organizzazioni. I presenti l’hanno messo alle corde criticandolo per la sua posizione estremamente “diplomatica” di fronte all’emergenza che vive il paese (video). “Il Messico non ha fatti isolati, in 20 mesi col signor presidente ci sono più di 50mila morti…”, lo increpa una donna.

“No”, la interrompe l’ambasciatore. E lei continua: “Io so che il governo attuale sta lavorando, ma stanno ammazzando molta gente e stanno sparendo in tanti. Mi scusi, ma molti di noi sono qui perché non possiamo stare in Messico, quale sarà la posizione di un Ambasciatore che è indignato e che deve dire ‘stop’ perché in Messico ci sono atti di lesa umanità, crimini di lesa umanità?”. “Non lo condivido”, risponde secco il funzionario mentre i presenti alzano la voce stizziti. Gomez Camacho nega persino le violenze e aggressioni del 20 novembre sostenendo che la polizia ha agito per controllare la violenza. “Io non ho visto nessun incappucciato in arresto”, grida un giovane. “Non so cosa ha visto lei”, risponde il diplomatico. E il giovane ribatte: “Non ho bisogno ormai delle sue parole, ho bisogno delle sue dichiarazioni sul giornale, in cui dice che il Messico non va bene”. Clamando “Rinuncia, rinuncia”, la gente si ritira e il dialogo finisce.

Lo stato vittimizza ripetutamente e il mondo reagisce

“Dai, così vi viene voglia di ritornare”, gridavano i poliziotti mentre picchiavano uomini e donne, anziani e passanti. Scudi contro corpi, sfollagente su ossa e teste. Random. Hanno addirittura tirato sedie addosso ai commensali di alcuni ristoranti coi tavolini all’aperto. ¡Bienvenidos! Tra gas lacrimogeni, inseguimenti perversi, urla e manganellate, arresti arbitrari di cittadini e giornalisti, insulti e torture, le “forze dell’ordine” hanno mostrato la loro impotenza e hanno violentato, ancora una volta, la società e il diritto d’espressione e libera manifestazione, mostrando il vero volto del nuovo autoritarismo messicano, mascherato da riformismo paternalista e modernismo straccione. Il video dell’arresto dello studente Atzín Andrade (Video Link 20 sec) parla da solo.

MOV2 DE OCTUBRE DE 1968 INFORMACION MOVIMIENTO  ESTUDIANTIL EN TLATELOCOPaura, sorpresa, incertezza, violenza e, come è successo a tutti i 31 arrestati del 20 novembre e ai 23 di loro che sono stati trattenuti, la negazione della scelta dell’avvocato difensore e l’impossibilità di comunicare col mondo esterno per molte ore, tra le varie violazioni ai diritti umani subite. Le responsabilità di quanto accaduto deve partire dai corpi di polizia che hanno partecipato allo sgombero ma soprattutto deve arrivare fino ai loro capi.

L’importante, quindi, non è prendere gli eventuali responsabili delle violenze o i colpevoli dei reati, sempre che ne siano stati commessi per davvero, ma instillare la paura, diffondere un messaggio chiaro: se manifesti, può succedere anche te, e non ci interessa che cosa stavi facendo, il manganello colpisce tutti solo per il fatto di essere lì in quel momento. Proprio come la narco violenza che non massacra solamente i trafficanti e i sicari della criminalità organizzata, come cercano di farci credere da 8 anni a questa parte, ma può colpire tutto e tutti, in qualunque momento, su un autobus di linea o in un campeggio, fuori da un bar o in un parco, dentro alla metro o in una festa in piazza.

Ovunque, sempre, anche se non ce ne accorgiamo e se ci ripetono che i “mafiosi” si sparano solo tra di loro. Sì, e i poliziotti invece picchiano e trattengono, torturano e sequestrano solo i delinquenti, non i cittadini “decenti”. Per un po’ volevano farci credere questa favoletta anche nel caso della mattanza degli studenti Iguala. “Le vittime erano dei guerriglieri”, dicevano alcuni. “Ordine è stato fatto”, “Erano legati ai narcos rivali deiGuerreros Unidos, ai Los Rojos”, facevano eco altri, tra giornalisti venduti, pessimi rappresentanti della “legge” e politici in mala fede.

Sprad the news presos 20NLa parola “decente”, contrario di indecente o sconcio, è stata utilizzata anche nella riforma educativa, proprio nella legislazione, per descrivere il tipo di lavoro che “finalmente” potranno ottenere i maestri messicani, come se fino ad oggi fossero stati sconvenienti, immorali, e la riforma, approvata l’anno scorso dal parlamento su proposta presidenziale e contestata duramente dai sindacati dissidenti degli insegnanti, venisse a salvarli dalle loro bassezze. Perversioni del linguaggio e d’una certa classe politica. Il presidente ha sottolineato come ci sia stato un “coordinamento tra le forze federali e quelle della capitale per far rispettare la legge durante le mobilitazioni di giovedì”. Ci vuole davvero del cinismo.

Il discorso ufficiale dice una cosa, però la realtà, ritratta da migliaia di foto e video lo smentisce. Ma la TV ha un potere ancora maggiore delle reti sociali ed ecco che la repressione dello zocalo del 20 novembre deve iniziare e finire prima del telegiornale più seguito, quello delle 22.30. Così si potrà raccontare come la polizia federale e quella della capitale hanno agito per salvare la patria da alcuni facinorosi, 100 o 200mila facinorosi che, tornando a casa, non possono far altro che gridare “Governo assassino!” e “Fuori Peña!” e darsi appuntamento per il prossimo corteo o la prossima assemblea. Il foro globale per Ayotzinapa, formato all’estero da oltre 60 istituzioni e organizzazioni per aumentare la pressione internazionale, per denunciare la situazione e creare iniziative, raccolte dal blog https://ayotzinapasomostodos.wordpress.com/, sta promuovendo un appello Contro la repressione e la criminalizzazione della protesta civile in Messico. La lettera si può firmare a questo LINK.

Che cosa raccoglie un paese che semina corpi?

unam 68Il compositore di salse e ballate panamense Ruben Blades canta e si chiede: “Dove vanno i desaparecidos?”. Alcuni hanno il privilegio di finire nella memoria collettiva, pochi ricompaiono, altri restano con le loro famiglie, come ombre e ricordi della vita che avevano e che lo stato gli ha portato via. Alcuni finiscono sulle foto appese ai muri nelle stazioni della metropolitana e la maggior parte confluisce in una statistica incerta, traballante, come quelle che da un lustro rimbalzano sui media e sui siti governativi del Messico. Paese di fosse comuni, paese di bellezze naturali, deserti, oceani a est, a ovest, e coste infinite, come le piantagioni di papavero da oppio e marijuana. Territorio ricco di tradizioni, tragedie e arti senza eguali, tra i primi esportatori di auto straniere e metanfetamine. Paese di desaparecidos, 22mila, 27mila, 30 mila, nessuno lo sa. Ma si sa che sono tanti.

Come tanti sono i 43 studenti della scuola normale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, sequestrati dai poliziotti di Iguala e Cocula, nello stato del Guerrero, la notte del 26 settembre e consegnati, per ordine del sindaco di Iguala, José Luis Abarca, a una banda di narcotrafficanti dal nome ridicolo e terribile: i Guerreros Unidos. Lo stato c’era, ma non ha agito. La polizia statale e quella federale non sono intervenute. Il 27esimo battaglione dell’esercito, di stanza nella zona, non solo non ha impedito l’uccisione di tre studenti e di altre tre persone, non solo “non ha avvertito” sparatorie e inseguimenti durati ore nella sua zona di competenza, lavandosene le mani, ma i soldati hanno addirittura vessato e maltrattato gli studenti che s’erano rifugiati in un ospedale per chiedere aiuto e soccorso. Li ha chiamati dottore dell’ospedale. Perché?

Sapeva che questi l’avrebbero fatta pagare cara ai “rivoltosi” alunni della normale? Pare proprio di sì. Li ha chiamati perché chi comanda realmente là sono loro? Forse sì. Non il sindaco, corrotto fino all’osso e colluso coi narcos al punto da utilizzarli come braccio armato per tutti i suoi lavoretti, in alleanza con la polizia locale controllata dal suocompadre Felipe Flores. Non sua moglie, sorella di quattro narcotrafficanti e connessione logica tra gli affari sporchi del marito e quelli della sua famiglia d’origine. Non l’ex governatore Aguirre, ora dimissionario ma sempre in attesa di tornare sulla scena politica grazie al sostegno indefesso dei suoi compagni di partito del PRD. O almeno non solo loro.

pri diaz ordaz peña nietoOltre alle zoppicanti versioni della procura stanno circolando altre ipotesi che attribuiscono la responsabilità dei fatti di Iguala all’esercito, come sostengono l’ex Generale Francisco Gallardo, intervistato da Federico Mastrogiovanni per la rivista Variopinto, e un comunicato del gruppo guerrigliero EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario). Entrambi denunciano come fino ad oggi l’esercito abbia condotto nella regione una sorta di guerra permanente di bassa intensità contro studenti e contadini, gruppi insorti e sindacati, che, oltre a rappresentare le voci più critiche a livello politico, s’oppongono allo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali del settore minerario. A un’ora da Iguala, infatti, c’è la miniera d’oro più importante dell’America Latina e nella zona s’estraggono anche argento, piombo, ferro, rame e zinco.

Forze armate messicane, neoliberalismo e riformismo presidenziale

L’esercito mantiene la sua buona fetta di potere, ingrassato economicamente e potenziato nelle sue funzioni dalla politica di narco-guerra di Calderón (2006-2012) e mantenuto da Peña Nieto, forse impantanato tra la tentazione di ridimensionarne il budget e la presenza sul territorio e l’impossibilità concreta di farlo. Più facile ordinare alle TV amiche e al corpo consolare in tutto il mondo la propagazione di campagne mediatiche e offensive diplomatiche per nascondere i problemi endemici del paese, molto più “strutturali” del pacchetto di riforme costituzionali che sono dette, appunto “strutturali” e sono state approvato in fretta e furia nel 2013 dai partiti del Patto per il Messico, le grande intese alla messicana tra PRI, PRD e PAN (Partito Acción Nazional).

68 dueOggi la “coalizione” per le riforme è fallita, ma ha lasciato una bella eredità al Messico: riforme neoliberali e frettolose in quasi tutti i settori dell’economia e del mondo del lavoro, dall’energia all’istruzione, dalle telecomunicazioni al fisco. Mentre il debito cresce quasi come ai tempi d’oro del vecchio PRI del secolo scorso, non si prevedono le coperture per rimpiazzare la rendita petrolifera generata dalla compagnia statale PEMEX che, asfissiata dai sindacati cooptati dal governo e dal fisco che si porta via a priori i 2/3 del suo fatturato, è in caduta libera. Le entrate statali per gas e crudo verranno presto ulteriormente compromesse dall’ingresso delle multinazionali energetiche straniere, assetate di idrocarburi e forza lavoro capace, disciplinata, ricattabile e iper-flessibile. L’Europa pare seguire il “modello socio-economico messicano” e il Messico lo radicalizza per dare il buon esempio e farsi bello dinnanzi agli investitori europei, cinesi, americani e giapponesi.

Di fronte alla ritirata dello stato e del welfare e all’avanzata del fondamentalismo di mercato, dell’insicurezza fisica, della disuguaglianza economica e dell’incertezza sociale, una risposta logica e spietata sembra essere l’uso delle forze armate come strumento di contenzione, offesa, controllo e stabilizzazione. Ad ogni modo non è un segreto che i militari restino il pilastro della strategia di sicurezza attuale, anche se, fino a poco tempo fa e per un paio d’anni, non se n’è parlato. Ayotzinapa rappresenta in questo senso un doloroso ma formidabile spartiacque, la rottura dei sogni di gloria del dinosauro PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere dopo 12 anni di digiuno.

firme ayotzinapaIn genere le milizie, per continuare a essere determinanti, hanno bisogno delle emergenze e del conflitto, sia esso, nel contesto messicano, tra narco-cartelli o tra diversi livelli di governo (locale, statale e federale), ovvero tra gli apparati dello stato e i trafficanti, se non tra il proprio paese e altri stati. E hanno la necessità di mantenere alto il livello di scontro, inteso anche come guerra di bassa intensità e conflitto sociale, condotti contro i gruppi dissidenti come gli studenti e i maestri delle normali o i sindacati non cooptati dal governo e i campesinos, per proseguire nella gestione di affari e territori, di carriere interne ed equilibri politici locali e, perché no, nazionali. Occorre giustificare ad libitum la propria esistenza e l’aumento delle proprie competenze e risorse. Non tutti la pensano così negli ambienti castrensi, tant’è che nelle elezioni presidenziali del 2012 esistevano settori delle forze armate che sostenevano il candidato di centro-sinistra Andrés Manuel López Obrador perché aveva promesso il ritorno dei militari nelle caserme e la fine della narco-guerra militarizzata.

Guerrero guerrigliero e tradizioni stragiste

A parte le diverse “correnti di pensiero”, c’è anche da considerare che la situazione del Guerrero è peculiare: tra gli stati più poveri della repubblica messicana, è da decenni focolaio di insurrezioni armati e guerrigliere, polizie comunitarie e dissidenze sociali combattive e radicali che hanno nell’esercito il principale nemico, insieme ai governatori di turno e ai vari corpi di polizia. Lo stesso Angel Aguirre, nel marzo 1996, divenne governatore sostituto del cacicco del PRI, Rubén Figueroa, dopo la strage di Aguas Blancasdel 28 giugno di quell’anno, in cui 17 contadini furono ammazzati dalla polizia statale e 21 furono feriti durante un’imboscata pianificata dalle autorità e, presumibilmente, dallo stesso Figueroa. Verso la fine del suo mandato ad interim, fu a sua volta indicato come responsabile del massacro de El Charco del 13 giugno 1998, in cui un battaglione di soldati sparò e uccise 11 presunti guerriglieri disarmati. La mattanza de El Charco è stata considerata come un precedente di quanto avvenuto a Iguala due mesi fa da alcuni giornalisti.

68 centroPer capire le logiche del potere nel Guerrero, basta menzionare il fatto che a Iguala c’è un’intera zona cittadina dedicata alla moglie di Ruben Figueroa, chiamata “colonia Silvia Smutny de Figueroa”, codice postale 40010. Il padre del politico, Rubén Figueroa Figueroa, fu governatore del Guerrero tra il 1975 e il 1981, durante gli anni più duri della guerra sucia (guerra sporca) del governo contro i gruppi guerriglieri e ogni tipo di dissenso sociale. Il leggendario guerrigliero, fondatore del Partido de los Pobres, Lucio Cabañas era un maestro diplomato alla scuola normale di Ayotzinapa, ma soprattutto era un acerrimo nemico di Figueroa. Infatti, il Partido aveva rapito il politico nel maggio 1974 e poi rilasciato tre mesi dopo.

Quando Lucio venne ucciso dall’esercito il 2 dicembre di quell’anno, Figueroa, non soddisfatto, si vendicò su sua moglie Isabel. Una volta eletto governatore, fece liberare lei, sua figlia e sua suocera, che erano detenute in una caserma militare da anni. Con l’inganno indusse Isabel, solo sedicenne, ad andare nel suo ufficio e la violentò. La ragazza perse il figlio del suo aggressore, prodotto di quella violenza, in seguito a un aborto spontaneo pochi mesi dopo. Storie, antiche e odierne, di baroni, eserciti, governanti e popoli in lotta nel Messico profondo. Ne parla la giornalista Laura Castellanos,in Mexico Armado 1943-1981 (Ed. Era, Messico, 2007). Il caso Ayotzinapa ha risvegliato le cellule guerrigliere. Solo il mese scorso i quattro gruppi principali della regione – Ejército Popular Revolucionario (EPR), Ejército Revolucionario del Pueblo Insurgente (ERPI), Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP), le Milicias Populares e le Fuerzas Armadas Revolucionarias-Liberación del Pueblo, hanno emesso 13 comunicati.

Calle 13 e Pepe Mujica

calle13 con papa ayotzinapaSabato 22 novembre, al Palacio de los deportes di Città del Messico c’è stato un concerto particolare. Siccome la costituzione messicana impedisce agli stranieri di realizzare attività politiche nel paese, il “Residente” René Pérez, cantante della band portoricana Calle 13, ha deciso di dare uno spazio ai familiari dei desaparecidos di Ayotzinapa. Il padre dello studente César Manuel González, ha parlato di fronte a 18mila spettatori: “Noi non siamo stanchi, abbiamo camminato e non vi immaginate quanto, ma siamo ancora più forti perché anche se ci dicono che ci sono tombe e fosse, vedrete che raschiando in questo Stato troverete migliaia di morti, non sono solo 43”. Negli ultimi giorni i genitori dei ragazzi hanno continuato a cercare, a esplorare, a scavare nei dintorni di Iguala e hanno trovate sette nuove fosse clandestine, con dentro altri cadaveri e resti da identificare, altri desaparecidos senza identità. “Tutte le cause sociali sono importanti, ma il caso di Ayotzianapa mi pare che vada oltre la politica: trascende il piano dei diritti umani, va oltre il Messico, è una cosa più grande, perché è una situazione molto forte, è una disgrazia”, ha concluso Pérez.

Il presidente uruguayano, José “Pepe” Mujica, in un’intervista per Foreign Affairs ha parlato del Messico come di “una specie di stato fallito, in cui i pubblici poteri sono totalmente fuori controllo, in marcimento”. La cancelleria messicana ha reagito esprimendo “sorpresa e rifiuto”. Mujica ha anche detto che “la parte migliore del Messico è obbligata, cada chi debba cadere, faccia male a chi debba far male, indipendentemente dalle conseguenze, a chiarire questa questione, perché a partire da questo episodio sono sorte cose collaterali, come la scoperta di tombe che non c’erano prima. Vuol dire che ci sono più morti che non sono nemmeno rivendicati. Allora la vita umana vale meno di quella di un cane”.

In chiusura segnalo un ottimo video realizzato dal Centro Universitario di Studi Cinematorgrafici (CUEC) della UNAM, Universidad Nacional Autonoma de México, per descrivere la IV Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa e la mega-marcia nella capitale messicana per protestare contro la sparizione dei 43 studenti normalisti e chiedere la renuncia del presidente Peña Nieto al grido di “¡Fue el Estado!”. 

Link Orignale Vimeo

Lettera/ Petizione per Laurence Maxwell e gli 11 detenuti politici del #20NOVMX

I reportage su Carmilla:

  1. 1. La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica
  2. Il Messico e Ayotzinapa gridano: 43 con vida ya!
  3. Benvenuti in Messico: desaparecidos e morti di #Ayotzinapa #Fueelestado
  4. Due mesi dopo la strage: le vene aperte del Messico e #Ayotzinapa

Ultime narrazioni di Andrea Spotti su Radio Onda d’Urto:

  1. 1. Messico, un 20 novembre di lotta e repressione
  2. Ayotzinapa Somos Todos: IV giornata di Azione Globale

Due documentari di Vice:

Prima parte: The missing 43: Mexico’s disappeared students

Seconda Parte: The search continues: Mexico’s desappeared students

Altri Link Utili:

GlobalProject – Cronaca della IV Giornata Globale per Ayotzinapa e altri articoli

A cosa sono servite per ora le proteste: Infografica

Radiografia delle organizzazioni criminali nel Guerrero

Video dell’intervento della deputata Heinke Hänsel al parlamento tedesco su Ayotzinapa e i Messico.

Video Sgombero Zocalo di Eje Central

https://www.youtube.com/watch?v=2eEOJIkllb0

Video Sgombero by Subversiones

https://www.youtube.com/watch?v=rz3ygBi0qcc

Video IV Jornada de Acción Global Ayotzinapa 20 novembre 2014 di Subversiones

https://www.youtube.com/watch?v=xh96O6pMIC4

 guerrero ayotzinapa crac7

¿Adónde van los desaparecidos?
Busca en el agua y en los matorrales.
¿Y por qué es que se desaparecen?
Porque no todos somos iguales.
¿Y cuándo vuelve el desaparecido?
Cada vez que los trae el pensamiento.
¿Cómo se le habla al desaparecido?
Con la emoción apretando por dentro.”

Da “Desaparecidos” di Rubén Blades

Benvenuti in Messico: desaparecidos e morti di #Ayotzinapa #Fueelestado

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(di Fabrizio Lorusso) Nel Messico della NarcoGuerra il numero di turisti, paradossalmente, cresce senza tregua. Nel 2013 è stata toccata la cifra record di 24 milioni di visitatori. Le meraviglie in terra azteca sono innumerevoli. A Città del Messico la colonia Roma è una zona rinomata e frequentata, un’isola felice che sta su tutte le guide di viaggio. Si trova a ridosso del centro storico e dalla mattina presto brulica di umanità. I suoi caffè si popolano di avventori autoctoni e stranieri, un flusso ininterrotto che continua fino a sera. Le truppe di spazzini comunali epepenadores, meticolosi riciclatori di spazzatura che lavorano in proprio, si lanciano per le strade. Il traffico monta. Non è un quartiere chic ma nemmeno decadente, mantiene un sapore antico e un retrogusto genuino di messicanità e una varietà di locali per tutti i gusti. Ti siedi a fare colazione in un merendero. Sul ciglio della strada, a dieci metri dalla caffetteria, c’è un pezzo di carne sanguinolento, ma non te ne accorgi. Sarà un sacco dell’immondizia.

Allucinazioni?

Sono le 10 del mattino del 6 novembre, le piogge non battono più, splenderà il sole fino a maggio. Le vie Anahuac e Quintana Roo si svegliano al ritmo di clacson e strilloni. Arrivano un piatto fumante di uova con chili e pomodori tagliuzzati accompagnato da un succo d’arancia. Guardi in giro e adesso sì, noti qualcosa di strano. Ti alzi, t’avvicini, sei a pochi metri, e ti accorgi che si tratta di un cadavere. Non è intero, è un mezzo corpo, un torso umano, abbandonato senz’anima. Non capisci se è un uomo o una donna, ma di certo è una vittima, un “effetto collaterale” del conflitto interno e della violenza. Ora è un banchetto per i reporter sensazionalisti e per i ratti che si sporgono dai tombini, intimiditi dall’arrivo delle prime pattuglie e dai periti della procura. Ti resta l’immagine impressa, nessuno nei paraggi ha visto niente. Da dove è venuto quel corpo? Oggi decidi di digiunare, paghi e rimandi la colazione a un’altra vita. Pensi alle fosse comuni del Guerrero, del Tamaulipas, di Veracruz, della frontiera statunitense, del centro, del Nord, del Sud, del Messico tutto. Pensi agli oltre 2000 corpi scoperti sottoterra in pochi mesi, alle 250 fosse clandestine ritrovate in meno di un paio d’anni, e alle migliaia di cadaveri ancora sepolti che non saranno mai identificati. Ai familiari che non avranno mai pace.

DSC_0260 (Small)III Giornata Globale per Ayotzinapa

Il 5 novembre il centro della capitale è invaso da una massa animata e sfidante. Il grido di dolore dei genitori delle vittime della strage di Iguala del 26 settembre e deidesaparecidos entra in risonanza con la rabbia di studenti, professori, collettivi, ONG, sindacati, artisti, cittadini e lavoratori. Sfonda il torpore dei mass media, s’espande in mezzo mondo, mette in dubbio il ronzio fastidioso delle menzogne governative e propaga i suoi slogan, innalza i suoi cartelli, portatori di desolanti verità: #AyotzinapaSomosTodos (“Ayotzinapa siamo tutti”) e #Fueelestado (“La colpa è dello stato”) sono hashtag, scritte sui muri e striscioni che significano solidarietà e denuncia. E in effetti, anche se a fasi alterne e con diverse intensità, le proteste e le iniziative in Messico e in tutto il mondo non smettono di far parlare del “caso Iguala” e degli studenti della scuola normale rurale “Raul Isidro Burgos” di Ayotzianapa, la peggiore mattanza di studenti dopo la notte di piazza Tlatelolco a Città del Messico quando, il 2 ottobre 1968, l’esercito sparò sui manifestanti e fece oltre 300 vittime.

Un centinaio di migliaia di manifestanti marcia per le strade della città, dalla residenza presidenziale de Los Pinos al Zocalo, l’enorme piazza centrale, passando per la Avenida Reforma, per esigere al governo il ritrovamento dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, stato del Guerrero, sequestrati nella notte del 26 settembre dalla polizia di Iguala e del vicino paese di Cocula e poi consegnati ai narcotrafficanti del cartello locale Guerreros Unidos. I dimostranti chiedono un giusto castigo per i responsabili della mattanza di tre studenti e altre tre persone commessa quella stessa notte e il ritrovamento dei desaparecidos. La terza giornata di azione globale per Ayotzinapa ha mosso coscienze da Torino a Padova, da Zacatecas a Londra e Strasburgo.

DSC_0218 (Small)Scioperi e denunce

Il governatore dello stato del Guerrero, Angel Aguirre, ha chiesto un “permesso” di sei mesi che il parlamento locale gli ha accordato il 25 ottobre, ma non s’è formalmente dimesso. Diciamo che ha deciso di autosospendersi per un semestre prima di decadere naturalmente, dato che si terranno le elezioni del nuovo governatore nel 2015, e di lasciare l’incarico a Salvador Rogelio Ortega Martinez, segretario generale dell’ateneo Universidad Autonoma de Guerrero e indicato come vicino ai gruppi guerriglieri della regione. Gran parte delle università del paese vota per lo sciopero: gli studenti decretano la sospensione delle attività per tre giorni, da mercoledì 5 a venerdì 7 novembre, in attesa di nuove mosse.

Il movimento d’occupazione dell’IPN, Instituto Politecnico Nacional, continua. L’ateneo è ancora senza rettore. Le negoziazioni col governo per i nuovi regolamenti e la concessione dell’autonomia all’istituto traballano, si rinviano, ma proseguono. “I cittadini devono cominciare a scendere in piazza e a paralizzare il sistema economico pacificamente, obbligandoli puntualmente a cominciare la pulizia dello stato messicano”, sostiene l’accademico, esperto di narcotraffico e sicurezza internazionale, Edgardo Buscaglia. E ribadisce quanto sia necessaria un’azione di azzeramento e “pulizia totale”, l’imposizione di una nuova agenda dal basso contro la corruzione, i narcos, le istituzioni marce e i loro rappresentanti. “Il nuovo patto per la sicurezza non lo deve fare il governo ma la società ne deve dettare i termini”. Il presidente messicano Peña Nieto ha proposto un patto per la sicurezza molto vago, dopo mesi di negazione del problema.

Ogni giorno che passa senza che nulla di sicuro si sappia del destino dei 43 studenti di Ayotzinapa mette sempre più in imbarazzo le autorità che ormai stanno esaurendo tutte le scuse e i colpi mediatici ad effetto per provare a distrarre l’attenzione dal vero problema che, in fondo, è lo stato stesso, il sistema politico corrotto e la penetrazione delle mafie a tutti i livelli, tanto che è ormai legittimo parlare di “Narco-Stato”. Secondo alcune stime, divulgate da Buscaglia, il 67% dei comuni messicani è infiltrato dai narcos e la situazione, quindi, è sfuggita di mano dal livello locale a quelli statale/regionale, nazionale e federale. 6800 soldati, 900 membri della marina e 1870 poliziotti federali sono impegnati nelle ricerche.

DSC_0159 (Small)Nuovi racconti dei narcos arrestati: li abbiamo bruciati

A sorpresa, nel pomeriggio del 7 novembre, il procuratore generale della repubblica, Jesus Murillo Karam, tiene una conferenza stampa. In mattinata ha incontrato i genitori delle vittime a cui ha comunicato “notizie delicate” i una riunione definita come “tranquilla, dolorosa, molto triste”. Tre membri del cartello Guerreros Unidos hanno confessato di aver ricevuto e giustiziato gli studenti che gli erano stati portati dai poliziotti municipali di Iguala e Cocula il 26 settembre. Patricio Reyes, Jonathan Osorio e Agustín García Reyes, arrestati otto giorni fa, sono i rei confessi. Non è la prima volta che alcuni narcos e poliziotti raccontano i fatti di Iguala dalla prigione. I primi racconti del mese di ottobre sono stati smentiti dai fatti e dalle ricerche per cui anche questi vanno presi con le pinze. Nel paese dei montaggi televisivi e della fabbrica dei colpevoli è saggio aspettare.

Alcuni ragazzi, una quindicina, sarebbero arrivati nelle mani dei narcos già morti, asfissiati. Gli altri, secondo le dichiarazioni, sarebbero stati interrogati e in seguito bruciati nella discarica della spazzatura di Cocula durante 15 ore. Un rogo alimentato a turno dai delinquenti con gomme, legna, benzina e plastica per eliminare tutte le tracce della strage. “Li hanno seppelliti con tutto ciò che avevano, li han bruciati con tutti i vestiti”, riporta Karam. “I periti che hanno analizzato il luogo hanno trovato frammenti di resti umani”, specifica.

DSC_0040 (Small)Il pubblico assiste in silenzio alla conferenza, sbigottito, per l’ennesima volta. I video, le mappe della regione di Iguala, le testimonianze e gli interrogatori passano in sequenza sullo schermo controllato dal procuratore. La sua voce è seria, compunta. Uno dei narcos, noto come il “Terco”, il testardo, avrebbe ordinato di fratturare le ossa già calcinate, di raccoglierle in dei sacchi e scaraventarle giù da un burrone per farle rotolare fino al fiume San Juan. La procura conferma che “sono stati trovati dei sacchetti con resti umani all’interno” che saranno inviati in Austria per realizzare degli studi mitocondriali. Non si sa quando avremo notizie certe, gli studi possono durare giorni, anzi settimane, forse mesi, e sono complicatissimi. Insomma, ufficialmente i 43 normalisti sono ancora desaparecidos.

Queste dichiarazioni potrebbero cambiare il panorama delle indagini e gettano nello sconforto, ma anche nell’incertezza, l’intero paese. Nelle ultime settimane, dopo l’arresto di 36 narco-poliziotti dei comuni di Iguala e Cocula, di 27 narcotrafficanti e dei boss deiGuerreros Unidos, i fratelli Sidronio e Mario Casarrubias, e la rinuncia del governatore, s’è aggiunto anche un altro tassello, senza dubbio importante, ma in fin dei conto poco determinante ai fini delle indagini sugli studenti rapiti dalla polizia. Infatti, il giorno prima della manifestazione, verso le 2 e 30 del mattino del 4 novembre, la polizia federale ha arrestato José Luis Abarca, sindaco di Iguala, e sua moglie María Pineda, presunti autori intellettuali della strage degli studenti di Ayotzinapa e della scomparsa di 43 loro compagni.

L’arresto del sindaco Abarca e di sua moglie

DSC_0130 (Small)Dopo i primi interrogatori la procura generale della repubblica ha confermato l’incarcerazione all’ex primo cittadino, accusato di omicidio e della scomparsa dei 43 normalisti, mentre la sua consorte rimane agli arresti domiciliari. Ma insieme a loro è stata catturata anche una ragazza. Si chiama Noemì Berumen ed è accusata di averli nascosti e protetti nella casa di suo padre, Salvador Berumen, situata nella zona periferica e labirintica di Iztapalapa, in cui la coppia ha vissuto per alcune settimane. Il padre di Noemì è un imprenditore edile, proprietario della Berumen Gruas (“gru”, in spagnolo) e contrattista del comune di Città del Messico e del partito che lo amministra, il PRD (Partido Revolucion Democratica, centro-sinistra). Grazie a questi scandali e al fatto che il sindaco Abarca e l’ex governatore Aguirre sono proprio del PRD, il partito di governo, il PRI (Partido Revolucionario Institucional), sta cercando di portare acqua al suo mulino, in vista delle elezioni intermedie (parlamentari e di alcuni governi locali) previste a metà del prossimo anno.

Molti sono i mass media allineati che stanno provvedendo a distruggere l’immagine, già deteriorata dalle faide interne, del principale partito che, a fasi alterne, si può considerare d’opposizione. All’estero, invece, quando se ne parla, la tendenza generale sembra essere quella di emettere condanne “soft” contro il Messico per il suo scarso rispetto dei diritti umani e per il massacro di Iguala, anche se poi questo accadimento non viene contestualizzato ed è considerato alla stregua di un conflitto locale, di un episodio circoscritto e risolvibile, come se il paese non fosse immerso in una delle peggiori crisi di governabilità e sicurezza della sua storia, dopo 8 anni di narcoguerra e militarizzazione.

DSC_0050 (Small)Narco-Sindaco e Narco-(Aspirante)-Sindachessa

La loro fuga è durata un mese, una settimana e un giorno. La notte del massacro i coniugi Abarca ballavano in una festa, a Iguala, mentre la polizia bloccava i normalisti e li consegnava ai narcos. Non volevano che, durante un evento tra il mondano e il politico organizzato dalla signora Maria Pineda, si ripetesse la brutta figura che avevano fatto nel luglio 2013, quando gli studenti di Ayotzinapa erano accorsi per protestare per gli omicidi degli attivisti della Unidad Popular, organizzazione osteggiata dal sindaco Abarca. Tanto osteggiata che il narco-sindaco, secondo un testimone oculare, aveva sparato a uno di loro, Arturo Hernandez Cardona, uccidendolo a sangue freddo.

Quella sera, l’ordine di fermare gli studenti è arrivata via radio. José Luis Abarca si faceva chiamare A-5, nome in codice. Sei morti, cioè tre studenti, un autista, un giocatore di calcio e una signora che viaggiava su un taxi, non bastavano. Ci voleva una lezione per i normalisti “rivoltosi”. E la polizia esegue, i narcos eseguono, i narcos sono la polizia che è il sindaco, che è il capo degli sbirri, che poi si chiama Felipe Flores Vazquez ed è latitante, e che è lo stato. Con calma, sabato 27 settembre, mentre probabilmente i corpi degli alunni della normale stavano bruciando in un immondezzaio comunale nella vicina località di Cocula, il sindaco si degna di rispondere alla chiamata delle autorità statali e dice che non sa niente di niente.

Il 30 chiede un permesso e se ne va, fugge con la moglie finché entrambi non vengono scovati in una casa della periferia della capitale, il 4 novembre. La signora Pineda-Abarca operava per conto dei narcos dei Gurreros Unidos e gestiva i fondi comunali per lo “sviluppo sociale”. “Quest’associazione mafiosa riceveva dal sindaco 2-3 milioni di pesos regolarmente”, spiega il procuratore capo, “ogni mese, ogni due mesi, ogni semestre, e di questi soldi almeno 600mila pesos erano destinati al controllo della polizia locale e i delinquenti decidevano anche chi poteva entrare a far parte della polizia”. Maria Pineda voleva fare la sindachessa, stava già preparando la sua candidatura insieme al marito. Quante Maria Pineda ci sono in Messico?

abarca e moglie narcosDistrazione

L’arresto di Abarca e della moglie rischia di diventare un elemento di distrazione, una scusa per non andare a fondo nelle ricerche dei 43 studenti ma soprattutto nello svelamento di quelle reti di connivenza politica delinquenziale che hanno provocato questa e migliaia di altre mattanze negli ultimi anni in Messico. Le decine di cadaveri rinvenute nelle fosse comuni nei dintorni di Iguala e Cocula stanno lì a ricordarci che oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in 7-8 anni non possono venire cancellati dalla martellante propaganda governativa e dallo sforzo diplomatico delle ambasciate messicane nel mondo.

Il giallo della casa in cui sono stati arrestati i coniugi e i loro nessi con la famiglia Bermuden, così come la storia di questo narco-sindaco-pistolero e di sua moglie, sorella di quattro narcotrafficanti, tre assassinati e uno latitante (vedi immagine), e presumibilmente coinvolta negli affari criminosi del marito, costituiscono nuovi tasselli del puzzle, ma oramai il quadro generale è stato rivelato e i nodi vengono al pettine. Le vene aperte del Messico e del caso Iguala/Ayotzinapa non possono confluire semplicemente nello stato del Guerrero ma trasportano il loro sangue fino a tutti gli apparati del sistema della narco-politica e di un narco-stato assuefatto alla violenza come strumento di repressione, controllo e gestione del potere.

E’ stato lo Stato

Tanto le testimonianze degli studenti sfuggiti all’attacco come vari documenti ufficiali, elaborati dalla procura del Guerrero, confermano che alcuni membri dell’esercito, della polizia federale e di quella statale erano presenti quando gli studenti sono stati aggrediti e, prima che venissero rapiti e fatti sparire, non gli hanno prestato aiuto. Anzi, li hanno perquisiti, fotografati, spogliati, ignorati quando chiedevano assistenza medica e accusati di essersela cercata prima di lasciarli in balia dei narcos. Persino i tassisti avevano l’ordine di non aiutare gli studenti. Lo stato c’era, non ha agito e ha addirittura facilitato il lavoro sporco della autorità locali e della criminalità organizzata.

Il direttore per le Americhe di Human Rights Watch (HRW), José Miguel Vivanco ha segnalato in conferenza stampa che gli accadimenti di Iguala sono frutto dell’impunità che regna in Messico da tanti anni e che il presidente ha reagito tardi: “Peña Nieto ha reagito quattro giorni dopo i fatti e l’ha fatto tardi e male perché ha parlato del problema come se si trattasse del Guatemala e invece siamo in Messico. Doveva muovere in quel momento tutti i mezzi e le risorse per impedire quanto successo”. I familiari e le organizzazioni della società civile, insieme ai movimenti sociali, si sono occupate di risvegliare l’attenzione su quanto stava succedendo e di spingere alla ricerca dei desaparecidos e al chiarimento degli eventi. “I diritti umani e la sicurezza pubblica non sono temi prioritari per il governo attuale, infatti sono temi tossici che arrecano un danno all’immagine del paese”, ha spiegato Vivanco.

marcha dall'altoVolti noti, ma non si interviene

Mario Pineda, El MP, e Alberto Pineda Villa, El Borrado, fratelli di María de los Ángeles Pineda Villa da anni sono volti noti. Sono coinvolti nella operazione pulizia, la Operación Limpieza, condotta nel 2008 dal governo federale in quanto pagatori o operatori finanziari del cartello dei Beltran Leyva, incaricati di versare 450mila dollari al mese a funzionari della procura generale della repubblica, secondo quanto dichiarato dal giornalista esperto di narcotraffico José Reveles. Lo scrittore ha parlato di soldi “per le coperture, per essere avvisati di quando c’erano operazioni di polizia, per essere tenuti informati e protetti”. Anche un documento del 29 luglio 2014 li segnala come alleati de “La Barbie”, il boss Edgar Valdez Villarreal.

I due Pineda Villa avrebbero anche dato 150mila dollari al mese al responsabile della sicurezza dello stato del Morelos, Luis Angel Cabeza de Vaca, secondo quanto riportato dalle conclusioni dell’accusa e dalle testimonianze dello stesso Valdez Villareal. “Il crimine organizzato è arrivato a comprare una franchigia chiamata ‘Comune’”, spiega Reveles. Il sindaco Abarca, tra l’altro, ha sostenuto la campagna elettorale del governatore Aguirre e, insieme a sua moglie, ha costruito un piccolo impero di gioiellerie, negozi e un mini-centro commerciale sparsi tra Iguala e la frontiera con gli USA, il che fa pensare a un business funzionale al riciclaggio di denaro sporco.  

Tentativi presidenziali

Il presidente Peña ha presentato l’arresto del sindaco e della moglie come un passo che “contribuirà a chiarire il caso Iguala in modo decisivo” e ha parlato della “cattura dei responsabili”. In realtà non è così. Il caso non è chiuso e le manifestazioni di questi giorni lo dimostrano. Il tassello fondamentale sono i 43 studenti scomparsi che, nonostante le dichiarazioni dei narcos e la conferenza stampa del procuratore, continuano comunque a restare ufficialmente, secondo lo stesso Murillo Karam, “desaparecidos”. Peña ha proposto agli altri partiti e alla società un “patto per la sicurezza”. Lo fa solo ora, dopo aver sottovalutato il problema per quasi due anni, dopo aver tralasciato il tema dell’impunità, del sistema giudiziario viziato e politicizzato e dopo aver nascosto i morti del conflitto interno sotto il tappeto di casa. I familiari hanno incontrato il presidente. Peña li ha ascoltati e ha dialogato. “Gli stessi discorsi di sempre”, “Non ci sono risultati”, hanno detto i genitori deli studenti dopo l’incontro.

DSC_0158 (Small)Alla fine della manifestazione del 5 novembre, durante il comizio finale, i genitori hanno addirittura anticipato l’annuncio del procuratore, annunciando che questi avrebbe presto “risolto il caso” rivelando nuovamente la morte degli studenti e prolungando indefinitamente la raccolta di prove scientifiche che la certificano. “Vogliamo dirvi che non accetteremo che venga fuori il presidente, in una conferenza stampa che sta per annunciare, a dire che nostri figli sono morti”, afferma uno di loro. “Solo vorrei dire al signor Peña Nieto che doveva firmare un accordo per far venire dall’estero dei periti per le ricerche e non l’ha fatto”, dice un altro. E’ un coro di critiche. “In una riunione che abbiamo avuto con il procuratore ci dicono che il sindaco Abarca è innocente perché stava dormendo e non s’è accorto di nulla”, impreca un altro familiare. Una madre conclude: “Facciamo un appello a tutta la cittadinanza affinché non ci lascino soli, rivogliamo vivi i nostri figli, vogliamo giustizia”.

Domande

Di chi sono i 30 cadaveri trovati nelle fosse comuni intorno ad Iguala se, come già dimostrato, non sono quelli degli studenti? Dove sono i responsabili nelle file della polizia che nel 2011 uccisero altri due studenti della normale di Ayotzinapa? Perché, se la procura già nel 2008, nel 2009 e nel 2013 aveva avuto modo di verificare i precedenti criminali di J. L. Abarca e consorte ed era a conoscenza del patto d’impunità in vigore nel Guerrero e a Iguala, non è intervenuta? La strage di Iguala si poteva evitare, così come tante altre. Quanti altri comuni in Messico sono nelle stesse condizioni e nessuno interviene? Quanti sono amministrati dal PRI? Quanti dal PRD o dal PAN (Partido Accion Nacional, di destra)?

DSC_0192 (Small)Perché le autorità, i militari e gli altri corpi della polizia presenti il 26-27 settembre a Iguala hanno lasciato che i narcos e la polizia locale agissero indisturbati? Perché i narcos imprigionati raccontano versioni diverse ogni due settimane su come e dove avrebbero ucciso gli studenti e nascosto i loro resti? Come mai due importanti personaggi del PRD come Angel Aguirre e René Bejarano sapevano delle reti di narco-politica e non hanno impedito la degenerazione della situazione? La risoluzione di un caso didesaparicion forzata si conclude con la scoperta del luogo in cui si trova, viva o morta, la persona scomparsa, con la definizione completa delle responsabilità e il castigo di tutti i responsabili. Può lo stato messicano processare e punire se stesso? Ayotzinapa #FueElEstado. In tanti l’hanno scritto sulle pareti di decine di città messicane e sull’asfalto delle piazze. E il mondo comincia a crederci e ripete il grido: “¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos!”.

Da Carmilla

La precursora Doña Sebastiana @JornadaSemanal #SantaMuerte

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De Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal – (foto: Original link) Doña Sebastiana da miedo y fascina. Es la muerte santificada, una figura de adoración poco conocida en la historia de México. Tiene analogías con la Santa Muerte, la santa popular que más ha crecido en cuanto a feligresía y presencia mediática en las Américas.

De la Doña sólo quedan el recuerdo, unos cuentos y su nombre. En efecto, su culto se desvaneció y, quizás, revive a su manera en esta época postmoderna con la devoción a la Flaquita.

Sebastiana está en la historia de las regiones abandonadas por Dios y el Estado que, hace más de 150 años, eran parte del norte de México y que le fueron arrebatadas por Estados Unidos.

La devoción hacia esta dama descarnada y huesuda tuvo auge en la era del “salvaje oeste”, especialmente en Arizona y Nuevo México según relata el antropólogo Carlo Severi en un artículo sobre Doña Sebastiana, el Cristo Flechado y sus rituales. La vida de Doña Muerte comienza en la colonia.

Desde el siglo XVI, la corona española en el norte de América trata de controlar muchos territorios despoblados y lejanos del centro del poder ubicado en la gran Ciudad de México, capital de la Nueva España. Sin embargo, los esfuerzos de dominación de los colonizadores, amos de un imperio decadente pero ávido de tierras, no son suficientes. La espada necesita de la cruz.

Las misiones religiosas españolas van conquistando pueblos y almas hacia el norte, abriéndose paso a lo largo del Río Bravo, hasta El Paso y Santa Fe, o bien, siguiendo el Río Colorado rumbo a Arizona.

A finales del siglo XVIII, en San Diego, San Francisco y alrededores, ya hay fortalezas además de las misiones: la espada vuelve a juntarse con la cruz para defender a los pequeños grupos de moradores de los ataques de los pueblos originarios, dueños legítimos de esos territorios.


Doña Sebastiana por Luis Tapia. Foto: http://www.vocesdesantafe.org

Tras la Guerra de Independencia, el Estado mexicano nace débil y con escaso control de su periferia. El aislamiento y la pobreza de los colonos en las zonas lejanas y los conflictos con la población indígena de los apaches y los comanches engendran una situación explosiva.

La zona es descuidada también bajo el punto de vista religioso, tras la progresiva retirada del clero franciscano y por la falta de personal eclesiástico estable. Por tanto, es imposible celebrar los sacramentos y los rituales en las comunidades católicas. Las iglesias están en ruinas y son santuarios de macabros presagios.

Entre 1846 y 1848, México pierde más de la mitad de su territorio y firma el Tratado de Guadalupe Hidalgo, un acontecimiento traumático para el orgullo nacional.

Estados Unidos es una potencia naciente que, movida por las doctrinas de la frontera y del destino manifiesto, agrega los estados de California, Nevada, Utah y partes de los actuales Texas, Colorado, Oklahoma, Kansas, Wyoming, Nuevo México y Arizona. Uno tras otro caen y son gotas de sangre.

Ya desde los años de la lucha independentista mexicana, en aquellos territorios las comunidades reaccionan al desamparo espiritual y al aislamiento material creando la Cofradía de los Hermanos de la Santa Sangre o de los Penitentes que, aún sin volverse una Iglesia autónoma, aporta cambios inquietantes y radicales al culto tradicional.

El verbo y las prácticas de la Cofradía se expanden, siguen la antigua ruta de los misiones, por el Río Bravo y la frontera norte. Proliferan las moradas, iglesias no consagradas que pronto cobijan en su interior un acervo de nuevas imágenes y rituales. Los miembros de la Hermandad se dividen entre Hermanos de la Sangre, “los verdaderos penitentes”, y Hermanos de la Luz, con tareas organizativas y de guías espirituales.

Durante décadas, El Vaticano trata de acercarse a estos pobladores para reconducirlos a los preceptos del catolicismo romano. Fueron esfuerzos vanos. Las comunidades, sobre todo en Nuevo México, se tornan cada vez más fanáticas, aspiran a imitar la vida y la pasión de Cristo y practican la autoflagelación en las procesiones de Semana Santa. Reproducen todas las fases del martirio de Jesús en la Pasión y las ceremonias culminan con la crucifixión simulada de uno de los penitentes.

Pero clavos, azotes, chorros de sangre, gritos y dolores son reales. Lo que preocupa a la Iglesia no es la violencia, ni la creencia en el sacrificio físico como medio de purificación. El problema es otro, se llama Sebastiana. El miedo pasa de boca en boca, llega hasta las sedes del poder eclesiástico.

La gente presencia la aparición, dentro de las moradas y en las capillas, de un bizarro retrato de la muerte. Es una imagen femenina, esquelética, muy común en Europa, en los osarios y criptas de las Cofradías de la Buena Muerte, así como en las iglesias dedicadas a la Parca, en las pinturas de las danzas macabras y lasvanitas.

Sin embargo, está prohibida en las Américas, donde le dicen “Doña Sebastiana”, aunque sigue siendo la Gran Segadora, icono de un culto blasfemo, según la Iglesia.

En la Colonia, los inquisidores de la Nueva España trataron, sin éxito, de destruir todas las representaciones de la muerte que la misma Iglesia había traído del Viejo Continente, para extirpar la “idolatría pagana” hacia estas figuras.

Normalmente, sus devotos eran indios y campesinos, habitantes de los barrios marginales de las ciudades o de algún pueblito provinciano quienes ya usaban el nombre de Santa Muerte al rezar, pedir e, inclusive, al castigar a la imagen de la Gran Segadora en todo México.

La Inquisición fue abolida en España por el Real Decreto del 15 de julio de 1834, sin embargo, la actitud represiva de esa etapa siguió vigente. Doña Sebastiana escandaliza al clero católico que habla de una “herejía”, y espanta también a los campesinos de la región. “Adoran a la muerte como los indios de norteamérica”, “torturan a sus Hermanos con verdaderas crucifixiones”, “excesos en las penitencias, rituales secretos, oraciones no aprobadas por las jerarquías”, denuncian los obispos.

A las alarmas de la Iglesia dan seguimiento los medios estadunidenses que, en las primeras décadas del novecientos, indagan sobre los aspectos más morbosos y sanguinarios de esos rituales y sobre la posibilidad de que exista una devoción autónoma hacia la muerte que ellos denominan Comadre Muerte o “muerte amiga”.

No se realiza ningún estudio serio, sino que, más bien, se multiplica el efecto amarillista de los artículos: algo parecido a lo que vimos, en años recientes, respecto de la Santísima Muerte en la prensa.

Junto a la muerte, también la imagen cruenta de Jesús horadado por los dardos, el Cristo Flechado, está presente en las moradas para avisar del peligro que constituyen las poblaciones “salvajes” de los nativos, los “enemigos” que amenazan la existencia de los Hermanos y sus comunidades.

En la Semana Santa, los penitentes organizan crueles simulacros de la Pasión de Cristo, parecidos a los del barrio de Iztapalapa en Ciudad de México, aunque más sanguinolentos e inhumanos.

El Salvador, seleccionado dentro de la Cofradía, recibe el suplicio de la flagelación y es sujetado a la cruz con clavos y cuerdas mientras los demás se amarran a cactus y plantas espinosas o cargan carretas llenas de piedras con la figura descarnada de Doña Sebastiana.

En la tradición religiosa de estas cofradías, se identifica progresivamente al joven penitente, próximo a la crucifixión, con el Cristo, pero también con la muerte, la Comadre. Se cuenta que, en tiempos de crisis, cuando es fácil fallecer por penurias y frío, los muertos regresan para festejar la Pascua con los vivos en lasmoradas. A estos templos improvisados, llamados asimismo “casas de los muertos”, llegaban los Hermanos del Otro Mundo para ayudar a los habitantes de éste.

Entre la Virgen María y Jesús nunca faltaba la imagen de Doña Sebastiana, la dama esquelética de ojos vítreos o metálicos, armada de arco y flechas, la cual era cargada triunfalmente sobre las carretas de la muerte durante las procesiones.

En el Museo de Nuevo México en Albuquerque, hay una escultura: Muerte sobre su carro, realizada en 1860 por el escultor Nazario López de Córdoba para lamorada de Las Trampas. Es una reelaboración del Triunfo de la muerte, un tema iconográfico medieval en que Doña Sebastiana declara su victoria sobre Jesús y arroja flechas al pecho del Salvador.

Arcos y dardos definen la iconografía tradicional del Cristo flechado en la versión adoptada por los franciscanos que evangelizaron el norte de la Nueva España. Por otro lado, en España, la muerte se retrataba con una guadaña en la mano, no con arco y flechas. Esto sugiere que, al norte del Río Bravo, podría haberse dado una superposición entre la figura del Cristo y la del mártir San Sebastián, representado típicamente con flechas en el costado. El nombre del santo posiblemente sufrió un cambio al femenino y su figura se asoció a la de la muerte con arcos y flechas, dando vida así a la hermosa Doña Sebastiana, precursora o “prima chicana” de la Santa Muerte.

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Evo e Dilma o il Washington Consensus (W.C.)?

Domenica il Brasile voterà tra due modelli di società ed economia, mentre la Bolivia ha già scelto il presidente cocalero Evo Morales

washingtonconsensus

La sigla W.C. in inglese non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi internazionale provocata dall’esplosione del debito e l’insolvenza di numerosi paesi latinoamericani. Faccio notare che se oggi al posto di “latinoamericani” scriviamo “mediterranei”, il discorso fila liscio uguale e così via, ad libitum, con tutte le sostituzioni geografiche e regionali che ci vengono in mente.

W.C.

Il W.C. era (ed è) un programma che prevedeva la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’apertura agli investimenti esteri, il controllo della spesa pubblica, in genere equivalente a tagli nello stato sociale o drastiche “razionalizzazioni” del welfare, l’annullamento del deficit di bilancio, la deregulation (dei settori economici e soprattutto del lavoro) e la protezione della proprietà (privata) e che è stato adottato, più o meno fedelmente, da decine di governi del mondo su “consiglio”, o meglio, sotto pressione o ricatto, del Fondo Monetario Internazionale, del governo statunitense e del suo Dipartimento del Tesoro, della Banca Mondiale, tra gli altri, e in Europa della famosa troika economica: FMI, BCE, Commissione dell’Unione Europea.

Quindi il piano era stato pensato da illustri menti e istituzioni, fondamentalmente statunitensi, per essere applicato nei paesi “indisciplinati”, “in ritardo”, emergenti, in via di sviluppo e simili, ma è finito per diventare un sacro verbo globale, astorico e universalmente valido, in base al quale giudicare la bontà di riforme e sistemi, di economie e società, di monete e coscienze. Ma la medicina neoliberale, specialmente nelle sue versioni più integraliste, non ha funzionato, non ha sortito gli effetti promessi, non ha ravvivato la crescita né generato sviluppo. Ha, piuttosto, esacerbato i problemi del capitalismo tanto nei paesi industrializzati quanto negli altri.

In America Latina, in opposizione alle soluzioni preconfezionate dal Nord del mondo, negli anni 2000 diversi governi, all’interno di quella che è stata definita “ondata progressista”, hanno palliato, modificato, ridisegnato e, in alcuni casi, stravolto i diktat politico-economici della “saggezza economica convenzionale”, ottenendo eccellenti risultati in termini sociali e macroeconomici, nonostante le critiche dei money doctors e dei tecnocrati ortodossi, nonché di gran parte dei mass media internazionali.

Sul Brasile: stampa e corruzione

A tal proposito durante la campagna per il primo turno elettorale in Brasile del 5 ottobre mi sono capitati tra le mani due reportage tendenziosissimi, sorprendenti in quanto pubblicati da una rivista tradizionalmente di sinistra e molto seguita in Messico: Proceso. Il giornalista, Andrés Carvas, negli unici due articoli presenti sul numero 1978 (28 settembre 2014) del settimanale, cita ripetutamente come fonte la famosa rivista Veja, tra le più reazionarie e mistificanti del paese sudamericano. Carvas traccia un commuovente e apologetico profilo di Marina Silva, la “figlia nera delle Amazzoni” e presunta “rottamatrice della vecchia politica”, basandosi molto sull’emotività e poco sui fatti per descrivere il percorso della candidata last minute del conservatore PSB (Partido socialista brasiliano), scelta dopo la morte, lo scorso 13 agosto, del precedente candidato Eduardo Campos in un incidente aereo. I reportage sottolineano poi il tremendo livello di corruzione della classe dirigente brasiliana e questo è un punto importante da evidenziare, senz’ombra di dubbio: la compravendita di voti in parlamento e la scarsa trasparenza del finanziamenti ai partiti, con in testa lo scandalo del mensalão (mensilità), scoppiato nel 2005 ma ancora attuale, e la corruzione legata all’impresa petrolifera statale Petrobras, hanno minato le basi del progetto costruito dal PT. Nell’edizione 1981 della rivista Carvas sposa totalmente la visione del PSDB (Partito Social-Democrazia Brasile) e del suo ex presidente Fernando Henrique Cardoso che ha dichiarato che i votanti del PT e di Dilma sono degli “ignoranti”. Un’illazione di berlusconiana memoria se sostituiamo “ignoranti” con “coglioni”. A partire da un’affermazione simile costruisce un pezzo contro il presunto assistenzialismo dei governi progressisti brasiliani criticando il programma di sostegno alle famiglie più povere chiamato Bolsa Familia che Lula e Dilma hanno esteso ma non hanno creato. L’iniziatore del programma fu infatti lo stesso Cardoso negli anni ’90.

Dilma Aecio MarinaI dati più attendibili sulla corruzione e i processi aperti contro parlamentari, al di là degli scandali mediatici, parlano di un problema etico, dai risvolti anche penali, che coinvolge tutti i partiti. Per i delitti elettorali, tra il 2000 e il 2007 (unico periodo disponibile), il PT si colloca al numero 10 del ranking con dieci parlamentari (2,9% del totale) sospesi dal Tribunale Elettorale, mentre i primi tre partiti, che raccolgono il 67% dei casi, sono nell’ordine i DEM (Democrátas), PMDB (Partito Mov. Demo. Brasile) e PSDB. Per i reati penali e civili, inclusa la corruzione, nel settembre 2013 il panorama dei primi partiti della lista era il seguente: PMDB – 11 senatori e 42 deputati sotto processo; PSDB – 5 e 15; PT – 4 e 26; PR (Partito della Repubblica) – 4 e 14; DEM – 1 e 9. Le indagini in totale erano 542 per 224 parlamentari di tutto lo spettro politico. Insomma, si tratti del PT o di altri partiti della coalizione di governo o dell’opposizione, la situazione è generalizzata, il che non toglie di certo gravità a una situazione che interessa un terzo degli eletti.

Ad ogni modo l’ascesa messianica e provvidenziale dell’evangelica Marina pareva aver spostato l’ago della bilancia in favore delle destre. Invece, contro i pronostici che prevedevano un pareggio tecnico tra Dilma Roussef, del PT (Partito dei lavoratori), e Marina, il 5 ottobre quest’ultima è stata sconfitta (21,32% dei voti) alle urne. Al ballottaggio del 26 ottobre ci saranno, dunque, Aécio Neves (33,55%), del conservatore PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano), e Dilma (41,59%). La sua coalizione ha conservato la maggioranza alla camera e al senato in un parlamento che, però, è più frammentato (28 partiti alla camera e 16 al senato e, rispetto al 2010, più seggi per quelli più piccoli) (mappa dei risultati). La vittoria finale dell’ex guerrigliera è in bilico perché il fronte anti-Dilma e anti-PT mette insieme sezioni trasversali del mondo politico e dell’opinione pubblica e non è facile prevedere dove andranno a parare i voti presi da Marina al primo turno. La maggior parte di questi, ma non tutti, dovrebbero confluire su Aécio Neves. Il voto di protesta e del cambiamento, sintetizzato in slogan semplici ed efficaci come “Fora PT”, è diventato il cavallo di battaglia dell’opposizione e sta facendo dimenticare gli scandali in cui il candidato Aécio è coinvolto. E’ indagato per la costruzione di un aeroporto superfluo, utilizzato praticamente come scalo privato dalla sua famiglia, nella città di Claudio (stato di Minas Gerais). L’aerostazione, inoltre, si trova proprio sul terreno espropriato allo zio del candidato alla presidenza durante il suo mandato come governatore della regione (2003-2010), a soli 6 km da una delle sue proprietà. S’investiga anche sulla possibilità che l’aeroporto sia stato utilizzato come scalo di rifornimento di un elicottero carico di cocaina poco prima che, alle 14:17 del 24 novembre 2013, il pilota di un elicottero con 445 kg di coca a bordo venisse catturato in fragrante in un aeroporto vicino.

E la Bolivia di Evo…

In Bolivia, Evo Morales, che era da mesi il candidato alla presidenza favorito in tutti i sondaggi contro il democristiano Jorge Quiroga e Samuel Jorge Doria Medina della Unidad Democrática, governerà per i prossimi 5 anni, avendo ottenuto al primo turno il 61% dei voti e un’ampia maggioranza in parlamento lo scorso 12 ottobre. Si avvia quindi al suo terzo periodo da presidente.

Visitai il paese andino nel 2005, prima che il MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales arrivasse al potere, e poi di nuovo a inizio 2013, dopo 8 anni di governo del presidentecocalero. Malgrado la povertà che, seppur in diminuzione, tocca circa la metà dei boliviani, progressi del paese andino, la migliore organizzazione e distribuzione delle risorse e l’estensione dei diritti sociali (salute, pensione, educazione) sono visibili e concreti. Il paese cresce ininterrottamente da 10 anni, più che nei precedenti 30, ha ridotto il debito esterno, la povertà estrema (dal 38% al 20%) e la disuguaglianza (indice Gini in diminuzione del 3,5% annuo da almeno un lustro), ha aumentato le riserve internazionali e le risorse sono state destinate alla salute, alle classi e ai settori della popolazione più deboli e alle infrastrutture. L’inflazione è stabile sotto al 5% e le riserve monetario sono tra le più alte al mondo se rapportate al pIL (48%).

Evo-Morales-e1324943221587-655x416La partecipazione popolare alle elezioni del 2009, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione che prevede la possibilità di rielezione per il “Presidente dello Stato Plurinazionale” e il meccanismo del ballottaggio, fu altissima, del 95%, e Morales conseguì il 60% delle preferenze, vincendo al primo turno. C’è chi tira fuori la parola “populismo” o parla di nuovi “regimi autoritari”, ostili al mercato e alle imprese, per creare spauracchi per gli investitori stranieri e, anche se questi in realtà stanno facendo comunque grossi affari in America Latina, la retorica fa presa, almeno nei mass media. La stragrande maggioranza dei partiti delle sinistre socialdemocratiche europee, ormai incapaci di fare autocritica e guardare con occhi diversi al continente latinoamericano, spesso seguono a ruota il mainstream(dis)informativo che, con un tono che spesso suona razzista e un discorso che sprofonda nella superficialità, rende folclorici e stereotipati interi paesi del Sudamerica, i loro rappresentanti ed esperimenti politici, e infine i loro progressi economici, politici e sociali.

Le tanto temute espropriazioni boliviane, vituperate per anni dalla stampa mondiale, hanno senza dubbio aumentato il controllo dello stato nell’economia, ma si sono concentrate nei settori veramente strategici come le telecomunicazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’energia, in cui soprattutto sono state rinegoziate le concessioni. Restano aperte molte questioni: dal narcotraffico alla giustizia, dalle relazioni più tese con paesi vicini come il Brasile e il Cile agli sprechi e i nepotismi nell’azienda energetica statale YPFB. D’altro canto il controllo dell’inflazione e un trattamento “diplomatico” delle élite proprietarie, autonomiste e conservatrici della regione di Santa Cruz hanno permesso a Evo di mantenere un buon livello di governabilità: nel panorama delle sinistre latinoamericane è stato descritto come un personaggio dalla retorica “chavista”, legata a quella del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez, e una prassi “lulista”, cioè più moderata, vicina a quella dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e fondata su politiche di redistribuzione della ricchezza e stabilità macroeconomica. Si tratta comunque di una sinistra di governo, di un modello più sociale ma pragmatico, con estensione della democrazia, della partecipazione e dei diritti, un sistema non rivoluzionario, anche se di rottura rispetto al neoliberismo ortodosso.

Modelli economico-sociali latinoamericani

Tanto a Evo Morales come a Lula e a Dilma Rousseff sono piovute critiche da destra, essendo stati accusati di essere dei sinistroidi populisti, assistenzialisti e anti-mercato, e da sinistra. In questo caso le accuse si scagliano contro questi leader troppo “socialdemocratici” o “vicini al capitale”, giudicati neoliberisti e autoritari, anche rispetto alla loro stessa storia politica e ai loro partiti di riferimento. In effetti, tanto nelle grandi città come nelle campagne, il persistere delle condizioni di esclusione, derivate dall’intersezione tra l’emarginazione di classe, demografica, geografica, di genere e quella etnico-razziale, così come da uno sviluppo in parte basato sulle grandi opere infrastrutturali e una “modernizzazione” a tappe forzate, ha portato i movimenti sociali alla protesta, non solo nel 2013 e 2014 in Brasile durante la Confederation Cup e il mondiale, ma già da molti anni e in tanti altri territori di quel paese e dell’intera America Latina.

Sebbene le contraddizioni strutturali del sistema, a volte chiamato capitalismo periferico o capitalismo postmoderno, riemergano e generino scontento, rispetto all’integralismo del Washington Consensus, le politiche economiche e sociali di Dilma ed Evo, ma soprattutto i loro risultati concreti, si differenziano, soprattutto se comparate con quelle dei loro predecessori e dei loro rivali nelle recenti giornate elettorali. Sono numerose le etichette, più o meno note e azzeccate, che hanno provato a classificare il modello: neo-sviluppismo (“desarrollismo”) o social-sviluppismo, socialdemocratico, neokeynesiano, neoliberale dal volto sociale, capitalismo includente e delle pari opportunità, socialismo del secolo XXI (anche se questa definizione è stata applicata soprattutto al Venezuela di Chavéz, che la coniò, alla Bolivia e all’Ecuador). In un’intervista recente a MVS Noticias (Messico) il presidente uruguayano José Mujica, per esempio, ha paragonato il Frente Amplio, la sua coalizione politica, con il PT brasiliano per ispirazione e politica economica. C’è un po’ di verità e di capacità esplicativa in ciascuna di queste descrizioni. Però da sole non riescono a riassumere la complessità di intere società, economie e ideologie e, quindi, vengono utilizzate di volta in volta per sottolineare, esaltare o denigrare alcuni aspetti delle esperienze politiche latinoamericane piuttosto che altri, per far risaltare semanticamente, ma anche ideologicamente, alcuni contenuti rispetto ad altri.

consenso washingtonCirca 40 milioni di persone, il 20% della popolazione, sono uscite dalla povertà in Brasile in un decennio grazie all’espansione delle politiche sociali, a partire dal primo governo Lula (2002-2006), e a una congiuntura economica particolarmente favorevole che è stata sfruttata per redistribuire reddito verso le classi più povere. D’altro canto il governo è stato criticato aspramente per gli sprechi e la corruzione legati ai mondiali e per l’aumento del costo della vita. Ciononostante la “recessione tecnica” di quest’anno, con un PIL fermo o leggermente in discesa, non aiuta Dilma Rousseff. Inoltre l’universalizzazione dei diritti sociali e del welfare e la fine delle discriminazioni razziali e di classe, tratti dominanti del sistema, paiono ancora lontani dalle agende politiche.

Le proteste del 2013 e 2014 hanno evidenziato anche il malcontento della classe media. Una parte di questa, che deve proprio ai governi petistas la sua crescita e prosperità e che oggi sembra preoccuparsi più del conto in banca, dei biglietti aerei e della carta di credito che dell’ampliamento dei diritti sociali e civili, è scesa in piazza “per la prima volta” per lanciare slogan “né di destra né di sinistra” contro i partiti, il governo, l’inflazione, la corruzione e le spese dei Mondiali, ma ha finito per fare il gioco delle forze più reazionarie, nel senso che ha sovrastato lo sforzo dei movimenti sociali organizzati che, in realtà, ben prima avevano acceso la miccia o s’erano scollati dal PT, seppur da una prospettiva diversa e più coerente, essendo portatori di rivendicazioni, programmi e visioni del mondo differenti, che non vedono novità sostanziali nel “nuovo” modello di sviluppo brasiliano.

Numeri per economisti

Riporto alcuni dati interessanti, raccolti in una serie di presentazioni organizzate dall’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), in cui i relatori hanno mostrato i risultati dei due governi Lula (2002-2006-2010) e di Dilma Roussef (2010-2014) e li hanno comparati con quelli degli esecutivi di destra precedenti: José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democratico Brasileiro (1985-1990), Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), e in particolare Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002). I sondaggi preelettorali mostrano una situazione di grande incertezza, con un pareggio tecnico tra Dilma e Aécio. Potrebbe essere la fine di un ciclo durato 12 anni e vale quindi la pena fare un bilancio.

Tra il 2002 e il 2013 la disoccupazione urbana è scesa dal 12,2% al 5,4%, il salario minimo reale è cresciuto del 75%, i beneficiari della previdenza sociale sono passati da 18,9 milioni di persone a 27 e il numero netto di persone con contratti formali di lavoro è aumentato di 20 milioni. Nei sette anni del governo Cardoso si sono creati 627mila posti di lavoro all’anno. La spesa sociale pubblica è cresciuta dal 12,7% del PIL al 16,8% e l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è migliorato, scendendo da 0,59 a 0,53. La povertà è diminuita dal 34,4% al 15,9%, mentre quella estrema è passata dal 15% al 5,2%.

neoliberalismoIl Prodotto Interno Lordo per capita è passato da 3.100 a 9.828 dollari e l’economia brasiliana è saltata dal 14esimo posto al 7° nel mondo. Le riserve internazionali si sono decuplicate (da 37 a 375,8 miliardi di dollari), gli investimenti esteri diretti sono passati da 16,6 a 64 miliardi di dollari. L’attenzione al settore educativo s’è moltiplicata con l’inaugurazione e il rafforzamento dei programmi ProUni, Pronatec e Scienza senza frontiere. Il governo Cardoso non ha creato né università federali né scuole tecniche, mentre negli ultimi 12 anni ne sono state fondate rispettivamente diciotto e duecento quattordici e gli studenti universitari sono aumentati da 583mila a un milione e 87mila. La tanto temuta inflazione che Lula e Dilma avrebbero generato in realtà è sempre stata contenuta, tra il 4% e il 6%, e in aumento nel 2014 con un valore del 6,6%.

Il periodo e le medie qui considerate si sviluppano in tre fasi: 2003-2006, “enfasi nella stabilizzazione”; 2008-2012, “misure anticicliche e rafforzamento del modello”; 2012-2014, “frenata”, pressioni di mercato e mediatiche. La tenuta del modello, la sua eventuale radicalizzazione, continuazione o diluizione dipendono dai risultati del ballottaggio del 26 ottobre e, in caso di vittoria di Dilma Roussef, dalla volontà politica di consolidare il progetto del PT, magari tornando indietro alle origini del partito e alle prime fasi dei governi di Lula, ma soprattutto dall’agibilità e tenuta della variopinta e frammentata alleanza parlamentare che la dovrebbe sostenere. A livello internazionale la proposta di Neves punta tutto sull’avvicinamento con Stati Uniti e Europa e sull’accantonamento dei progetti integrazionisti latinoamericani, dal Mercosur alla Unasur e la Celac, che sono stati, invece, i pilastri della politica estera dei governi petistas, insieme alla costruzione di una relazione più simmetrica e paritaria con il Nord del mondo. In caso di vittoria, Dilma dovrà affrontare una situazione più difficile che in passato, non solo a livello economico e sociale, ma anche politico, data la tendenza più conservatrice e qualunquista del legislativo: un’alleanza costruita nuovamente intorno al PT potrebbe ottenere la maggioranza in parlamento, nonostante la caduta del partito di riferimento da 88 a 70 deputati su un totale di 513, però dovrà fare i conti con l’avanzata dei legislatori evangelici, dei rappresentanti dei proprietari terrieri e degli apologeti del razzismo, dell’omofobia e della discriminazione che s’è registrata al primo turno. In caso di vittoria del progetto neoliberale puro di Aécio Neves, non ci sarebbe una maggioranza chiara di governo ma aumenterebbero i margini di negoziazione con questi settori retrogradi e intransigenti.

di: Fabrizio Lorusso – @CarmillaOnLine

Brasil: ¿Dilma Rousseff o el Washinton Consensus?

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(Fabrizio Lorusso – Revista Variopinto al día) Este domingo 26 de octubre poco más de 115 millones de votantes brasileños van a elegir al presidente de su país para los próximos 4 años. La actual mandataria, Dilma Rousseff, postulada por el PT (Partido dos Trabalhadores, de izquierda) busca la reelección frente a Aécio Neves, del centroderechista PSDB (Partido de la Socialdemocracia Brasileña). En la primera vuelta Dilma ganó con el 41.59% de los votos mientras que Aécio obtuvo el 33.55% y espera capitalizar buena parte de los sufragios de la tercera candidata, la evangélica ambientalista Marina Silva, que obtuvo el resultado del 21% con el centrista Partido Socialista Brasileño (PSB). El voto está muy dividido para el balotaje y los sondeos de opinión proyectan un empate técnico, aun si Rousseff va recuperando terreno y se ha puesto en la cima de las preferencias en la última semana.

Se trata de un duelo entre dos modelos socioeconómicos y, sobre todo, entre dos visiones del mundo: el desarrollismo con inclusión social y redistribución de la riqueza del PT, parecido al modelo uruguayo del presidente Mujica, contra el retorno al neoliberalismo más ortodoxo y a la filosofía del Washington Consensus del PSDB.

El “consenso” y sus opositores

 ¿Qué es el Washington Consensus (WC) o “consenso de Washington” en español? Representa el top ten de las medidas de política económica (y social) que se basa en la agenda neoliberal, definida a finales de los años 1970 y formalizada en 1989 con la lista de recomendaciones del economista John Williamson. Se trata de un programa para reducir el papel del Estado en la economía y sanar las cuentas públicas de los países, básicamente a través de privatizaciones, liberalizaciones, apertura a la inversión extranjera, control del gasto público (con recortes al estado social y a los impuestos), la protección de la propiedad privada, entre otras. La implementación global, especialmente evidente en América Latina, de esta agenda ha sido impulsada, a veces forzada, por instituciones como el FMI, el Banco Mundial, el Dep.to del Tesoro y el gobierno de EEUU, el Banco Central Europeo y la Comisión de la Unión Europea y se fundó en la “sabiduría convencional” de la economía neoclásica, del privatismo y de la fe absoluta en el mercado.

En América Latina, en oposición a las soluciones preconcebidas y las sangrías financieras que la región vivió entre 1982 y los primeros años 2000, se han planteado modelos distintos, dentro de la que se ha llamado “ola progresista” de gobiernos de izquierda. En Brasil, con los mandatarios del PT Ignacio Lula da Silva (2002-2010) y Dilma Rousseff (2010-2014), hubo un ejemplo claro de diferenciación, con respecto de otros gobiernos de Latinoamérica, de la vulgata neoliberal imperante y, finalmente, de las experiencias de Brasil en los noventa con Fernando Henrique Cardoso del PSDB, Fernando Collor e Itamar Franco del PRN (Partido Reconstrucción Nacional).

 Medios y elecciones en Brasil

 La cobertura mediática que se dio de estas elecciones ha sido despistante y tendenciosa, marcada por las protestas de 2013 y 2014 y el mundial de futbol, pero poco atenta al rumbo del país en el mediano plazo y a los logros de los 12 años del PT en el gobierno. En este sentido, quisiera destacar algunas cifras y mencionar un ejemplo de la mistificación periodística sobre Brasil.

En el semanario Proceso, inesperadamente, los únicos reportajes de las últimas 3 semanas (ediciones 1978 y 1981) son los de Andrés Carvas quien cita con frecuencia la revista brasileña Veja, entre las más reaccionarias de ese país, luego traza un perfil apologético y acrítico de la ex candidata Marina Silva y, finalmente, no analiza en su conjunto el grave fenómeno de la corrupción sino que hace hincapié sólo en los escándalos más famosos que involucran al PT: la compraventa de votos en el congreso conocida como mensalão y las investigaciones sobre Petrobras, compañía energética nacional.

En otro artículo, totalmente favorable al PSDB, menciona la frase del ex presidente Fernando Henrique Cardoso (del PSDB) según el cual quienes voten para Dilma serían unos ignorantes y de allí pasa a criticar un sistema definido como asistencial, basado en el programa popular de la Bolsa Familia, un subsidio para los hogares más pobres que tuvo mucho éxito en Brasil y, entre muchas otras medidas, ayudó a sacar de la pobreza unas 40 millones de personas (el 20% de la población total). El PT se encargó de ampliar el alcance de este programa pero, quien primero implementó este tipo de apoyo, de hecho, fue Fernando Henrique Cardoso, así que este llamado “asistencialismo” nació antes del primer gobierno de Lula.

 La corrupción y otros problemas

Los datos sobre corrupción y juicios abiertos contra parlamentarios, más allá de los escándalos mediáticos, hablan de un problema ético y penal que involucra a todos los partidos. Para delitos electorales, entre 2000 y 2007, único periodo disponible, el PT se sitúa en el lugar 10 en el ranking mientras que los partidos con más faltas son los DEM (Demócratas), el PMDB (Partido Mov. Demo. Brasileño) y el PSDB.

Para los delitos penales y civiles, incluyendo la corrupción, en septiembre de 2013 la lista de los procesos abiertos para congresistas era la siguiente: PMDB – 11 senadores y 42 diputados enjuiciados; PSDB – 5 y 15; PT – 4 y 26; PR (Partito de la República) – 4 y 14; DEM – 1 y 9.

Los procesos abiertos en total eran 542 en contra de 224 parlamentarios de todos los partidos. La situación es grave, hace falta denunciarla, pero no involucra principal o solamente al partido principal de la coalición que gobernó Brasil recientemente.

La mayoría parlamentaria que apoyaría un nuevo gobierno de Rousseff se mantuvo, tras la primera vuelta, pero resultó más débil y fragmentada. Aun así, existen discretas posibilidades de mantener la gobernabilidad, lo cual no es cierto en caso de victoria de Neves. Poco se habla de los problemas éticos y legales que, en cambio, involucran al candidato derechista quien es investigado por la construcción de un aeropuerto superfluo con dinero público en la ciudad de Claudio, estado de Minas Gerais, que habría sido utilizado básicamente como una aeropista privada. Construido sobre un terreno expropiado al tío del candidato durante el mandato de Aécio como gobernador del estado (2003-2010), este aeropuerto, aún sin permisos oficiales para operar, está en el centro de otro escándalo porque existe la posibilidad, que se está investigando, de que haya sido usado como escala para un helicóptero cargado con 445 Kg de cocaína el 24 de noviembre de 2013.

 Resultados de los últimos gobiernos brasileños

En un seminario organizado en la UNAM hace unas tres semanas, se comentaron y desglosaron datos interesantes (oficiales) para trazar un balance de los últimos 3 gobiernos en Brasil (Lula da Silva, 2002-2006-2010; Dilma Roussef, 2010-14), comparados con los ejecutivos neoliberales de José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democrático Brasileiro (1985-1990), de Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), y especialmente de Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002).

Entre 2002 y 2013 el desempleo urbano bajó del 12,2% al 5,4%, el salario mínimo real creció del 75%, los beneficiarios de la previdencia social pasaron de 18,9 millones a 27 millones y el número neto de personas con contratos formales de trabajo aumento de unos 20 millones. En los 7 años del gobierno Cardoso, en cambio, se crearon 627mil puestos de trabajo al año. El gasto social público, sello de un gobierno más keynesiano en la economía y más redistribuidor de la renta (no necesariamente “asistencial” como algunos han afirmado), creció del 12,7% del PIB al 16,8% y el índice de Gini, medición de la desigualdad, mejoró de 0,59 a 0,53. La pobreza bajó del 34,4% al 15,9%, la extrema pasó del 15% al 5,2%.

EL Producto Interior Bruto (PIB) per cápita pasó de 3,100 a 9,828 dólares, y la economía brasileña pasó del lugar 14 al séptimo por tamaño absoluto en el mundo. Las reservas internacionales se multiplicaron por 10 (de 37 a 375,8 billones de dólares), las inversiones extranjeras directas pasaron de 16,6 a 64 billones de dólares. Aumentó la atención al sistema educativo con la inauguración de programas como ProUni, Pronatec y Ciencia sin fronteras. Cardoso no había creado ninguna universidad federal, ni escuelas técnicas, mientras que en los últimos 12 años se fundaron respectivamente 18 de las primeras y 214 de las segundas. Los estudiantes universitarios crecieron de 583mila a un millón y 87mil. La “muy temida” inflación que Lula y Dilma habrían generado, en realidad, siempre ha estado bajo control, entre el 4% y el 6%, y aumentó en 2014 al 6,6%, una tasa no elevada.

Estos resultados hablan de un enfoque incluyente que ha ampliado el mercado interno y ha tratado de transformar el crecimiento y la coyuntura favorable en desarrollo y, aun considerando que los gobiernospetistas desde luego son criticables y han sido contestados bajo muchos puntos de vista legítimos por los movimientos sociales organizados, no cabe duda, no obstante, de que representan un modelo distinto y una visión de la economía y de la sociedad más inclusivo y exitoso que el neoliberal del Washington Consensus. En el balotaje del domingo los brasileños tendrán que decidir entre dos modelos que, en efecto, ya se han puesto a prueba en el pasado, y entre los resultados que han arrojado.  @FabrizioLorusso

Difendere la terra: la lotta dei maya in Guatemala

[Riporto questo articolo di Marco Cavinato dal Guatemala – CarmillaOnLine]

Gatemala mundo mineriaIn Guatemala le popolazioni che si organizzano di fronte agli interessi delle grandi imprese stanno frenando l’espansione dello sfruttamento minerario, idroelettrico e delle monocolture che distruggono le loro terre e la loro forma di vivere. Dal 2008 le comunità hanno raggiunto una coordinazione a livello nazionale, grazie alla quale gruppi di lingua e cultura differenti si sostengono a vicenda nelle lotte territoriali e si ritrovano unite nel reclamare con forza la Consultapopolare come diritto fondamentale per la propria autodeterminazione, lottando per il riconoscimento di questa contro una classe politica che cerca di delegittimarla con ogni mezzo. I conflitti nei territori indigeni legati alla terra e alla difesa delle risorse comunitarie in Guatemala hanno profonde radici storiche. La rivoluzione del 1944 portò a elezioni libere e democratiche che furono vinte da Jacobo Arbenz, il presidente che verrà ricordato per aver nazionalizzato buona parte delle terre del paese e averle redistribuite alla popolazione nullatenente. Le terre in questione fino ad allora appartenevano principalmente alla United Fruit Company, la multinazionale statunitense che commerciava banane e frutta tropicale in tutto il continente (l’attuale Chiquita).

Uno dei maggiori azionisti della compagnia, John Foster Dulles, era il fratello del capo della CIA: la compagnia ha avuto un ruolo e una responsabilità diretta nel golpe organizzato dal governo di Eisenhower nel 1954 che ha riportato il territorio guatemalteco nelle mani di governi fantoccio ma soprattutto delle multinazionali statunitensi. Con i governi che si sono susseguiti da allora le cose non sono cambiate.

Soprattutto negli anni settanta e ottanta, con il pretesto di una minaccia comunista e in piena Guerra fredda, i governi al potere si sono resi responsabili di centinaia di massacri, 200mila morti o scomparsi (più dell’80% indigeni maya) e 450mila sfollati: il conflitto, conclusosi ufficialmente nel 1996, ha rappresentato la fine di tutti i movimenti sociali e indigeni di protesta.

Guatemala2 minerasNonostante i livelli estremi di violenza di quegli anni e la lor eredità di sangue, emerge oggi un nuovo fermento sociale che attraversa il paese: uno dei casi più emblematici è l’organizzazione dei popoli maya d’Occidente (dipartimenti di Huehuetenango, San Marcos, Quetzaltenango, Quiche, Sololá, Totonicapán) che si sta estendendo a tutto il territorio. In Guatemala sono ufficialmente riconosciute 24 etnie e 22 di queste sono di origine maya. Le ricche risorse minerarie ed energetiche del Guatemala sono sfruttate quasi esclusivamente da imprese straniere e transnazionali che, di fatto, contribuiscono a renderlo uno degli stati più poveri del pianeta. Negli ultimi decenni si è registrato un aumento significativo delle concessioni per l’estrazione mineraria, per le centrali idroelettriche e  delle monocolture come la palma africana o la canna da zucchero. Lo sfruttamento minerario, dell’energia idroelettrica e del petrolio del paese vengono riassunti dall’espressione ‘’modello estrattivista’’.

Per capire meglio come le popolazioni, attraverso la Consulta, possano sfidare l’attuazione di questo modello, ho incontrato Francisco, uno dei leader della resistenza della zona di Huehuetenango, membro del Consejo Huista (in lingua k’iché’ si scrive wuxhtaj e vuol dire fratelli) e del CPO, il Consejo de Pueblos Maya de Occidente. La zona di Occidente, da dove viene Francisco, è stata la prima a far rivivere l’assemblea popolare ponendola come alternativa alla politica dei partiti ‘’che sono sempre dalla parte delle ricche imprese e mai della gente’’.

È significativa l’esperienza della resistenza dei maya k’iché’ della zona di Sipakapa contro la compagnia mineraria Marlin, di proprietà dell’impresa canadese GoldCorp (pare però che dietro ai canadesi si nascondono grossi interessi statunitensi, tanto per cambiare).
Dagli anni novanta GoldCorp ha cominciato a comprare concessioni e licenze per scavare in un territorio sempre più esteso, speso grazie a raggiri e approfittandosi della povertà materiale delle comunità della zona. Preoccupati dalla volontà dell’impresa di espandere la sua proprietà al loro municipio, le donne e gli uomini di Sipakapa si sono mobilitati manifestando alle autorità il loro totale rifiuto di qualsiasi tipo di scavi che avrebbero distrutto le loro montagne.

È nata così a Sipakapa la prima consulta popolare del Guatemala riguardante l’insediamento di progetti minerari nel giugno del 2005. Nonostante non sia arrivato alcun riconoscimento da parte dalle autorità verso questo esercizio democratico e popolare che ha visto la partecipazione della quasi totalità della popolazione, la gente si è opposta con fermezza agli intenti d’ispezione dell’impresa, semplicemente bloccandogli il cammino. Come ricorda una donna di Sipakapa, “il potere dell’impresa sono i soldi, però noi abbiamo il potere di non farli entrare’’.

L’esperienza di Sipakapa ha messo in allerta varie comunità minacciate dall’interesse delle imprese per le loro abbondanti risorse: è così che hanno iniziato a crearsi le consulte in vari territori abitati dalle popolazioni maya. Nel 2008 è nato quindi il Consejo de los Pueblos Mayas de Occidente, che collega le lotte delle comunità in tutto il paese (la O dell’acronimo viene ormai letta come ‘’Organizados’’, perché non è più un fenomeno ristretto solo alla zona di Occidente). Il CPO nasce come parte del movimento indigeno internazionale, e ha anche l’obiettivo della ricostituzione dell’identità originaria dei popoli maya visto che ‘’dalla colonizzazione a oggi abbiamo subito un’espropriazione della nostra forma di vivere, di pensare e della nostra spiritualità’’.

Nei municipi di Huehuetenango e San Marcos l’esperienza della Consulta diventa presto una realtà imprescindibile, la partecipazione è mediamente del 90% mentre alle elezioni politiche non va a votare più del 40% dei membri delle comunità. È importante ricordare però che nelle comunità dove le imprese operano già da tempo le cose sono più difficili per chi si oppone a queste: a mezzora da Sipakapa si trova San Miguel Ixtahuacán, dove ho incontrato Maudilia, Umberto e Crisanta, dell’organizzazione ‘’Defensores de la Madre Tierra’’ che mi hanno parlato della situazione nel loro municipio.

GoldCorp in questa zona ha iniziato le negoziazioni nel 1996, e ha ottenuto la licenza per iniziare i lavori di estrazione nel 2005. Da allora ha comprato tutto e (quasi) tutti.
“Dal principio hanno dato moltissimi soldi alla municipalità, hanno finanziato la costruzione o la ristrutturazione di scuole e chiese, senza mai farsi mancare il loro ritorno di pubblicità”.
Arrivare in una comunità contadina in mezzo alle montagne, in cui la gente vive da anni del raccolto delle proprie terre, e portarvi palate di soldi ha ostacolato la formazione della Consulta, perché sembra che letteralmente GoldCorp sia stata in grado di distribuire abbastanza quetzales (la moneta guatemalteca) da poter rendere la distruzione della montagna e l’inquinamento delle acque dei problemi trascurabili per la maggior parte della gente.

Guatemala 50 consultasIl legame tra l’impresa e la municipalità a San Miguel è indissolubile da anni: “E’ l’impresa a formare e a scegliere i maestri delle scuole e i medici delle cliniche”, mi spiegano. In una zona dove la disoccupazione è altissima GoldCorp paga piuttosto bene i giovani laureati per andare nelle comunità a convincere la gente ad accettare i nuovi progetti. Organizza grandi feste invitando i gruppi locali più apprezzati e offrendo da mangiare, per questo la gente sembra fare più fatica ad accorgersi che per la prima volta una generazione di bambini non ha imparato a nuotare perché il fiume è inquinato (anche se qualcuno continua a lavarci la verdura).

I Defensores de la Madre Tierra hanno organizzato un “tribunale di salute”: un fine settimana di visite gratis in una clinica ai cittadini di San Miguel per stabilire e quantificare malattie e danni derivati dalla contaminazione dell’aria e dell’acqua. Il lunedì GoldCorp ha organizzato un grande evento regalando un assegno gigante corrispondente a centinaia di migliaia di euro al sindaco con festa annessa. Intanto muoiono gli animali che si abbeverano al fiume Cuilco e tre ragazzi sono paralitici da quando hanno nuotato nelle sue acque.

Fortunatamente però le imprese non sono ancora riuscite a far entrare il loro denaro ovunque.
La Consulta nasce come risposta comune al modello estrattivista che da decenni si è imposto in Guatemala. Si tratta di una vera e propria espropriazione messa in atto da imprese straniere sempre protette dal governo. Questa espropriazione “è territoriale ma anche ideologica, perché distrugge le basi fondamentali della nostra visione del mondo, colpendo la terra e l’acqua che per noi rappresentano la vita”.

Il modello estrattivista è un’espropriazione totale perché estrazione mineraria, del petrolio e sfruttamento dell’energia idroelettrica sono fortemente connessi. Infatti, come dice Francisco, “senza energia non ci sono miniere”. Oggi sono 80 i municipi che hanno istituito la propria Consulta, e se per il governo guatemalteco era facile svincolarsi dalle pretese della popolazione di una sola zona, “organizzati a livello nazionale abbiamo molta più forza”. Per i maya il territorio è qualcosa di imprescindibile, fortemente legato alla propria vita e alla propria spiritualità. “La terra è tutto, è la nostra vita. Senza la nostra terra non siamo niente”.

È quindi lo stesso modo ancestrale di vivere la terra che obbliga moralmente chi non ha perso la spiritualità tipica di questo popolo a organizzarsi per difenderla. È fondamentale in questo contesto notare come grazie alla Consulta le comunità siano riuscite a organizzarsi soprattutto in maniera preventiva  di fronte agli interessi estrattivi: per esempio nel caso delle miniere le mobilitazioni iniziano già quando la comunità diviene  consapevole di un interesse da parte dell’impresa, prima che venga concessa  la semplice esplorazione: questo spesso ostacola qualsiasi forma di ispezione, bloccando sul nascere  gli intenti di sfruttamento minerario.

guatemala2“L’esercizio del diritto alla Consulta per noi è fondamentale: la Consulta è giusta, legittima e legale”. Questo strumento si è trasformato nella strategia centrale della resistenza delle comunità, tanto condivisa per tre ragioni principali. Innanzitutto l’assemblea è una pratica ancestrale dei popoli maya per i quali la partecipazione è sempre stata fondamentale, “le decisioni della nostra gente sono sempre state collettive, mai individuali”. Un’altra ragione è il conflitto interno che ha fatto sanguinare il paese: tanto orrore così recente ha reso la maggioranza dei sopravvissuti (sono molti quelli che sono dovuti scappare e che sono tornati in questi anni) allergici alle armi e scettici rispetto a qualsiasi forma di lotta violenta.
Va inoltre considerato il fatto che lo stato del Guatemala nella sua costruzione storica ha escluso ed emarginato gli indigeni dal principio, nonostante questi rappresentino circa il 40% della popolazione totale, quindi fino a che non ci sarà una seria riforma dello stato, è facile intendere la sfiducia delle popolazioni originarie verso le istituzioni.

Razzismo e discriminazione contro gli indigeni continuano a essere forti in Guatemala e, nonostante i livelli di partecipazione alla Consulta siano largamente maggiori rispetto alle elezioni politiche, questa non è stata riconosciuta dal governo, che però in alcune occasioni ha cercato di regolamentarla organizzando forme di Consulta gestite dai partiti: “Abbiamo sempre detto ‘no’, che la Consulta è l’espressione della nostra autodeterminazione e la devono organizzare le popolazioni senza intermediari”, spiega Francisco con orgoglio. Il CPO si sta mobilitando in vari modi per il riconoscimento ufficiale della Consulta, che rappresenta solo un primo passo contro il modello estrattivista: “Stiamo lavorando alla ricerca di alternative politiche e economiche al modello neoliberale. Cerchiamo anche di capire come affrontare il potere e l’aggressività delle imprese che con vari mezzi entrano nelle comunità per dividerle internamente. Il governo è sempre dalla loro parte, e cerca in tutti i modi di criminalizzare la nostra lotta accusandoci di essere terroristi e nemici dello sviluppo”.

La repressione contro chi si organizza contro gli interessi delle multinazionali delle miniere non si ferma solo alle persecuzioni legali. Da una parte queste hanno portato a vari arresti di membri del CPO negli ultimi anni, visto che solo qui, nella zona di Huehuetenango, due militanti del Consejo sono stati uccisi negli ultimi tre anni. Ma d’altra parte, denunciano nelle comunità, “sono sempre più frequenti le aggressioni fisiche come forma diresponsabilizzare i nostri leader, che poi sono gli stessi che vengono accusati di terrorismo” e, ancora una volta, il doppio gioco della criminalizzazione-aggressione diventa lo strumento per combattere la resistenza organizzata contro i grandi interessi.

guatemala1All’inizio di agosto nel Congresso Nazionale Indigeno (CNI) messicano, organizzato dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) nel caracol de La Realidad, in Chiapas, è stato riassunto senza mezzi termini uno dei concetti chiave per il sottocontinente latinoamericano: “La guerra contro i popoli indigeni dura da più di 520 anni e il capitalismo è nato dal sangue dei nostri popoli. In questa nuova guerra di conquista neoliberale la morte dei nostri popoli è la condizione di vita di questo sistema’’. Nei territori del Guatemala segnati dal dolore, dal sangue e dalle ingiustizie le popolazioni originarie si sono riprese la parola in un processo di resistenza che qui viene anche definito di re-esistenza. Comunità con lingue e culture differenti sono guidate dalla consapevolezza che solo organizzate e soprattutto unite possono far fronte agli interessi dei poteri forti, perché nella lucha conta molto di più ciò che si ha in comune e, in questo caso, si tratta soprattutto dell’interesse per la difesa delle proprie terre e della propria vita.

Autodefensas e polizie comunitarie in Messico

Autodefensas armas-del-grupo-de-autodefensaDal 10 maggio le autodefensas messicane dello stato centro-settentrionale del Michoacán, nate all’inizio dell’anno scorso come unmovimento armato contro i narcos, si trovano in una fase d’incorporazione e legalizzazione all’interno della Nuova Forza Rurale patrocinata dal governo federale. Questi gruppi armati di autodifesa controllano una trentina di città e hanno obbligato il governo a rimettere al primo posto dell’agenda politica nazionale il tema della sicurezza, un problema che è in cima alla lista delle preoccupazioni dei cittadini, ma che viene deliberatamente glissato dalla strategia comunicativa ufficiale. A fine gennaio 2014 il presidente Peña Nieto ha commissariato, di fatto, il governo locale e, con una decisione giudicata incostituzionale da molti osservatori, l’ha affidato a un Commissario straordinario plenipotenziario, Alfredo Castillo Cervantes. Il Commissario di fatto ha desautorato il governatore Fausto Vallejo Figueroa, eletto nel 2011 nelle file del partito del presidente, il PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemone e al governo per 71 anni nel novecento e di nuovo dal 2012).

Le prime foto dei militanti di questi gruppi armati, creati per combattere il cartello dei Caballeros Templarios e usciti allo scoperto il 24 febbraio 2013, hanno destato curiosità e preoccupazione. In effetti, i soggetti apparivano, almeno in una prima fase, incappucciati e armati fino ai denti, a bordo di pick up enormi e in uniforme, con indosso una maglietta con la scritta “Per una Tepalcatepec Libera”. Si presentavano come disposti ad attaccare, ad allargare la loro zona d’influenza “liberata” dai criminali. C’è chi li ha visti come degli eroi, necessari e opportuni, difensori delle proprie famiglie e proprietà, oppure chi li voleva identificare con i criminali che dicono di combattere, come fossero un altro narco-cartello, o con i paramilitari dell’esperienza colombiana.

autodefensas carroPolizie comunitarie e autodefensas.Certamente erano diversi dalle polizie comunitarie che nei mesi precedenti avevano fatto notizia nello stato del Guerrero e che erano composte da contadini e indigeni, persone umili con pochissimi mezzi e armi a disposizione. Infatti, il termine “polizia comunitaria” in genere fa riferimento alle milizie di cittadini all’interno delle comunità indigene o rurali che possono funzionare secondo il sistema di “usi e costumi”, girano a volto scoperto e usano armi di basso calibro e uniformi riconosciute. In realtà i sistemi di difesa e vigilanza delle comunità indigene risalgono all’epoca della dominazione spagnola e negli ultimi vent’anni, per la precisione dal 1995, s’è consolidato il modello della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias), che è formata da volontari identificati da uniformi verdi e dotati di fucili da caccia.

Negli anni della narcoguerra (2006-2014), viste le necessità di controllo locale dinnanzi all’inerzia dello stato, i comuni  coinvolti nel Guerrero sono aumentati e ora la loro presenza s’estende a tredici cittadine, difese da circa 1500 poliziotti comunitari. La base giuridica per la loro esistenza si ritrova nella dichiarazione dell’ONU sui popoli indigeni, alla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e ad alcune norme dello stato del Guerrero che ne giustificherebbero le attività. All’inizio del 2013 furono decine le polizie comunitarie che, armate di machete e fucili, s’alzarono nella zona della Costa Chica, a sud di Acapulco, e nella sierra centrale dello stato del Guerrero. Anche la polizia comunitaria di Cherán, nel Michoacán, sorta nel 2011, prende esempio dalla CRAC e il suo fondamento giuridico si trova in alcune leggi sull’autodeterminazione dei popoli indigeni risalenti al 2007.

Dalla pax mafiosa alle autodefensas. Nel Michoacán il supporto di imprenditori e coltivatori danarosi e la presenza di narcos agguerriti, messianici ed egemonici, invisi alla maggior parte della popolazione, come i Caballeros Templarios (Cavalieri Templari), spiegano la reazione così decisa, unitaria e ben organizzata dei gruppi di autodifesa. Non è sempre stato così, perché fino al 2010 regnava una “pace narca” o “pax mafiosa” che, dopo la cacciata degli Zetas dalla regione attuata dal cartello della Familia Michoacana, aveva offerto una relativa stabilità. Quando la Familia, nel marzo 2011, si scinde, nascono i Templarios. Questi ottengono l’egemonia, ma nel frattempo peggiorano le condizioni del traffico internazionale di metanfetamine e altre droghe e aumenta la repressione militare dello stato, per cui le organizzazioni criminali diversificano le loro “aree d’affari”. Passano a terrorizzare sempre più la gente comune e le imprese, a stuprare le mogli e le figlie dei piccoli proprietari terrieri che espropriano o minacciano. Si dedicano ai sequestri e al racket, s’introducono nel business agricolo, controllando le “commissioni” per l’esportazione di frutti come il limone e l’avocado, e nelle redditizie attività minerarie.

autodefensas-custodia-Aquila-MichoacanQuindi, già da mesi, segretamente, leautodefensas stavano pianificando la loro entrata in scena. I loro leader o portavoce sono abili nella comunicazione e carismatici con i mass media e con la gente in generale. Estanislao Beltrán, noto come “Papá Pitufo” (grande puffo) per la sua lunga barba bianca, è allevatore e proprietario di un ranch. José Mireles, chiamato semplicemente “il Dottor Mireles”, è un medico baffuto dallo sguardo di ghiaccio. Hipólito Mora, allevatore, coltivatore e padre di undici figli da cinque mogli, è il fondatore delle autodefensas del Michoacán e leader del gruppo della sua comunità, La Ruana. Il “Comandante 5” o “El 5” è il leader a Parácuaro, si chiama Alberto Gutiérrez, e prima faceva il coltivatore di limoni. Il coordinamento tra i circa trenta leader locali avviene grazie a un Consiglio Generale delle autodefensas che elegge i propri portavoce.

Per tutto il 2013 la Polizia Federale ha trovato un modus vivendi con i vigilantes organizzati, i cui membri erano lasciati liberi di circolare armati nelle rispettive comunità e nelle loro trincere difensive, ma non potevano farlo nelle autostrade e strade statali. Quest’accordo tacito è vacillato in alcuni momenti e ci sono stati incidenti, tensioni e scontri, senza vittime, tra le forze comunitarie e quelle governative. Non ci sono conteggi precisi sulle vittime dello scontro tra Templarios e autodefensas, anche se alcune testimonianze dal campo di battaglia parlano di duecento morti per ognuno dei due bandi in un anno di combattimenti.

Il ripiegamento dei Caballero Templarios. Il dato certo è che i Templari hanno dovuto ripiegare, hanno perso plazas e combattenti. Le autofensas sono armate con mitragliatori e fucili automatici, introdotti illegalmente dagli USA o sottratti ai rivali, e addestrate da chi, nelle diverse comunità, era stato nell’esercito o nella polizia. Questi gruppi hanno “riconquistato” località e territori per tutto il 2013, in qualche modo hanno riempito i “vuoti di potere” lasciati dallo stato. Hanno frammentato e isolato i territori del “baronato templario”, bloccando le principali vie di comunicazione. La presa di alcune città comporta, però, l’inclusione di nuovi “soldati” alla causa dei comunitarios e una parte di questi provengono dalle file del nemico. Sono quindi narcotrafficanti e delinquenti riconvertiti alla causa dei vigilantes, in costante espansione nonostante gli “stop and go” del governo. Intanto il governatore del Michoacán, Fausto Vallejo, si diceva “contrariato” e il Procuratore Generale, Jesús Murillo Karam, dichiarava alla stampa che non “si sarebbero più tollerate le avanzate delle autodefensas”.

autodefensas templarios michoacanNei primi giorni del 2014 la situazione è tesa. Il “Papá Pitufo”, Estanislao Beltrán, succede a Mireles come portavoce delle autodefensas in seguito al grave incidente d’elicottero che questo soffre il 4 gennaio. Il Dottore viene portato in un’ospedale di Città del Messico e rimane per qualche settimana “sotto la custodia” della polizia. Una parte del paese si chiede come mai Mireles non venga arrestato, anziché essere protetto. Dal canto suo, il Ministro degli Interni, Miguel Ángel Osorio Chong, in alcune dichiarazioni attribuisce il debilitamento dello stato di diritto ai vigilantese li esorta a ritirarsi e lasciare il campo alle forze federali e statali. Il 13 gennaio, alcuni militari cercano di disarmare un gruppo di autodifesa, un soldato spara, la gente accorre e reagisce. Il saldo finale è di tre morti. Il governo ritira “l’ultimatum” sul disarmo e il 15 gennaio nomina Alfredo Castillo commissario per Michoacán col compito di “ricostruire lee relazioni tra la società e il governo”. Il 27 gennaio i governi federale e statale firmano con le autodefensas un accordo per il loro reinserimento nel quadro istituzionale e legale.

Ambiguità del governo. Il dibattito s’accende e le opinioni si polarizzano tra chi pensa che i vigilantes siano un gruppo puro, slegato dalla criminalità organizzata, e chi tema la deriva paramilitare o esige il loro disarmo immediato. Il governo e la polizia tollerano e collaborano, ma allo stesso tempo puntano il dito contro le violazioni alla legge e ordinano arresti, circa una novantina fino ai primi tre mesi del 2014. Oppure cominciano a denunciare collusioni di questi gruppi col cartello Jalisco Nueva Generación o infiltrazioni mafiose nel movimento. Se da una parte è vero che vari informatori e basi dei Templarios si sono progressivamente uniti alleautodefensas, dall’altra non è corretto né realistico identificare attualmente queste ultime come organizzazioni criminali, nonostante le infiltrazioni. Il confine è sottile ma i vigilantes, per ora, l’hanno rispettato.

policia_comunitaria_de_la_cracNon sono stati documentati atti da parte loro che li qualifichino come bande criminali o narco-cartelli. La loro relazione confusa con le autorità ha fatto pensare altresì alla possibilità che le loro origini siano politiche, cioè che siano state create dal governo o da suoi apparati, ma l’unico dato certo su questo punto è che c’è stata una collaborazione iniziale, ancor prima del febbraio 2013, di alcuni militari di stanza nella regione. Vale lo stesso discorso per la Polizia Federale che in alcuni casi, dopo l’inizio della sollevazione, ha supportato alcuni gruppi, ma in altri ha sbarrato loro la strada, letteralmente.

A febbraio il governo invia 10mila soldati. In collaborazione con le autodefensas recupera la città di Apatzingán senza colpo ferire e costringe i Templarios a una ritirata strategica sulle montagne verso la costa del Pacifico. L’ex boss del cartello della Familia e capo dei Templarios, Nazario Moreno, alias “El más loco” (il più matto), viene ucciso dai marines messicani il giorno dopo aver compiuto 44 anni, il 9 marzo 2014, ma resta latitante il principale leader dei Templari, il mediatico e profetico Servando Gómez, alias “La Tuta”. La ritirata e probabile sconfitta, o riconversione ad altre “attività”, del narco-cartello templario implicherà probabilmente l’apertura di vuoti di potere e la concentrazione dell’attenzione sul destino dei gruppi di autodifesa e su un’eventuale legge di amnistia per il conflitto del Michoacán, sempre che la situazione prima o poi si “normalizzi”.

Il bastone e la carota. Il timore è che si trasformino in paramilitari al soldo di impresari o di cartelli del narcotraffico come il Jalisco Nueva Generación che, secondo le segnalazioni della Procura Generale della Repubblica, già avrebbero finanziato e armato alcuni di questi gruppi. Altri finanziamenti, nell’ordine dei 250mila dollari secondo fonti giornalistiche USA, sono arrivati dalle comunità di messicani residenti negli Stati Uniti che, compatibilmente con l’ideologia statunitense della “protezione della frontiera” e del “diritto a portare armi”, simpatizzano con la causa di questi “farmers” che difendono le loro “proprietà” e famiglie. Come visto, il governo ha provato a disarmarli e legalizzarli una prima volta nel mese di gennaio, proponendo la loro integrazione alle “guardie rurali” regolate da una norma del 1964, ma molti di loro non avevano i requisiti minimi e nemmeno la volontà di abbandonare a metà una lotta che ancora non aveva eliminato il problema per cui era cominciata. L’idea di una nuova “pax mafiosa” dopo la tempesta, magari sotto la supervisione dell’autorità centrale e non solo di quella locale, non era gradita alla maggior parte degli insorti delle autodifese e non costituiva una soluzione. Il 14 aprile il governo ha firmato un accordo di undici punti per legalizzare, coordinare e disarmare le autodefensas entro il 10 e 11 maggio e a cambio s’è compromesso a combattere i sequestri e gli altri delitti del crimine organizzato e a fondare il corpo della Fuerza Rural Estatal.

Autodefensas mexico mapaL’imprigionamento per un presunto duplice omicidio, tra l’11 marzo e il 16 maggio, del portavoce Hipólito Mora, è emblematico delle ambiguità del governo, intento a pacificare e cooptare, da una parte, ma anche a reprimere e controllare, dall’altra. Mora è, infatti, vicino al Dott. Mireles e alle frange più critiche dell’operato del governo, determinate a cacciare completamente e definitivamente i narcos prima di accettare qualunque ipotesi di disarmo o d’integrazione dei gruppi armati nella polizia rurale. L’arresto di un rappresentante carismatico di questo movimento risponde più a logiche politiche che giudiziarie. Infatti, potenzialmente a tutti i militanti delle autodifensas sono imputabili delitti come il porto d’armi d’uso esclusivo dell’esercito, la costituzione di bande armate, il terrorismo o altri capi d’accusa, ma lo stato ha deciso di collaborare con gli insorti e quindi non ha imposto il rispetto immediato della legge nella regione. O meglio, l’ha fatto in maniera selettiva e utilizzando un discorso ambiguo e confuso: s’è passati dall’indifferenza all’arresto di un leader, dalla collaborazione militare alla cattura di alcuni membri di questi gruppi, dall’appoggio logistico al movimento d’autodifesa alla minaccia di mano dura e la fissazione di vari ultimatum per il loro disarmo. Forse è azzardato parlare di vere e proprie “correnti interne” al movimento, come se si trattasse di un partito, ma la posizione di Mireles e Mora è di certo contrapposta a quella di “El 5” e di Beltrán “Grande Puffo”, il quale ha acconsentito al disarmo, che è avvenuto l’11 maggio, ed è diventato l’interlocutore privilegiato del governo, mentre Gutiérrez “El 5” rimane il portavoce del Consiglio Generale.

Divisioni nelle autodefensas. Dai primi di maggio la “scissione” in seno alle autodifensasdiventa un dato di fatto. Mireles non accetta il disarmo senza avere forti garanzie per la sicurezza nel Michoacán e il ristabilimento dello stato di diritto. Contemporaneamente le foto di Beltrán con un fucile a ripetizione in mano e l’uniforme della nuova Polizia Rurale indosso, affianco al commissario Alfredo Castillo, hanno conquistato le prime pagine dei giornali ed è servita al governo per mostrare i progressi della “pacificazione” nel Michoacán. Intanto il Dott. Mireles, sempre più in polemica col governo nelle sue interviste alla radio e per le riviste, è stato espulso dal Consiglio Generale delle autodefensas il 7 maggio. Il giorno prima aveva inviato un videomessaggio, dicendosi “temeroso per la propria vita” e chiedendo al presidente e al ministro degli intenri, Osorio Chong, un dialogo diretto.

Nel video riferisce anche del progetto, promosso con l’hashtag di twitter #YoSoyAutoefensa (#IoSonoAutodefensa), per la creazione di un Consiglio o Fronte Nazionale, non più solo del Michoacán, delle Autodefensas, in seguito al primo incontro tra lo stesso Mireles e a Città del Messico e un gruppo “trasversale” di attivisti, politici e giornalisti come Javier Sicilia, il Padre Alejandro Solalinde, Isabel Miranda de Wallace, il senatore del PAN Ernesto Rufo Appel, l’ex sindaco di García (nel Nuevo León) Jaime Rodríguez, gli opinionisti John Ackerman e Denisse  Dresser, il regista del film “Presunto Culpable” Roberto Hernández, il generale francisco Gallardo e la deputata del PRD nel Michoacán Selene Vázquez. Ma il piano del governo, osteggiato da Mireles che ha annunciato future riunioni pubbliche di questo speciale coordinamento di autodefensas, prosegue.

autodefensas_michoacanNasce la Nueva Fuerza Rural. A metà maggio sono quasi 8.000 le armi ritirate o registrate dal governo e almeno 3.300 i nuovi membri, ex vigilantes, della nuova Forza Rurale Statale che, nelle parole del commissario Castillo, andranno a rimpiazzare progressivamente le polizie municipali “che, in fin dei conti, era finita al servizio del crimine organizzato”. Non chiarisce, però, come s’eviterà che accada la stessa cosa in futuro con la Fuerza Rural. Secondo gli accordi del 14 aprile e le affermazioni di Castillo, d’ora in poi i civili armati saranno fermati e incarcerati. Il Dott. Mireles accusa le autorità federali di volerlo distruggere come leader comunitario, favorendo le frange più “acondiscendenti” delle autodefensas.

Infatti, il 9 maggio il Commissario Castillo annunciato che sono aperte delle indagini sul dottore, implicato, secondo gli inquirenti e alcuni ex compagni come Beltrán “Papá Pitufo”, nella morte di cinque ragazzi che il 27 aprile difendevano una barricata in un villaggio della costa. L’accusa arriva puntuale, in concomitanza con il processo di riconversione dei vigilantes, realizzato in fretta e furia dal governo, e con le riunioni di Mireles nella capitale, volte a creare un’alleanza e delle proposte più condivise e strutturali per il problema della delinquenza e dei gruppi di autodifesa. Anche se, pochi giorni dopo l’avviso di garanzia, Mireles ha ricevuto un salvacondotto di un giudice federale che lo esenta da possibili arresti per delitti non gravi, il dottore resta sotto tiro, minacciato dai Templarios, snobbato da una parte dei suoi ex compagni e controllato da governo e potere giudiziario. Dal canto suo Mireles ha accusato il “Comandante 5” e altri vigilantes di essere collusi con la banda dei Viagras, un gruppo delinquenziale fuoriuscito dai Templarios e legato al cartello Jalisco Nueva Generación, per cui la trama si complica. Pochi giorni dopo l’uscita di prigione, Hipólito Mora e il suo gruppo si sono dichiarati disposti a integrarsi alla polizia rurale e anche Mireles s’è orientato verso questa scelta. Il “papà puffo”, portavoce della Nuova Forza Rurale, si dice fiducioso e sostiene che in questa fase di “riconversione” delle autodefensas ci sarà una depurazione degli infiltrati della delinquenza organizzata nel movimento che potrà operare alla luce del sole, armi in pugno, per “recuperare la pace nella zona”. La nuova forza rurale è già entrata in funzione a Tepalcatepec, Coalcoman e Buenavista, i comuni in cui erano nate e s’erano consolidate le primeautodefensas, ma le incertezze sono molte.


marcha-apoyo-autodefensas-MichoacánNuova Pax Mafiosa?
 Il boss templario “La Tuta” resta in libertà e la violenza non accenna a diminuire. Inoltre il quotidiano Excelsior, con informazioni tratte da rapporti della polizia, segnala la nascita di un nuovo cartello chiamato tercera Hermandad o H-3 (Terza Fratellanza), formato da ex Caballeros Templarios, ex autodefensas ed espatriati dell’organizzazione Jalisco Nueva Generación. Dopo la Familia e i Templarios, la storia si potrebbe ripetere con la Tercera Hermandad se i vuoti di stato e le questioni aperte non vengono risolte alla radice.

E la storia del Michoacán potrebbe ripetersi facilmente anche in altri stati che, nei primi mesi del 2014, stanno vivendo ondate di violenza, omicidi, estorsioni e sequestri molto più intensa come il Morelos, il Guerrero e il Tamaulipas. Insomma si tappa la falla, male, da una parte, e il problema riemerge da un’altra. Il 13 maggio il governo ha presentato una “nuova” strategia di sicurezza per il Tamaulipas che aspira a “disarticolare la composizione e le operazioni delle organizzazioni criminali, chiudere le vie del traffico illecito di persone, sostanze, armi e denaro, e garantire istituzioni locali di sicurezza sufficienti, efficienti e affidabili. Lo stato sarà diviso in quattro zone con “alti funzionari della marina e del Ministero della Difesa al comando di ciascuna” e si prevede il rafforzamento “delle risorse umane, tecniche e d’intelligence” impiegate. In pratica si tratta della stessa strategia di sempre, quella della narcoguerra (2006-2012) dell’epoca del presidente Felipe Calderón. Da CarmillaOnLine

*Questo testo fa parte del progetto “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” e riprende il tema dei gruppi di autodifesa in Messico di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Il popolo in armi contro i narcos in Messico”, pubblicato il 24 agosto 2013