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Un helicóptero en el baño – No a #Helipuerto en #Copilco @JornadaSemanal

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[de Fabrizio Lorusso – La Jornada Semanal – ¿Qué pasa en Copilco? Lee aquí sobre eso…LINK ] Volver de unas vacaciones en otro país siempre es placentero, sobre todo si se trata de tu país de origen y visitas a la familia, por ejemplo. Chilangolandia, sin embargo, es como una segunda casa, un hogar decididamente ajeno pero fuertemente amado que, a la vez, reserva sorpresas y sustos.

Donde no había nada, de repente surgen tiendas y edificios mastodónticos, o brotan, como honguitos alucinógenos, centros comerciales alucinantes como Oasis, de Coyoacán, que se nos regaló a los vecinos en 2015, precedido por ridículas medidas de compensación, como el arreglo de (algunas) banquetas y de changarritos a la salida del Metro. Es decir, algo que debería ser normal y ordinario, como mantener la infraestructura. El inútil Oasis, que sólo es un oasis y un reparo del tráfico que él mismo ha causado, se sitúa en la avenida Miguel Ángel de Quevedo, es decir, en la zona más densamente poblada de shopping malls de Ciudad de México.

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#México: la lucha de los maestros contra la reforma educativa de #EPN @CNTEMX @maestrosenresi1

México: Lucha de los maestros contra reforma educativa – Noticias Aliadas (Perú-Sudamérica) – EN INGLÉS: Link Teachers protest against education reform 
Fabrizio Lorusso 30/06/2016 – Fotos de Parika Benítez Envíe un comentario Imprima el texto de esta página

Masivas movilizaciones de trabajadores de la educación dejan al menos ocho muertos en choques con la Policía.

 

FullSizeRender (2)La madrugada del 19 de junio la sangre de manifestantes y maestros corrió por las calles de la comunidad indígena mixteca de Nochixtlán, en el sureño estado de Oaxaca. Ocho muertos por impacto de bala y un centenar de heridos fue el saldo de los enfrentamientos entre pobladores y docentes de la Coordinadora  Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE) y la Policía Federal (PF) a raíz de un fallido operativo de desalojo de un bloqueo vial.

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Barrios mágicos de la Ciudad de México: Iztacalco

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Un post dal retrogusto un po’ turistico e natalizio per chi passerà da Città del Messico per il weekend. Il Messico ha creato un programma di inclusione turistica e culturale delle piccole perle nascoste in tutto il territorio nazionale, qualcosa di simile al controverso e celbre “Patrimonio dell’umanità” della Unesco/Onu: sono i pueblos mágicos o paesini magici, in genere antichi, ricchi di tradizioni, con un centro storico ben conservato di origine coloniale e identità locali vive. Da Tepoztlán a Cueztalan e Real de Catorce, da Tlalpujahua a Tequila e San Cristobal, ad oggi ci sono una cinquantina di comuni più o meno noti che hanno ottenuto questo status per entrare nel franchising turistico nazionale. A Città del Messico o México DF (Distretto Federale) esiste un programma analogo  ma legato ai barrios mágicos, le zone o quartieri popolari “magici” con un centro storico antico. Nell’album fotografico che scorre sopra (a questo link tutte le foto) nello slide-show c’è il quartiere dei 7 barrios della zona Iztacalco, a est di Mexico City. Altri quartieri certificati dalla famosa “pergamena” di barrio magico, rilasciata dal Governo della città, sono: Tláhuac, con il paesino di San Andrés Mixquic; Milpa Alta, con San Pedro Atocpan; Tlalpan, con San Agustín de las Cuevas, nel centro della circoscrizione; la zona della Basílica de Guadalupe, col nome di Centro Histórico Norte de la Ciudad–Villa de Guadalupe, in zona Gustavo A. Madero e i sette magnifici di Iztacalco. Il progetto è partito nell’agosto del 2011 e prevede l’incorporazione di una trentina di quartieri in totale. Sono già arrivate le critiche politiche (come e chi viene prescelto?) e quelle relative alle implicazioni economiche del programma che non ha dei fondi ma rappresenta solo uno stimolo per i quartieri che desiderano captare i flussi turistici che quest’estate hanno superato le 22 milioni di visite. Ad ogni modo si stanno aggiungendo a poco a poco anche queste zone: San Ángel, San Juan Tlihuaca (Azcapotzalco), Mixcoac, Coyoacán, Cuajimalpa, Zona Rosa, Garibaldi, Roma-Condesa y Santa María la Ribera, Villa de Guadalupe, Los siete barrios de Iztacalco, Culhuacán, Los Dinamos, Tacubaya, San Pedro Atocpan, San Andrés Mixquic, Centro Histórico de Tlalpan, Los mercados de Mixiuhca y La Merced, Centro Histórico de Xochimilco.

Salviamo Wirikuta, cuore sacro d’America

Wirikuta.jpgIl cuore sacro (el corazón sagrado) del Messico e d’America è sotto attacco. La regione di Wirikuta, un’area semidesertica di 1400 km quadrati negli stati centrali di San Luís Potosí e Zacatecas, 420 km a nord della capitale, è il centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika e per loro rappresenta l’origine del mondo, una zona di preghiera e di secolari pellegrinaggi in cui alcune migliaia di appartenenti ai popoli originari continuano a vivere. Tre anni e mezzo fa, nel 2008, il presidente messicano Felipe Calderón, vestito con un abito tipico del popolo wixárika, promosse e participò a un accordo stipulato tra i governatori degli stati centrali del paese, la zona conosciuta come “el bajío”, che sanciva la conservazione e lo sviluppo della cultura huichol. Nel 2009, solo un anno dopo, il governo diede 22 concessioni di sfruttamento minerario alla Real Bonanza, filiale messicana di First Majestic, e altre due alla canadese West Timmins Mining, senza che la contraddizione tra questi interessi economici stranieri (in questo caso dei canadesi che di mine e conflitti in America Latina, dal Cile al Messico e al Perù, sono dei veri esperti) in una terra sacra per un popolo originario messicano e i patti firmati in precedenza venisse minimamente avvertita.

Ma il Messico profondo, vestigio di antiche civiltà sopravvissute fino ad oggi, ha deciso di risvegliare la coscienza dell’intero paese riguardo l’emarginazione e gli abusi di cui sono vittime i discendenti degli antichi messicani.

“L’origine dell’universo non è in vendita”. In più occasioni dalla fine del 2010 i huichol hanno inviato lettere al presidente e organizzato proteste per chiedere la cancellazione delle concessioni minerarie dato che Wirikuta ha un grande valore culturale, religioso e naturale che verrebbe seriamente compromesso dalle attività delle compagnie estrattive canadesi. Quasi il 70% dell’area concessa alla First Majestic ricade proprio in questa porzione di deserto che in teoria è tutelata e protetta per la sua biodiversità.

Il Canada è il primo paese al mondo per numero e importanza delle multinazionali che gestiscono mine a cielo aperto e queste sono le più distruttive per l’ambiente. Il Messico è un socio molto importante e un territorio allettante, ricco d’oro e d’argento oltre che di altri metalli meno “preziosi”. Il 70% delle compagnie minerarie operanti in terra azteca hanno la loro casa madre proprio in Canada. Anche se la First Majestic ha assicurato che utilizzerà solo tecniche di scavo in profondità, le questioni difficili da digerire restano troppe.
Sebbene lo Stato di San Luis Potosí abbia approvato nel 2010 una legge che in teoria obbligherebbe le autorità a consultare i popoli indigeni per la stipula di contratti che riguardano l’uso delle loro risorse naturali, i huichol non sono mai stati interpellati. Anzi, la loro terra è stata addirittura svenduta alla First Majestic che, con un fatturato di 24 milioni di dollari USA a trimestre, ne ha pagati al governo solo tre per le concessioni. In cambio ha promesso circa 100 milioni di dollari per investimenti nei prossimi 10 o 15 anni e la costruzione di un museo sulla storia del settore minerario in Messico, praticamente un palliativo per poi vantare una “responsabilità sociale d’impresa”. Le prospettive di “sviluppo” e d’indotto sono davvero magre e la contropartita è l’invasione e lo scempio ai danni delle montagne sacre di un popolo e l’attacco all’ecosistema di una vasta regione. mapa_sanluispotosi.jpg
Intanto, come documenta un reportage del quotidiano messicano La Jornada, nella comunità di La Luz, in pieno territorio wixárika, una quindicina di peones sono impiegati e pagati una miseria da un caporale locale per conto della compagnia canadese per cominciare a svolgere alcuni lavori di pulizia e sgombero in preparazione: molti abitanti della comunità auspicano comunque l’arrivo dei canadesi nella speranza di qualche anno di relativa “bonanza” visto che, ad oggi, stanno ai limiti della sopravvivenza e le opportunità sono nulle in tutta la regione, ma se la tendenza è quella del lavoro-schiavitù e dell’attacco alle radici culturali di un gruppo, i huichol, molto più ampio e radicato in tutto il Messico centrale, è chiaro che il gioco non vale la candela: si tratta di un deterioramento ambientale e culturale che pregiudicherebbe 16 centri abitati e almeno 3500 persone.
“Le informazioni tecniche relative alle concessioni” – richieste nel febbraio scorso dal Ministero dell’Ecologia e della Gestione Ambientale di San Luis Potosí – “sono state classificate come riservate” dagli organi governativi interrogati in merito a Città del Messico, come ha denunciato Manuel Barrera, responsabile del ministero a livello regionale. Come se non bastasse, il prospetto sull’impatto ambientale delle perforazioni non è stato depositato dalla compagnia presso il Ministero dell’Ambiente nella capitale.

“Se Wirikuta si distrugge, anche il mondo finisce”, dicono i huichol. Qui si trova l’orma più antica dell’uomo nel continente americano. La regione ha un valore culturale paragonabile a quello degli antichi centri economici e religiosi maya come Chichén Itzá o Tikal, solo che in questo caso vive ancora il popolo che li utilizzava, li abitava e quindi ancora oggi queste genti li difendono nell’indifferenza del governo centrale. Oltre alla questione culturale c’è anche un problema legale ed ecologico siccome Wirikuta è parte di una riserva naturale protetta dal 2001 ed è un’area ricchissima in biodiversità, soprattutto per quanto riguarda le cactacee endemiche. Nel 1994 è diventata una riserva storica ed ecologica protetta dallo Stato messicano in qualità di corridio bio-culturale. Fa parte della Rete Mondiale dei Luoghi Sacri Naturali dell’ONU dal 1988 ed è in lista per diventare Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità dell’UNESCO.

“Quello huichol è un popolo originario americano che ha saputo conservare il nucleo della propria identità culturale e religiosa, imperniata sul culto del mais, dell’aquila, del cervo e del peyote o hikuri, un cactus allucinogeno usato a fini cerimoniali che abbonda nel deserto di Wirikuta e incarna un’intera visione del mondo”, spiega l’antropologa Manuela Loi dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam).

La lingua huichol è parlata da oltre 700.000 persone in Messico e ogni anno sono migliaia i pellegrini e le guide delle comunità indigene che eseguono il rituale della caccia, l’offerta del sangue del sacro cervo agli dei e le lunghe marce a digiuno: tutto questo proprio nella regione in cui sono partite le prime opere di scavo e che il presidente ha dato in concessione. La ricerca, l’estrazione accurata e il consumo “terapeutico” del peyote, riconosciuto dai wixárika come la divinità del Cervo Azzurro, rappresenta secondo la tradizione una “massimizzazione dello spirito che ci condurrà al punto di trasformazione temporale in transizione verso l’esaltazione spirituale per trovare le forze dell’equilibrio”.

E sono parole che solo alla lontana ma con intensità descrivono il misticismo e il flusso di coscienza suscitati dall’ingestione di uno spicchio dell’amaro e allucinogeno cactus hikuri, un’esperienza rituale dal profondo significato religioso per i huichol. Il peyote cresce solo in questa zona che rischia d’essere inquinata dal piombo e dal cianuro. Il cactus raffigura il tempo non lineare, il viaggio imprevedibile, il fittizio indistinguibile dal reale, il divenire senza storia e lo sguardo dell’osservatore esterno, l’occidentale stranito, scorre le pagine degli eventi che sono come i trabocchetti surreali immaginati dallo scrittore Julio Cortázar nei suoi racconti. Di seguito un breve video documentario sulle vicende del popolo huichol e le minerarie canadesi coi sottotitoli di Clara Ferri.

La minaccia canadese riguarda sette cittadine e le più importanti sono Matehuala e Real de Catorce, famosa in Italia, tra l’altro, per il film Puerto Escondido tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci… “E’ come se volessero mettere un distributore di benzina in Piazza San Pietro a Roma o scavare sotto la Basilica della Madonna di Guadalupe a Città del Messico”, ha detto più volte, lanciando una provocazione (nemmeno troppo azzardata), il huichol Santos de la Cruz, portavoce della comunità wixárika.
Per ora i lavori della First Majestic e di West Timmins sono nella fase di esplorazione, ma i huichol, uniti nel Fronte per la Difesa di Wirikuta, denunciano da mesi l’alto impatto ambientale e lo sventramento di intere catene montuose che la “brama d’argento” dei canadesi provocherà. L’inquinamento da cianuro, sostanza impiegata per la dissoluzione dei metalli ricavati dalle mine, è un pericolo concreto tanto per i terreni come per le falde acquifere, ma la compagnia vuole riparare mettendo sul piatto un “indotto” di 750 posti lavoro a 150 euro la settimana e una donazione al popolo wixárika di 260 (su 6326 datele in concessione) ettari di terra per le loro cerimonie: il ricordo va subito al modello statunitense della “riserva indigena”.

La miseria e l’abbandono da parte dello Stato e la depressione economica che storicamente caratterizza queste aree semidesertiche giocano a favore delle imprese straniere che con un contratto per loro insignificante possono moltiplicare esponenzialmente il budget annuale di una piccola comunità o provincia e offrire lavoro a tutti gli abitanti. Questi sono praticamente obbligati ad accettarlo “nonostante l’inquinamento, le condizioni di semischiavitù e i rischi per la salute”, secondo Tunuary Chávez, rappresentante dell’Associazione di Sostegno ai Gruppi Indigeni dello stato di Jalisco. Data la storica presenza di compagnie minerarie nel centro del Messico, responsabili in buona parte dell’abbandono che soffrono molte zone minerarie che vengono scavate, sfruttate e poi lasciate al loro destino ciclicamente, “le persone hanno problemi di salute per via dell’acqua che ha alte concentrazioni di piombo e altri metalli”, ha dichiarato l’ex sindachessa di Real de Catorce a La Jornada.

Nel 2011 il Fronte pro-Wirikuta ha guadagnato le simpatie di gran parte della società messicana e, nonostante il Governo resti sordo alle richieste dei huichol, questi hanno invaso la capitale coi loro tamburi e con proteste coloratissime e pacifiche: conferenze, manifestazioni, iniziative culturali e campagne informative si sono susseguite per tutto l’anno. Dall’aprile del 2011, l’adesione del Fronte per la Difesa di Wirikuta al Movimento per la Pace di Javier Sicilia, il poeta e attivista in prima fila per dare visibilità alle vittime della guerra al narcotraffico in Messico ed esigere giustizia al Governo, ha rinforzato la causa di Wirikuta che ha avuto un momento di grande visibilità con la manifestazione a Città del Messico dello scorso 27 ottobre.

Moltissime Ong, oltre a intellettuali, per esempio i Nobel Tomas Tranströmer e Jean-Marie Le Clézio, e attori come il messicano Gael García, hanno aderito al movimento in difesa di Wirikuta e all’inizio dell’anno prossimo, probabilmente a febbraio secondo gli ultimi comunicati del Fronte, il musicista franco-spagnolo Manu Chau, i rapper portoricani Calle 13, i colombiani Aterciopelados e i messicani Café Tacuba e Tigres del Norte suoneranno in un megaconcerto al grido di “Salviamo Wirikuta, cuore sacro del Messico” per difendere quel che resta del Messico profondo. “Non puoi comprare la pioggia, non puoi comprare il sole, non puoi comprare il calore, non puoi comprare le nuvole, non puoi comprare la mia allegria né i miei dolori”. E’ il testo della canzone Latinoamérica dei Calle 13 che in poche settimane è già diventata un inno per i popoli del continente (allego qui sotto il video della marcia per la difesa di Wirikuta di ottobre con la canzone in sottofondo). A questo Link, la foto galleria completa. Di Fabrizio Lorusso, Carmilla.

Siti del Fronte per la Difesa di Wirikuta:

http://frenteendefensadewirikuta.org/

http://salvemoswirikuta.blogspot.com/

Due articoli de La Jornada:

http://www.jornada.unam.mx/2011/04/09/opinion/018a2pol

http://www.lajornadajalisco.com.mx/2011/12/05/index.php?section=politica&article=004n1pol

Messico, Unam: Video per gli Studenti di Colombia, Cile e Portorico

In occasione della giornata continentale per un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità in America Latina gli studenti dalla UNAM, Universidad Nacional Autonoma de Mexico, hanno realizzato questo video per solidarizzare con gli studenti in lotta e i movimenti di protesta in Cile, Colombia e Portorico.

24 de noviembre de2011
Apoyo desde México al movimiento estudiantil en Colombia y Chile en la jornada continental por la educación pública, gratuita y de calidad. Lee / leggi: la protesta cammina per l’America Latina.

Haiti never dies

L’organizzazione AUMOHD di Haiti, e il suo Presidente, Evel Fanfan, stanno lavorando per realizzare 2 importanti progetti: 1) La Radio dei lavoratori; 2) L’acquisto di un immobile che diventi la Casa dei lavoratori. Nel settembre 2011 Evel è stato per la seconda volta in Italia (grazie all’associazione Nova) con una serie di conferenze intitolate “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Grazie a questo viaggio Aumohd ha potuto rinnovare gli appelli a non dimenticare Haiti ed è entrata in contatto con la Fiom per seguire i progetti in favore dei lavoratori a Porto Principe. Ho lavorato con Evel un mese nel febbraio 2010, poco dopo il terremoto del 12 gennaio che fece oltre 250mila vittime e un milione di sfollati, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini. Oggi rischia di scomparire e quindi lanciamo da Carmilla un appello. La giornalista Romina Vinci, appena tornata da Porto Principe, ha inviato un articolo per sensibilizzare sul tema e darci una testimonianza diretta della situazione. Scarica la lettera del presidente dell’Aumohd QUI.[Fabrizio Lorusso]

Di Romina Vinci. C’è chi chiede dieci euro di tivvù ai cittadini per dare vita ad un Servizio Pubblico, e chi considera la televisione solo una chimera, perché il suo Servizio pubblico vuol dire acqua potabile, istruzione, sanità, lavoro luce, elettricità.
Ma si sa, la rete non ha confini, e chissà se gli echi del picco di ascolti di un Servizio Pubblico andato in scena per due giovedì in Italia (rivisitato nella cornice ma non nei contenuti) sono arrivati fino oltreoceano, a toccare le coste del paese più nero d’America, Haiti.
Fatto sta che il giorno dopo, di buon mattino Evel Fanfan, presidente dell’AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani, ha lanciato un appello per l’acquisto di una casa dei lavoratori a Port au Prince. “Dears Friends of HAITI – si legge nella lettera – AUMOHD needs to buy urgently a house for the workers, You can support our work with only Ten (10) Euros, you, your group, your family and your friends”.

Certo, il mood diverge, e non poco: da una parte si cerca un sostegno per mettere su una trasmissione televisiva che dà spazio a evanescenti meteorine dello spettacolo, le quali si ritrovano catapultate nel mondo delle escort e dei bunga bunga. Dall’altra parte invece si chiede un aiuto per mantenere in vita un’associazione no profit che, nata nel 2002, ha dato una voce a migliaia di haitiani, difendendone i diritti. Ma il claim è sempre lo stesso: “dieci euro, solo dieci euro, tu, la tua famiglia, i tuoi amici”. Semplice coincidenza? Forse.
Quel che è certo è che in Italia sono stati raccolti 900 mila euro, frutto della donazione di ben 90mila cittadini, i quali hanno permesso di dare vita alla settima edizione di un talk show che lo scorso anno ha toccato uno share del 20,71%.

Ma basterebbe un decimo della stessa cifra,ad Haiti, per continuare a mantenere in vita un’associazione che, il prossimo mese di giugno, è costretta a sfrattare dal luogo che l’ha ospitata per quasi dieci anni.
“Nel 2004 AUMOHD ha offerto assistenza legale gratuita a 1.348 giovani finiti in carcere in dubbie circostanze. Nel 2008 – continua la nota dell’associazione – AUMOHD ha fornito sostegno a 296 lavoratrici licenziate illegalmente. Oggi i nostri uffici ricevono ogni giorno una decina di lavoratori che chiedono assistenza legale, formazione, possibilità di incontro e solidarietà”.
Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.

Haiti è il paese più povero d’America, ed anche il più densamente popolato. La vita media delle persone è di 16 anni. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite.Haitigentebandiera.jpg Ma guai a mostrare questi numeri a Evel Fanfan, si rischia di mandarlo su tutte le furie. “Haiti non è il paese più povero delle Americhe – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”.

E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione. L’ultimo episodio risale al mese di agosto e vede alcuni soldati uruguaiani accusati di violenza sessuale ai danni di un giovane haitiano.

“I vostri dieci euro saranno un mattone di una casa di cui ci sarà un unico padrone, il pubblico, ovvero voi”: afferma con grinta il messaggio lanciato da Servizio Pubblico che ha fatto il giro del web, auspicando “un pezzettino di televisione senza padroni economici e senza padrini politici”.
“Dieci euro per mantenere aperta la speranza di un futuro per Haiti”: chiede Evel Fanfan, uno a cui una casa serve davvero.
Chi vuole aiutare l’organizzazione haitiana può contattare il suo Presidente, EvelFanfan, al suo indirizzo mail: presidenteaumohd@yahoo.fr oppure visitare il sito operativo dal 2010: Haiti Emergency

L’iniziativa Haiti Emergency ha sostenuto le attività di Aumohd ad Haiti in diverse occasioni con la realizzazione di un carnevale per i bambini, il sostegno ai lavoratori ospitati e aiutati presso Aumohd, l’acquisto di materiali necessari per le attività e il primo viaggio di Evel Fanfan e Gaelle Celestine in Italia e in solidarietà con la città de L’Aquila nel 2010.
Questo video è una testimonianza di quel viaggio. Da allora l’emergenza post-terremoto non è rientrata, anzi, è anche insorta la piaga del colera che ha fatto oltre 6500 morti e 500mila contagi.

Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.

Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.

A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.

L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.

La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».

Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.

L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.

Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It

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