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Guatemala: Il governo dichiara lo “stato d’assedio” in sei province e ventidue municipi

La mina Fenix, El Estor, Guatemala – fotographía de James Rodríguez

di Simone Scaffidi (da Repubblica)

Cittá del Guatemala – All’indomani delle elezioni che hanno visto trionfare ancora una volta l’estrema destra conservatrice e dell’ennesimo grave scandalo politico di corruzione, che ha portato alla detenzione della pluricandidata presidenziale Sandra Torres, il presidente uscente Jimmy Morales ha dichiarato lo “stato di assedio” in sei province e ventidue municipi delle regioni nord-orientali del Paese. Il 7 settembre scorso il Congresso ha ratificato il decreto avvallando le restrizioni dei diritti costituzionali e dando il suo benestare allo “stato di eccezione”. Ma cosa implica lo “stato di assedio” e cosa ha spinto il presidente della Repubblica e il Congresso a promuovere un’azione politica e militare tanto aggressiva? Continua a leggere

Guatemala, attiviste e attivisti per i diritti umani sotto attacco

Elaborazione grafica: Manuela Cencetti

di Simone Scaffidi (da Repubblica.it)

Cittá del Guatemala. La copertura internazionale delle notizie relative all’America Centrale é storicamente molto limitata e negli ultimi anni sembra concentrarsi sull’esperienza migratoria – quando questa é relazionata con le politiche protezionistiche statunitensi – e sulla spettacolarizzazione del narcotraffico e dei suoi protagonisti. Il racconto del Guatemala in questo contesto quasi scompare e ritorna a galla solamente nel periodo delle elezioni, oppure quando un comico televisivo, Jimmy Morales, diventa presidente della Repubblica. Continua a leggere

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Guatemala, da vent’anni i figli e le figlie dei desaparecidos esigono memoria e giustizia nella “Giornata dell’Esercito”

Questa galleria contiene 12 immagini.

di Simone Scaffidi (da Repubblica.it) Cittá del Guatemala – Per 36 anni, dal 1960 al 1996, le popolazioni che abitano il territorio dello stato guatemalteco hanno dovuto subire l’arroganza e la violenza dei militari. L’esercito si è reso protagonista della … Continua a leggere

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#Messico: sempre più crepe dopo il terremoto #19S #CDMX @cittadelcapo

Messico terremoto[di Perez Gallo, Fabrizio Lorusso e Nino Buenaventura (lamericalatina.net) da RCDC] “Andatevene a casa, non serve più aiuto”, intimano alcuni poliziotti federali a una brigata di cittadini solidali a San Gregorio, uno dei rioni del sud di Città del Messico dove il terremoto del 19 settembre ha fatto crollare una cinquantina di edifici. Alla difficoltà di organizzarsi negli aiuti, nel recupero di cibo e materiali, e negli scavi tra le rovine, fisiologiche in una megalopoli da 20 milioni di abitanti, è venuto ad aggiungersi col passare delle ore un atteggiamento ostile da parte delle autorità. “Nella capitale la polizia, la marina e soprattutto l’esercito in 45 punti critici stanno impedendo l’accesso ai volontari e chiudono del tutto i siti alle 9 di sera, proprio quando c’è più silenzio ed è più facile individuare le persone sotto le macerie”, spiega un comunicato dei Topos, organizzazione nata dopo il terremoto dell’85 e tra le più organizzate ed efficaci negli aiuti. “Il fatto è che agiscono goffamente, entrano negli edifici pieni di paura, si lamentano per il freddo, non danno informazioni, non fanno nulla pur essendoci migliaia di volontari disposti a entrare per cercare i loro cari, e così si perdono preziosi minuti per incontrare persone vive per cui ci sono cibo e braccia in abbondanza, ma l’esercito impedisce i salvataggi”, conclude il testo.  Continua a leggere

Petizione dalla Francia: NO alla presenza del presidente messicano Peña Nieto alle celebrazioni del 14 luglio

(Lettera della comunità messicana in Francia e dei firmatari di questa petizione indirizzata a François Hollande, Presidente francese, e a Laurent Fabius, Ministro degli Affari Esteri) – français: https://goo.gl/CgIWFY / español: http://urlz.fr/22fD / català

AyotzinapaFrancia_460x290_pub-uploads-columnistas-imagenes variasNO alla presenza del presidente Enrique Peña Nieto alla commemorazione del 14 luglio 2015

Petizione su Change.Org – Puoi firmare qui link

Signor Presidente,

Negli ultimi mesi, il Messico ha vissuto una serie di eventi drammatici che hanno sconvolto l’opinione pubblica. Ci riferiamo ai crimini di Stato commessi dall’Esercito messicano a Tlatlaya (nello stato di México) nel giugno 2014, dalla Polizia Municipale a Iguala (nello stato di Guerrero) nel settembre 2014 e, più recentemente, dalla Polizia Federale a Apatzingán (nello stato di Michoacán), nel gennaio 2015.

Il presidente Enrique Peña Nieto si è mostrato insensibile alle critiche e rifiuta di riconoscere l’aggravemento della situazione dei diritti umani in Messico. Non esigendo che la giustizia messicana compia pienamente la sua missione e screditando i giornalisti e gli organismi internazionali che criticano il suo governo, Enrique Peña Nieto si rende complice dei mandanti di tutti questi crimini. In un tale contesto di impunità, repressione e censura, alla società civile messicana non resta che rivolgersi alla comunità internazionale, per ottenere giustizia e per esigere garanzie di non repetizione di queste gravi violazioni dei diritti umani.

È giunta l’ora di prendere sul serio la violenza sistemica che vive il popolo messicano e di cui lo Stato, attraverso le sue forze dell’ordine, è direttamente responsabile. La situazione è troppo grave perché i legami diplomatici tra Francia e Messico si basino esclusivamente su considerazioni di tipo economico. Il Messico sta attraversando una crisi umanitaria che non viene riconosciuta come tale e, al tempo stesso, una crisi di rappresentatività senza precedenti, a causa dell’immoralità dei suoi governanti.

Per queste ragioni, rifiutiamo la presenza del presidente Enrique Peña Nieto alle commemorazioni del 14 luglio 2015, così come tuttti gli onori che gli sono stati conferiti e Le chiediamo di riconsiderare il Suo invito.

Signor Presidente, La preghiamo di prestare attenzione alle preoccupazioni e alle richieste della società civile messicana. La vocazione della Francia, che Lei incarna, non è di onorare un dirigente implicato in atti repressivi e sospettato di corruzione, in cambio di succulenti contratti di armamento. Ancor meno, di pemettere che sugli Champs Elysées sfilino forze armate segnalate per molteplici e documentate aggressioni contro la popolazione civile. Al contrario, La invitiamo ad approfittare di questa occasione per rinnovare il Suo impegno nella difesa dei diritti umani e per condannare pubblicamente le sparizioni forzate, la tortura generalizzata e le esecuzioni extragiudiziali perpetrare quotidianamente in Messico in tutta impunità.

Leggere il testo integrale

Peña Hollande

Elezioni in Messico e Militarizzazione: Stato di Assedio a Tixtla, Guerrero

GUERRERO MESSICO ASSEDIO

STATO DI ASSEDIO A TIXLA, GUERRERO. COMUNICATO DI OMAR GARCIA (STUDENTE DELLA SCUOLA NORMALE RURALE “ISIDRO BURGOS” DI AYOTZINAPA)

Come previsto l’intenzione governativa è di garantire in maniera “pacifica” la giornata elettorale di domenica prossima. Una delle forme alle quali il governo è ricorso è quella di accerchiare
la città.

Nei giorni scorsi sono stati trasferiti impressionanti plotoni militari verso Guerrero, camion blindati, camionette, carri, etc.

Dal pomeriggio di lunedi sono stati installati posti di blocco da parte
di Esercito, Gendarmeria, Polizia federale e la Marina, nelle 3 vie di accesso alla città.

Come è da tempo pubblico noi che da otto mesi lottiamo per il ritorno a casa dei nostri 43 compagni ci opponiamo allo svolgimento delle elezioni nello stato di Guerrero.

Le ragioni sono state esposte varie volte e tutte arrivano ad un punto evidente: molti che oggi si sfidano per i posti pubblici sono collusi con il crimine organizzato.

Non sappiamo se queste misure abbiano come obbiettivo di lasciarci fuori dalla lotta in questo periodo elettorale oppure ci siano altri obbiettivi contro la nostra scuola.
Viste le passate aggressioni o minacce di chiuderla noi come alunni e come padri e madri di famiglia temiamo il peggio.

Il pomeriggio di lunedi 8 compagni della scuola sono stati fermati e liberati grazie alla pronta mobilitazione di studenti, genitori, organizzazioni e organismi di diritti umani.

Anche oggi martedi si sono registrati scontri fra il movimento e le forze governative.

Questo non succede solo a Guerrero ma la repressione e la presenza militare sta aumentando a Oaxaca, Michoacan e contro il popolo ribelle di Atenco.

Il paese è in tensione.

Non saranno le elezioni a definire il cambiamento di questo paese, che si facciano o meno noi continueremo la nostra lotta.

Chiediamo di prestare attenzione a quello che succederà in queste giornate.
Però soprattutto chiediamo di prepararsi per quello che succederà
immediatamente dopo la scandalosa giornata elettorale.

Lo stato messicano cerca legittimità, molti persone sono pronte a legittimare altri assassini, corruzione, ingiustizia e povertà. NOI NO!

PERCHE’ VIVI LI HANNO PRESI!
VIVI LI RIVOGLIAMO!

Omar Garcia – 3, giugno 2015

link originale

Il Messico in marcia per la pace

MarchaPazMex030(Medium).jpgCittà del Messico. Domenica otto maggio duemilaundici. “Grazie per pensare al nostro futuro”. E’ la frase scritta con un pennarello blu su un foglio da disegno che un bambino dall’espressione serissima e rispettosa mostra ai manifestanti della Marcha por la Paz (Marcia per la Pace, vedi Foto). Dalle sette del mattino sempre più persone si sono aggiunte alla carovana pacifica convocata dal poeta e giornalista Javier Sicilia che è partita giovedì scorso da Cuernavaca, capoluogo della regione di Morelos a un’ottantina di chilometri a sud della capitale messicana. Dopo il brutale assassinio di suo figlio Juán Francisco Sicilia, Javier ha catalizzato l’attenzione dei media e s’è fatto portavoce di migliaia di vittime colpite e addolorate che non vengono ascoltate dalle autorità e che vogliono ribellarsi all’impunità dilagante (circa il 98% dei reati nel paese non viene punito) e all’indifferenza ufficiale. Il bambino immobile col suo cartello sta seduto sul ciglio dell’immensaavenida Río Churubusco di Città del Messico mentre decine di persone s’affannano a fotografare lui e il suo messaggio che meglio di tutti riassume l’intensità e la speranza nascoste nelle sfide di un Messico tormentato dalla famigerata “guerra al narcotraffico”.
Una lotta sanguinaria e repressiva che non attacca le cause del problema ma solo ne esaspera i sintomi e le conseguenze: è stata lanciata dal presidente Felipe Calderón alla fine del 2006 sostanzialmente per lenire le eterne e fasulle preoccupazioni statunitensi e soprattutto per riempire l’enorme vuoto di legittimità creatosi dopo le contestate elezioni di quell’anno in cui il Prd (Partido de la Revolución Democrática, all’opposizione) e l’ex-candidato López Obrador denunciarono brogli e bloccarono la capitale per mesi con proteste di ogni tipo. Da allora il saldo di vittime provocato dalla militarizzazione delle operazioni di sicurezza e dalle battaglie istigate tra i cartelli del narco non hai mai smesso di crescere, anno dopo anno, fino a superare ormai la cifra di 40mila morti.
Siamo a un tasso di quasi 20 morti per 100mila abitanti, il doppio rispetto a cinque anni or sono, e il rispetto dei diritti umani è diventato una chimera. Ormai la gente lo ha capito, ha sofferto sulla propria pelle e ha deciso di reagire contro le reti di corruzione, impunità, violenza, protezione e connivenza che la politica ha intessuto con il mondo del narcotraffico, specialmente con il Cartello di Sinaloa di Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo.MarchaPazMex209(Medium).jpg Dalla frontiera con gli Usa, da Ciudad Juárez e da Tijuana, fino a San Cristóbal de las Casas, in quel profondo sud chiapaneco dove anche la Otra Campaña dei neozapatisti ha aderito alla protesta, migliaia di cittadini con la maglietta bianca e il lemma “no más sangre” (“non più sangue”) di una ventina di città hanno riempito strade e piazze per stare affianco a chi sa rispondere con la parola e la poesia agli affronti delle armi e dell’indifferenza. Secondo la dettagliatissima ricerca della giornalista messicana Anabel Hernández, autrice de Los Señores del Narco e minacciata di morte, El Chapo e i suoi “onorati” compadres di Sinaloa, come Ismael El Mayo Zambada e Juán José Esparragoza Moreno, alias El Azul, godono da anni della protezione governativa e della connivenza delle autorità che dovrebbero perseguitarli e combattere tutti i cartelli allo stesso modo ma sembra che, al contrario, sia prevalsa la linea di favorire gli affari sporchi di un unico gruppo delinquenziale per cercare d’ottenere un miraggio di stabilità.
Ammazziamo gli altri e mettiamoci d’accordo con quelli che faremo vincere, in soldoni. Intanto difendiamo gli amici degli amici, consolidiamo le reti di complicità e dimostriamo alla gente e ai gringos che così va bene, che abbiamo catturato tutti i capi più importanti dei vari bandi in lotta.

Proprio come si sente ogni giorno nei pretenziosi spot radiofonici ufficiali in cui viene sciorinata una lista di nomi di narcos famosi, magari solo i fratelli o cognati di qualche storico capo degli anni ottanta e novanta che fanno sempre la loro scena, come se ormai il peggio fosse passato. Invece i pesci grossi sono ancora liberi e poi si sa, morto un Papa se ne fa un altro e presto ci saranno nuove liste di nomi da presentare a un’opinione pubblica incazzata e triste che non ci sta più.
Inoltre non esistono la volontà e la forza politica di mettere in atto misure reali e dure contro i narcos, attaccandoli sul serio dove fa più male: chiudere i rubinetti a livello finanziario e smettere di sovvenzionare le imprese loro e dei loro familiari e prestanome con fondi pubblici, in primis. MarchaPazMex126(Medium).jpg
Poi imporre il carcere duro, lanciare politiche di sviluppo nelle regioni più depresse, epurare le file più incancrenite della politica, dedicare risorse all’istruzione, alla prevenzione dei crimini collegati al narcotraffico, alla riconversione delle produzioni e all’intelligence anziché alla guerra, e infine andare verso la legalizzazione del consumo delle droghe leggere e pesanti.
Oltrefrontiera, negli Usa, se ne sta già parlando e, sebbene in California il “sì” non abbia vinto, c’è già stata una votazione popolare sul tema che ha risvegliato il dibattito. In Messico solo l’ex presidente Vicente Fox, ora che non governa più, lancia proposte coraggiose e provocatorie in favore della legalizzazione nonostante non abbia fatto gran che durante la sua amministrazione per affrontare il problema. Piuttosto lo ha aggravato, come dimostra bene la Hernández nel suo libro. Quindi i “signori del narco” non sono solo i capi mafiosi. Anzi, i veri responsabili del problema sono tutti i settori della società che non reagiscono e che avrebbero il potere di farlo, dai politici come Genaro García Luna, l’ormai indifendibile e corrotto fino al midollo Ministro della Pubblica Sicurezza, ai grandi imprenditori immersi fino al collo nei traffici illeciti e nel sostegno “bi-partisan” tanto ai narcos come ai poteri forti che dichiarano “guerre” false contro di loro, tanto ai corrotti come ai corruttori.

Anche per questi motivi la tristezza di Javier Sicilia ha iniziato a manifestarsi senza mezzi termini poco più di un mese fa, subito dopo l’omicidio di suo figlio e di alcuni suoi amici e colleghi, con la lettera intitolata “Estamos hasta la madre” (che io traduco liberamente con “Ne abbiamo pieni i coglioni”) ed è continuata nel Zocalo, l’immensa piazza centrale della capitale, con un discorso per un “Messico in pace con giustizia e dignità” e con una richiesta gridata da Javier e dalla piazza al presidente della repubblica: le dimissioni del Ministro per la (In)sicurezza García Luna. Sono partiti in mille e sono arrivati in 200mila dopo l’ultima notte passata in campeggio nella spianata della Universidad Nacional Autónoma de México e tre giorni di cammino, catarsi e commemorazioni pubbliche di tanti padri, tante madri, fratelli, amici, uomini e donne che hanno visto scomparire i loro cari in una delle guerre che affliggono questo paese. MarchaPazMex350(Medium).jpg
Il cartello di un manifestante prova a elencarle e, se da una parte pare un necrologio del decennio di governi del Pan (Partido Acción Nacional), dall’altra le stesse storie parlano di orgoglio e resistenza e non solo di sconfitte, anche perché sono potute arrivare fino a noi e fino al Zocalo proprio in questo 8 maggio di pace: il narco; i femminicidi; il caso dell’incendio nell’asilo nido ABC di Hermosillo, Sonora; le narco-fosse; il treno dei migranti centroamericani in balia del crimine organizzato e di quei settori della polizia organizzati per delinquere; le brutali repressioni di Atenco e di Oaxaca del 2006; l’isolamento e la lotta del municipio autonomo di San Juán Copala; la militarizzazione generale del paese e delle sue comunità, senza dimenticare che nel sud e in particolare nel Chiapas è stata la norma per decenni; le intimidazioni contro i difensori dei diritti umani e i giornalisti. Tutti presenti coi loro cartelli e le loro speranze di ottenere giustizia e far sentire la propria voce. Lo hanno ribadito a San Cristòbal oltre 5mila membri e simpatizzanti dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) nella loro prima riapparizione pubblica da cinque anni a questa parte. Il comandante David ha letto un appello alla solidarietà con le vittime innocenti della “guerra contro la criminalità” inviato dal Subcomandante Marcos il 7 maggio.
Hanno sfilato insieme a cittadini di ogni classe sociale, insieme agli universitari, ai Comitati come quello dei fratelli Cerezo, finalmente usciti di prigione dopo quasi un decennio di lotte per la giustizia, agli indigeni e agli zapatisti, ai disoccupati, ai sindacalisti dello Sme (il sindacato messicano degli elettricisti liquidato con l’impresa elettrica Luz y Fuerza via decreto presidenziale) e pure alla classe media delle zone relativamente tranquille e benestanti della gran Ciudad de Mèxico.MarchaPazMex097(Medium).jpg Nel corso della lunga camminata migliaia di persone si sono incorporate e hanno dimostrato la loro solidarietà sfamando e dissetando i manifestanti attanagliati da temperature intorno ai trenta gradi per tutta la giornata. In tanti si sono dedicati a realizzare performance di teatro da strada, letture di poesie, rappresentazioni simulate della violenza, cori e suonate. Verso le 5 del pomeriggio, dopo quindici chilometri di strada e quasi nove ore di marcia, il contingente principale ha raggiunto il centro e dal palco si sono susseguite le voci, da sempre inascoltate, delle vittime della violenza. Numerose e dolorose si sono alzate le grida per ottenere giustizia così come le volontà espresse di continuare sulla strada della mobilitazione pacifica e della sensibilizzazione senza le quali non c’è un futuro minimamente accettabile per il Messico.
E’ stata presentata una proposta per nuovo patto sociale basato sulla necessità di chiarire e castigare i delitti attraverso un cambiamento deciso di strategia dalla “guerra” alla sicurezza cittadina nel rispetto dei diritti umani. Sicilia e i manifestanti hanno chiesto una politica economica e sociale che crei opportunità per i giovani e fermi il riciclaggio del denaro e le fonti finanziarie dei narcotrafficanti così come una riforma politica che preveda la revoca del mandato, le candidature cittadine, la democratizzazione dei mezzi di comunicazione e l’eliminazione dell’immunità parlamentare. Domenica sera il Ministero degli Interni ha semplicemente replicato che le forze militari non costituiscono l’origine della violenza. Si resta in attesa di qualche dichiarazione degna di questo nome.
La manifestazione per la pace dell’otto maggio ha avuto il merito di far nascere unmovimento nuovo anche rispetto alle proteste di massa di qualche anno fa che erano genericamente “contro la delinquenza” e in qualche modo più legate alla destra politica che ha gestito il discorso sulla sicurezza e la delinquenza in modo quasi esclusivo. MarchaPazMex271(Medium).jpg
I settori politici conservatori e le classi alte delle città s’espongono solamente in determinate occasioni quando riescono ad uscire dalle loro zone dorate e dai loro quartieri bunker per promuovere iniziative annacquate di cambiamento sociale mentre quello di cui c’è bisogno è sicuramente uno sconvolgimento delle logiche, della cultura e della società dal basso e da dentro. Sicilia ha lanciato un ultimatum alle autorità e ai partiti, accusati di essere infiltrati da una e più mafie, annunciando che “non accetteremo più un’elezione se prima i partiti non ripuliscono i loro ranghi da quelli che, con la maschera della legalità, sono collusi con il crimine”. Il 10 giugno prossimo a Ciudad Juàrez le “Commissioni di Verifica e Sanzione” che la società civile sta formando e che sono aperte a tutti i cittadini, quartieri e comunità si riuniranno per formulare piani concreti e tabelle di marcia su queste proposte come ulteriore passo della mobilitazione.  Di Fabrizio Lorusso da Carmilla.

Guerrero, Messico: l’indigena Valentina Rosendo contro lo Stato messicano

Riporto qui le informazioni disponibili sulle evoluzioni di un caso che dopo 8 anni di dure lotte è riuscito ad arrivare alla Corte Intermericana dei Diritti Umani portando il Messico, cioè lo Stato messicano, a doversi di nuovo confrontare con alcune sue tristi realtà fatte di repressione, violenza, autoritarismo, militarismo e abusi di chi detiene mezzi e potere contro i cittadini (che poi è la definizione di “violazione ai diritti umani”, cioè un abuso commesso da un’autorità costituita contro le garanzie individuali e i diritti inalienabili della popolazione).

Spesso in America Latina l’unico appello possibile e dotato di un alto livello di imparzialità e legittimità è quello che i cittadini interpongono contro le autorità dei rispettivi paesi presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani, un organo emanato dalla Organizzazione degli Stati Americani (leggi articolo in spagnolo su perché il Messico non adempie…).

Le sue sentenze non sono giuridicamente vincolanti per gli Stati membri ma costituiscono frequentemente l’unica possibilità di ottenere giustizia contro sistemi politici e giudiziari corrotti e incapaci di svolgere correttamente le loro funzioni di grazia e giustizia oltre al fatto che hanno una fortissima rilevanza a livello di diritto internazionale e mediatico quindi per lo meno obbligano i rappresentanti dello Stato ad esmprimere opinioni e dichiarare quando intendono adempiere alle decisioni della Corte (cosa che è poi difficile da ottenere al 100%).

A questo Link altri casi importanti (in italiano)!

Valentina Rosendo vs Stato messicano da LatinoAmericaExpress

Il 29 maggio alle 10 del mattino ora di Città del Messico e  alle 9 ora di San Josè, Costa Rica, è cominciata l’udienza pubblica che la Corte interamericana dei Diritti Umani aveva programmato per conoscere gli elementi delladenuncia dell’indigena me´phaa dello stato messicano di Guerrero, Valentina Rosendo Cantú, contro lo Stato messicano per la detenzione illegale, la tortura e lo stupro che questa ha sofferto ad opera dei militari del 41esimo battaglione dell’esercito.

Nella prima fase dell’udienza – in cui si sono presentati la vittima, un testimone e un perito – i giudici hanno ascoltato “privatamente” la testimonianza di Valentina durante circa 40 minuti. Questa decisione della Corte dipende dal fatto cheil Tribunale adotta delle misure speciali e necessarie nei casi di violenza sessuale per minimizzare i rischi di nuove vessazioni.

Valentina ha chiuso il suo intervento esigendo allo Stato messicano che”la lasci vivere in pace con sua figlia”, in riferimento all’ambiente ostilein cui ha vissuto durante 8 anni, dopo aver iniziato la sua lotta per poter avere accesso alla giustizia nella speranza di un processo e una condanna contro i militari che l’aggredirono sessualmente.

Oltre a Valentina si sono presentati come testimoni anche, Hipolito Lugo Cortes, osservatore generale della commissione per la difesa dei diritti umani nello stato di Guerrero (Coddehum), e, in qualità di perita, l’avvocatessa ed esperta internazionale in questioni di genere e diritti delle donne, Roxana Arroyo.Oggi stesso finiranno di essere ascoltati dalla Corte tutti gli altri testimoni e i rappresentanti legali della comunità di Tlachinollan in cui avvennero le violazioni contro Valentina e anche i delegati dello Stato messicano, tutti burocrati di basso profilo inviati dal Ministero degli Esteri e della Difesa.

Informazione in spagnolo diffusa da: Area di Comunicazione e Visibilità di “Cencos” (Centro Nazionale di Comunicazione Sociale)

http://justiciaporinesyvalentina.wordpress.com

Cristina Hardaga Fernández.
Coordinadora del Área Internacional
Centro de Derechos Humanos de la Montaña Tlachinollan

Más Info – Più Info

Blog Misterios Públicos

Centro Nacional de Comunicación Social

EN ESPAÑOL:

Audiencia: Demanda de Valentina Rosendo vs Estado mexicano

(corte/13:30 horas)

Hoy a las 10 de la mañana tiempo de México y 9 hora local de San José, Costa Rica, inició la audiencia pública que la Corte Interamericana de Derecho Humanos, programó  para conocer la demanda de la indígena me´phaa de Guerrero, Valentina Rosendo Cantú contra el Estado mexicano por la retención ilegal, tortura y violación sexual que sufrió en manos de militares del 41 Batallón de Infantería.

En la primera etapa de la audiencia -donde se presenta la víctima, un testigo y una perita-, los jueces escucharon de “manera privada” el testimonio de Valentina durante unos 40 minutos. Esta determinación de la Corte, es porque ese Tribunal considera que cuando se trata de una víctima de violación sexual tiene que adoptar las medidas necesarias que reduzcan al máximo el riesgo de una revictimización.

Valentina cerró su comparecencia exigiendo al Estado mexicano que: “me dejen vivir en paz con mi hija”, en referencia al ambiente hostil que ha vivido a lo largo de ocho años, tras haber iniciado una lucha por acceder a la justicia y en busca de que los militares que la agredieron sexualmente sean procesados y sancionados.

Además de Valentina comparecieron como testigo, el Visitador General de la Comisión de Defensa de los Derechos Humanos del estado de Guerrero (Coddehum), Hipolito Lugo Cortes y en calidad de perita, la abogada y experta internacional en asuntos de género y derechos de las mujeres, Roxana Arroyo.

En este momento la Corte declaró un receso y reanuda  sesión a las 4 de la tarde  hora de México, en donde escuchará los alegatos orales de los representantes de Valentina y del Estado mexicano.

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Difusión Cencos México D.F., 27 de mayo de 2010 – Corte de las 16 horas

Avance informativo
Tlachinollan

En estos momentos, la Corte Interamericana de Derechos Humanos reanuda la sesión para escuchar los alegatos orales finales del caso Valentina Rosendo Cantú contra el Estado mexicano, que se realiza en San José, Costa Rica.

En la delegación de representantes legales de Valentina se encuentran por Tlachinollan: Vidulfo Rosales Sierra, Santiago Aguirre Espinosa, Mario Patrón Sánchez, Alejandra González Marín (del Área Jurídica) y Cristina Hardaga (del Área Internacional); Por CEJIL, están Gisela de León (abogada). La delegación de la CIDH -organismo que turnó a la Corte la denuncia contra el Estado mexiano- está Lilly Ching (asesora).

La delegación del Estado mexicano, está integrada por una decena de funcionarios de bajo perfil que van encabezados por Armando Vivanco Castellanos, Director General Adjunto de Casos, Democracia y Derechos Humanos de la Dirección General de Derechos Humanos y Democracia de la Secretaría de Relaciones Exteriores (SRE); y Rogelio Rodríguez Correa, Subdirector de Asuntos Internacionales de la Dirección General de Derechos Humanos de la Secretaría de la Defensa Nacional (SEDENA).