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SÌ LOGO o, la logica culturale della sinistra nella tarda globalizzazione

 11/09/2020  Di: 

 

di Daniele Benzi

Per quelli che c’erano, alla fine degli anni ’90, a Seattle, Davos, Göteborg, Napoli, Genova, la lotta alla globalizzazione neoliberale non era intesa come la sostituzione di marchi alternativi a quelli delle multinazionali. Il titolo del best seller di Naomi Klein pubblicato nel 1999 è NO LOGO. Non ALTER LOGO. Il Corriere della Sera lo definì giustamente come il libro simbolo della rivolta contro la mercificazione del pianeta. Il sottotitolo dell’edizione in spagnolo fu Il potere dei marchi, mentre quella in portoghese La tirannia dei marchi in un pianeta in vendita.

Quella lotta poi è finita, cioè, l’abbiamo persa. Tuttavia non era affatto scontato che la sinistra finisse per accettare o addirittura che venisse sedotta dal potere dei loghi, credendo persino di poterli usare come strumento di resistenza, anche se, forse, sarebbe meglio dire di sopravvivenza. In termini estetici e commerciali, naturalmente, ma anche organizzativi ed operativi.

Ad accettare e usare la logica dei marchi furono per prime le grandi ONG come Oxfam, Action Aid, World Vision e Save the Children, insieme ad altre multinazionali del cuore più piccole (l’azzeccata espressione “multinazionali del cuore” è il nome di un libro di due autori francesi il cui contenuto però è molto meno accattivante del titolo). Poi fu la volta del commercio equo e solidale. Nello stesso periodo traghettarono verso questo modello case editrici di sinistra storiche come Feltrinelli in Italia e Maspero, ribattezzata La Découverte, in Francia, ma in questo caso, che io sappia almeno, senza gli odiosi processi di fagocitazione e transnazionalizzazione che hanno vissuto le ONG. Lo stesso fenomeno, ultimamente, ha interessato riviste di vecchia data come Le Monde Diplomatique e più giovani come Jacobin.

Queste righe sono motivate dal fatto che ho appena appreso della creazione di Jacobin América Latina. E francamente mi dispiace. Perché dal mio punto di vista è un’ulteriore prova del fatto che dopo gli anni ’60 e ’70, che furono una epoca di grande creatività e originalità artistica e intellettuale, e non solo di radicalismo politico, la sinistra latinoamericana non è più riuscita o non ha più voluto essere critica rispetto all’importazione di modelli e tendenze pensati e funzionali ad altre latitudini. Ciò è paradossale, in qualche modo, perché in questo momento la tendenza intellettuale più alla moda, sia in ambito universitario sia nella cultura alternativa, è quella della critica all’eurocentrismo, soprattutto nella versione del “giro decoloniale”.

Le diverse varianti nazionali di Le Monde Diplomatique ospitano in generale autori e articoli interessanti. La crema della sinistra radicale accanto a firme meno note, tutte rigorosamente o quasi, a cavallo fra l’accademia e l’attivismo. Lo stesso succede con Jacobin Brasil ed è da presumere che non sarà diverso per Jacobin América Latina. Quindi non è questo il punto. È il modello editoriale del brand, secondo me, che andrebbe messo in discussione. In toto. Non certo chi vi scrive, pagato o meno che sia. Perché è un’amara ironia del destino che la sinistra radicale, non solo del “Nord” ma anche del “Sud” globale, abbia adottato il modello della globalizzazione neoliberale per eccellenza, il Logo e il franchising, proprio nel momento in cui quella stessa globalizzazione, malgrado la nostra sconfitta, si sta disintegrando.

Il modello dei loghi e del franchising hanno nel loro DNA la proprietà di assorbire, omogeneizzare ed appiattire, per conquistare una nicchia di mercato, fidelizzare un cliente, battere la concorrenza. Non so se stimolino la creatività artistica ed intellettuale. La solidarietà e la cooperazione. Non so, soprattutto, se o quale potrebbe essere il loro potenziale antagonista, al di là del fatto che alcuni contenuti e la linea editoriale lo siano. La sinistra in franchising per me è molto triste perché ho militato con convinzione contro la logica dei marchi. Di tutti i marchi.

Frederic Jameson quarant’anni fa definì il post-moderno come la logica culturale del tardo capitalismo. Io da tempo mi chiedo se la logica del mercato, di cui il Logo ed il franchising sono espressione, non stia definendo in maniera sempre più esplicita la logica culturale anche della sinistra nella tarda globalizzazione.

Quando ho visto la pagina di Jacobin América Latina, mi è subito venuta in mente una piacevole serata di novembre dell’anno scorso. Di ritorno da una giornata al mare in un quartiere popolare di Salvador di Bahia, in cui insieme al pesce fritto ed alla birra gelata si era chiacchierato in ordine sparso di accelerazionismo, del ’77, di Pablo González Casanova, Bolsonaro, Joker e Pasolini, il mio amico Alessandro Peregalli, ironico e geniale, mi fulminò con una frase che da allora non mi esce più dalla testa. Anche la rivoluzione è un mercato.

Non ho ancora una risposta definitiva alla domanda se la logica di mercato stia definendo in maniera sempre più esplicita la logica culturale della sinistra nella tarda globalizzazione. Però per me che ho custodito per più di vent’anni l’adesivo de Il Manifesto “la rivoluzione non russa”, un piccolo marchio semiartigianale agli albori della lotta No Logo (e del calvario de Il Manifesto), quella sera sul lungomare della Ribeira finalmente capii perché non sono mai stato, né mai potrei essere un rivoluzionario.

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