L’Argentina tra l’8 e il 24M: Memoria e Mujeres

ex esma 1.jpgIn occasione del mese tanto della memoria dell’ultima dittatura argentina quanto delle donne, il 14 marzo il femminismo è entrato all’ex Scuola di Meccanica della Marina con la mostra temporanea Essere donna nell’ESMA. Testimonianze per ritornare a guardare.

Di Eleonora Selvatico

Essere donna nell’ESMA. Testimonianze per ritornare a guardare è una mostra temporanea curata da Alejandra Dandan che è stata inaugurata giovedì 14 marzo (fino al 14 giugno 2019) a Buenos Aires nell’ex centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio situato nella ex Caserma degli Ufficiali divenuta Museo della Memoria della Scuola di Meccanica della Marina quindici anni fa, il 19 marzo 2004. La mostra, che inizia dal pannello “Quando un museo non parla. Il silenzio della sceneggiatura museografica riguardo alla violenza sessuale sulle donne”, s’è data l’obiettivo di riascoltare le esperienze – narrate nella forma della testimonianza giuridica – delle detenute scomparse nell’ESMA durante la dittatura civile-militare argentina autonominata Processo di Riorganizzazione Nazionale e operante dal 24 marzo 1976 al 30 ottobre 1983 per rendere visibile la specificità della violenza sessuale che i processi per delitti di lesa umanità hanno riconosciuto per la prima volta solo nel 2010, malgrado esistessero già in merito delle denunce delle sopravvissute negli anni della dittatura e, tra altri, il dialogo collettivo di cinque donne sopravvissute all’ESMA pubblicato nel 2001 col titolo Ese Infierno (tradotto in italiano da Fiamma Lolli nel 2005 e pubblicato da Stampa Alternativa, Le Reaparecide. Sequestrate, torturate, sopravvissute al terrorismo di stato in Argentina).

Continua a leggere

¿Y eso con qué se come? Prosur o la farsa de una metamorfosis conservadora

1

“Cuando […] se despertó una mañana después de un sueño intranquilo, se encontró sobre su cama convertido en un monstruoso insecto”.

Franz Kafka – La Metamorfosis

[da desInformémonos, di Daniele Benzi e Marco Narea]

¿Último viaje a la Mitad del Mundo?

2-640x360

La figura de Néstor Kirchner con el brazo izquierdo tendido hacia el horizonte parece espectral ante un nebuloso atardecer de febrero de 2019. Y a un costado las banderas, que al soplo de un viento ligero ondean sin afán ni prisa a estas alturas, como entonando en silencio su indolencia por el rumbo a seguir. Atrás parecieran haber quedado las altisonantes trompetas bicentenarias, en los pasillos mudos de un edificio tan imponente como ajeno a su medio y que, por ende, jamás tuvo alma. Nunca antes el trayecto hacia la sede de la Unasur se había sentido como un recorrido hacia el Norte, hacia un atónito y monumental vacío. Nuestro último viaje a la Mitad del Mundo tal vez. Ni modo. Una perdida en el camino le pasa a cualquiera, y más de una vez a menudo. La voz cálida de Eduardo Galeano nos da consuelo y socorro: “La utopía está en el horizonte. Camino dos pasos, ella se aleja dos pasos y el horizonte se corre diez pasos más allá. ¿Entonces para qué sirve la utopía? Para eso, sirve para caminar”. Pero solo es un instante. Una inquietud sutil nos invade. ¿Cómo abrigarse frente a los nubarrones cargados de rayos y lluvia que se asoman por doquier detrás de las montañas de un edificio descomunal y sin alma? ¿Qué hay por detrás de las montañas? Continua a leggere

Arresti e lacrimogeni per gli artigiani nel quartiere turistico di Buenos Aires

Protestano gli artigiani di San Telmo, la polizia di Buenos Aires risponde con violenza e 23 arresti.

[Da Dinamopress, di Andrea Cegna e Susanna De Guio]

artesanos3I tamburi si ascoltano già dal fondo di via Defensa, la strada principale del quartiere di San Telmo, luogo di uno storico mercato dell’artigianato visitato da milioni di turisti ogni anno. Avvicinandosi alla storica piazza Dorrego si vedono cartelli appoggiati per terra, uno dice: «Basta repressione, vogliamo giustizia, ci stanno uccidendo di fame, vogliamo lavorare!».

Gli artigiani che da anni tutte le domeniche espongono i loro prodotti lungo la via popolata di turisti sono già stati sgomberati due mesi fa, da allora non possono più lavorare e la situazione per loro si sta facendo insostenibile. La protesta degli Artigiani Uniti dura da tempo dunque, ma non si era ancora vista una repressione feroce come quella che si è scatenata domenica 10 marzo.

Continua a leggere

Brasile. “Guarda un po’ come è andata a finire”

Bombeiros realizam protesto no centro do Rio de Janeiro nesta sexta- feira

Jair Bolsonaro è un nome impreciso, ma potente, perché è stato in grado di combinare l’escalation repressiva con la ribellione sociale liberata nel 2013.
Un gruppo di militanti

Da PassaPalavra

Traduzione di Daniele Benzi e Pérez Gallo

“Potrete anche pacificare, ma il dopo sarà triste”
MC Vitinho 1

“Guarda un po’ come è andata a finire”, diceva un compagno l’altro giorno. “Qualche anno fa se eri in una panetteria, a una fermata dell’autobus, e sentivi qualcuno lamentarsi del governo, la cosa ti rallegrava. Noi militanti vi intravedevamo uno spazio per parlare di politica, un lampo di coscienza di classe. Da un po’ di tempo a questa parte, però, le cose sono cambiate. Oggi, quando sento qualcuno lamentarsi, mi metto in allerta: ‘mmm, vuoi vedere che il tipo è Bolsonarista’…”.

1.

Secondo Lula, “questo paese non è stato più compreso a partire dagli eventi di giugno del 2013”. Alcuni mesi prima di essere arrestato aveva dichiarato: “abbiamo creduto frettolosamente che i [fatti] del 2013 fossero una cosa democratica”.2 Naturalmente, il suo discorso era stato accolto molto male dai militanti che avevano partecipato a quell’ondata di manifestazioni: guarda lì il PT che attacca di nuovo giugno!
Ma Lula aveva torto? Giugno 2013 è stato davvero una “cosa democratica”? In quel fatidico mese, migliaia – e poi milioni – di persone avevano bloccato strade e vie di comunicazione in tutto il paese, si erano scontrate con la polizia, avevano bruciato autobus, attaccato edifici pubblici e saccheggiato negozi. La riduzione del prezzo del biglietto dell’autobus non era una questione da discutere e negoziare, era una richiesta da imporre con la forza. “O il governo l’abbassa, o la città si ferma!”. Non sembra proprio “democratico”… Fu un movimento esplosivo, una rivolta3 che minacciava l’ordine costituito4 – l’accordo sancito nel periodo del ritorno alla democrazia, fissato nella Costituzione del 1988, che per due decenni era riuscito a garantire degli standard socialmente accettabili di stabilità e prevedibilità per la politica brasiliana.

Continua a leggere

#AvenidaMiranda puntata 49. 8 marzo a Buenos Aires, parlano le dissidenze sessuali.

_MG_0342Alla vigilia dell’8 marzo la piazza del Congresso di Buenos Aires si prepara a una nuova immensa mobilitazione, il terzo sciopero delle donne.

Per entrare nel vivo del dibattito che ha attraversato le assemblee in preparazione dello sciopero, Susanna De Guio ha intervistato Florencia Guimaraes, rappresentante della comunità trans e travesti, attivista, comunicatrice e componente del collettivo Furia Trava.

Di fronte all’avanzare del discorso TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist) a diverse latitudini, in Argentina le dissidenze sessuali rispondono con la loro presenza politica allo Sciopero Internazionale delle Donne, Lesbiche, Bisessuali, Travesti e Trans.

Qui il Podcast, buon ascolto!

Desapariciones en #Guanajuato pueden ser por el robo de combustible o trata de personas @_enlinea

papa desaparecidos[De Fernando Velázquez, reportero de Noticieros en línea, entrevista con Fabrizio Lorusso]

Es necesario cruzar los mapas delictivos con las zonas de desapariciones para analizar el comportamiento del hecho

Para explicar las desapariciones en Guanajuato hay diferentes hipótesis, desde que estén relacionadas con el robo de hidrocarburo o se trate de un fenómeno ligado a la trata de personas, pero creer que la mayoría se debe a que se van con el novio o la novia, como sostuvo en su momento el exgobernador, Miguel Márquez, es tratar de simplificar el problema y disminuir la responsabilidad de la autoridad para atender el problema.

Así lo aseguró Fabrizio Lorusso, académico de la Universidad Iberoamericana León y periodista especializado en temas de derechos humanos, movimientos sociales y colectivos de familiares de desaparecidos en México. En entrevista, explicó que sería necesario cruzar los mapas de las regiones que concentran más desapariciones, con los que muestren las zonas donde hay una mayor presencia del crimen organizado, pero también de operativos militares, pues en otros puntos del país la militarización no solo ha incrementado la violencia, sino también las desapariciones.

También existen un factor de actores particulares armados, o de tipo paramilitar, así es como yo definiría a muchos de los grupos que operan hoy en el tráfico de drogas o hidrocarburos o en otros delitos, pues ya tienen una organización armada, del tipo paramilitar, de control del territorio, y eso implica de alguna manera cobro de piso, extorsión, control del territorio en sentido amplio, lo cual implica mayor violencia, asesinatos, pero también la práctica de la desaparición”, dijo.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 48. Il Boxe Autônomo a São Paulo

21 feb. – . Nella puntata di oggi Avenida Miranda vi propone un incontro tra Italia e Brasile a partire dallo sport, e nello specifico dalla box, popolare.

Breno, originario di Rio Claro, stato di São Paulo, è un ex pugile, ora allenatore di box. Nel 2003, con la famiglia (tutta di pugili), ha occupato un vecchio stabile abbandonato e l’ha trasformato in una palestra dal forte contenuto sociale. Il contenuto più politico lo ha invece acquisito e coltivato con 4 viaggi in Italia, tra 2015 e 2018, in cui ha conosciuto molte delle palestre popolari cresciute nel tessuto dei centri sociali e delle periferie delle città italiane, soprattutto nel quartiere romano del Quarticciolo.

Al ritorno in Brasile, Breno ha rafforzato di contenuti politici sia l’esperienza di Rio Claro che quella di Boxe Autônomo a São Paulo, a cui ha dato vita insieme ad alcuni compagni negli ultimi anni.

Lo intervista Pérez Gallo.

Qui il PODCAST!

Il trailer del documentarioRevolução” (GenX Production) sull’esperienza di Breno in Italia, in uscita a marzo 2019.

Venezuela da oggi a ieri. Una prospettiva storica sulla crisi venezuelana

Venezuela_jacobin-italia-1-990x361-d694280cDa Sopra il vostro settembre

I nodi irrisolti del chavismo

Non ci sembra inutile, come già abbiamo fatto per quanto riguarda altri paesi dell’America Latina, un tentativo di dare una prospettiva storica all’attuale crisi venezuelana. Anzitutto per un motivo forse politico ma anche eminentemente storico: il Venezuela di Chavez ieri e di Maduro oggi viene utilizzato come metro di paragone oggi per giudicare come “fallimentare” qualsiasi alternativa all’ordine neoliberale che le dittature militari degli anni Settanta-Ottanta hanno imposto nel continente. Ciò che le democrazie della transizione avevano mantenuto, i governi progressisti e rivoluzionari, che nel decennio 1999 (vittoria di Chavez in Venezuela) – 2009 (golpe in Honduras) hanno conquistato per via elettorale l’egemonia continentale, hanno radicalmente messo in discussione, insieme alla sua premessa imprescindibile: la dottrina Monroe statunitense.

Motivo eminentemente storico, dicevamo: nel giudizio euroccidentale sul chavismo e il Venezuela c’è il tipico errore di chi legge nel tempo presente da un lato l’esito già scritto, secondo una sorta di determinismo storico per cui non poteva andare diversamente; dall’altro lato considerano il presente il finale della vicenda, mentre invece la partita è ancora tutta aperta e gli scenari possibili molteplici. In secondo luogo, l’errore che anche gli stessi “chavisti duri e puri” commettono è semplificare la complessa storia venezuelana, dividendola in una sorta di “prima di Chavez” e “dopo Chavez”, negando appunto le contraddizioni del quindicennio chavista e la crisi sociale aperta dal 2013 con Maduro, ignorando che né la destra né la sinistra venezuelana (Chavez compreso) vengono dal nulla.

La crisi venezuelana ha indubbiamente cause endogene ed esogene. Tra le prime vi sono molti dei nodi irrisolti dal chavismo[1] (modello “rentista”, la monocoltura energetica a base petrolifera e la mancanza di una strategia economica di lungo periodo che andasse oltre la redistribuzione; la debolezza – o non collaborazione – dell’apparato statale nel controllo del territorio; il rallentamento del processo rivoluzionario di riforma verso l’Estado Comunal, lo Stato Comunale, decentralizzato e a democrazia radicale) e le uscite fuori dai suoi stessi binari di Nicolas Maduro[2] (la virata radicale verso il modello estrattivista e la privatizzazione delle terre a colossi dello sfruttamento minerario ed energetico, contro lo stesso movimento campesino che aveva sostenuto Chavez; il sottrarsi al confronto elettorale e ai vincoli parlamentari, cosa cui Chavez invece non aveva mai rinunciato; l’aumento del potere alla sfera militare e poliziesca, causando spaccature interne agli stessi movimenti sociali chavisti).

venezuela-riserve-energetiche
venezuela-riserve-energetiche

Ma c’è anche una sfera tra i motivi interni della crisi che si interseca con le cause esogene, che troppi fingono di ignorare, radicata nella storia del Venezuela dalla fine del cosiddetto periodo caudillista (1935) fino all’era chavista. Il “crimine” più grande di Hugo Chavez, imputato dalla destra venezuelana e latinoamericana e dagli Stati Uniti, non è il mancato rispetto delle regole democratiche (accusa tra l’altro poco fondata, che non considera all’opposto la profonda e radicata trama sociale chavista[3]), con buona pace delle anime belle liberali: <<è stato distribuire socialmente i redditi petroliferi tra l’80% della popolazione precedentemente esclusa. Questa novità senza precedenti ha allarmato l’oligarchia americana (del Nord e del Sud), ivi inclusi quei ceti della popolazione venezuelana comodamente installati nell’economia miamicentrica>>. Il modello monocolturale petrolifero non lo ha inventato Chavez, è stata un’eredità della borghesia appunto detta “rentista”, che però a differenza del lìder bolivariano ignorava cosa significasse la parola “redistribuzione” e di conseguenza “democrazia”.

<<Per lungo tempo i governi del Venezuela sono stati incapaci di diversificare un’economia che aveva nel petrolio la sola fonte di reddito. Era più facile importare tutto, in un Paese dove l’80% della popolazione non contava assolutamente nulla. Il 20% restante, l’oligarchia ed i suoi assistenti ben oliati, incassava tutti i benefici di un’economia che aveva il suo centro a Miami. Quando l’80% scendeva dalle colline a richiamare la sua parte, veniva schiacciato, come avvenne nel caracazo del 1989, un massacro che coincise temporalmente con quello di Piazza Tiananmen, ma non trova mai qualche ricordo sui media>>.[4]

Continua a leggere