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#AvenidaMiranda Puntata 23. Colombia, la pace un anno dopo

avenida-miranda-colombia18 gen. – A un anno dalla firma degli Accordi di Pace tra governo colombiano e guerriglia delle Farc – che sono valsi a Juan Manuel Santos il Nobel per la Pace – la crisi nel paese sudamericano è tutt’altro che rientrata. Sebbene i componenti del più longevo gruppo guerrigliero dell’emisfero occidentale abbiano deposto le armi e abbiano avviato percorsi di reinserimento nella legalità, violenza e insicurezza stringono la Colombia nella loro morsa. Tra gruppi paramilitari, narcotrafficanti, combattenti che hanno rifiutato la resa e nuove sigle criminali la polveriera colombiana è ancora lì, mentre i tentativi degli oramai ex guerriglieri delle Farc di ricostruirsi una vita avanzano tra innumerevoli difficoltà.

Simone Scaffidi e Marco Dalla Stella sono stati in Colombia e hanno visitato tre delle zone di transizione e normalizzazione – oggi spazi territoriali di formazione e reinserimento – dove sono inizialmente confluiti gli ex-combattenti delle Farc. Hanno ascoltato le loro storie e sentito dalla loro voce la loro opinione su questo anno che avrebbe dovuto segnare l’inizio di un nuovo corso in Colombia.

Questa puntata di Avenida Miranda ci caricherà quindi sullo scomodo sellino di una vecchia moto Kawasaki che corre veloce fra i panorami mozzafiato e le accidentate strade della Valle del Cauca, del Meta e di Antioquia. Tra diffidenti guerrigliere olandesi, improbabili candidati alle elezioni, critici burocrati della capitale e disillusi fan di Michael Jackson.

Qui il PODCAST!

 

Paramilitari in Chiapas contro gli zapatisti: fatti, contesto e comunicato di Marcos

Chiapas Escuelas-zapatistas

Un morto, José Luis Solís López, e quindici feriti tra gli zapatisti nel Caracol numero Uno, La Realidad, nel territorio del Municipio de Las Margaritas: questo il saldo dell’attacco di natura paramilitare del 2 maggio scorso ai danni delle BAEZLN (Basi d’Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas. S’è trattato di un’imboscata, non di uno “scontro tra fazioni armate”, come inizialmente avevano riportato i media nazionali e stranieri basandosi su informazioni ufficiali e tendenziose. Secondo il comunicato degli zapatisti del 5 maggio e il bollettino del centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) il 2 maggio, alle 18:30, 68 aderenti alle basi zapatiste, disarmati, sono stati attaccati da circa 140 persone armate, militanti della CIOAC-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PAN (Partido Acción Nacional) e del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM). Tanto il governo statale del Chiapas, presieduto da Manuel Velasco, come quello municipale di Las Margaritas sono attualmente in mano a quest’ultimo partito che a livello nazionale è alleato del PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere, dopo 12 anni di governi del PAN, col presidente Enrique Peña Nieto nel dicembre 2012 (nella foto: Velasco e Peña).

Chiapas Manuel velasco peña nietoL’omicidio del votán, cioè del maestro della Escuelita zapatista José Luis Solís López, persona rispettata e in vista nella comunità, è un fatto gravissimo e infame. Il maestro è stato accerchiato e linciato da una ventina di soggetti armati, infine raggiunto da tre colpi, uno alla gamba, uno al torace e un colpo di grazia alla nuca, oltre che da bastonate e sferzate di machete. Poco prima dell’attacco, alcuni aggressori hanno tagliato i dotti che portano l’acqua alle comunità zapatiste del caracol e hanno distrutto la clinica comunitaria, la scuola, gli orti e alcuni veicoli di proprietà delle BAEZLN. L’informazione attendibile è arrivata col contagocce, alcuni giorni dopo l’aggressione. Alcuni media, come il quotidiano La Jornada e la rivista Proceso, hanno rettificato le versioni iniziali che, come spesso accade, parlavano di semplici conflitti tra indigeni o “intracomunitari” e di controversie legate ai trasporti e all’uso della ghiaia o della terra della comunità.

Nell’ultimo anno ci sono stati altri due agguati mortali contro gli zapatisti: Carlos Gómez Silvano, indigeno tzetzal, è stato freddato nel marzo 2014 con 23 colpi di pistola, e Juán Vázquez Gómez è stato assassinato a fine aprile 2013. Però, nel caso di Solís, conosciuto anche come “Galeano”, non s’è trattato di una “sortita”, ma di un’operazione più grande e pericolosa per la sopravvivenza della comunità, in quanto diretta e pianificata contro un maestro dell’Escuelita zapatista, proprio nel cuore del Caracol, e contro l’intero progetto autonomo, visto che sono state danneggiate le strutture della scuola, della clinica e i dotti dell’acqua. Ancor più grave è il fatto che, a pochi metri dalla zona dell’attentato, con la mediazione di due rappresentanti del centro Frayba per i diritti umani, si stessero concludendo degli accordi proprio tra la CIOAC e gli zapatisti.

L’8 maggio il Subcomandante Insurgente Marcos ha firmato un comunicato dell’EZLNintitolato “El dolor y la rabia” in cui si legge che Galeano

non è caduto nell’imboscata, è stato circondato da 15 o 20 paramilitari (sì, lo sono, le loro tattiche sono di tipo paramilitare); il compagno Galeano li ha sfidati a battersi a mani nude, senza armi da fuoco; lo hanno bastonato e lui saltava da una parte all’altra schivando i colpi e disarmando i suoi rivali”. E continua: “Vedendo che non ce l facevano contro di lui, gli hanno sparato un colpo alla gamba tirandolo giù. Dopo questo, la barbarie: gli sono piombati addosso, picchiandolo e colpendolo col machete. Un’altro proiettile nel petto l’ha  reso moribondo. Hanno continuato a colpirlo. Vedendo che ancora respirava, un codardo gli ha sparato alla testa”. Infine “il suo corpo è stato trascinato per 80 metri dai suoi assassini e l’hanno lasciato lì. E’ rimasto solo il compagno Galeano. Il suo corpo buttato in mezzo a quelle che prima fu la terra dell’accampata di uomini e donne provenienti da tutto il mondo che arrivavano al cosiddetto ‘accampamento di pace’ a La Realidad. E furono le compagne, le donne zapatiste de La Realidad quelle che hanno sfidato la paura e sono andate a ritirare il corpo”.

Qual è l’antefatto? Il 16 marzo alcuni appartenenti alla componente “Histórica” della CIOAC, una corrente dell’associazione rurale legata al PRD (Partido Revolución Democrática) e diversa dalla corrente “Democrática” o “Independiente”, risultata da una scissione e vincolata al Partido Verde, hanno bloccato e sequestrato presso il Municipio Autonomo General Emiliano Zapata un camioncino delle BAEZLN, pieno di medicine destinate alle comunità, che veniva utilizzato per le campagne per la salute degli zapatisti. La CIOAC è stata aiutata anche da membri del PAN e del Verde. Il pretesto per impossessarsi della camionetta e mantenerla sotto sequestro presso la casa ejidal, sede del potere di controllo sull’ejido, un territorio gestito come proprietà comune nel municipio de Las Margaritas, era piuttosto subdolo: secondo la Central “CIOAC” il furto del camioncino e del suo contenuto era la risposta a una presunta appropriazione indebita di ghiaia da parte degli zapatisti. In realtà il materiale da costruzione usato dagli zapatisti de La Realidad è adibito ad uso comune con gli altri gruppi della zona e non ha, quindi, un “proprietario”. Men che meno ne decidono le sorti le autorità municipali ufficiali o quelle dell’ejido, legate rispettivamente al PVEM e alla CIOAC-H(istórica).

Chiapas mural zapatistaDopo due tentativi frustrati da quest’ultima, finalmente il primo maggio comincia un dialogo per la risoluzione del problema tra i delegati della Central, Alfredo Cruz e Roberto Alfaro, e quelli delle BAEZLN, tra cui c’è anche “Galeano”, la vittima degli attentati del giorno seguente, e due garanti del Frayba. Il dialogo diventa una “riunione permanente” e, dopo alcune ore di stallo, il delegato Cruz propone l’intervento dell’ex deputato federale del PRD Luís Hernández, dirigente della CIOAC in Chiapas, e abbandona più volte l’incontro per contattare i suoi superiori. Il 2 maggio si presentano 15 militanti della Central davanti alla casa della Giunta del Buon Governo, sede del governo autonomo zapatista in cui si svolgevano le negoziazioni, per intimare agli zapatisti la “liberazione” di un presunto ostaggio, Roberto Alfaro. E’ una provocazione bella e buona. Alfaro, però, smentisce ai suoi d’essere stato rapito e integra i “15” nel dialogo. Ciononostante, verso le sei e mezza di sera circa 140 militanti di PVEM, PAN e CIOAC-H, armati di pistole, fucili, machete, bastoni e pietre, entrano nel municipio, intercettano e attaccano violentemente una settantina di zapatisti che, nel frattempo, erano arrivati da fuori alla Realidad per svolgere alcuni lavori comunitari. Vero le otto e mezza gli zapatisti del caracol e quelli che stavano dialogando presso la Giunta del Buon Governo accorrono per evitare la distruzione della scuola e della clinica e poi in difesa delle basi attaccate, ma sono aggrediti a loro volta.

Chiapas jbg-oventicViene ucciso brutalmente “Galeano” e ci sono 15 feriti. Appare chiaramente la volontà punitiva degli aggressori nell’ambito di un’operazione pianificata. E infatti, riporta il comunicato di Marcos che “una donna deicontras [gruppi anti-zapatisti] ha raccontato che è stato pianificato e che di per sé il piano era ‘fottere’ Galeano”. Il 5 maggio il governo del Chiapas sostiene di aver arrestato cinque persone, che sono state interrogate e rilasciate dopo alcune ore, ma di queste solamente una è stata riconosciuta come facente parte della CIOAC dalla Giunta del Buon Governo del Caracol Uno. Le basi zapatiste hanno deciso di lasciare alla Comandancia dell’EZ la responsabilità d’indagare e fare giustizia su questo caso. Spiega il Sub-Marcos:

La CIOAC-Histórica, la sua rivale CIOAC-Independiente e altre organizzazioni ‘contadine’ come la ORCAO, ORUGA, URPA a altre, vivono della provocazione di scontri. Sanno che provocare problemi nelle comunità dove abbiamo presenza piace ai governi. E che sono soliti premiare con progetti e grosse mazzette di banconote per i dirigenti i danni che ci causano. Secondo le parole di un funzionario del governo di Manuel Velasco: “ci conviene di più che gli zapatisti siano occupati da problemi creati artificialmente piuttosto che si mettano a fare attività a cui arrivano ‘güeros‘ [biondi, stranieri] da ogni dove”. Ha detto proprio così ‘güeros’. Sì, è comico che così s’esprima il servitore di un ‘güero’. Ogni volta che i leader di queste organizzazioni “contadine” vedono diminuire il proprio budget per colpa delle abbuffate che si fanno, organizzano un problema e vanno dal governo del Chiapas affinché li paghi per “calmarsi”. Questo “modus vivendi” di dirigenti che nemmeno sanno distinguere tra “sabbia” e “ghiaia” è iniziato con il priista e è stato ripreso dal lopezobradorista [seguace dell’ex candidato presidenziale López Obrador] Juan Sabines e si mantiene con l’auto-nominato verde ecologista Manuel “el güero” Velasco”.

Andando oltre i precedenti e i fatti dell’uno e due maggio, è importante menzionare alcuni elementi che aiutano a chiarire i motivi e il contesto di quest’aggressione:

  • Non si tratta di un conflitto intracomunitario o di una guerra che ogni tanto torna ad apparire, magari per “futili motivi”, come in un primo momento i mass media avevano riportato, facendo ampio uso di fonti ufficiali prive di contesto e di fonti della CIOAC, secondo una strategia mediatica ormai nota e oliata;
  • Non si tratta nemmeno di un “enfrentamiento”, di uno scontro, come si leggeva nei primi articoli pubblicati in Messico, ma di un attacco per cui solo da una parte si contano morti e feriti;
  • I mezzi di comunicazione autonomi e indipendenti si sono attivati piuttosto tardi rispetto almainstream, il che ha dato adito a speculazioni che poi piano piano sono rientrate anche grazie alla nota emessa dal Frayba;
  • L’attacco è stato portato a termine nonostante la presenza dei difensori dei diritti umani del Frayba nella località, anzi proprio durante la fase finale delle negoziazioni per un caso, quello dell’uso comune della ghiaia e del furto/sequestro di un veicolo zapatista che era usato per altri fini, che appare anch’esso una provocazione, lanciata per suscitare una reazione, magari violenta, delle BAEZLN che, però, non c’è stata;
  • Tanto la CIOAC “histórica” come quella “democrática”, nonostante le loro origini popolari e contadine negli anni sessanta e alla loro immagine “progressista”, agiscono con metodi e strategie di tipo paramilitare, sono organiche ai partiti, vi si legano per ottenere favori, protezioni e quote di potere locale e nazionale, e compongono così gli ingranaggi di un meccanismo o di una strategia più ampia di controinsurrezione e repressione dell’esperienza dell’autonomia in Chiapas;
  • Come documentò il Frayba, organismo per la difesa dei diritti umani presieduto dal vescovo di Saltillo, Raúl Vera, fu proprio la CIOAC ad attaccare le BAEZLN poche settimane fa, lo scorso 30 gennaio, malgrado avessero sottoscritto un compromesso di “non belligeranza” nel novembre 2013: 300 persone della Central, armate di pietre e bastoni, aggredirono gli zapatisti del Caracol di Morelia, nel Municipio Autonomo XVII de Noviembre, e il saldo fu di sei feriti di cui due molto gravi;
  • Quello contro Solís López è il terzo agguato mortale in un anno, ma c’è stata un’escalation della tipologia delle azioni e degli obiettivi (il colpo di grazia, l’interruzione di un dialogo-negoziato, la penetrazione nel cuore della comunità, la numerosità dei gruppi, la visibilità della vittima), probabilmente (ma non solo) per via del “risveglio” zapatista in seguito alla marcia silenziosa dei 40.000, per ricordare la strage di Acteal nel dicembre 2012, alla serie di comunicati del Subcomandante Marcos o Delegado Cero e alla riattivazione delle reti di solidarietà internazionale e nazionale promossa dall’EZ nel 2013 con l’iniziativa delle “Escuelitas Zapatistas para la Libertad según los y la Zapatistas” che ha riportato in Chiapas migliaia di compagni, attivisti e simpatizzanti in un nuovo processo di avvicinamento e diffusione della filosofia e della prassi dell’autonomia zapatista;
  • Altre possibili spiegazioni dell’inasprimento repressivo: (a) boicottare l’evento organizzato da CIDECI-UNITIERRA-Chiapas e dai collettivi di alunni delle Escuelitas, con la partecipazione dell’EZ, che è previsto dal 2 all’8 giugno a San Cristobal de las Casas e che prevede un tributo a Luis Villoro Toranzo e un seminario con intellettuali e militanti invitati da tutto il mondo intitolato “Etica frente al despojo” (“Etica di fronte alla spoliazione”); (b) far fallire l’incontro degli zapatisti nel Cogresso Nazionale Indigena con i popoli originari del Messico e del mondo e le loro organizzazioni, previsto dal 26 al 31 maggio e ora sospeso, come spiega il comunicato dell’8 maggio; (c) spingere la Comandancia o le basi a una reazione che giustifichi nuovi attacchi; (d) il contesto nazionale delle “riforme strutturali”, specialmente della riforma energetica che, dopo l’approvazione delle modifiche costituzionali, sta per essere recepita con delle leggi ordinarie e aprirà fortemente il settore energetico, insieme ad altri, agli investimenti stranieri per cui, un territorio ricco di risorse energetiche, minerarie, turistiche e di biodiversità come il Chiapas sarà più ambito di quanto non lo sia già stato in passato;
  • l’EZLN è sotto attacco da sempre e non è mai stato in silenzio, ha sempre denunciato sul web, con comunicati, coi mezzi a propria disposizione e tramite le sue reti, la politica di persecuzione e repressione che, con diverse intensità a seconda del momento politico, economico e storico, ha colpito le sue basi, la Comandancia e gli aderenti alla Sexta Declaración de la Selva Lacadona, soprattutto in Messico.

Questi passaggi del comunicato del Sub Marcos aiutano a capire meglio la situazione e mostra alcuni risultati preliminari dell’indagine della Comandancia:

“I primi risultati delle indagini, così come le informazioni che ci giungono, non lasciano adito a dubbi: 1. S’è trattato d’una aggressione pianificata, organizzata militarmente e portata a termine in malafede, premeditazione e vantaggio. Ed è un’aggressione inserita in un clima creato e foraggiato dall’alto. 2. Sono implicate le direzioni della cosiddetta CIOAC-Histórica, del Partido Verde Ecologista (nome con cui il PRI governa nel Chiapas), il PAN e il PRI. 3. E’ implicato almeno il governo dello stato del Chiapas. E’ da determinare il grado di coinvolgimento del governo federale. Riassumendo: non s’è trattato di un problema della comunità, dove due bandi s’affrontano infuriati dalla situazione. E’ stata una cosa pianificata: primo, la provocazione con la distruzione della scuola e della clinica, sapendo che i nostri compagni non avevano armi da fuoco, e che sarebbero andati a difendere ciò che umilmente avevano costruito con il loro sforzo; poi, le posizioni che hanno preso gli aggressori, prevedendo la strada che avrebbero seguito dal caracol alla scuola; e alla fine il fuoco incrociato contro i nostri compagni”.

“Ora sono arrivate informazioni su una riunione dei dirigenti della CIOAC-Histórica. I dirigenti dicono letteralmente: “con l’EZLN non si può negoziare coi soldi. Ma, una volta arrestati tutti quelli compaiono sul giornale, che li rinchiudano 4 o 5 anni, dopo che s’è calmato il problema, si può negoziare col governo per la loro liberazione”. Un altro aggiunge: “o possiamo dire che c’è stato un morto tra i nostri e così c’è un pareggio di un morto per ciascuno de bandi, e che si calmino gli zapatisti. Ce lo inventiamo che è morto o lo ammazziamo noi stessi e così resta risolto il problema”.

Il comunicato conclude citando il modello della strage di Acteal del 1997 che “dall’alto comincia ad essere incoraggiato”, dato che i media hanno parlato di “un conflitto intracomunitario per un cumulo di sabbia”. E aggiunge: “Così continua la militarizzazione, il vociare isterico della stampa addomesticata, le simulazioni, le menzogne, la persecuzione. Non è gratuito che lì ci stia proprio il vecchio Chuayffet [attuale ministro dell’istruzione ed ex ministro degli interni 1995-1998], adesso con zelanti alunni nel governo del Chiapas e nelle organizzazioni ‘contadine’”. Infine l’EZ, per decisione del Subcomandante Insurgente Moisés, ha annunciato che “le attività pubbliche di maggio e giugno sono state sospese per un tempo indefinito, così come i corsi della libertà secondo gli/le zapatisti/e”, delle Escuelitas.

I Link
Messaggi di solidarietà con le comunità zapatiste da tutto il mondo: QUI
Andrea Spotti racconta i dettagli dell’aggressione su Radio Onda d’Urto: QUI
Comunicato dell’8 maggio Subcomandante Marcos/EZLN: QUI
Audio in spagnolo di Radio Zapatista e altri link utili: QUI
Comunicato originale della Giunta del Buon Governo La Realidad: QUI
Analisi sui media, la CIOAC e la strategia controinsurrezionale: QUI
Articolo sulla Escuelita in spagnolo, La Jornada: QUI
Comunicato eventi 26-31 maggio e 2-8 giugno e passi successivi dell’EZLN: QUI

Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Honduras senza diritti

Honduras: un documentario e un’intervista. Il video è stato girato nella penisola di Zacate Grande, dove si trova anche l’accampamento di osservazione dei diritti umani sostenuto dal COFADEH, il Comitato dei Familiari dei Desaparecidos in Honduras. Si tratta di un documento di grande valore (sottotitolato in italiano) perché è una testimonianza diretta delle problematiche vissute dalla stragrande maggioranza della popolazione rurale di questo paese nell’era post-golpe, cioè sotto la presidenza di Porfirio Lobo, succeduto a Manuel Zelaya dopo che questo fu cacciato manu militari dal paese nel giugno 2009 (cronologia golpe). E’ un’autoproduzione che hanno girato Raffaella Mantegazza e Yukai Ebisuno in collaborazione con il Collettivo Italia Centro America CICA. L’idea era quella di raccontare attraverso la microstoria di Franklin e Pedro, leader di ADEPZA, l’organizzazione campesina Asociación por el Desarrollo de Península de Zacate (Associazione per lo sviluppo della penisola di Zacate), le ingiustizie che si stanno vivendo in Honduras dopo il colpo di stato del 2009. Per spiegare meglio l’emarginazione, gli abusi, il fenomeno dei paramilitari (o “polizie private”) e la povertà pubblico un’intervista a Raffaela che ha potuto toccare con mano la situazione e raccontarcela in modo diretto. Ringrazio Raffaella e Yukai per l’intervista, per le splendide foto allegate e i chiarimenti che vedrete e leggerete subito sotto il video.

L’Honduras è attualmente il paese più violento del mondo, con un tasso di omicidi che supera le 80 unità per ogni 100.000 abitanti: per capirci, il famigerato Messico della guerra al narcotraffico mantiene comunque un tasso “ragionevole”, anche se drammaticamente in crescita da 5 anni, di 18 omicidi ogni 100.000 abitanti e solo alcuni stati del Nord come Chihuahua o Sinaloa superano la soglia dei 50. Il paese centroamericano ha vissuto una grave retrocessione democratica dopo il golpe, un aumento delle denunce per sparizioni forzate e violazioni gravi ai diritti umani mentre in economia fa affidamento sugli investimenti stranieri, anche in agricoltura o nell’energia, e sul fantomatico ideale delle città-modello o charter city, dei piccoli paradisi tipo Singapore isolati dal resto paese, delle isole finte di “primo mondo” che secondo il presidente trascineranno il resto dell’economia.

Quando e quanto tempo sei stata in Honduras?
Parlo al plurale perché sono stata in Honduras con il mio compagno Yukai con cui vivo e lavoro: siamo stati quasi 4 mesi, da fine settembre 2011 ai primi di gennaio 2012, nella penisola di Zacate Grande nel Golfo pacifico di Fonseca tra Salvador e Nicaragua, abitata da campesinos e pescatori, e poi nella regione di Intibucá, abitata principalmente da indigeni Lenca, come osservatori dei diritti umani e come foto-documentaristi, in collaborazione con il CICA (Collettivo Italia Centro America). Viviamo tra il Messico (dove vive metà della mia famiglia) e l’Italia, dove abitiamo in un ecovillaggio tra Torino e Milano, tra le risaie del novarese e ci dedichiamo, oltre alla nostra ricerca personale attraverso il mezzo audiovisivo, all’agricoltura biologica e all’organizzazione di eventi per proporre un stile di vita verso la decrescita. Attraverso il racconto di microstorie cerchiamo di indagare la realtà e allo stesso tempo proporre una riflessione critica del modello culturale dominante: per noi l’etica e l’estetica sono strettamente interconnesse e crediamo che l’atto creativo sia una forma di agire politico oltre che una ricerca espressiva.
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In termini generali, com’è la situazione (politica, sociale, economica, dei diritti) nella regione di Zacate? E nel resto del paese?
La situazione del paese è di instabilità e violenza a causa della repressione silenziosa ed invisibilizzata che l’oligarchia nazionale e le corporazioni multinazionali (con l’appoggio del nuovo governo) stanno portando avanti. Economicamente il governo sta intessendo rapporti di vendita di terre per le monocolture di palma africana o per l’installazione di impianti eolici o idroelettrici per le energie rinnovabili su larga scala. In particolare a Zacate Grande la pesca artigianale tradizionale è stata distrutta da pochi anni di pesca intensiva ed è stata sostituita dall’industria dei gamberi diventando l’unica possibilità di lavoro redditizio. I campesinos e pescatori zacategni vivono da almeno tre generazioni nella penisola, ma nonostante la legge nazionale tuteli la popolazione locale, sostenendo che il diritto di proprietà della terra è chi vive da più di dieci anni in modo pacifico sullo stesso territorio, i titoli di quasi tutta la penisola sono stati venduti all’imprenditore Miguel Facussè (chi è costui?).

Com’è visto Porfirio Lobo dai contadini e pescatori della regione?
Il nuovo presidente è visto come un golpista e una pedina degli Stati Uniti, mentre Mel Zelaya ha perso molta credibilità da quando è ritornato nel paese, perché ha contribuito, con la stretta di mano all’attuale presidente avvenuta durante l’incontro di Cartagena, alla diffusione nell’opinione pubblica internazionale, dell’idea che in Honduras la situazione si sia normalizzata e che le violazioni dei diritti umani siano ormai finite.

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Ci sono paramilitari? Operano anche forze governative “ufficiali”?
La zona dell’Aguán è ormai completamente militarizzata, mentre ci sono paramilitari che provengono dalla Colombia, secondo alcuni difensori dei diritti umani della capitale. A Zacate Grande ci sono i sicari di Miguel Facussè, oltre alle forze ufficiali come polizia (molti dei quali sono corrotti) ed esercito, il quale ha da poco assunto poteri speciali di azione equiparandosi di fatto alla polizia.

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Che azioni portano avanti rispetto alla popolazione e ai militanti politici?
Diciamo che la strategia adottata è quella del “divide et impera” fra i membri della stessa comunità, oltre a un diffuso stato di paura (minacce, sfollamenti, aggressioni). Una buona parte delle terre in cui vive la popolazione di Zacate Grande è di proprietà ufficiale di Miguel Facussè Barjum, per questo vengono costantemente minacciati soprattutto i militanti politici e i leader comunitari. Attualmente il fronte più violento è nell’Aguan, dove le comunità di campesinos stanno subendo una repressione armata.

Come reagisce la gente? Che altre strade ci sono?
La gente è indignata, ma ha capito che unendosi può contribuire a un cambiamento ed è il COPINH (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras) il motore della rifondazione dal basso di un nuovo Honduras: attraverso corsi di formazione, sostegno alle comunità, diffusione delle notizie tramite le radio comunitarie e con l’accompagnamento della solidarietà internazionale, sta portando all’attenzione mondiale, in collaborazione con il COFADEH, le violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo in Honduras. Di Fabrizio Lorusso

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México: carta protesta a la Jornada por los hechos violentos de San Juana Copala

Sra Directora.

Agradecemos la publicación de la presente.

Los abajo firmantes, estudiantes de la Maestría y Doctorado de Estudios Latinoamericanos de la UNAM, expresamos nuestro repudio ante el ataque armado cometido el pasado 27 de abril por paramilitares de la Unión de Bienestar Social de la Región Triqui (UBISORT) contra la Caravana de Apoyo y Solidaridad con el Municipio Autónomo de San Juan Copala, en el que fueron asesinados 2 integrantes de ésta: el ciudadano finlandés Jyri Antero Jaakkola y la compañera Beatriz Alberta Cariño Trujillo, de CACTUS. Denunciamos como responsables de este cobarde atentado a los dirigentes de la UBISORT,y a Ulises Ruiz Ortiz, gobernador de Oaxaca, por el estado de tensión e incertidumbre que persiste en el municipio autónomo.

Claudia Chamorro, Fabiola Meléndez, Laura Palma, Claudia Araceli González, Flavio Barbosa, Mylai Burgos, Amaranta Cornejo, Arantxa Tirado, Carla Valdespino, Mariana Berlanga, Job Hernández, David Bonilla, Fabián Campos, Sergio Méndez, Tania Ocampo, Alejandro López, Lucila Navarrete, Heriberto Paredes, Maider Elortegi, Hilda Vázquez, Fabiola Camacho, Gabriel Nagore, Marlene Romo, Lucía Linsalata, Odín Ávila, Mireille Campos, Karla Ramírez, Alejandro López, Stefan Pimmer, Karla Silva, Nadia Chávez León, Fabrizio Lorusso, César Ortega, Teresa González, Jessica Mendoza, Juan Cárdenas, Leonardo Olivos, Miriam Lastiri, Aline Magaña, Dolores Camacho, Ramón Ortiz, Griselda Campos, Itza Varela..

Colombia: manuale per minacciare gli oppositori politici della polizia

Riporto un’interessante segnalazione dell’amico Martin e Selvas.org. Svelato un documento importante per capire l’istituzionalizzazione della violenza in Colombia. E non solo in Patria. Una pratica con regole e comandi precisi. Solo un esempio di come anche in Italia corriamo il pericolo di questa violenza: “Neutralizzare le azioni destabilitrici delle ONG in Colombia e nel mondo”.

Haiti: Al Jazeera trasforma un paramilitare in eroe…

Non è il primo media che lo fa, anzi, prima erano quelli “occidentali” e statunitensi che dipingevano come eroi molti paramilitari e assassini ad Haiti.

AlJazeera versione inglese fa passare il sanguinario Guy Philippe come un patriota, ribelle antiamericano e critico del governo attuale con un’intervista e dei commenti scandalosi…

Philippe è in realtà un paramilitare, ex capo della polizia a Cape Haitien nel nord di Haiti e responsabile di massacri e abusi durante le ribellioni armate finanziate dalla CIA e altre agenzie USA per spodestare l’ex presidente Aristide nel 2003-2004. Altro che ribelle ed eroe…

Segnalo un paio di link al riguardo:

HUMAN RIGHTS WATCH

HCV HAITI ANALYSIS

Estratti da Punto e a capo, il libro intervista al Subcomandante Marcos

E’ uscito finalmente in Italia “PUNTO E A CAPO. Presente, passato e futuro del movimento zapatista”, la traduzione del libro “CORTE DE CAJA. Entrevista al Subcomandante Marcos”, arrivato alla sua quarta ristampa in Messico e già tradotto in tedesco, che comprende una lunga intervista realizzata in due sessioni dalla giornalista messicana Laura Castellanos alla più nota figura e portavoce dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), il Subcomandante Insurgente Marcos a 7 anni dall’inizio dell’esperimento autonomo delle Juntas de Buen Gobierno e a 4 anni dal lancio dell’iniziativa politica della Otra Campaña, proposta come alternativa dal basso al sistema politico fondato sulla rappresentanza dei partiti tradizionali.

Il libro rappresenta un bilancio a 7 anni dall’inizio dell’esperimento autonomo delle Juntas de Buen Gobierno e a 4 anni dal lancio dell’iniziativa politica della Otra Campaña, proposta come alternativa dal basso al sistema politico fondato sulla rappresentanza partitica.

Dal 18 novembre è infatti nelle librerie PUNTO E A CAPO. Presente, passato e futuro del movimento zapatista, edito da Edizioni Alegre con oltre cento pagine di dialoghi realizzati dalla giornalista messicana Laura Castellanos con Marcos, alias Delegado Cero, e alcune foto inedite, scattate dal fotografo messicano Ricardo Trabulsi, del Subcomandante sullo sfondo del caracol de La Garrucha in Chiapas.
Trovalo qui: http://www.lafeltrinelli.it/products/9788889772348/Punto_e_a_capo/Subcomandante_Marcos.html?cat1=1&cat2=1101&cat3=20131
http://www.ndanet.it/puntoeacapo.php

Ecco infine alcuni brevi estratti delle parole di Marcos:

Risultati:

“L’EZLN si trova in uno stato d’indeterminazione, siamo abituati a questo ed è così che ci vengono meglio le cose”.

“Nelle comunità zapatiste non è che si sia ricchi però non c’è più la fame. Prima c’era mentre ora tutti hanno da mangiare grazie al loro lavoro”.

“Quello che è successo con l’Ezln è che l’organizzazione ha prodotto un altro tipo di persone: la gioventù che è cresciuta nella resistenza”.

“Quello che vogliamo è evitare che la politica sia dei professionisti e che diventi una carriera o un modo di vivere”.

“D’altra parte si tratta di un processo di governo partecipativo. Vogliamo farla finita con l’idea secondo cui governare è una faccenda da specialisti”.

Ripensamento personale:

“Se pensassi di cambiare qualcosa sarebbe questo, non essere stato così protagonista nei media”

Amore:

– Come vivi l’amore in clandestinità?

– Cazzo! Difficile! – Lo disse con sincero rammarico. – Adesso è più complicato di prima, quando io ero io, mentre ora non sono più interamente io. Oggi sono in parte me stesso e in parte un altro.

I mass media:

– Tanto per fare un esercizio di giornalismo, chi ti piacerebbe intervistare?

– Mi piacerebbe intervistare un pezzo grosso di una qualche televisione come Emilio Azcárraga Jean di Televisa o Ricardo
Salinas Pliego di Televisión Azteca per chiedergli come fanno a rovesciare la realtà dei fatti.

Oppure il padrone della Cnn per domandargli come hanno riscritto tutta la storia della prima guerra in Iraq per presentarla in una determinata maniera. Chiederei loro anche come si sentono quando lo fanno.

Passamontagna:

– E che si sente ad andare in giro con il passamontagna?
– Molto caldo quando fa caldo e quando fa freddo, siccome la tela è molto sottile, si attacca alla pelle e si indurisce. Davvero, non mi solleverò più in armi con il passamontagna!

Latino America:

“Il Che ci ha anticipato. È un uomo di una generazione che non è ancora nata”.

Gli irrinunciabili:

“Sì, ho un esemplare del Don Chisciotte. I libri a volte me li porto dietro per un po’ e dopo li mollo, ma gli irrinunciabili sono il Chisciotte, un’antologia di Miguel Hernández e un’altra di Pablo Neruda, I versi del Capitano”.

Futuro:

“L’EZLN si trova in uno stato d’indeterminazione, siamo abituati a questo ed è così che ci vengono meglio le cose. Sappiamo su che cosa non possiamo contare. Non sappiamo se quello che s’è risvegliato durante la Otra Campaña, e la gente sparsa per tutto il Paese, apriranno la strada a una nuova forma di organizzazione per portare a termine il programma nazionale di lotta, o se quella strada la dovrà aprire l’Ezln da solo”.

Colombia e Venezuela, anni difficili

Venti di guerra?
Le relazioni tra la Colombia e il Venezuela stanno vivendo in questi giorni momenti di forte tensione con la chiusura delle frontiere, le accuse reciproche di spionaggio, l’apparizione di morti e una specie di guerra fredda che rischia di trasformarsi in guerra calda. Infatti il presidente venezuelano Hugo Chavez ha spinto militari e civili a “prepararsi per una guerra” con la vicina Colombia e ha inviato 15-20mila soldati a proteggere la frontiera mentre il presidente colombiano Alvaro Uribe da Bogotà annuncia il ricorso alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Dopo una serie di incidenti in cui due membri della Guardia Nazionale venezuelana sono stati assassinati da gruppi di paramilitari colombiani e dieci colombiani sono stati sequestrati e uccisi in Venezuela l’ottobre scorso nei pressi della frontiera di Cucuta, i due paesi si sono rivolti accuse reciproche di spionaggio e di violazioni della sovranità. Sembra che i responsabili del massacro dei dieci colombiani appartengano all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, la seconda guerriglia della Colombia) anche se altre fonti parlano di una mattanza causata da gruppi paramilitari.

La polizia venezuelana ha arrestato alcuni agenti del DAS (Departamento Administrativo de Seguridad) colombiano sospettati di spionaggio. Questi incidenti avvengono nel contesto di una “frontiera difficile” di 2.219 chilometri per metà occupati da una foresta tropicale e in cui operano circa 650 uomini delle guerriglie colombiane, tre bande di paramilitari che mantengono attivi oltre 100 accessi per il commercio di droga, circa 1500 contrabbandieri di benzina e alcuni gruppi di delinquenti comuni e narcotrafficanti. Una complicazione ulteriore è che già dall’estate il Venezuela aveva manifestato la sua opposizione all’accordo militare tra gli USA e la Colombia che viene considerato una vera e propria burla verso tutti i paesi del Sudamerica e i sistemi d’integrazione latino americani.

La popolazione della zona di frontiera, dotata di un certo pragmatismo e calata nella vita quotidiana fatta di lavoro, commercio, relazioni familiari e sociali a livello locale, sembra più disposta a evitare conflitti e a mantenere il proprio stile di vita che ha creato una connessione culturale ed economica peculiare in un territorio inteso come patrimonio comune dei due paesi.

Gli analisti non vedono ancora l’imminenza di una guerra quanto piuttosto una escalation nei toni e nelle ritorsioni commerciali e diplomatiche prese dai due paesi a causa dell’ennesimo incidente di frontiera in cui il conflitto interno colombiano sconfina nel territorio vicino. Simili tensioni interessano con frequenza la frontiera sud tra l’Ecuador, governato dall’alleato di Chavez Rafael Correa, e la Colombia, provocando crisi diplomatiche endemiche e pregiudicando l’economia colombiana che invia a questi due paesi il 22% delle sue esportazioni.

Invece s’identifica l’inasprimento delle relazioni bilaterali e dei toni da guerrafondai dei due mandatari con l’erosione relativa del consenso interno dei due presidenti che dovranno affrontare l’anno prossimo il test delle elezioni politiche in una situazione di razionamento energetico e crisi economica eccezionale in cui è gioco forza spostare l’asse della discussione verso nemici e minacce esterne che in qualche modo unificano l’opinione pubblica nazionale. Inoltre Uribe è anche in attesa di una risoluzione della Corte Suprema che gli permetta di aspirare a governare il paese per la terza volta consecutiva in caso di rielezione, possibilità che è attualmente vietata dalla Costituzione colombiana.

D’altro canto Chavez potrebbe desiderare il raffreddamento delle relazioni commerciali con la Colombia data la forte asimmetria che le caratterizza: il 2008 è stato un anno record per il commercio bilaterale ma il Venezuela presenta un deficit commerciale con la Colombia di circa 5700 milioni di dollari, conto da pagarsi anche tramite l’esportazione di gas e petrolio attualmente deprezzati sui mercati internazionali. A Caracas il parlamento ha ratificato il suo sostengo alla posizione del governo contro l’accordo di cooperazione militare USA-Colombia anche se dall’opposizione si sono levate voci critiche contro il discorso di Chavez sulla “sovranità nazionale” che viene difesa a oltranza con minacce di guerra se si tratta degli Stati Uniti o della Colombia mentre viene rinegoziata e allentata quando riguarda paesi come la Russia o Cuba.

Uguali e diversi
Non è la prima volta che assistiamo ai litigi e alle grandi manovre tra queste due nazioni andine (ma anche caraibiche), anzi, negli ultimi anni sono volate minacce, screzi diplomatici, ritorsioni commerciali e accuse tra i due “uomini forti” e ideologicamente lontani che le governano: Hugo Chavez, promotore del socialismo del secolo XXI d’ispirazione “bolivariana”, favorevole all’unità latino americana e allo statalismo, difensore del nazionalismo e dell’antimperialismo; e Alvaro Uribe, fedele alleato di Washington, sostenitore del libero mercato e degli investimenti stranieri tout court, indirettamente coinvolto in scandali di corruzione e para-politica (legame tra politici e gruppi di paramilitari), noto per la politica di “mano dura” contro guerriglie e narcotraffico.

In realtà i due presidenti hanno anche numerosi aspetti in comune come la forte presenza mediatica, carismatica e comunicativa nella loro relazione con le masse popolari e i mezzi di comunicazione, sono molto vicini alle rispettive forze armate nazionali e spesso ricevono critiche per i loro eccessi di autoritarismo nonostante si dichiarino profondamente democratici.
Inoltre sono noti per le loro capacità oratorie e per l’aurea di populismo che circonderebbe il loro operato e la loro retorica. Sembra anche che entrambi amino il potere e vogliano restare indefinitamente in carica grazie a modifiche costituzionali che permettono due o più rielezioni del capo di Stato, il che lascia intravedere un’alta autostima e un’idea di imprescindibilità e necessità presente nei due personaggi.

 

Storiche tensioni
Una piccola rassegna storica delle relazioni tra Colombia e Venezuela può aiutare a chiarire la portata della crisi attuale che sembra stia lentamente rientrando con le ultime dichiarazioni di Chavez che dice di non aver voluto istigare alla guerra ma solo “alla difesa del paese da un eventuale attacco”.

 

Nel maggio 2004 Chavez denuncia un complotto ordito da gruppi di colombiani e statunitensi e informa della cattura di oltre 50 presunti mercenari colombiani nelle montagne a sud di Caracas. Dopo le denunce del presidente venezuelano e la rottura diplomatica conseguente, i toni s’ammorbidiscono e il Venezuela nega il coinvolgimento del governo colombiano in quegli incidenti.

Nel settembre dello stesso anno appaiono 6 o più cadaveri in seguito a un “incidente” causato da un attacco di un gruppo irregolare colombiano alla frontiera tra i due paesi. Ad oggi non si conoscono gli autori dei delitti ma vengono attribuiti tanto alla guerriglia come ai paramilitari colombiani che trasferiscono la loro guerra interna in territorio venezuelano e causano le veementi reazioni di Chavez che sottolinea come la guerriglia colombiana “non sia una nemica ma che lo diventa nel momento in cui persevera coi suoi sconfinamenti in Venezuela”. Di nuovo due mesi dopo al vertice di Cartagena Chavez ricuce le relazioni con Uribe sostenendo che non aiuterà mai la guerriglia. Nel gennaio 2005 Hugo Chavez richiama l’ambasciatore colombiano e sospende temporaneamente i rapporti commerciali con la Colombia in seguito alla cattura del guerrigliero Rodrigo Granda in territorio venezuelano, atto considerato come violazione della sovranità. La Colombia nega e ribadisce il suo diritto a liberarsi del “terrorismo” accusando il Venezuela di proteggere i guerriglieri. La crisi rientra dopo poche settimane, una volta superato il fuoco retorico appiccato dai due presidenti che in una riunione a Caracas dichiarano la loro “fratellanza e stima reciproca”.

Nel novembre 2007, dopo il fallimento della negoziazione del presidente venezuelano che aveva cercato di ottenere un accordo umanitario con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) ed era stato poi estromesso dal suo omologo colombiano, Chavez descrive come “congelate” le relazioni bilaterali e come “menzognero” Alvaro Uribe che a sua volta lo accusa di voler “incendiare tutta l’America Latina” ed espandere la sua influenza nella regione.

Nel marzo del 2008 la morte del comandante guerrigliero Raul Reyes, il numero due delle FARC, durante un attacco illegale realizzato dalla forza aerea colombiana in territorio ecuadoriano provoca la reazione di Chavez che rompe le relazioni diplomatiche, chiude le frontiere nel mezzo di un’aspra polemica che sfocia nell’invio di truppe colombiane e venezuelane sui rispettivi confini.

Stranamente il Messico del presidente Felipe Calderon, vicino a Uribe politicamente, non adotta una posizione forte e decisa contro la Colombia riguardo al bombardamento in Ecuador, nonostante nell’operazione siano morti anche 4 studenti messicani della Universidad Nacional Autonoma de Mexico che si trovavano nell’accampamento delle FARC.

Hugo Chavez definisce Uribe questa volta come un “criminale, paramilitare, narcotrafficante e servo dell’impero” e rende omaggio a Reyes con un minuto di silenzio. Uribe reagisce con la minaccia di denunciare Chavez dinnanzi alla Corte Penale Internazionale per “patrocinio e finanziamento di genocidi”. Dopo il vertice del Gruppo di Rio a Santo Domingo scoppiano ancora la pace e le dimostrazioni d’affetto tra i due, vengono ritirate le truppe dalla frontiera e si ristabiliscono le relazioni diplomatiche. Uribe ritira quindi le sue minacce di denuncia formale a livello internazionale e Chavez chiede a Uribe di rinunciare alla “dottrina Bush” che prevede la lotta al terrorismo in qualunque luogo si trovi “per non far cadere nel baratro l’America Latina”.

Nel luglio 2008 Uribe ottiene una vittoria morale importante con l’operazione militare che porta alla liberazione della famosa ex candidata presidenziale di nazionalità franco-colombiana Ingrid Betancourt rapita sei anni prima dalle FARC.

Nel marzo 2009 Chavez definisce il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, come “il pupillo della destra americana”, “una minaccia per il continente” e rappresentante “della corrente più fascista dell’oligarchia USA” in seguito alle dichiarazioni di quest’ultimo sugli atti di persecuzione dei “terroristi” fuori dal territorio nazionale da lui interpretati come “legittima difesa accettata dal diritto internazionale”. Anche in questo caso il conflitto viene risolto con una serie di incontri bilaterali e la stipula di accordi economici e lo scambio di battute scherzose.

Nel maggio 2009 Chavez dichiara che si terrà lontano dal conflitto colombiano dato che si tratta “della loro guerra” ma poi nel luglio 2009 durante le negoziazioni dell’accordo militare tra la Colombia e gli Stati Uniti, che prevede l’arrivo di soldati USA per operare in 7 basi militari colombiane, la tensione cresce di nuovo e Chavez sostiene che si dovranno rivedere le relazioni con la Colombia in caso di firma degli accordi. In risposta Uribe chiede maggiore cooperazione e l’interruzione della vendita di armi ai terroristi, pratica di cui accusa direttamente il Venezuela.

 

Chavez sostiene che gli USA vogliono trasformare la Colombia in uno stato simile a Israele in America Latina e annuncia l’acquisto di carri armati e navi da guerra per arrivare a duplicare la sua flotta e rafforzare la presenza militare sulle frontiere.

Il 27 luglio la Svezia chiede spiegazioni al governo venezuelano per verificare che le armi da questa vendute a Caracas non siano state trasferite alle FARC. Il Venezuela ritira il proprio personale diplomatico dalla Colombia e Chavez denuncia una campagna internazionale “sporca e volgare” per giustificare la presenza militare americana nel paese vicino, stabilendo un parallelo con la questione delle armi di distruzione di massa in Iraq. Dopo le stragi di ottobre a 400km dalla frontiera di Cucuta e le relative battaglie verbali bilaterali ci si chiede se i venti di guerra tra Venezuela e Colombia siano solo carichi di retorica o se arrivino fino alla rottura definitiva. Malgrado i pur legittimi allarmismi, pragmatismo e buon senso indicherebbero che il vento potrebbe affievolirsi di nuovo sfumando in una brezza carica di tarallucci e vino che riempiano le tasche dei consensi elettorali dei due presidenti. Vedremo.

Un Commento Finale Con Le Lettere Iniziali Maiuscole
Trattando in termini teorici il caso di questi due presidenti e anche di molti altri personaggi del mondo e dell’America Latina, i quali si trasformano spesso in bandiere di una o più ideologie gemelle e simultaneamente in nemici di quelle opposte, credo sia profondamente sbagliato parlare di fascismo, nazionalsocialismo, comunismo e di etichette storicamente determinate e circoscritte per descrivere i regimi di Uribe e di Chavez in Sudamerica, così come trovo approssimativo parlare nettamente di destra e sinistra tout court per avere sempre in mano una falsa bussola e così orientarsi in cinque minuti quando si conosce per la prima volta un paese o una realtà politica. Inoltre bisogna ammettere che il tema “Chavez e il Venezuela”, così come il tema “Fidel o il Che e Cuba”, insieme a pochi altri, suscitano fin troppi dibattiti accesi e prolissi spingendo alla radicalizzazione delle posizioni che spesso restano parziali, intransigenti e accecate da troppe lenti esposte al sole tropicale.

Certamente alcune categorie servono per comunicare concetti, per abbreviare tempi e per costruire riferimenti comuni tra i dialoganti ma il loro uso deve essere oculato e calato nella dinamica sociale, culturale e storica della comunità umana cui ci riferiamo.

 

Mi pare che questo sia un dilemma difficile da risolvere in un post o in un articolo dato che la logica della notizia e della contemporaneità ci impone di essere diretti e immediati senza troppi “giri di parole” ed eccessi di contestualizzazione. Fatta questa premessa intendo che termini come conservatore, progressista, liberale, liberista, democratico, statalista, centrista, fascista, comunista, eccetera stanno spesso su piani diversi e vengono confusi e adulterati frequentemente da volontà deliberate ed esigenze distorte del mezzo e del comunicatore.

Per quanto riguarda l’America Latina i concetti di destra e sinistra e tutti quelli della lista citata pocanzi vengono ad assumere altri significati storici e politici che sono difficili da contestualizzare e spiegare in poche righe e che provocano probabilmente un buon 80% dei dibattiti tra giornalisti, blogger e latino americanisti in generale.

Anche su: http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//