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Haiti e l’industria della fame

Haiti food aid[di Fabrizio Lorusso (Twitter) da CarmillaUna versione estesa di questo articolo è contenuta nel libro La fame di Haiti, di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, edito da END Ed. di Gignod, Aosta (QUI prologo di M. Vaggi “L’isola dei non famosi”). In versione cartacea il testo è uscito anche sul numero 10 (nov. 2014) di (NRL) Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale, edita da Alegre, Roma, col titolo “Le macerie di Haiti, 5 anni dopo il terremoto”. Il numero attuale di NRL è dedicato a “nazionalismi, populismi di destra e razzismi”. Lo trovi qui e puoi leggerne una recensione su Carmillaqui. Sulle nuove e vecchie schiavitù e la migrazione dei lavoratori haitiani nelle coltivazioni di canna da zucchero della vicina Repubblica Dominicana segnalo l’uscita del bel libro di Raùl Zecca Castel Come schiavi in libertà, Ed. Arcoiris, Salerno, 2015]

Aggiornamento introduttivo (12/01/2015). Gli effetti del devastante terremoto del 12 gennaio 2010 ad Haiti furono e sono tuttora amplificati da una lunga lista di fattori storici, politici, economici e sociali. Continua a leggere

#NarcoGuerra Cronache dal #Messico dei #Cartelli della #Droga recensito su #ThrillerMagazine

Fabrizio LorussoNarcoguerra. Cronache dal Messico dai cartelli della drogaSAGGISTICA – Odoya – Odoya library – 2015 – pagine416 – prezzo 20,00 euro –giudizio: eccellente Da Thriller Magazine

«Lo “stato fallito” è un concetto chiaro: quando uno stato è frazionato come questo, in cui le istituzioni sono altamente corrotte — e nel caso della polizia abbiamo una struttura di potere che opera come fosse un cartello –, allora stiamo parlando di uno stato che non ha capacità di reazione. Quando vedi che si contano migliaia di omicidi impuniti, che continuano a succedere e che nessuno indaga a riguardo, allora vuol dire che c’è uno stato che non ha la capacità di garantire la vita e la sicurezza».

Sono diversi i motivi per cui bisogna leggereNarcoguerra. Cronache dal Messico dai cartelli della droga, scritto da Fabrizio Lorusso (Ed. Odoya), e la curiosità o l’amore per il Messico è uno degli ultimi. In realtà, attraverso questa vera e propria enciclopedia sul narcotraffico contemporaneo in Messico che è frutto di anni di lavoro, oltre ad approfondire una realtà solo apparentemente lontana, scoprirete come funziona il mercato della droga non soltanto in quest’area del mondo, ma anche dietro casa vostra, tenendo conto che i traffici illegali stanno subendo un processo di globalizzazione proccupante e insidioso. Inoltre questo volume è ricco di numeri, dati, interviste, testimonianze, immagini, inserite sempre nel narrato con maestria, senza ridondanze: un documento di 416 pagine che vi faranno procedere in una lettura spedita e decisa a scoprire le interconnessioni tra droga, illegalità, violenza, fatti di cronaca.

Nell’interessantissima prefazione, Pino Cacucci elogia l’intento di questo lavoro di Fabrizio Lorusso, un pioniere — penso al suo precedente saggioSanta Muerte. Patrona dell’umanità (Stampa Alternativa): un unicum, senza dubbio, in Italia, il primo libro che ha trattato approfonditamente il culto della Santa Morte. Lorusso — giornalista, traduttore, professore all’Università del Messico – anche in questo colossale lavoro prosegue sulla scia di un’attività che si è sempre distinta per l’attenzione verso l’America Latina e i suoi problemi. Ecco cosa dice di lui Pino Cacucci:
«Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna — o tastiera — in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?».

Questo libro si fa leggere in diversi modi. O tutto di un fiato o con pazienza e dovizia, sottolineando e rileggendo i passaggi più importanti, o setacciando i capitoli che vi interessano. E allora potrete saltare da temi come la terribile strage degli studenti in Messico a capitoli dedicati alla cocaina, ai desaparecidos, al marciume di governi collusi, perfino ai femminicidi (e qui ricordiamo che il Messico è uno stato tristemente colpito: come leggerete nel testo, già nel 2003 si parlava, infatti, di oltre 300 femminicidi e 500 sparizioni per motivi di genere: le cifre sono più che raddoppiate in questi ultimi anni). Infine potrete divertirvi a curiosare i lessemi di unnarcoglossario, in chiusura, molto pittoresco. Dove scoprirete, ad esempio, che cos’è il Perico o Polvo«(lett. pappagallo o polvere) striscia di cocaina o cocaina in generale. Altri termini usati in spagnolo: el alacrán (lo scorpione),la blanca (la bianca), blanca nieve (biancaneve), harina (farina), nieve(neve)».

Bellissime, infine, le pagine dedicate a Ricardo Ravelo, un giornalista messicano specializzato in temi di sicurezza e narcotraffico, intervistato dall’autore nel 2014, la cui voce riportiamo in parte, a sintetizzare una situazione molto complessa che questo libro va a scandagliare nella sua totalità:

«La situazione caotica che vive il Paese è prodotto di un insieme di problemi, un problema multifattoriale che, però, ha le sue cause nell’indebolimento della struttura dello stato, nella corruzione politica, nel vincolo tra gli uomini di potere e certe strutture del crimine organizzato. Parallelamente, nel Paese la situazione economica degli ultimi dieci o venti anni è stata molto instabile e si sono create condizioni di povertà e abbandono sociale che hanno portato molta gente, per disgrazia, a organizzarsi per fini illegali. Di ciò se ne sono approfittate le organizzazioni criminali, che hanno trovato le condizioni perfette per potersi evolvere.
[…]
Tutta la polizia, al posto di essere al servizio della società, è finita al servizio del crimine organizzato. Si sono create “buste paga” parallele: ai poliziotti non bastava più il salario statale, e allora allo stesso tempo ne riscuotevano un altro dalla criminalità organizzata, cosa che succede ancora oggi. Cominciò a interessare maggiormente loro dare protezione al delitto, alla vendita di droga e alle attività omicide dei sicari, in cui sono coinvolti, e sequestrare persone, non più arrestarle, per portarle alle casas de seguridad, ai luoghi di prigionia, per interrogarle, estorcere informazioni e poi ucciderle. Quindi s’è generata un’orgia di violenza nel Paese, s’è perso il controllo».

Autore: Gabriele Basilica – Data: 7 settembre 2015

Haiti, gli aiuti internazionali e le macerie

Video (link) intervento alla presentazione del libro Le macerie di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso – Presentazione 4 dic 2012 al Circolo stampa di Roma. L’intervento vuole sottolineare come la “repubblica delle ONG”, come è stata chiamata Haiti da giornalisti e osservatori, sia frutto di un processo storico che va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che coinvolgono l’isola. Gli aiuti selettivi e le multinazionali della solidarietà si uniscono alla presenza asfissiante, ma anche a volte necessaria, osteggiata e cercata allo stesso tempo, delle potenze straniere (Francia, USA e Canada in primis). L’Aumohd, associazione di avvocati il cui presidente è Evel Fanfan, ha lavorato bene negli ultimi anni sul territorio e nei quartieri disagiati della capitale Porto Principe per aiutare la popolazione, tutelare i diritti umani, lottare per i diritti dei lavoratori e delle persone incarcerate ingiustamente. Ecco il link al video (se non riuscite a vederlo è qui).

Le macerie di Haiti (5/5)

di Romina Vinci  Entrare ad Haiti per un europeo non è semplice, e non tanto a livello fisico, perché basta cambiare tre aerei, fare più di una giornata di viaggio, e si arriva a Port au Prince. Quanto a livello mentale. Perché entra in atto un incessante lavoro di scardinamento dei propri valori. Non esiste l’idea della famiglia qui, non il concetto di nudità, di igiene, neppure la necessità di mangiare. Tante cose non esistono, o meglio, si va avanti anche senza. Quel che si percepisce è la mancanza di prospettive, le nulle aspettative di vita. In una parola sola: si tocca con mano la povertà. Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i miei nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

WHARF JEREMIE
Pian piano la realtà haitiana comincia a definirsi davanti ai miei occhi, ed oggi ho ricevuto una grande lezione di vita da Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera in uno dei posti più disperati di Port au Prince, Wharf Jeremie. Raggiungere il suo Vilaj Italyen non è stato semplice. Al Saint Damien mi è stato affidato un driver fidato che, al prezzo di quindici dollari, aveva il compito di condurmi a destinazione. Non è stata esattamente una passeggiata però, perché lui non conosceva il posto preciso e si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni. Ed ogni volta che si fermava a chiedere informazioni io temevo di essere aggredita. Alla fine riusciamo a raggiungere il WAF, lo riconosco perché il movimento aumenta a dismisura, la strada si fa più stretta e la gente che mercanteggia a bordo delle strade diminuisce ancor più il tratto percorribile.

Mettici poi le persone con le loro carriole colme di sacchi, così pesanti da trascinare. Li vedo sbilanciarsi, soprattutto a causa dei solchi scavati sul manto stradale, che fanno svanire anche quel poco equilibrio conquistato a fatica. Uno di loro cade ed una marea di banane si riversano a terra. Percepisco una forte tensione, il frastuono è totale, i taptap nel tentativo di cambiare senso di marcia sbarrano il percorso. Chiediamo indicazioni ad una donna e ci dice di tornare indietro, indicandoci una sorta di molo, al di là di una collina di rifiuti. Per arrivarci entriamo dentro il lago di spazzatura, lo superiamo e raggiungiamo il molo. Il driver vuole lasciarmi lì, ma io mi oppongo, solo dopo aver visto suor Marcella l’avrei lasciato.

Chiede ad una ragazza se conosce “Sister Marcella”, e lei ci spiega che si trova da tutt’altra parte, ci hanno indirizzato male. E così riscendi la collinetta, riattraversa la pozza, rimmergiti nel frastuono del traffico paralizzato, percorrilo per un tempo infinitamente lungo in cui pensi soltanto “Vabbè, finirà prima o poi”, ed ecco che finalmente mi compare davanti una struttura nuova e colorata con su scritto Clinic Italyen. Io e lui ci guardiamo sorridenti: missione compiuta. Entro chiedendo di Suor Marcella, ci sono degli uomini locali che mi indicano la strada del suo studio. La porta è aperta, lei è lì, in riunione, parla con due signori con gli occhi a mandorla. Ci siamo lanciate uno sguardo di intesa, lei non si è scomposta affatto, io mi sono messa fuori ad aspettare.

Esce dopo una decina di minuti scarsi, nel frattempo altre due persone si erano sedute accanto a me ad aspettarla. Lei prima si intrattiene con loro, parlando di ecole, scuola. Quando sono andati via finalmente ci presentiamo. Alcune frasi di circostanza e poi lei mi lascia nelle mani di Valentina, una volontaria che viene da Milano, e che resterà per un anno al Vilaj Italyen. Valentina mi fa fare il giro del quartiere e lo scenario non mi è affatto nuovo. Perché ci troviamo praticamente nella parte finale di Cité Soleil, lungo la strada che conduce alla discarica. Per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.

Non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da settantamila persone. Wharf Jeremie (ribattezzato da tutti WAF) è insomma uno slum fantasma. Suor Marcella ha costruito qui una clinica con cinque reparti, una scuola di strada ed ora ha in programma una chiesa e una casa d’accoglienza. La baraccopoli è a pochi metri di distanza, sterminata come sempre, solo che l’ultimo pezzo è stato rimpiazzato da cento casette verdi, gialle e rosse, che suor Marcella è riuscita a costruire con l’aiuto delle donazioni dall’Italia. Valentina mi indica l’orizzonte e mi fa vedere un’isoletta: da lì son partite molte persone in cerca di fortuna, ma per la maggior parte di loro la scoperta di Port au Prince non si è rivelata un eldorado, ed ecco che si son ritrovati a morire di fame al WAF. Mentre passeggiamo a ridosso delle nuove casette, due ragazzi in moto iniziano a girarci intorno. All’inizio il loro perimetro ha un ampio raggio, e quasi non li percepisco. Ma poi iniziano a restringere il cerchio.

Chiedo a Valentina se li conosca, lei scuote il capo, e mi fa capire che è meglio non avventurarci oltre. Facciamo dietrofront, affrettiamo il passo e torniamo alla clinica. Mi offre una coca cola e mi racconta la storia di Lucien.
Lucien aveva 37 anni e viveva al WAF. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola. Lucien era il braccio destro di Suor Marcella. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia, una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera.

Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme. E basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

LE VERITA’ DI SUOR MARCELLA
Trascorro tutta la mattinata in compagnia di Valentina, intorno all’ora di pranzo Suor Marcella si offre di accompagnarmi al Saint Damien con il suo pickup e durante il tragitto ne approfittiamo per fare l’intervista. E’ una chiacchierata lunga, per me molto istruttiva. Pongo domande specifiche, scavo, vado a fondo, e Suor Marcella ha una risposta a tutto. Mi fa riflettere sul fatto che il problema dei rifiuti ad Haiti in realtà è stato innescato dalla cultura occidentale e dal nostro modo di prestare aiuto. Perché abbiamo importato quella cultura dell’usa e getta figlia della globalizzazione, senza istruirli però su come raccogliere e smaltire i rifiuti.

E così loro continuano a comportarsi come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Soltanto che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica invece rimane lì per migliaia di anni. Siamo stati noi a far bruciare le tappe a queste persone, ma loro ora ne pagano le conseguenze. Tocchiamo il tema della criminalità e del traffico di armi, e Suor Marcella mi fa riflettere sull’importanza che ricopre nello scacchiere geopolitico un buco nero al centro dei Caraibi, un pezzo di terra che si trova davanti a Cuba, vicino il Venezuela, e a cinquanta minuti di aereo da Miami. “Guai a pensare che gli haitiani comprino le armi – dice – perché ci sono nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni. I bambini di Haiti neanche si son accorti che c’è stato il terremoto, perché con tutti i disastri che son abituati a sopportare non è stata certo una scossa più forte delle altre a lasciare il segno”. Secondo Suor Marcella invece di sviluppare progetti contro la mal nutrizione sarebbe più opportuno offrire un lavoro ai genitori di questi bambini. E infine mi conferma una voce a cui avrei preferito non dare adito: qui a Port au Prince esistono biscotti fatti con il fango, con cui i genitori sfamano i propri figli.

LO SLUM DAL DI DENTRO
Oggi è il mio ultimo giorno a Cité Soleil e ho voluto testare lo slum dal di dentro. Per farlo mi sono affidata a Richard, un ometto di vent’anni, canotta larga, jeans logorati e ciabatte rosa modello crocs. Lui si offre di accompagnarmi a vedere le baracche dall’interno, io acconsento. E’ brutto tempo, camminiamo sotto una pioggerellina leggera. Ieri c’è stato un piccolo uragano a Cuba e gli effetti si son fatti sentire fin qua. Per raggiungere le baracche dobbiamo attraversare uno stagno d’acqua e spazzatura, lo facciamo saltando su dei massi, prestando attenzione ai porci che, ai nostri lati, sono intenti a rosicchiare tutto ciò che galleggia. Iniziamo ad addentrarci nei cunicoli.

Pezzi di lamiera alla mia destra e alla mia sinistra, che fungono da muri delle “case”. Nel mezzo c’è spazio giusto per una persona, a volte ci si entra pelo pelo. Il terreno è tutto fango, è facile scivolare. Più mi addentro e più sento paura, però non smetto di scattare con la mia Canon, lo faccio in maniera spasmodica e senza criterio alcuno, spinta dalla sete di documentare.

Al termine di una strettoia mi compaiono due ragazzi a cui – accidentalmente – scatto una foto. Loro non la prendono affatto bene. Iniziano a sbraitare mentre si avvicinano. “Ecco, è fatta”, mi dico. Ma Richard gli risponde energicamente, c’è un piccolo battibecco ed io capisco solo due parole che fuoriescono dalla sua bocca: “No money”. Eppure devo ammettere che quei due ragazzi hanno ragione. Chi sono io per entrare nelle loro case, invadere le loro vite documentandole con una macchina fotografica? Con quale diritto faccio ciò?
Ad ogni scenario che si apre dinanzi ai nostri occhi Richard mi invita a scattare, ma ci tiene al fatto che lui non venga fotografato. Ricordo che anche Daphney, quando mi accompagnava per Delmas, non voleva assolutamente che le facessi foto. Il fatto è che loro mi aiutano a testimoniare il degrado in cui vivono, ma si vergognano di farsi vedere ridotti in queste condizioni.

Arriviamo all’estremità dell’insediamento , nel punto in cui la terra lascia spazio al mare, ed ecco di nuovo i maiali che si dissetano a riva. La vista di questi animali provoca in me un mix tra paura e ribrezzo, sono sconvolgenti soprattutto per la loro stazza. Ad un certo punto ho un incontro ravvicinato con uno dalle dimensioni enormi. Me lo trovo di fronte mentre mi aggiro nelle strettoie delle baracche. E’ abnorme, e dista da me meno di tre metri. Rimango ferma mentre lui continua ad avanzare con il suo fare altalenante. Richard mi si pone dinanzi, raccoglie a terra dei sassi e glieli scaglia contro con forza. Tirare sassi è un passatempo, è un gioco, è un modo per attaccare, è un’arma per difendersi.

Il maiale cambia direzione e pian piano scompare. Poco dopo ci viene incontro una bambina, sua figlia. Ha due anni e tiene in bocca un piccolo bastone, Richard non se ne preoccupa, e la lascia proseguire oltre. Lui vive con i suoi fratelli e non sa come dar da mangiare alla piccola, spesso fruga come gli altri nella spazzatura. Gli chiedo se porti con sé una pistola, lui scuote il capo deciso: “Non voglio uccidere le persone – risponde – voglio soltanto un lavoro”. “Haiti is bad, Haiti is bad”, è il suo ritornello, che pronuncia in continuazione. Io incalzo con le domande, ma i miei why ricevono pochi because.

PIU’ FORTE DEL VENTO
Tra i tanti tesori che mi porterò dentro di questo viaggio ci sono sicuramente le parole colme di fede di Padre Rick, con il quale ho avuto l’onore di trascorrere tanto tempo.

Seguirlo passo passo, osservarlo silenziosamente, a volte di nascosto, mi ha portato a cogliere il vero senso della sua missione. Un senso racchiuso negli occhi con cui lui guarda la sua gente, negli abbracci che non nega, nel tempo che continua a investire a Cité Soleil. La tenda in cui lui aveva creato la sua momentanea clinica al mio arrivo è stata spazzata via dal vento ieri notte, ma questo non gli ha impedito di continuare a visitare i suoi malati, passando direttamente nel cantiere della struttura in muratura che, tra qualche mese, ospiterà l’ospedale di primo livello.

Così questa mattina ci ha fatto caricare tutto l’occorrente sul furgoncino, ed ha adibito a studio una stanza ancora da pitturare. Niente lo ferma. Ha sistemato sei tavoli e delle sedie, ha inserito alcuni ragazzi del posto che lo aiutano a sistemare le medicine. Padre Rick mi ha spiegato che hanno tutti un passato da banditi, e lui li ha recuperati nel corso di questi anni togliendoli dalla strada.

Molti di loro hanno dei problemi con la polizia, “ma io non ci posso fare niente, sono un prete, non un poliziotto”, ha detto. Padre Rick è fiducioso per l’interesse che questi ragazzi hanno mostrato per la realizzazione di quest’ospedale, hanno accettato di prendersene cura gratuitamente, almeno per il primo periodo. “Nessuno nasce bandito, ma molti lo diventano, quando sentono di non avere altra scelta. Basta mostrargli una strada diversa, e loro tornano sulla retta via”.

A volte però, mi confida, alcuni di loro li ha fatti mettere in prigione, perché ci son dosi di violenza che non è possibile gestire. Ieri, mentre era in macchina al termine dell’ennesima giornata trascorsa alla Città del Sole, sei ragazzi gli hanno intimato di fermarsi. Usavano parole forti, lo hanno minacciato, erano affamati e reclamavano cibo. “Se volete spararmi fate pure – ha risposto lui con fermezza – perché io vado via, non sono abituato ad obbedire ai gesti di prepotenza”. Questa mattina poi ha ricevuto una telefonata, era un uomo che aveva assistito alla scena e portava le sue scuse al parroco a nome di tutta la comunità. Padre Rick è cosciente dei rischi che corre ogni giorno, sa che la sua vita non vale più delle altre, e tanto meno si considera al sicuro in virtù del suo operato. La sua vita è così, una guerra quotidiana contro la disperazione.

IN VOLO
Vado via da Haiti senza far rumore. Alle 5.30 del mattino quando salgo in macchina con il mio driver e tutto ancora dorme intorno a me. C’è Roseline a salutarmi, e ci sono Valeria ed Irene. Ho salutato Padre Rick la sera prima, gli altri no. Volutamente ho celato l’orario della mia partenza, lasciando tutti con un generico “Ci salutiamo domani” . Non mi son mai piaciuti gli arrivederci, figuriamoci gli addii. Il volo è puntuale, intorno alle 11.30 sono già a Miami. Il mio scalo dura oltre sei ore, ma passano via in un baleno, perché l’International Airport of Miami è denso di attrattive.

Con largo anticipo mi metto in fila per il check-in del mio secondo volo, direzione Londra. Prendo la boarding pass e mi accorgo che mi è stato assegnato un posto al corridoio. Torno indietro a reclamare, perché voglio stare al finestrino. L’hostess mi guarda un po’ perplessa, acconsente alla mia richiesta senza batter ciglio e cambia la prenotazione. Soltanto in volo mi accorgerò di quanto possa esser stata malsana la mia pretesa: a cosa serve il posto finestrino quando ti appresti a compiere un viaggio di nove ore attraversando l’oceano? Sei bloccato sul sedile e non puoi alzarti, e se guardi fuori non c’è altro che l’oscurità. Sono uno dei primi passeggeri a salire a bordo. Prendo posto ed attendo con pazienza che l’aereo pian piano si riempia.

Arrivano un signore ed un ragazzo, si siedono accanto a me. Hanno in mano un passaporto color bordeaux, sono italiani. “Finalmente potrò dialogare nella mia lingua”, penso tra me e me. Ma ancora una volta devo fare dietrofront. I due non proferiscono parola alcuna, ma si limitano ad usare gesti e movimenti del corpo per comunicare. Sono sordomuti. Ho passato tre settimane subendo tutti gli ostacoli generati dalla mancata condivisione di una lingua comune. Ora che il mio viaggio si appresta alla conclusione ecco che il destino mi pone dinanzi un nuovo scoglio: quello del linguaggio non verbale. Perché c’è sempre un ostacolo da superare, sempre. Sempre.
Con il passare dei mesi ripensando ed analizzando la mia esperienza ad Haiti ho imparato a guardarla come una grande lezione di vita. E resto convinta dell’idea che nulla accada per caso.

Puntate precedenti qui su Carmilla-Osservatorio America Latina o:
http://rominavinci.wordpress.com/

Le macerie di Haiti (4/5)

di Romina Vinci @Carmilla. La sveglia non è suonata, ma alle 7 in punto ero già pronta, nella piccola cappella che sorge accanto all’ospedale. Mi era stato consigliato di partecipare alla santa messa che ogni mattina celebra Padre Rick, “è un momento indimenticabile”, mi ha detto chi l’aveva già vissuto. Il rito si svolge nello spazio antistante la cappella, perché ci sono due funerali, ed un gran numero di haitiani partecipa alla funzione. Tutti vestono l’abito delle occasioni. Uomini con camicia, giacca e cravatta. Donne di bianco o di nero, o bianco e nero, e scarpe rigorosamente con tacchi. Al di là di un ristretta fetta di popolazione ancorata ai rituali vudu, la maggior parte degli haitiani è cattolica, ed è molto legata alla religione. Padre Rick celebra la messa in creolo e malgrado non capissi nulla il rito non si rivela scevro di emozioni. Perché il dolore di queste persone sfocia nella dimensione più estrema. Una donna, in particolare, la sorella della defunta, sembra posseduta.

Si dimena, si butta a terra, si toglie la maglietta, si getta addosso a tutti. Nelle ultime file poi, in posizione un po’ relegata, ma allo stesso tempo più evidente appunto perché fuori dalla cornice standard, altre tre donne, sedute su di un muretto, ne imitano il delirare. Mi sembrano finte, e mi fanno tornare in mente le prefiche, quelle donne che nel Mezzogiorno venivano pagate per stare al capezzale di un defunto mettendo in scena pianti, grida e gesti di disperazione. Ecco, quelle tre signore poste lì in fondo mi lasciano la stessa impressione: non so se vengano pagate per inscenare simili performance, di certo non metterei la mano sul fuoco nel sostenere il contrario. Al termine della funzione le due bare (e avrei capito soltanto nei giorni seguenti quanto sia un lusso concedersi anche una barra), vengono caricate sul pickup e trasportate nelle celle crematorie che si trovano nello spazio dietro al Saint Damien. Nel tragitto dalla chiesa alla “sepoltura” si mette in scena una piccola processione.

VENTI DOLLARI

Sapevo che Padre Rick si reca quasi tutte le mattine in visita al quartiere slum di Cité Soleil, e così ieri gli ho chiesto se potevo accompagnarlo. Lui ha acconsentito con quel classico sorriso di premura che non nega a nessuno. Così al termine dei funerali mi reco nel suo ufficio. Sta sistemando alcuni medicinali. Iniziamo a conversare. Mi chiede se ho paura di andare in moto. Io rispondo di no, con un fare compiaciuto: ho avuto una bella palestra a Delmas, e grazie al bizzarro conducente ho acquistato una sicurezza in sella invidiabile, neanche mi reggevo più durante gli ultimi trasbordi. “E di un uomo che ti punta la pistola di fronte avresti paura?” mi domanda. Io rimango contrariata, so che non è una battuta fine a se stessa. Non rispondo, e lui mi dice che devo essere preparata, perché può succedere anzi, “succede spesso ultimamente”. Fuori dal suo ufficio c’è Conrad, un caro amico di Padre Rick. Anch’egli statunitense, passa molto tempo ad Haiti, abbracciando la missione di quel che definisce suo fratello. Lo avvicino sperando di trovare il suo conforto, gli chiedo se sia davvero così pericoloso il posto in cui stiamo per andare, lui mi risponde con una strana espressione in volto ed esclama: “Oh yes”.

Arriva Roseline, è una ragazza cresciuta in N.P.H., ha la mia stessa età e parla cinque lingue, tra cui l’italiano perfettamente. Roseline è la mia guida e la mia interprete. E’ lei che ha organizzato tutte le attività scandendo le mie giornate e, sin dal primo giorno che ci stiamo viste, mi ha sconsigliato di andare a Cité Soleil. E non senza un perché: pochi giorni prima del mio arrivo Roseline stessa è stata aggredita, mentre viaggiava su di un mezzo dell’ospedale con altre due persone. Dei ragazzi son sbucati sulla strada e hanno bloccato la vettura. Li hanno fatti scendere minacciandoli con la pistola. Roseline ha tentato di farli ragionare, perché è proibito aggredire personale sanitario, ma loro non hanno voluto ascoltare giustificazioni. Si son fatti consegnare il cellulare di Roseline e dell’autista, ed i soldi che avevano in tasca, e solo a quel punto li hanno lasciati liberi di andarsene. E’ stata chiara ieri Roseline:“Non sei obbligata ad andare ma, se vuoi farlo, io non ti accompagno”.

Padre Rick si è allontanato dall’ufficio per sbrigare le ultime faccende, e lei mi ha dato tante indicazioni. Innanzitutto dovevo lasciare tutto al campo. Il cellulare non serviva, idem i documenti, idem oggetti per il makeup o quant’altro. Divieto assoluto di portare la mia reflex, avrei dato troppo nell’occhio. Ma io non posso farne a meno, ho bisogno di raccogliere materiale fotografico. Arriviamo così ad un compromesso: avrei portato la mia macchinetta nascondendola nella borsa a tracollo, lasciando al campo la custodia. Potevo portare un solo obiettivo. E avrei tirato fuori la macchina soltanto se le condizioni lo avrebbero permesso. Infine mi ha fatto mettere venti dollari nel taschino esterno della borsa, “Così se ti aggrediscono glieli dai subito e, se sei fortunata, se li intascano e ti lasciano andare. Mai fare l’errore di uscire senza soldi: gli uomini bianchi hanno per forza del denaro, se gli dici che non hai soldi i ladri si indispettiscono e, se hanno una pistola tra le mani, non ci pensano due volte a premere il grilletto”. Esco dal Saint Damien con le fotocopia del passaporto, il blocknotes, una penna, la macchina fotografica e venti dollari sfusi nella tasca. Una banconota da venti: tanto potrebbe valere la mia vita qui.

LA CITTA’ DEL SOLE

Partiamo con tre moto, siamo in due su ogni mezzo. Il mio driver si chiama Cesar, e viaggiamo in seconda posizione. Padre Rick davanti, e Conrad dietro. In un certo senso potrei anche definirmi scortata. Il viaggio dura una mezzoretta, e i miei occhi pian piano si abituano al contesto, e si stupiscono sempre meno. Eppure c’è una cosa che proprio non riesce a lasciarmi indifferente: su strada c’è il caos completo, in primis negli incroci, però non succede mai niente, si autodisciplinano, e arrivano sempre sani e salvi a destinazione. Un cartello mi informa che siamo ufficialmente entrati a Cité Soleil. Il trambusto aumenta esponenzialmente, le strade son larghe ma la gente vi si riversa al centro ostacolando il passaggio delle mezzi. Andiamo avanti un bel po’, fin quando ci troviamo davanti uno spiazzo enorme completamente pieno di rifiuti. Al termine ecco il mare.

Capisco che siamo giunti a destinazione. Saliamo su questo manto di immondizia, arriviamo fino a costeggiare il mare lasciandolo alla nostra sinistra e, dalla parte opposta, ecco il nostro punto d’arrivo. Scendo dalla moto, do le spalle alla riva e davanti ai miei occhi si materializza quella città del sole che di “idilliaco” conserva soltanto il nome. C’è un grosso tendone al centro. A sinistra dei cantieri in operazione. Sta prendendo vita un grande edificio, in costruzione, ospiterà l’ospedale Saint Mary. E poi ci sono i lavori in corso per erigere le abitazioni finanziate dall’azienda che mi ha mandato fin qui. Sono piccole, graziose e color salmone, esprimono allegria. Ancor più in lontananza, nella stessa direzione, una schiera di casette color pastello. A sinistra invece, in una parola: l’inferno. Un grande pantano di fango e rifiuti fa da limite, al di qua della pozzanghera iniziano le baracche, fatte di lamiere vecchie, accantonate l’una sull’altra. Una schiera di bambini corrono in questa palude. Non faccio in tempo a scendere dalla moto che subito mi circondano, io colgo l’attimo, tiro fuori la macchinetta e mi metto a fare foto. Loro sembrano contenti, si agitano, si danno le spinte, cercano di conquistare una posizione privilegiata davanti all’obiettivo e continuano a urlare “you you you”.

Mi viene di fianco un ragazzetto dall’aspetto trendy: jeans, camicia a quadri, occhiali da sole e coppoletta. Ho perso di vista Padre Rick e Conrad, sono sola e cerco un appoggio. Così mi rivolgo a lui chiedendogli se parla inglese, muove la testa in segno di approvazione ed io prendo quel consenso come consacrazione di un patto di fedeltà. Spunta un altro che inizia a parlarmi. E’ più piccolino, si sa esprimere soltanto con alcune frasi di circostanza in inglese, veste una canotta verde fluo e anche lui non rinuncia agli occhiali modello Ray-ban. Mi faccio accompagnare a vedere le casette e loro mi guidano con attenzione, aiutandomi anche a superare i fili che delimitano il perimetro di questi cantieri di fortuna e che, da sola, io non avrei mai visto.

IL SASSO MANCATO

Guidata dai miei due ciceroni d’eccezione perdo di vista Padre Rick. Ecco che lo vedo, circondato da un gruppo di gente. Lui mi viene incontro, tiene la mano ad una bimba. Mi spiega il progetto Fors Lakay, che prevede un gruppo di case e dei servizi di prima necessità per la popolazione quali l’ospedale, dei cyber caffè, una panetteria mobile ed altro. “Per dare il buon esempio”, ribadisce o più volte. Poi chiama Cesar e gli chiede di accompagnarmi a vedere questi Internet Point. Così Cesar va a prender la moto e mi dice di salire. Io ubbidisco, ma lui non fa in tempo ad accendere il motore che ci troviamo completamente accerchiati da un gruppo di ragazzi, che ci ostruiscono il passaggio. Sono gli stessi che poco prima, parlavano con Padre Rick.

Un ragazzo si fa spazio ed inizia ad agitarsi, ha un abbigliamento da basket, ed è evidentemente molto adirato, perché continua ad inveire contro Cesar. Tutti gli altri, in cerchio, stanno zitti, come ad avvalorarne la causa. Ad un certo punto compare un altro giovane, non ricordo neanche il suo volto, so solo che spunta da dietro e tiene nelle mani due grossi massi. Si mette proprio davanti a noi, e ne scaraventa uno con tutta violenza contro la nostra moto, rompendo il cruscotto. Rimango ferma, impassibile, gelata. Stessa cosa Cesar.

Non diamo segni di reazione. Entrambi immobili, temendo il peggio. In mano infatti ha ancora l’altro masso, avrebbe potuto scaraventarcelo in volto, colpire i nostri corpi, avrebbe potuto far di tutto con quell’arma. Gli altri non fanno nulla. C’è un silenzio infinitamente lungo, momenti concitati, attimi che non riesco a quantificare tanto ho il batticuore. Emerge dalla massa il ragazzetto con la coppoletta che, rimasto in silenzio fino ad un attimo prima, adesso prende le parti di Cesar, strillando all’amico colpevole dell’insano gesto. Quest’ultimo però non dà segni di cedimento, eccolo girarsi a sinistra, riconoscere gli altri tre driver di Padre Rick sul camioncino, dirigersi verso di loro e prendere la mira pronto a scaraventare il masso contro l’autista. Ma qualcuno riesce a bloccargli il braccio e ad allontanarlo di qualche metro da noi.

Non è finita però. Perché fanno da sponda tra lì e qui, continuando ad urlare e quando stanno lì e quando stanno qui di fronte a noi. Io sono sempre immobilizzata sulla moto senza fare il minimo movimento con il corpo. Cerco sguardi di comprensione, ma non li trovo. Il ragazzo con la coppoletta è dall’altro lato, il mio cicerone con la maglia verde fluo si è smaterializzato. Provo a conquistare qualche forma di complicità con le ragazze che mi sono intorno. “Loro comprenderanno la mia paura”, continuo a ripetermi nella mente. Ed invece mi guardano tutte con distacco e diffidenza. Comprensione alcuna, percepisco soltanto dell’astio. Spunta un bambino nudo, cammina a cantoni lasciando gocce di pipì sul suo cammino, ma nessuno bada neanche a lui. Vestito di niente e figlio di nessuno, prosegue la sua passeggiata terrificante. Io non apro bocca, resto seduta sulla moto, con le gambe cerco il contatto di quelle di Cesar. E’ come se non parlando, non reagendo, non muovendomi, stessi in qualche modo annullando la mia presenza in quel posto, far sì che io sparisca e passi inosservata. Ma non è così, e lo so bene, perché io sono bianca ed ho una macchinetta al collo, e lo so che quelle proteste sono scoppiate o in qualche modo avvalorate dalla mia presenza. Ho un obbligo morale di sentire e – soprattutto – capire il perché di simili atteggiamenti.

Passano dieci minuti, forse anche qualcosa in più, fin quando trovo il coraggio di chiedere a Cesar cosa stia succedendo. “A lot of problem”, mi risponde lui. Dopo poco mi invita a scendere dalla moto e mi dice di aspettarlo lì, lui sarebbe andato a cercare aiuto nel tendone grande. Se fino a quel momento il fatto di stare insieme a lui mi illudeva di sentirmi sicura, adesso mi sento completamente persa, sola, ed ho una paura fottuta di questo posto e di questa gente. Per fortuna arriva in mio soccorso Conrad che mi dice di andare nel tendone da Padre Rick. Eseguo gli ordini in men che non si dica, padre Rick è seduto su di un tavolo di plastica e visita le persone, la visita arriva fin fuori. Mi spiega il perché di tutto quel che è successo: i ragazzi lì fuori sono arrabbiati perché la distribuzione di riso non è stata spartita ugualmente per tutti, molto di loro è da quattro giorni che non mangiano.

“Let’s go”, mi sento dire da qualcuno che mi poggia la mano sulla spalla, e mi vuole portare fuori dal tendone. Io sono scostante, guardo questi tre uomini ma non capisco chi sono e resto ferma nel mio posto. Arriva di nuovo Conrad in mio soccorso e mi tranquillizza: sono i drivers del camioncino, mi avrebbero accompagnato loro a fare un giro nel quartiere visto che la moto di Cesar è ko. Chiedo scusa in modo dimesso, ho serie difficoltà a riconoscere le persone, non sono in grado di isolare singoli volti dal gruppo, gli haitiani purtroppo mi sembrano tutti uguali. Saliamo tutti e quattro davanti, stiamo un po’ stretti ma questo mi rassicura ancor di più. E’ meglio un mezzo con quattro ruote e dei finestrini, ad un giro in moto partito già nel peggiore dei modi. Al vano di dietro salgono al volo alcuni ragazzetti del posto, tra cui il ragazzo con la maglia fluo, che magicamente ricompare. La situazione di Cité Soleil, diversamente da Delmas, si sviluppa in piano. E rivela una drammaticità ancor più forte. Perché mentre a Delmas gli aiuti non sono mai arrivati, a Cité Soleil sì, e non è difficile capirlo. La maggior parte delle strade è asfaltata, con dei canali ai lati. Il progetto alla base dunque c’è: evitare l’allagamento del manto stradale facendo scorrere l’acqua piovana ai lati. Il punto però è che questi canali sono sommersi di spazzatura, e quindi qualunque criterio logico si annienta.

Maiali e capretti che mangiano nell’immondizia: è questa forse l’immagine più inquietante che mi porto dentro. Oltre ai bambini con i corpi deformati, il loro addome è rigonfio e le spalle così morbide da sembrare spugna: sono gli effetti della malnutrizione, di un’alimentazione squilibrata ricca di carboidrati e povera di proteine. Un camion fermo per strada ci blocca. Stiamo fermi per un po’, con i finestrini chiusi, fin quando arriva un poliziotto. I miei “compagni di viaggio” gli spiegano che sono una giornalista e che devo visitare il quartiere, lui allora sale a bordo e ci fa girare: proseguire per quella strada – a quanto mi è parso di capire – sarebbe stato troppo pericoloso. Così facciamo un percorso secondario, vedo i cyber caffe, e, dopo un po’, capisco che stiamo riprendendo la via dell’ospedale, senza tornare da Padre Rick.

FRANCISVILLE

Faccio tappa al Saint Damien meno di quindici minuti. Il fitto programma di impegni infatti è slittato a causa della mattinata abbastanza “movimentata”, ed eccomi a rincorrere l’orologio. Alle 13 in punto arrivo a Francisville, dista poco più di trecento metri dall’ospedale, lo raggiungo tranquillamente a piedi. Francisville è una città di mestieri realizzata dalla Fondazione Francesca Rava, un centro di formazione professionale che dà lavoro a decine di ragazzi e produce già in regime di autosostenibilità pane, pasta, mattoni, divise e banchi per le scuole di strada, riparazioni di auto e mezzi di soccorso d’emergenza e altre cose. Oggi è il 4 ottobre, e nella giornata dedicata a San Francesco è stata organizzata una piccola festa in onore del santo che dà nome al complesso. C’è pane e pizza per tutti, e viene fuori una bella festicciola. Via con la musica, i ragazzi ballano, ed hanno un ritmo ed un’energia dentro da far paura. Si respira un bel clima. C’è Valeria con me, ed è molto contenta: lei è proprio la responsabile del progetto di Francisville, al suo posto sarei felice anche io nel veder realizzato un tale struttura. Arriva anche Padre Rick e benedice uno ad uno tutti i capannoni di questa fabbrica sui generis. Mangiamo un pezzo di pizza anche noi, e poi rientriamo al campo. Provo a ritagliarmi qualche ora di tranquillità per mettere in ordine le idee, ma non riesco nel mio intento.

COLPO ALL’ANIMA

Alle 18 vado nell’ufficio di Padre Rick, avevo preso appuntamento per intervistarlo. E’ molto stanco, oggi è stata una giornata dura, gli chiedo se vuole rimandare l’intervista ma lui dice di no, è abituato a portare a termine tutti i suoi impegni. E’ l’uomo triste e vessato di fronte a un qualcosa più grande di lui quello che mi sta di fronte. Padre Rick mi parla di questa terra, che non riuscirà mai a riprendersi fin quando non si uscirà dal regime di sussistenza. Gli faccio domande sul contesto politico, sugli equilibri internazionali e sullo scacchiere geopolitico del paese, per pentirmene subito dopo, ma lui non si tira indietro e mi risponde, mantenendo toni equilibrati. Gli chiedo se cambieranno mai le cose ad Haiti, lui allarga le braccia e dice no, è un qualcosa di troppo grande da realizzare.

Mi racconta che è stato aggredito lui stesso, ieri pomeriggio, quando siamo tornati dalla “trasferta” al supermercato per prendere yogurt e gelati. L’avevano avvisato che c’erano stati dei tafferugli per la distribuzione di riso a Tabarre, e lui si è subito precipitato a tentare di sedare gli animi. Ed invece è stato aggredito, insieme a Wynn, colpito con delle pietre alle spalle. La follia generata dalla miseria non fa differenze di pelle, di razza, di status. E’ profondamente rammaricato Padre Rick nel rivivere quei momenti attraverso il racconto. E’ l’uomo che cede di fronte alla grandezza della povertà, e che si sente sconfitto quando la gente, la sua gente, quella gente a cui lui ha deciso di sacrificare la sua vita, gli scaglia addosso pietre che non fanno male tanto al corpo, quanto all’anima. Concludo la serata con Irene, Valeria, due cooperanti tedesche e un ragazzo haitiano N.P.H. sulla terrazza dell’ospedale, sorseggiando birra Prestige e facendoci cullare dal vento che, ad Haiti, soffia soltanto quassù.

QUOTIDIANITA’ CARA

Alle 10 raggiungo Padre Rick nel suo ufficio. E’ alle prese con dei fogli sciolti, sono le schede dei malati che ha visitato ieri a Cité Soleil, trentatré in tutto. C’è scritto nome, cognome, diagnosi, medicina richiesta. Così andiamo al Saint Luc, l’ospedale del colera che sorge al fianco del Saint Damien per prendere i medicinali da portare ai malati. Prima però ci fermiamo in un nuovo reparto in costruzione, perché c’è una tac che non funziona. Stamani è arrivato un esperto da Miami, ma neanche lui riesce a risolvere l’inghippo, è un problema di conversione dell’unità di misura della tensione della corrente, europea e statunitense. Ragionano insieme per cercare una soluzione, ma invano. Salutiamo l’esperto che se ne torna a Miami senza aver risolto il problema. Padre Rick mi dice che lui ci prova, ma di elettricità, contatori, watt e quant’altro non ci capisce nulla. Più lo osservo e più mi chiedo come faccia quest’uomo a sostenere sulle sue spalle il peso del funzionamento e del mantenimento di questa immensa struttura. Parlando arriviamo alla farmacia.

Entriamo e ne usciamo con due scatoloni pieni di medicinali, “Sto rubando tutto!” mi dice ridendo sotto i baffi. Ci raggiunge anche Wynn, carichiamo gli scatoloni sul camioncino dei tre autisti e partiamo: direzione Cité Soleil. Noi andiamo in moto, Wynn va con Cesar, ed io e Padre Rick con “Ton”, il mio nuovo driver. Per strada sono testimone oculare del primo incidente. Dalla direzione opposta alla nostra, dopo averci incrociato, una moto si schianta contro un taptap, a bordo due uomini che cadono. Noi ci fermiamo poco più avanti, ci giriamo e Padre Rick dice: “Non sono feriti, andiamo avanti”, e così Ton riparte.

Arrivati a Cité Soleil si ripete, come un copione, la scena di ieri: Padre Rick entra nel tendone dai suoi malati, e Wynn lo perdo di vista tempo pochi minuti. Eccomi di nuovo sola in balia di una marea di bambini che sanno solo urlarmi contro “You You” e mi si aggrappano tirandomi da tutte le parti. Sono tanti, uno più bello dell’altro, il più grande avrà al massimo cinque anni, il più piccolo forse tre, e indossa una graziosa maglietta azzurra con collo alla coreana, chissà dove l’avrà presa. La situazione è peggiorata rispetto a ieri in questo spiazzo della Città del Sole, perché stanotte c’è stato un brutto acquazzone, e stamani ho trovato un piccolo laghetto a far da sponda tra le baracche e le nuove costruzioni.

Raccolgo la storia di Richard, ventuno anni, vive in queste baracche. Sua madre è morta, lui deve badare alle cinque sorelle e al fratellino, perché il papà è andato via e non vuole saperne più niente di loro. Mi ha detto che è difficile andare avanti, lui va a scuola, ma ha capito che non basta per tenere acceso il fuoco della speranza. Riconosco Ton e gli vado incontro, mi fa notare dei pescatori che sono a riva intenti a tirar su le reti. Mi racconta che i bimbi sono spaventati da questi uomini, perché li picchiano se solo osano avvicinarsi: quel pesce è merce da barattare al mercato, non serve certo a sfamare dei piccoli bastardi venuti al mondo per sbaglio. Facciamo una lunga passeggiata a piedi sul manto di spazzatura, arriviamo fino al punto limite del laghetto, ed ecco che spuntano dei bambini che, per raggiungerci, sono costretti a saltare sui sassi per non cadere nell’acqua. Sembrerebbe la scena idilliaca del ruscello di un paesaggio incontaminato, peccato però che qui è inquinato anche l’ultimo granello di polvere che riempie questa terra.

ALL’OMBRA DELLA CATTEDRALE

Torniamo al tendone e Padre Rick ha completato le visite, possiamo andare via. Wynn non so che fine abbia fatto ma non c’è, e così Padre Rick va con Cesar, ed io resto in moto con il mio ormai amico Tou. I due veicoli viaggiano in parallelo, varchiamo downtown e Padre Rick mi fa da padrone di casa indicandomi strade, luoghi e dando nomi a edifici che io vedo ridotti a un cumulo di macerie. C’è una gran discesa e al termine riconosco un rosone trafitto. E’ la cattedrale.

Entriamo con le moto sin dentro il perimetro dell’edificio ormai crollato, mi chiedo se non sia troppo esagerato varcare un luogo che, al di là delle macerie, dovrebbe comunque conservare una sua sacralità. Ed invece appena ci fermiamo spuntano tante persone che accerchiano Padre Rick. Sono ragazzi, uomini, donne, persone anziane, anche bambini. Un giovane ha la chitarra, intona qualche nota e iniziano a cantare. Tutti sembrano felici, Ton mi spiega che queste persone vivono in baracche di fortuna sorte attorno alla cattedrale, ed attendono l’arrivo del sacerdote con ansia, è l’unico che li aiuta. I cori continuano festanti, Padre Rick chiede di cantare un “Bienvenue Romina”, e loro acconsentono con gaudio. Mi emoziona sentire il mio nome pronunciato da tutti loro. Una ragazza mi avvicina, ha in braccio una bimba di neanche due anni, e mi chiede cinque dollari per comprarle il latte. Io dico di no. Il discorso è sempre lo stesso: darli a lei implica innestare una serie infinita di richieste. Restiamo meno di una mezzoretta in loro compagnia, poi risaliamo sulle moto, e ci seguono anche altri due centauri, che si sono intrattenuti tutto il tempo con Cesar.

Passiamo davanti al palazzo presidenziale, e poi riprendiamo il sali scendi che rappresenta una delle tante costanti del territorio di Port au Prince. Mi riporta alla mente i giri con il pickup di Evel dei primi giorni, mi sembra passata una vita. Ad un certo punto ci fermiamo dinanzi un cancello verde e bianco, aspettiamo che ci aprano e ci accolgono due vigilantes molto scortesi, al punto che ci fanno lasciare le moto fuori. Chiedo a Ton dove ci troviamo, e lui mi dice che siamo arrivati all’Ospedale Generale. Rabbrividisco. Significa Morgue. Significa obitorio. Significa una montagna di corpi abbandonati a cui Padre Rick dà la benedizione e una sepoltura.

L’ODORE DELLA MORTE

Camminiamo e ci lasciamo alle spalle un primo edificio, poi svoltiamo a destra e ne costeggiamo un secondo. Iniziano quindi una serie di container, che superiamo uno ad uno. Poi appare la scritta: Morgue. Entriamo e la prima cosa che percepisco è un odore molto acre. Sembra di entrare in una macelleria che propaga il fetore all’ennesima potenza. E mai sensazione è stata più veritiera. Usciamo subito dopo. Padre Rick manda i due ragazzi unitisi a noi dopo la breve sosta nella cattedrale a comprare le sigarette. “Io non fumo e mi dà fastidio anche l’odore – mi dice – ma devo farlo per forza quando faccio quel che sto per fare, altrimenti vomito”. Arrivano le sigarette e ne prendono un paio a testa. Mi invitano a fare altrettanto, ma io dico no.

Siamo pronti, entriamo uno a uno: Padre Rick fa da apri fila, poi Cesar, Ton, i due ragazzi della cattedrale, e infine io. Percorriamo un piccolo corridoio ed iniziano una serie di celle frigorifere. Ci fermiamo dinanzi alla prima, ci segue un portantino che si fa avanti e ci apre la porta. A questa vista uno dei due ragazzi della cattedrale si volta di scatto, indietreggia per raggiungere l’uscita ma non fa in tempo e vomita sul corridoio, poco distante da me. Padre Rick entra dentro, io rimango sull’uscio, insieme agli altri. Inizia a proferire la formula della benedizione, e fa una piccola predica. Parla in inglese, per darmi modo di capire, e forse si rivolge soprattutto a me, così da guidare con il tono della sua voce i miei occhi a una vista tanto crudele.

Cosa ho davanti? Un’immagine vista sui libri di scuola, nella pagine che raccontano l’olocausto e le sue vittime. Quando si accendono i riflettori sugli orrori causati dal fanatismo nazionalista, e vengono fuori corpi accasciati l’uno sull’altro, senza alcun ordine. Ho davanti varie file di cadaveri, mi concentro su quelle a me più vicine. Parto dal basso. Alla mia destra c’è la gambina di una bambina, rosa rosa, che mi fa rabbrividire. Poco più su un altro corpicino anch’esso inerme, è nero ed è messo a pancia in sotto, con le ginocchiette piegate. A terra, in verticale, quasi ad ostacolare l’uscita, c’è un uomo con una sola gamba, e dal corpo scheletrico. E’ stato buttato lì senza criterio e senza pietà, con la sua presenza quasi distrugge quel pseudo equilibrio di file composte, quattro da un lato e quattro dall’altro. In vita probabilmente sarà stato un ribelle, uno fuori dagli schemi, e così nella morte. Oppure al contrario era una persona mite e ubbidiente, colpevole soltanto di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ha condotto una vita ai margini, ed ora la ferocia della morte lo pone come l’unica pedina fuori posto di uno scacchiere in ordine.

Mi restano impressi i corpi rinsecchiti emblemi di una vita infame, e quelli di bimbi piccoli piccoli. Riconosco il volto di un ragazzino di dieci anni, e mi sembra sereno, come se il sonno eterno lo avesse colto senza far rumore. E’ un caso raro però. Perché il più delle volte faccio fatica a isolare i corpi di ogni persona, perché sembrano fatti di una materia indefinita, e non si capisce dove finisca l’uno ed inizi l’altro. Storie di sagome senza volti, senza nomi, senza identità. Pezzi di carne giacciono l’uno sull’altro, a ricordare che dalla terra siamo venuti, e nella terra ritorniamo. Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non ce l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini: mi verrebbe da definirlo così il Morgue.

A conclusione della celebrazione Padre Rick intona un canto, ed i ragazzi lo accompagnano. Passiamo alla seconda cella, ma non ricordo ciò che vedo. Ho rimosso. Non mi viene in mente alcuna immagine. Soltanto un vestitino rosso, ed un cappelletto di lana bianca con dei ricami a quadri gialli e rosa.
Riesco ad ovviare al cattivo odore poggiando sul naso una salvietta profumata alla menta. Non subisco lo shock che temevo, nel senso che riesco a resistere a tutte le funzioni nelle varie celle. Foto però no, non riesco a farne. Ho provato a domandarlo a Padre Rick quando eravamo fuori ad aspettare le sigarette. Lui mi ha risposto che doveva chiedere per vedere se era possibile, ma io non ho insistito oltre. La verità è che non me la son sentita.

Olivier Laban-Mattei ha vinto il primo premio del World Press Photo 2011, categoria General news, con una foto scattata proprio alle pile di corpi dell’obitorio del Morgue all’indomani del terremoto. Un uomo vestito bianco getta cadaveri l’uno sull’altro, quasi fossero dei sacchi. Ebbene temo che io non riuscirò mai a fare una cosa del genere. Riuscirò a scriverne forse, soffrendo nel cercare di portar a galla le parole in grado non di descrivere, quanto meno di far immaginare una scena così agghiacciante, ma non sarò mai in grado di scattare una foto.

Non conservo la giusta lucidità. E poi credo che ci sia una soglia che merita di non esser varcata, perché altrimenti si rischia di toccare le corde della dignità umana, una dignità già messa a dura prova qui ad Haiti.
Il viaggio di ritorno scorre via senza che me ne accorga. Chiudo gli occhi e mi accovaccio alle spalle di Ton. Troppa polvere, troppo degrado, troppi pericoli che si materializzano ad ogni sorpasso, ad ogni tentativo di tagliare la strada ad un taptap o ad un furgone. E io non ce la faccio più. Per la prima volta da quando sto qui sento la necessità di non vedere. E forse perché oggi ho visto davvero abbastanza.

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Haiti never dies

L’organizzazione AUMOHD di Haiti, e il suo Presidente, Evel Fanfan, stanno lavorando per realizzare 2 importanti progetti: 1) La Radio dei lavoratori; 2) L’acquisto di un immobile che diventi la Casa dei lavoratori. Nel settembre 2011 Evel è stato per la seconda volta in Italia (grazie all’associazione Nova) con una serie di conferenze intitolate “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Grazie a questo viaggio Aumohd ha potuto rinnovare gli appelli a non dimenticare Haiti ed è entrata in contatto con la Fiom per seguire i progetti in favore dei lavoratori a Porto Principe. Ho lavorato con Evel un mese nel febbraio 2010, poco dopo il terremoto del 12 gennaio che fece oltre 250mila vittime e un milione di sfollati, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini. Oggi rischia di scomparire e quindi lanciamo da Carmilla un appello. La giornalista Romina Vinci, appena tornata da Porto Principe, ha inviato un articolo per sensibilizzare sul tema e darci una testimonianza diretta della situazione. Scarica la lettera del presidente dell’Aumohd QUI.[Fabrizio Lorusso]

Di Romina Vinci. C’è chi chiede dieci euro di tivvù ai cittadini per dare vita ad un Servizio Pubblico, e chi considera la televisione solo una chimera, perché il suo Servizio pubblico vuol dire acqua potabile, istruzione, sanità, lavoro luce, elettricità.
Ma si sa, la rete non ha confini, e chissà se gli echi del picco di ascolti di un Servizio Pubblico andato in scena per due giovedì in Italia (rivisitato nella cornice ma non nei contenuti) sono arrivati fino oltreoceano, a toccare le coste del paese più nero d’America, Haiti.
Fatto sta che il giorno dopo, di buon mattino Evel Fanfan, presidente dell’AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani, ha lanciato un appello per l’acquisto di una casa dei lavoratori a Port au Prince. “Dears Friends of HAITI – si legge nella lettera – AUMOHD needs to buy urgently a house for the workers, You can support our work with only Ten (10) Euros, you, your group, your family and your friends”.

Certo, il mood diverge, e non poco: da una parte si cerca un sostegno per mettere su una trasmissione televisiva che dà spazio a evanescenti meteorine dello spettacolo, le quali si ritrovano catapultate nel mondo delle escort e dei bunga bunga. Dall’altra parte invece si chiede un aiuto per mantenere in vita un’associazione no profit che, nata nel 2002, ha dato una voce a migliaia di haitiani, difendendone i diritti. Ma il claim è sempre lo stesso: “dieci euro, solo dieci euro, tu, la tua famiglia, i tuoi amici”. Semplice coincidenza? Forse.
Quel che è certo è che in Italia sono stati raccolti 900 mila euro, frutto della donazione di ben 90mila cittadini, i quali hanno permesso di dare vita alla settima edizione di un talk show che lo scorso anno ha toccato uno share del 20,71%.

Ma basterebbe un decimo della stessa cifra,ad Haiti, per continuare a mantenere in vita un’associazione che, il prossimo mese di giugno, è costretta a sfrattare dal luogo che l’ha ospitata per quasi dieci anni.
“Nel 2004 AUMOHD ha offerto assistenza legale gratuita a 1.348 giovani finiti in carcere in dubbie circostanze. Nel 2008 – continua la nota dell’associazione – AUMOHD ha fornito sostegno a 296 lavoratrici licenziate illegalmente. Oggi i nostri uffici ricevono ogni giorno una decina di lavoratori che chiedono assistenza legale, formazione, possibilità di incontro e solidarietà”.
Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.

Haiti è il paese più povero d’America, ed anche il più densamente popolato. La vita media delle persone è di 16 anni. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite.Haitigentebandiera.jpg Ma guai a mostrare questi numeri a Evel Fanfan, si rischia di mandarlo su tutte le furie. “Haiti non è il paese più povero delle Americhe – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”.

E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione. L’ultimo episodio risale al mese di agosto e vede alcuni soldati uruguaiani accusati di violenza sessuale ai danni di un giovane haitiano.

“I vostri dieci euro saranno un mattone di una casa di cui ci sarà un unico padrone, il pubblico, ovvero voi”: afferma con grinta il messaggio lanciato da Servizio Pubblico che ha fatto il giro del web, auspicando “un pezzettino di televisione senza padroni economici e senza padrini politici”.
“Dieci euro per mantenere aperta la speranza di un futuro per Haiti”: chiede Evel Fanfan, uno a cui una casa serve davvero.
Chi vuole aiutare l’organizzazione haitiana può contattare il suo Presidente, EvelFanfan, al suo indirizzo mail: presidenteaumohd@yahoo.fr oppure visitare il sito operativo dal 2010: Haiti Emergency

L’iniziativa Haiti Emergency ha sostenuto le attività di Aumohd ad Haiti in diverse occasioni con la realizzazione di un carnevale per i bambini, il sostegno ai lavoratori ospitati e aiutati presso Aumohd, l’acquisto di materiali necessari per le attività e il primo viaggio di Evel Fanfan e Gaelle Celestine in Italia e in solidarietà con la città de L’Aquila nel 2010.
Questo video è una testimonianza di quel viaggio. Da allora l’emergenza post-terremoto non è rientrata, anzi, è anche insorta la piaga del colera che ha fatto oltre 6500 morti e 500mila contagi.

Un po’ di Haiti alla Festa de l’Unità di Bologna

Evel FANFAN, presidente dell’organizzazione haitiana AUMOHD (associazione di avvocati per i diritti dell’uomo ad Haiti) è arrivato per la seconda volta – il primo viaggio fu in collaborazione con La scuola di Pace –  in Italia per raccontarci la situazione dei lavoratori ad Haiti e della realtà socio-economica vigente nell’isola. Il primo incontro con Evel avverrà questa sera (7 settembre) alle 21 alla festa provinciale de l’Unità di Bologna (sala diritti) in cui interverrà nella conferenza “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Ho conosciuto personalmente l’avvocato Fanfan e ho lavorato un mese con lui nel febbraio 2010, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini (alcuni diari: videolink 1link 2).

Vi voglio quindi consigliare la partecipazione agli incontri previsti a Bologna, a Roma e nel resto d’Italia. Evel si occupa da anni dei diritti umani, dei problemi delle prigioni e della gestione delle emergenze a Porto Principe e dintorni a partire dall’uragano del 2008 al terremoto del 2010 fino all’emergenza del colera e alle mille altre piaghe che vive il suo paese e la sua gente. Coordina la conferenza Massimo Vaggi  dell’Associazione Nova e introduce Alessandro Alberani, Segretario Gen Cisl Bologna. Intervengono, oltre a Evel Fanfan anche Antonoine Zacharie, Presidente di AIHIP (Associazione internazionale Haiti Integrity Project). E’ prevista la partecipazione di Nexus Cgil e Iscos Cisl locali.

Israele contro la Gaza Freedom Flotilla II: equipaggio sequestrato e rimpatriato

C’è una notizia di qualche giorno fa che pochi media italiani hanno riportato e analizzato ma che un Express blog come questo ha pescato nel circuito informativo latino americano, venezuelano per la precisione (ma non sono gli unici a parlarne e analizzare in dettaglio la situazione, anzi…). Molti siti di giornali e agenzie straniere (e qualche quotidiano italiano) hanno dato la notizia della partenza da un’isola della Grecia della seconda spedizione umanitaria e di protesta della Freedom Flotilla diretta sulle coste della striscia di Gaza. L’obiettivo era cercare di aggirare l’embargo imposto da Israele contro l’enclave palestinese di Gaza.

Il 19 luglio scorso l’imbarcazione francese Dignité Al Karama è stata bloccata in acque internazionali e sequestrata da quattro motoscafi della marina israeliana che l’hanno scortata fino al porto di Ashdod, nel sud d’Israele. I 16 passeggeri (11 francesi, un canadese, uno svedese, un greco, una giornalista israeliana e due corrispondenti di Al Yazira) che si trovavano a bordo sono stati espulsi e rimpatriati durante la scorsa settimana dopo aver firmato “spontaneamente” un documento in cui dichiaravano di essere disposti a lasciare il paese entro 72 ore.

La Freedom Flotilla II era composta inizialmente da 10 barche ma solo la Dignité è riuscita a salpare in quanto le altre 9 sono state bloccate dal governo greco già nel mese di giugno. In proposito commentava qualche giorno fa una delle coordinatrici del gruppo italiano dei sostenitori della Flotilla come “oggi, a un mese di distanza, sono già in troppi a chiedersi, a chiederci che fine abbia fatto la Flotilla, perché nessuno ne sta più parlando come, invece, si dovrebbe fare consideranmdo la gravità di quanto accaduto e soprattutto quali saranno i prossimi passi. L’embargo contro Gaza è stato decretato nel 2006 come ritorsione per il sequestro di un soldato israeliano ed è stato rafforzato in seguito alla vittoria elettorale e all’arrivo al potere del movimento Hamas un anno dopo. Nel maggio 2010 la prima spedizione della Freedom Flotilla sulla nave turca Mavi Marmara, carica di aiuti umanitari e 700 attivisti, finì nel sangue, nove persone vennero uccise dal fuoco israeliano e la Turchia richiamò il proprio ambasciatore da Tel Aviv.

Inserisco sotto un video in inglese con molti documenti interessanti ma bastano anche solo i primi 4 minuti per avere il quadro della situazione almeno su quest’ultimo tentativo della Freedom Flotilla II. Mi chiedo se sia possibile riaprire il tema dell’embargo israeliano a Gaza (che poi è parte di un grave problema, molto più generale e antico, che resta costantemente disatteso). Sul sito della Freedom Flotilla non vengono risparmiate le denunce degli ostacoli di ogni tipo imposti praticamente in tutti i paesi agli attivisti secondo i quali “anche l’Europa si sta rendendo sempre più complice del lento genocidio del popolo palestinese e sta sevendendo la propria dgnità e civiltà”.