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#AvenidaMiranda Puntata 25. Elezioni Messico 2018 – Il prologo

mexico-20181 feb. – Il primo luglio 2018 in Messico si vota per eleggere il nuovo presidente e le camere, oltre a centinaia tra sindaci, deputati e senatori dei singoli stati. Fabrizio Lorusso e Pérez Gallo fanno il bilancio delle prime settimane di pre-campagna elettorale tra i principali schieramenti/coalizioni e candidati indipendenti. La campagna inizia ufficialmente in aprile, ma già da dicembre sappiamo quali sono i candidati e le alleanze. La posta in gioco è enorme per il Messico dopo che il 2017 è stato l’anno più violento dell’ultimo ventennio (29mila omicidi dolosi e la cifra dei desaparecidos che ha raggiunto le 35mila persone) e il presidente Peña Nieto (del partito PRI) è ai minimi storici di approvazione. A sinistra le opzioni sono poche: la novità più genuina e dal basso è la candidatura indipendente di Marichuy Patricio, indigena portavoce del Consiglio Indigeno di Governo emanato dall’EZLN e dal Congresso Nazionale Indigeno, mentre a livello di partiti Andrés Manuel López Obrador, in testa nei sondaggi, ci prova per la terza volta con Morena (sua creazione) e con un’alleanza pragmatica e discussa con un partitino di destra legato alle chiese evangeliche (Encuentro Social). Marichuy invece sta facendo i conti con la raccolta delle firme e difficilmente raccoglierà le 864.000 necessarie, ma ha raggiunto lo scopo di mantenere nell’agenda politica e sociale le lotte dei los de abajo e degli esclusi.

Qui il PODCAST!

Messico, effetto Trump sulle presidenziali

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(di Perez Gallo) (da Q Code Magazine) Alla fine del 2016 un micidiale uno-due ha sconvolto la politica messicana. Da una parte, l’annuncio a metà ottobre della candidatura di una donna indigena da parte del Congresso Nazionale Indigeno e appoggiata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Dall’altra, la clamorosa vittoria di Trump alla presidenza degli Stati Uniti e l’inaugurazione di una politica apertamente anti-messicana da parte del vicino del nord. Entrambi gli eventi, congiunti, parrebbero avere già prodotto un risultato rilevante: l’ascesa di Andrés Manuel López Obrador e, come necessario corollario, la sua svolta “trasformista”.

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Messico: elezioni, astensione oltre il 50% e durissime proteste in tutto il paese (Radio Onda d’Urto)

messico bruciano schede(Da Radio Onda D’Urto) (Link Intervista Fabrizio Lorusso) In domenica 7 giugno 2015 si è votato per rinnovare 500 seggi della Camera bassa federale, scegliere i governatori in 9 dei 31 Stati ed eleggere centinaia fra sindaci e amministratori locali.

La formazione del Presidente della Repubblica Enrique Pena Nieto, il Partito istituzionale rivoluzionario (Pri), una sorta di carrozzone centrista accusato da più parti di colossali collusioni con i narcos oltre che intimidazioni e violenze contro gli oppositori, è sotto al 29%: in termini di seggi, su 500 totali, il Pri arriverebbe attorno a quota 200, perdendone quindi una quindicina, anche se in crescita sono i Verdi locali, storici alleati del Pri, al 7%. La maggioranza parlamentare è comunque in bilico.

A ruota del Pri c’è la destra del conservatore Partito di azione nazionale (Pan), al 21%, mentre il centrosinistra del Partito della rivoluzione democrática cala all’11%, perdendo così circa la metà dei seggi, finiti in buona parte al Movimento di Rinnovamento Nazionale (Morena, all’8,5%) fondato di recente dal suo ex leader ora scissionista, Manuel Lopez Obrador, ex sindaco di Città del Messico, dove Morena è il primo partito (prendendo a riferimento il Disticto Federal, il DeFe, lo Stato della capitale). Sempre nell’alveo della “progressista”, al Partido del Trabajo (PT) va meno del 3%, mentre il Movimiento Ciudadano arriva al 6%.

ASTENSIONE E PROTESTE – Il dato più significativo di questa tornata elettorale messicana è però l’astensione: ha votato infatti meno del 50% degli aventi diritto (per la precisione il 46,9%), e tra chi è andato alle urne più del 5% ha annullato la scsito parlamento outheda. I movimenti sociali messicani, denunciando la totale sovrapponibilità dell’intero sistema politico a quello criminale, hanno lanciato da mesi una sorta di campagna di boicottaggio attivo bruciando schede elettorali, con una situazione parainsurrezionale in Oaxaca, Michoacan e Guerrero, con i docenti in lotta contro la riforma della scuola oltre a studenti e parenti dei 43 della scuola normale agraria di fatti sparire il 26 settembre 2014 a Iguala. In altri casi, ad andare a fuoco sono state direttamente le sedi dei partiti, com’è accaduto a esempio in Chiapas, mentre dal web Anonymous ha hackerato il sito della Camera dei Deputati, mettendo in home page i contratti milionari intascati da numerosi sedicenti rappresentanti del popolo. Chiaro il messaggio lasciato da Anonymous: “Siamo stanchi di tante farse, Ayotzinapa siamo al tuo fianco”.

REPRESSIONE – Pesantissima la militarizzazione del territorio, con almeno 16 morti, centinaia di arresti e decine di giornalisti aggrediti, oltre alla violenza dei narcos (spesso collusi con la polizia) che hanno ammazzato in campagna elettorale almeno sette candidati. Nell’ultimo mese 1374 gli omicidi nel paese, il dato più alto dell’anno.

Delle in Messico e della situazione del paese abbiamo parlato con Fabrizio Lorusso, curatore di lamericalatina.net, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni e autore nel maggio 2015 del libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” (Odoya Editore), con la prefazione dello scrittore Pino Cacucci.

Ascolta o scarica l’intervista da Città del Messico con Fabrizio Lorusso.

Paramilitari in Chiapas contro gli zapatisti: fatti, contesto e comunicato di Marcos

Chiapas Escuelas-zapatistas

Un morto, José Luis Solís López, e quindici feriti tra gli zapatisti nel Caracol numero Uno, La Realidad, nel territorio del Municipio de Las Margaritas: questo il saldo dell’attacco di natura paramilitare del 2 maggio scorso ai danni delle BAEZLN (Basi d’Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas. S’è trattato di un’imboscata, non di uno “scontro tra fazioni armate”, come inizialmente avevano riportato i media nazionali e stranieri basandosi su informazioni ufficiali e tendenziose. Secondo il comunicato degli zapatisti del 5 maggio e il bollettino del centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) il 2 maggio, alle 18:30, 68 aderenti alle basi zapatiste, disarmati, sono stati attaccati da circa 140 persone armate, militanti della CIOAC-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PAN (Partido Acción Nacional) e del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM). Tanto il governo statale del Chiapas, presieduto da Manuel Velasco, come quello municipale di Las Margaritas sono attualmente in mano a quest’ultimo partito che a livello nazionale è alleato del PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere, dopo 12 anni di governi del PAN, col presidente Enrique Peña Nieto nel dicembre 2012 (nella foto: Velasco e Peña).

Chiapas Manuel velasco peña nietoL’omicidio del votán, cioè del maestro della Escuelita zapatista José Luis Solís López, persona rispettata e in vista nella comunità, è un fatto gravissimo e infame. Il maestro è stato accerchiato e linciato da una ventina di soggetti armati, infine raggiunto da tre colpi, uno alla gamba, uno al torace e un colpo di grazia alla nuca, oltre che da bastonate e sferzate di machete. Poco prima dell’attacco, alcuni aggressori hanno tagliato i dotti che portano l’acqua alle comunità zapatiste del caracol e hanno distrutto la clinica comunitaria, la scuola, gli orti e alcuni veicoli di proprietà delle BAEZLN. L’informazione attendibile è arrivata col contagocce, alcuni giorni dopo l’aggressione. Alcuni media, come il quotidiano La Jornada e la rivista Proceso, hanno rettificato le versioni iniziali che, come spesso accade, parlavano di semplici conflitti tra indigeni o “intracomunitari” e di controversie legate ai trasporti e all’uso della ghiaia o della terra della comunità.

Nell’ultimo anno ci sono stati altri due agguati mortali contro gli zapatisti: Carlos Gómez Silvano, indigeno tzetzal, è stato freddato nel marzo 2014 con 23 colpi di pistola, e Juán Vázquez Gómez è stato assassinato a fine aprile 2013. Però, nel caso di Solís, conosciuto anche come “Galeano”, non s’è trattato di una “sortita”, ma di un’operazione più grande e pericolosa per la sopravvivenza della comunità, in quanto diretta e pianificata contro un maestro dell’Escuelita zapatista, proprio nel cuore del Caracol, e contro l’intero progetto autonomo, visto che sono state danneggiate le strutture della scuola, della clinica e i dotti dell’acqua. Ancor più grave è il fatto che, a pochi metri dalla zona dell’attentato, con la mediazione di due rappresentanti del centro Frayba per i diritti umani, si stessero concludendo degli accordi proprio tra la CIOAC e gli zapatisti.

L’8 maggio il Subcomandante Insurgente Marcos ha firmato un comunicato dell’EZLNintitolato “El dolor y la rabia” in cui si legge che Galeano

non è caduto nell’imboscata, è stato circondato da 15 o 20 paramilitari (sì, lo sono, le loro tattiche sono di tipo paramilitare); il compagno Galeano li ha sfidati a battersi a mani nude, senza armi da fuoco; lo hanno bastonato e lui saltava da una parte all’altra schivando i colpi e disarmando i suoi rivali”. E continua: “Vedendo che non ce l facevano contro di lui, gli hanno sparato un colpo alla gamba tirandolo giù. Dopo questo, la barbarie: gli sono piombati addosso, picchiandolo e colpendolo col machete. Un’altro proiettile nel petto l’ha  reso moribondo. Hanno continuato a colpirlo. Vedendo che ancora respirava, un codardo gli ha sparato alla testa”. Infine “il suo corpo è stato trascinato per 80 metri dai suoi assassini e l’hanno lasciato lì. E’ rimasto solo il compagno Galeano. Il suo corpo buttato in mezzo a quelle che prima fu la terra dell’accampata di uomini e donne provenienti da tutto il mondo che arrivavano al cosiddetto ‘accampamento di pace’ a La Realidad. E furono le compagne, le donne zapatiste de La Realidad quelle che hanno sfidato la paura e sono andate a ritirare il corpo”.

Qual è l’antefatto? Il 16 marzo alcuni appartenenti alla componente “Histórica” della CIOAC, una corrente dell’associazione rurale legata al PRD (Partido Revolución Democrática) e diversa dalla corrente “Democrática” o “Independiente”, risultata da una scissione e vincolata al Partido Verde, hanno bloccato e sequestrato presso il Municipio Autonomo General Emiliano Zapata un camioncino delle BAEZLN, pieno di medicine destinate alle comunità, che veniva utilizzato per le campagne per la salute degli zapatisti. La CIOAC è stata aiutata anche da membri del PAN e del Verde. Il pretesto per impossessarsi della camionetta e mantenerla sotto sequestro presso la casa ejidal, sede del potere di controllo sull’ejido, un territorio gestito come proprietà comune nel municipio de Las Margaritas, era piuttosto subdolo: secondo la Central “CIOAC” il furto del camioncino e del suo contenuto era la risposta a una presunta appropriazione indebita di ghiaia da parte degli zapatisti. In realtà il materiale da costruzione usato dagli zapatisti de La Realidad è adibito ad uso comune con gli altri gruppi della zona e non ha, quindi, un “proprietario”. Men che meno ne decidono le sorti le autorità municipali ufficiali o quelle dell’ejido, legate rispettivamente al PVEM e alla CIOAC-H(istórica).

Chiapas mural zapatistaDopo due tentativi frustrati da quest’ultima, finalmente il primo maggio comincia un dialogo per la risoluzione del problema tra i delegati della Central, Alfredo Cruz e Roberto Alfaro, e quelli delle BAEZLN, tra cui c’è anche “Galeano”, la vittima degli attentati del giorno seguente, e due garanti del Frayba. Il dialogo diventa una “riunione permanente” e, dopo alcune ore di stallo, il delegato Cruz propone l’intervento dell’ex deputato federale del PRD Luís Hernández, dirigente della CIOAC in Chiapas, e abbandona più volte l’incontro per contattare i suoi superiori. Il 2 maggio si presentano 15 militanti della Central davanti alla casa della Giunta del Buon Governo, sede del governo autonomo zapatista in cui si svolgevano le negoziazioni, per intimare agli zapatisti la “liberazione” di un presunto ostaggio, Roberto Alfaro. E’ una provocazione bella e buona. Alfaro, però, smentisce ai suoi d’essere stato rapito e integra i “15” nel dialogo. Ciononostante, verso le sei e mezza di sera circa 140 militanti di PVEM, PAN e CIOAC-H, armati di pistole, fucili, machete, bastoni e pietre, entrano nel municipio, intercettano e attaccano violentemente una settantina di zapatisti che, nel frattempo, erano arrivati da fuori alla Realidad per svolgere alcuni lavori comunitari. Vero le otto e mezza gli zapatisti del caracol e quelli che stavano dialogando presso la Giunta del Buon Governo accorrono per evitare la distruzione della scuola e della clinica e poi in difesa delle basi attaccate, ma sono aggrediti a loro volta.

Chiapas jbg-oventicViene ucciso brutalmente “Galeano” e ci sono 15 feriti. Appare chiaramente la volontà punitiva degli aggressori nell’ambito di un’operazione pianificata. E infatti, riporta il comunicato di Marcos che “una donna deicontras [gruppi anti-zapatisti] ha raccontato che è stato pianificato e che di per sé il piano era ‘fottere’ Galeano”. Il 5 maggio il governo del Chiapas sostiene di aver arrestato cinque persone, che sono state interrogate e rilasciate dopo alcune ore, ma di queste solamente una è stata riconosciuta come facente parte della CIOAC dalla Giunta del Buon Governo del Caracol Uno. Le basi zapatiste hanno deciso di lasciare alla Comandancia dell’EZ la responsabilità d’indagare e fare giustizia su questo caso. Spiega il Sub-Marcos:

La CIOAC-Histórica, la sua rivale CIOAC-Independiente e altre organizzazioni ‘contadine’ come la ORCAO, ORUGA, URPA a altre, vivono della provocazione di scontri. Sanno che provocare problemi nelle comunità dove abbiamo presenza piace ai governi. E che sono soliti premiare con progetti e grosse mazzette di banconote per i dirigenti i danni che ci causano. Secondo le parole di un funzionario del governo di Manuel Velasco: “ci conviene di più che gli zapatisti siano occupati da problemi creati artificialmente piuttosto che si mettano a fare attività a cui arrivano ‘güeros‘ [biondi, stranieri] da ogni dove”. Ha detto proprio così ‘güeros’. Sì, è comico che così s’esprima il servitore di un ‘güero’. Ogni volta che i leader di queste organizzazioni “contadine” vedono diminuire il proprio budget per colpa delle abbuffate che si fanno, organizzano un problema e vanno dal governo del Chiapas affinché li paghi per “calmarsi”. Questo “modus vivendi” di dirigenti che nemmeno sanno distinguere tra “sabbia” e “ghiaia” è iniziato con il priista e è stato ripreso dal lopezobradorista [seguace dell’ex candidato presidenziale López Obrador] Juan Sabines e si mantiene con l’auto-nominato verde ecologista Manuel “el güero” Velasco”.

Andando oltre i precedenti e i fatti dell’uno e due maggio, è importante menzionare alcuni elementi che aiutano a chiarire i motivi e il contesto di quest’aggressione:

  • Non si tratta di un conflitto intracomunitario o di una guerra che ogni tanto torna ad apparire, magari per “futili motivi”, come in un primo momento i mass media avevano riportato, facendo ampio uso di fonti ufficiali prive di contesto e di fonti della CIOAC, secondo una strategia mediatica ormai nota e oliata;
  • Non si tratta nemmeno di un “enfrentamiento”, di uno scontro, come si leggeva nei primi articoli pubblicati in Messico, ma di un attacco per cui solo da una parte si contano morti e feriti;
  • I mezzi di comunicazione autonomi e indipendenti si sono attivati piuttosto tardi rispetto almainstream, il che ha dato adito a speculazioni che poi piano piano sono rientrate anche grazie alla nota emessa dal Frayba;
  • L’attacco è stato portato a termine nonostante la presenza dei difensori dei diritti umani del Frayba nella località, anzi proprio durante la fase finale delle negoziazioni per un caso, quello dell’uso comune della ghiaia e del furto/sequestro di un veicolo zapatista che era usato per altri fini, che appare anch’esso una provocazione, lanciata per suscitare una reazione, magari violenta, delle BAEZLN che, però, non c’è stata;
  • Tanto la CIOAC “histórica” come quella “democrática”, nonostante le loro origini popolari e contadine negli anni sessanta e alla loro immagine “progressista”, agiscono con metodi e strategie di tipo paramilitare, sono organiche ai partiti, vi si legano per ottenere favori, protezioni e quote di potere locale e nazionale, e compongono così gli ingranaggi di un meccanismo o di una strategia più ampia di controinsurrezione e repressione dell’esperienza dell’autonomia in Chiapas;
  • Come documentò il Frayba, organismo per la difesa dei diritti umani presieduto dal vescovo di Saltillo, Raúl Vera, fu proprio la CIOAC ad attaccare le BAEZLN poche settimane fa, lo scorso 30 gennaio, malgrado avessero sottoscritto un compromesso di “non belligeranza” nel novembre 2013: 300 persone della Central, armate di pietre e bastoni, aggredirono gli zapatisti del Caracol di Morelia, nel Municipio Autonomo XVII de Noviembre, e il saldo fu di sei feriti di cui due molto gravi;
  • Quello contro Solís López è il terzo agguato mortale in un anno, ma c’è stata un’escalation della tipologia delle azioni e degli obiettivi (il colpo di grazia, l’interruzione di un dialogo-negoziato, la penetrazione nel cuore della comunità, la numerosità dei gruppi, la visibilità della vittima), probabilmente (ma non solo) per via del “risveglio” zapatista in seguito alla marcia silenziosa dei 40.000, per ricordare la strage di Acteal nel dicembre 2012, alla serie di comunicati del Subcomandante Marcos o Delegado Cero e alla riattivazione delle reti di solidarietà internazionale e nazionale promossa dall’EZ nel 2013 con l’iniziativa delle “Escuelitas Zapatistas para la Libertad según los y la Zapatistas” che ha riportato in Chiapas migliaia di compagni, attivisti e simpatizzanti in un nuovo processo di avvicinamento e diffusione della filosofia e della prassi dell’autonomia zapatista;
  • Altre possibili spiegazioni dell’inasprimento repressivo: (a) boicottare l’evento organizzato da CIDECI-UNITIERRA-Chiapas e dai collettivi di alunni delle Escuelitas, con la partecipazione dell’EZ, che è previsto dal 2 all’8 giugno a San Cristobal de las Casas e che prevede un tributo a Luis Villoro Toranzo e un seminario con intellettuali e militanti invitati da tutto il mondo intitolato “Etica frente al despojo” (“Etica di fronte alla spoliazione”); (b) far fallire l’incontro degli zapatisti nel Cogresso Nazionale Indigena con i popoli originari del Messico e del mondo e le loro organizzazioni, previsto dal 26 al 31 maggio e ora sospeso, come spiega il comunicato dell’8 maggio; (c) spingere la Comandancia o le basi a una reazione che giustifichi nuovi attacchi; (d) il contesto nazionale delle “riforme strutturali”, specialmente della riforma energetica che, dopo l’approvazione delle modifiche costituzionali, sta per essere recepita con delle leggi ordinarie e aprirà fortemente il settore energetico, insieme ad altri, agli investimenti stranieri per cui, un territorio ricco di risorse energetiche, minerarie, turistiche e di biodiversità come il Chiapas sarà più ambito di quanto non lo sia già stato in passato;
  • l’EZLN è sotto attacco da sempre e non è mai stato in silenzio, ha sempre denunciato sul web, con comunicati, coi mezzi a propria disposizione e tramite le sue reti, la politica di persecuzione e repressione che, con diverse intensità a seconda del momento politico, economico e storico, ha colpito le sue basi, la Comandancia e gli aderenti alla Sexta Declaración de la Selva Lacadona, soprattutto in Messico.

Questi passaggi del comunicato del Sub Marcos aiutano a capire meglio la situazione e mostra alcuni risultati preliminari dell’indagine della Comandancia:

“I primi risultati delle indagini, così come le informazioni che ci giungono, non lasciano adito a dubbi: 1. S’è trattato d’una aggressione pianificata, organizzata militarmente e portata a termine in malafede, premeditazione e vantaggio. Ed è un’aggressione inserita in un clima creato e foraggiato dall’alto. 2. Sono implicate le direzioni della cosiddetta CIOAC-Histórica, del Partido Verde Ecologista (nome con cui il PRI governa nel Chiapas), il PAN e il PRI. 3. E’ implicato almeno il governo dello stato del Chiapas. E’ da determinare il grado di coinvolgimento del governo federale. Riassumendo: non s’è trattato di un problema della comunità, dove due bandi s’affrontano infuriati dalla situazione. E’ stata una cosa pianificata: primo, la provocazione con la distruzione della scuola e della clinica, sapendo che i nostri compagni non avevano armi da fuoco, e che sarebbero andati a difendere ciò che umilmente avevano costruito con il loro sforzo; poi, le posizioni che hanno preso gli aggressori, prevedendo la strada che avrebbero seguito dal caracol alla scuola; e alla fine il fuoco incrociato contro i nostri compagni”.

“Ora sono arrivate informazioni su una riunione dei dirigenti della CIOAC-Histórica. I dirigenti dicono letteralmente: “con l’EZLN non si può negoziare coi soldi. Ma, una volta arrestati tutti quelli compaiono sul giornale, che li rinchiudano 4 o 5 anni, dopo che s’è calmato il problema, si può negoziare col governo per la loro liberazione”. Un altro aggiunge: “o possiamo dire che c’è stato un morto tra i nostri e così c’è un pareggio di un morto per ciascuno de bandi, e che si calmino gli zapatisti. Ce lo inventiamo che è morto o lo ammazziamo noi stessi e così resta risolto il problema”.

Il comunicato conclude citando il modello della strage di Acteal del 1997 che “dall’alto comincia ad essere incoraggiato”, dato che i media hanno parlato di “un conflitto intracomunitario per un cumulo di sabbia”. E aggiunge: “Così continua la militarizzazione, il vociare isterico della stampa addomesticata, le simulazioni, le menzogne, la persecuzione. Non è gratuito che lì ci stia proprio il vecchio Chuayffet [attuale ministro dell’istruzione ed ex ministro degli interni 1995-1998], adesso con zelanti alunni nel governo del Chiapas e nelle organizzazioni ‘contadine’”. Infine l’EZ, per decisione del Subcomandante Insurgente Moisés, ha annunciato che “le attività pubbliche di maggio e giugno sono state sospese per un tempo indefinito, così come i corsi della libertà secondo gli/le zapatisti/e”, delle Escuelitas.

I Link
Messaggi di solidarietà con le comunità zapatiste da tutto il mondo: QUI
Andrea Spotti racconta i dettagli dell’aggressione su Radio Onda d’Urto: QUI
Comunicato dell’8 maggio Subcomandante Marcos/EZLN: QUI
Audio in spagnolo di Radio Zapatista e altri link utili: QUI
Comunicato originale della Giunta del Buon Governo La Realidad: QUI
Analisi sui media, la CIOAC e la strategia controinsurrezionale: QUI
Articolo sulla Escuelita in spagnolo, La Jornada: QUI
Comunicato eventi 26-31 maggio e 2-8 giugno e passi successivi dell’EZLN: QUI

Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Denunciano nuova repressione in Chiapas, Messico

[Nonostante il Chiapas e il suo conflitto siano quasi spariti dai mass media europei, l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e l’esperimento di autogestione politica, ormai consolidato nei “caracoles”, dell’autonomia neozapatista continuano a vivere e lavorare. Sono anche un esempio e un modello economico e sociale per altre comunità indigene sparse per il Messico. Allo stesso tempo, però, continuano l’ostilità e la repressione violenta, in genere di tipo paramilitare, dei gruppi politici dei partiti ostili, del governo locale e di quello centrale o delle comunità e dei municipi vicini nella regione. Il Chiapas continua ad essere lo stato più povero del Messico e il nuovo governo regionale di Manuel Velasco (del Partito Verde, alleato del PRI e del suo neoeletto presidente Enrique Peña Nieto) non promette tempi di distensione e collaborazione. Vale la pena aggiornarsi sulla situazione e segnalare quel che succede, quindi inserisco volentieri questo articolo, preoccupante e dettagliato, sulla situazione dell’estremo Sud messicano e delle sue comunità indigene in resistenza, Fabrizio Lorusso].

La controinsurrezione in Chiapas, decine di famiglie zapatiste sfollate. (da nota di YaBastaMilano e GlobalProject).

Noi che abbiamo combattuto sappiamo riconoscere il passo di ciò che si sta preparando e avvicinando. I segnali di guerra all’orizzonte sono chiari: la guerra, come la paura, ha odore. E già ora si comincia a respirare il suo fetido odore nelle nostre terre. (Subcomandante Insurgente Marcos, dicembre 2007)

Nell’anno in corso, il 2012, si continua a respirare giorno per giorno l’odore della guerra, che lo stato messicano ha scatenato contro le comunità zapatiste.

La politica di controinsurrezione elaborata, con l’aiuto del governo USA, dopo l’insurrezione armata dell’EZLN nel 1994 (precisata nel documento denominato “Piano per la Campagna Chiapas 94”), ha fornito la struttura per una nuova forma di guerra contro le popolazioni indigene ribelli.

Negli ultimi mesi, le Giunte del Buon Governo di Morelia e La Realidad hanno denunciato le aggresioni subite dalle Basi di Appoggio del EZLN da parte della ORCAO (Organización Regional Cafeticultores Altamirano Ocosingo) nell’ejido1 Moisés Gandhi e da parte di gruppi affiliati al PRI, al PRD e al PVEM (Partido Verde Ecologista Mexicano). Queste provocazioni si aggiungono a quelle ben note in tutto il territorio zapatista, come nel caso di San Marcos Avilés, assediata dai paramilitari e per questo al centro di una campagna di solidarietà internazionale.

Lo stato messicano è in guerra contro un nemico interno: l’EZLN, contro le comunità zapatiste in resistenza e soprattutto contro l’autonomia, la cultura e la vita dei popoli indigeni che non accettano di essere assimilati al modello di sviluppo capitalista. Il messaggio che le Giunte del Buon Governo hanno lasciato nelle varie denunce è chiaro: il governo, attraverso menzogne, promesse di terra e finanziamenti, sta rianimando i gruppi paramilitari e armando altre organizzazioni, affinché questi alimentino l’ostilità e le aggressioni contro coloro che si oppongono all’omologazione neoliberista. La strategia del governo contro la resistenza si sviluppa su due fronti: da una parte la “guerra di bassa intensità” impiegando le formazioni paramilitari così da evitare le ripercussioni internazionali che si avrebbero con l’impiego diretto dell’esercito e dall’altra, la cosiddetta linea morbida, con l’impiego massiccio di progetti assistenzialisti per calmare la fame, creare dipendenza e logorare la resistenza, concentrando i progetti nelle zone dove è più forte la lotta contro il governo.

L’8 settembre la Giunta del Buon Governo “Nueva Semilla Que Va a Producir” del Caracol V di Roberto Barrios ha denunciato la nuova invasione paramilitare nelle terre del nuovo villaggio Comandante Abel, del Municipio Autonomo La Dignidad, Municipio ufficiale di Sabanilla. Il 12 settembre una nuova denuncia della stessa Giunta sottolineava la gravità della situazione: 70 donne e bambini sfollati dal nuovo Villaggio Comandante Abel e 14 persone scomparse nella vicina comunità di Unión Hidalgo.

Gli antefatti

Il nuovo villaggio Comandante Abel si trova in zona indigena di lingua ch’ol, nelle terre recuperate dall’EZLN nel 1994.

Fino a maggio di quest’anno la popolazione si trovava nella comunità di San Patricio che fin dagli anni ’90 ha vissuto resistendo ai persistenti attacchi paramilitari.

Esattamente un anno fa, il 6 settembre 2011, quelle terre furono invase dai paramilitari provenienti dalla vicina comunità di Ostilucum, causando lo sfollamento della popolazione, fame e malattie. La comunità riuscì a tornare, ma ormai si trovava derubata dei raccolti che i paramilitari si erano portati via; per questo dovette dipendere dagli aiuti alimentari organizzati dalla Giunta del Buon Governo della Zona Nord. Nel frattempo sono continuate le minacce di una nuova invasione e di un massacro, così che, nel mese di maggio, le famiglie base di appoggio del EZLN hanno preso la decisione di ricostruire la comunità nel vicino presidio “La Lampara”, mostrando nei fatti la volontà degli zapatisti di cercare forme pacifiche di risolvere conflitti, con coloro che essi definiscono fratelli ingannati dal malgoverno. Nonostante questa, ovviamente sofferta, decisione, le minacce sono continuate e il 6 di settembre i paramilitari della località di Unión Hidalgo hanno invaso le terre del nuovo villaggio Comandante Abel, sparando contro gli zapatisti e provocando la fuga forzata, verso la montagna, dei bambini e della maggioranza delle donne che non riuscivano a sopportare la situazione, mentre gli uomini e alcune donne rimanevano sul luogo, per difendere la comunità.

Una carovana di Solidarietà e Documentazione

Per rompere l’accerchiamento, mostrare solidarietà e documentare le violazioni ai diritti umani si è organizzata una carovana di Solidarietà e Documentazione a Comandante Abel. La carovana, organizzata da Organismi dei Diritti Umani, osservatori internazionali, da compagni impegnati nel movimento e nella comunicazione indipendente, è partita da San Cristobal de Las Casas, Chiapas il 18 settembre del 2012. Ha visitato tre comunità: quella assediata – Comandante Abel -, la comunità autonoma di San Marcos e la comunità Zaquitel Ojo de Agua. Nelle ultime due comunità i partecipanti alla carovana hanno potuto intervistare le donne sfollate di Comandante Abel e gli sfollati di Unión Hidalgo.

Testimonianza delle donne sfollate nella Comunità San Marcos

Alla fine della lunga valle che da Sabanilla si estende verso lo stato di Tabasco, si trova la comunità di San Marcos. La comunità si trova in posizione gradevole, a fianco del fiume Sabanilla che si attraversa passando per un ponte sospeso. La comunità ha dimostrato la sua solidarietà nei confronti degli sfollati di Comandante Abel, ospitandoli nella scuola del villaggio e condividendo il loro scarso mais e il cibo.

Le donne e le autorità della comunità hanno ricevuto i carovanieri e quattro donne e due membri della Giunta del Buon Governo hanno dato la loro testimonianza. Lucia ed Elvira hanno raccontato di quell’8 settembre quando, per la paura e la percezione di non essere in grado di proteggere la vita dei propri bambini, sono fuggite per la montagna, passando per precipizi, dormendo sotto le liane, correndo verso San Marcos, l’unico luogo che sentivano sicuro, in una zona percorsa dai paramilitari di Paz y Justicia già dagli anni ’90, da soldati e da elementi corrotti della Pubblica Sicurezza.

Nello stato di timore e confusione in cui si trovavano, alcune si sono perdute. “Arrivate qui eravamo intorpidite dalla paura e non sentivamo i nostri corpi, sentivo che una tigre mi seguiva. Ci siamo perdute, eravamo spaventate, mi sembrava di non essere più in questo mondo” racconta Lucia.

Un compagno della Giunta spiega: “Le compagne non sopportavano più le sofferenze. Ma gli zapatisti non piangono. Torneremo a lavorare per resistere e vivere”.

Quando le donne sono arrivate a San Marcos ne mancavano due con i loro bambini. Subito si sono organizzate le ricerche con il timore che fossero state sequestrate dai paramilitari. Il giorno 11, quattro giorni dopo la fuga dal villaggio, i compagni e le compagne che cercavano gli scomparsi, hanno sentito il pianto di un bambino scoprendo così il loro nascondiglio. Erano tremanti di freddo e allo stremo per la fame e la stanchezza. “Abbiamo dato loro pozòl2, ci siamo caricati sulle spalle i bambini e siamo ritornati tutti a San Marcos”.

Carmen e Jessica sono i nomi delle due donne che si erano perdute: “Avevamo molta paura quando siamo fuggite. Abbiamo faticato ad attraversare il fiume, siamo rimaste indietro e non siamo state in grado di seguire il percorso delle altre. Abbiamo proseguito ma per la paura di incontrare i paramilitari, ci siamo nascoste sotto una pietra, una specie di caverna. Lì ci siamo nascoste la prima notte. I giorni seguenti ci siamo fatte largo nel monte cercando di orientarci ma ci siamo perdute. Abbiamo mangiato erba momo e arance per calmare la fame. Per la paura di essere individuate dai paramilitari scendevamo al fiume per gettare le bucce”. Jessica guarda intensamente il suo piccolo che piange perché respinge il seno della mamma. “La paura mi ha asciugato il seno” – dice – “Mia figlia ha la febbre e non le passa”.

Gli sfollati di Unión Hidalgo

Il giorno seguente la carovana ha visitato la Comunità Zaquitel Ojo de Agua, accessibile solo camminando per 3 ore verso la cima del monte che abbraccia la valle Sabanilla. Si trova in una bella posizione tra monti, grandi alberi chiamati “ceibas” e torrenti. Come a San Marcos, tra le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua, c’è una grande solidarietà. Da Unión Hidalgo si sapeva che c’erano 10 scomparsi e si temeva per la loro vita e, come a San Marcos, gli scomparsi sono stati ritrovati dopo 3 notti, dopo aver affrontato le forti piogge stagionali d’alta montagna.

Jaime e Auxiliadora raccontano delle minacce subite dai paramilitari di Unión Hidalgo. “Giorno e notte, con altoparlanti ci gridavano che avrebbero mangiato le nostre carni. Dicevano che siamo fuori dalla legge e che non abbiamo diritti e non possiamo ricorrere alla giustizia. Ci trattano come animali”. Il racconto è la dimostrazione della strategia psicologica del governo, ancora in vigore in Chiapas, di disumanizzare gli oppositori e legittimare gli attacchi nei loro confronti.

Narrano che le minacce sono cominciate nell’anno 2000, quando le famiglie zapatiste rifiutavano, come tuttora, i programmi assistenzialistici. Le minacce venivano dai dirigenti del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) della comunità, collegato con il gruppo paramilitare Paz y Justicia. Nel 2003 saccheggiarono il negozietto collettivo delle donne zapatiste. Armati di bastoni, machete e pietre colpirono una nostra compagna alla testa con una pietra. Quella volta ci rubarono tutta la merce, le tavole e la lamina del negozietto e anche 1800 chili di mais”. Lo sguardo di Auxiliadora mostra indignazione e fermezza. “Un anno fa le minacce sono peggiorate” racconta. “Con gli altoparlanti ci dicevano che, se non fossero riusciti a impossessarsi delle terre di Comandante Abel, avremmo subìto noi le conseguenze e ci avrebbero massacrato”. Jaime e Auxiliadora raccontano che hanno temuto per la loro vita e, insieme ad altre, hanno lasciato il villaggio, lasciando 10 compagni nella comunità, a difendere semenze, animali e casa che sono garanzia di sopravvivenza. “Ci siamo incamminate per la montagna senza una meta precisa – spiegano – finché al terzo giorno abbiamo incontrato le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua. Non sapevamo dove andare. Abbiamo raccontato loro delle minacce e ci hanno accolto”. Ora sono alloggiati nella scuola della comunità ma alcuni bambini si sono ammalati per la pioggia e il freddo.

La resistenza nel Nuovo Villaggio Comandante Abel

Nel nuovo villaggio Comandante Abel, 22 compagni e 5 compagne, rimasti a difendere il villaggio, ricevono la carovana in una casa che mostra i segni delle pallottole. I fori dei proiettili sono la testimonianza della furiosa sparatoria dell’8 settembre, quando 150 aggressori, guidati da leader paramilitari, hanno tentato di fare un strage tra le famiglie zapatiste del villaggio. I paramilitari hanno occupato la terra recuperata che si trova dall’altra parte del fiume, prendendosi quella già seminata. Stanno costruendo case e, nella notte, si avvertono i loro movimenti con armi. A neanche 400 metri dal villaggio, alcuni elementi della Pubblica Sicurezza, dal 16 settembre, hanno occupato quella che era la scuola autonoma zapatista. Raccontano che il 18 settembre, da quella postazione di polizia, sono partiti due spari in direzione degli zapatisti.

I viveri stanno per esaurirsi e non è possibile né seminare, né raccogliere legna per il forte rischio di essere attaccati.

Gli aggressori sono ben conosciuti dai compagni. Sono dirigenti politici del malgoverno di Unión Hidalgo. Questi ultimi non agiscono autonomamente. I compagni zapatisti raccontano: “Il 4 settembre sono venuti qui il segretario del governo del Chiapas Noé Castañon accompagnato da due alti funzionari del malgoverno e da membri della pubblica sicurezza statale. Si sono riuniti con i paramilitari per dir loro che quelle terre erano loro”. Due giorni dopo si è scatenato l’attacco contro le basi di appoggio dell’EZLN.

Le Basi di Appoggio Zapatiste non si arrendono

Nonostante le sofferenze provocate da questo attacco del malgoverno nella regione, le donne e gli uomini zapatisti che parlano ai partecipanti alla carovana, danno mostra di essere più convinti che mai nella loro lotta e resistenza. La richiesta è l’immediato ritiro dei paramilitari.

Non ci sono dubbi sul far ricadere tutta la responsabilità sul governo messicano. “Non vogliamo scontrarci con coloro che appartengono alla nostra stessa razza indigena anche se appartengono ad altri partiti e si sono venduti al mal governo” spiegano i compagni che resistono nel nuovo villaggio Comandante Abel.

Le donne sfollate a San Marcos dicono a voce alta: “Non ci arrendiamo, non ci lasceremo convincere da progetti come Oportunidades o Procampo3 con i quali il malgoverno cerca di tappare i nostri occhi e comprare le nostre coscienze”. “Il denaro lo produciamo con il niostro sudore e anche se dobbiamo curare i nostri bambini piccoli sappiamo allevare polli e oche, sappiamo lavorare il mais come gli uomini. Per quanto non mangiamo come mangiano quelli del governo, chiediamo di poter vivere nelle nostre case e che il governo ritiri i suoi paramilitari”. Un’altra compagna dichiara ”Resisteremo finché dio ci conserva in vita. Vogliamo insegnare ai nostri figli come si deve vivere”.

 1 L’ejido è una forma di proprietà comunitaria della terra, tuttora riconosciuta dalla Costrituzione messicana, dai tempi della rivoluzione di Zapata e Villa, nei primi anni del secolo scorso. La terra viene anche lavorata collettivamente.

2 Pozòl: bevanda, a base di mais spesso fermentata, in uso in tutto il Messico.

3 Oportunidades, Procampo fanno parte della strategia del governo per ridurre l’appoggio indigeno all’EZLN. Il governo offre appoggi in denaro e prestiti ai campesinos indigeni a condizione che non appoggino l’EZLN ed entrino nelle organizzazioni politiche governative

Sinistra messicana al bivio e movimenti

La sinistra messicana è al bivio. C’è aria di rinnovamento ma anche incertezza dopo la conferma definitiva dei risultati delle presidenziali del primo luglio. In mezzo a polemiche e manifestazioni di piazza, il 31 agosto il Tribunale Elettorale ha rifiutato le impugnazioni e le richieste d’invalidazione del processo elettorale avanzate dalla coalizione progressista. Le denunce di brogli, finanziamenti illeciti e compravendita del voto non hanno quindi impedito che fosse dichiarato vincitore Enrique Peña del Partido Revolucionario Institucional (Pri). Nel novecento il Pri è stato al potere per 71 anni ed è stato sconfitto nel 2000 e nel 2006 dal conservatore Acción Nacional. I partiti progressisti, il Partido Revolución Democratica (Prd), il Partido del Trabajo (PT) e il Movimiento Ciudadano sostenevano Andrés Manuel López Obrador, arrivato secondo con il 31,5% dei voti contro il 38% di Peña. Le sinistre hanno ottenuto comunque un risultato importante conquistando i governi di tre stati e di Città del Messico, oltre a diventare la seconda forza in parlamento.

Ma domenica 9 settembre Obrador, davanti a decine di migliaia di simpatizzanti riuniti nella piazza centrale della capitale, ha annunciato la sua ritirata dalla coalizione e la nascita di un nuovo partito, collocato “a sinistra” del Prd, che ripartirà da “MoReNa”, il Movimento di Rinnovamento Nazionale che lui stesso ha costruito lavorando con le basi in tutto il Messico, facendo visita a tutti i comuni e villaggi del paese, negli ultimi sei anni.

Nel 2006 Obrador, favorito nei sondaggi, perse le presidenziali con uno scarto di solo mezzo punto sul rivale Felipe Calderón. La lotta per denunciare i brogli elettorali della destra portò migliaia di militanti all’occupazione del centro della capitale e alla creazione di un movimento indipendente in suo sostegno che oggi aspira a diventare un partito.
Lo decideranno formalmente il 19-20 novembre i centoventicinquemila rappresentanti di MoReNa nel primo congresso nazionale.
“Non è una rottura, me ne vado nel migliore dei modi, ringrazio dirigenti e militanti delle formazioni progressiste, lavorerò alla trasformazione del paese partendo da MoReNa”, ha spiegato il leader.

Il movimento ha circa quattro milioni di affiliati e c’è già chi, come il sindaco di Città del Messico Marcelo Ebrard, auspica la creazione di un “fronte ampio” di tutte le sinistre “sul modello uruguaiano, con autonomia delle forze in campo” ma “unità nelle elezioni”.
Lo stesso Obrador ha parlato di possibili “accordi per agire come una sola organizzazione, sempre che si tratti di difendere gli interessi della gente e il patrimonio nazionale”.
Ciononostante la sua decisione viene vista come una scissione a sinistra e una critica al partito principale della coalizione, il Prd, di cui è stato fondatore 23 anni fa. “Siamo a posto e in pace, la mia decisione aiuterà a far rinnovare e rinforzare il movimento progressista”, ha precisato nel suo discorso di domenica.

Secondo l’opinionista Gabriel Guerra, “la sinistra potrà continuare a seguire la sua leadership, che entusiasma e muove circa un terzo dell’elettorato, oppure dovrà provare a essere più pragmatica e aperta per conquistare il centro, un settore dell’opinione pubblica e dei votanti senza cui non è possibile costruire maggioranze”. Ci è riuscita a Città del Messico dove il consenso della classe media ha permesso la vittoria del progressista Miguel Ángel Mancera con oltre il 60% dei voti. gritoalterno132.jpg
Obrador e il suo movimento hanno fissato un calendario di mobilitazioni per la “disobbedienza civile” contro Peña e le irregolarità elettorali. “Non giudichiamo chi per necessità ha venduto il proprio voto ma la perversione di chi compra la volontà dei poveri approfittandosi della miseria”, ha ribadito Obrador.

Le azioni di protesta vanno dal boicottaggio a TeleVisa, principale catena TV nazionale palesemente allineata agli interessi del Pri, alla realizzazione di assemblee informative ogni week end e all’adesione attiva a iniziative di altri gruppi contro l’aumento del prezzo degli alimenti e gli organismi transgenici.
“Per i punti su cui potremo convergere, stabiliremo una relazione di collaborazione con nuove forze di sinistra e siamo convinti che il Prd ha comunque bisogno di rinnovarsi, con Obrador o senza di lui” ha dichiarato il Presidente del partito, Jesús Zambrano.
Zambrano ha ribadito che non ci sarà ostruzionismo durante il giuramento di Peña come presidente il primo dicembre e che “il Prd è un’istituzione che è più forte delle singole persone e delle personalità, resta qui e continuerà a crescere”.

Il 15 settembre si festeggiava l’indipendenza e, come ogni anno, i sindaci, i governatori e il presidente si affacciano ai balconi delle piazze centrali di tutte le città del Messico per festeggiare e fare il “grito”, cioè gridare “Viva México” e ricordare i nomi e le gesta di tutti gli eroi nazionali del processo di emancipazione dalla madre patria spagnola (1810-1821). Quest’anno la folla urlante, (a volte ben ubriaca) ed entusiasta di sempre è stata sovrastata da un realizzato dal movimento studentesco YoSoy132. Durante tutto il discorso patriotico del mandatario gli studenti hanno illuminato con dei laser verdi la faccia di Calderón che, arrivato ormai al suo ultimo mese come presidente in carica, sarà ricordato come il presidente della narcoguerra. La protesta di centinaia di persone contro i risultati e le irregolarità del processo elettorale conclusosi il primo luglio s’è fatta quindi sentire con forza anche e soprattutto nel “giorno della patria”, sia a Città del Messico che negli altri capoluoghi. Il movimento YoSoy132 e numerose organizzazioni sociali hanno convocato per il 22 e 23 settembre la Seconda Convenzione Nazionale contro l’Imposizione che continuerà a svilupppare le iniziative e i lavori cominciati ad Atenco il luglio scorso cui parteciparono circa 2500 delegati di 496 gruppi organizzati.

Vale la pena diffondere un’ultima nota di questi giorni che riguarda una misteriosa sparizione nel mondo del giornalismo alternativo messicano. Le reti sociali e i media stanno avanzando molte ipotesi, spesso fantasiose, su questo caso senza però avere informazioni autentiche al momento. L’équipe del portale informativo indipendente “el5antuario.org”, da sempre molto critico nei riguardi del potere e attivo a livello sociale e politico, ha segnalato la scomparsa del coordinatore e fondatore del progetto, Ruy Salgado (consociuto come “el 5anto”), avvenuta nella notte tra l’8 e il 9 settembre nella capitale (link al comunicato). Passate 72 ore dalla scomparsa, Ruy è stato dichiarato “desaparecido” ufficialmente e ad oggi non si hanno tracce del reporter che aveva subito più volte minacce e manteneva l’anonimato. Le indagini sono aperte e il gruppo di redattore del sito invita a non cadere in facili speculazioni dato che nessuna pista (né quella dell’incidente, né quella della sparizione per motivi “politici” o per opera della delinquenza organizzata) è stata confermata.

Il Messico al voto: opzioni, narcos e partiti

IN SINTESI: Ottanta milioni di messicani sono chiamati alle urne in questa domenica 1° luglio per eleggere presidente, Parlamento, sei governatori e il sindaco di Città del Messico. Il Partito rivoluzionario istituzionale potrebbe tornare a vincere, ma il Paese vive un’emergenza senza precedenti, per cui in alcune regioni bisogna chiedere il permesso alle bande criminali per fare campagna elettorale e ci sono stati dei candidati a livello locale “giustiziati” dai criminali, quindi i politici devono destreggiarsi nel fuoco incrociato di narcos e cacicchi locali.

PAN: L’opzione liberale che teoricamente il suo partito rappresenta è tradita da proposte, dettate da vincoli storici con le gerarchie ecclesiastiche, contro la libertà di decisione delle donne sull’interruzione della gravidanza – l’aborto è addirittura un reato punito con la prigione in molti stati governati dal Pan – e i matrimoni omosessuali.

JOSEFINA VAZQUEZ MOTA: Dopo sei anni di militarizzazione del territorio contro la criminalità organizzata, con un saldo di 60.000 morti e una crescita annuale dell’1,96% – la media latino americana è del 3,61% –, sembrava che la cattura per lo meno del figlio del capo dei capi, vista l’incapacità di prendere il boss latitante dal 2001, potesse invertire la tendenza alla discesa nei sondaggi della candidata. La strategia di Vázquez è mantenere la presenza dei militari, oltre 20.000, con funzioni di polizia cui va affiancata una nuova polizia nazionale ancora da creare.

NARCOS: In questo contesto l’infiltrazione dei narcos nelle elezioni, specialmente a livello locale e amministrativo, è un dato di fatto: il Nordest del paese, dominato dal cartello degli Zetas, e Guerrero, lo stato di Acapulco, vivono un’emergenza senza precedenti per cui bisogna «chiedere il permesso alle bande criminali» per fare campagna elettorale.

AMLO: Andres Manuel Lopez Obrador, candidato delle sinistre, ha definito in anticipo i membri del suo futuro governo, considerati autorevoli ed elementi di forza della sua proposta, e ha parlato di una riforma fiscale progressiva, di tagli ai costi della politica, di lotta alla corruzione e ritiro progressivo dell’esercito. È criticato dai suoi detrattori per il suo passato “radicale”, i tentennamenti su temi sociali come l’aborto e i matrimoni gay e la sua difesa a oltranza della sovranità nazionale, per esempio con la chiusura totale della compagnia petrolifera Pemex agli investimenti privati.

STUDENTI e YOSOY132: A queste iniziative s’è unito anche il movimento studentesco YoSoy132, la grande novità di questo momento politico. IoSono132 è nato in maggio grazie alle reti sociali, in reazione all’autoritarismo del Pri mostrato in alcune dichiarazioni di esponenti del partito contro gli studenti, e in opposizione alla dittatura mediatica del duopolio televisivo nazionale.

PEÑA NIETO e PRI: Peña è alleato dei verdi, un partito gestito da una sola famiglia che da anni propone la pena di morte per i colpevoli di rapimento e pratica il trasformismo per non perdere la sua quota di seggi.

Il probabile ritorno al governo del PRI, partito egemonico al potere per 71 anni fino alla sconfitta nel 2000 contro il Pan, e la vittoria di Peña significano per molti messicani una regressione democratica per cui da due mesi si moltiplicano le iniziative popolari contro questa possibilità: tre manifestazioni anti-Peña, convocate per la prima volta sui social network contro un candidato e non contro un presidente in carica, hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre 20 città in maggio e giugno riunendo tra le 50.000 e le 100.000 persone ogni volta. Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/messico-elezioni#ixzz1zHrX9sRx

Leggi il resto. Fabrizio Lorusso: SU Linkiesta.It

La Primavera Messicana, #YoSoy132

IMG_3521(Small).JPG[Questo articolo è apparso timidamente sul quotidiano italiano L’Unità del 28 maggio 2012. Poi meno timidamente su Carmilla. Alcuni parlano di primavera messicana per stabilire un paragone con le cosiddette “primavere arabe” che poi non sempre primavere furono o che comunque avevano molte differenze tra di loro. Ad ogni modo nelle ultime 3 settimane c’è stato un grande risveglio dei giovani e degli universitari messicani – che provo a descrivere in poche righe – di fronte a un regime autoritario che è duro a morire, a un regime mediatico di duopolio che crea candidati e presidenti a suo piacimento, a un paese ancora poco avvezzo alla democrazia, al pluralismo e alla trasparenza, a un’informazione e a dei mass media deprecabili. Il tutto avviene quando manca poco più di un mese alle elezioni presidenziali per eleggere il capo di stato e di governo dal 2012 al 2018 e il vecchio dinosauro, il Partito Rivoluzionario istituzionale (PRI) in testa nei sondaggi. Molti ragazzi, circa il 25% del corpo elettorale, voteranno per la prima volta. L’età media dei messicani è intorno ai 26 anni, in Italia siamo oltre i 42, per farci un’idea. I giovani minori di 35 anni rappresentano oltre il 50% dei votanti e quelli sotto i 25 anni sono il 35%. Anche se sono partiti dei tentativi “soft” di cooptare o includere questo movimento spontaneo nelle piattoforme elettorali dei principali partiti, per ora il movimento #YoSoy132, Io Sono 132, rivendica la sua autonomia e propone nuove iniziative praticamente ogni giorno. Per esempio per il 26 e 27 maggio, sciopero delle TV, spegnere tutto. Per il 28, era prevista un’occupazione e una marcia per esigere la trasmissione del prossimo dibattito presidenziale a reti unificate. Oppure fino al 31 maggio ci si organizza per fare gli osservatori elettorali, figura che molti giovani fino a poco tempo fa nemmeno conoscevano. Dopo ilMovimento per la Pace di Javier Sicilia, nato nell’aprile 2011, ora assistiamo a una nuova reazione antiautoritaria della società civile, non più da parte delle vittime dello stato e della narcoguerra ma dei giovani. Vediamo la sua breve e già densa storia. Tutte le foto sono dell’amica Parika Benítez. Fabrizio Lorusso]

IMG_3317(Small).JPGC’è chi la chiama “Primavera Messicana” o chi, come la scrittrice Elena Poniatowska, già intravede un nuovo ’68 in Messico.

Quel che è certo è che da tre settimane la monotonia della campagna elettorale per le presidenziali del 1 luglio è stata rotta da un nuovo movimento giovanile e universitario. E’ nato su internet, Twitter e Facebook, poi cresciuto nelle aule e nelle piazze.

Si chiama #YoSoy132, IoSono132, ed è la reazione spontanea degli universitari alle imposizioni dei politici e delle televisioni private, TeleVisa e Tv Azteca.

 
L’11 maggio in un incontro all’università privata IberoAmericana (UIA) Enrique Peña, candidato del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) favorito nei sondaggi e da sempre coccolato dalle TV nazionali, è stato fischiato dagli studenti.

Gli alunni della UIA hanno contestato il candidato per i gravi abusi della polizia – 2 morti, centinaia di feriti, violenze sessuali e torture – nel 2006 a Atenco nell’Estado de México, regione di cui era governatore. Peña è stato costretto a uscire al grido di “fuori assassino!”.

In quel “venerdì nero” la presenza di infiltrati del suo partito, giunti solo per applaudirlo e bloccare l’ingresso al pubblico, e le dichiarazioni del presidente del PRI, Pedro Coldwell, che ha accusato gli studenti di essere “cooptati e manipolati”, hanno scatenato la reazione degli universitari.

Il suo partito, al potere durante 71 anni, perse la presidenza nel 2000 e nel 2006 quando vinse il PAN (Partito Azione Nazionale, conservatore), ma quest’anno dà già per scontata la sua vittoria.

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Il conduttore di TeleVisa Loret de Mola ha definito gli studenti una “minoranza intollerante, portatrice d’odio e strumentalizzata dalle sinistre”, senza accorgersi che, invece, “le elezioni stanno diventando un referendum contro l’anacronistica videocrazia messicana che impone presidenti, demonizza i movimenti, rimbecillisce la società”, spiega Clara Ferri, attivista italo-messicana partecipante alla protesta.

Gli eventi incalzano rapidamente. Il 14 maggio 131 studenti della UIA rispondono al PRI e a TeleVisa con un video mostrando la loro tessera corredata di foto e matricola per ribadire che “sono studenti veri e non si fanno manipolare dai partiti e dalle TV”.

Il video supera il milione di visualizzazioni su YouTube e migliaia di universitari si uniscono a loro proclamando: “Tutti siamo 132, difendiamo la libertà d’espressione e il diritto di replica”.

“Sono i primi a usare i social network contro i resti della mentalità autoritaria del vecchio regime e i monopoli informativi per favorire l’accesso libero alla conoscenza” spiega l’opinionista Genaro Villamil.

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Rapidamente si dipana la matassa della rete, un messaggio fa il giro del mondo in 80 secondi e scarica in banda larga la voglia di farsi sentire delle nuove generazioni. Per tutta la settimana si susseguono i flash mob studenteschi e le catene umane di fronte alle sedi di TeleVisa nella capitale.

“L’attivismo passivo fatto di e-mail e SMS poco concreti si trasforma in mobilitazione reale, internet e le reti sociali non sono più solo un fine ma un mezzo per convocare, discutere e agire”, dice Sabina Salazar, iscritta a architettura all’università UNAM.

Sabato 19 una manifestazione “Anti-Peña” riempie le vie di oltre 20 città, sono in 46mila a Mexico City ed è la prima protesta realizzata in Messico a partire dalle reti sociali e il web contro un candidato alla presidenza e in favore della libertà d’informazione.

I giovani sono la maggioranza e la festa civica si colora di slogan: “vogliamo scuole, non telenovele”, “educazione, vaccino contro la manipolazione”.

Sfilano insieme gli studenti delle università pubbliche e delle private che dicono “no all’imposizione di un presidente da parte delle televisioni” e “sì a mass media democratici”.

Il 23 maggio 10mila ragazzi di YoSoy132 si trovano sotto la “Estela de luz” della capitale, un monumento carissimo che oggi è il simbolo dello spreco e della corruzione, e in tante altre città gli studenti scendono in piazza.

Presentano un manifesto, si dichiarano apartitici e chiedono il diritto a internet in Costituzione, un codice etico e un’autority per i mass media, la trasmissione a reti unificate dei dibattiti per le presidenziali e garanzie di sicurezza per i giornalisti, essendo più di 80 i reporter assassinati in 10 anni.

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Sul sito yosoy132.mx, sostenuto dall’omonimo hashtag su Twitter, annunciano che “il movimento non è più solo degli studenti ma di tutti i messicani che senza colori politici né violenza, esigono la democratizzazione dei media”.

Sul loro sito gli indignati di Occupy Wall Street hanno espresso solidarietà ai giovani messicani per il loro “risveglio civile contro la manipolazione informativa”.

La cineasta messicana Yulene Olaizola e la sua équipe, a Cannes con il film “Fogo”, si sono fermati sul tappeto rosso per mostrare un cartello di Yo Soy 132.

“Il prossimo passo è organizzarci”, sostiene l’alunna della UIA Sandra Patargo, quindi il 30 maggio è fissato l’incontro della prima assemblea interuniversitaria che definirà l’evoluzione dell’incipiente primavera messicana.

Concludo con un paio delle canzoni simbolo del movimento, Molotov, Hit me e Gimme tha power. Lista completa canzoni di YoSoy132: Link.

ANALISI in TRASMISSIONE RADIOFONICA Carmen Aristegui su YoSoy132.