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#Messico elezioni: López Obrador resta favorito mentre i tribunali rimettono in gioco “Il Bronco”

candidatos-presidencia-mexico[Parliamo di elezioni e candidati in Messico con Andrea Cegna su Radio Onda d’Urto Fabrizio Lorusso – Federico Mastrogiovanni] (Link alla puntata) Margarita Zavala e Jaime Rodríguez “El Bronco” sono ufficialmente candidati alla presidenza del Messico. Hanno raccolto molte firme, ma moltissime sono state considerate false, truccate, problematiche. Tanto che il Bronco originariamente era stato escluso. Poi un ricorso ad un tribunale ha aperto a lui le porte delle candidatura. In un paese sempre più segnato da violenza e corruzione, la riammissione del Bronco pare una mossa del PRI per togliere voti al grande favorito della tornata del 1 luglio, Andres Manuel Lopez Obrador. I sondaggi lo danno in testa, oltre al 40%. Ma altre due volte i sondaggi davano favorito l’ex sindaco di Città del Messico, poi sconfitto. Nel 2006 AMLO dichiarò di aver subito una “fraude” elettorale come quella che nel 1988 colpì Cardenas. Di fatto il clima nel paese è molto caldo, schiacciato da una parte dalla retorica del narcotraffico e dall’altra dai militari e dal muro anti-migranti che Trump agisce al confine del nord.

Dal 15 al 25 aprile intanto l’EZLN ha convocato una riunione pubblica per analizzare il risultato della “folle proposta” di provare a raccogliere le firme affinchè una donna indigena potesse concorre alle presindenziali del 1 luglio 2018, raccolta firme che non ha dato i risultati sperati, così Marichuy non è tra le candidate alla presidenza. Ogni giorno in diretta Facebook dalle 18.00 ore locali messicane si può assistere alle sedute pubbliche. Il punto della situazione a quasi due mesi dalle elezioni del 1 luglio con i giornalisti Federico Mastrogiovanni e Fabrizio Lorusso ascolta o scarica la puntata LINK [Download

Inizio di campagna elettorale in #Messico @ilmanifesto

amlo[Di Fabrizio Lorusso, da Il Manifesto dell’8 aprile 2018Al via la campagna elettorale più lunga della storia del paese. Nei sondaggi un testa a testa tra il partito Morena (sinistra) e la destra unita, ma si vota a luglio. I candidati promettono di lottare contro il femminicidio e la violenza. Sulle urne pesano anche l’eredità delle politiche neoliberali e la nuova minaccia che arriva da Trump]

Si è aperta in Messico la campagna per le elezioni del primo luglio, quando 88,3 milioni di aventi diritto, su un totale di 128 milioni di abitanti, eleggeranno il nuovo presidente, i membri delle due camere, 9 governatori e altri 2700 rappresentanti locali. L’elezione più ampia della storia per numero di votanti e cariche.

IN TESTA NEI SONDAGGI, con preferenze del 40%, c’è l’ex sindaco di Città del Messico, il sessantaquattrenne Andrés Manuel López Obrador, noto come Amlo, fondatore del partito di sinistra Morena (Movimiento de regeneración nacional) che ci prova per la terza volta dopo le sconfitte del 2006 e del 2012.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 25. Elezioni Messico 2018 – Il prologo

mexico-20181 feb. – Il primo luglio 2018 in Messico si vota per eleggere il nuovo presidente e le camere, oltre a centinaia tra sindaci, deputati e senatori dei singoli stati. Fabrizio Lorusso e Pérez Gallo fanno il bilancio delle prime settimane di pre-campagna elettorale tra i principali schieramenti/coalizioni e candidati indipendenti. La campagna inizia ufficialmente in aprile, ma già da dicembre sappiamo quali sono i candidati e le alleanze. La posta in gioco è enorme per il Messico dopo che il 2017 è stato l’anno più violento dell’ultimo ventennio (29mila omicidi dolosi e la cifra dei desaparecidos che ha raggiunto le 35mila persone) e il presidente Peña Nieto (del partito PRI) è ai minimi storici di approvazione. A sinistra le opzioni sono poche: la novità più genuina e dal basso è la candidatura indipendente di Marichuy Patricio, indigena portavoce del Consiglio Indigeno di Governo emanato dall’EZLN e dal Congresso Nazionale Indigeno, mentre a livello di partiti Andrés Manuel López Obrador, in testa nei sondaggi, ci prova per la terza volta con Morena (sua creazione) e con un’alleanza pragmatica e discussa con un partitino di destra legato alle chiese evangeliche (Encuentro Social). Marichuy invece sta facendo i conti con la raccolta delle firme e difficilmente raccoglierà le 864.000 necessarie, ma ha raggiunto lo scopo di mantenere nell’agenda politica e sociale le lotte dei los de abajo e degli esclusi.

Qui il PODCAST!

Messico, effetto Trump sulle presidenziali

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(di Perez Gallo) (da Q Code Magazine) Alla fine del 2016 un micidiale uno-due ha sconvolto la politica messicana. Da una parte, l’annuncio a metà ottobre della candidatura di una donna indigena da parte del Congresso Nazionale Indigeno e appoggiata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Dall’altra, la clamorosa vittoria di Trump alla presidenza degli Stati Uniti e l’inaugurazione di una politica apertamente anti-messicana da parte del vicino del nord. Entrambi gli eventi, congiunti, parrebbero avere già prodotto un risultato rilevante: l’ascesa di Andrés Manuel López Obrador e, come necessario corollario, la sua svolta “trasformista”.

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Messico: elezioni, astensione oltre il 50% e durissime proteste in tutto il paese (Radio Onda d’Urto)

messico bruciano schede(Da Radio Onda D’Urto) (Link Intervista Fabrizio Lorusso) In domenica 7 giugno 2015 si è votato per rinnovare 500 seggi della Camera bassa federale, scegliere i governatori in 9 dei 31 Stati ed eleggere centinaia fra sindaci e amministratori locali.

La formazione del Presidente della Repubblica Enrique Pena Nieto, il Partito istituzionale rivoluzionario (Pri), una sorta di carrozzone centrista accusato da più parti di colossali collusioni con i narcos oltre che intimidazioni e violenze contro gli oppositori, è sotto al 29%: in termini di seggi, su 500 totali, il Pri arriverebbe attorno a quota 200, perdendone quindi una quindicina, anche se in crescita sono i Verdi locali, storici alleati del Pri, al 7%. La maggioranza parlamentare è comunque in bilico.

A ruota del Pri c’è la destra del conservatore Partito di azione nazionale (Pan), al 21%, mentre il centrosinistra del Partito della rivoluzione democrática cala all’11%, perdendo così circa la metà dei seggi, finiti in buona parte al Movimento di Rinnovamento Nazionale (Morena, all’8,5%) fondato di recente dal suo ex leader ora scissionista, Manuel Lopez Obrador, ex sindaco di Città del Messico, dove Morena è il primo partito (prendendo a riferimento il Disticto Federal, il DeFe, lo Stato della capitale). Sempre nell’alveo della “progressista”, al Partido del Trabajo (PT) va meno del 3%, mentre il Movimiento Ciudadano arriva al 6%.

ASTENSIONE E PROTESTE – Il dato più significativo di questa tornata elettorale messicana è però l’astensione: ha votato infatti meno del 50% degli aventi diritto (per la precisione il 46,9%), e tra chi è andato alle urne più del 5% ha annullato la scsito parlamento outheda. I movimenti sociali messicani, denunciando la totale sovrapponibilità dell’intero sistema politico a quello criminale, hanno lanciato da mesi una sorta di campagna di boicottaggio attivo bruciando schede elettorali, con una situazione parainsurrezionale in Oaxaca, Michoacan e Guerrero, con i docenti in lotta contro la riforma della scuola oltre a studenti e parenti dei 43 della scuola normale agraria di fatti sparire il 26 settembre 2014 a Iguala. In altri casi, ad andare a fuoco sono state direttamente le sedi dei partiti, com’è accaduto a esempio in Chiapas, mentre dal web Anonymous ha hackerato il sito della Camera dei Deputati, mettendo in home page i contratti milionari intascati da numerosi sedicenti rappresentanti del popolo. Chiaro il messaggio lasciato da Anonymous: “Siamo stanchi di tante farse, Ayotzinapa siamo al tuo fianco”.

REPRESSIONE – Pesantissima la militarizzazione del territorio, con almeno 16 morti, centinaia di arresti e decine di giornalisti aggrediti, oltre alla violenza dei narcos (spesso collusi con la polizia) che hanno ammazzato in campagna elettorale almeno sette candidati. Nell’ultimo mese 1374 gli omicidi nel paese, il dato più alto dell’anno.

Delle in Messico e della situazione del paese abbiamo parlato con Fabrizio Lorusso, curatore di lamericalatina.net, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni e autore nel maggio 2015 del libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” (Odoya Editore), con la prefazione dello scrittore Pino Cacucci.

Ascolta o scarica l’intervista da Città del Messico con Fabrizio Lorusso.

Paramilitari in Chiapas contro gli zapatisti: fatti, contesto e comunicato di Marcos

Chiapas Escuelas-zapatistas

Un morto, José Luis Solís López, e quindici feriti tra gli zapatisti nel Caracol numero Uno, La Realidad, nel territorio del Municipio de Las Margaritas: questo il saldo dell’attacco di natura paramilitare del 2 maggio scorso ai danni delle BAEZLN (Basi d’Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas. S’è trattato di un’imboscata, non di uno “scontro tra fazioni armate”, come inizialmente avevano riportato i media nazionali e stranieri basandosi su informazioni ufficiali e tendenziose. Secondo il comunicato degli zapatisti del 5 maggio e il bollettino del centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) il 2 maggio, alle 18:30, 68 aderenti alle basi zapatiste, disarmati, sono stati attaccati da circa 140 persone armate, militanti della CIOAC-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PAN (Partido Acción Nacional) e del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM). Tanto il governo statale del Chiapas, presieduto da Manuel Velasco, come quello municipale di Las Margaritas sono attualmente in mano a quest’ultimo partito che a livello nazionale è alleato del PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere, dopo 12 anni di governi del PAN, col presidente Enrique Peña Nieto nel dicembre 2012 (nella foto: Velasco e Peña).

Chiapas Manuel velasco peña nietoL’omicidio del votán, cioè del maestro della Escuelita zapatista José Luis Solís López, persona rispettata e in vista nella comunità, è un fatto gravissimo e infame. Il maestro è stato accerchiato e linciato da una ventina di soggetti armati, infine raggiunto da tre colpi, uno alla gamba, uno al torace e un colpo di grazia alla nuca, oltre che da bastonate e sferzate di machete. Poco prima dell’attacco, alcuni aggressori hanno tagliato i dotti che portano l’acqua alle comunità zapatiste del caracol e hanno distrutto la clinica comunitaria, la scuola, gli orti e alcuni veicoli di proprietà delle BAEZLN. L’informazione attendibile è arrivata col contagocce, alcuni giorni dopo l’aggressione. Alcuni media, come il quotidiano La Jornada e la rivista Proceso, hanno rettificato le versioni iniziali che, come spesso accade, parlavano di semplici conflitti tra indigeni o “intracomunitari” e di controversie legate ai trasporti e all’uso della ghiaia o della terra della comunità.

Nell’ultimo anno ci sono stati altri due agguati mortali contro gli zapatisti: Carlos Gómez Silvano, indigeno tzetzal, è stato freddato nel marzo 2014 con 23 colpi di pistola, e Juán Vázquez Gómez è stato assassinato a fine aprile 2013. Però, nel caso di Solís, conosciuto anche come “Galeano”, non s’è trattato di una “sortita”, ma di un’operazione più grande e pericolosa per la sopravvivenza della comunità, in quanto diretta e pianificata contro un maestro dell’Escuelita zapatista, proprio nel cuore del Caracol, e contro l’intero progetto autonomo, visto che sono state danneggiate le strutture della scuola, della clinica e i dotti dell’acqua. Ancor più grave è il fatto che, a pochi metri dalla zona dell’attentato, con la mediazione di due rappresentanti del centro Frayba per i diritti umani, si stessero concludendo degli accordi proprio tra la CIOAC e gli zapatisti.

L’8 maggio il Subcomandante Insurgente Marcos ha firmato un comunicato dell’EZLNintitolato “El dolor y la rabia” in cui si legge che Galeano

non è caduto nell’imboscata, è stato circondato da 15 o 20 paramilitari (sì, lo sono, le loro tattiche sono di tipo paramilitare); il compagno Galeano li ha sfidati a battersi a mani nude, senza armi da fuoco; lo hanno bastonato e lui saltava da una parte all’altra schivando i colpi e disarmando i suoi rivali”. E continua: “Vedendo che non ce l facevano contro di lui, gli hanno sparato un colpo alla gamba tirandolo giù. Dopo questo, la barbarie: gli sono piombati addosso, picchiandolo e colpendolo col machete. Un’altro proiettile nel petto l’ha  reso moribondo. Hanno continuato a colpirlo. Vedendo che ancora respirava, un codardo gli ha sparato alla testa”. Infine “il suo corpo è stato trascinato per 80 metri dai suoi assassini e l’hanno lasciato lì. E’ rimasto solo il compagno Galeano. Il suo corpo buttato in mezzo a quelle che prima fu la terra dell’accampata di uomini e donne provenienti da tutto il mondo che arrivavano al cosiddetto ‘accampamento di pace’ a La Realidad. E furono le compagne, le donne zapatiste de La Realidad quelle che hanno sfidato la paura e sono andate a ritirare il corpo”.

Qual è l’antefatto? Il 16 marzo alcuni appartenenti alla componente “Histórica” della CIOAC, una corrente dell’associazione rurale legata al PRD (Partido Revolución Democrática) e diversa dalla corrente “Democrática” o “Independiente”, risultata da una scissione e vincolata al Partido Verde, hanno bloccato e sequestrato presso il Municipio Autonomo General Emiliano Zapata un camioncino delle BAEZLN, pieno di medicine destinate alle comunità, che veniva utilizzato per le campagne per la salute degli zapatisti. La CIOAC è stata aiutata anche da membri del PAN e del Verde. Il pretesto per impossessarsi della camionetta e mantenerla sotto sequestro presso la casa ejidal, sede del potere di controllo sull’ejido, un territorio gestito come proprietà comune nel municipio de Las Margaritas, era piuttosto subdolo: secondo la Central “CIOAC” il furto del camioncino e del suo contenuto era la risposta a una presunta appropriazione indebita di ghiaia da parte degli zapatisti. In realtà il materiale da costruzione usato dagli zapatisti de La Realidad è adibito ad uso comune con gli altri gruppi della zona e non ha, quindi, un “proprietario”. Men che meno ne decidono le sorti le autorità municipali ufficiali o quelle dell’ejido, legate rispettivamente al PVEM e alla CIOAC-H(istórica).

Chiapas mural zapatistaDopo due tentativi frustrati da quest’ultima, finalmente il primo maggio comincia un dialogo per la risoluzione del problema tra i delegati della Central, Alfredo Cruz e Roberto Alfaro, e quelli delle BAEZLN, tra cui c’è anche “Galeano”, la vittima degli attentati del giorno seguente, e due garanti del Frayba. Il dialogo diventa una “riunione permanente” e, dopo alcune ore di stallo, il delegato Cruz propone l’intervento dell’ex deputato federale del PRD Luís Hernández, dirigente della CIOAC in Chiapas, e abbandona più volte l’incontro per contattare i suoi superiori. Il 2 maggio si presentano 15 militanti della Central davanti alla casa della Giunta del Buon Governo, sede del governo autonomo zapatista in cui si svolgevano le negoziazioni, per intimare agli zapatisti la “liberazione” di un presunto ostaggio, Roberto Alfaro. E’ una provocazione bella e buona. Alfaro, però, smentisce ai suoi d’essere stato rapito e integra i “15” nel dialogo. Ciononostante, verso le sei e mezza di sera circa 140 militanti di PVEM, PAN e CIOAC-H, armati di pistole, fucili, machete, bastoni e pietre, entrano nel municipio, intercettano e attaccano violentemente una settantina di zapatisti che, nel frattempo, erano arrivati da fuori alla Realidad per svolgere alcuni lavori comunitari. Vero le otto e mezza gli zapatisti del caracol e quelli che stavano dialogando presso la Giunta del Buon Governo accorrono per evitare la distruzione della scuola e della clinica e poi in difesa delle basi attaccate, ma sono aggrediti a loro volta.

Chiapas jbg-oventicViene ucciso brutalmente “Galeano” e ci sono 15 feriti. Appare chiaramente la volontà punitiva degli aggressori nell’ambito di un’operazione pianificata. E infatti, riporta il comunicato di Marcos che “una donna deicontras [gruppi anti-zapatisti] ha raccontato che è stato pianificato e che di per sé il piano era ‘fottere’ Galeano”. Il 5 maggio il governo del Chiapas sostiene di aver arrestato cinque persone, che sono state interrogate e rilasciate dopo alcune ore, ma di queste solamente una è stata riconosciuta come facente parte della CIOAC dalla Giunta del Buon Governo del Caracol Uno. Le basi zapatiste hanno deciso di lasciare alla Comandancia dell’EZ la responsabilità d’indagare e fare giustizia su questo caso. Spiega il Sub-Marcos:

La CIOAC-Histórica, la sua rivale CIOAC-Independiente e altre organizzazioni ‘contadine’ come la ORCAO, ORUGA, URPA a altre, vivono della provocazione di scontri. Sanno che provocare problemi nelle comunità dove abbiamo presenza piace ai governi. E che sono soliti premiare con progetti e grosse mazzette di banconote per i dirigenti i danni che ci causano. Secondo le parole di un funzionario del governo di Manuel Velasco: “ci conviene di più che gli zapatisti siano occupati da problemi creati artificialmente piuttosto che si mettano a fare attività a cui arrivano ‘güeros‘ [biondi, stranieri] da ogni dove”. Ha detto proprio così ‘güeros’. Sì, è comico che così s’esprima il servitore di un ‘güero’. Ogni volta che i leader di queste organizzazioni “contadine” vedono diminuire il proprio budget per colpa delle abbuffate che si fanno, organizzano un problema e vanno dal governo del Chiapas affinché li paghi per “calmarsi”. Questo “modus vivendi” di dirigenti che nemmeno sanno distinguere tra “sabbia” e “ghiaia” è iniziato con il priista e è stato ripreso dal lopezobradorista [seguace dell’ex candidato presidenziale López Obrador] Juan Sabines e si mantiene con l’auto-nominato verde ecologista Manuel “el güero” Velasco”.

Andando oltre i precedenti e i fatti dell’uno e due maggio, è importante menzionare alcuni elementi che aiutano a chiarire i motivi e il contesto di quest’aggressione:

  • Non si tratta di un conflitto intracomunitario o di una guerra che ogni tanto torna ad apparire, magari per “futili motivi”, come in un primo momento i mass media avevano riportato, facendo ampio uso di fonti ufficiali prive di contesto e di fonti della CIOAC, secondo una strategia mediatica ormai nota e oliata;
  • Non si tratta nemmeno di un “enfrentamiento”, di uno scontro, come si leggeva nei primi articoli pubblicati in Messico, ma di un attacco per cui solo da una parte si contano morti e feriti;
  • I mezzi di comunicazione autonomi e indipendenti si sono attivati piuttosto tardi rispetto almainstream, il che ha dato adito a speculazioni che poi piano piano sono rientrate anche grazie alla nota emessa dal Frayba;
  • L’attacco è stato portato a termine nonostante la presenza dei difensori dei diritti umani del Frayba nella località, anzi proprio durante la fase finale delle negoziazioni per un caso, quello dell’uso comune della ghiaia e del furto/sequestro di un veicolo zapatista che era usato per altri fini, che appare anch’esso una provocazione, lanciata per suscitare una reazione, magari violenta, delle BAEZLN che, però, non c’è stata;
  • Tanto la CIOAC “histórica” come quella “democrática”, nonostante le loro origini popolari e contadine negli anni sessanta e alla loro immagine “progressista”, agiscono con metodi e strategie di tipo paramilitare, sono organiche ai partiti, vi si legano per ottenere favori, protezioni e quote di potere locale e nazionale, e compongono così gli ingranaggi di un meccanismo o di una strategia più ampia di controinsurrezione e repressione dell’esperienza dell’autonomia in Chiapas;
  • Come documentò il Frayba, organismo per la difesa dei diritti umani presieduto dal vescovo di Saltillo, Raúl Vera, fu proprio la CIOAC ad attaccare le BAEZLN poche settimane fa, lo scorso 30 gennaio, malgrado avessero sottoscritto un compromesso di “non belligeranza” nel novembre 2013: 300 persone della Central, armate di pietre e bastoni, aggredirono gli zapatisti del Caracol di Morelia, nel Municipio Autonomo XVII de Noviembre, e il saldo fu di sei feriti di cui due molto gravi;
  • Quello contro Solís López è il terzo agguato mortale in un anno, ma c’è stata un’escalation della tipologia delle azioni e degli obiettivi (il colpo di grazia, l’interruzione di un dialogo-negoziato, la penetrazione nel cuore della comunità, la numerosità dei gruppi, la visibilità della vittima), probabilmente (ma non solo) per via del “risveglio” zapatista in seguito alla marcia silenziosa dei 40.000, per ricordare la strage di Acteal nel dicembre 2012, alla serie di comunicati del Subcomandante Marcos o Delegado Cero e alla riattivazione delle reti di solidarietà internazionale e nazionale promossa dall’EZ nel 2013 con l’iniziativa delle “Escuelitas Zapatistas para la Libertad según los y la Zapatistas” che ha riportato in Chiapas migliaia di compagni, attivisti e simpatizzanti in un nuovo processo di avvicinamento e diffusione della filosofia e della prassi dell’autonomia zapatista;
  • Altre possibili spiegazioni dell’inasprimento repressivo: (a) boicottare l’evento organizzato da CIDECI-UNITIERRA-Chiapas e dai collettivi di alunni delle Escuelitas, con la partecipazione dell’EZ, che è previsto dal 2 all’8 giugno a San Cristobal de las Casas e che prevede un tributo a Luis Villoro Toranzo e un seminario con intellettuali e militanti invitati da tutto il mondo intitolato “Etica frente al despojo” (“Etica di fronte alla spoliazione”); (b) far fallire l’incontro degli zapatisti nel Cogresso Nazionale Indigena con i popoli originari del Messico e del mondo e le loro organizzazioni, previsto dal 26 al 31 maggio e ora sospeso, come spiega il comunicato dell’8 maggio; (c) spingere la Comandancia o le basi a una reazione che giustifichi nuovi attacchi; (d) il contesto nazionale delle “riforme strutturali”, specialmente della riforma energetica che, dopo l’approvazione delle modifiche costituzionali, sta per essere recepita con delle leggi ordinarie e aprirà fortemente il settore energetico, insieme ad altri, agli investimenti stranieri per cui, un territorio ricco di risorse energetiche, minerarie, turistiche e di biodiversità come il Chiapas sarà più ambito di quanto non lo sia già stato in passato;
  • l’EZLN è sotto attacco da sempre e non è mai stato in silenzio, ha sempre denunciato sul web, con comunicati, coi mezzi a propria disposizione e tramite le sue reti, la politica di persecuzione e repressione che, con diverse intensità a seconda del momento politico, economico e storico, ha colpito le sue basi, la Comandancia e gli aderenti alla Sexta Declaración de la Selva Lacadona, soprattutto in Messico.

Questi passaggi del comunicato del Sub Marcos aiutano a capire meglio la situazione e mostra alcuni risultati preliminari dell’indagine della Comandancia:

“I primi risultati delle indagini, così come le informazioni che ci giungono, non lasciano adito a dubbi: 1. S’è trattato d’una aggressione pianificata, organizzata militarmente e portata a termine in malafede, premeditazione e vantaggio. Ed è un’aggressione inserita in un clima creato e foraggiato dall’alto. 2. Sono implicate le direzioni della cosiddetta CIOAC-Histórica, del Partido Verde Ecologista (nome con cui il PRI governa nel Chiapas), il PAN e il PRI. 3. E’ implicato almeno il governo dello stato del Chiapas. E’ da determinare il grado di coinvolgimento del governo federale. Riassumendo: non s’è trattato di un problema della comunità, dove due bandi s’affrontano infuriati dalla situazione. E’ stata una cosa pianificata: primo, la provocazione con la distruzione della scuola e della clinica, sapendo che i nostri compagni non avevano armi da fuoco, e che sarebbero andati a difendere ciò che umilmente avevano costruito con il loro sforzo; poi, le posizioni che hanno preso gli aggressori, prevedendo la strada che avrebbero seguito dal caracol alla scuola; e alla fine il fuoco incrociato contro i nostri compagni”.

“Ora sono arrivate informazioni su una riunione dei dirigenti della CIOAC-Histórica. I dirigenti dicono letteralmente: “con l’EZLN non si può negoziare coi soldi. Ma, una volta arrestati tutti quelli compaiono sul giornale, che li rinchiudano 4 o 5 anni, dopo che s’è calmato il problema, si può negoziare col governo per la loro liberazione”. Un altro aggiunge: “o possiamo dire che c’è stato un morto tra i nostri e così c’è un pareggio di un morto per ciascuno de bandi, e che si calmino gli zapatisti. Ce lo inventiamo che è morto o lo ammazziamo noi stessi e così resta risolto il problema”.

Il comunicato conclude citando il modello della strage di Acteal del 1997 che “dall’alto comincia ad essere incoraggiato”, dato che i media hanno parlato di “un conflitto intracomunitario per un cumulo di sabbia”. E aggiunge: “Così continua la militarizzazione, il vociare isterico della stampa addomesticata, le simulazioni, le menzogne, la persecuzione. Non è gratuito che lì ci stia proprio il vecchio Chuayffet [attuale ministro dell’istruzione ed ex ministro degli interni 1995-1998], adesso con zelanti alunni nel governo del Chiapas e nelle organizzazioni ‘contadine’”. Infine l’EZ, per decisione del Subcomandante Insurgente Moisés, ha annunciato che “le attività pubbliche di maggio e giugno sono state sospese per un tempo indefinito, così come i corsi della libertà secondo gli/le zapatisti/e”, delle Escuelitas.

I Link
Messaggi di solidarietà con le comunità zapatiste da tutto il mondo: QUI
Andrea Spotti racconta i dettagli dell’aggressione su Radio Onda d’Urto: QUI
Comunicato dell’8 maggio Subcomandante Marcos/EZLN: QUI
Audio in spagnolo di Radio Zapatista e altri link utili: QUI
Comunicato originale della Giunta del Buon Governo La Realidad: QUI
Analisi sui media, la CIOAC e la strategia controinsurrezionale: QUI
Articolo sulla Escuelita in spagnolo, La Jornada: QUI
Comunicato eventi 26-31 maggio e 2-8 giugno e passi successivi dell’EZLN: QUI

Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Se la sinistra riparte dall’America Latina…

[Il presente articolo è stato pubblicato sull’edizione on line del quotidiano  italiano l’Unità del 13 novembre 2012 – link]

“Unità nella diversità, modelli e caratteristiche di partito in America Latina ed Europa”. È il titolo dell’incontro organizzato dal Dipartimento per le Relazioni Internazionali del Partido Revolución Democrática (PRD), seconda forza politica del Messico e prima della coalizione progressista che include anche il Partito del Trabajo (PT) e il Movimiento Ciudadano (MC).

Tra gli invitati il PD italiano, il PSOE spagnolo, il Fronte Ampio dell’Uruguay, il Fronte Farabundo Martí di El Salvador, il Partito del Lavoro (PT) brasiliano, cui appartengono la presidentessa Dilma Roussef e l’ex capo di stato Ignacio Lula da Silva, il Partito Socialista del Cile, oggi all’opposizione contro il “Berlusconi cileno” Sebastián Piñera, e il Socialista Unito del Venezuela. Modelli, alleanze e storie diverse per affrontare problemi che spesso sono comuni e trascendono la dimensione nazionale: dall’Europa in crisi all’America Latina della “nuova ondata progressista”.

La sinistra messicana e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador, hanno ottenuto un risultato storico alle elezioni presidenziali del primo luglio scorso, anche se il Partido Revolucionario Institucional (PRI) è risultato vincitore. Il PRI era già stato al potere per 71 anni finché nel 2000 c’è stata l’alternanza con il conservatore AcciónNacional (PAN).

Enrique Peña del PRI, fortemente sostenuto dalle televisioni private TeleVisa e TV Azteca, ha ottenuto il 38% dei voti in mezzo a proteste popolari e denunce sul finanziamento illecito della campagna elettorale e le pratiche di compravendita del voto del suo partito. Il primo dicembre diventerà ufficialmente presidente degli Stati Uniti Messicani.

Nel 2006, invece, Obrador aveva perso contro l’attuale presidente Felipe Calderón del PAN per un pugno di voti, un scarto minore allo 0,5%. Denunciò brogli elettorali e cominciò un processo di resistenza civile pacifica che lo portò a costituire il Movimento di Rigenerazione Nazionale (MoReNa).

Obrador ha ora annunciato la probabile prossima trasformazione di MoReNa in un nuovo partito politico che si collocherà più a sinistra rispetto al PRD, da cui s’è separato “amichevolmente”.Si ripropone dunque una divisione storica che ha caratterizzato con intensità e modalità diverse le varie anime della sinistra in tanti paesi latino americani ed europei.

In questo contesto parlamentari e rappresentanti di alcuni partiti progressisti europei e latino-americani si sono riuniti in una due giorni serratissima per discutere delle loro esperienze storiche di governo e opposizione nella ricerca dell’unità. Ai due lati dell’Atlantico le problematiche non sono poi così diverse.

Anche in vista della scissione a sinistra di Obrador “il PRD ha convocato questo forum per nutrirsi delle migliori pratiche dei governi progressisti e arricchire il dibattito su come indirizzare in modo ordinato e civile la diversità e la pluralità di cui deve sentirsi orgoglioso”, ha dichiarato Jesús Zambrano, presidente del partito.

Negli ultimi anni sono stati tanti i partiti e le coalizioni di sinistra che in America Latina hanno assunto responsabilità di governo. Venezuela, Brasile, Uruguay, Ecuador, Bolivia, Nicaragua, El Salvador, Cile e Argentina”cominciano a diventare dei punti di riferimento per il resto del continente e del mondo”, come ha dichiarato a l’Unità il responsabile giustizia del PD, l’Onorevole Andrea Orlando (intervista completa link).

“L’Italia come la Spagna può avere un ruolo di ponte tenendo presente che non è solo importante o utile, ma persino conveniente avere una capacita di mediazione tra centri e motori diversi del progressismo, perché credo che un effetto che la crisi sta provocando è la fine dell’eurocentrismo”, ha precisato Orlando. In alleanza con altre forze o da sole le sinistre latino americane hanno dovuto ripensare la relazione con la componente “moderata” dello spettro politico nazionale che è un tema attuale anche nell’arena politica europea e, in particolare, in quella italiana che si prepara alle elezioni del 2013.

“C’è una rinascita delle idee delle sinistre nella lotta istituzionale anche in Europa dato che per molto tempo le socialdemocrazie hanno difeso politiche neoliberiste che le hanno allontanate dalle basi storiche, ma oggi ci sono nuovi soggetti in costituzione per presentare vie d’uscita a sinistra, vista la crisi e gli eccessi del rigorismo neoliberista”, spiega a l’Unità Renato Simoes, ex deputato e Segretario per i movimenti sociali del PT brasiliano.

“Ci sono denominatori comuni a tutti i livelli, dallo scambio di forme organizzative della vita di partito alla politica pubblica locale e alla solidarietà internazionale su questioni di principio e nel sostegno alle lotte dei movimenti sociali e dei popoli”, ha concluso Simoes.

L’esperienza del PT è emblematica dato che ha ricevuto accuse di eccessivo “pragmatismo” e ha dovuto sacrificare alcuni elementi ideologici e programmatici di lungo periodo per poter governare un paese così complesso e socialmente eterogeneo come il Brasile. Malgrado quest’apparente contraddizione, dopo i due mandati quadriennali di Lula e i primi due anni della Roussef, il gigante sudamericano è riuscito a dimezzare gli indici di povertà mantenendo una crescita accettabile e i fondamentali macroeconomici in ordine.

La sfida dell’unità nella diversità è stata raccolta nella capitale azteca e riparte quindi per il resto dell’America Latina. Ma anche per l’Europa sfiancata dalla crisi che ricomincia a nutrirsi dell’esperienza del continente latino-americano.

Twitter @FabrizioLorusso

Unità nella diversità: intervista sulle sinistre euro-latine

Intervista all’On. Andrea Orlando, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, responsabile giustizia del PD, nell’ambito del forum internazionale “Unità nella diversità, modelli e caratteristiche di partito in America Latina ed Europa”, organizzato dal Partido Revolución Democrática (PRD) messicano il  9-10 novembre 2012 a Città del Messico (link).

Unità nella diversità, che significa oggi?

Penso sia una condizione inevitabile in una fase storica in cui le vecchie certezze o le vecchie famiglie del progressismo non appaiono più in grado d’interpretare il mondo, ma ancora non s’afferma un pensiero nuovo che sia in grado di interpretare e indicare un cambiamento nell’epoca globale. Dobbiamo provare a riconoscere al di là delle lingue il contenuto simile che c’è nella nostra proposta, quindi non guardare tanto all’etichetta quanto al contenuto della proposta politica.

Credo che il contenuto che possa avvicinare progressivamente posizioni politiche diverse sia soprattutto il tema della lotta alle diseguaglianze, penso sia il tema che apre lo spartiacque tra progressisti e conservatori oggi nel mondo e che sia anche la ragione per cui, stando già un livello che ormai è sovranazionale, risolve automaticamente una serie di divisioni che in passato impedivano l’incontro di queste culture politiche.

Penso a chi riteneva che questa funzione la dovesse svolgere lo Stato o a chi riteneva che la dovessero svolgere i corpi intermedi o che la redistribuzione fosse assegnata alla famiglia come soggetto. Elementi che in qualche modo sono superati da una situazione in cui si può immaginare un nuovo soggetto regolatore globale nel quale penso si possano ritrovare tutti coloro che ritengono e condividono un fatto: che non debba essere la nascita di una persona a segnare l’insieme del suo destino.

Però a livello locale o nazionale come definiresti o coniugheresti questo ideale “egualitario”?

Secondo me la dimensione sovranazionale è quella che sempre più identifica la militanza, non ci muoviamo oggi semplicemente perché vogliamo una scelta del governo piuttosto che un’altra, vogliamo un assetto del mondo piuttosto che un altro perché ci rendiamo conto che i governi hanno sempre di più margini di manovra limitati e quindi o si determinano grandi scelte e opzioni a livello mondiale o altrimenti anche lo scarto delle decisioni possibili a livello nazionale si riduce sempre di più. Mi sembra un dato che caratterizza quest’epoca storica. Non a caso siamo nell’epoca in cui si sono sviluppati dei grandi movimenti globali. Pensiamo a quello contro o di critica alla globalizzazione, le proteste contro i vari vertici internazionali. Non erano segnatamente proteste nazionale ma movimenti che riconoscevano la dimensione sovranazionale come prevalente.

Poi anche nella dimensione nazionale dobbiamo distinguere. Ci sono differenze che derivano da personalismi, ci sono differenze che derivano da elementi di carattere organizzativo – spesso le organizzazioni sopravvivono alla loro ragione fondante – e ci sono elementi che derivano da culture politiche diverse. Poi ci sono anche, invece, elementi di diversità che derivano dalla rappresentanza di interessi diversi.

Vediamo queste quattro “famiglie”. Penso che le prime due si liquidano semplicemente nel senso che è talmente più grande di noi la sfida che abbiamo di fronte che personalismi e resistenze burocratiche dovrebbero essere messi da parte.

Più complesso il tema delle culture perché le culture sopravvivono anche quando hanno esaurito la loro funzione e mantengono naturalmente una loro dignità e capacità d’influenzare l’opinione pubblica. Noi dovremmo avere in questo senso anche un’idea del limite. Riconoscere cioè che nessuna delle nostre culture è in grado di interpretare la fase nuova e che in attesa, però, della costruzione di una cultura organica che possa interpretare questa fase abbiamo bisogno di tutte, non possiamo fare a meno di nessuna di quelle che derivano dalla tradizione progressista. Quindi quella cristiano sociale, quella d’ispirazione socialista e quella anche di un pensiero liberale che si coniuga con le esigenze dell’eguaglianza e dello stato sociale. In questo senso la ricetta è un senso del limite e il riconoscimento della complementarietà di queste culture.

E’ diverso il discorso per la rappresentanza degli interessi che possono essere anche divergenti tra loro, anche se penso che dopo la crisi gli interessi siano più vicini. Cioè l’interesse dell’impresa e quello del lavoro sono meno contrapposti rispetto a prima della crisi perché hanno un comune avversario che si chiama finanza ed è un elemento che ridisegna un po’ la mappa sociale. Abbiamo una piccola e media impresa e il mondo del lavoro dipendente che sono in questa fase storica dalla stessa parte della barricata, mentre abbiamo una grande impresa, grande concentrazioni mediatiche e finanziarie che, in qualche modo, stanno dall’altra. Il mondo si divide in questa fase, soprattutto nelle economie in crisi, tra chi ha capitalizzato e chi non ha capitalizzato, non tanto tra chi investe e chi mette a disposizione la propria forza lavoro. Quindi questo è un dato che secondo me può coniugare certi interessi.

Più specificamente?

C’è una ragione di carattere strategico: noi abbiamo bisogno di rivolgerci a tutte le componenti moderate della società. Moderate sia seguendo una carta geografica sociale che una culturale. Perché abbiamo bisogno di agganciare un pezzo di ceto medio per una ragione strumentale. Diciamo in un certo senso che quel pezzo di ceto medio se viene conquistato dalla destra, se diventa preda del populismo, diventa pericoloso per l’assetto della democrazia perché quel ceto medio ha informato in tutta la storia delle democrazie europee una parte importante della classe dirigente. Se quella classe dirigente involve in una direzione autoritaria o populistica, rischia la democrazia nel suo insieme.

Insomma c’è un tessuto connettivo che è rappresentato da quello che si definiva “il centro”, eccetera, che se salta, se esplode, rischia di determinare una situazione di fortissima contrapposizione tra blocchi e di alimentare l’estremizzazione degli schieramenti con tutte le conseguenze che questo ha avuto per la tenuta delle democrazie, basti pensare a cosa ha significato questo nella crisi successiva al 1929. Quindi ecco per capirci, mettere insieme sicuramente la sinistra riformista, sicuramente la sinistra che accetta la sfida del governo e provare a tenere un ponte, non a tuti i costi, ma anche con i moderati.

Come si possono conciliare le diverse anime della sinistra con i moderati o il centro, considerando il rischio che il ceto medio sfugga e si affidi all’antipolitica o all’astensionismo o alle destre?

Credo che sia un compito relativamente più semplice che in passato. Infatti mentre nel passato questo pezzo di società chiedeva meno regole e meno tassazione, oggi soprattutto quella più colpita dalla crisi che, diciamo, ha tutti i problemi meno quello della tassazione perché chi rischia di fallire non ha tanto il problema di quanto paga di tasse, per così dire.

Oggi quel settore sociale chiede molto di più rassicurazioni rispetto al passato, quindi chiede politiche industriali, chiede sostegno alle imprese e anche una capacità dello Stato di individuare un progetto di sviluppo.  Su questo terreno credo che la sinistra abbia le carte in regola per poter parlare. Vediamo che uno dei grandi limiti del governo Monti in questo momento è che non è in grado di presidiare le grandi vertenze industriali che caratterizzano il paese. Credo che la sinistra da questo punto di vista abbia una tradizione sviluppata nel corso del tempo.

Poi credo che, siccome i voti non è che si assorbono come un’idrovora, c’è il problema di saper parlare coi soggetti che politicamente rappresentano quel mondo, quindi il dialogo con l’UDC non è semplicemente un tema che serve a costruire un’alleanza elettorale e non so se poi sarà più o meno possibile. Però tenere aperto un dialogo significa anche parlare a chi si è riconosciuto fino a ieri in quel mondo e in qualche modo può decidere anche di riconoscerti un ruolo e aprirti una “linea di credito”, cosa che se noi ragionassimo ancora in termini di contrapposizione tra schieramenti, tra sinistra, centro e destra, beh, questa possibilità di parlare al mondo anche a livello elettorale diventa più difficile.

E sull’antipolitica?

Poi però su tutto questo tema io penso che la sinistra o chiunque voglia provare a contrastare l’antipolitica in questo momento abbia una cosa fondamentale da fare: provare a dare una risposta sul tema della crisi perché non credo che ci sia oggi un’antipolitica che nasce semplicemente dalla caduta di valori o dalla pessima prova che la politica pure ha dato. La politica ha una caduta verticale di credibilità  perché appare incapace di affrontare la crisi.

In questo senso secondo me la sinistra ha le proposte giuste che sono quelle di cominciare ad affrontare il tema delle grandi rendite finanziarie e immobiliari per spostare queste risorse verso la crescita, quindi per un sostegno alla domanda, ai redditi più bassi, per una diminuzione della pressione fiscale sulle piccole imprese e per un ritorno agli investimenti sulle infrastrutture e sulla formazione. In sostanza non possiamo aspettare che la crisi passi da sola, c’è bisogno – e so che questo poteva sembrare una bestemmia fino a pochi anni fa – c’è bisogno di un intervento pubblico per accelerare l’uscita dalla crisi.

Torniamo al convegno e all’America Latina. La sinistra europea e quella latino americana: che convergenze pensi si possano stabilire anche alla luce di questo incontro?

Credo sia una discussione molto interessante perché analoghi sono i problemi e penso alla questione della presenza della criminalità organizzata. Analoghe sono varie questioni, infatti, partecipiamo a un forum che potrebbe avere lo stesso titolo anche in Italia tranquillamente: cioè come si coniugano delle culture progressiste diverse. Perché l’America Latina come l’Italia non ha avuto un dominio totale della cultura socialdemocratica a sinistra, ma ha avuto la convivenza di culture tra loro diverse. L’esperienza del PRD (Partido Revolución Democrática messicano) da questo punto di vista è molto interessante: c’è una corrente di derivazione cristiana, c’è un’ispirazione marcatamente marxista e socialista e c’è un pezzo che viene dal nazionalismo rivoluzionario. Quindi mettere insieme esperienze diverse in questa fase è un problema comune che abbiamo.

Ci sono anche forti differenze perché in questo momento l’America Latina non è il focolaio della crisi internazionale, quindi qui non si ha l’effetto devastante della crisi nella società così come da noi. Da questo punto di vista questo può far sì che l’America Latina possa diventare anche uno dei motori del progressismo globale perché l’Europa sta perdendo purtroppo la sua funzione di guida e di traino, di costruzione di nuovi modelli di welfare. E’ probabile che noi con occhi nuovi e anche maggior laicità dobbiamo guardare anche ad altri parti del mondo che stanno crescendo per vedere anche quali modelli d’inclusione si possono realizzare.

Per esempio, abbiamo ascoltato oggi la esperienza del Frente Amplio dell’Uruguay.

E’ molto interessante, ricorda un po’ l’esperienza dell’Ulivo nel nostro paese, ma sicuramente affronta una fortissima resistenza delle sopravvivenze politiche. Mi spiego. In Italia abbiamo realizzato tutto sommato un’operazione relativamente semplice, c’era un’adesione comune alla Costituzione e precedenti esperienze dell’Ulivo. Il Frente Amplio è interessate perché ha alle spalle una vicenda di una sinistra fortemente radicale che spesso ha avuto posizioni di forte contrapposizione ideologica con il mondo d’ispirazione cattolica. Che in questa parte del mondo si sviluppi un’esperienza di questo tipo significa che davvero le strutture ideologiche sono un ostacolo talvolta insormontabile più in apparenza che in sostanza.

Però il Frente si muove da una sinistra a un’altra sinistra, sui temi etici lasciano libertà, però in fondo l’ago della bilancia pende meno verso il centro rispetto al caso italiano.

Ogni paese ha la sua storia. Parliamo di una regione in cui la sinistra sicuramente ha avuto un’impostazione più radicale e lo scontro sociale non raramente è diventato lotta armata. L’Italia è un paese dove, nonostante le imbragature ideologiche, abbiamo registrato una convivenza tra forze politiche sin dall’immediato dopoguerra. Quindi è chiaro che ogni paese si porta dietro al sua storia.

Sulla libertà di scelta sulle questioni etiche: non mi pare sia una questione che riguardi un solo paese o che riguardi l’unità dei progressisti punto e basta, nel senso che abbiamo visto come anche in altri paesi dove l’unità politica dei progressisti è stata realizzata, pensiamo al Portogallo, il tema della libertà di coscienza è rimasto in piedi. Perché ovunque ci sia una forte esperienza religiosa che caratterizza la vicenda politica è inevitabile che ci sia uno spazio che la politica non può invadere. Dunque si tratta di trovare una metodologia che, come dire, impedisca lo stallo, ma  contemporaneamente ponga un limite alla politica.

Mi pare che l’indicazione dell’esperienza uruguayana sia molto interessante perché si riconosce il fatto che non tutto può essere sciolto sulla base di un principio di maggioranza e che ci siano delle progressive approssimazioni per trovare dei punti di contatto anche tra idee apparentemente inconciliabili. Ecco, però direi che trattative e compromessi non se ne possono fare senza riconoscere una forte laicità della dimensione pubblica. Ci deve essere il contributo dell’esperienza religiosa alla vita politica, ma non ci deve essere l’invadenza della struttura organizzata della religione nell’ambito politico.

Però una percezione ormai generalizzata è che l’Italia su tutta una serie di temi sociali e civili sia rimasta indietro, come per esempio sui matrimoni tra persone dello stesso sesso o sui patti di convivenza, oppure sulla liberalizzazione delle droghe leggere che potrebbe diventare realtà in alcuni stati degli USA dopo l’approvazione dei relativi referendum del 6 novembre.

Non metterei sullo stesso piano il tema della liberalizzazione delle droghe che non attiene alla coscienza religiosa quanto piuttosto a un’impostazione sul ruolo dello stato. Non la metterei sullo stesso piano coi temi di rilevanza etica, cioè sull’inizio e la fine dell’esistenza. Anche qui la cosa mi sembra più complicata perché noi in questo momento stiamo parlando in un paese, il Messico, in cui pur avendo proclamato una delle costituzioni con più laicismo dello Stato e avendo negato per un lungo periodo la relazione formale con la Chiesa, poi si proibisce l’aborto in tanti stati nei quali oggettivamente è molto forte la presenza culturale non tanto della Chiesa-istituzione ma anche della religione a livello popolare.

E in Italia?

Secondo me il tema non è tanto quello di legiferare, anche se sì c’è bisogno di leggi, ma è quello di riconoscere un senso comune che s’è progressivamente evoluto. Da questo punto di vista anche l’Italia con una guida progressista può fare dei passi avanti purché non si passi nella logica del tutto o niente perché il problema non è “scontentare la Chiesa”. Il problema è non urtare una sensibilità che è diffusa e spesso è “popolare”, quindi non sono convinto che rimarremo fermi.

Sono convinto che si potrà fare di più, che si potrà riconoscere una serie di diritti alle coppie omosessuali, però non bisogna neanche entrare in un integralismo alla rovescia per cui o c’è un riconoscimento tout court delle forme che sono previste per i matrimoni o altrimenti c’è un fallimento. Ci si dovrebbe arrivare con dei passi progressivi anche se riconosco che quello è un obiettivo di civiltà. Credo che se vincerà il centrosinistra in Italia questi passi si faranno come s’era timidamente fatto qualche passo seppur timido con il governo Prodi.

Le condizioni sarebbero una vittoria del centrosinistra ma anche una classe dirigente generazionalmente rinnovata. Penso che la nostra generazione, le persone tra i 30 e i 50 anni, in qualche modo convive con una certa laicità coi temi che potevano sembrare dei tabù nel passato e avere una classe rinnovata ha sbloccato la situazione in molti paesi del mondo e l’Italia non dovrebbe essere l’eccezione.

Sei specialista del tema dell’antimafia che nel Messico della guerra militare ai narcos e, specialmente, in questo forum ha suscitato molto interesse. Quali sono le somiglianze che vedi?

C’è un parallelo importante perché se non capiamo le cause per cui questo tipo di fenomeno si sviluppa, non riusciamo a combatterlo. Non è semplicemente un fenomeno criminale, ma è anche sociale, economico e politico. Le mafie si sviluppano laddove c’è una debolezza dello Stato, quindi bisogna incidere anche sulla capacità di un contrasto repressivo, ma al contempo bisogna togliere le ragioni che generano consenso intorno alle mafie. Quindi un lavoro sui temi dello sviluppo e della scuola, ma anche una capacità di costruire uno stato che sia autorevole e sostenuto da consenso.

Fenomeni di corruzione, di gestione privatistica o personalistica delle istituzioni inevitabilmente allontanano i cittadini, soprattutto nelle aree più povere, dalle istituzioni stesse  e lasciano uno spazio in cui s’insinuano le organizzazioni criminali che non solo dei “traders” di stupefacenti, ma aspirano anche a una rappresentanza e un controllo dei bisogni del territorio.

Non è un caso che siano soggetti che in qualche modo investono in opere pubbliche e cercano di costruirsi artificiosamente un certo tipo di consenso dove lo Stato ha lasciato un vuoto. C’è pure da riflettere su quanto questa lotta possa essere combattuta a un livello nazionale o se non deve diventare oggetto di una battaglia sovranazionale. Per esempio fino a pochi anni fa in Europa registravamo una sostanziale indifferenza su questo problema e c’è voluta la strage di Duisburg per capire che non riguardava solo l’Italia e c’era un pericolo di contaminazione alle istituzioni europee. Quindi sovra-nazionalità e natura politica di questa lotta: contro avversari che non lo sono perché violano norme del codice penale, ma perché sono portatori di un progetto di società incompatibile on quello sostenuto dalle forze democratiche.

Concludiamo con la proposta di una piattaforma comune euro-latino-americana. Che significa?

Come ho detto e proposto nella conferenza, la trovo interessantissima anche per l’Italia, per legarsi a un centro motore progressista come può essere l’America Latina e per confrontare alcuni temi che segnano in modo comune la vicenda delle dinamiche politiche sia europee che latino americane. L’Italia come la Spagna può avere un ruolo di ponte tenendo presente che non è solo importante o utile, ma persino conveniente avere una capacita di mediazione tra centri e motori diversi del progressismi. Perché credo che un effetto che la crisi sta provocando è la fine dell’eurocentrismo, quindi dovremmo essere i primi a pensare che affacciarci al resto del mondo sia un vantaggio competitivo sia come partito che come paese.

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