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Esce il libro Messico Invisibile. Voci e Pensieri dall’Ombelico della Luna @Ed_Arcoiris

09 F.Lorusso - Messico InvisibileFabrizio Lorusso, Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, Ed. Arcoiris, Salerno, collana l’acuto, pp. 356, 2016, € 15.

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.

Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta. La procura e il governo di Enrique Peña Nieto sono in affanno. La loro immagine internazionale è compromessa dalla sequenza di menzogne, incoerenze, manipolazioni delle indagini e delle informazioni che hanno condotto negli ultimi due anni.

Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico, lega tra di loro fenomeni apparentemente dispersi, cercando spiegazioni regionali e globali alle mille sfaccettature del conflitto nazionale messicano.

Questi scritti dall’ombelico d’America e della luna raccontano anche storie di vita, come quella delle donne di casa Xochiquetzal, prima casa di riposo per ex prostitute, e di precariato, parlando delle condizioni dei professori di linguacultura italiana in Messico, così come di altre esperienze di italiani migranti e viaggiatori. Uno spazio speciale è dedicato alla decostruzione di alcune narrazioni tossiche: quella dei “cervelli in fuga” e quella del neoliberalismo, inteso come sistema di vita, pensiero ed egemonia economico-culturale. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte e sul tema dei legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano i pensieri del libro.

Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.

Militarizzare la #Crisi dello #Stato: #Intervista su #Messico #NarcoGuerra #Narcos #Autodefensas @ComuneInfo

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Intervista di Alessandro Peregalli e Martino Sacchi a Fabrizio Lorusso da Comune.Info sulla NarcoGuerra in Messico. Sebbene uscita qualche mese prima (fine 2014) del libro NarcoGuerra (giugno 2015) e rilasciata prima della strage di Ayotzinapa del 26 settembre 2014, costituisce un avvicinamento ancora valido alle tematiche della guerra alle droghe e i movimeti sociali in Messico. Per questo la riproduco qui su LamericaLatina.Net

Nell’era della globalizzazione e del neoliberismo si assiste a continue crisi e riconfigurazioni delle prerogative degli stati. Quello messicano sembra letteralmente uno stato in disfacimento, sia a livello di funzioni che di controllo. Lo hanno mostrato i fatti di Iguala, nello stato del Guerrero, del 26-27 settembre scorso: 3 studenti e 3 cittadini trucidati dalla polizia in combutta con i narcos e 43 studenti desaparecidos, cioè sequestrati e, molto probabilmente, uccisi e gettati in fosse comuni, con la connivenza delle autorità. Un reato politico, di lesa umanità, con responsabilità da ricercare a tutti i livelli di governo, che ha scatenato proteste in tutto il mondo.

A partire dagli anni ’80 è venuta meno la legittimità del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), il partito-stato che per quasi un secolo ha svolto la funzione di garante degli interessi popolari e nazionalisti affermatisi nella rivoluzione del 1910. Nel quadro di questa crisi, le recenti riforme neo-liberali agrarie ed energetiche, oltre che quella educativa, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, aprono oggi nuove faglie. Mentre il paese è in svendita al capitale nazionale e straniero, il tessuto sociale si va squagliando, l’insicurezza aumenta e nel paese si assiste a una ridistribuzione del monopolio della “violenza legittima” da parte dello stato. Dalla presenza storicamente diffusa di gruppi guerriglieri, al crescente potere dei narcos, dalle esperienze insurrezionali (prima fra tutte quella zapatista) alle faide intestine ai vari livelli della polizia nazionale, incontriamo continue crisi di legittimità, cui lo stato sembra rispondere solo con un aumento della militarizzazione. Ciò ha avuto come risultato sette-otto anni di narco-guerra, con piu’ di 100.000 morti e un numero imprecisato di desaparecidos (27.000?) in tutto il paese. Un oscuro legame va stabilendosi tra questa strategia di militarizzazione della narco-guerra e la repressione politica dei movimenti sociali, la strage di Iguala sta li a dimostrarcelo.

E’ evidente che la storia messicana ha visto fin dalle sue origini moltissimi episodi ed esperienze di autorganizzazione della difesa, perlopiù di matrice comunitaria, influenzate dall’eredità e dalle pratiche indigene. Oggi, la narco-guerra fornisce un nuovo quadro in cui riscontrare e problematizzare queste esperienze, sempre connotate da forte ambiguità nel loro rapportarsi con lo stato e con gli stessinarcos. I due casi che hanno ricevuto maggior attenzione mediatica e internazionale sono quelli riguardanti le polizie autonome comunitarie nello stato di Guerrero e i gruppi di autodifesa nel Michoacan. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso, giornalista italiano da tempo emigrato in Messico, redattore dell’Osservatorio America Latina per Carmilla e di cui nel 2015 uscirà il libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” con Edizioni Odoya di Bologna.

Spesso si sente parlare del Messico come di un caso di post-stato. Paradossalmente, ciò avviene nel momento in cui la mano militare è sempre più accentuata. Come leggi questa situazione? Come ci si è arrivati?

Il ricorso alla forza in tutti i suoi modi, militari, paramilitari, anche verbali, e quindi alla violenza da parte dello stato manifesta in realtà una degenerazione del suo potere, del suo controllo, perché sennò potrebbe utilizzare metodi istituzionali o canalizzare i conflitti in un altro modo. In tempi recenti questo fenomeno è aumentato: c’è un’incapacità totale delle istituzioni.
Non è un caso che l’utilizzo dei militari come atto di forza da parte degli ultimi presidenti, svelava in realtà la loro debolezza e quella della macchina democratica nel suo complesso. Sia Calderon (del Partito di Azione Nazionale, PAN), sia l’attuale presidente Peña Nieto (PRI), hanno mancato di una legittimazione popolare forte, essendo stati eletti entrambi attraverso processi elettorali viziati: nel primo caso con brogli conclamati, commessi ai danni del leader del centro-sinistra Andres Manuel Lopez Obrador, e nel secondo grazie alla enorme influenza delle televisioni.

Negli ultimi anni si è assistito al rafforzamento di alcune aree di azione dello stato, e ad una contemporanea pesante perdita di controllo su altre e su altri territori. Di fatto non si tratta di uno stato totalmente disgregato (cioè in tutte le sue aree e funzioni e in tutti i territori), ma piuttosto va a macchie, sia territoriali che di competenze, che vengono abbandonate, generando proteste. E’ uno stato che abdica a molte sue funzioni e tradisce il mandato rivoluzionario e costituzionale. Dall’altra parte lo stato abdica anche perché non può controllare l’uso legittimo della forza in tutte le sue aree.

Consideriamo per esempio l’importazione di armi dagli Stati Uniti, che invadono i territori e diffondono la possibilità di attacchi, violenza ecc. Il problema del narcotraffico è sicuramente per lo stato il problema numero uno. C’è però anche il problema delle autodefensas. E in generale c’è il fatto che lo stato è incapace di mantenere il controllo a tutti i livelli, soprattutto per via della corruzione e per la disgregazione del partito stato e della sua ideologia (nazionalismo rivoluzionario,ndr): dalla crisi del debito dell’82, il PRI ha subito una pesante mutazione ideologica e antropologica, fino alla sconfitta nel 2000, e al ritorno al potere nel 2012 totalmente trasformato e pienamente neo-liberale.

Questo passaggio, politico e ideologico, ha implicato molte perdite dal punto di vista della governance, anche sul piano locale. In sostanza, fino agli anni ’80 c’era stata la “dittatura perfetta”, con il PRI al potere a tutti i livelli in tutto il paese. In seguito, con la perdita di questo potere politico, l’apertura economica, l’arrivo della globalizzazione, lo stato che si ritrae e il risveglio della società civile (pensiamo allevantamiento zapatista ma anche alla protesta contro i brogli elettorali di Salinas de Gortari nel 1988), possiamo intravedere un’apertura democratica che però è sempre stata estremamente precaria. A questa instabilità aggiungiamo poi la presenza di gruppi guerriglieri, come l’Ejercito popular revolucionario (Epr), di stampo guevarista, e la criminalità comune e organizzata, legata al narcotraffico come al traffico di armi, alla tratta di persone o di bianche.

Ma il monopolio della forza è sottratto anche da settori dello stato stesso. E’ qui che si può a pieno titolo parlare di fallimento della sovranità, perlomeno in alcuni territori o in alcuni settori dove la polizia, municipale o statale, o settori della polizia, operano come cartelli del narcotraffico o come bande criminali.policia-mexico

Hai citato prima il “problema delleautodefensas”. Che relazione c’è tra questa ritirata dello stato e le recenti esperienze sorte a Guerrero e nel Michoacan?

Il vero precedente dei gruppi di autodifesa è quello della tradizione secolare di polizie municipali nelle comunità rurali a forte base indigena. Queste tradizioni non hanno un legame diretto con i gruppi di cui si parla oggi, ma hanno un forte valore simbolico, vengono rievocate.
Nel 1995, c’è stata poi la nascita della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias) nello stato del Guerrero. In generale, ogni polizia municipale ocomunitaria cerca espedienti giuridici che spingano il cittadino a tutelarsi da sè: dove lo stato non adempie alle sue funzioni in questo senso, entrano in gioco i cittadini. Certe costituzioni statali, e quella federale, riconoscono questo principio.
Va considerato che la maggior parte esperienze di auto-organizzazione popolare di questo tipo sono avvenute sulla costa del Pacifico (Oaxaca, Guerrero, Michoacan e più a nord fino al Sinaloa), zone che sono chiamate tierras calientes. “Calde” in due sensi: per ragioni climatiche, tanto da fornire le terre migliori per la coltivazione di marijuana, oppiacei ecc. E, di conseguenza, “calde” perché “violente”.

Quali narcos operano in questa zona?

Nei primi anni 2000 nel Michoacan c’erano gli Zetas, nati come gruppo armato dal cartello del Golfo, che si sono resi indipendenti tra il 2007 e il 2011 come cartello autonomo e hanno iniziato un’espansione con altri business, ben peggiori del narcotraffico per la popolazione. In effetti, il narcotraffico in sè è in qualche modo tollerato, e fintanto che c’è una ripartizione del controllo sui territori la situazione può anche rimanere relativamente controllata. Questo non vale per altre attività criminali che gli Zetas portarono avanti in questa zona: estorsioni alla popolazione, sequestri, case da gioco, giri di riciclaggio del denaro sporco, ecc. Si sono poi susseguiti diversi cambi di potere: gli Zetas furono scacciati dalla Famiglia Michoacana, dalla cui scissione interna sono poi nati i Caballeros Templarios.
E’ contro i Caballeros Templarios che, nel 2011, scoppia il “caso Cheran”. In questa località del Michoacan i narcos cominciano a disboscare ed espropriare i terreni. La comunità di Cheran, però, coesa e organizzata secondo gli usos y costumbresindigeni, riesce a reagire e a recuperare il controllo su questi boschi nonostante il totale disinteresse dello stato.
Ecco che arriva il terzo “modello” dei gruppi di autodifesa: dopo i gruppi tradizionali e l’esperienza della CRAC in Guerrero, il modello-Cheran. Questo è particolare perché si tratta di un municipio autonomo e con forte base indigena, con una lunga tradizione di resistenza, e dove si sviluppa un’idea molto forte di autonomia, basata sulla gestione dei beni comuni, in questo caso i boschi.
Bisogna considerare che anche i gruppi di narcos rivendicano in qualche modo per se stessi il ruolo di “mafiosi buoni” in difesa della popolazione. In un certo qual modo sono anche loro degli “autodefensas” contro il narco precedente (la Familia contro gli Zetas, i Caballeros contro la Familia o contro il cartello di Sinaloa…) o contro lo stato inadempiente. Almeno cosi tendono ideologicamente a definirsi. Qui arriviamo alle autodefensas più recenti, ispirate davvero da un’idea di ribellione insicurezza generalizzata.

Per una storia e una geografia della narco-guerra si può consultare questo link.

Quanto e’ marcato il confine tra le autodefensas “vere” e quelle che non lo sono? Effettivamente quello dell’auto-organizzarsi la sicurezza è un tema spinoso: pensiamo alle molto declinazioni che il termine “self defense” ha nell’immaginario statunitense, o a esperienze “bizzarre” e “agghiaccianti” come quelle delle ronde padane a Milano. Quanto è netto il confine in questo caso tra i narcos che rivendicano il loro ruolo di autodefensa e di protezione della popolazione e i gruppi di autodefensas per cosi dire “autentici”?

A volte il confine è labile. C’è da dire che i primi gruppi che nascono sono degli oggetti non ben identificati, non si capisce bene all’inizio chi siano i leader, e per alcuni mesi rimangono in un alone di mistero e vengono screditati dalla propaganda nazionale che li accusa di essere anche loro parte del narcotraffico. Soprattutto i gruppi vicini al dottor José Manuel Mireles di Tetalpatepec, che nascono il 24 febbraio 2013, e che poi sono la nuova ondata di autodefensas di cui oggi si parla molto. Inizialmente c’era il sospetto che fossero collusi con i narcos. Poi però si è visto chiaro che la loro azione era di contrasto al narco ed era efficace: sono riusciti a liberare addirittura più di 30 comuni. Sembra pure che ci sia un buon coordinamento tra di loro e, anche se ci sono stati scontri armati, sono riusciti a fare in modo da limitare il numero limitato di vittime.

Perché c’erano dei sospetti su questi gruppi? Perché erano ben armati, avevano camion, strutture, divise ecc. Chiaro, c’era un apporto comunitario, ma questo non basterebbe a spiegare la loro disponibilità di armi. E’ vero però che c’erano armi già presenti sul territorio, alcune sottratte ai narcos o a gruppi della polizia municipale corrotti che venivano cacciati dalle comunità. Alcune armi sono state procurate attraverso fondi di imprenditori locali, di piccoli e medi proprietari terrieri, alcuni dei quali sono loro stessi autodefensas. Altre provengono dagli Stati Uniti o da sequestri fatti ai narcos degli stati vicini e forse altre ancora vengono da membri che erano in cartelli della droga e che si riconvertono come autodefensas. C’è poi anche un finanziamento dalle comunità michoacane immigrate negli Stati Uniti e che hanno mostrato solidarietà a questo movimento.
Dopo il primo anno di esistenza di questi gruppi, e quindi nell’inverno scorso, si sono intensificati i momenti di tensione tra autodefensas e narcos. Man mano che gli autodefensas sottraevano territori ai Templarios, questi reagivano sfidandoli e provocandoli per farli uscire allo scoperto e attaccarli. Ciononostante, hanno finito per ritirarsi sulla costa o fuori dallo stato: la lotta è quindi stata efficace. E con il successo è arrivata anche l’attenzione mediatica. Molti giornalisti hanno iniziato a intervistare le autodefensas e piano piano è emersa una visione meno sbilanciata rispetto alla propaganda statale che tendeva a screditarli. Si è dunque capito di più chi erano gli autodefensas, ed è emerso il fatto che in molti casi, soprattutto nei gruppi più coerenti, si trattava davvero di gruppi di cittadini che si sostituivano efficacemente allo stato per combattere i narcos.

be256-brindan-apoyo-a-familia-atacada-por-grupo-armado-en-guerreroHai detto prima che molti finanziamenti e armi arrivavano daempresarios della zona, che per loro ragioni erano contro il controllo dei Templarios. A questo punto viene da chiedersi quale sia la composizione sociale predominante di questi gruppi di autodifesa, e anche le presunte o reali finalità politiche.

Ci sono diverse correnti anche dentro alle autodefensas. Chiaramente c’è la componente del piccolo proprietario, o dell’imprenditore. Non stiamo parlando di veri e propri latifondisti, ma di un vasto ventaglio di classe media, di cui alcuni possono permettersi di finanziare militarmente i gruppi. Si tratta di componenti sociali miste. Non si può definire la questione degli autodefensas come vera e propria lotta di classe, né come componente omogeneo. E’ una nebulosa di gente vessata dai narcos a tutti i livelli, dal piccolo negoziante o commerciante, a quello che aveva una proprietà più grande espropriata dai narcos ecc. Certo è che versano in uno stato d’abbandono istituzionale. Mireles per esempio è un dottore, dipendente pubblico, con qualche piccola proprietà.

Quali sono le differenze principali tra questa “nebulosa di gente” nel Michoacan e la situazione di Cheran, dove invece la componente sociale sembra più omogenea, e la posizione politica più chiara e definita? E quali con quella di Guerrero?

A Cheran abbiamo una componente di classe più accentuata, o perlomeno una forte componente identitaria, indigena. Questa situazione però è particolare ed è limitata a un municipio. Nel caso degli autodefensas invece si tratta di una coalizione molto ampia, che è partita da un certo numero di municipi e si è espansa fino a liberarne più di trenta. Cheran è rimasta autonoma rispetto agliautodefensas e continua il suo processo in maniera propria. Nel caso di Cheran credo si possa parlare più nettamente di polizie comunitarie, come nel Guerrero. Qui invece vengono usati entrambi i termini: polizie comunitarie e autodefensas.

A Guerrero sono proliferate altre esperienze, slegate dalle CRAC, di polizie municipali. Queste polizie municipali, a differenza delle autodefensas, erano povere: si trattava di gruppi di contadini, spesso indigeni, male organizzati, con pochi mezzi di trasporto e perlopiù solo armi bianche (bastone, machete…). Anche in questo caso si trattava, in assenza dello stato, di difesa dalla delinquenza organizzata, perlopiù costituita da elementi del cartello di Sinaloa e altri cartelli minori. La loro è però una storia molto meno “di successo”, anche mediatico dico, e la repressione dello stato e gli arresti nel loro caso sono stati più pesanti. Al contrario, i gruppi di Michoacan fin da subito avevano mezzi discreti: camionette, pick up, armi di grosso calibro, armi d’uso esclusivo dell’esercito. Quindi ci sono differenze di tipo sociale e altre organizzative: gli autodefensas emettono comunicati, sono un gruppo più o meno coeso, mentre nel caso delle polizie municipali non si è mai arrivati a un grado di coordinamento. Al momento a Guerrero sono finiti questi esperimenti più spontanei e autonomi, e rimangono solo le CRAC, che sono più strutturate, esistono dagli anni ’90 e godono di riconoscimento legale.

E per quanto riguarda i rapporti con lo stato quali differenze si notano tra il caso di Guerrero e quello di Michoacan?

A Guerrero la relazione tra stato e polizie comunitarie è stata di pura e semplice repressione. Molto più ambiguo è il caso di Michoacan, dove ci sono stati tentativi di cooptazione delle autodefensas. Lo stato a Michoacan non ha mai avuto consenso, anzi ne hanno avuto di più addirittura i Templarios durante un certo periodo, perché almeno offrivano qualche servizio di base e qualche sicurezza, la risoluzione dei conflitti. Un esempio è il caso del giudice per molti tipi di conflitti: in molte comunità tale ruolo veniva svolto da un Templario, e ora dall’autodefensa: in generale da chi detiene un potere e un consenso reale.
All’inizio del conflitto tra narcos e autodefensas, lo stato latitava. Solo quando si vide che i municipi liberati dagli autodefensas continuavano ad aumentare, nel gennaio 2014 lo stato federale decise di agire in modo più netto: prima è intervenuto con la polizia federale, poi ha commissariato lo stato, negando i poteri al governatore. Venne nominato un commissario, Alfredo Castillo, e fu addirittura incarcerato l’ex governatore ad interim per nessi col narcotraffico, arrivando in qualche modo ad ammettere la corresponsabilità di magistratura e stato.
In quanto agli autodefensas, lo stato ha tutelato alcuni leader e incarcerato altri, come Ippolito Mora, che ora è uscito ma che per i tre mesi cruciali di negoziazioni è stato in carcere. Ovviamente il criterio della magistratura in Messico è sempre stato totalmente politico, e dipende spesso dalla congiuntura: tollera magari per anni gruppi armati sul territorio, come i narcos, ma non tollera per due mesi gruppi di cittadini che si fanno vedere alla luce del sole come gli autodefensas.
C’è quindi una strategia di cooptazione selettiva, che è un’antica strategia del partito-stato quindi non è niente di nuovo. Ma viverla nuovamente e vederla ritornare, col ritorno al potere del PRI, con i mezzi che ci sono oggi, è allo stesso tempo più interessante e più drammatico. E ciò accade in un momento in cui leautodefensas hanno un consenso popolare, e in buona parte anche mediatico, tale che lo stato non può permettersi di limitarsi a reprimerli, come aveva fatto coi “disgraziati” di Guerrero.
Quindi l’ambiguità dello stato si lega più a un’incapacità di controllo della situazione, oltre che, ma questa è una speculazione più “giornalistica”, alla volontà di cercare un riassetto delle dinamiche narcos-stato-autodefensas nella regione. Voglio dire, Peña Nieto non ha davvero cambiato strategia rispetto alla militarizzazione della regione avvenuta con Calderon. Ha solo smesso di parlarne, e questa si è una strategia mediatica. Piuttosto, la strategia si è affinata: stato per stato, dove scoppiano conflitti grossi, si cerca ora di negoziare. A Michoacan il possibile obiettivo è instaurare una negoziazione tra un nuovo gruppo di narcotrafficanti (sia alcuni ex Templarios sia il cartello Jalisco Nueva Generacion, che è un braccio di quello di Sinaloa, e che in parte è già presente e attivo nel Michoacan), e gli autodefensas, che però dovrebbero rientrare nell’alveo della legge, attraverso la loro incorporazione nella Nueva Fuerza Rural.
Occorre, secondo la strategia statale, distinguere i gruppi di autodifesa in “buoni” e “cattivi”. Lo stato ha capito chi erano i leader più propensi a farsi cooptare. La politica è sempre quella del bastone e della carota. Ora la carota è andata ai gruppi del Comandante Cinco e di Papà Pitufo, che hanno accettato di integrarsi alla Nueva Fuerza Rural, con uno stipendio da poliziotto, sui 4-500 euro, e hanno sostituito la polizia regolare in alcune zone. Quanto ai narcos la sostituzione deiTemplarios con Jalisco Nueva Generacion è utile allo stato in quanto garantisce il controllo di certe attività: questi infatti sono più focalizzati sul narcotraffico rispetto che su estorsioni o altre attività più invasive del tessuto sociale. Ricordiamo che Michoacan è lo stato delle metanfetamine, e il porto di Lazaro Cardenas è il principale porto del Pacifico dedito a smercio di droga dalla Colombia e da altrove. E’ quindi uno stato strategico, e lasciarlo nelle mani del cartello di Sinaloa o affini implicherebbe un nuovo riassetto locale più utile forse alle autorità federali.
In tutto questo però gli autodefensas di Mireles sono risultati impermeabili ai tentativi di cooptazione, rivelandosi la parte più genuina del movimento. Per loro si è resa necessaria repressione e incarcerazione, come è accaduto al loro leader, che si trova in prigione a Hermosillo, Sonora, dallo scorso luglio. Il punto di discordia in realtà non è ideologico: quelli di Mireles non hanno mai rifiutato la negoziazione con lo stato tout court, la loro piattaforma non è rivoluzionaria o sovversiva delle istituzioni. La loro idea era reintegrarsi ma quando la sicurezza fosse stata garantita, quando fosse stato ristabilito lo stato di diritto e fossero stati scarcerati una quarantina di autodefensas arrestati mesi fa e incarcerati i capi Templariosliberi. Questo, agli occhi dell’opinione pubblica, lo rende coerente. Anche perché rispetto ai sospetti iniziali (cioè che le autodefensas potessero degenerare in delinquenza organizzata: estorsioni, violenza sommaria, gestione della violenza; o in paramilitarismo alla colombiana, del tipo delle Autodefensas Unidas de Colombia, che in realtà hanno finito per difendere solo grandi latifondisti e imprenditori e avere commistioni con la narco-politica) i gruppi di Mireles hanno dato prova di coerenza: non ci sono state queste degenerazioni e Mireles si è quindi guadagnato la stima di larga parte dell’opinione pubblica.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Che rapporti politici hanno leautodefensas all’esterno dello stato del Michoacan?

Gli autodefensas hanno sviluppato rapporti e raccolto sostegni, sia nel resto del Messico che altrove. Un canale di supporto importante è rappresentato dalle comunità messicane, spesso michoacane, emigrate negli Stati Uniti. Per tramite loro si sono sviluppate ingenti raccolte fondi, oltre che una attività di sensibilizzazione e di informazione sulla vicenda.
In Messico invece, gli autodefensas (tutti fino a maggio, e soprattutto il gruppo rimasto indipendente dalla Nueva Fuerza Rural in seguito) hanno sorprendentemente raccolto adesioni e consensi politici trasversali a tutti i partiti. Lo stesso Mireles è stato un politico per tutta la vita, non l’ha mai negato. Ha fatto politica localmente prima nel PRI, poi si è avvicinato a PRD e Partido del Trabajo, ha aspirato a cariche municipali. Non è uno che viene dal nulla. Questo indubbiamente rappresenta un’ambiguità.
Anche tra i giornalisti sono stati raccolti consensi trasversali, almeno in una certa fase. E soprattutto sono state cercate delle alleanze dirette, soprattutto a giugno in occasione della creazione del Frente Nacional de Autodefensas, in opposizione alla governativa Guardia Rural. C’è stata una grande assemblea a Città del Messico, in cui hanno partecipato personaggi di tutti i tipi: alcuni totalmente rispettabili, da Padre Solalinde, che si occupa di diritti umani per i migranti, alla giornalista Sanjuana Martinez; altri molto discutibili, come il Generale Gallardo, un personaggio ambiguo che ha lottato per costituire una commissione per i diritti umani dei militari (non proprio un paladino della giustizia sociale!), e un sindaco-sceriffo del PAN. Alcuni poi non hanno aderito ma avevano partecipato alle riunioni preparatorie sono quelli del Movimiento por la Paz con Justicia e Dignidad, che sono vicini, per ispirazione, al movimento zapatista e il cui leader è il poeta pacifista Javier Sicilia, che nel 2011 ha guidato un impressionante movimento sociale per la pace contro la guerra ai narcos. Lui non ha aderito al Frente Nacional, in primo luogo perché è armato, cosa che se non rimane temporanea creerebbe dei problemi rispetto alla sua impostazione pacifista (anche gli zapatisti infatti adesso si sono mossi su un terreno più nonviolento), e poi per totale incompatibilità appunto con alcuni dei personaggi che partecipano al Frente.

Qual è la struttura organizzative delle autodefensas?

Io direi che prevale il verticismo in una struttura con regole democratiche. Il coordinamento delle autodefensas, che però si è sciolto con la nascita della Fuerza Rural e del Frente, era formato dai leader di ogni municipio e votava a maggioranza alcune decisioni di base. Il Frente, poi, era l’idea di ricreare una coalizione generale (e intersettoriale, quindi con coalizioni vaste) di tutte le autodefensas, tanto che aveva adottato l’hashtag, sull’esempio di #Yosoy132, di #yosoyautodefensa. Ma il progetto s’è arrestato con l’arresto di Mireles.

Come si può spiegare la guerra al narco come strategia politica di lungo periodo del governo Calderon, tenendo conto dei rapporti stato-narco, e delle faglie interne all’uno e agli altri, delle infiltrazioni e delle cooptazioni, anche con i gruppi di autodifesa? E cosa è cambiato con Peña Nieto? Qual è in definitiva la vera natura della guerra ai narcos?

Negli ultimi 7-8 anni la retorica bellicista è stata il prodotto di esportazione del Messico. Ora l’idea è di esportare altro: le famose riforme strutturali, di cui quella principe è quella che privatizza il settore energetico, e che si accompagna alla consueta retorica di un Messico che viaggia verso il primo mondo, cosa già ampiamente sentita in passato, nell’88, nel ’94… e ora nel 2013-14.
La retorica è dunque cambiata. Sicuramente va individuato un doppio binario: da un lato le lotte intestine dei narcos, presenti già dalla fine degli anni ’80, sono degenerate negli anni ‘2000, con la crisi del PRI. Infatti, fino ad allora i narcosavevano nel PRI l’interlocutore politico assoluto, a tutti i livelli, e ciò aveva garantito una relativa tranquillità. L’equilibrio politico si era rotto già da metà-fine anni ’80 (nascita del PRD come scissione di sinistra del PRI e crescita del PAN, ndr), ma si era lentamente ricostruito durante la presidenza di Salinas de Gortari. Con la sconfitta parlamentare del PRI nel 1997 e la perdita della presidenza nel 2000, tale equilibrio è definitivamente crollato, anche perché persino a livello locale l’egemonia del partito era tramontata. Durante la presidenza Fox (2000-2006) e i primi due anni di quella Calderon, la situazione era quindi precaria per via del quadro politico in evoluzione e delle lotte tra i narcos.
In questo quadro la famosa “guerra al narcotraffico”, con i suoi corollari di militarizzazione e di repressione della società, ha rappresentato da un lato uno strumento dell’ingerenza USA in Messico (più o meno richiesta, piu’ o meno cercata), e dall’altro il tentativo dello stato messicano (e di quello americano attraverso le sue agenzie e i suoi finanziamenti) non di reprimere totalmente, ma di controllare e dare una stretta a tutti i movimenti sociali, in primis quello zapatista in Chiapas, che periodicamente ritorna oggetto della repressione paramilitare(come nel caso dell’omicidio di Galeano nel maggio scorso). Inoltre, tra le ragioni dell’inizio della guerra al narco in grande stile, abbiamo la congiuntura specifica verificatasi all’inizio della presidenza Calderon: una situazione economica al di sotto di quasi tutti i paesi latinoamericani; la corruzione in tutti gli apparati, per cui si hanno pezzi di stato, e soprattutto di polizia, infiltrati da narcos, pezzi di polizia che agiscono come narcos essi stessi (con sequestri, commercio di stupefacenti ecc.); infine una crisi di legittimità politica fortissima, dovuta a elezioni truffate e a un tentativo di svuotamento di potere dell’istituto della presidenza attuato dal PRI a fine anni ’90, quando già presagiva la sua sconfitta e tentava cosi di rendere zoppi i governi altrui. E’ dunque in una situazione di estrema debolezza e fragilità del governo messicano che Calderon ha deciso di impiegare in modo massiccio i militari, anche in funzioni che non dovrebbero essere le loro (suscitando quindi anche proteste tra i militari stessi, molti dei quali hanno finito per appoggiare Obrador). E’ tuttavia ovvio che, utilizzando la strategia della violenza e quindi dell’uso di militari, non si ricostruiscono le istituzioni in crisi ne’ il tessuto sociale. Cosi la militarizzazione non ha fatto altro che aprire il vaso di pandora: ha scardinato tanti meccanismi locali che si mantenevano ancora, ha fatto in modo che i militari cominciassero ad essere percepiti come necessari dalle amministrazioni locali.
narcoguerraAdesso, con il ritorno del PRI, si è un po’ attenuata questa esigenza dell’uso della mano militare, perché i meccanismi di neo-corporativismo e la maggior consuetudine del PRI al governo gli hanno permesso di ri-centralizzare il potere ricorrendo a dispositivi più politici e meno militari: si è preso un potere di amnistia, di mandare comisionados come a Michoacan e di appropriarsi temporaneamente dei governi locali senza passare dal voto, ecc.
Ora i morti e i desaparecidos sono leggermente diminuiti (ma rispetto ai numeri ci sono balletti impressionanti tra governo, istituti di statistica e riviste indipendenti, che in generale sono più affidabili e danno numeri più alti: la rivista Zetas di Tijuana, molto affidabile, ha calcolato un numero di morti legati al narcotraffico nel primo anno di Peña Nieto di 23.000, appena sotto la media degli anni di Calderon). La situazione quindi non è tranquilla, come il governo sta propagandando all’estero. E, mentre la situazione a Michoacan e Guerrero è lungi dall’essere risolta, altrove si stanno iniziando ad aprire altre crepe: negli stati del Tamaulipas e di Veracruz, dove la strategia da parte del potere politico sarà sempre quella di un riassestamento, con un’uscita di scena degli Zetas e il ritorno di altri cartelli più esclusivamente legati alla più tradizionale e meno invasiva attività del narcotraffico…
Probabilmente i morti della narco-guerra continueranno lentamente a scendere, ma il tipo di pacificazione che si profila sembra più una nuova paz mafiosa (cosi è chiamato il periodo che precedette l’odierna narco-guerra, ndr), che, senza affrontare le questioni reali (non è prevista, per esempio, nessun tipo di legalizzazione della droga), possa reggere quel tanto che basta da permettere al PRI di continuare a vincere le elezioni.

La precursora Doña Sebastiana @JornadaSemanal #SantaMuerte

dona-sebastiana

De Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal – (foto: Original link) Doña Sebastiana da miedo y fascina. Es la muerte santificada, una figura de adoración poco conocida en la historia de México. Tiene analogías con la Santa Muerte, la santa popular que más ha crecido en cuanto a feligresía y presencia mediática en las Américas.

De la Doña sólo quedan el recuerdo, unos cuentos y su nombre. En efecto, su culto se desvaneció y, quizás, revive a su manera en esta época postmoderna con la devoción a la Flaquita.

Sebastiana está en la historia de las regiones abandonadas por Dios y el Estado que, hace más de 150 años, eran parte del norte de México y que le fueron arrebatadas por Estados Unidos.

La devoción hacia esta dama descarnada y huesuda tuvo auge en la era del “salvaje oeste”, especialmente en Arizona y Nuevo México según relata el antropólogo Carlo Severi en un artículo sobre Doña Sebastiana, el Cristo Flechado y sus rituales. La vida de Doña Muerte comienza en la colonia.

Desde el siglo XVI, la corona española en el norte de América trata de controlar muchos territorios despoblados y lejanos del centro del poder ubicado en la gran Ciudad de México, capital de la Nueva España. Sin embargo, los esfuerzos de dominación de los colonizadores, amos de un imperio decadente pero ávido de tierras, no son suficientes. La espada necesita de la cruz.

Las misiones religiosas españolas van conquistando pueblos y almas hacia el norte, abriéndose paso a lo largo del Río Bravo, hasta El Paso y Santa Fe, o bien, siguiendo el Río Colorado rumbo a Arizona.

A finales del siglo XVIII, en San Diego, San Francisco y alrededores, ya hay fortalezas además de las misiones: la espada vuelve a juntarse con la cruz para defender a los pequeños grupos de moradores de los ataques de los pueblos originarios, dueños legítimos de esos territorios.


Doña Sebastiana por Luis Tapia. Foto: http://www.vocesdesantafe.org

Tras la Guerra de Independencia, el Estado mexicano nace débil y con escaso control de su periferia. El aislamiento y la pobreza de los colonos en las zonas lejanas y los conflictos con la población indígena de los apaches y los comanches engendran una situación explosiva.

La zona es descuidada también bajo el punto de vista religioso, tras la progresiva retirada del clero franciscano y por la falta de personal eclesiástico estable. Por tanto, es imposible celebrar los sacramentos y los rituales en las comunidades católicas. Las iglesias están en ruinas y son santuarios de macabros presagios.

Entre 1846 y 1848, México pierde más de la mitad de su territorio y firma el Tratado de Guadalupe Hidalgo, un acontecimiento traumático para el orgullo nacional.

Estados Unidos es una potencia naciente que, movida por las doctrinas de la frontera y del destino manifiesto, agrega los estados de California, Nevada, Utah y partes de los actuales Texas, Colorado, Oklahoma, Kansas, Wyoming, Nuevo México y Arizona. Uno tras otro caen y son gotas de sangre.

Ya desde los años de la lucha independentista mexicana, en aquellos territorios las comunidades reaccionan al desamparo espiritual y al aislamiento material creando la Cofradía de los Hermanos de la Santa Sangre o de los Penitentes que, aún sin volverse una Iglesia autónoma, aporta cambios inquietantes y radicales al culto tradicional.

El verbo y las prácticas de la Cofradía se expanden, siguen la antigua ruta de los misiones, por el Río Bravo y la frontera norte. Proliferan las moradas, iglesias no consagradas que pronto cobijan en su interior un acervo de nuevas imágenes y rituales. Los miembros de la Hermandad se dividen entre Hermanos de la Sangre, “los verdaderos penitentes”, y Hermanos de la Luz, con tareas organizativas y de guías espirituales.

Durante décadas, El Vaticano trata de acercarse a estos pobladores para reconducirlos a los preceptos del catolicismo romano. Fueron esfuerzos vanos. Las comunidades, sobre todo en Nuevo México, se tornan cada vez más fanáticas, aspiran a imitar la vida y la pasión de Cristo y practican la autoflagelación en las procesiones de Semana Santa. Reproducen todas las fases del martirio de Jesús en la Pasión y las ceremonias culminan con la crucifixión simulada de uno de los penitentes.

Pero clavos, azotes, chorros de sangre, gritos y dolores son reales. Lo que preocupa a la Iglesia no es la violencia, ni la creencia en el sacrificio físico como medio de purificación. El problema es otro, se llama Sebastiana. El miedo pasa de boca en boca, llega hasta las sedes del poder eclesiástico.

La gente presencia la aparición, dentro de las moradas y en las capillas, de un bizarro retrato de la muerte. Es una imagen femenina, esquelética, muy común en Europa, en los osarios y criptas de las Cofradías de la Buena Muerte, así como en las iglesias dedicadas a la Parca, en las pinturas de las danzas macabras y lasvanitas.

Sin embargo, está prohibida en las Américas, donde le dicen “Doña Sebastiana”, aunque sigue siendo la Gran Segadora, icono de un culto blasfemo, según la Iglesia.

En la Colonia, los inquisidores de la Nueva España trataron, sin éxito, de destruir todas las representaciones de la muerte que la misma Iglesia había traído del Viejo Continente, para extirpar la “idolatría pagana” hacia estas figuras.

Normalmente, sus devotos eran indios y campesinos, habitantes de los barrios marginales de las ciudades o de algún pueblito provinciano quienes ya usaban el nombre de Santa Muerte al rezar, pedir e, inclusive, al castigar a la imagen de la Gran Segadora en todo México.

La Inquisición fue abolida en España por el Real Decreto del 15 de julio de 1834, sin embargo, la actitud represiva de esa etapa siguió vigente. Doña Sebastiana escandaliza al clero católico que habla de una “herejía”, y espanta también a los campesinos de la región. “Adoran a la muerte como los indios de norteamérica”, “torturan a sus Hermanos con verdaderas crucifixiones”, “excesos en las penitencias, rituales secretos, oraciones no aprobadas por las jerarquías”, denuncian los obispos.

A las alarmas de la Iglesia dan seguimiento los medios estadunidenses que, en las primeras décadas del novecientos, indagan sobre los aspectos más morbosos y sanguinarios de esos rituales y sobre la posibilidad de que exista una devoción autónoma hacia la muerte que ellos denominan Comadre Muerte o “muerte amiga”.

No se realiza ningún estudio serio, sino que, más bien, se multiplica el efecto amarillista de los artículos: algo parecido a lo que vimos, en años recientes, respecto de la Santísima Muerte en la prensa.

Junto a la muerte, también la imagen cruenta de Jesús horadado por los dardos, el Cristo Flechado, está presente en las moradas para avisar del peligro que constituyen las poblaciones “salvajes” de los nativos, los “enemigos” que amenazan la existencia de los Hermanos y sus comunidades.

En la Semana Santa, los penitentes organizan crueles simulacros de la Pasión de Cristo, parecidos a los del barrio de Iztapalapa en Ciudad de México, aunque más sanguinolentos e inhumanos.

El Salvador, seleccionado dentro de la Cofradía, recibe el suplicio de la flagelación y es sujetado a la cruz con clavos y cuerdas mientras los demás se amarran a cactus y plantas espinosas o cargan carretas llenas de piedras con la figura descarnada de Doña Sebastiana.

En la tradición religiosa de estas cofradías, se identifica progresivamente al joven penitente, próximo a la crucifixión, con el Cristo, pero también con la muerte, la Comadre. Se cuenta que, en tiempos de crisis, cuando es fácil fallecer por penurias y frío, los muertos regresan para festejar la Pascua con los vivos en lasmoradas. A estos templos improvisados, llamados asimismo “casas de los muertos”, llegaban los Hermanos del Otro Mundo para ayudar a los habitantes de éste.

Entre la Virgen María y Jesús nunca faltaba la imagen de Doña Sebastiana, la dama esquelética de ojos vítreos o metálicos, armada de arco y flechas, la cual era cargada triunfalmente sobre las carretas de la muerte durante las procesiones.

En el Museo de Nuevo México en Albuquerque, hay una escultura: Muerte sobre su carro, realizada en 1860 por el escultor Nazario López de Córdoba para lamorada de Las Trampas. Es una reelaboración del Triunfo de la muerte, un tema iconográfico medieval en que Doña Sebastiana declara su victoria sobre Jesús y arroja flechas al pecho del Salvador.

Arcos y dardos definen la iconografía tradicional del Cristo flechado en la versión adoptada por los franciscanos que evangelizaron el norte de la Nueva España. Por otro lado, en España, la muerte se retrataba con una guadaña en la mano, no con arco y flechas. Esto sugiere que, al norte del Río Bravo, podría haberse dado una superposición entre la figura del Cristo y la del mártir San Sebastián, representado típicamente con flechas en el costado. El nombre del santo posiblemente sufrió un cambio al femenino y su figura se asoció a la de la muerte con arcos y flechas, dando vida así a la hermosa Doña Sebastiana, precursora o “prima chicana” de la Santa Muerte.

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Mitos, imposturas y nuevos emblemas (Revista Variopinto)

Variopinto15En los ochenta, las sectas eran consideradas como enclaves de poder; en la década siguiente comenzó a hablarse de las trasnacionales de la fe; pero fue en los pliegues finiseculares donde se dio ese perverso maridaje entre culto y poder que hoy envuelve a políticos, empresarios, estrellas de la farándula y fanáticos, pero también a narcotraficantes. Hoy, la pérdida de sentido está hipotecando el futuro y se alimenta de violencia, lo mismo en México que en los demás países de la región y en Europa, antaño tan proclive al tragicismo de los fascistas y los nazis. Y en medio de esta parafernalia emergen nuevos mitos, acaso impostados, y emblemas como el de la Santa Muerte. El futuro semeja un abismo. Artículo de Fabrizio LorussoRevista Variopinto – Número 15 Septiembre de 2013

Henry Kissinger se hizo famoso con el aforismo: “El poder es un afrodisiaco”. Giulio Andreotti, el padrino de la política italiana del siglo xx solía decir: “El poder consume a quien no lo tiene”. Y hay quienes, con tal de conseguirlo y mantenerlo, entregan su destino a fuerzas ocultas.

Brujos, magos, curanderos, santos prohibidos y ritos esotéricos siempre han estado presentes en las crónicas sobre poderosos y famosos, empresarios, políticos, estrellas de la farándula o mitos de la televisión y el cine. La tentación de buscar favores y vibras, éxito y poder, a través de limpias y “trabajos especiales” atrae a todos, pero quizás más a los políticos.

El ex gobernador de Oaxaca, Ulises Ruiz, la ex líder magisterial Elba Esther Gordillo —recluida en el penal de Santa Martha Acatitla— y el otrora secretario de Seguridad Pública de Calderón, Genaro García Luna, compartían un interés por creencias esotéricas. Todos ellos ejercieron el poder de manera autoritaria.

El periodista José Gil Olmos, autor de Los brujos del poder La Santa Muerte, describió la pasión de Ulises Ruiz por la magia negra, la santería y la Santa Muerte: huesos, figuras caribeñas, talismanes y santeros de cabecera, en calidad de consejeros, lo rodean. Durante el conflicto magisterial de 2006 en Oaxaca, su aparato represivo dejó 25 muertos, decenas de heridos, siete desaparecidos, 500 detenidos y 380 casos de tortura.

Los flujos de esperanzados hacia Catemaco, tierra de brujos y hechiceros, son frecuentes y van de la mano del pensamiento mágico y del misticismo que radican en México. Varios famosos habrían acudido allí en alguna ocasión: Carlos Salinas, José Córdoba Montoya, Pedro Aspe, Cuauhtémoc Cárdenas, Andrés Manuel López Obrador, Marta Sahagún, Beatriz Paredes y Raúl Velasco, el otrora conductor estrella de Televisa, tan proclive a las vibraciones cósmicas.Según los brujos, la magia negra o blanca es lo que más piden los gobernantes; la figura de la Santa Muerte también es usada, junto a otros santos populares para realizar sueños de gloria y planes políticos.

Muchos brujos “trabajan” con la Santísima, aunque la esencia de su culto es otra, ya que es una devoción popular a la figura de la Muerte que lleva siglos en México, pero se popularizó en los noventa, sin el reconocimiento de la Iglesia. Hoy tiene entre cinco y 10 millones de seguidores en el mundo y guarda muchas diferencias con la brujería y la magia.

Éstas son prácticas, no cultos, y se usan para modificar la realidad externa a través de evocaciones, rituales, fórmulas y con la fuerza de voluntad. La Santa Muerte se identifica con una deidad-entidad, la muerte, representada con la imagen medieval descarnada que trajeron los españoles y las cofradías católicas durante la Conquista. Espada y cruz. La Gran Segadora huesuda con la guadaña y el mundo en sus manos se parece a las catrinas de Posadas, pero es distinta; en su versión santificada le dicen Niña Blanca, Bonita o Flaquita.

Beto Quintanilla, El mero león del corrido, decía en su canción dedicada a la Santa: “ya hay millones que le rezan, la iglesia empieza a temblar / Abiertamente ya hay curas que la empiezan a adorar / Mafiosos y de la ley se la empiezan a tatuar / Políticos y altos jefes también le tienen su altar”. En el fondo, los corridos hablan con la verdad y el poder, a veces, unen lo sagrado y lo profano, el espíritu y la carne.

Todo culto tiene aspectos exotéricos, pero sobre todo esotéricos, es decir, ocultos y misteriosos. Son exotéricos los rosarios callejeros a la Flaquita o la veneración del pueblo para el Niño Fidencio, San Pancho Villa o Juan Soldado. Son esotéricas las fórmulas que un brujo usa para amarrar a la persona amada y los rituales iniciáticos de una secta.

 Una alianza non sancta

Históricamente la política, en su sentido de ejercicio del poder, ha mostrado cierta atracción por lo esotérico o secreto.

La cercanía de la médium personal de la esposa de Abraham Lincoln y de la astróloga de Nancy Reagan, Joan Quigley, con sus respectivos maridos-presidentes fue emblemática, así como lo es el ascenso de la Skull & Bones, la sociedad secreta más influyente de América, gracias a la adhesión de los Bush, padre e hijo. En Italia, Letizia Moratti, ex secretaria de Educación y alcaldesa de Milán de 2006 a 2011, quien se sentía la Thatcher italiana, se valió de los servicios de un célebre sensitivo que incluso habría influido en la conformación del gobierno municipal.

El líder político y magnate televisivo Silvio Berlusconi es conocido por su vida excéntrica. La revista L’Espresso mostró que su villa de Cerdeña se inspira en una simbología erótico-esotérica, tal vez porque el empresario perteneció a la logia masónica propaganda due (p2), declarada criminal y subversiva por el Parlamento en 1982.  El Venerable Maestro y fundador de esa logia reaccionaria, Licio Gelli, tejió relaciones con el general argentino Eduardo Massera, miembro de la Junta Militar que instauró la dictadura de 1976 a 1983 en ese país sudamericano.

Mito

En el país austral hubo mezcla entre culto y poder. José López Rega, hechicero manipulador de Juan Domingo Perón, en los setenta era el contacto argentino de la p2 y llegó a ser Ministro del Bienestar Social. Mabel Iam era la pitonisa del “presidente de la crisis financiera”, Fernando de la Rúa, mientras que el mandatario populista Carlos Menem tenía una vidente personal en los noventa. También en África, la brujería no sólo es un legado ancestral y tribal, sino que se integra a la política y al capitalismo de cuño europeo: los gobernantes la usan para ganar elecciones y poder.

Por cierto, América le debe mucho al continente negro en cuanto a religiones como la santería, el vudú y el palo mayombe. Éstas, tal como el culto a la Niña Blanca y la brujería, no necesariamente se relacionan con magia negra o negatividades, al contrario. Sin embargo, todo depende de quién las utiliza y para qué.

Y aquí en México, en la época de Fox, García Luna fue jefe de la hoy extinta Agencia Federal de Investigación (afi) y tenía una estatua de la Flaquita en su oficina. Luego, Calderón lo nombró Secretario de Seguridad. Al parecer, García Luna sustituyó la figura típica de la Santa Muerte, el esqueleto con sayal franciscano, con el Ángel de la Muerte, tal como lo recomendaba el autonombrado arzobispo de la Santa Muerte, David Romo, hoy sentenciado a 12 años de cárcel.  Romo fue quien en vano trató de transformar este culto espontáneo y horizontal en una especie de religión, con una institución vertical, una doctrina oficial, sacerdotes y ceremonias establecidas.

En 2005, Gobernación quitó el reconocimiento legal a su Iglesia Santa Católica Apostólica Tradicional México-Estados Unidos, pero la actividad del Padre continuó hasta su encarcelamiento en 2011. La modelo Carmen Campuzano también es devota de la Santa Muerte y le pidió salir de sus problemas de adicción. Gil Olmos cuenta que hasta María Félix la veneraba. Asimismo, en 2004, la cantante y actriz cubana-mexicana Niurka Marcos y su ex pareja Boby Larios se casaron en la Iglesia de Romo.

También hay altares y creyentes en Alemania, España, Italia, Dinamarca, Centro y Sudamérica, Japón y Estados Unidos, pues la migración, el turismo y el internet concurren a su difusión masiva. Las jerarquías eclesiásticas combaten la expansión del culto que, sin embargo, es imparable y autónomo con respecto a instituciones y sacerdotes. En el mercado de Sonora en la Ciudad de México (gran expendio de productos esotéricos del Distrito Federal) la Santa sólo es superada en ventas por la Virgen de Guadalupe, la patrona nacional. No funcionaron los intentos del Vaticano de “liberar del diablo” a los devotos de la Flaca con amenazas de excomunión, con la siembra de altares de su “rival”, San Judas Tadeo, o con la capacitación de exorcistas especializados. Y es que no hay ningún Satanás que extirpar del alma de los “santamuertistas”.

Lo que hay es la crisis de la Iglesia en América, endémica como la pérdida de fieles frente a la avanzada de pentecostales y protestantes o de multinacionales como la Iglesia de la Cienciología y Pare de sufrir. No obstante, el Vaticano sigue en la cúspide de un poder religioso y temporal, global y milenario.

Entre los poderosos, también narcos y criminales, por lo general, son muy religiosos. La conexión mediática Delincuencia-Santa Muerte surgió tras la captura en 1998 del secuestrador Daniel Arizmendi, El Mochaorejas, quien tenía un altar a la Niña Blanca, mismo que se llevó a su celda en La Palma. Sin embargo, Arizmendi tenía también una imagen de la Virgen que pocos medios mostraron.

En abril de 2001, fue arrestado Gilberto García Mena, El June, lugarteniente de Osiel Cárdenas, jefe del cártel del Golfo. En el jardín de su mansión, el ejército halló un santuario de la Blanca: así nació el mito de la narco-santa. Cada vez más, los operativos de la guerra al narcotráfico arrasan los “recintos sagrados” de la Santa Muerte, sobre todo en las carreteras del Norte del país. No obstante, los santos favoritos de los narcos son muchos más de lo que se cree: la Guadalupe y San Judas son importantes, así como el “Robín Hood” de Sinaloa, Jesús Malverde, y la Santísima. En 1996, hasta el poderoso Señor de los Cielos, Amado Carrillo Fuentes, jefe del Cártel de Juárez, le habría mandado a hacer un altar, pero el fenómeno de las narcolimosnas ha involucrado a todo tipo de santos y santuarios, católicos y alternativos.

 Misticismo impostado

 La investigadora argentina Lía Dansker, quien trabajó en correccionales de menores del Distrito Federal, encontró que San Juditas es el más popular entre los jóvenes detenidos, procedentes en su mayoría de barriadas de la capital; que la Santa Muerte crece y está en segundo lugar; y que todos tienen un trasfondo común católico.

Lía conquistó la confianza de los chavos con sus cuentos sobre el primo argentino de la Santa, San La Muerte, y el Gauchito Gil, otro santo prohibido. Para ellos, no sólo se hacen tatuajes o mandas, sino que los más fervientes se implantan una figurilla suya bajo la piel. Si el cuerpo se infecta y la rechaza, no habrá milagro. Históricamente, culto, misticismo y poder se maridaron en la Alemania nazi: una corte de magos, astrólogos y ocultistas rodeaba a Adolf Hitler que los incluyó en las filas de las SS. El jefe de esta organización militar, Heinrich Himmler, solía retirarse en su alcázar de Wewelsburg para realizar rituales iniciáticos y esotéricos, mientras que el führer consultaba a su astrólogo personal antes de tomar decisiones importantes. Hasta su aliado italiano Benito Mussolini tuvo un consejero-esotérico: Giuseppe Cambareri.

El misticismo nazi se basaba en mitos, leyendas y visiones político-religiosas que justificaban la superioridad de la raza aria y los delirios de potencia de sus creadores. Hoy en día, el nazismo esotérico caracteriza, por ejemplo, un partido político como Alba Dorada, que participa en el gobierno de Grecia, y los neofascistas italianos. Un nazi-esotérico conocido en Latinoamérica fue Miguel Serrano, diplomático e intelectual chileno, amigo del poeta fascista Ezra Pound y autor de Hitlerismo esotérico Adolf Hitlerel último avatar.

La organización Nueva Acrópolis, fundada en Argentina por el poeta Jorge Ángel Livraga en 1957, presente en México y otros 40 países, fue definida por el Parlamento Europeo en 1984 como una “agrupación fascista y paramilitar”. El periodista argentino Alfredo Silletta calificó su ideología como un mix de elementos “esotéricos, teosofía, orientalismo, alquimia, astrología y un poco de filosofía griega”.

Los neonazis suelen mezclar y recrear tradiciones y símbolos, ya sean musicales, religiosos o literarios, apropiándose de los más adecuados para su ideología y para sumar adeptos a causas políticas convertidas en cultos y dogmas. Hasta el icono de la Santa Muerte parece apetecible para estos grupos, ya que es muy llamativa y se presta a instrumentalizaciones fáciles, al recordarles elementos fundacionales de la ideología nazi como el sacrificio, la guerra, el valor y, por cierto, la exaltación de la muerte.

De este lado del charco, en Tepito, dicen que la Santa Muerte “no solapa a pendejos, ni enaltece a cabrones”, y es razonable hablando de cultos, poder e ideologías, pues hay límites a la ambición material y espiritual. Tepito es un barrio de artesanos, comerciantes y vividores donde la Santísima es la Patrona porque es “más cabrona que la Virgen” y “hace paros, no sólo milagros”, según sus seguidores. Finalmente, los devotos piden una vida y una muerte buenas, sin dobles finalidades.

Cuenta Alfonso Hernández, sumo cronista tepiteño, que “los mexicanos desprecian Tepito y no se dan cuenta de que a México lo consideran el Tepito del mundo”. Así que del barrio bravo no se escapa, sino que se aprende, porque la sabiduría barrial puede ser directa y filosa como una navaja o estar escondida entre callejones y albures finos.

En México, la Santa Muerte ha tenido cierto éxito entre los pudientes, pero mucho más entre las clases populares, a menudo excluidas por la Iglesia, el Estado y esos mismos poderosos. La Flaca es un soporte espiritual que da protección, trabajo, salud, dinero y seguridad. Son bienes escasos para esos devotos silenciosos que del poder huyen, más que buscarlo.

Foto de Rodrigo Cruz “Mito”.

Crisi, Analisi e Proposte. L’Uomo Nero e il fantasma

Denari! Non avete sentito il racconto? 

Di cos’altro andavano in cerca , quei ribaldi, se non di denari?
Cos’altro stava loro a cuore se non i denari?

(Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro)

di Sandro Moiso (CarmillaOnLineL’Uomo Nero si aggira per l’Europa. Ha più nomi, più maschere, ma è destinato a diffondere il panico anche solo a parlarne. SpreadDefaultUscita dall’euroAbbassamento del rating, comunque se ne parli è sempre quello: il mostro da evitare ad ogni costo. Non importa se si è ricchi o poveri. Non importa se si appartiene alla classe degli imprenditori o a quella dei lavoratori dipendenti. La paura deve accomunare tutti. O, almeno, così si vorrebbe.

treasure.jpgMa le cose non stanno esattamente in questo modo. Non che vadano bene, anzi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca e a colpi di remo i differenti vogatori la vorrebbero portare in direzioni opposte.
La crisi c’è, esiste ed è pesante. Potremmo dire che l’economia, che già è un soggetto piuttosto astratto, sta presentando il conto ad una società basata sull’opulenza del capitale fittizio.
Fittizio, ovvero che non c’è, che non è mai stato prodotto, che è stato solo e sempre gonfiato, negli ultimi decenni, dalla speculazione su titoli tossici e sul rifornimento costante alle banche di carta straccia chiamata dollaro o euro a seconda che la cosa avvenisse da una parte o dall’altra dell’Atlantico.

Sì, carta straccia non solo per i titoli spazzatura , ma anche per le due monete che hanno cercato vanamente di spartirsi il mondo, non accorgendosi che la produzione di valore reale, così essenziale al permanere e alla sopravvivenza di una società basata sul capitale e sul suo ciclo, si era significativamente riposizionata in altre aree del globo.
Marx e i classici sono stati buttati via, al massimo sostituiti da qualche magia keynesiana o da qualche autoritario provvedimento dei Chicago Boys.

Già perché la crisi attuale ha una storia lunga e complessa e cercando di coglierla a volo d’aquila nel contesto della storia dell’ultimo secolo, anche tralasciando quel pazzo di Lenin e la sua scoperta, in tempi non sospetti, dell’enorme sviluppo del capitale finanziario (eravamo nella primavera del 1916), si scoprirebbe non solo che la dichiarazione, fatta da Nixon, della non convertibilità del dollaro in oro nel 1971 è alla base di tutti i processi inflazionistici successivi, ma anche che nel 1929 l’eccesso di credito pompato dalla Federal Riserve nelle banche e nell’economia americana fu già alla base delle speculazioni che finirono col travolgere Wall Street e il mondo intero.

eurocrack.jpgChe – dirà a questo punto qualcuno dei lettori – mi sei diventato monetarista?
No, tranquilli, ma questa ultima osservazione serviva proprio a sottolineare come, alla faccia di tutti coloro che sono costantemente a caccia di novità, nulla sia cambiato dalla Grande Crisi ad oggi. Gli errori sono sempre gli stessi, i protagonisti anche e i trombati pure.
Banche, imprese, lavoratori: la tripartizione indoeuropea funziona ancora.

E’ chiaro, l’aveva capita anche quel pollo di Keynes, la crisi affonda sempre le sue radici nella caduta di accumulazione dei profitti legati alla produzione materiale e al venir meno dei consumi. Marx l’avrebbe chiamata caduta tendenziale del saggio di profitto, ma oggi guai a nominarla!
Beh, insomma, anche se Keynes non l’aveva capita proprio bene, cercò comunque di metterci una pezza: “ a costo di scavare buche per poi tornare e riempirle” come disse lui stesso, proponendo la figura dello Stato come committente e cliente, allo stesso tempo, di opere pubbliche destinate a rilanciare lavoro, occupazione e consumi.

Mussolini, da buon italiano furbo, ci aveva già pensato con bonifiche e fondazione di città nuove, Roosvelt, da americano pragmatico ed ottimista, la pensò più in grande e fu il New Deal.
Sì, peccato che senza il secondo conflitto mondiale da quella crisi non se ne sarebbe usciti lo stesso, anche con gli sforzi hitleriani di andare nella stessa direzione (più stato, più lavoro coatto, più sviluppo). Solo attraverso la vittoria in quella guerra gli Stati Uniti ottennero il privilegio di emettere moneta di riserva e poi, più tardi, di renderla inconvertibile.

monthly.jpgNegli anni settanta Joan Robinson, economista non accecata da conti e statistiche, parlò a proposito degli USA di un keynesismo militare, mentre Paul Baran e Paul Sweezy, sulle pagine della loro bella rivista Monthly Review, si divertivano a prendere in giro quelli che chiamavano polli keynesiani. Ma chi se ne ricorda ormai più, se non i lettori superstiti e non italiani della stessa ?!
Militare, il keynesimo, negli Stati Uniti lo è stato fin dalla preparazione del conflitto mondiale e nei quasi settant’anni trascorsi dalla fine dello stesso; polli furono e sono tutti coloro che affidandosi ai maneggi di John Maynard Keynes pensano di essere a sinistra, anzi di sinistra.

Perché a sinistra o a destra di qualcuno o di qualcosa si può sempre stare, ma per rifiutare radicalmente le logiche che sottendono l’attuale modo di produzione non basta chiedere l’intervento dello stato ad ogni piè sospinto.
Marx prima e Lenin dopo, più tutti gli altri, ci hanno insegnato che la macchina statale va spezzata e non rafforzata o invocata come salvezza per chi lavora.
Lo Stato è il comitato d’affari della borghesia”, Engels dixit. Fatevelo bastare, punto e a capo.

blackman.jpgMa torniamo alla nostra crisi e alla paura dell’Uomo Nero attuale.
Per anni, grosso modo a partire dalla gestione di Greenspan della Federal Reserve, è diventato un dogma pensare che primo dovere dello Stato, in quanto detentore del diritto di stampare moneta, fosse quello di sostenere banche, speculazione e consumi attraverso una creazione controllata del contante necessario a sostenere tutto ciò.
Una sorta di keynesismo monetarista che ha gonfiato a dismisura titoli, debiti e valore degli immobili, oltre che dare l’illusione di una crescita dei patrimoni dei piccoli risparmiatori anche in assenza di una crescita reale del prodotto e del reddito.

Per intenderci e facendo riferimento all’italietta nostrana: ma nessuno si è mai chiesto come fosse possibile che in assenza di crescita del prodotto e del reddito da lavoro (fermo oramai da vent’anni) il livello di benessere (apparente) potesse aumentare globalmente?
Questa sembrava per i più sprovveduti la decisiva sconfessione di Marx e della sua legge dell’impoverimento progressivo dei lavoratori.

Non più crisi da sovrapproduzione, non più cicli economici, non più produzione materiale, soltanto produzione snella, on-time, possibilmente immateriale. Ci sono cascati in molti, troppi, anche tra i vecchi estremisti. Non più lotta di classe, ma potere delle moltitudini.
Gioiose, inutili, sgangherate macchine da guerra che camminando all’indietro, pronte per essere riassorbite dall’ideologia dominante, pensavano di procedere in avanti.

Fuori dal ristretto orizzonte nostrano, però, milioni di operai cinesi continuavano indefessi a produrre ciò che qui si acquistava senza fatica.
Mentre in occidente, con poca fatica, anche l’ultimo dei fessi giocava in borsa o si rivolgeva ad un promotore finanziario che, peggio di un inviato di Al Qaeda, prometteva meraviglie a chi avesse immolato i suoi risparmi e i suoi averi ai fondi gestiti e gonfi di titoli spazzatura.

Ma non si pensi che in tutto questo ci fosse almeno un ordine, una logica, un programma. No!
Tutto questo è andato perso lungo il percorso: Hedge FundsCdo (obbligazioni debitorie collateralizzate ovvero debiti di qualcuno trasformati in investimenti a rischio) e un sacco di altra spazzatura (come gli attuali titoli di Facebook) sembravano garantire guadagni illimitati, senza che nessuno ne capisse neppure il perché

Nelle parole di Ben Shalom Bernanke, succeduto a Greenspan nella direzione della Federal Reserve ed attuale suo presidente, sta la miglior riprova di ciò che si va qui affermando. Nel 2007, dopo che le Cdo erano cresciute da 225 miliardi di dollari nel 2005 a 450 miliardi nel 2006, all’Economic Club di New York, a chi gli domandava spiegazioni su tali titoli, il potente rappresentante della finanza statale statunitense rispose :”Mi piacerebbe capire che valore hanno questi dannati cosi”.
Ecco da quale mirabile scuola escono i nostri tecnici !

Poi il 2008, anno nefasto, rivelò l’inganno.
Gli infiniti mutui, aperti anche a chi non aveva un lavoro con cui ripagarlo, esplosero sul mercato americano, con ripercussioni a livello mondiale.
Come si reagì dopo il primo sbandamento, negli USA e in Europa? Ma è naturale, continuando le precedenti politiche di allargamento del credito alle banche, che proprio su quel tipo di distribuzione di denaro a baso tasso di interesse avevano giocato per soddisfare, con interessi maggiorati, la voglia di consumo dei cittadini occidentali e di speculazione della finanza internazionale.

paperone.jpgNell’immane disastro di metà 2008, la quantità maggiore di capitale degli Stati Uniti, ovvero il valore delle total home equity delle famiglie crollò da 13000 miliardi di dollari del 2006 a 8800 miliardi. La seconda, in ordine di grandezza, i total retirement asset calarono del 22% da 10300 miliardi a 8000 miliardi […]Ma, almeno, delle perdite in borsa tanto piante, o dei valori delle case, persino del crollo dei consumi in difetto di gioia speculativa, si può tentare il conto. Alla devastazione dei bilanci bancari invece a tutt’oggi non può darsi un’onesta misura. […] Nel panico Federal Reserve e BCE immisero allora 2500 miliardi di liquidità nel mercato del credito, effettuando la più grande spesa nella storia della moneta, da che esiste l’umanità. Da solo, il governo americano ne investirà poi altri 1500 miliardi per acquistare azioni non solo americane. E così evitare l’ebbrezza in ritardo di una crisi ultima del capitalismo”.

E la stessa politica è proseguita, sulle due coste dell’Atlantico, nei quattro anni seguenti.
Non era bastata la lezione degli anni Venti, quando a partire dal luglio del 1927 la solita FED alimentò con 200 milioni di dollari la bolla di Wall Street di cui tutti ormai conoscono le disastrose conseguenze. Mentre alla fine degli anni ’90 del XX secolo, con la Federal Reserve guidata da Alan Greenspan, gli americani avevano già sperimentato “la più grande bolla finanziaria che una nazione sulla terra avesse mai sperimentato”.

Il presidente della FED precedente, Volcker, si trovò, però, costretto a dichiarare, nel maggio del 1999, che:”Le sorti dell’economia mondiale dipendono dalla crescita degli Stati Uniti, che dipende dalla Borsa, la cui crescita dipende da cinquanta titoli, metà dei quali non ha riportato alcun guadagno”. Mentre uno studio della Northwestern University affermava che “ Non c’è stata alcuna accelerazione della crescita della produttività dell’economia al di fuori del settore che produce l’hardware dei computer […] E in effetti, invece di esibire un’accelerazione di produttività, la sua decelerazione nel manifatturiero è andata peggio. C’è stato un rallentamento della produttività nell’intero settore manifatturiero nel 1995 -1999, comparato agli anni 1972 -1995, e proprio nessuna accelerazione per i beni non durevoli”.

In Cina nel 1985, con il formarsi delle prime joint-venture, si producevano solo poche migliaia di auto, ma nel 1993 erano già diventate 200 mila. Nel 2004 se ne produrranno 2 milioni e 300 mila, mentre nel 2009 ci sarà il sorpasso degli Stati Uniti e la Cina si troverà ad essere il massimo mercato automobilistico e produttivo del pianeta. Certo questo è stato anche conseguenza dell’investimento massiccio operato dalle multinazionali nello stesso paese tra il 1994 e il 2009, ma il risultato non cambia: l’asse produttivo del pianeta non è più in America e nell’Occidente europeo, s’è spostato altrove.

E così la percentuale maggiore di plusvalore, mentre al capitale fittizio occidentale non restava che impiccarsi a se stesso.
Cosa che sta avvenendo ora, adesso, tra strepiti e sussulti, tra grida e minacce.
L’Uomo Nero appunto.
E se fin qui si sono usati esempi presi soprattutto dall’economia americana degli ultimi decenni, deve essere altresì chiaro che in Europa le cose non sono andate meglio, anzi. Anche in Germania.

nazieuro.jpgLa rigida Germania di Angela Merkel che, da perfetta cristianissima bigotta, predica bene e razzola male. Il volto produttivo della Germania, l’apparente efficienza della sua amministrazione che le permette di imporre il fiscal compact a tutti i paesi europei all’ombra della BCE, nascondono in realtà la coscienza sporca di chi ha le banche forse più esposte nei confronti dei titoli spazzatura statunitensi e dei titoli europei più a rischio.

Cosicché gli stessi stress test fatti sulle banche europee erano calibrati in modo da escludere che la Kfw (Kredinstalt für Wiederaufbau ovvero l’Istituto di Credito per la Ricostruzione istituito nel 1948 con il Piano Marshall ), una banca governativa destinata ad incrementare lo sviluppo interno, fosse dichiarata fallimentare poiché ricolma di titoli tossici di ogni provenienza. Anche greci, naturalmente. Caustico, il Financial Timesaveva commentato in quei giorni:”Se provassimo a verificare la sicurezza delle automobili o dei giocattoli con lo stesso metodo che l’Unione Europea ha impiegato per i suoi stress test sulle banche, finiremmo in prigione”.

Anche in Europa la crescita apparente del benessere non era confortata da dati reali.
In Italia “nel 2003 il totale dei redditi distribuiti alle famiglie consumatrici era, in termini reali, superiore a quello del 1990 di un miserrimo 5,35%. Si badi in 14 anni un incremento circa di un ventesimo. Invece la ricchezza reale netta delle famiglie, nello stesso periodo, crebbe del 21,6%, più di un quarto. L’euro servì non ad accrescere redditi e consumi, ma a lievitare e consolidare i patrimoni”. Aggiungerei: immobiliari soprattutto.

Per quello che ci interessa però occorre rimarcare che nello stesso 2003 “ ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom”.
Oggi sicuramente la situazione è ulteriormente peggiorata, ma un dato resta da sottolineare: nel corso degli anni novanta in realtà la classe operaia ha ceduto al tasso di profitto quanto si era ripresa negli anni settanta. Un profitto, però, che non è stato reinvestito proficuamente nell’attività produttiva, ma, grazie alle facilitazioni del credito, nella speculazione più crassa e, sicuramente, più mafiosa.

Questo scollegarsi del capitale dalla produzione per ancorarsi sempre più alla speculazione; questo tentativo dannato e dannoso di abbreviare sempre più i cicli di realizzazione dei profitti attraverso scorciatoie criminali e trucchi da prestidigitatori da strapazzo ha fatto sì che sempre più il debito privato si trasformasse in debito pubblico, con le conseguenze che tutti abbiamo ora sotto gli occhi.

Ma questa scelta è stata dettata anche da una crisi immanente del modo di produzione capitalistico, sempre negata dagli economisti e dagli elogiatori di ogni colore delle meraviglie della civiltà occidentale.
La speculazione finanziaria non è altro che l’ultima risorsa del capitalismo morente per rinnovare i propri fasti e profitti.
Un falso elisir di lunga vita, dunque.

Tutto questo, però, non ha portato soltanto ad una drastica riduzione delle quote salariali, alla quasi scomparso di ogni tipo di welfare e ad un progressivo e drammatico aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile.
Ha fatto anche in modo che i lavoratori si siano sentiti spesso mazziati e contenti, apparentemente partecipi di una ricchezza che non gli apparteneva e che, con le prima ondate di crisi, gli è stata rapidamente levata.

Questa è la base economica di una protesta sociale e proletaria che spesso si affida ancora al populismo e di cui abbiamo già parlato. Una protesta che non si affida solo, di volta in volta, alla Lega o a Beppe Grillo, ma anche a formulazioni dal contenuto vago: come i piagnistei sulla tassazione e il prelievo fiscale sugli stipendi o le occupazioni di sedi di istituti di credito per richiedere l’apertura di linee di credito al proprio, fantomatico datore di lavoro.
Nel primo caso il lavoratore rinuncia alla propria coscienza di classe antagonista per fondersi nel mare dei veri o presunti “tartassati”. Nel secondo, come è avvenuto di recente in Sicilia, il lavoratore fonde il suo interesse con quello del suo datore di lavoro, in questo caso la Dr Motor di Massimo Di Risio, rimontatore di auto e suv cinesi, di Macchia d’Isernia e pretendente al trono FIAT di Termini Imerese.

Tutti inseriti d’ufficio in una sterminata classe media priva di confini, tutti uguali negli interessi d’impresa, tutti uguali nel voler salvare i propri risparmi e patrimoni: è proprio questo che si vuole ottenere con l’Uomo Nero agitato dai media e dal mondo politico. La peggior retorica e la peggiore demagogia populista, nazionaliste, se non addirittura regionalista, al Nord come al Sud, messe al servizio dell’esorcismo destinato ad impedire le rivolte e le lotte che la crisi attuale è destinata a scatenare e che sta già scatenando.

ghost.jpgQuesto è, come sempre, come centosessant’anni fa, il Fantasma che fa davvero paura.
Il Fantasma del rifiuto delle logiche del capitalismo, dello sfruttamento, dell’appropriazione privata della ricchezza sociale e del suo dilapidarsi in speculazioni e truffe che giovano ad alcuni e danneggiano il restante 99%. Insomma, il Fantasma del comunismo cui la presente crisi sta spalancando le porte.

Ma per esorcizzare questo rosso fantasma i tecnici dei governi, la BCE e il FMI useranno anche altri strumenti, perché un conto è farsi le scarpe tra solidali (del capitale e della finanza) altro conto è permettere che siano altri, più anonimi, a farlo.
E allora vai con le accuse di terrorismo nei confronti di qualunque lotta, vai con le pattuglie di militari un Val di Susa e nelle strade delle città, vai con le indagini su chi afferma verità eretiche nei confronti del pensiero dominante.

Bersani, Camusso e Cancellieri hanno già aperto il fuoco di fila, presentandoci l’antipasto e in attesa delle portate successive.
Due forze speculari si fronteggiano così nell’agone dello spettacolo politico: da una parte chi crede che sia possibile colpire una parte per il tutto, sostituendosi alle reali forze sociali che prima o poi dovranno fare i conti con la macchina bellico-economica capitalistica.

Dall’altra chi spera di ridurre il diffondersi della protesta, anche nelle forme devianti cui più sopra si accennava, a “terrorismo”, nemico supremo e comune di tutti i rispettabili cittadini.
E giù accuse e minacce, aperte da frasi deliranti, troppo tardi smentite, sulla pericolosità della lotta No-Tav o di qualunque altra manifestazione che non si faccia ingabbiare dai sindacati confederali o dalle politiche istituzionali. E in questo senso complimenti alla chiara coscienza di un ex-ministro di sinistra che ha dichiarato che il terrorismo è il primo nemico della classe operaia…e noi che pensavamo che fosse il capitale!?

tognazzi br.jpgMa per esorcizzare le lotte c’è ancora un altro sistema, che potrebbe essere usato in Grecia come, magari in modo più strisciante, anche qui in Italia: una presenza sempre più massiccia dei militari sul territorio e nella gestione della pubblica amministrazione.
E’ inutile nasconderlo: da quando le elezioni greche non sono andate come i signori della finanza avrebbero desiderato, da un lato si è fatto buon viso a cattivo gioco auspicando uno sforzo comune affinché la Grecia sia “aiutata” a rimanere nell’area euro, mentre dall’altro si son fatti sempre più evidenti i richiami ad un possibile golpe “per impedire lo scatenarsi di una guerra civile”.
Nessuna novità neanche qui, è lo stesso linguaggio delle “missioni di pace” all’estero traslato in chiave di politica “interna” europea.

Ma anche in Germania, come in questi giorni a Francoforte, e in altri paesi europei la massiccia presenza sul territorio di forze dell’ordine e militari sembra destinata a crescere.
D’altra parte: che ce li abbiamo mandati a fare tanti soldati all’estero, se non ad addestrarsi alla contro-guerriglia e al controllo delle aree urbane?
Anche qui da noi non bastano i 1500 soldati richiesti dalla Cancellieri per la protezione di obiettivi sensibili; ce li siamo già dimenticati quelli che sono già stabilmente in servizio di ordine pubblico in tante città?

Così anche l’uso che si è iniziato a fare di alti ufficiali dei carabinieri per la gestione della cosa pubblica in Italia sembra voler andare nella direzione di abituare l’opinione pubblica alla ingombrante presenza dei militari non soltanto sul territorio, ma anche nelle ASL o nelle altre amministrazioni pubbliche.
In previsione, perciò, di una possibile parziale privatizzazione dei servizi sanitari e di un aumento dei costi degli stessi per tutti i cittadini, il fatto che un generale in pensione dell’Arma e un colonnello della stessa siano stati messi a dirigere rispettivamente l’ASL di Napoli e quella di Salerno, può apparire, infine, piuttosto significativo.

Ultima, infine, viene la guerra.
La guerra imperialista che già due volte ha sconvolto l’Europa e il mondo negli stessi ultimi cent’anni , mentre una terza sembra già essere iniziata , almeno in forme prima striscianti e oggi sempre più evidenti, fin dalla riunificazione tedesca e dalla prima guerra del Golfo.
Il nazionalismo che sottende ogni imperialismo è già in atto e i nemici non sono solo più gli islamici o gli stati canaglia.

Il nazionalismo, la chiamata alle armi contro i nemici esterni, è sempre l’ultima ratio dei regimi in difficoltà. E’ l’altro potente strumento di integrazione, così come capì bene la borghesia francese quando scelse come inno “La Marsigliese”.
Aux armes citoyens, formez vos bataillons“…etc etc.
Ed è la componente principale del razzismo di ogni tempo.
Mentre chi gli si oppone corre anche il rischio di essere inquisito per incitamento all’odio di classe!

Oggi anche i nostri rispettabili vicini di casa possono trasformarsi in “pericolosi nemici”. E persino le stimate agenzie di rating, che hanno in precedenza condotto i nostri governi sulla strada del taglio della spesa pubblica, possono trasformarsi, da un giorno all’altro, in pericolosi killer contro cui anche il timorato e timoroso Pier Ferdinando Casini è pronto a prendere le armi.

Guerra, ultima ratio di ogni grande crisi del modello sociale basato sull’accumulazione capitalistica. Guerra, sicuro rilancio della produzione industriale e del ritrovato vigore dei titoli degli stati coinvolti. Guerra, facile modo per riassorbire la disoccupazione attraverso la produzione bellica o sui campi di battaglia. Guerra, sinonimo di controllo sociale e sindacale
Sempre che la possibile apocalisse preparata da Israele nei confronti dell’Iran non venga a portarsi già via tutto nell’autunno di questo fatidico 2012.

1919.jpg
Si è aperta, lo si è detto pochi giorni fa su queste stesse pagine, un’aspra stagione.
Occorrerà essere determinati e lucidi nell’affrontarla, sapendo che, in un modo o nell’altro, questo mondo non potrà mai più essere come prima.
Anche chi lotta contro le sue ingiustizie, contro le prevaricazioni e le truffe che lo contraddistinguono dovrà saper rinunciare a qualcosa.

La sinistra greca uscita di fatto vincitrice dalle ultime elezioni, probabilmente scoprirà il bluff tedesco e della BCE, anzi lo ha già fatto.
Dopo le prime dichiarazioni sprezzanti, BCE, FMI e Merkel sembrano essere addivenuti a più miti consigli. Fino ad ipotizzare una mutualizzazione del debito greco (in attesa dell’esplosione di quello spagnolo, etc). Ma questa è solo una parziale e ancora non del tutto certa vittoria. I cui costi saranno prevalentemente scaricati, anche se in tempi diversi, sul mondo del lavoro. Sul 99%.

Occorrerà saper rompere gli schemi in cui il meccanismo del debito pubblico blocca giovani, disoccupati e lavoratori dipendenti. E non saranno certo un aumento della produttività o il sempiterno feticcio denaro a garantirne il futuro.
La macelleria sociale non potrà essere rintuzzata appellandosi alle elemosine dello Stato o della finanza. Saranno i movimenti a darsi i loro strumenti e i loro istituti, finalmente liberi ed autonomi dall’ingerenza dello Stato e del capitale.
Occorrerà andare oltre gli angusti limiti di un welfare state che appartiene ancora alle logiche stataliste degli anni ’30 e rivendicare il diritto collettivo all’uso e al godimento della ricchezza socialmente prodotta, infischiandosene dei patti già firmati da governi e tecnici in cui non ci si è mai potuti e non ci si può più riconoscere.

Occorrerà comprendere e trasformare il concetto di Economia.
Andare oltre il concetto egoistico di oikonomia, tratto da Aristotele e che sottende una saggia gestione della casa. Concetto egoistico e meschino, timorato della proprietà privata.
Basato sulla moneta, sul profitto e sulla partita doppia.
Occorrerà invece coglierlo in tutta la sua potenza intendendolo come gestione comunitaria, in costante divenire, della trasformazione dell’energia in lavoro; un lavoro, però, non più alienato, socializzante, creativo e non più coatto, capace di trasformare, senza inaridirlo, il pianeta di cui siamo soltanto ospiti temporanei.

Occorrerà saper tradire le alleanze annullandole e non rispettare i patti economici suicidi.
Occorrerà saper difendere, in ogni parte del mondo, il diritto di scegliere come organizzare la società su basi solidali più ampie.
Occorrerà lottare, anche duramente, per impedire che si ripetano le illusioni, le false promesse e il ritorno allo sfruttamento passato.

24mtsurf.jpgNei giorni scorsi un surfista ha cavalcato, in Portogallo, un’onda alta 24 metri.
Tutti i nuotatori più o meno esperti sanno che in caso di onde molto alte conviene andare loro incontro piuttosto che cercare di recuperare la spiaggia, pena l’essere risucchiati dal vortice da esse creato. Onde molto alte ci attendono e la spiaggia di partenza non ci offre più alcun rifugio.
Hic Rhodus, hic salta!

N.B.
Tutte le citazioni, prive di altre indicazioni, contenute nell’intervento sono tratte da:
Geminello Alvi, Il Capitalismo, Marsilio, Venezia 2012

Inside Job: il documentario sulla crisi narrato da Matt Damon

INSIDE JOB. Film documentario cui Matt Damon ha prestato la voce sui motivi, le conseguenze e i retroscena della crisi finanziaria del 2008 che stiamo vivendo ancora oggi in pieno 2012. In inglese senza sottotitoli ma comunque chiarissimo (parla da solo!).

‘Inside Job’ provides a comprehensive analysis of the global financial crisis of 2008, which at a cost over $20 trillion, caused millions of people to lose their jobs and homes in the worst recession since the Great Depression, and nearly resulted in a global financial collapse. Through exhaustive research and extensive interviews with key financial insiders, politicians, journalists, and academics, the film traces the rise of a rogue industry which has corrupted politics, regulation, and academia. It was made on location in the United States, Iceland, England, France, Singapore, and China.

Salviamo Wirikuta, cuore sacro d’America

Wirikuta.jpgIl cuore sacro (el corazón sagrado) del Messico e d’America è sotto attacco. La regione di Wirikuta, un’area semidesertica di 1400 km quadrati negli stati centrali di San Luís Potosí e Zacatecas, 420 km a nord della capitale, è il centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika e per loro rappresenta l’origine del mondo, una zona di preghiera e di secolari pellegrinaggi in cui alcune migliaia di appartenenti ai popoli originari continuano a vivere. Tre anni e mezzo fa, nel 2008, il presidente messicano Felipe Calderón, vestito con un abito tipico del popolo wixárika, promosse e participò a un accordo stipulato tra i governatori degli stati centrali del paese, la zona conosciuta come “el bajío”, che sanciva la conservazione e lo sviluppo della cultura huichol. Nel 2009, solo un anno dopo, il governo diede 22 concessioni di sfruttamento minerario alla Real Bonanza, filiale messicana di First Majestic, e altre due alla canadese West Timmins Mining, senza che la contraddizione tra questi interessi economici stranieri (in questo caso dei canadesi che di mine e conflitti in America Latina, dal Cile al Messico e al Perù, sono dei veri esperti) in una terra sacra per un popolo originario messicano e i patti firmati in precedenza venisse minimamente avvertita.

Ma il Messico profondo, vestigio di antiche civiltà sopravvissute fino ad oggi, ha deciso di risvegliare la coscienza dell’intero paese riguardo l’emarginazione e gli abusi di cui sono vittime i discendenti degli antichi messicani.

“L’origine dell’universo non è in vendita”. In più occasioni dalla fine del 2010 i huichol hanno inviato lettere al presidente e organizzato proteste per chiedere la cancellazione delle concessioni minerarie dato che Wirikuta ha un grande valore culturale, religioso e naturale che verrebbe seriamente compromesso dalle attività delle compagnie estrattive canadesi. Quasi il 70% dell’area concessa alla First Majestic ricade proprio in questa porzione di deserto che in teoria è tutelata e protetta per la sua biodiversità.

Il Canada è il primo paese al mondo per numero e importanza delle multinazionali che gestiscono mine a cielo aperto e queste sono le più distruttive per l’ambiente. Il Messico è un socio molto importante e un territorio allettante, ricco d’oro e d’argento oltre che di altri metalli meno “preziosi”. Il 70% delle compagnie minerarie operanti in terra azteca hanno la loro casa madre proprio in Canada. Anche se la First Majestic ha assicurato che utilizzerà solo tecniche di scavo in profondità, le questioni difficili da digerire restano troppe.
Sebbene lo Stato di San Luis Potosí abbia approvato nel 2010 una legge che in teoria obbligherebbe le autorità a consultare i popoli indigeni per la stipula di contratti che riguardano l’uso delle loro risorse naturali, i huichol non sono mai stati interpellati. Anzi, la loro terra è stata addirittura svenduta alla First Majestic che, con un fatturato di 24 milioni di dollari USA a trimestre, ne ha pagati al governo solo tre per le concessioni. In cambio ha promesso circa 100 milioni di dollari per investimenti nei prossimi 10 o 15 anni e la costruzione di un museo sulla storia del settore minerario in Messico, praticamente un palliativo per poi vantare una “responsabilità sociale d’impresa”. Le prospettive di “sviluppo” e d’indotto sono davvero magre e la contropartita è l’invasione e lo scempio ai danni delle montagne sacre di un popolo e l’attacco all’ecosistema di una vasta regione. mapa_sanluispotosi.jpg
Intanto, come documenta un reportage del quotidiano messicano La Jornada, nella comunità di La Luz, in pieno territorio wixárika, una quindicina di peones sono impiegati e pagati una miseria da un caporale locale per conto della compagnia canadese per cominciare a svolgere alcuni lavori di pulizia e sgombero in preparazione: molti abitanti della comunità auspicano comunque l’arrivo dei canadesi nella speranza di qualche anno di relativa “bonanza” visto che, ad oggi, stanno ai limiti della sopravvivenza e le opportunità sono nulle in tutta la regione, ma se la tendenza è quella del lavoro-schiavitù e dell’attacco alle radici culturali di un gruppo, i huichol, molto più ampio e radicato in tutto il Messico centrale, è chiaro che il gioco non vale la candela: si tratta di un deterioramento ambientale e culturale che pregiudicherebbe 16 centri abitati e almeno 3500 persone.
“Le informazioni tecniche relative alle concessioni” – richieste nel febbraio scorso dal Ministero dell’Ecologia e della Gestione Ambientale di San Luis Potosí – “sono state classificate come riservate” dagli organi governativi interrogati in merito a Città del Messico, come ha denunciato Manuel Barrera, responsabile del ministero a livello regionale. Come se non bastasse, il prospetto sull’impatto ambientale delle perforazioni non è stato depositato dalla compagnia presso il Ministero dell’Ambiente nella capitale.

“Se Wirikuta si distrugge, anche il mondo finisce”, dicono i huichol. Qui si trova l’orma più antica dell’uomo nel continente americano. La regione ha un valore culturale paragonabile a quello degli antichi centri economici e religiosi maya come Chichén Itzá o Tikal, solo che in questo caso vive ancora il popolo che li utilizzava, li abitava e quindi ancora oggi queste genti li difendono nell’indifferenza del governo centrale. Oltre alla questione culturale c’è anche un problema legale ed ecologico siccome Wirikuta è parte di una riserva naturale protetta dal 2001 ed è un’area ricchissima in biodiversità, soprattutto per quanto riguarda le cactacee endemiche. Nel 1994 è diventata una riserva storica ed ecologica protetta dallo Stato messicano in qualità di corridio bio-culturale. Fa parte della Rete Mondiale dei Luoghi Sacri Naturali dell’ONU dal 1988 ed è in lista per diventare Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità dell’UNESCO.

“Quello huichol è un popolo originario americano che ha saputo conservare il nucleo della propria identità culturale e religiosa, imperniata sul culto del mais, dell’aquila, del cervo e del peyote o hikuri, un cactus allucinogeno usato a fini cerimoniali che abbonda nel deserto di Wirikuta e incarna un’intera visione del mondo”, spiega l’antropologa Manuela Loi dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam).

La lingua huichol è parlata da oltre 700.000 persone in Messico e ogni anno sono migliaia i pellegrini e le guide delle comunità indigene che eseguono il rituale della caccia, l’offerta del sangue del sacro cervo agli dei e le lunghe marce a digiuno: tutto questo proprio nella regione in cui sono partite le prime opere di scavo e che il presidente ha dato in concessione. La ricerca, l’estrazione accurata e il consumo “terapeutico” del peyote, riconosciuto dai wixárika come la divinità del Cervo Azzurro, rappresenta secondo la tradizione una “massimizzazione dello spirito che ci condurrà al punto di trasformazione temporale in transizione verso l’esaltazione spirituale per trovare le forze dell’equilibrio”.

E sono parole che solo alla lontana ma con intensità descrivono il misticismo e il flusso di coscienza suscitati dall’ingestione di uno spicchio dell’amaro e allucinogeno cactus hikuri, un’esperienza rituale dal profondo significato religioso per i huichol. Il peyote cresce solo in questa zona che rischia d’essere inquinata dal piombo e dal cianuro. Il cactus raffigura il tempo non lineare, il viaggio imprevedibile, il fittizio indistinguibile dal reale, il divenire senza storia e lo sguardo dell’osservatore esterno, l’occidentale stranito, scorre le pagine degli eventi che sono come i trabocchetti surreali immaginati dallo scrittore Julio Cortázar nei suoi racconti. Di seguito un breve video documentario sulle vicende del popolo huichol e le minerarie canadesi coi sottotitoli di Clara Ferri.

La minaccia canadese riguarda sette cittadine e le più importanti sono Matehuala e Real de Catorce, famosa in Italia, tra l’altro, per il film Puerto Escondido tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci… “E’ come se volessero mettere un distributore di benzina in Piazza San Pietro a Roma o scavare sotto la Basilica della Madonna di Guadalupe a Città del Messico”, ha detto più volte, lanciando una provocazione (nemmeno troppo azzardata), il huichol Santos de la Cruz, portavoce della comunità wixárika.
Per ora i lavori della First Majestic e di West Timmins sono nella fase di esplorazione, ma i huichol, uniti nel Fronte per la Difesa di Wirikuta, denunciano da mesi l’alto impatto ambientale e lo sventramento di intere catene montuose che la “brama d’argento” dei canadesi provocherà. L’inquinamento da cianuro, sostanza impiegata per la dissoluzione dei metalli ricavati dalle mine, è un pericolo concreto tanto per i terreni come per le falde acquifere, ma la compagnia vuole riparare mettendo sul piatto un “indotto” di 750 posti lavoro a 150 euro la settimana e una donazione al popolo wixárika di 260 (su 6326 datele in concessione) ettari di terra per le loro cerimonie: il ricordo va subito al modello statunitense della “riserva indigena”.

La miseria e l’abbandono da parte dello Stato e la depressione economica che storicamente caratterizza queste aree semidesertiche giocano a favore delle imprese straniere che con un contratto per loro insignificante possono moltiplicare esponenzialmente il budget annuale di una piccola comunità o provincia e offrire lavoro a tutti gli abitanti. Questi sono praticamente obbligati ad accettarlo “nonostante l’inquinamento, le condizioni di semischiavitù e i rischi per la salute”, secondo Tunuary Chávez, rappresentante dell’Associazione di Sostegno ai Gruppi Indigeni dello stato di Jalisco. Data la storica presenza di compagnie minerarie nel centro del Messico, responsabili in buona parte dell’abbandono che soffrono molte zone minerarie che vengono scavate, sfruttate e poi lasciate al loro destino ciclicamente, “le persone hanno problemi di salute per via dell’acqua che ha alte concentrazioni di piombo e altri metalli”, ha dichiarato l’ex sindachessa di Real de Catorce a La Jornada.

Nel 2011 il Fronte pro-Wirikuta ha guadagnato le simpatie di gran parte della società messicana e, nonostante il Governo resti sordo alle richieste dei huichol, questi hanno invaso la capitale coi loro tamburi e con proteste coloratissime e pacifiche: conferenze, manifestazioni, iniziative culturali e campagne informative si sono susseguite per tutto l’anno. Dall’aprile del 2011, l’adesione del Fronte per la Difesa di Wirikuta al Movimento per la Pace di Javier Sicilia, il poeta e attivista in prima fila per dare visibilità alle vittime della guerra al narcotraffico in Messico ed esigere giustizia al Governo, ha rinforzato la causa di Wirikuta che ha avuto un momento di grande visibilità con la manifestazione a Città del Messico dello scorso 27 ottobre.

Moltissime Ong, oltre a intellettuali, per esempio i Nobel Tomas Tranströmer e Jean-Marie Le Clézio, e attori come il messicano Gael García, hanno aderito al movimento in difesa di Wirikuta e all’inizio dell’anno prossimo, probabilmente a febbraio secondo gli ultimi comunicati del Fronte, il musicista franco-spagnolo Manu Chau, i rapper portoricani Calle 13, i colombiani Aterciopelados e i messicani Café Tacuba e Tigres del Norte suoneranno in un megaconcerto al grido di “Salviamo Wirikuta, cuore sacro del Messico” per difendere quel che resta del Messico profondo. “Non puoi comprare la pioggia, non puoi comprare il sole, non puoi comprare il calore, non puoi comprare le nuvole, non puoi comprare la mia allegria né i miei dolori”. E’ il testo della canzone Latinoamérica dei Calle 13 che in poche settimane è già diventata un inno per i popoli del continente (allego qui sotto il video della marcia per la difesa di Wirikuta di ottobre con la canzone in sottofondo). A questo Link, la foto galleria completa. Di Fabrizio Lorusso, Carmilla.

Siti del Fronte per la Difesa di Wirikuta:

http://frenteendefensadewirikuta.org/

http://salvemoswirikuta.blogspot.com/

Due articoli de La Jornada:

http://www.jornada.unam.mx/2011/04/09/opinion/018a2pol

http://www.lajornadajalisco.com.mx/2011/12/05/index.php?section=politica&article=004n1pol

Nicaragua al voto: la vittoria (scontata) di Daniel Ortega

Appare ormai scontata la rielezione del Presidente in carica del Nicaragua, il sessantaseienne Daniel Ortega, in testa nei sondaggi con oltre il 48% delle preferenze, alle elezioni di domenica 6 novembre. 3 milioni e mezzo di cittadini maggiori di 16 anni, su un totale di 5,8 milioni di abitanti, sono chiamati a scegliere i futuri membri del Parlamento nazionale e di quello centroamericano oltre alla massima carica dello Stato. Le ultime proiezioni sul voto indicano una forbice di 18 punti percentuali tra Ortega, ex comandante della guerriglia rivoluzionaria del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che sconfisse la dittatura di Anastacio Somoza nel 1979, e il suo rivale più diretto, l’impresario e giornalista radiofonico Fabio Gadea del conservatore Partito Liberale Indipendente. La legge nicaraguense prevede la vittoria al primo turno del candidato che ottiene il 40% dei suffragi o anche solo il 35% con almeno 5 punti di distacco dal secondo candidato più votato.

In terza posizione, con l’11% delle preferenze, si colloca Arnoldo Alemán, sostenuto dal Partito Liberal-Costituzionalista, già eletto presidente dal 1997 al 2002 e più volte indagato per gravi atti di corruzione e abuso d’ufficio. Gli altri due aspiranti in lizza sono l’ex democristiano Róger Guevara dell’Alleanza per la Repubblica e il conservatore Enrique Quiñónez dell’Alleanza Liberale Nicaraguense che fu il partito più votato nelle elezioni del 2006.

Gli osservatori internazionali dell’Unione Europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani, accreditati dal Consiglio Superiore Elettorale (CSE), si sono distribuiti nei 19 dipartimenti del Nicaragua, ma alcune organizzazioni nazionali come Ipade, Hagamos Democracia e la statunitense Carter Center non sono state ammesse all’osservazione del processo. “E’ discutibile che il CSE dia l’autorizzazione solo a osservatori locali più accondiscendenti con il governo e la neghi a organismi più critici”, ha dichiarato la settimana scorsa il capo della missione europea, José Antonio de Gabriel.

L’altra annosa questione riguarda la presunta illegittimità della ricandidatura del Presidente dato che la Costituzione vieta la rielezione per periodi consecutivi e per più di due volte in totale di qualunque cittadino. Nel 2009 la Corte Suprema, dominata da giudici legati all’FSLN, ha aperto la strada con una controversa sentenza a Ortega che, però, ha già governato dal 1985 al 1990 e dal 2007 al 2011.

Il suo discorso antimperialista e anticapitalista ha costruito un ampio consenso popolare e una solida alleanza con il suo omologo venezuelano Hugo Chávez. La scarsa coesione dei partiti d’opposizione e i seri limiti delle loro proposte elettorali hanno finito per fare il gioco del governo in carica, anche se i tempi della rivoluzione sandinista degli anni ottanta sembrano tramontati.

L’amministrazione di Ortega ha subito la condanna di Amnesty International e del Comitato contro la Tortura dell’Onu per non aver riformato le norme, in vigore in Nicaragua e in pochissimi altri paesi nel mondo, che penalizzano l’aborto terapeutico, anche in caso di pericolo di vita della madre o di violenza sessuale.

A livello economico il rispetto dei patti con il Fondo Monetario Internazionale sulla stabilità dei conti pubblici ha favorito la diminuzione del debito estero e il recupero dalla crisi del 2009-2010, nonostante il mercato del lavoro languisca tra precarietà e bassi salari. Secondo il direttore della testata nicaraguense Confidencial, Carlos Chamorro, “il modello di Ortega, battezzato come socialista, cristiano e solidale, è autoritario a livello politico, business oriented in economia e populista nel sociale, usa una retorica rivoluzionaria e religiosa e, a differenza di Chávez, assicura la continuità del neoliberismo e delle alleanze con il gran capitale”.

Grazie all’iniezione di capitali, aiuti e investimenti del governo venezuelano, pari a 500 milioni di dollari all’anno, cioè al 7,5% del PIL del Nicaragua, è possibile mantenere un’ampia base sociale con programmi di tipo assistenziale che alleviano sensibilmente la grave situazione economica: con il 45% della popolazione sotto la soglia della povertà e un tasso di crescita medio del 2,7% su 5 anni il paese centramericano è uno dei più poveri del continente. Original Link?

Napoli, barrio latino

[Recensione di Fabrizio Lorusso del libro: Napoli, barrio latino. Migrazioni latinoamericane a Napoli di Maria Rossi, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2011, Qui] Anni di ricerca e di studio sul campo si condensano in Napoli, barrio latino, un testo che apre uno scorcio doveroso, ormai urgente, sulla migrazione latinoamericana in Italia e, in particolare, nel napoletano. Sebbene le regioni maggiormente interessate dal fenomeno migratorio, dall’America Latina e dagli altri paesi, restino la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto, anche la Campania, le Marche e la Sicilia mostrano, in termini assoluti e relativi, cioè in percentuale rispetto alla loro popolazione, un’importanza notevole e crescente della popolazione migrante. Questa non assume solo un significato a livello meramente numerico ma anche e soprattutto in termini economici, sociali e culturali. Maria Rossi ci offre una panoramica completa sulla migrazione e sui migranti, intesi come protagonisti dell’alterità e soggetti identitari e culturali in continua evoluzione che si devono destreggiare tra l’etnocentrismo discriminatorio della comunità ricevente e le spinte all’integrazione e all’appartenenza ad essa, oltre che a quella d’origine. La riformulazione costante dell’identità mista e della loro comunità di riferimento passa dal dialogo con la terra d’origine e con il nuovo insediamento, quindi l’Italia, quindi Napoli e il barrio latino.

A partire dai primi anni settanta, precisamente dal 1973, l’Italia ha sperimentato l’inversione dei flussi migratori diventando un paese che comincia a espellere meno persone di quante non ne riceva: tecnicamente si chiama “saldo migratorio positivo”. La portata di questa rivoluzione, che forse a molti oggi appare come un fatto in qualche modo scontato, si sarebbe compresa solo decenni dopo e rappresenta tuttora una “questione” decifrata muovendo da prospettive sghembe e parziali.

In Latino America le tradizionali mete dell’emigrazione italiana come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay e il Venezuela sono diventate espulsori di persone le quali, spesso facilitate dalla vicinanza culturale o dalle origini italiane, tentano il ritorno in Europa via Italia o via Spagna in attesa di una scelta definitiva. D’altro canto non sono questi i flussi che più hanno inciso sull’immigrazione latinoamericana in Italia e in Campania: le comunità più grandi sono, infatti, quelle provenienti dal Perù, dall’Ecuador, dal Brasile, dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia.

Dopo aver definito il quadro teorico e storico dei movimenti migratori e aver definito con precisione i termini della ricerca, quali il gruppo d’indagine e i suoi limiti geografici e temporali, il saggio di Maria Rossi si addentra nel cuore della Napoli delle mille identità. Esplora le interazioni dinamiche tra etnie e nazionalità diverse con l’analisi di tutti gli elementi necessari alla comprensione di quella parte d’umanità che dall’America Latina giunge fino ai nostri quartieri: le strategie d’identificazione, il sistema delle motivazioni, l’ambito della famiglia migrante che evolve al modello transnazionale, il mondo del lavoro con la prevalenza delle donne impiegate e degli “uomini che si arrangiano”, le aspirazioni e il futuro, l’idea del ritorno e il fascino dei progetti di vita nella nuova realtà abitata e vissuta in Italia.

Si aprono anche delle parentesi importanti sulle forme dell’associazionismo latinoamericano a Napoli, sul dislocamento e le forme di vita nei singoli quartieri “latini”, sulla religione e sui fenomeni linguistici. I processi di gerarchizzazione, creazione di status e “italianizzazione” del migrante si legano alla cambiante proporzione e contestualizzazione nell’uso dell’italiano e dello spagnolo (tra i migranti de habla hispana, di lingua materna spagnola) in un gioco dinamico di esclusioni e inclusioni dei membri della comunità più “integrati” rispetto agli altri. E’ più o meno quello che succedeva agli “italiani d’America”. NapoliLibro.JPGTendevano a non usare più la loro lingua materna in pubblico, distorcevano i loro cognomi (o se li vedevano cambiare dalla gente o da qualche burocrate) e, se volevano vantare un buon livello d’integrazione (reale o presunto) nella società locale, dovevano sfoggiare un inglese accettabile, anche di fronte ai propri connazionali. Non importava se questi potevano percepirlo come una forzatura o un atteggiamento un po’ snob. Avrebbero poi compreso perché risultava a volte proficuo nella società d’accoglienza bistrattare l’italiano alla stregua di un dialetto in disuso, un vecchio arnese da dimenticare dinnanzi all’idioma dominante.
Nel barrio latino si raccontano storie, testimonianze di vita e speranza, si raccolgono la fede e le tradizioni, il sincretismo e l’associazionismo vitale dei migranti latini che, come ci racconta una delle voci raccolte e riportate da Maria, “dal punto di vista culturale” non sono tanto diversi. “Il napoletano possiede un po’ della nostra cultura ed è questo che mi spinge a rimanere qui”. Una delle ricchezze del testo è l’aver integrato testimonianze che avvalorano passo a passo l’esperienza e la teoria, il vissuto e la scrittura in esso contenuti. Dagli spaccati di vita in emersione allo stesso linguaggio, con quello spagnolo (o portoghese nel caso dei brasiliani) intercalato nell’italiano che non è la lingua predominante della quotidianità, i racconti degli informanti ci proiettano nel cuore dei problemi.

“Un problema perché acá i documenti…stanno un sacco di ragazzi e ragazze senza documenti che ya son persona che tienen 10, 15 años acá. Hanno perso il documento per motivo che hanno perso il lavoro e la persona che le ha dato il lavoro molte volte le retira il lavoro e il documento non lo fanno più…però son personas che si arrangiano, vendono ropa, fanno pranzi, insomma guadagnano qualcosa. Io suppongo che debieran darle documenti…Perché pagano un affitto e non le possono dare il documento?”.

Un altro elemento d’interesse riguarda il trasferimento delle pratiche religiose del migrante e la sua integrazione nella città di accoglienza che, nel caso delle comunità latinoamericane a Napoli, è favorita dall’associazionismo e dalla relativa compatibilità con le espressioni della religiosità locale. Per esempio il culto al Señor de los milagros, una devozione popolare verso un Cristo particolarmente miracoloso e guaritore molto diffusa in Perù, ha trovato un luogo privilegiato nella Chiesa dei Sette Dolori a Napoli.

La spinta verso l’interculturalità, intesa come fase successiva al multiculturalismo, è una via per l’integrazione e il riconoscimento dei gruppi latinoamericani (e in generale di ogni comunità migrante) e costituisce una delle proposte concrete del saggio. Si auspica il superamento della perniciosa cappa d’indifferenza e frammentazione che, nella maggior parte dei casi, caratterizza la convivenza di etnie e culture diverse, soprattutto in un territorio già carico di criticità e tensioni pregresse. Vincere la paura dell’altro, apprezzare la diversità come patrimonio e non come minaccia, riuscire a “far parte di più culture senza tradire la propria” sono le sfide da raccogliere dentro e fuori dalle ristrette comunità di stranieri, dentro e fuori dai sistemi educativi e dalle istituzioni.

Maria Rossi è dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane e docente a contratto di Letterature Ispanoamericane presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Courtesy of www.carmillaonline.com

La militarizzazione di Onu e Stati Uniti ad Haiti

Canada.jpgA Porto Principe, la capitale di Haiti devastata dal terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto 250mila vittime, gli Stati Uniti mantengono la loro quarta ambasciata più grande del mondo. Due giorni dopo il terremoto migliaia di marines partirono armati fino ai denti per una “missione umanitaria” nella capitale haitiana, si stabilirono dapprima nell’aeroporto Toussaint-Louverture e poi in numerosi campi di sfollati sparsi per la città. Il principale era (ed è) quello di Delmas-Petion Ville, un’enorme tendopoli da 60mila persone che ospita sessantamila persone stipate in un ex campo da golf, costruito dai marines per lo svago delle classi agiate di Port-au-Prince durante la prima occupazione americana di Haiti nel ventennio 1915-1934. Fatto sta che alla fine di gennaio c’erano già oltre 20mila soldati americani operativi nei punti strategici della città per tenere sotto controllo la situazione, la distribuzione di aiuti languiva e il campo Delmas era passato sotto l’egida dell’esercito Usa e dell’Ong Catolic Relief Service patrocinata dall’attore Sean Penn. Dal canto suo la famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”, è la terza per importanza nel mondo tra tutte le missioni delle Nazioni Unite e sull’isola s’incarica del controllo militare e svolge funzioni di polizia da ormai 7 anni.

Esattamente da quando l’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, rientrato 4 mesi fa ad Haiti dopo un esilio nella Repubblica Sudafricana, venne costretto il 28 febbraio 2004 a lasciare il paese e la presidenza in seguito all’esplosione di “ribellioni popolari”, sobillate da oppositori politici e settori legati a potenze straniere (in primis, Usa e Francia), e un vero e proprio colpo di Stato ai suoi danni (linea della storia e rassegna qui).
Ma la storia della militarizzazione Onu e Usa di Haiti non comincia di certo nel 2004 dato che la politica coloniale statunitense nei Caraibi ha radici secolari ormai. Dall’ottobre scorso Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, è stata colpita anche da un’epidemia di colera tuttora in corso che ha fatto 5.300 morti e circa 350mila contagi. Oltre alle sciagure e alle catastrofi naturali ci si mettono anche la potente ambasciata statunitense e gli interessi economici delle onnipresenti compagnie petrolifere Exxon e Chevron a rendere impossibile la vita agli haitiani.
Lo tornano a dimostrare i reportage, basati su oltre 19mila cabli rivelati da WikiLeaks, dei due giornalisti del settimanale Haiti Liberté, Kim Ives e Dan Coughlin. Hanno infatti analizzato i “PetroCaribe Files”, cioè i cavi relativi alle pressioni statunitensi contro l’accordo petrolifero ed energetico promosso dal Venezuela ad Haiti che, come la stessa ambasciata Usa ha ammesso, risulta essere profondamente benefico per il popolo dell’isola. Ha dichiarato Ives che “è davvero stupefacente vedere un ambasciatore [degli Stati Uniti] che manipola un presidente e tutti i suoi funzionari dicendo loro cosa fare, che loro non capiscono questo e quello, cercando di dire loro quali sono gli interessi di Haiti. E’ l’apice dell’arroganza”. Potete approfondire il tema qui-Link a intervista e reportage, spero proprio di parlarne presto. Ma partiamo dal passato e restiamo alla militarizzazione e alle “forze di pace”.

La Minustah ad Haiti. Il 15 ottobre scorso, in virtù del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, i quindici membri del Consiglio di Sicurezza, un organo che prende le sue decisioni più rilevanti con la maggioranza qualificata di 9 voti su 15 a patto che vi sia comunque il voto unanime dei cinque membri permanenti, cioè Cina, Usa, Russia, Francia e Regno Unito, ha deciso di rinnovare per un anno il mandato della Missione ONU ad Haiti. La composizione attuale di questa missione è di 8940 soldati e 4391 poliziotti sotto la responsabilità rispettivamente del generale brasiliano Luiz Guilherme Paul Cruz e del generale argentino Geraldo Chaumont. UN.jpg
Il contingente brasiliano è il più imponente dato che il paese sudamericano fornisce un totale di 2600 uomini alla missione che costano alle casse statali oltre settanta milioni di dollari all’anno. D’altro canto, secondo il sito web ufficiale dell’ONU, il budget totale a carico delle Nazioni Unite per le operazioni della MINUSTAH, nel periodo che va dal primo luglio 2010 al 30 giugno 2011, è di 380 milioni di dollari, circa il 5,2% delle spese totali per le operazioni di peacekeeping nel mondo. Alcune fonti giornalistiche riportano la cifra di 600 milioni dollari annui, probabilmente basandosi su possibili rettifiche più recenti rispetto al bilancio approvato il giugno scorso e sul fatto che i fondi stanziati sono cresciuti a causa dell’invio di un crescente numero di soldati per le complicazioni post-terremoto, per il monitoraggio delle prossime elezioni e per la lotta alle bande del crimine organizzato ricostituitesi dopo i mesi più pesanti della crisi umanitaria (LINK).

Le origini. La partecipazione delle Nazioni Unite ad Haiti cominciò nel febbraio 1993 con un’operazione congiunta dell’OAS (Organizzazione Stati Americani) e dell’ONU che venne poi riconfermata dal Consiglio di Sicurezza nel mese di settembre sotto la sigla UNMIH (Missione delle Nazioni Unite ad Haiti). Questa non si dispiegò pienamente e non funzionò fino al 1995 per la mancanza di cooperazione delle autorità militari haitiane che, in quella fase, stavano spalleggiando il golpe attuato il 29 settembre 1991 dal generale Raoul Cèdras ai danni del presidente Jean-Bertrande Aristide, vincitore alle elezioni del dicembre 1990. Nel luglio 1994 il Consiglio di Sicurezza autorizzò l’invio di una forza multinazionale di ventimila soldati per permettere il ritorno di Aristide e mantenere un clima di stabilità e relativa legalità. Tra il 1994 e il 2001 si sono susseguite diverse iniziative militari delle Nazioni Unite oltre alla UNMIH: la UNSMIH (Missione d’Appoggio delle Nazioni unite ad Haiti), la UNTMIH (Missione di Transizione della Nazioni Unite ad Haiti) e la MIPONUH (Missione di Polizia delle Nazioni Unite ad Haiti).

Infine nel febbraio 2004 viene autorizzata la MIF (Forza Multinazionale Provvisoria) poi sostituita, dal primo giugno di quell’anno, dalla MINUSTAH che secondo la risoluzione 1542 ha, tra le altre, le funzioni di mantenere l’ordine costituzionale e la sicurezza dei cittadini, supportare i processi democratici e le organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo, favorire i processi di disarmo della popolazione e la riforma della polizia haitiana. Coi successivi rinnovi del mandato la missione è venuta ad acquisire ulteriori funzioni legate alla cambiante congiuntura socio-politica del paese e, in particolare dopo il sisma in cui anche 159 caschi blu hanno perso la vita, le sono stati affidati compiti di protezione della popolazione, di aiuto alla ricostruzione e di supporto al governo haitiano per lo svolgimento delle elezioni del 28 novembre 2010 e la riforma della giustizia.

Presenza controversa. All’atto pratico, però, come succede ogni qual volta si verifica una contrapposizione tra i cittadini comuni e gli organi detentori dell’uso legittimo della forza, siano essi la polizia, l’esercito o le forze straniere, le violazioni dei diritti umani da parte delle diverse autorità operative sono state, purtroppo, un tema ricorrente nel giudicare l’operato de governi e presidenti votati dal popolo ad Haiti ma pure quello dei militari dell’ONU che, in pratica, sono venuti ad assumere funzioni di polizia e difesa militare in compartecipazione (a volte in contrapposizione) con i corrispondenti apparati nazionali. Perciò non mancano settori importanti della società civile di Haiti che rifiutano categoricamente la presenza di truppe straniere, definendole come il “braccio armato della democrazia” o semplicemente come corpi estranei per giunta anticostituzionali. E hanno le loro buone ragioni.

Rappresenterebbero, inoltre, un sintomo della mancanza di piani concreti e ambizioni chiare per il paese e quindi i movimenti sociali di base manifestano puntualmente il loro dissenso dopo ogni rinnovo annuale concesso alla missione. Esiste anche un “Comitato Anti-Occupazione” formato da decine di gruppi, partiti e sindacati che ha documentato in una mostra fotografica, esposta nell’ottobre 2010 presso la Scuola Universitaria di Etnologia, gli abusi e i crimini per cui s’attribuiscono responsabilità gravi alla MINUSTAH. Lo stesso ex-presidente Prèval, rilevato dal cantante Michel Martelly il 14 aprile 2011, cosciente del grave deficit di sovranità e di legittimità del suo governo, aveva promesso che prima della fine del suo mandato avrebbe firmato l’atto di conclusione della missione ONU ma l’emergenza costante di un’isola e di un popolo privi del controllo delle proprie risorse, di una rotta chiara e di una leadership credibile l’hanno fatto ritornare su sui passi.
avion.jpgIl contesto storico all’arrivo della MINUSTAH. Il duo formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue restò per due anni al potere ad Haiti, dopo che il presidente Jean-Bertrande Aristide, alla metà del suo secondo mandato, fu deportato nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. Una versione politicamente corretta dei fatti di quelle caotiche settimane, tra gennaio e febbraio 2004, in voga nell’establishment haitiano e promossa dalle fonti ufficiali statunitensi, ritiene che Aristide si sia dimesso spontaneamente in seguito a una crisi istituzionale e che quindi si sia dichiarato impotente di fronte a una lunga serie di ribellioni sfuggitegli di mano nel nord del paese e a Porto Principe. In realtà le operazioni di finanziamento e fornitura di armi in favore dei ribelli e una buona parte della propaganda antigovernativa vennero pianificate e dirette dalla CIA (Central Intelligence Agency) e da altre agenzie straniere.

Dunque il golpe fu preceduto da mesi di destabilizzazione e crisi provocate da queste bande di paramilitari “ribelli” e da vari elementi dell’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, vicini alla Francia del presidente Jaques Chirac e Nicolas Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni): il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che ha funzionato, in realtà, come un’agenzia d’azione politica anche con i finanziamenti approvati in passato dalla Commissione Europea. L’IRI, dal canto suo, è un’emanazione del governo statunitense che venne creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di esportare la democrazia nel resto del mondo ed è ancora oggi finanziata con denaro pubblico dei tax payers USA.

E’ un’istituzione politica che ha realizzato sistematicamente un’opera dubbia e controversa riguardo all’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI, legata al partito democratico statunitense, è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche, incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambe sono finanziate all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.

Dopo i marines, la MINUSTAH. Dopo alcuni mesi d’occupazione militare da parte della Forza Provvisoria delle Nazioni Unite, composta da mille marines statunitensi e dalle truppe francesi, canadesi e cilene, nel giugno 2004 sono entrati in funzione i primi settemila caschi blu della MINUSTAH. Sebbene questa sia sotto il comando militare del Brasile, deve ottenere i finanziamenti e i mandati per operare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed è gestita da un consiglio direttivo di cui fanno parte, per il coordinamento strategico e organizzativo, il guatemalteco Edmond Mulet, lo statunitense Kevin Kennedy e il canadese Nigel Fisher (Canada) e, per gli aspetti militari e di polizia, il Gen. Luiz Guilherme Paul Cruz (Brasile) e il Gen. Geraldo Chaumont (Argentina). Dunque sin dall’inizio l’affidamento al Brasile del comando delle operazioni delle Nazioni Unite ad Haiti sembrava rispondere più a delle esigenze d’immagine, per mostrare un relativo equilibrio tra i paesi coinvolti, e di presenza dell’emergente potenza sudamericana che a un effettiva messa in discussione della tradizionale presenza yankee nella regione.

War by proxy e stragi di Gran Ravine. In questo contesto cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (o “war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi reali per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”).

Questi gruppi potevano agire relativamente indisturbati grazie alla connivenza delle autorità al potere dopo il golpe del 2004 e, secondo alcuni media, anche grazie all’indifferenza e alle scarse capacità operative iniziali della MINUSTAH. Il 20 agosto 2005 ben cinquanta persone sospettate di essere attivisti del partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Porto Principe durante uno spettacolo cui presenziavano circa cinquemila spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo e non per aver difeso con le armi una determinata fede politica o essersi ribellate alla polizia: si trattava chiaramente di un avvertimento generico ma tragicamente efficace rivolto dalle autorità alla popolazione del quartiere. Il giorno seguente cinque persone della zona di Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case (LINK reportage).
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In seguito alle segnalazioni e ai contatti diretti presi coi vertici della MINUSTAH da parte di organizzazioni autonome fortemente presenti sul territorio come l’haitiana Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) e la sua partner statunitense Hurah-Inc (Accompagnamento per i Diritti dell’Uomo ad Haiti), un distaccamento di caschi blu cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti reputati ad alto rischio di aggressione mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra gruppi armati di fazioni rivali per proporre un dialogo pacifico e una riconciliazione (http://aumohddwamoun.blogspot.com/ e http://hurah.org/). Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza grande mattanza che lasciò un saldo di ventisei vittime, trecento abitazioni bruciate e duemila sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare quindici poliziotti colpevoli di quei fatti.

MINUSTAH a Citè Soleil ed eserciti stranieri ad Haiti. I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono, in buona parte, ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la MINUSTAH riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro alcune presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni e gli appelli del governo, dominavano completamente le periferie della capitale come il famoso slum di Citè Soleil.

Di fatto, alla fine del 2006, il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligence nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti non meglio identificate. Il risultato fu che si diede il via libera a una delle peggiori repressioni indiscriminate vissute dal paese negli ultimi anni e si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. gringos.jpg
Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse certa anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla MINUSTAH, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione, annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile, e contribuirono ad alimentare il falso mito di una città e di un popolo violenti e selvaggi che hanno bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.
Questo mito è stato rielaborato e di nuovo diffuso dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti quando in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altre megalopoli latino americane e, invece, ha saputo vivere e gestire in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita.
Alla luce di tutto ciò gli haitiani si sono chiesti legittimamente per mesi e mesi come mai gli aiuti umanitari venissero accompagnati da un gran numero di marines e dall’esercito USA (ventiduemila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a tredicimila unità nell’aprile 2010), dalla gendarmeria francese e addirittura dai carabinieri e dai soldati italiani quando già esiste una forza internazionale come la MINUSTAH. Di nuovo i caschi blu sono stati al centro delle accuse della gente e dei media quando alcuni ricercatori hanno confermato il sospetto che fosse stato il contingente nepalese a reintrodurre sull’isola il colera che ad oggi ha provocato quasi 6000 vittime e centinaia di migliaia di contagi in tutto il paese dopo l’epidemia scoppiata nell’ottobre del 2010.
Nel momento in cui si devono prendere decisioni economiche e politiche veramente rilevanti per il destino del paese e si devono affrontare scelte strategiche sull’uso delle risorse fornite da governi terzi coinvolti nello scacchiere haitiano, oltre che da agenzie internazionali influenzate da questi, entrano in gioco altre logiche di potere e di controllo che esulano dalla presenza, dal comando e dalle funzioni assegnate agli organi multilaterali come l’ONU e il suo “braccio militare”, la MINUSTAH, per allargare, invece, la sfera decisionale agli interlocutori più influenti e con maggiori elementi di hard power (potere duro di tipo militare ed economico) presenti sul campo.

Nota. Una versione più vecchia e rivista di questo articolo è stata pubblicata sul numero speciale dedicato ad Haiti della rivista Il Tolomeo di Ca’ Foscari, Università di Venezia (link)

Link Articolo Originale Carmilla

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Ollanta Humala presidente del Perù

Con oltre l’80% delle schede scrutinate alla 1:10 am ora di Lima l’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù ha attribuito il 50,7% dei voti al candidato della sinistra nazionalista Ollanta Humala contro il 49,2% della conservatrice Keyko Fujimori, figlia dell’ex presidente, da molti a ragione definito dittatore, Alberto Fujimori che è in carcere per corruzione e violazione dei diritti umani durante i suoi due mandati dal 1990 al 2000. Durante la nottata il vantaggio di Humala è aumentato di un altro punto percentuale.

Ollanta Humala s’è già dichiarato vincitore delle elezioni e, secondo i dati preliminari, è virtualmente il nuovo presidente del Perù sostenuto dalla coalizione Gana Perù che ha ottenuto 47 seggi su 130 in parlamento e sarà dunque costretta a costruire un’ampia alleanza di partiti per poter governare.

Tra le prime dichiarazioni di Humala l’annuncio di una “politica per il ritorno” dei milioni di peruviani residenti all’estero e la lotta alla corruzione a tutti i livelli. S’è schierato in favore di una economia aperta di mercato che negli ultimi anni ha portato il Perù a crescere come mai prima ma in un quadro di solidarietà con i popoli “fratelli” della regione latino americana e pensando alla redistribuzione della ricchezza soprattutto in quelle zone dove la povertà ancora interessa oltre il 60% della popolazione.
Il neoeletto presidente ha chiuso il suo discorso nel centro della capitale Lima alla una di notte con queste parole “Non ho vincoli con nessun gruppo economico ma solo con il popolo peruviano. Voi siete i miei capi. Viva Gana Perù e Viva il Perù”.

Nonostante le perplessità iniziali di molti politici e intellettuali peruviani sulla candidatura di Humala nelle ultime settimane l’ex militare era riuscito a ottenere il sostegno attivo dell’ex presidente di area socialdemocratica Alejandro Toledo e del premio nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa che, in un primo momento, aveva definito la scelta tra la Fujimori e Humala come una decisione di morte di Aids o di cancro. Le sue ultime dichiarazioni invece parlano di una “sconfitta del fascismo” in Perù che è rappresentato dai Fujimori e i loro gruppi d’interesse e d’appoggio.
Una realtà difficile da contestare…

USA – America Latina, da Cuba a Haiti. Cos’è cambiato con Obama?

Di Fabrizio Lorusso BushObama.jpg Una risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l’atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del “cortile di casa” o “patio trasero” (in spagnolo) che è l’America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell’ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dell’egemonia, anche se l’ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.

Priorità e problemi Come prevedevano i rapporti pubblicati dalla CIA (Latin America 2020) all’inizio del nuovo millennio riguardanti il futuro dell’America Latina dal peculiare punto di vista delle priorità statunitensi, non sembra che la regione a sud del Rio Bravo, salvo alcune eccezioni che riporterò in seguito, sia diventata un’area particolarmente strategica d’interesse soprattutto se la consideriamo in rapporto all’Europa, alla Cina (o alla “Cindia”), alla Russia o al Medio Oriente. La grave crisi economica di questi ultimi due anni, generata dall’economia USA e dai mutui sub-prime ma anche dal medesimo sistema di vita americano che tanto soft power pareva aver creato nel passato, è la peggiore dopo quella del ’29 mentre sul piano interno la riforma del sistema sanitario sta procedendo lentamente anche dopo l’approvazione in Senato e sta consumando una parte dell’enorme capitale politico e delle aspettative riposte dagli americani su Obama. Quindi sono numerose le questioni di cui si deve occupare il nuovo governo americano e, ancora una volta l’America Latina passa in secondo piano. Ciò non toglie che gli interessi economici e commerciali tradizionali delle multinazionali (non solo americane ma anche europee, giapponesi e cinesi) legate allo sfruttamento delle risorse naturali idriche e del sottosuolo, uniti a quelli dei settori esportatori dell’industria americana in cerca di rivincite nei “suoi mercati” sempre più occupati dalla Cina, dalla Spagna o dallo stesso Brasile, ma soprattutto la corsa per la conquista della biodiversità in Centro e Sudamerica, regioni competitive in questo senso a livello mondiale, siano elementi da tener sott’occhio nel breve e medio periodo.

War games? Inoltre le due guerre asiatiche ereditate dalla precedente e inquietante amministrazione di George W. Bush hanno spinto Obama tra le braccia di una severa realpolitik: ha dovuto tradire lo spirito di quell’attacco o provocazione di tipo “preventivo” sferrato dall’Accademia Svedese e costituito dall’assegnazione del Premio Nobel per la Pace con l’aumento delle truppe in Afganistan e la stipula del trattato con la Colombia per l’uso decennale di 7 basi dislocate nel paese sudamericano da parte della US Army. Questa decisione del presidente colombiano Alvaro Uribe e del suo omologo nordamericano ha portato negli ultimi mesi a importanti frizioni diplomatiche e ritorsioni del governo venezuelano di Hugo Chavez che si sente direttamente minacciato dall’ingerenza USA e ha recentemente denunciato anche l’Olanda di partecipare ai piani di destabilizzazione di Washington nei suoi confronti attraverso le basi situate sulle isole delle Antille olandesi, Aruba e Curacao, a pochi chilometri dal Venezuela. Una mossa che era attesa dopo che il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, non aveva più rinnovato la concessione per la base USA di Manta e anche Panama s’era liberata negli ultimi dieci anni delle truppe americane sul suo territorio e nella zona del canale. L’affitto temporaneo o permanente di basi militari da parte delle forze armate statunitensi continua come strategia di controllo territoriale e di minaccia più che come uno strumento di cooperazione per la democrazia e la lotta al narcotraffico, le motivazioni ufficiali sempre propagandate al momento di giustificare questo tipo di accordi.GattoStarWars.jpgEcco così che l’enclave di Guantanamo a Cuba compie 103 anni ed è un avamposto inespugnabile e minaccioso di cui ben conosciamo le storie di abusi e violazioni post 11 settembre mentre in Honduras, a Palmerola, è operativa la base Soto Cano che è la sede della “Joint Task force Bravo”, una missione finalizzata alla “cooperazione regionale nelle iniziative di sicurezza e sviluppo democratico attraverso operazioni coordinate tra varie agenzie”. Stessa missione ha anche la base di El Salvador, presso l’aeroporto internazionale di Comalapa, ed è giudicata da alcuni esperti (per esempio Daniel Eriksson di Dialogo Interamericano) come un’inutile eredità di un passato “anti comunista” e che sarebbe ancora aperta per inerzia ma comunque operativa e funzionante per ogni evenienza. Vengono invece costantemente smentite le voci e le notizie, per esempio quelle fatte circolare dalla venezuelana Agencia Bolivariana de Noticias (ABN), sulle presunte presenze USA nelle basi di Iquitos e Nanay in Perù, di Liberia in Costa Rica e Estigarribio in Paraguay ma allo stesso tempo non si può negare che esiste una capacità militare che gli Stati Uniti possono impiegare anche in modi diversi rispetto all’obbiettivo della lotta al narcotraffico o al terrorismo.

Sicurezza nazionale Questi due “gravi problemi di sicurezza nazionale” degli USA sono diventati gli assi del discorso legittimante e interventista dopo la fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, e il declino della retorica del “pericolo comunista” nel mondo e in America Latina. Questa minaccia sistemica richiedeva l’intervento della CIA (soprattutto nei paesi grandi e lontani, a sud dei Caraibi) o pure dell’esercito (frequentemente impiegato in America Centrale e nelle isole caraibiche) ed era semplicemente rappresentata da qualunque presidente o governo democratico di carattere riformista, spesso non rivoluzionario, che entrasse in conflitto con la superpotenza o con le classi dirigenti nazionali schierate con i settori reazionari o “esterofili” come successe ad Arbenz in Guatemala nei primi anni ’50 o ad Allende in Cile quasi vent’anni dopo. Altri grandi retoriche della storia furono l’esportazione della democrazia, utilizzata anche in Iraq, e la lotta al nazi-fascismo e ai totalitarismi negli anni dell’ascesa egemonica statunitense e della Seconda Guerra Mondiale. Peccato che in seguito alcuni regimi di quel tipo siano stati tollerati e a volte direttamente fabbricati fuori dagli scenari bellici e in particolare nell’emisfero occidentale…

Cuba Tornando al presente o meglio al passato recente, le dichiarazioni di Obama al Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago nell’aprile 2009 in cui promise relazioni basate sul rispetto reciproco non sembrano venire supportate dalle azioni concrete dato che su più fronti la strategia americana non è cambiata rispetto al passato di incomprensioni e indifferenze di G. W. Bush. Nonostante alcuni timidi segnali di ripresa della distensione verso Cuba, particolarmente nel tema migratorio, il processo di avvicinamento s’è fermato e l’embargo continua a incombere sull’isola senza che vi siano ormai ragioni ideologiche fondate, sempre che ve ne siano state in precedenza, per mantenere le sanzioni e malgrado le ripetute condanne internazionali al riguardo.

Honduras, la Ande e il Brasile Il governo USA ha inoltre riconosciuto le elezioni del 29 novembre in Honduras, paese interessato da un colpo di Stato manu militari nel giugno 2009 in seguito al quale il presidente in carica Manuel Zelaya è stato deportato in Costa Rica e le violazioni ai diritti umani e alle garanzie individuali sono cresciute esponenzialmente, nonostante una buona parte della comunità internazionale e numerosi paesi latino americani, tranne la Colombia, il Costa Rica, Panama, la Repubblica Dominicana, il Perù e il Messico, abbiano dichiarato l’illegittimità della vittoria del candidato Porfirio Lobo. Scendendo più a sud verso il Brasile, malgrado le dichiarazioni di stima rivolte da Obama al presidente brasiliano Lula che sarebbe il “suo uomo” e “il politico più popolare della terra”, la relazione bilaterale tra i due giganti del nord e del sud non è delle migliori dopo le frizioni sull’Honduras (ricordiamo che Zelaya s’è rifugiato proprio nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa) e sulla questione delle basi americane in Colombia. Quest’ultimo paese è il primo destinatario degli aiuti economici e logistici statunitensi ed è il suo principale alleato nella guerra al narcotraffico nella regione andina così come lo è il Messico in centro e nord America. Anche in questo caso l’intenzione di favorire politiche di riduzione della domanda interna di stupefacenti non è stata ancora seguita da decisioni effettive in tal senso e quindi si continua con le tipiche misure di repressione e controllo dell’offerta di paesi produttori come la Bolivia, la Colombia, il Messico o il Perù le quali esportano instabilità e violenza verso sud. Un tema molto sensibile per il Messico e il Centro America, ma non solo, è quello dei migranti illegali negli USA il quale è stato trascurato e per ora non vi sono tavoli di negoziazione aperti. La politica e l’agenda USA per l’America Latina sono ancora guidate dall’inerzia di un moto perenne definito da coordinate già note e volontà residuali lontane anni luce dalla retorica delle promesse. Cosa cambierà?

Haiti, dalla guerra al terrorismo al terremoto Per concludere solo un commento riguardo alla tragedia che in questi giorni sta vivendo Haiti, paese caraibico di 9 milioni di abitanti confinante con la Repubblica Dominicana, in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio scorso che ha provocato decine di migliaia di vittime (forse 200mila) e il collasso fisico e operativo delle sue istituzioni e dei suoi apparati statali. Già da alcuni anni si parlava di Haiti come di un cosiddetto Stato fallito e la presenza stabile dell’ONU e dei caschi blu, la cui missione era comandata dal Brasile fino a pochi giorni fa, era ormai un fatto assodato dopo il tremendo uragano Jeanne e le rivolte popolari del 2004, la cacciata militare dell’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, l’arrivo dei marines e l’elezione nel 2006 dell’attuale mandatario in carica Renè Preval. Come segnala il blog di Selvas.org “il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per “aiuti” ad Haiti, però non lo ha fatto circondato dai suoi collaboratori in questa materia: aveva al suo lato i più alti dirigenti della difesa La prima cosa da capire è che questi 100 milioni non serviranno per gli “aiuti umanitari” ma per far fronte alle spese di mobilizzazione militare annunciata (10.000 soldati)”. Haitipresidencial.jpgIntanto l’Italia ha annunciato la cancellazione del debito haitiano e la Francia, ex potenza coloniale e madre patria di Haiti, s’appresta a prendere la stessa decisione e a richiederla ai paesi del Club di Parigi per un ammontare di loro pertinenza di quasi 215 milioni di dollari sui totali 1,88 miliardi di debito estero haitiano. Gli aiuti stanno tardando ad arrivare a chi ne ha veramente bisogno e l’opera di coordinamento da realizzare è enorme viste le deficienze o le assenze totali delle istituzioni nazionali per cui sembra che gli USA si stiano incaricando di gestire la situazione e il segretario di Stato Hillary Clinton ha già visitato Porto Principe sabato scorso, il 16 gennaio, ribadendo la sua intenzione di integrare e non soppiantare il governo locale nell’esercizio delle sue funzioni. Di fatto però la polizia e lo Stato quasi non esistono più ad Haiti e sono gli eserciti stranieri, quello americano in primis, a mantenere un ordine minimo e instabile mentre i gruppi di solidarietà formati da civili sono impossibilitati agire. Mentre Stati Uniti (obiettivo 10mila) e ONU (+3.500 unità) decidono di inviare più truppe, centinaia di sciacalli e bande di rapinatori stanno prendendo d’assalto negozi e accampamenti in cerca di cibo. In questo contesto la Francia e il Brasile, i paesi forse più interessati strategicamente e storicamente a mantenere un controllo e un avamposto sull’isola, hanno già protestato per l’ingerenza statunitense che con la scusa ufficiale degli aiuti umanitari sembra essersi spinto oltre le attese controllando l’aeroporto di Porto Principe (si sono anche verificate alcune frizioni con altri paesi per l’atterraggio di aerei carichi di aiuti) e inviando per ora 2200 marines e 5000 soldati secondo quanto annunciato dal Comando Sud americano con sede a Miami in Florida. Manca ancora un’autorità riconosciuta che gestisca le operazioni di salvataggio, la sicurezza e la distribuziuone razionale degli aiuti umanitari che rischiano di restare bloccati fisicamente o di venire ingurgitati nella spirale burocratica e nelle tasche delle cosiddette “multinazionali della solidarietà”. Il presidente venezuelano Hugo Chavez, facendo eco al ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, ha ribadito che bisogna aiutare Haiti e non occuparla militarmente.

Scenari e sipari calati Gli scenari che si aprono per Haiti nei prossimi mesi rimandano alla vecchia teoria “dell’imperialismo su invito” che prevede la delega progressiva di funzioni governative e di difesa nazionale, per volontà e necessità, in favore di una potenza straniera occupante o anche di organizzazioni e agenzie ad essa legate. Questa piano piano incomincia a stabilire un protettorato light e a convincere la popolazione locale che non è in grado di autogovernarsi e ha bisogno di un ordine esterno superiore che è il minore dei mali. A quel punto la sovranità è seriamente compromessa e, nonostante eventuali miglioramenti materiali, viene stabilita un’autorità esterna paternalista che controlla il paese per portarlo a nuove elezioni, a una nuova costituzione e, magari, a un referendum sull’annessione o l’associazione, stile Porto Rico, con lo Stato protettore. Resta da valutare la relazione costo – beneficio dell’operazione, i vantaggi strategici e geopolitici per gli USA e i costi nel lungo termine d’una specie di “amministrazione controllata” di un intero paese che, come dimostrano i casi dell’Iraq e dell’Afganistan, non è sempre un’alternativa percorribile e prevedibile oltre al fatto che in questa zona del mondo si potrebbero creare tensioni indebite e sproporzionate con la vecchia potenza francese e l’emergente Brasile. Una parte della popolazione attiva del paese e molti bambini rimasti orfani cercano scampo nell’emigrazione (o nelle adozioni internazionali) tanto nella vicina Repubblica Dominicana come negli USA che hanno fermato il processo di espulsione a carico di 30mila haitiani irregolari. Anche il Senegal ha messo a disposizione terre gratis per questi “figli dell’Africa”. Ad ogni modo i Caraibi e la stessa Haiti non sono nuovi a questo tipo di presenza straniera e gli scenari ipotizzati relativi al futuro di Haiti sembrano plausibili in questo momento e potranno definirsi più chiaramente quando l’emergenza sarà rientrata.
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