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Javier Sicilia y @VazquezMartin presentan libro #MPJD @MxLaPazMx @FILGuadalajara @CulturaCDMX

El poeta y activista Javier Sicilia y Eduardo Vázquez Martín presentan el libro “Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad” alla FIL Guadalajara 2016 (3 dicembre)

 

Javier Sicilia y @RossanaReguillo @ITESO alla @FILGuadalajara 2016 #MPJD

Dos fragmentos de las charlas del poeta Javier Sicilia y de la investigadora Rossana Reguillo en la Feria internacional del libro de Guadalajara, 1 de diciembre de 2016.

 

Fabbrica dei colpevoli in Messico: libertà per Alberto Patishtán

 AlbertoPatishtan[Qualche tempo fa mi sono occupato della spietata e famigerata “Fabbrica dei colpevoli” messicana con il caso molto mediatico della francese Florence Cassez, condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema che le ha concesso una revisione o “amparo” (una figura giuridica messicana traducibile come “tutela dei diritti/appello”) e l’ha liberata per il mancato rispetto del “dovuto proceso” da parte delle autorità. Ora riproduco un articolo di Andrea Spotti da Contropiano.Org su un caso simile, quello del prof. Alberto Patishtàn che è uno dei tantissimi casi, noti e meno noti, che fanno emergere le carenze e gli abusi del sistema di giustizia penale in questo paese. 12 anni d’ingiusta reclusione non sono pochi. Ma questa volta la Corte Suprema ha voltato le spalle alla giustizia.  Alcuni hanno la fortuna di salvarsi, altri no. Magari perché indigeni o perché sono attivisti politici come ha scritto l’attivista e fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità Javier Sicilia in questa lettera-link. F. L.]

Una figura simbolo delle lotte contadine e dei dei detenuti politici in Messico, arrestato senza mandato di cattura e condannato a 60 anni di carcere. Condannato a scontare una pena di sessant’anni per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro rurale di orgine tzotzil aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, rappresenta senz’altro uno dei casi piú emblematici di malagiustizia messicana, nonché una figura-simbolo della lotta dei detenuti politici e delle tante vittime di abusi giudiziari che popolano le carceri del Paese.

Nel corso degli oltre dodici anni di reclusione, un variegato movimento dentro e fuori i confini nazionali si é piú volte mobilitato contro la sua ingiusta detenzione. A partire dallo scorso 20 marzo, in seguito al rifiuto da parte della Suprema Corte di Giustizia della Nazione di invalidare il proccesso pieno di irregolaritá che ha portato alla condanna, familiari e compagni di Patishtán, insieme a decine di organizzazioni sociali e per la difesa dei diritti umani hanno lanciato una campagna nazionale e internazionale per chiederne l’immediata liberazione e per fare pressione sul Primo Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez, Chiapas, il quale, nelle prossime settimane, deciderá in maniera definitiva la sorte dell’attivista.

L’odissea giudiziaria di Patishtán inizia il 19 giugno del 2000, quando viene arrestato senza mandato di cattura da quattro uomini in borghese nel suo municipio di residenza, El Bosque, a meno di cento chilometri di distanza da San Cristobal de Las Casas. L’accusa é di essere il responsabile morale e materiale della strage di Simojovel che una settimana prima aveva provocato la morte di sette poliziotti federali.

Siamo nel Chiapas (para)militarizzato degli anni immediatamente successivi all’insurrezione zapatista e in diverse localitá i municipi dichiaratisi autonomi si contrappongono alle autoritá ufficiali, spesso al governo grazie a brogli elettorali. In generale, la tensione politica (siamo a poche settimane dalla elezioni) e militare nella regione é alta, ed anche ad El Bosque é in corso un conflitto tra buona parte della popolazione locale e il sindacoManuel Gómez Ruiz, priista accusato di corruzione, nepotismo e di abuso di potere.

Come succede spesso ai maestri rurali – in molte occasioni veri e propri intellettuali organici delle loro comunitá -, Patishtán diventa il portavoce della protesta. Il movimento, che chiede con azioni pacifiche e attraverso vie legali la destituzione del sindaco, preoccupa il governo, il quale, timoroso che la situazione possa provocare nuove sollevazioni popolari, invia elementi della polizia federale sul posto. Durante uno dei pattugliamenti della zona, nei pressi del villaggio di Las Limas, avviene il violento assalto, effettuato da una decina di uomini a volto coperto armati di AK-47 e di R-15.

Nei giorni successivi all’imboscata, il governo statale e quello federale puntano il dito contro l’Ezln, sospettato di volersi vendicare del massacro di Unión Progreso in cui, due anni prima, erano stati uccisi otto zapatisti; e contro l’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario), il quale peró non é mai stato presente nella zona. Da parte sua, la Comandancia zapatista, attraverso le parole del Subcomandante Marcos, indica nei gruppi paramilitari legati al Pri i probabili colpevoli, e denuncia la strumentalizzazione della strage da parte di governo e mass media, i quali la usano con l’obbiettivo di intensificare la militarizzazione della zona.

A una settimana di distanza dai fatti, l’arresto di Patishtán provoca la risposta della comunitá di El Bosque, che arriverá ad occupare il municipio per protestare contro la sua detenzione. In seguito, vengono accusati dell’imboscata anche due indigeni basi d’appoggio dell’Ezln, uno dei quali, Salvador López González, sará arrestato. Oltre a fornire un capro espiatorio all’opinione pubblica, le detenzioni servono ad eliminare degli oppositori politici; cosa assai comune in Messico, soprattutto in provincia, dove chi fa opposizione alle autoritá locali puó rischiare di finire in carcere con condanne per reati comuni.

Fondamentali per la condanna di Patishtán, che arriva nel giugno del 2003, sono le dichiarazioni di uno dei due sopravvissuti, l’autista Rosenberg Gómez, figlio del sindaco di El Bosque, che sostiene di aver riconosciuto il maestro rurale mentre impugnava un Ak-47 durante l’assalto. Questa versione, tuttavia, non coincide con quella resa dall’altro sopravvissuto, l’agente federale, il quale dichiara che gli aggressori indossavano il passamontagna. Le affermazioni del figlio del sindaco, inoltre, si contraddicono e cambiano nel corso del tempo, tanto che, sulla base delle stesse, López González verrá assolto. Con queste tutt’altro che granitiche prove, al contrario, l’aderente alla Sexta viene condannato, senza che vengano prese in considerazione le molte testimonianze che davano Patishtán lontano dal luogo dei fatti nel momento dell’imboscata.

Le violazioni al giusto processo e ai diritti della difesa, come sostiene l’attuale avvocato Leonel Rivero, sono molteplici, si va dalla detenzione illegale in un hotel di Tuxtla, alla mancanza di un avvocato durante gli interrogatori e di una difesa adueguata durante il processo, passando per l’uso di prove illegali e il tentativo da parte del sindaco di influenzare le indagini inviando foto di Patishtán agli investigatori. Insomma, ce n’é abbastanza da mettere in discussione l’intero castello accusatorio, fondato solamente sulle ricostruzioni farraginose e non confermate del Gomez.

Durante la prigionia nelle carceri del sud-est messicano, Patishtán diventa un punto di riferimento per i detenuti. Come maestro bilingue si rende utile insegnando a leggere e a scrivere agli analfebeti e fungendo da traduttore per i reclusi di origine indigena che in questo modo possono conoscere la loro condizione giuridica e, dunque, difendersi. In questo processo, il Profe, come viene soprannominato, si lega ai detenuti zapatisti e partecipa alle mobilitazioni per il miglioramento delle condizioni carcerarie, diventando uno dei portavoce dei prigionieri in lotta.

Nel 2006, recluso nel carcere di El Amate, entra a far parte de La Otra Campaña lanciata dall’Ezln e fonda, insieme agli altri detenuti aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il collettivo La Voz del Amate, che nel corso degli anni riuscirá a connettere le lotte nelle prigioni chiapaneche con la mobilitazione delle realtá politiche e sociali che, da fuori spingono per la liberazione dei detenuti. D’altra parte vengono intensificate le iniziative di protesta da parte dei reclusi che praticano, fra le altre cose, digiuni, scioperi della fame, presidi e cortei interni e, nel giro di qualche anno, riescono ad ottenere la liberazione di ben 137 prigionieri.

Quasi tutti, insomma, tranne Patishtán, che, nell’ottobre del 2011 viene invece punito con il trasferimento nel carcere di massima sicurezza di Sonora, a quasi duemila chilometri di distanza dal Chiapas. Quí, vive in condizioni di torutra permanente che il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas documenta e denuncia costantemente. Un anno dopo, in seguito all’ondata di protesta scatenatasi, torna in Chiapas dove viene operato per un tumore all’ipofisi che rischia di compromettergli la vista a causa della nulla attenzione medica ricevuta.

Dopo la delusione prodotta dalla sentenza della Suprema Corte, l’ultima parola, almeno dal punto di vista giudiziario, sulla libertá del maestro indigeno é nelle mani del Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez che deciderá entro il mese se invalidare o meno il processo. Da questo punto di vista le azioni promosse dalla campagna “Lottando per la #LibertadPatishtan, festeggiamo il suo compleanno” sono assai importanti, infatti, come dimostrato in altre occasioni (Atenco docet) la pressione politica e sociale puó produrre risultati significativi.
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La campagna, che finirá il prossimo 19 aprile, giorno del compleanno di Patishtán, invita uomini e donne solidali con la sua causa ad inviare lettere al Tribunale Collegiale con l’obbiettivo di raggiungere quota 4686, cioé una lettera per ogni giorno che Patishtán ha trascorso in galera. Altre azioni solidali, si possono compiere sui social network, mettendo la foto del maestro sul proprio profilo di facebook (quí le immagini) e retwtittando #LibertadPatishtan ogni venerdí, per tutta la durata della campagna.

Fino al 15 aprile, é possibile anche inviare messaggi all’indirizzo
presoschiapas@gmail.com

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per celebrare i 42 anni del Profe. Lo stesso Patishtán, inoltre, dal carcere numero cinque in cui si trova attualmente rinchiuso, ha convocato a “una nuova tappa di mobilitazioni” davanti ad ambasciate e consolati messicani nel mondo, mettendo in evidenza l’impotanza della solidarietá dei movimenti globali.Per il giorno di chiusura, infine, si invitano i movimenti a portare avanti “azioni di mobilitazione pacifica, in forma simultanea a livello nazionale e internazionale” per chiedere la sua liberazione.

In attesa della sentenza, il maestro non perde la speranza e, insieme ai suoi compagni, continua a mobilitarsi all’interno del penitenziario. Fuori dalle mura, intanto, la campagna #LibertadPatishtan cresce, guadagnando spazio nei media e raccogliendo adesioni in diverse parti del mondo. Sebbene sia difficile prevedere quale sará la decisione dei giudici, possiamo dire che, vada come vada, la battaglia esemplare di Patishtán e degli altri detenuti chiapanechi per riconquistare la loro libertá andrá comunque avanti, perché, per cosí dire, dove non si arriva con il diritto si puó giungere con la lotta.
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Messico e Pace: En los zapatos del Otro – Nelle scarpe degli Altri

Iniziativa del Movimento per la Pace insieme agli artisti del Messico – Video diffusione totale! – LINK

México D.F., 31 de enero de 2012 (Cencos).– Con un espectáculo de hora y media, el colectivo El Grito Más Fuerte, en conjunto con el Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, realizaron el lanzamiento de la Campaña “En Los Zapatos del Otro”, que tiene el propósito de aumentar la sesibilidad que tenemos los y las mexicanas frente a la emergencia nacional que se enfrenta en el país debido al incremento de la violencia.

Campaña ponte En Los Zapatos del Otro, iniciativa del Colectivo El Grito Más Fuerte, dicho colectivo se une al Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad.

DA: http://movimientoporlapaz.mx/

Entrevista con Javier Sicilia – Movimiento por la Paz – México

“Los zapatistas, gran ejemplo de cómo hacer tejido social y proteger la vida humana”: Javier Sicilia

En entrevista con Desinformémonos, el poeta afirma que “el zapatismo y los indignados son propuestas que se gestan frente a la inoperancia del Estado”.

FOTO:  ZOE VINCENTI     ENTREVISTA DE FABRIZIO LORUSSO – VERSION EN ITALIANO AQUI


FOTO: RICARDO TRABULSI

México DF.  Tras el asesinato de su hijo Juan Francisco Sicilia, el 28 de marzo de 2011, el poeta Javier Sicilia comenzó una cruzada contra la guerra que Felipe Calderón declaró desde 2006 al narcotráfico y al crimen organizado, la cual hasta la fecha ha causado la muerte de más de 50 mil personas en el país.

 En los últimos meses Javier Sicilia ha encabezado diversas caravanas, actos y manifestaciones, lo que lo convirtió en el principal portavoz del recientemente conformado Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, al que se han sumado organizaciones civiles y miles de ciudadanos quienes bajo las consignas de “No más sangre” y “Estamos hasta la madre” exigen justicia para los familiares de las víctimas, la presentación con vida de los desaparecidos y la restitución del tejido social.

 El escritor y periodista italiano Fabrizio Lorusso entrevista al poeta y activista sobre los logros hasta ahora obtenidos; el diálogo que ha mantenido con el gobierno; el significado de la autonomía en las ciudades y sobre los siguientes pasos del Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad de cara al 2012, año electoral.

 ¿Es posible hacer un balance del Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad (MPJD) hasta el día de hoy? ¿Cuáles son los logros principales y los retos o derrotas?

 El logro principal fue la visibilización de las víctimas y hacerle conciencia al Estado de que las víctimas no son cifras, estadísticas o bajas colaterales, son seres humanos con nombre, apellido, familias rotas, dolor, y que es necesario hacer justicia. La respuesta ha sido la creación de una Procuraduría de atención a las víctimas, la Províctimas (que tiene serias fallas pero, bueno, se pueden corregir), y una Ley de Víctimas. Esperemos que no rasuren esta ley, que no la vuelvan una cosa que no responda al drama que viven el país y las víctimas. Allí están los grandes logros del Movimiento. Entre los fracasos,  no hemos podido convencer a Felipe Calderón y a las Cámaras de la necesidad de hacer una Ley de Seguridad Nacional con enfoque humano, ciudadano, es decir, que abone a la paz, no a la militarización, al autoritarismo y a la violencia. Creo que allí no hemos logrado sensibilizar, ni que se oigan las propuestas que tenemos, creo que eso hace falta porque, si no,la Províctimas será simplemente la acumulación del horror.

 ¿Qué pasó exactamente con respecto a la Comisión de la Verdad, que era una de las seis demandas del Movimiento, tras su primera caravana y marcha hacia el zócalo de la Ciudad de México el 8 de mayo pasado?

Creo quela Comisióndela Verdades necesaria, indudablemente, porque en medio de la fractura del Estado, es necesario hacer un deslinde de qué víctimas pertenecen a quienes, ¿no? Y es que el Estado está cooptado también en muchos sentidos, ya que la delincuencia está presente en los órganos de gobierno y en los partidos, en estas instancias o en partes de ellas; en parte de las procuradurías, de la policía, del Ejército y dela Marina.Evidentemente, la mayoría de la gente piensa que las víctimas las produce el crimen organizado, pero el crimen organizado también está dentro del sistema y amparado en la ley.

 Entonces, deslindar responsabilidades es importante a través una comisión para llegar claramente a la verdad de esta guerra, a la reconciliación y a la paz. Sólo a través de un órgano de ese tipo se puede llegar a dominar esa verdad. Pero, hay una reacción negativa del Gobierno a esas comisiones y no sabemos por qué, si realmente estamos buscando la paz y la justicia ante la impunidad, tan humillante en este país, pues tenemos que llegar a convencerlos de esa necesidad.

Al rechazar la instalación de una Comisión de la Verdad, el presidente dijo que esas comisiones se aplican a países con dictaduras militares o regimenes autoritarios. ¿Su creación no sería como poner en tela de juicio toda la estrategia militar de combate al narco implementada hasta ahora?

 Sí, pero también se tendría que aplicar a Estados fracturados como México. Estoy de acuerdo, es para gobiernos altamente autoritarios o militarizados, pero en un Estado tan fracturado como el nuestro, también es necesario. Eso es lo que no entiende (Felipe Calderón), su problema es que ve en blanco y negro, ve que los delincuentes están fuera y el Estado está sólido, están los buenos en el Estado, y no se ha dado cuenta del lodo, de la fractura de ese Estado que implica y exige también una Comisión de la Verdad.

 Ya hubo un primer encuentro con el presidente en el Castillo de Chapultepec el pasado 23 de junio, el 14 de octubre fue el segundo, ¿qué balance puede hacer de estos encuentros? ¿Va a haber otro más?

 Vamos a ver, yo creo que no. Podría ser éste el cierre de un primer ciclo que se abrió el 23 de junio y se cerró en este último diálogo de octubre. Creo que, hacia el final del diálogo, cuando habló Clara Jusidman sobre el tejido social, el presidente comprendió algo que para nosotros es fundamental en la ley y en la estrategia de seguridad. Es decir, poner el énfasis en la reconstrucción de ese tejido social, pero con la gente, no a partir de las instituciones como ha sidola Leyde Seguridad, por la que se adquiere infraestructura acríticamente, sin saber si hay una necesidad y cómo es esa necesidad, sin consultar a la gente, a los barrios, a los pueblos; además, hay una violencia por parte del Estado al proteger a las instituciones, pero no a la gente. Creo que si entendemos y ponemos como prioridad el tejido social y la seguridad ciudadana a partir del tejido social, podemos caminar hacia una estrategia de seguridad ciudadana y humana, por la que estamos pugnando nosotros, y no a una Ley de Seguridad que nada más se base en la violencia reactiva a la delincuencia y una violencia que sólo protege instituciones.

¿Cómo influyó y qué función tuvo la presencia en la reunión de Chapultepec de otros invitados en representación de víctimas, como Alejandro Martí (México SOS), Isabel Miranda de Wallace (Alto al secuestro) y María Elena Morera (México contra la delincuencia)?

Ellos tienen una función muy importante por lo que han hecho con sus organizaciones. Han logrado cosas importantes dentro de sus propias agendas, y todo eso se une también a las demandas del Movimiento. Tanto las señoras Wallace y Morera como el señor Martí son víctimas, y están tratando de luchar por construir un estado de justicia para las víctimas y de seguridad ciudadana, como nosotros. Tenemos diferencias, pero en la sustancia estamos de acuerdo con que fue muy importante que estuvieran allí.

 ¿Cuáles serían las principales divergencias de visión o estrategia con ellos?

 Ellos siguen la línea del Gobierno de que la única manera de salir del problema es preparando a buenos policías. Estamos de acuerdo, pero lo vemos desde otro punto de vista, eso es muy parcial. Nosotros ponemos el énfasis en que esta Ley de Seguridad sea mucho más social, mucho más amplia, que abone a la paz y que rompa la brecha que ha existido cada vez más entre el Estado y los ciudadanos. Yo digo que allí estaría la diferencia nada más, son diferencias de profundidad frente al problema de la inseguridad, de la justicia y de las formas de encararlos.

El 2012 es año electoral en México, se votará por el nuevo presidente de la república y muchos otros cargos. ¿Cómo influye la cercanía de las elecciones en las respuestas que el Movimiento está obteniendo?

 Bueno, creo que en algunos funcionarios hay un cambio de discurso, empiezan a vislumbrar algo de la emergencia nacional y la necesidad de buscar alguna salida mucho más profunda a esta emergencia. Pero es muy tenue esta influencia allí, creo que los partidos siguen siendo muy ciegos a la problemática profunda y no están dando una propuesta.

 

¿No hay ninguna fuerza política que esté proponiendo una estrategia por lo menos afín a la del Movimiento?

 No, porque creo que no se han dado cuenta de la emergencia nacional y eso es muy grave. Gane quien gane, en las condiciones en que está el país, lo único  que van a hacer es ahondar más la desgracia y administrarla. No hay una intención de las coaliciones de partidos para partir del problema que está viviendo la nación y hacer una propuesta para una agenda de unidad nacional para encararlo. Eso habla de la ceguera y de la problemática que nos aguarda en las elecciones

 

Entonces, aún no es un punto importante para la agenda de los partidos y la democracia en México.

 Sí, y es algo fundamental, porque sin un país en paz,  la democracia se pierde. Un país tan balcanizado por el crimen organizado y con un Estado tan fracturado, sin una propuesta de renacimiento de la nación, simplemente se va a ahondar más en la desgracia.

 Usted tuvo un encuentro con Andrés Manuel López Obrador, líder Movimiento de Renovación Nacional (MORENA) y ex candidato presidencial del PRD en 2006, quien incluso le propuso un cargo de elección popular, ¿cuál fue su impresión?

 Ellos creen que la llegada de López Obrador al poder va a resolver el problema, pero él tampoco está mirando el problema. Hay una lógica allí por la cual parece que el presidente es un ser omnipotente como para transformar y unificar al país. Creo que no es así, que no están viendo el meollo de la cuestión y ya no estamos en los tiempos en que la figura presidencial podía transformar o controlar al país. Hubo una transición democrática y, sin embargo, los gobernadores del cada estado siguen como virreyes, de alguna manera, y ni siquiera pueden ser controlados por sus partidos. Entonces, no están viendo la cuestión en su conjunto y creen que simplemente es un asunto de cambio de poder, de cambio de política por una más social, cuando esa es una de las partes, pero el problema es mucho más hondo y no lo están viendo. Yo creo que esa también es una ceguera histórica.

 ¿Cómo se puede abordar este problema de visión de la clase política?

No sé. Creo que tienen compromisos entre ellos, en los partidos. El presidente habló con mucha fuerza en Estados Unidos de los vínculos de ciertos priístas con el narcotráfico y esa es una realidad, aunque es parcial. También los tienen en el PAN, también los tiene el PRD. Mientras no haya una voluntad de imponer castigos ejemplares a los funcionarios y miembros de partidos corruptos, pues es muy difícil que podamos entender el problema y rehacer el Estado.

 

 ¿Qué le queda entonces por hacer a la gente y al Movimiento?

 Presionar mucho para su transformar al Estado y a los partidos para que hagan esta limpieza y así se fortalezcan. Por otro lado, trabajar horizontalmente para componer el tejido social, entre nosotros, y juntarse como vecinos en los barrios, haciendo asambleas, digamos, “constituyentes” y “reconstituyentes” a nivel micro para protegernos y crear un tejido social y humano que nos permita cuidarnos a nosotros mismos, por lo menos.

 Con el fin de que el poder o la política favorezcan, o al menos no impidan, estos procesos, ¿Ustedes han pensado en alguna forma de involucramiento directo en cargos políticos?

 No en el sentido tradicional con que el se entienden la participación y los partidos, no. Nosotros le vamos más a la vida ciudadana, a la vida de la polis como vida ciudadana. Yo, en lo personal, soy crítico de las instituciones y de esas estructuras burocráticas, aunque hay gente que puede caminar por allí y es importante porque hay que renovar el Estado. En general no hay postulaciones dentro del Movimiento para cargos políticos en 2012 y si alguien lo hace, sería de manera independiente.

 

 ¿Hay una cercanía entre su posición sobre el papel de los partidos y, en general, de las instituciones y las de la Otra Campaña y del EZLN?

 Sí, creo que yo converjo mucho en cierta crítica y en cierta postura de los zapatistas, más que dela Otra Campañaen sí. Creo que los zapatistas son, a nivel de zonas agrarias y de pueblos, un gran ejemplo de cómo hacer tejido social y como proteger la vida humana y su historia, dentro de lo que son esos pueblos. Habría que repensar cómo hacerlo en otros contextos, como las ciudades y los barrios.

 ¿Se podrían plantear intentos para crear “caracoles de ciudad”, comunidades autónomas urbanas que provean lo que el Estado ya no está dando? 

 Sí, sería un fenómeno interesante. Evidentemente es algo que se está gestando, el Estado – nación, tal y como se concibió como construcción histórica, está en crisis no sólo en México sino en el mundo entero. Ya no funciona y, entonces, frente al resquebrajamiento del Estado e incluso del modelo económico, este tipo de movimientos son los que van a hacer que emerja lo nuevo. Son construcciones históricas en crisis, estamos asistiendo a su decrepitud, mientras surge algo nuevo como los movimientos de barrios, el mismo zapatismo, o por ejemplo los indignados, pues son algo, algo nuevo que tiene que gestarse frente a la inoperancia de un Estado que, por lo menos en este país, ya no está cumpliendo con lo mínimo que es la seguridad ciudadana.

 ¿A quién, tanto aquí como en el exterior, le conviene mantener el estatus quo con respecto a la violencia y al narcotráfico? 

 Creo que sí, pues, porque eso deja mucho dinero y hay mucha corrupción en el modelo económico y de vida, siempre se quiere tener más. A mucha gente le conviene mantener situaciones de esa naturaleza porque no están pensando en el bien común o en el ser humano, sino que en su propio beneficio o en intereses de grupúsculos que lamentablemente le están haciendo mucho daño al país. La delincuencia es parte de eso.

 Hay también un interés de Estados Unidos en el asunto, sobre todo con respecto al comercio de armas, al mantenimiento de su consumo de drogas que tampoco se ha reducido. Además, no están atacando, tampoco en México, uno de los ejes fundamentales que sostiene el crimen organizado que es el dinero, hay empresas y bancos que lavan dinero; no están atacando eso. Sin embargo están generando una terrible guerra en nombre del mercado que deja mucho dinero en ambos lados de la frontera y el consumo de la droga no baja. Creo que tenemos puras muertes y miedo y ésta es una irresponsabilidad tanto del Estado norteamericano como del mexicano, y dejarlo así es una irresponsabilidad de los ciudadanos tanto dentro del país vecino como en el nuestro.

 ¿Qué va a pasar con el Movimiento en el mediano plazo, digamos, este año y el próximo?

 No sabemos ahora, personalmente no soy un hombre de perspectivas, en el sentido de que trato de vivir mi día y de hacerlo plenamente. Juntos, tratamos de mantenernos dentro de una ética que nos permita señalar y llenar de contenidos una política que está ajena a esa ética. Generalmente vamos bajo el espectro de la no violencia, inventándolo cada día, no tendríamos ahora una hoja de ruta de largo plazo, pero sabemos cual es la línea que tendremos que seguir.

Attivista del Movimento per la Pace ucciso in Messico

Dall’aprile di quest’anno in Messico c’è un Movimento nuovo, civile, ampio e non violento, cioè decine o centinaia di migliaia di persone che al grido di ¡Estamos hasta la madre! (traducibile con un sonoro “ne abbiamo pieni i coglioni” che ricorda e rinforza il grido di Ya Basta dei neozapatisti dell’EZLN dal 1994 in poi) stanno lottando per la Pace con Giustizia e Dignitàe s’oppongono fermamente alla militarizzazione del paese decretata dal Presidente Calderón all’inizio del suo mandato a fine 2006 per combattere i narcos (scarica articolo sul Movimento da L’Unità parte I  e  parte II). Due Ministri degli Interni “caduti” da aeroplanini ed elicotteri di Stato, 50mila morti legati alla guerra al narcotraffico, 16mila desaparecidos, 80 giornalisti uccisi (da qui il titolo del post “Se parli, t’ammazzo…”), 230mila trasferimenti forzati di persone obbligate a cambiare casa e, a volte, identità sono gli effetti “collaterali” di 5 anni di esercito e marina per le strade di città e paesini in mezzo (o 3/4…) Messico. Il poeta Javier Sicilia, portavoce e fondatore del Movimento per la Pace insieme a tante altre vittime della violenza, sia di quella istituzionale che di quella del crimine organizzato,  è intervenuto stamattina nel radionotiziario di Carmen Aristegui, la più famosa giornalista messicana per darci, purtroppo, l’ennesima brutta notizia (leggi intervista a Javier Sicilia). Un attivista del Movimento, Nepomuceno Moreno Muñoz, è stato ucciso l’altro ieri, 28 novembre, in pieno giorno per le strade della capitale dello Stato di Sonora, Hermosillo, a 2 ore di macchina dagli Usa. Le autorità locali (tra cui la procura) si sono subito lanciate contro la memoria dell’attivista, ritratto nella foto, sostenendo che era stato in carcere per possesso di armi e partecipazione a un’azione armata anche se, in realtà, era stato rilasciato dopo 4 anni (!!) con la fedina penale pulita. Insomma, come spesso accade, si vuole depistare l’opinione pubblica e distrarla dai fatti con un bel fumo(geno): Nepomuceno era, infatti, un attivista sociale in vista, aveva partecipato ai dialoghi “per la pace” che il Movimento aveva avuto con il Presidente e aveva denunciato apertamente la connivenza della polizia con il crimine organizzato nella sparizione (desaparición) forzata di suo figlio Jorge e altri giovani di Sonora. Scherno, doppia vittimizzazione delle stesse vittime e dei loro cari, burocrazia asfissiante,contro accuse delle autorità contro chi osa denunciare, poi inerzia, connivenza e, se va male, anche la morte: è quello che ti tocca sopportare se parli, se denunci e soprattutto se, come Nepomuceno, conduci una lotta che finalmente, dopo anni di silenzio, comincia a farsi sentire e a far paura veramente, soprattutto grazie a un Movimento dal basso e all’innalzarsi di tante voci all’unisono.

Il risveglio del Messico contro la violenza

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L’Unità del 2 novembre 2011] Lo studio reso noto il 27 ottobre nell’ambito della Dichiarazione di Ginevra, un’iniziativa diplomatica della Svizzera e dell’Onu sul problema della violenza, conferma che la maggior parte degli omicidi nel mondo sono imputabili alla criminalità e avvengono in paesi che non sono formalmente in guerra. Dal 2007 la lotta al crimine organizzato in Messico si basa sulla militarizzazione del territorio e ha prodotto un inasprimento dello scontro tra i cartelli della droga. Tra gli “effetti collaterali” della strategia del Presidente Felipe Calderón ci sono 50.000 morti e 16.000 desaparecidos in 5 anni e un tasso d’impunità dei delitti del 97%.

Il Messico, però, non rimane a guardare. 7 mesi fa in un sobborgo di Cuernavaca, 90 km a sud di Città del Messico, sono stati trovati in un’auto i corpi senza vita di 6 uomini e una donna, assassinati dai narcos del cartello del Pacífico Sur. Tra questi c’era il ventiquattrenne Juan Sicilia, figlio del poeta e giornalista messicano Javier Sicilia (Link a intervista completa).

Lo scoppio del caso sui media messicani e la reazione solidale di migliaia di persone, stanche della violenza imperante nel paese, hanno fatto sì che in poche settimane il poeta diventasse il portavoce delle “vittime invisibili” della guerra al narcotraffico.

Per reagire di fronte a questa situazione drammatica in aprile nasce il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che, spiega Sicilia, “ha saputo dare visibilità alle vittime e creare una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che non siamo statistiche ma esseri umani”. Ciononostante “abbiamo uno Stato fratturato e cooptato, in cui una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”, continua il poeta.

L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che, secondo la ricerca svizzera, è la città più violenta del mondo con 170 omicidi per 100.000 abitanti. La condanna di Sicilia è perentoria: “è irresponsabile che USA e Messico lascino così la situazione: con il commercio di armi e il consumo di droghe in aumento, gli affari alla frontiera continuano e proliferano imprese che riciclano il denaro dei narcos”.

I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. “Abbiamo un compromesso etico che mira a riempire di contenuti una politica che di etica non sa parlare”, dice lo scrittore in riferimento ai principali partiti.

In giugno la pressione delle piazze spinge il Presidente Calderón a intavolare un dialogo sulle proposte del Movimento, centrate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti. Infatti, afferma Sicilia, “una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”. L’idea di ripartire dal tessuto sociale nei quartieri e nelle città è, nelle parole dello scrittore, “affine all’esperienza delle comunità rurali zapatiste, i caracoles, che nello stato meridionale del Chiapas sono un grande esempio di autonomia e protezione della popolazione”.

Il 14 ottobre, durante il secondo e, probabilmente, l’ultimo incontro con il Presidente, “forse s’è visto uno spiraglio di luce e comprensione in lui” anche se, ammette Sicilia, “non siamo riusciti a convincerlo della necessità di una Legge sulla Sicurezza più umana e civile, orientata alla pace e non alla militarizzazione”. Per ora, quindi, la strategia non cambia. Mentre Sicilia era a Washington per parlare al Congresso americano e alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, nelle festività dell’1 e 2 novembre, decine di cortei organizzati dal Movimento, armati di ceri e candele, hanno sfilato in varie città del Messico e del mondo in memoria dei morti e i desaparecidos della guerra al narcotraffico.

Il Movimento per la Pace in Messico: dialogo con Javier Sicilia

Riporto l’intervista che ho realizzato lo scorso 25 ottobre a Città del Messico con il poeta e giornalista messicano Javier Sicilia. Javier negli ultimi mesi è diventato un punto di riferimento per tutte le persone e le organizzazioni che s’oppongono alla strategia di militarizzazione della lotta contro i cartelli del narcotraffico promossa dal Presidente Felipe Calderón dal 2007. Manca un anno alla fine del suo governo e il bilancio delle vittime in 5 anni di guerra è drammatico: tra i 45mila e i 50mila morti legati al conflitto,16mila desaparecidos, 230mila “trasferimenti forzati” di persone da una città a un’altra per motivi di sicurezza. Il 28 marzo scorso, dopo l’omicidio di suo figlio Juan Francisco, il poeta Sicilia ha cominciato una ribellione pacifica che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini, vittime e gruppi della società civile che erano rimasti in silenzio oppure non avevano trovato spazi per esprimere la loro rabbia. Fino ad allora non s’erano potute denunciare pubblicamente con tanto furor di popolo e presenza mediatica la corruzione politica, la connivenza di certe autorità a vari livelli di governo e, infine, la sofferenza delle vittime “invisibili” della violenza. Con un tasso d’impunità dei delitti al 97-98%, c’è poco da stare tranquilli e molto da reclamare. [Foto di Javier Sicilia, di Zoe Vincenti]

L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che è la città più violenta del mondo con 170 omicidi ogni 100.000 abitanti (la media nazionale messicana è di 18). [Link cronologia]
I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. Così è nato (e cresciuto) il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che s’è dovuto scontrare per ben due volte con l’opacità e la mentalità istituzionale durante i dialoghi tenutisi nel Castello di Chapultepec, a Città del Messico, in cui le vittime e i portavoce del Movimento si sono riuniti, il 23 giugno e il 14 ottobre scorsi, con il Presidente e alcuni ministri per discutere le 6 proposte del Movimento per pacificare il paese basate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti.

– Possiamo fare un bilancio del Movimento? Quali sono i vostri risultati e i punti in sospeso?
– Il risultato principale è fondamentalmente la visibilità che s’è data alle vittime e la creazione di una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che le vittime non sono cifre, statistiche o perdite “collaterali” ma esseri umani, con un nome e un cognome, sono famiglie spezzate e dolore per cui è necessario fare giustizia. Una risposta governativa è stata la creazione di una Procura speciale per le vittime, la Pro-Vittime, che ha serie difficoltà e speriamo si possano correggere, oltre a una Legge sulle Vittime che, sembra, vada abbastanza bene, sempre che non decidano di limarla in Parlamento e snaturarla come a volte succede in questo paese. Questi sono i grandi successi del Movimento. Tra le sconfitte o i punti in sospeso, direi che non siamo riusciti a convincere il Presidente Calderón e le Camere della necessità di fare una Legge sulla Sicurezza Nazionale con un approccio umano, cittadino, cioè orientato alla pace e non alla militarizzazione, all’autoritarismo e alla violenza. Credo che su questo non siamo riusciti a sensibilizzarli, né a far sentire le proposte che abbiamo e ce n’è un gran bisogno, altrimenti la nuova Procura si tradurrà semplicemente in un cumulo di orrori.

– Che n’è stato della Commissione della Verità che era una delle 6 richieste del Movimento nella prima carovana, da Cuernavaca a Ciudad Juárez, che ha riunito decine di migliaia di persone a Città del Messico l’8 maggio scorso?
– La Commissione della Verità è senza dubbio necessaria perché in uno Stato fratturato, che è anche cooptato, nel senso che una parte della delinquenza sta negli organi di governo e nei partiti, ai vari livelli, e in settori delle procure, dell’esercito, della marina e della polizia, c’è bisogno di chiarire quali vittime dipendono da chi, no? Evidentemente la maggior parte della gente pensa che siano del crimine organizzato, ma il crimine lo ritroviamo anche nel sistema con tanto di tutele legali. Quindi stabilire le responsabilità è importante tramite una Commissione che appuri la verità di questa guerra, arrivando alla riconciliazione e alla pace. Solo con un organo di questo tipo si può dominare questa verità. Ciononostante c’è una reazione negativa del Governo contro queste commissioni e non ne sappiamo il perché. Se veramente stiamo cercando la pace e la giustizia contro l’impunità umiliante in questo paese, allora dobbiamo convincerli di questa necessità.
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– Il Presidente ha giustificato il rifiuto di creare una Commissione della Verità dicendo che è un organo tipico delle dittature militari e dei regimi autoritari. La sua istituzione non equivale a mettere discussione tutta la strategia militare di lotta al narcotraffico realizzata fino ad ora?
– Sì, ma si dovrebbero istituire anche in Stati fratturati come il Messico. Sono d’accordo, di solito si creano dopo governi altamente autoritari o militarizzati, ma in uno Stato allo sbando come il nostro è necessario. E questo non lo capisce, il problema del Presidente è che vede in bianco e nero, vede che i delinquenti sono fuori, lo Stato è solido e “i buoni” sono lì, mentre non s’è accorto della sporcizia di casa, delle fratture di questo Stato che esigono una Commissione della Verità.

– Il 23 giugno avete avuto il primo incontro con Calderón nel Castello di Chapultepec, il 14 ottobre il secondo, che conclusioni possiamo tirare? Ce ne saranno altri?
– Vedremo, non credo comunque. Siamo alla fine di un primo ciclo che s’è aperto il 23 giugno e s’è chiuso in ottobre. Credo che verso la fine del dialogo, quando ha parlato Clara Jusidman del tessuto sociale, il Presidente abbia compreso una cosa per noi fondamentale sulla legge e sulla strategia per la sicurezza, cioè che bisogna privilegiare la ricostruzione del tessuto sociale con la gente, non a partire dalle istituzioni, come si pretende di fare sul tema sicurezza, per cui si comprano infrastrutture acriticamente, senza sapere se ce n’è davvero bisogno e in che modo, senza consultare i cittadini, i quartieri e le comunità. È successa la stessa cosa con l’esercizio della violenza, una violenza dello Stato che protegge le istituzioni ma non la gente. Quindi penso che il Presidente ha intravisto uno spiraglio di luce su questo punto, non ci aveva pensato in questo modo. Credo che, se capiamo ed eleviamo a priorità il tessuto sociale e la sicurezza cittadina, possiamo incamminarci verso una strategia di sicurezza più umana, per la quale stiamo lottando anche noi, mentre rifiutiamo una Legge fondata sulla violenza come reazione alla delinquenza che protegge solo le istituzioni.

– Il vostro sarebbe un approccio molto più ampio per affrontare il problema della violenza.
– È così, è la strada giusta e alla fine del dialogo pare che qualcosa si sia mosso, spero che il Presidente ci pensi sopra e che possiamo riprendere la conversazione per andare in quella direzione, insieme.

– Como ha influito e che funzione ha avuto la presenza nei dialoghi di Chapultepec di altri invitati, in rappresentanza di gruppi di vittime della delinquenza, como Alejandro Martí di “Messico SOS”, Isabel Miranda de Wallace di “Stop al sequestro” e María Elena Morera di “Messico contro la delinquenza”? 
– Dunque. Hanno avuto una funzione importante per ciò che hanno realizzato con le loro organizzazioni rispetto alle loro priorità specifiche che s’uniscono anche alle domande del Movimento. Tanto le signore Wallace e Morera come il signor Martí sono victime e stanno cercando di loteare per costruire uno stato di giustizia per le victime e la sicurezza cittadina, come noi d’altronde. Ci sono differenze, ma in sostanza siamo d’accordo che sia stata importante la loro partecipazione.

– Quali sono le principali divergenze strategiche o prospettiche rispetto a loro?
– Penso che loro seguano maggiormente la linea del Governo secondo cui l’unico modo di uscire dal problema è preparare dei buoni corpi di polizia. Siamo d’accordo ma lo vediamo da un altro punto di vista, altrimenti si scade nella parzialità. Noi spingiamo perché la Legge sulla sicurezza sia molto più sociale e ampia, che punti alla pace e rompa il gap crescente tra lo Stato e i cittadini. Soprattutto in questo stanno le differenze di vedute che sono relative alla profondità dinnanzi al problema dell’insicurezza, della giustizia e dei modi per affrontarlo.

– Nel 2012 ci saranno le elezioni, tra gli altri, del Presidente e del Parlamento, come influisce la vicinanza di questo appuntamento sulle risposte che ottiene il Movimento?
– Beh, credo che nel discorso di alcuni funzionari ci sia stato un certo cambiamento, cominciano a vedere qualcosa dell’emergenza nazionale e la necessità di cercare una soluzione più profonda, ma l’influenza reale è ancora molto tenue e penso che i partiti continuino a restare ciechi di fronte alla problematica e privi di proposte.

– Quindi non c’è nessuna forza politica che sta proponendo una strategia per lo meno affine a quella del Movimento?
– No, perché mi pare che non si siano resi conto dell’emergenza nazionale, è un fatto grave. Chiunque vincerà, nelle condizioni in cui è il paese, l’unica cosa che farà sarà acutizzare la disgrazia e amministrarla. Le coalizioni politiche non hanno intenzione di partire da questo problema che vive la nazione e avanzare proposte per un’agenda d’unità nazionale di conseguenza. Questo ci parla della cecità e della problematica che ci attenderà in campagna elettorale. Un paese senza pace perde la sua democrazia. Un paese così balcanizzato dal crimine organizzaro e con uno Stato così fratturato, senza una proposta di rinascita cadrà sempre più in disgrazia.

– Lei ha avuto un incontro con Andrés Manuel López Obrador, leader del Movimento di Rinnovamento Nazionale (MORENA) ed ex candidato presidenziale del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) nel 2006. Le è stato proposto di ricoprire un incarico da parlamentare. Che impressione ha avuto? (vedi nota a piè di pagina)
– Credono che l’arrivo di López Obrador al potere possa risolvere il problema, ma nemmeno lui lo comprende fino in fondo. Sostengono una logica per cui sembra che il presidente sia ancora onnipotente e possa trasformare e unificare il paese. Non colgono il punto della questione, non è più così: c’è stata una transizione democratica e, inoltre, i governatori in ogni regione sembrano dei sovrani e non li controllano neanche i loro partiti. Quindi non si ha una visione d’insieme e si crede che si tratti semplicemente d’una questione di “avvicendamento” al potere, di cambiamento nella politica sociale, mentre questa è solo una componente e il problema è più profondo. Non lo vedono. È una miopia storica.

– Come affrontare questo problema legato alla visione della classe politica?
– Non lo so, credo che hanno dei patti, tra di loro, nei partiti. Nella sua visita negli USA il Presidente ha parlato con forza dei nessi di certi membri del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) con il narcotraffico ed è una realtà, ma è parziale. Infatti ne hanno anche quelli del Partido Azione Nazionale (PAN) e del PRD. Finché non ci sarà la volontà d’imporre castighi ai funzionari e ai membri dei partiti corrotti, sarà molto difficile capire il problema e ricostruire lo Stato.

– Che cosa resta, dunque, alla gente e al Movimento? 
– Fare molta pressione per la trasformazione dello Stato e dei partiti affinché ripuliscano le loro file e si rafforzino. D’altro canto bisogna lavorare alla base per comporre il tessuto sociale, tra di noi, e associarsi come gruppi di vicini nei quartieri, fare assemblee di tipo “costituente” o “ricostituente” a un livello micro per proteggerci e creare un tessuto sociale e umano che ci permetta almeno una tutela.
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– Per far sì che il potere o la politica favoriscano, o almeno non ostacolino, questi processi, avete pensato ad alcuna forma di coinvolgimento diretto in politica?
– No, non nel senso tradizionale con cui intendiamo la partecipazione e i partiti. Puntiamo di più alla vita cittadina, alla vita della polis come cittadini. Personalmente sono critico delle istituzioni e delle strutture burocratiche, anche se c’è gente che può seguire quella strada ed è comunque importante perché bisogna rinnovare lo Stato. In generale non ci sono candidati dentro il Movimento per le elezioni del 2012 e se qualcuno si candida, lo farà in modo indipendente.

– C’è una vicinanza tra la sua posizione e quella della Otra Campaña, del Subcomandante Marcos e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che tra il 2001 e il 2006 hanno smesso di considerare i partiti politici e il sistema in generale come legittimi interlocutori?
– Sì, credo ci sia una forte convergenza su certe critiche e posizioni degli zapatisti, più che della Otra Campaña. Credo che in certe zone rurali e nei paesini gli zapatisti siano un grande esempio di come formare un tessuto sociale e proteggere la vita umana con la sua storia, che è l’essenza di quei popoli. Bisognerebbe pensare a come farlo in altri contesti come le città e i quartieri.

– Si potrebbe pensare a delle comunità autonome (o Municipi autonomi), sul modello deicaracoles zapatisti del Chiapas, anche nelle città?
– Sì, sarebbe un fenomeno interessante. Evidentemente è qualcosa in fase di gestazione. Lo Stato-nazione, com’era concepito storicamente, è in crisi non solo in Messico ma nel mondo intero. Ormai non funziona più e, dunque, di fronte allo sconquassamento dello Stato e del modello economico questi movimenti fanno emergere il nuovo. Le costruzioni storiche in crisi, decrepite, stanno degenerando mentre sorge qualcosa di nuovo come i movimenti nei quartieri, lo stesso zapatismo o anche gli indignati che sono stati una novità rispetto all’inerzia di uno Stato che, almeno in questo paese, non fa più neanche il minimo indispensabile: garantire la sicurezza.

– Sia in Messico che all’estero fa comodo mantenere lo status quo per quanto riguarda la violenza e il narcotraffico?
– Sì, certo, sono affari grossi. La corruzione nel modello economico e di vita impone di desiderare sempre di più. A molta gente conviene mantenere una situazione di questo tipo perché non pensano al bene comune e all’essere umano ma solo al proprio tornaconto o a interessi di gruppuscoli che purtroppo fanno enormi danni al paese. La delinquenza è parte di questo.

– Violenza e narcotraffico. Che responsabilità ha il Messico? E gli USA
L’interesse statunitense viene a galla se consideriamo il commercio di armi e il consumo di droghe che non si riducono mai. Inoltre né gli USA né il Messico stanno attaccando la fonte primaria che sostiene i criminali, cioè la finanza, visto che proliferano imprese e banche dedicate al riciclaggio di denaro. Non lo combattono, però provocano una guerra tremenda in nome del mercato per cui corrono soldi da entrambi i lati della frontiera e il consumo di droga non diminuisce. Ora abbiamo solo morte e paura. È irresponsabile da parte dei vicini statunitensi e del Messico lasciare che resti così la situazione.

– Cosa farà in futuro il Movimento per la Pace?
– Non lo sappiamo ancora. Personalmente non sono un uomo di prospettive, nel senso che cerco di vivere la mia giornata e lo faccio pienamente. Insieme cerchiamo di mantenerci in un’etica che ci permetta di segnalare e riempire di contenuti una politica cui questa etica è sconosciuta. In genere agiamo sotto la bandiera della non violenza, inventandoci ogni giorno. Perciò non abbiamo ora un’agenda di lungo periodo, ma sappiamo qual è la linea che dovremo seguire. Per le festività dei morti c’è una manifestazione, una veglia per i nostri cari scomparsi in tutte le piazze del paese. Avremo altri appuntamenti con il potere giudiziario e legislativo per seguire gli impegni presi e saremo a Los Angeles e a Washington fino al 7 novembre per esporre il problema della violenza, senza risparmiare la parte statunitense delle responsabilità, di fronte alla Corte Interamericana per i Diritti Umani, al Congresso e ad alcune ONG come il Woodrow Wilson Center e WOLA.

[NOTA. I partiti principali del Messico sono 3: PRD, a sinistra; PRI, centro, trasformista, ex partito di regime; PAN, a destra. López Obrador era il candidato alle presidenziali del 2006 per il PRD e ha denunciato brogli, manifestando per mesi e bloccando la capitale insieme a migliaia di sostenitori, per cui Calderón sarebbe un presidente “spurio” o illegittimo. Questa scarsa legittimazione popolare, la vittoria per un pugno di voti nel 2006 e le accuse di Obrador e di una parte degli elettori sono stati alcuni tra i fattori che hanno spinto Calderón a ricercare legittimità attraverso la cosiddetta guerra al narcotraffico che tanti danni sta casuando alla società messicana e all’immagine del paese]     Di Fabrizio Lorusso da CarmillaOnLine