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Rojava, il fiore del deserto. Intervista a Davide Grasso, combattente YPG in Siria

[di Fabrizio Lorusso da Carmilla] Davide Grasso, militante e blogger trentasettenne, è un combattente italiano che nel 2016 s’è unito alle file delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) nel nord della Siria per lottare contro lo Stato Islamico (ISIS) e difendere la rivoluzione del confederalismo democratico che i curdi stanno portando avanti nei tre cantoni (Kobane, Jazira e Afrin) che controllano al confine con la Turchia. Abdullah Öcalan, leader turco del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in carcere dal 1999, formulò nel 2005 questo modello politico che si basa su autonomia, rispetto interculturale, laicismo e diritto all’autodifesa delle comunità e che, spiega nel suo libro “Confederalismo Democratico” (link), è “aperto verso altri gruppi e fazioni politiche” oltre che “flessibile, multiculturale, antimonopolistico e basato sul consenso”. “Durante la sua lunga incarcerazione sull’isola di İmralı, Öcalan ha approfondito lo studio del pensiero libertario, ecologista e municipalista, confrontandosi in particolare con le teorie dell’anarchico americano Murray Bookchin (1921 – 2006). Ne è derivata una “svolta” teorica del movimento, che oggi non aspira più a costruire uno stato-nazione curdo ma ad allargare zone di autonomia e autogoverno. Il nome dato a quest’impostazione è “confederalismo democratico”. I primi, importanti esperimenti in questo senso non stanno avendo luogo nel Kurdistan “turco” ma nel Kurdistan “siriano”, nel Rojava (che in curdo significa semplicemente Ovest)” (fonte: storify.com Wu Ming Foundation). Dopo la liberazione di Kobane dall’ISIS nel 2015, nel contesto della devastante guerra siriana, l’esperimento rivoluzionario curdo nel nord della Siria è un “fiore del deserto” che ha creato un immaginario potente e ha spinto tanti stranieri a sostenerlo anche con le armi. Di ritorno alla sua natale Torino Davide Grasso traccia un bilancio della sua esperienza personale e della situazione politico-sociale nello scacchiere siriano (Syria Live Map link) [F. L.].  Continua a leggere

#México, #Trump y los modelos de desarrollo @LaJornada @lajornadaonline

trump mexico[Fabrizio Lorusso – La Jornada] Hablar de modelos de desarrollo hoy día parece algo obsoleto y demodé. Suena como expresión de la jerga económica de antaño, de cuando los estados todavía planeaban su política industrial, económica y social para generar no sólo el crecimiento del producto interno bruto (PIB), sino también el desarrollo, o sea, una mejora cualitativa, más que puramente cuantitativa, de la actividad económica y, sobre todo, de la vida de las personas.

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Esce #Obama, Arrivano #Trump e il #Chapo Guzmán

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[Da Huffington Post Blog Fabrizio Lorusso – Vedi anche QUI su “Trump e il muro”] Il 20 gennaio comincia l’era Trump e si conclude quella del capo dei capi del narcotraffico mondiale, il messicano Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, alias El Chapo, boss del cartello di Sinaloa. Dunque s’insedia il nuovo presidente degli Stati Uniti e lascia il posto Barack Obama dopo 8 anni di mandato. Il magnate neopresidente non ha risparmiato colpi bassi e dichiarazioni minacciose nei riguardi del Messico, promettendo di costruire un muro lungo i 3000 km della frontiera meridionale, anche se in realtà la barriera in parte già esiste, e di farlo pagare al paese latinoamericano!

Ha parlato anche di aumentare i rimpatri forzati, cioè di eseguire deportazioni massive di migranti irregolari. Non è che l’amministrazione Obama sia stata “morbida” in tal senso, dato che sono circa 2,8 milioni i clandestini che negli ultimi anni sono stati rimandati nel paese d’origine, ma senza dubbio Trump ha mostrato un discorso aggressivo e provocatore che sta influendo sui mercati e sulla politica messicana come mai prima.  Continua a leggere

Parliamo di #Haiti #Politica su @Vocidelmattino @Radio1Rai

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Parliamo dell’impasse politica ad Haiti su Radio 1 Rai con Paolo Salerno: Voci del Mattino del 22 febbraio 2016 – Audio a questo LINK dal Minuto 14:40 al minuto 20.

Le voci dei protagonisti dell’attualità internazionale; l’informazione da tutto il mondo, con i telegiornali in lingua originale; Siria, esplode la violenza Isis mentre la diplomazia è al lavoro; Europa, scongiurata (per ora) la Brexit; Niger, Repubblica Centrafricana e Haiti: lì dove la democrazia è un bene ancora da conquistare; superare gli ospedali psichiatrici, un dovere civile; baby scafisti, un fenomeno in crescita; cinema, a Berlino trionfa l’impegno civile di Gianfranco Rosi.

Il programma

Il nuovo appuntamento con l’informazione mattutina su Radio1.
Approfondimenti su temi di attualità internazionale e di economia, indagando su tendenze e questioni di carattere sociale in Italia e all’estero. Interviste e informazioni di servizio, con lo scopo di aiutare gli ascoltatori a difendere ed esercitare i propri diritti. Grande risalto alle voci dei protagonisti, attraverso le notizie dei telegiornali di tutto il mondo, e puntate speciali arricchite dagli inserti sonori tratti dalle Teche Rai. Il tutto al ritmo della musica di Radio1.

Conduce: Paolo Salerno, il sabato Lorenzo Opice- In redazione : Rita Pedditzi – Colomba Sampalmieri, Roberta Genuini, Maria Grazia Santo e Claudio Urbani, con la collaborazione di Karima Moual e Francesca Leoni. La regia è di Mauro Convertito. 
– See more at: http://www.radio1.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-5c4e8953-5462-4826-b440-26edcce67d5e.html?section=Main#sthash.ycVl40xx.dpuf

Haiti e l’industria della fame

Haiti food aid[di Fabrizio Lorusso (Twitter) da CarmillaUna versione estesa di questo articolo è contenuta nel libro La fame di Haiti, di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, edito da END Ed. di Gignod, Aosta (QUI prologo di M. Vaggi “L’isola dei non famosi”). In versione cartacea il testo è uscito anche sul numero 10 (nov. 2014) di (NRL) Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale, edita da Alegre, Roma, col titolo “Le macerie di Haiti, 5 anni dopo il terremoto”. Il numero attuale di NRL è dedicato a “nazionalismi, populismi di destra e razzismi”. Lo trovi qui e puoi leggerne una recensione su Carmillaqui. Sulle nuove e vecchie schiavitù e la migrazione dei lavoratori haitiani nelle coltivazioni di canna da zucchero della vicina Repubblica Dominicana segnalo l’uscita del bel libro di Raùl Zecca Castel Come schiavi in libertà, Ed. Arcoiris, Salerno, 2015]

Aggiornamento introduttivo (12/01/2015). Gli effetti del devastante terremoto del 12 gennaio 2010 ad Haiti furono e sono tuttora amplificati da una lunga lista di fattori storici, politici, economici e sociali. Continua a leggere

El #EstadoIslámico, mitos y realidades @jornadasemanal #Mexico #ISIS

Terrorismo y guerra ISIS SEMANAL-Portada1083(Publicado en la edición del 6 de diciembre de 2015 del Suplemento Semanal del Diario Mexicano La Jornada – De Fabrizio Lorusso)

Los atentados del 13/11 o 13-N en París estremecieron a la opinión pública mundial, pero en 2015 han sido muchas más las matanzas con firma islamista radical difundidas por los medios, aunque con diferente énfasis: de Siria a Kenia, de Turquía a Egipto y Beirut se ha cernido una estrategia de terror. Sólo entre julio y septiembre, el Estado Islámico de Irak y Siria (ISIS) y sus afiliados cometieron mil 86 atentados, doce por día, con un saldo de 2 mil 978 víctimas, casi todas en países musulmanes.

Medio Oriente parece un escenario de la Guerra Fría en pleno siglo XXI, con Rusia y Estados Unidos al mando de “bloques de intervención” e intereses geopolíticos contrastantes. Gobiernos y medios occidentales justifican cierres de fronteras en Europa y más bombardeos en Siria para apoyar, dentro de la guerra civil iniciada en 2011, a los opositores del presidente-dictador Bashar al-Assad y debilitar al ISIS.

Rusos y chinos sostienen a Assad contra los rebeldes y Rusia ha enviado cazas para golpear al ISIS y apuntalar el régimen sirio. Asimismo, los gobiernos de Irán e Irak están con Assad. En medio está la población civil indefensa: en cuatro años ha habido más de 4 millones de expatriados, 8 millones de refugiados internos y trescientos mil muertos, sobre un total de 22 millones de habitantes.

Se ha vuelto a hablar de “choque de civilizaciones”: la occidental judeocristiana vs. la árabe-musulmana, pero se trata más bien de “choques dentro de una civilización” en los que irrumpen reiteradamente potencias externas, que pelean directamente o arman a grupos por sus propios objetivos, y fundamentalistas con aspiraciones hegemónicas.

Así, siguen los conflictos entre gobiernos y comunidades sunitas, que representan al 87% de los musulmanes, y chiitas (13%); árabes y no-árabes; judías, musulmanas y cristianas; proccidentales y antioccidentales, etcétera.

El incendio de Mesopotamia llega a Europa, en donde hay centenares de ciudadanos que militaron en el isis como foreign fighters: 500 del Reino Unido, mil 200 de Francia, 450 de Bélgica, 500 de Alemania, 800 de Rusia, 100 de Italia. Pocos, comparados con los 20 millones de musulmanes totales de la Unión Europea, pero potencialmente muy peligrosos.

Tras el ataque al semanario Charlie Hebdo en enero y el 13-N, emociones encontradas y cegueras belicistas ofuscaron la reflexión acerca de contextos lejanos y los vocablos que los describen. Por ejemplo, la ideología o el movimiento político del yihadismo viene de yihad, que muchos identifican sólo con “guerra santa”, aunque su significado es “esfuerzo” y es un concepto complejo con distintas interpretaciones: puede significar “resistencia a la opresión”, “obligación de fe” o “lucha” personal interna, pacífica o hasta armada. En este sentido se habla de alas yihadistas combatientes como el ISIS, dentro de la corriente salafista sunita que promueve una versión tradicional-radical del islam.

La palabra islamismo ha cambiado su significado: en el siglo XIX equivalía a islam o mahometismo, pero desde la década de 1970 describe movimientos, partidos e ideologías que pretenden adaptar la política a los preceptos del islam. El islamólogo francés Bruno Étienne define su versión dura, el “islamismo radical”, como “uso político de temas musulmanes en reacción a la occidentalización, considerada agresiva hacia la identidad árabe-musulmana”, y “protesta” contra la modernidad y la laicidad.

Sharia, traducible como “camino a la paz”, es la “ley islámica”. Representa un código de conducta integral que va más allá de la religión, aunque se funda en el Corán y en las sentencias del fundador del islam, Mahoma, después de cuya muerte (632 d.C.), a consecuencia de conflictos doctrinarios y políticos surgieron dos ramas del islam, la sunita y la chiita. La sharia puede incluir muchos aspectos de la vida y ser incorporada en el derecho de los países. En un “Estado Islámico”, la autoridad emana de la ley islámica y el islam es religión oficial. Es el caso de Irán (chiita), Arabia Saudí (sunita) o de ISIS.

MITOS ALREDEDOR DEL ESTADO ISLÁMICO

Los musulmanes aman al EI por radical. El poder del EI viene de la política, no de la religión. El EI quiere instaurar un “estado” o “califato” sunita en Oriente Medio. En 2013 y 2014 fue instalándose en el Norte-Oeste de Irak, a lo largo del corredor entre Fallujah y la frontera siria, pasando por Ramadi, y en las ciudades de Mosul y Tikrit, así como en Siria, donde avanzó sobre Palmira, Dayr Az Zawr y Raqqah. Su jefe es el califa iraquí de cuarenta y cuatro años, Abu Bakr al-Baghdadi.

Aunque es rechazado por la mayoría de los árabes y de los musulmanes (dos conjuntos que no coinciden), ha ganado cierto consenso en Irak entre comunidades sunitas y militantes del partido Baaz Árabe Socialista, hoy proscrito, del fallecido Saddam Hussein. En efecto, este dictador y su gobierno eran sunitas, y tras la invasión estadunidense de 2003 se instaló en Irak un gobierno chiita que operó una represión contra los sunitas. También Assad, de Siria, es chiita y gobierna sobre una población mayoritariamente sunita. ISIS, entonces, ocupó regiones en donde hay minorías sunitas importantes que fueron privadas del poder y acorraladas en el pasado.

El EI es un Estado. EI es una entidad autoproclamada no reconocida, aunque sí tiene ciertas prerrogativas de un Estado: un territorio del tamaño de Bélgica, que va achicándose conforme siguen los bombardeos sobre sus baluartes y las victorias en el campo de batalla por parte de sus rivales (kurdos sirios e iraquíes, rebeldes sirios, mercenarios chiitas e iraníes, ejército regular de Irak); un pueblo de referencia, o sea de 30 mil a 50 mil milicianos (diez por ciento de ellos europeos), tribus sunitas y parte de la población bajo su control; cobro de impuestos y monopolio de la fuerza; una ideología nacionalista y de rescate popular, totalitaria y confesional. No se trata de un Estado-nación moderno, sino de un proyecto teocrático que guarda semejanzas con modelos medievales absolutistas y hasta con el nacionalsocialismo.

Están locos y no tienen estrategia. Si por un lado es cierto que proyectan al mundo imágenes terribles, de “locos”, por otro tienen objetivos claros y estrategias racionales. Pretenden crear un califato sunita basado en la ley islámica y en interpretaciones radicales del Corán. Los pobladores, sunitas como los del ISIS, aunque no extremistas, han sido víctimas de represiones y discriminaciones por parte de gobiernos chiitas como el iraquí y el sirio. El EI sería el menor de los males. Además, el EI fomenta y explota un sentimiento antioccidental difuso que tiene origen en un largo historial colonial y neocolonial de potencias injerencistas en la región: Rusia, Estados Unidos, Turquía y varios países europeos.

Nadie los puede vencer. En el último año perdieron la cuarta parte de sus posesiones. El EI retrocedió en Siria, en donde los kurdos mantienen bajo su control Kobane y la provincia de Rojava, en la cual están construyendo una república democrática y popular con el apoyo de combatientes y movimientos progresistas del mundo entero, y lo mismo ha sucedido en Irak, donde los p-bladores del Kurdistán autónomo iraquí han defendido sus territorios y avanzaron sobre Sinjar en noviembre.

Los financian Occidente y sus aliados árabes. Sí y no. El EI puede pagar a sus tropas mejor que los rebeldes sirios o el ejército regular iraquí y no depende de dinero del extranjero. Tiene sus fuentes de riqueza: venta de petróleo a través de la frontera turca y de electricidad a Siria, extorsión de la población, impuestos, expoliación de bancos y ciudades conquistadas, financiaciones de Qatar, Arabia Saudita, Kuwait (aliados de Estados Unidos). ISIS no es financiado directamente por potencias occi-dentales, aunque el tráfico de armas procedentes de estos países y de hidrocarburos lo ha reforzado. Al Qaeda, de la cual se desprendió ISIS, fue una criatura de los servicios de inteligencia estadunidenses (CIA) contra la ocupación soviética de Afganistán entre 1979 y 1989.

Son insurgentes sirios. En ISIS hay sirios. El EI combate en Siria, pero su origen es iraquí. En febrero de 2014 fueron expulsados de la rama Al Qaeda-Irak por ser demasiado violentos y desobedecer las órdenes del sucesor de Osama Bin Laden, al-Zawahiri. Al Qaeda en Siria opera con la célula Jabhat al-Nusra, que ahora también es enemiga del EI. Las bombas de la aviación francesa, la inglesa y la estadunidense sobre posiciones de ISIS fueron el motivo que esgrimieron los terroristas para atacar París y ganar más adeptos entre los sectores radicalizados del islam, incluso en Europa. Asimismo amenazaron Moscú, pues también Rusia los bombardea en Siria.

El EI se ha vuelto el enemigo común de rusos y occidentales que, por ahora, arrinconan sus diferencias en Siria para golpearlo. Pero el 24 de noviembre un avión caza turco derribó un bombardero ruso, poniendo en riesgo esta “colaboración”. La Turquía del presidente Recep Erdogan, país miembro de la OTAN, mantiene ambigüedades con el EI, al permitir su paso y el contrabando de petróleo por la frontera con Irak. Con la excusa de la “lucha contra el terrorismo” Erdogan reprime poco a ISIS y más a sus eternos enemigos, los kurdos, es decir, los únicos que han vencido al EI por tierra.

ISIS y Al Qaeda son lo mismo. El EI está realizando el sueño que Al Qaeda no pudo concretar. Ni bajo el mando del saudí Bin Laden ni, tras su muerte el 1 de mayo de 2011 en un operativo estadunidense en Pakistán, bajo el control de su sucesor, el egipcio Aymán al-Zawahiri, los qaedistas habían conquistado un territorio-base para el futuro califato.

Al Qaeda, dentro de una estrategia revolucionaria, deseaba derrocar a gobiernos del mundo árabe para tomar el poder y cambiarlos según su ideología extremista, pero sin apoyo popular masivo no podía ganar. El atentado a las Torres Gemelas (11-s 2001) pretendía suscitar en Estadon Unidos una reacción excesiva que a la postre favoreciera a los terroristas. Así, Bin Laden atacó países occidentales, Estados Unidos y sus aliados invadieron países musulmanes y el círculo se cerró con la radicalización de parte de la población que ya veía en el islamismo una alternativa.

Tras la penetración militar occidental en Afganistán (2001) e Irak (2003), crecieron las resistencias armadas internas, Al Qaeda aumentó sus filas y decidió reducir los actos terroristas en Occidente, pues no quería sacar a los invasores sino ampliar la lucha contra ellos en los países árabes. Así creció “Al Qaeda en Irak”, dentro de la cual nació en 2006 el Estado Islámico de Irak, precursor de ISIS/EI. Sus objetivos no han cambiado, pero desde 2010 con al-Baghdadi a la estrategia terrorista se le sumó la de conquista territorial, facilitada por la crisis de Siria y los huecos de poder en Irak. Así las cosas, en la galaxiayihadista radical hay dos “transnacionales” rivales: Al Qaeda y el EI.

Son nuevos y modernos. Se presentan como “novedad” y “duros” con respecto de Al Qaeda y otras facciones. Son modernas sus armas y propaganda. Su “yihad 2.0” vive del manejo de tecnologías y medios actuales, de internet y redes sociales para el reclutamiento de soldados en muchos países y la emisión de comunicados, pero en realidad ISIS es una fuerza tradicionalista y regresiva. Son portadores de un proyecto político-religioso con epicentro en el mundo árabe para la construcción de un Estado inspirado en el califato islámico que tuvo su apogeo en el año 750 dC.

¿Están en guerra contra Occidente? Ciertos países occidentales están metidos en la guerra civil de Siria y contra el EI en Irak y Siria. Éste pelea en un entorno com-plicado, rodeado de enemigos árabes (sobre todo musulmanes-chiitas), kurdos y occidentales. Fuera de Irak y Siria ha ido ganando el favor de islamistas radicales, como los kenianos de Boko Haram. Hay células que se adhieren a ISIS y salen de Al Qaeda. Su estrategia de terror se ha desplegado más dentro del mundo árabe que en Occidente, a pesar de la distinta relevancia que a sus acciones le asignan la prensa y la televisión.

Sin embargo, intolerancia y xenofobia aumentan en el Viejo Continente como en tiempos de guerra, alimentando las expectativas electorales de la ultraderecha y las prácticas antidemocráticas de los gobernantes. De esta forma, el EI gana adeptos en Medio Oriente y surte efectos en una Europa que se blinda, quizá de modo permanente, limitando la libertad de expresión, circulación y manifestación y promulgando leyes especiales y liberticidas. Aunque el califato sucumba un día, el futuro es incierto y no será con bombas como podrá despejarse

Kid #Cannabis: #Film #Marijuana #USA #Mota #StatiUniti #Canada #Narcotraffico

Per la Serie Film LatinoAmericanisti(qui link agli altri film)

Kid Cannabis is a 2014 American biographical comedy-drama film. It is based on the true story of an Idahoteen dropout who builds a multimillion-dollar marijuana ring by trafficking drugs through the woods across theCanadian border. The film received positive reviews from critics. Da wiki

Kid Cannabis, online – Si basa su un articolo pubblicato su Rolling Stone. Reale cronaca due giovani vittime della tratta di marijuana nel confine tra Idaho e British Columbia.

Il film è basato su un articolo apparso nel 2005 sulla rivista Rolling Stone, che racconta la vera storia di alcuni adolescenti di periferia dell’Idaho che hanno costruito un impero multimilionario grazie alla marijuana.
Il film verrà girato in Canada

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Nuova Mappa del Narcotraffico in Messico e Stati Uniti

di Fabrizio Lorusso

Movimiento alterado Revolución NarcoCultura NarcocorridosPeriodicamente l’agenzia antidroga americana DEA (Drug Enforcement Administration) traccia la mappa del narcotraffico negli Stati Uniti e in Messico e, in base al lavoro d’intelligence dei suoi uffici distaccati sul territorio, pubblica una relazione sull’evoluzione dei cartelli messicani in America del Nord. Colori e macchie, città conquistate e perse, confini e nomi ormai noti della criminalità organizzata locale e globale non hanno nemmeno bisogno di una legenda per essere compresi. L’impatto visivo è immediato e così l’idea della narcoguerra che insanguina il continente si lega alla geopolitica. I frammenti si ricompongono sullo schermo e, restringendo lo zoom, i pixel scompaiono e la visione globale si fa nitida. La lotta militarizzata alle organizzazioni criminali, che in Messico ha mietuto oltre 130mila vittime in 8 anni e mezzo e ha provocato un aumento drammatico delle violazioni ai diritti umani, viene analizzata dalla DEA in una dimensione internazionale e geografica che, pur offrendo un quadro cognitivo generale, mette in secondo piano le vite quotidiane di milioni di persone che vivono sulla propria pelle le conseguenze della war on drugs e dell’ipocrisia di fondo che la alimenta. Sono i milioni di pixel concentrati nei vari sud del mondo: dal Latinoamerica, o “NarcoAmerica”, secondo il titolo di un interessantissimo libro di giornalismo narrativo “sulle tracce della cocaina” pubblicato da Tusquets (2015), a Gioia Tauro, dall’Afghanistan a Ciudad Juárez o i Balcani.

Mexican Cartels in Mexico DEA Map 2015 (Large)

Dal cartello alla mafia

In riferimento ad alcuni gruppi della delinquenza organizzata messicana non si parla più, o non solo ormai, di gangster, cartelli e delinquenti, di tagliagole e sicari, di gang, bande epandillas, ma di vere e proprie mafie. Si tratta di uno stadio superiore di sviluppo dell’organizzazione criminale che acquisisce e consolida codici e strutture, regole e lealtà, discipline e logiche imprenditoriali e da clan. Una mafia sa riprodursi, organizzarsi, darsi regole. Sa anche essere anche discreta e rafforzare i suoi legami con la politica e lo stato, specialmente in Messico. E a questo modello, rinsaldato da legami tra compari e di sangue, risponde sicuramente il cartello di Sinaloa, al cui vertice restano Ismael “El Mayo” Zambada e il fuggitivo Joaquín Archibaldo Guzmán Loera, alias “El Chapo”. Ma Sinaloa, come evidenzia l’analisi della DEA, è tacchinato da altri gruppi emergenti e da vecchi rivali.

narcotraffico eroinaIl report identifica otto grandi cartelli messicani: Sinaloa, Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), Beltrán-Leyva Organization (BLO), Los Zetas, Cartello del Golfo (CDG), Cartello di Juárez/La Línea (CDJ), La Familia Michoacana (LFM) e Los Caballeros Templarios (LCT). Questi ultimi due hanno perso nettamente influenza, capacità operative e coesione a livello di organizzazione, mentre il CJNG, nato da una scissione del cartello di Sinoloa nel 2010, si presenta come il gruppo in maggior crescita. Dal suo stato d’origine, il Jalisco con la sua bella capitale Guadalajara, l’organizzazione s’è espansa ai vicini Nayarit, Colima, Guerrero, Michoacán e al Veracruz. Ma non solo. Sfruttando abilmente le debolezze dei rivali e le sue alleanze ha fatto ingresso anche nel Guanajuato e nel San Luis Potosí, così come nei meridionali Oaxaca e Chiapas.

L’ascesa del Cartello Jalisco Nueva Generación e il dominio di Sinaloa

In particolare la quasi totale disintegrazione della Familia Michoacana e dei Cabelleros Templarios nel Michoacán, territorio strategico sulla costa pacifica grazie allo scalo portuario di Lázaro Cárdenas, porta d’ingresso di precursori chimici per la produzione di metanfetamine e di cocaina dalla Colombia, ha portato all’ascesa del Jalisco Nueva Generacion i cui membri sono riusciti anche a infiltrarsi nella Nuova Polizia Rurale. Questa forza di polizia è stata creata dal governo per “risolvere” il conflitto coi gruppi armati di autodifesa e incorporarli in una struttura statale. Insieme ad essi, però, anche operatori del cartello CJNG sono entrati nella polizia oltre che nei territori prima controllati dalla Familia e da LCB.

Per questo il cartello di Jalisco viene identificato come il prossimo “nemico numero uno” della DEA. Negli USA nessun gruppo criminale straniero è così ben posizionato e potente come i cartelli messicani, specialmente Sinaloa, che tramite network distributivi e tracciati consolidati, soprattutto lungo il confine sudoccidentale, gestiscono traffici policromatici: marijuana verde e bianca coca, cristalli chiari e celesti di metanfetamine e infine eroina. Proprio queste due sostanze rappresentano i business in aumento, anche grazie alla “spinta dell’offerta” in tal senso.

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La mappe disegnate dalla DEA evidenziano la presenza delle mafie messicane in territorio statunitense nella prima metà del 2015: il predominio di Sinaloa è schiacciante ma non totale. Infatti, il cartello di Juárez, quello del mitico boss degli anni ’90 Amado Carrillo Fuentes (El señor de los cielos) mantiene la sua influenza tradizionale nel New Mexico e nel Texas sud-occidentale, mentre gli Zetas e il cartello del golfo lottano per il controllo diplazas, punti di passaggio e territori tanto in Messico, soprattutto nelle regioni del Tamaulipas e del Veracruz, come negli USA, nel Texas sudorientale e centrale. Allontanandosi dal confine messicano-statunitense solcato dal Rio Bravo, la loro capacità operativa va scemando.

Come in genere accade nell’economia legale, anche nel settore del traffico degli stupefacenti la gran fetta della torta, i guadagni più sostanziosi, finiscono nelle mani della grande, media e piccola distribuzione nel mercato USA: lo smercio città per città, quartiere per quartiere, effettuato da dealer e pusher formano il grosso delle entrate, per cui è strategico controllare i punti di transito in Messico, ma ancor di più lo sono la gestione degli snodi di frontiera e dei trasporti e la distribuzione al consumatore finale.

Sebbene abbiano perso potere e mercato, non sono assenti da numerose città americane le organizzazioni criminali messicane decadenti (come i Templarios, il cartello di Tijuana della famiglia Arellano Félix o i Beltrán Leyva, presenti a Denver e lungo la costa orientale) e quelle emergenti come il Jalisco Nueva Generación. Il cartello, sebbene non sia ancora molto presente nel mercato americano, sta guadagnando rapidamente posizioni in Messico, ottima base di partenza per la conquista degli States, per cui è visto con crescente preoccupazione dalle autorità di quel paese.

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Narco-Storia del Cartello Jalisco Nueva Generación

Proprio riguardo a questo gruppo, alla ribalta dei media nel maggio scorso in Messico per una serie di attentati e scontri a fuoco con la polizia alla vigilia delle elezioni parlamentari, cito un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga per cercare di capirne le dinamiche e la storia:

Abigail González Valencia, alias “El Cuini”, era un boss discreto, vecchio stile. Poco presente sui media, non figurava nemmeno nella lista dei 122 obiettivi prioritari del governo, elaborata in base a fattori quali il numero di indagini aperte su un individuo, le sue reti nazionali ed estere e il suo giro d’affari. Il narcos è stato arrestato il 28 febbraio 2015 ed è stato rimpiazzato da quello che secondo la stampa, il governo messicano e il Dipartimento del Tesoro statunitense sarebbe uno dei nuovi “uomini forti” della malavita in Messico, suo cognato Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”. González Valencia operava con il “El Mencho” in qualità di capo del gruppo armato, alleato del CJNG, noto come “Los Cuinis” e attivo dagli anni Novanta all’interno del cártel del Milenio. El Cuini appartiene alla famiglia dei fratelli Valencia, vecchie glorie della narco-storia messicana che da coltivatori di avocado divennero negli anni Settanta piantatori di papaveri e marijuana.

narcotraffico messicoUno di loro fu addirittura sindaco di Aguililla, cittadina d’origine dell’intera stirpe dei Valencia. L’incipiente organizzazione divenne un potente cartello, il Milenio, sotto la guida di Armando Valencia e grazie all’alleanza coi colombiani di Medellín, all’estero, e a quelle con i fratelli Amezcua di Colima, pionieri nel commercio di droghe su disegno o sintetiche, e con Sinaloa, in patria.

Nel 2003 stabiliscono una rete per l’importazione da Hong Kong dell’efedrina, precursore chimico delle metanfetamine, in virtù dell’accordo con l’impresario sino-messicano Zhenli Ye Gong, e si legano più strettamente al Chapo Guzmán, responsabile della “divisione droghe sintetiche” del cartello del Pacifico o Federación de Sinaloa. In seguito si associano allo storico capo sinaloense Ignacio Nacho Coronel, boss indiscusso della zona del Jalisco. La mafia del Milenio si trasforma in Jalisco Nueva Generación nel 2010, dopo la morte di Coronel, e stabilisce un patto con gli scissionisti Beltrán Leyva, ormai nemici di Sinaloa. Dal 2013 ingaggia una guerra contro i Templarios del Michoacán per il controllo dello snodo portuale di Lázaro Cárdenas e conduce un’infiltrazione graduale nei gruppi armati di difesa, le autodefensas, che sorgono proprio in quell’anno e che sono confluiti nella Nueva Fuerza Rural patrocinata dal governo.

 Nel 2011 il CJNG si proietta al centro delle cronache per una serie di video in cui si presenta come una banda di “Ammazza-Zetas”, i Mata-Zetas, in lotta per ripulire Veracruz e il golfo dagli odiati Zetas. In molti hanno pensato che fosse un espediente mediatico dei narcos di Sinaloa e del loro boss, il Chapo Guzmán, per fiondarsi alla conquista dell’Oriente messicano, presentandosi come dei salvatori, ma in realtà si trattava di un gruppo autonomo, di fatto scisso da Sinaloa. Nel 2015 il Jalisco Nueva Generación ha condotto una guerra su più fronti e ha espanso la rete delle sue operazioni a sette stati del Paese. Nel sud del Michoacán ha spodestato i Templarios, mentre nella zona a nord di Guadalajara gli Zetas hanno dovuto ripiegare. Il cartello sta battagliando ancora con Sinaloa per il mercato delle metanfetamine e secondo alcuni esperti in futuro potrebbe scavalcare gli Zetas e contendere il primo posto nella classifica criminale proprio a Sinaloa e al “Mayo” Zambada.

narcotraffico mexico juarezSecondo molti osservatori l’accanimento mediatico contro il CJNG ha fatto concentrare l’attenzione su un gruppo lasciando operare più tranquillamente gli altri, specialmente il cartello di Sinaloa. Inoltre viene data poca rilevanza al gruppo dei “Los Cuinis”, presumibilmente alleati del Jalisco Nueva Generación, che la DEA non ha citato tra gli otto cartelli messicani principali, nonostante il Dipartimento del Tesoro abbia incluso affaristi e imprese ad esso legati nella sua lista nera e lo abbia etichettato come “uno dei cartelli più pericoli e violenti del paese”. Probabilmente l’Agenzia non considera Los Cuinis come un cartello indipendente: i legami di parentela dei fratelli José, attuale capo, e Abigail Gonzalez Valencia con il boss del CJNG, Nemesio Oceguera, loro cognato, e il fatto che i due gruppi abbiano sempre collaborato strettamente può avere influito sulla scelta della DEA. Prima dell’arresto Abigail era l’operatore finanziario del Jalisco Nueva Generación a Guadalajara.  Comunque nemmeno la quarantennale organizzazione cartello dei Diaz Parada o cartello di Oaxaca non è menzionata nel rapporto dell’agenzia USA.

Dopo la cattura del fratello maggiore dei Los Cuinis, secondo la Procura Generale della Repubblica messicana è il minore, José González Valencia, alias La Chepa, che ha assunto il comando e sarebbe responsabile della sicurezza di Nemesio Oceguera, El Mencho, e degli attacchi militari contro le forze della polizia del Jalisco nei mesi scorsi. I narcos avrebbero perso l’appoggio della polizia statale per cui si sarebbero rivolti contro di loro con una serie di attentati, approfittando anche della congiuntura preelettorale durante la quale ci sono sempre possibilità di nuovi accomodamenti tra criminalità organizzata e apparati statali.La Chepa González ha il sostegno di un medico di Aguililla, nel Michoacán, che è anche luogotenente del CJNG: si chiama Rogelio Guízar Camorlinga, El Doctor, e avrebbe organizzato gli scontri con le forze federali e della polizia statale del Jalisco il 9 marzo 2015, quando morirono cinque elementi della gendarmeria nazionale, due presunti delinquenti e quattro civili, e il 6 aprile, quando a San Sebastián del Oeste sono stati fatti fuori 15 poliziotti che si dirgevano a Guadalajara.

Mexican Cartels in USA DEA Map3 2015 (Large)

Michoacán, Los Zetas e l’invasione dell’eroina negli USA

La Familia Michoacana, dopo la scissione dei Caballeros Templarios nel marzo 2011 ed in seguito ad altre faide, ha dato origine a gruppi criminali come “La Empresa Nueva”, “Los Moicas” (presenti in California) e il “Cartello Indipendente del Michoacán” che oggi sono rimasugli locali di quella mafia messianica e unitaria che, per alcuni anni, ha dettato legge nel Michoacán e nelle zone limitrofe. Anche gli Zetas si sono spezzettati in cellule locali che, non potendo più gestire il business della droga a livello internazionale, si sono riconvertite ad altre tipologie criminali: sequestro di persona, estorsione, tratta di bianche, traffico di organi, prostituzione, traffico di migranti, vendita di “protezione”, riciclaggio egiros negros come l’apertura di club, casinò, discoteche e bische legali e clandestine. La figura 2 mostra quali sono le mafie predominanti in ciascun stato USA e la scurezza del colore riflette la densità della popolazione e, quindi, del mercato potenziale per gli stupefacenti, non il livello d’influenza attuale del cartello criminale.

narcotraffico amapolaNegli ultimi tre o quattro anni c’è stato un cambiamento dell’offerta, con la spinta maggiore dell’eroina, data la stasi della cocaina e del traffico illecito di marijuana come conseguenza della legalizzazione del consumo ricreativo e della produzione di questa pianta e delle sostanze derivate in Alaska, Colorado e Washington. E quindi la mappa numero 3 rappresenta graficamente i dati relativi alle morti per overdose di eroina nel 2013 del National Center for Health Statistics/Centers for Disease Control (NCHS / CDC) e la stessa DEA segnala l’invasione di questo psicotropico che ha fatto 8.257 vittime nel 2013, circa il triplo di quelle del 2010. Il consumo aumento per la spinta dell’offerta, la maggiore disponibilità a basso costo propiziata dalla politica dei cartelli messicani, specialmente di Sinaloa, e poi si registra un uso più sostenuto di numerosi pazienti che possono averla su prescrizione.

L’espansione della frontiera dell’eroina viaggia ora verso i mercati della East Coast. Storicamente, riporta il testo della DEA, “il mercato dell’eroina negli Stati Uniti è stato diviso in due lungo il fiume Mississippi, con i mercati occidentali che usavano l’eroina messicana nera (black tar) o in polvere marrone, e quelli dell’Est che usavano eroina bianca in polvere (precedentemente del Sudest e del Sudovest asiatico, poi negli ultimi vent’anni quasi solo sudamericana)”. Dunque il ruolo di intermediari dei messicani, così com’era successo per la cocaina, è diventato strategico e questi hanno altresì incrementato la produzione di eroina bianca in Messico, per cui i cartelli sono entrati con successo nel redditizio mercato degli stati medio-occidentali e del Nordest: Chicago, il New Jersey, Philadelphia e Washington e molte zone di New York sono ormai terra azteca.

Nota Finale. Sebbene i rapporti e le mappe emessi dalla DEA siano attendibili e delineino le tendenze generali, in particolare per quanto riguarda il territorio statunitense, spesso non coincidono con quelli di altre fonti come, per esempio, la PGR (Procura Generale della Repubblica) messicana. Per esempio nel giugno scorso Tomás Zerón, direttore dell’Agenzia d’Investigazione Criminale della PGR, ha dichiarato con tono trionfalista che, dopo la cattura di numerosi boss storici, le organizzazioni criminali sono così frammentate e disperse che si può affermare l’esistenza oggi di soli due cartelli veri e propri: Sinaloa e il CJNG.  Per questo molti gruppi criminali sono descritti più come “franchigie” o “cellule” che come “grandi imprese” o “reti”, etichette valide invece per le organizzazioni più grandi, solide e strutturate. Nel settembre 2014 la Procura aveva parlato, invece, di 9 cartelli (quelli segnalati dalla DEA più il “cartello del Pacifico” nella zona di Acapulco) e 43 gang o fazioni derivate o legate ad essi. Sono informazioni, nomi e mappe criminali che cambiano con frequenza, tanto nella realtà come nelle narrazioni e indagini della stessa Procura per cui van prese con le pinze. Per i funzionari pubblici e la PGR è comunque gioco forza presentare progressi nella narcoguerra intrapresa dal governo e quindi la tendenza è quella di mostrare la frammentazione di alcuni cartelli come un passo avanti nella lotta al narcotraffico anche se la violenza non diminuisce ed anzi aumentano delitti gravissimi, in cui apparati dello stato sono complici, come le desapariciones (sparizioni) forzate e i sequestri di persone. Da CarmillaOnLine