Caracas. Conflitto in un continente senza pace @ytali_

venezuela[Di franco Avicolli, da Ytali] Le grandi manovre sono cominciate fin dal 2015, quando gli antichavisti, dopo aver ottenuto la maggioranza di 112 deputati, contro i 51 di Maduro, non riuscirono a decidere di comune accordo se dovevano liberarsi del successore di  Chávez con un referendum, un emendamento costituzionale o una rinuncia. Nell’indecisione, Maduro vince le elezioni del 2017 conquistando 305 municipi contro i 25 dell’opposizione, un successo che conferma nel 2018 con le elezioni presidenziali, anche se la partecipazione al voto non supera il 46 per cento degli aventi diritto. Poi arriva il 23 gennaio 2019 e l’opposizione, con quattro anni di ritardo, rompe gli indugi – o forse riceve qualche importante spinta – e decide di fare ricorso all’emendamento costituzionale nominando Juan Guaidó presidente ad interim del Venezuela, un atto che trova l’immediato riconoscimento del presidente statunitense Trump che addirittura minaccia un intervento militare. L’OSA segue a ruota il presidente statunitense. Tutto ciò mentre il Venezuela vive una pesante crisi, con le scorte alimentari che scarseggiano, con un’inflazione che galoppa con numeri a sei cifre, segno evidente di una situazione ingovernabile che può degenerare anche se l’esercito, fedele al presidente eletto, mostra una qualche capacità di controllo. Continua a leggere

Venezuela. Per chi suona la campana?

di Daniele Benzi

Things had to change in a hurry. But socialism requires imagination and time. It cannot be made in a hurry. To create socialism in a hurry without mass support, and institutions that can channel this support, led many states to disaster. […] The intentions of the leadership, by all accounts, were not malevolent. Yet its modernist dream-to administer nature and society, and build vast industrial monuments without either a democratic governance structure or a mobilized population-led to the worst excesses of commandism and bureaucratism.

Vijay Prashad, The Darker Nations

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Foto dell’autore, rappresentante un murale a Caracas

Non ricordo più dove. Ma sono quasi sicuro che da qualche parte Giovanni Arrighi abbia scritto, probabilmente citando o parafrasando Braudel, che per conoscere ciò che è nuovo bisogna sapere riconoscere, anzitutto, quello che non lo è.

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Il 27 ottobre scorso, in un articolo assai critico sul fallimento, clamoroso purtroppo, del “laboratorio” politico latinoamericano e sull’assurdità di attribuirne le cause ai complotti dell’imperialismo statunitense scrissi: “La trasfigurazione di un mai ben chiarito ‘socialismo del XXI secolo’ in una cleptocrazia pretoriana in Venezuela, paese ormai sull’orlo del collasso e che rischia seriamente un’invasione e/o una guerra civile qualora certe trame geopolitiche, sociali o finanziarie fuori controllo del governo la rendessero conveniente (o necessaria), è una tragedia per chi ha accompagnato, criticamente, l’evoluzione del processo bolivariano”.1

Sospetto che sia stata questa frase più che il tono generale del pezzo, o l’avere chiamato “vice” di Evo Morales il raffinato intellettuale marxista Álvaro García Linera, come d’altronde è conosciuto affettuosamente dalle sinistre latinoamericane e dall’intera popolazione boliviana, a suscitare la reazione scomposta e priva di argomenti di Carlo Formenti, arrivando persino a sospettarmi di “incitamento all’invasione da parte del regime reazionario della Colombia sostenuto dagli Stati Uniti!?”.2

Lo scenario da me paventato, sciaguratamente, si è presentato il 23 gennaio di quest’anno. Non perché io sia un indovino, uno iettatore o un agente infiltrato della CIA, e meno che mai perché possa vantarmi di essere un analista particolarmente acuto. Ma semplicemente perché, ahimè, era una cosa persino fin troppo ovvia da prevedere per chi mastica un poco di politica internazionale e conosce sul serio, senza paraocchi ideologici di nessun segno, la situazione del Venezuela. Quella situazione, nel bene e nel male, la conosco e la seguo, quotidianamente, almeno dall’inizio del 2007.

Non è questo il momento di spiegare perché sia effettivamente convinto che il “socialismo del XXI secolo” non è mai stato un progetto chiaro (un altro “significante vuoto”, forse, del progressismo latinoamericano?). O, meglio, un progetto nuovo. Né perché l’esperienza concreta delle politiche economiche, produttive e sociali, comprese quelle energetiche, messe in atto dal chavismo dopo il 2005 si sia rivelata fallimentare e in certi casi disastrosa, con sprechi umani e finanziari giganteschi. Non è nemmeno il momento di chiarire, in questa congiuntura, perché abbia affermato senza mezzi termini che qualunque cosa fosse, il “socialismo del XXI secolo” si è rapidamente trasfigurato in una “cleptocrazia pretoriana” dopo la morte di Chávez, con regolamenti di conti interni e faide fra i “legittimi eredi” civili e militari del Comandante, facendo appello ipocritamente a una genuina base di sostegno popolare ogni giorno più esigua e man bassa sottobanco delle risorse del paese.

Chi, senza pregiudizi, conosce la storia globale del Terzo mondo e non solo i suoi mostri ed eroi impacchettati in rassicuranti mitologie e leggende nere utili soltanto ad alimentare l’esotismo metropolitano degli orientalisti di sinistra, dovrebbe immaginare di cosa stia parlando e, soprattutto, sapere che non sto raccontando nulla di nuovo.

Anche per questa ragione non ho mai preso sul serio i terzomondisti della domenica come Formenti che, rispolverando qualche testo di Samir Amin, sembrano credere che si spinge un bottone e…boom! si fa il delinking dal mercato mondiale. I contributi superficiali e fuorvianti su questi temi non sono di nessuna utilità per rinnovare la tradizione politica e intellettuale del terzomondismo con la quale, nonostante tutto, mi sono sempre identificato proprio a partire da un confronto serrato con le tesi che Amin ha difeso con perseveranza fino alla morte. Un confronto originato, tra l’altro, dall’analisi sul campo delle “rivoluzioni bolivariane” che inizialmente invocarono la “desconexión” dal capitalismo. Per lo stesso motivo, non ho mai preso seriamente in considerazione coloro che, sulla scia di Ernesto Laclau, a lungo hanno parlato con disinvoltura di “neo-populismo di sinistra” in America latina senza aver prima fatto i conti con l’esperienza complessa e ambivalente del populismo storico latinoamericano, nonché con la sua pesante eredità.

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Fracasó narcoguerra: Lorusso @PlazaDeArmasQro #FILQro2019 #GuardiaNacional #AMLO

plaza_de_armas_retina[De Plaza de Armas, portal de noticias y diario de Queretaro, México, 8 de febrero de 2019] Como un fracaso, un distractor y espejismo calificó el escritor italiano Fabrizio Lorusso la guerra de los gobiernos anteriores contra el narcotráfico y dijo tener un optimismo moderado frente a la nueva estrategia planteada por Andrés Manuel López Obrador. Al autor de los libros México invisible, Santa Muerte y Narcoguerra, no le convencen los términos planteados para crear la Guardia Nacional pero aprueba el enfoque social de incorporar a los jóvenes al trabajo y al estudio. Colaborador del diario italiano Manifiesto, de la revista Espresso y de La Jornada en México, el también académico de la Ibero de León, habló a PLAZA DE ARMAS, luego de su participación en la Primera Feria Internacional del Libro Querétaro 2019, celebrada en el Auditorio Josefa Ortiz de Domínguez.

ESCALADA DE VIOLENCIA

Afirmó que desde el libro México Invisible y otros anteriores, Santa Muerte y Narco Guerra, en italiano, su idea es que hubo una escalada de violencia y una crisis grave de derechos humanos, y que es un fenómeno complejo. “Es decir, no se puede explicar de manera lineal y solo con pocos factores, pero dentro de estos hay muchos casos de la vida, casos denunciados, movimientos sociales, conflictos y violencias, a partir del emblemático Ayotzinapa, pero también hablo del News Divine, esa matazón en el antro, y otros que nos indican los factores generadores de la violencia, más allá de la pobreza y la desigualdad. La militarización de la seguridad pública es un tema que ha sido muy debatido. Y estamos hablando de la verdad y la falsedad de la llamada guerra contra el narco”.  Esta es la entrevista. Continua a leggere

Cattiva Reputazione: Il Venezuela è una bomba ad orologeria

Da Semana, 30 gennaio 2019

Ci sono buone probabilità che la questione venezuelana si risolva col comune accordo dei poteri reali: Stati Uniti, Cina, Russia, Alto Comando Militare venezuelano e pochi altri. La Colombia non c’entra nulla. Peggio: potrebbe essere vittima dei suoi pessimi calcoli diplomatici. Continua a leggere

Presentación del libro “Messico invisibile” #FilQueretaro2019 y opinión sobre la #GuardiaNacional #México: videos de @gusvlogger

Arriba: video-artículo de opinión sobre la Guardia nacional en México.

Abajo: momentos de la presentación del libro “Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna” di Fabrizio Lorusso (Arcoiris ed. 2016) en la I Feria Internacional del Libro de Queretaro, 31 de enero de 2019.

Un agradecimiento especial al Canal de Gus Vlogger su YouTube por la realización y difusión de los videos.

 

Guardia Nacional: criticidades, alternativas y discursos de guerra

guardia_nacional_mando_propio[Fabrizio Lorusso – De: Zona Franca y Desinformémonos] La seguridad ha de entenderse de manera amplia como seguridad humana y no policial, con garantía plena de los derechos humanos, y como parte de un estado de derecho sólido y de sistemas de procuración e impartición de justicia adecuados al reto enorme que enfrenta el México actual. En parte el Plan Nacional de Desarrollo 2018-2024 lo hace, sin embargo, dentro de éste, la creación de una nueva corporación como la Guardia Nacional (GN), que mantiene una significativa influencia militar en sus operaciones y dirección, no abona a ello y ha recibido muchas críticas. Además, para la creación de una policía nacional que fuera civil, como se ha querido caracterizar, no habría necesidad de una reforma constitucional.

Este debate ocurre en el contexto de un cambio discursivo peligroso que se está dando masiva y rápidamente en los medios y la opinión pública entre la anterior “guerra al narco” y la actual “guerra al huachicol”, o sea entre la creación simbólica del “enemigo narcotraficante”, encarnado en la figura de El Chapo Guzmán, entre otros, y la invención del nuevo villano, el “enemigo huachicolero”, encarnado de momento por El Marro, presunto líder del “cártel”, más bien de la organización criminal, de Santa Rosa de Lima en Guanajuato. Ya hemos visto cómo la retórica belicista, impulsada por los medios de comunicación y el propio gobierno durante la presidencia de Calderón, funcionó como caja de resonancia para las tendencias más oscuras, prejuiciosas y profundas de la sociedad.

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«In Venezuela rischiamo una guerra civile internazionale»

La crisi venezuelana oltre la polarizzazione – Intervista a Emiliano Teran Mantovani

Di Andrea Cegna

Da Effimera

Striscione di solidarietà con il governo venezuelano a Leitza, Spagna: Lo scontro Venezuelano non pare lasciare spazio ad alcuna uscita a sinistra. Una partita che vede in Maduro e Guaidò due protagonisti parziali ma, ad ora, unici “player” davvero in gioco. Il grosso della vicenda si gioca fuori dal Venezuela. In molti infatti temono una “siriazazione” del paese latinoamerico. USA, Cina e Russia e marginalmente l’UE sono interessati alla risoluzione di parte del conflitto. Nessun attore internazionele, a parte Vaticano, Uruguay e Messico hanno mostrato attenzione al popolo venezuelano e ad un uscita il più possibile condivisa e pacifica. La scelta Maduro/Guaidò non è solo ideologica ovviamente, ma rappresenta anche parte dello scontro intercapitalista o neo-imperialista, che vede contrapposti USA e Cina e in subordine soprattutto nel continente la Russia. L’autoproclamazione voluta da Trump di Guaidò è stata una mossa di fatto d’imposizione straniera. L’appoggio della Cina a Maduro pare più legato all’interessi sul debito contratto dal Venezuela con Pechino che un posizionamento ideologico. Non peraltro un confronto basato sull’idea stessa di stato-nazione, cioè una confrontazione utile e necessaria per lo sviluppo del capitalismo stesso. Non possiamo certo dimenticare l’avversione degli USA contro il Bolivarismo che è cosa nota: da 20 anni Washington porta avanti una logorante guerra di bassa intensità prima contro Chavez e ora contro Maduro. Oggi gli errori e le ambiguità nella gestione del potere che Maduro ha portato avanti hanno aperto una breccia percorribile per l’imperialismo nord Americano. La crisi economica del paese è l’accelleratore delle problematiche, e la crisi stessa è stata una delle condizioni viziate e generate dalla guerra di bassa intensità USA. E così le critiche a sinistra a Maduro, le posizioni di ex ministri di Chavez o di parte dei quartieri popolari si perde e si confonde. La prima non è capace di diventare opzione percorribile in parte perchè radicalmente posizionata a sinistra e quindi in collisione con gli interessi delle compagini capitaliste, la seconda mossa da sentimenti di sopravvivenza si somma alle piazza dell’opposizione di destra. La giornata di sabato 2 febbraio, con le due oceaniche manifestazioni di Caracas, una pro e l’altra anti-Maduro non fanno che aumentare l’inconsistenza delle proposte a sinistra. Forse potranno dare forza al dialogo che Uruguay, Messico e Vaticano vorrebbero mediare. Anche se USA e Francia spingono Guaidò.

Ma la critica a sinistra esiste. Per capire come si articola riportiamo l’intervista completa a Emiliano Teran Mantovani, sociologo dell’Università Centrale del Venezuela e Dottorando all’Università Autonoma di Barcellona. Teran Mantovani è tra i sostenitori della necessità che ci sia una consulta nazionale che azzeri ogni potere oggi in campo in Venezuela e che sia il voto popolare a decidere, quindi né Maduro né Guaidò e soprattutto non lo scontro intercapitalista internazionale.

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Come è la situazione in Venezuela in questi giorni?

È forse uno dei momenti più pericolosi nella storia contemporanea del Venezuela, in cui si mescolano un gigantesco scontento sociale contro il governo di Maduro, a cui ha risposto con una repressione vista solo in tempi di dittatura. Una crisi economica, forse senza precedenti nella storia di tutta l’America Latina, che mantiene le persone in una situazione di precarietà tipica dei tempi di guerra. Un’opposizione che è stata molto screditata e divisa, ma che con le nuove mobilitazioni prende ossigeno, ora guidata dai settori più radicali della destra (il partito Volontà Popolare in alleanza con gli Stati Uniti e i governi di destra più rancidi del continente). C’è il rischio dell’istituzione di uno Stato parallelo, che può essere accompagnato dalla divisione delle fazioni delle forze armate, o dalla penetrazione di corpi armati nel paese, sarebbe una guerra civile internazionale con incalcolabili conseguenze. Non solo per il Venezuela, ma per tutta la regione. Con il governo di Maduro non sembra, tuttavia, possa esserci fine alla violenza, e non possiamo così escludere l’organizzazione di una guerra per deporlo. Se accadesse sarebbe organizzata contro gli interessi del popolo e per imporre un processo di ristrutturazione economica neoliberale con forme di governo altamente repressive. Vi sono possibilità di una soluzione negoziata che eviti l’esondazione di un conflitto armato, il tutto dipende dai possibili soggetti della negoziazione. Un negoziatore internazionale affidabile potrebbe articolare la risoluzione. Sicuramente la situazione attuale prevede un cambiamento imminente nel breve periodo.

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Cattiva Reputazione: Rabbia

Da Semana, 23 gennaio 2019

“Soltanto i morti hanno visto la fine della guerra”, medita tra sé e sé il reporter mentre osserva l’uomo riverso a terra. Ha dei colpi da arma da fuoco. È insanguinato. Si sentono dei sussurri, e rantoli interrotti. Come quelli di un’anatra, o di una gatta. “È ancora vivo”, dice uno. A pochi metri di distanza un soldato ferito viene portato dai suoi commilitoni verso un veicolo militare. Lo gettano all’interno dell’auto come un sacco di indumenti sporchi. L’assedio. Le bocche fumanti delle mitragliatrici. Le esplosioni intermittenti. Le voci caotiche dei combattenti fra le rovine. La guerra marcisce. Marcisce l’anima dei vivi. Continua a leggere

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