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En @RadioEducación: Medios, #Golpe e #Impeachment de #DilmaRousseff #Brasil en

A questo link si puó ascoltare il podcast del programma di Radio Educación Messico EL FIN JUSTIFICA LOS MEDIOS, di del 19 maggio 2016 in cui parliamo del golpe bianco in Brasile e del ruolo di Rede Globo e i mass media.

O globo TV Brasil

“El golpe parlamentario contra la presidenta de Brasil, Dilma Russeff, ha sido un proceso fraguado por varios actores políticos, pero hubiera sido imposible sin la participación de los medios de comunicación comerciales de ese país. Hoy hablaremos de esto en nuestra Entrevista con el Doctor en Estudios Latinoamericanos Fabrizio Lorusso.
También vamos a presentarles un reportaje sobre el homenaje al musicalizador de la radio, Vicente Morales; y por supuesto, nuestra sección de noticais, Notimedios”.

Programa radiofónico dedicado a la comunicación que se transmite todos los jueves de 13:05 a 14:00 hrs. por Radio Educación, 1060 AM. Escuchar radio en vivo link Radio su Twitter link

Fin Medios Radio Educacion

A poche ore dal golpe bianco in Brasile

Brasil

(Fabrizio Lorusso – Huffington Post) Tra poche ore dovrebbe consumarsi un altro atto del colpo di stato “a puntate” contro la presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff, eletta circa un anno e mezzo fa col voto diretto di oltre 54 milioni e mezzo di cittadini. Anche se tra marzo e aprile una parte sostanziale dei mass media internazionali hanno denunciato la forzatura in corso contro la giovane (appena trentenne) democrazia brasiliana, ora la tensione sembra in calo e la rassegnazione prende il sopravvento.

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Le strategie delle destre in Brasile

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

nao vai ter golpe (1)In Brasile da circa tre anni l’offensiva contro l’esecutivo di Dilma Rousseff, presidentessa eletta per un secondo mandato nel 2014 col 51% dei voti, e il governativo Partido dos Trabalhadores (PT) è alimentata da fattori congiunturali, come la caduta del PIL (-3,8% nel 2015) e delle esportazioni (14,1%), l’inflazione (10,6%) e la svalutazione della moneta nazionale, il Real (del 48,3%), ma anche da elementi strutturali e da una strategia basata su tre pilastri: il politico, il mediatico e il giudiziario. Tutti vengono a sovrapporsi e ad allacciarsi con la difficile situazione economica.

Golpe Soft?

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Las Estrategias de la Derecha Brasileña @Desinformemonos #Brasil #AmericaLatina

nao vai ter golpe

[De Fabrizio Lorusso para Desinformémonos] La ofensiva contra el gobierno de Dilma Rousseff y el Partido dos Trabalhadores (PT) se ha nutrido de factores coyunturales, como el frenazo de PIB y exportaciones, la inflación y la devaluación del Real, pero también de una estrategia basada en tres pilares, entrelazados con la difícil situación económica: el político, el mediático y el judiciario.

Así, en los medios, en la calle y en las instituciones, se preparan las condiciones para un golpe soft, o sea el derrocamiento no violento de un gobierno por medio de la desestabilización, el fomento de conflictos y el uso de recursos constitucionales excepcionales, como el impeachment, incluso en situaciones que no lo ameritarían. Si hoy un golpe militar ya no es viable, hay entonces otras tácticas no electorales, legitimadas por poderes fácticos y actores externos, para defenestrar a un mandatario, por ejemplo armando enredos judiciarios o parlamentarios, como en Honduras y Paraguay, o bloqueando el proceso legislativo y cabalgando el descontento popular.

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La Terza del Chapo Guzmán: Radio-Intervista a #Modem @RSIonline #NarcoGuerra

chapo hangar aeropuerto MX

A questo link potete ascoltare la puntata integrale di Modem programma di Radio Svizzera Italiana RSI – Rete Uno – andato in onda il 12 gennaio 2015.  Scarica/Ascolta QUI l’MP3. Parliamo della cattura del Chapo Guzmán e la NarcoGuerra o guerra alle droghe in Messico, in studio l’antropologa Chiara Calzolaio e l’esperto di narcotraffico Piero Ferrante, conduce il giornalista Nicola Lueoend.

E’ considerato il più ricco e potente narcotrafficante al mondo, Joaquin “El Chapo” Guzman è stato riacchiappato lo scorso venerdì. “Missione compiuta, ha annunciato con un tweet il premier messicano Enrique Pena Nieto che, in un breve intervento televisivo, ha parlato di un trionfo per lo stato di diritto. Una cattura che ora fa discutere anche perché forse agevolata da un’intervista concessa dal boss del cartello di Sinaloa al noto attore, regista ed attivista americano Sean Penn, anche lui sotto inchiesta. Ma quale significato dare a questo arresto?

E’ la terza volta che “El Chapo” finisce in carcere. Ma nei casi precedenti, la prigionia si è sempre trasformata in fuga. Gli Stati Uniti hanno chiesto la sua estradizione e lo scenario qui potrebbe essere diverso. Ma anche se così fosse, cambierà qualcosa per le mafie messicane del narcotraffico, organizzazioni criminali tanto potenti quanto spietate, e vero e proprio stato nello stato?

A Modem ne discutiamo con l’esperto di narcotraffico Piero Innocenti e con l’antropologa Chiara Calzolaio, autrice di studi sulla violenza in Messico.

In registrato, l’intervista al giornalista e docente universitario Fabrizio Lorusso, residente in Messico; e la testimonianza della madre di quattro figli uccisi dai narcos.

El Clavel Negro (Black Pimentel) Film sull’Ambasciatore Svedese Harald Edelstam #Cile #Golpe #Pinochet #1973

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

El clavel negro (en sueco: Svarta nejlikan) es una película dramática sueca dirigida por Ulf Hultberg y protagonizada por Michael Nyqvist, Kate del Castillo y Lisa Werlinder.

Wikipedia in spagnolo: El clavel negro (en sueco: Svarta nejlikan) es una película dramática sueca dirigida por Ulf Hultberg y protagonizada por Michael Nyqvist, Kate del Castillo y Lisa Werlinder. La película está basada en hechos reales. Narra la historia de Harald Edelstam, embajador de Suecia en Chile, quien después del golpe militar de Augusto Pinochet el 11 de septiembre de 1973 salvó la vida de 1 300 personas acogiéndolas en la embajada para luego enviarlas a Suecia. Edelstam se había ganado el apodo que da nombre a la película, “El clavel negro”, por su labor humanitaria antifascista en la Noruega ocupada por los nazis, en referencia al héroe ficticio La pimpinela (clavel) escarlata, quien salvó muchas vidas durante la revolución francesa. La película fue rodada en Chile en la primavera de 2006 y estrenada el 14 de marzo de 2007. IN INGLESE LINK

El clavel negro

La destra in Paraguay: Horacio Cartes nuovo presidente

Cartes-celebracion-banderadi Fabrizio Lorusso @CarmillaOnLine – Domenica 21 aprile il Paraguay ha scelto il suo presidente, ha rinnovato il suo parlamento e 17 governatori ed ha cambiato colore politico. Migliaia di camicie rosse rumoreggianti hanno invaso le strade della capitale Asunción per festeggiare la vittoria di Horacio Cartes del Partido Colorado (PC). Ma l’apparenza spesso inganna e i “rossi” non erano militanti comunisti o del PT brasiliano, né erano simpatizzanti del neoeletto presidente venezuelano Nicolás Maduro o del progetto socialista dello scomparso comandante Hugo Chávez. Infatti, il PC si colloca decisamente a destra nel panorama politico del paese sudamericano, è stato al governo per 61 anni e ha sostenuto la dittatura di Alfredo Stroessner tra il 1954 e il 1989.  Solo nel 2008 la candidatura di Fernando Lugo, sostenuto dal conservatore Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA) e da altre formazioni di area progressista (diciamo, socialdemocratica), riuscì a dare un governo diverso al paese, anche se poi già dai primi mesi il fronte comune di centro-sinistra si sfaldò e si cominciò a sentir parlare di possibili colpi di Stato più o meno “istituzionali”. Cosa che, di fatto, accadde puntualmente l’anno scorso.

Questa volta, però, Horacio Cartes, milionario imprenditore cinquantaseiennem in politica solo dal 2009, ha ottenuto il 45,8% dei suffragi e s’è imposto sul principale rivale, Efraín Alegre del PLRA, fermo al 36,9%. L’affluenza è stata del 68,6% su 3,5 milioni di cittadini aventi diritto al voto (e su un totale di 6,5 milioni di abitanti). E’ la più alta nella storia democratica del paese che ha realizzato sei elezioni in 23 anni di democrazia. Nettamente staccate le coalizioni progressiste Avanza País, al 5,88%, e Frente Guasú, con il 3,32%. Tra le file del Frente milita anche l’ex presidente e sacerdote Fernando Lugo che ha ottenuto un seggio al senato. Cartes, proprietario dell’omonima holding di 24 compagnie e laureato negli USA in meccanica aeronautica, possiede aziende nei settori più disparati: dalle sigarette al commercio di carne e bevande, dall’abbigliamento ai trattamenti contro l’obesità. Immancabile anche il suo interesse per il calcio: dal 2001 Cartes ha vinto sette campionati con il Club Libertad.

Cartes

Nel giugno 2012 Lugo ha accusato Cartes, e in generale tutto il PC, di aver cospirato contro di lui, siccome venne deposto con un “giudizio politico”, un procedimento sommario previsto dalla Costituzione ma mai applicato in Paraguay. I colorados e i liberali hanno giudicato e destituito il presidente in meno di 24 ore, sostenendo che fosse il responsabile di una mattanza di contadini e poliziotti nella località di Curuguaty nonché del clima d’insicurezza nel paese.

Come espresso dal discorso tenuto da Lugo all’indomani di questo vero e proprio golpe istituzionale, il sostegno di entrambi i partiti storici e anche del Vaticano in questa torbida operazione fu palese e mirava a garantire la continuità dell’establishment tradizionale.

I Capi di Stato di mezza America Latina, specialmente quelli dei paesi membri del Mercosur (Mercato Comune del Sud) come l’Argentina, il Brasile, la Bolivia e l’Uruguay, presero posizione contro il colpo di Stato e sospesero il Paraguay dai blocchi commerciali regionali per violazione delle clausole democratiche.

All’inizio del mandato di Lugo l’entusiasmo popolare per la vittoria di un “uomo nuovo” e per le promesse di riforma agraria e redistribuzione della ricchezza era alle stelle, ma scemò lentamente. L’opposizione parlamentare dei colorados e il ripensamento dei liberali, sempre più ostili al cambiamento promosso dall’outsider “sinistroide” e alla sua vicinanza con alcuni presidenti della regione come il brasiliano Lula, il boliviano Morales e il venezuelano Chávez, hanno sterilizzato l’azione di governo fino alla defenestrazione finale.

Il neoeletto Cartes resterà in carica fino al 2018, ma non potrà contare su una maggioranza parlamentare. Alla Camera sono disponibili ottanta seggi, mentre al Senato sono quarantacinque. Le stime dei risultati per la camera non sono definitive, ma quelle per il senato indicano percentuali del 36% per il PC, del 30,6% per i liberali in alleanza con i democratici progressisti, del 9,6% al Frente Guasú, del 5% ad Avanza País, mentre il resto va ad altri piccoli partiti.

Panorama commerciale america latinaPer questo da subito Cartes ha lanciato un (classico) appello all’unità nazionale e all’alleanza almeno tra i partiti maggiori per “migliorare la situazione del Paraguay, correggere il tiro e aprire nuove strade che vogliamo tutti”, ha affermato. “Dobbiamo lavorare per tutti i paraguayani perché siamo stati votati anche da elettori di altri partiti ed è un messaggio per l’unità”, ha aggiunto fiducioso.

Le priorità per i primi mesi di governo (i fatidici e tanto mediatizzati “cento giorni”) sono senza dubbio la lotta alla povertà, un fenomeno che interessa circa il 60% della popolazione (di cui il 20% almeno in stato di vera e propria indigenza o miseria), e la riforma agraria, visto che secondo l’ultimo censimento nazionale l’85,5% delle terre sono in mano al 2,06% degli abitanti, una vera e propria classe di latifondisti.

Di fatto, il 15 giugno dell’anno scorso, fu la degenerazione violenta di un conflitto tra polizia e contadini per l’occupazione di alcuni terreni nella comunità di Curuguaty che provocò 17 morti (sei poliziotti e undici contadini) e fu poi usata dai partiti per spodestare Fernando Lugo e mettere al suo posto Federico Franco del PLRA come presidente ad interim. Ad oggi le responsabilità della strage non sono state ancora chiarite dai magistrati.

Altre 4 accuse piuttosto strumentali vennero rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa ai fatti violenti di Curuguaty è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere e non da un giudice previa investigazione. Con un tempismo sospetto l’Ambasciata statunitense ad Asunción ha aumentato significativamente il suo personale nell’ultimo anno prima delle elezioni di domenica 21 aprile.

Riguardo la giornata elettorale l’Unione Europea e la OSA (Organizzazione Stati Americani) hanno accettato i risultati pur denunciando la mancanza di adempimento delle legge elettorale, la cooptazione massiccia di votanti da parte dei funzionari di partito, la violazione della legge che proibisce la divulgazione degli exit polls e, infine, l’irregolarità del comportamento del vicepresidente del Tribunal Supremo de Justicia Electoral (TSJE), Juan Manuel Morales, che domenica, prima della chiusura dei seggi, ha di fatto compromesso i risultati dichiarando pubblicamente che il rivale di Cartes, Alegre, “dovrà accettare le tendenze” che davano la vittoria allo stesso Cartes.

Panaroma politico america latinaA livello interno (ma anche internazionale in realtà) Cartes dovrà cercare di svincolarsi dalle accuse di legami col narcotraffico che, anche da dentro il suo partito, gli sono state rivolte a più riprese, malgrado non vi siano formalmente processi aperti contro di lui.

L’oppositore Efrain Alegre ha denunciato le connessioni del vincitore con il narcotraffico, oltre ad aver ricordato in campagna elettorale (con lo slogan “Contro il Paraguay delle mafie”) i tre mesi di detenzione che nel 1985 Cartes scontò per una questione di traffico di denaro.

Nel 2000 un piccolo aeroplano, immatricolato in Brasile e carico di cocaina e marijuana, venne ritrovato in una sua proprietà in territorio paraguayano, nella zona della frontiera col Brasile nota come “il prossimo Messico” ma formalmente chiamata Pedro Juan Caballero. In questa regione uno zio del politico, Juan Domingo Viveros Cartes, è stato arrestato più volte dagli anni 80 al 2012 per aver pilotato velivoli che trasportavano droghe. Cartes era amico di Fahd Jamil, noto nella triplice frontiera Paraguay-Argentina-Brasile per i suoi traffici illeciti e condannato a 30 anni in contumacia da un tribunale brasiliano per traffico di stupefacenti, evasione fiscale e riciclaggio. Jamil è stato in seguito graziato dalla Corte Suprema brasiliana, ma intanto l’amico di vecchia data è tornato prima delle elezioni, dopo 7 anni di silenzio, per “complimentarsi” con Cartes per la sua candidatura.

Inoltre nel 2004 l’impresario fu indagato in Brasile da una commissione parlamentare in quanto proprietario della Banca Amambay, accusata di riciclaggio di denaro sporco dopo la pubblicazione di un reportage basato sui report dell’agenzia antidroga americana, la Drug Enforcement Administration (DEA),  e confermati da filtrazioni di WikiLeaks. Vi sarebbero quindi informazioni abbondanti nei documenti di Wikileaks riguardanti Cartes e le operazioni che lo legano al riciclaggio di denaro, al finanziamento del commercio di stupefacenti negli USA, in Brasile e Argentina, e al contrabbando di alcool e tabacco. Al riguardo le accuse di contrabbando provengono da una Commissione Parlamentare di Indagine brasiliana che ha indicato come l’azienda di Cartes Tabesa (Tabacalera del Este SA, di proprietà del nuovo presidente e della sua sorella minore Sarah) sia una di quelle che introducevano illegalmente le sigarette paraguayane in Brasile.

[Nota finale. La cartina del “Panorama politico dell’America Latina” è puramente indicativa, serve solo a dare un’idea “cromatica” dei governi del subcontinente. Personalmente non considererei “di centro” il governo messicano, ma lo farei sfumare più nel blu che nel giallo. C’è stato un po’ di daltonismo nel dipingere la mappa!]

A Sud del Confine (South of the Border). Film di Oliver Stone in italiano

Storia del Venezuela e dell’America Latina all’epoca di Hugo Chávez: la crisi della fine degli anni 80, gli anni novanta e l’ascesa del “Comandante” nel paese andino (e caraibico) che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo e da 14 anni è immerso nel processo della Revolución Bolivariana: affascinante storia narrata in italiano nel documentario del 2009 di Oliver Stone. Articolo sul futuro del Venezuela a questo link.

Da wikipedia: A sud del confine[1] (South of the Border) è un documentario di Oliver Stone del 2009, presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è scritto da Tariq Ali. Il film cerca di spiegare e documentare il fenomeno Chavez, ex presidente venezuelano, e della rinascita socialista dell’America Latina. Dopo la morte di Chávez, il documentario è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane con il titolo Chávez – L’ultimo comandante da Movimento Film.[2]

Da YouTube: Oliver Stone si è recato in Venezuela per intervistare il Presidente Hugo Chavez e analizzare l’immagine che di lui hanno proposto i mezzi d’informazione: Chavez era davvero la forza “anti americana”rappresentata dai media?Una volta iniziato il viaggio,Stone e la sua troupe hanno avuto bisogno di spingersi oltre,hanno quindi intervistato con Evo Morales ( Bolivia ) ,Lula da Silva ( Brasile ) Cristina Kirchner (Argentina ) e il suo consorte ed ex Presidente Nestor Kirchner,Fernando Lugo (Paraguay), Rafael Correa ( Equador) e Raul Castro ( Cuba ).Il viaggio do Stone mette il luce il grande cambiamento che è avvenuto nel continente:non più paesi subordinati,economicamente e politicamente agli Stati Uniti,na una nuova dignità un nuovo ruolo internazionale,un unione tra popoli vicini sia geograficamente che politicamente.

Poster_of_the_movie_South_of_the_Border

El vuelo de la mariposa – TEASER – Il volo della farfalla

Un viaggio, anzi infiniti. E la politica, l’America centrale, l’Honduras, la sua gente in un sol volo, come quello della farfalla, sempre in trasformazione insieme alle persone, alla vita, alle forme di resistenza. Documentario di America Latina Cooperativa – Il viaggio della farfalla per l’America centrale (link sito – link facebook), un progetto che ha esplorato 6 paesi e 30 organizzazioni in Centroamerica. Leggi anche il reportage dall’Honduras

No importa la fuerza de la opresión, la lucha y la resistencia siempre vuelven a surgir. El vuelo de la mariposa es un documental sobre la realidad mesoamericana, lugar de explotación y violencia, lugar de esperanzas y utopías.

La película relata los procesos de transformación que se viven en esta región.
Las organizaciones populares, a partir de un momento de inmanencia, de auto transformación y de organización interna, trascienden su palabra y su esfuerzo en aras de posibilitar la articulación en redes y vínculos con otros pueblos y otras luchas.

En 2012, dando seguimiento al trabajo de fortalecimiento de las redes de cooperación en América Latina, el colectivo realizó “El vuelo de la mariposa por Mesoamérica”. Recorrimos 6 países de la región mesoamericana y visitamos cerca de 30 organizaciones, ahora con un equipo de 9 personas, desde educadores, cineastas, hasta artistas de teatro-circo.

Del Blog El mundo de manhana una nota sobre el doc:

“La mariposa nace como oruga, un animalito que no tiene casi importancia, insignificante, chiquitín, que cualquiera lo puede pisar, que no es nada, y, esta oruga, se mete en su capullo, que ella misma construye. Un símbolo muy representativo de lo que una persona debería de poder hacer con su vida: Elegir.” Con estas palabras, cargadas de fábula y de reivindicación, mi amiga Silvia Heredia describe los procesos de organización y resistencia que desde hace años se viven en los distintos países de América Central.

A Silvia la conocí, por primera vez, hace cinco años en mi primera visita a Honduras. Más tarde, a lo largo de 2010, la reconocí y compartí con ella y con la increíble gente de ‘Paso a Paso’ esfuerzos, luchas, procesos e injusticias a la par que confidencias, risas, rones clandestinos y esperanzas. Como digo es mi amiga, y además una de esas de las que uno está orgulloso de hablar allá por donde va. Lleva ya más de diez años viviendo en la intensa Rivera Hernández de San Pedro Sula trabajando y acompañando a un pueblo que ya es el suyo. Ahora, también, es un testimonios con rostro de los muchos que aparecen en el retrato coral de ‘El Vuelo de la Mariposa’, el vídeo que encabeza esta entrada y del que hoy me apetece hablaros.

En palabras de sus autores, este ‘Vuelo de la Mariposa’, “es un documental sobre la realidad mesoamericana, lugar de explotación y violencia, lugar de esperanzas y utopías”. Este trabajo busca reflejar, a través de distintos testimonios de varios países, los procesos de transformación que desde hace años se están viviendo en esta zona tan peculiar del mundo. En sus palabras, “las organizaciones populares, a partir de un momento de inmanencia, de auto transformación y de organización interna, trascienden su palabra y su esfuerzo en aras de posibilitar la articulación en redes y vínculos con otros pueblos y otras luchas”. Un servidor, que tuvo el orgullo de vivir en su propio pellejo la consolidación de la Resistencia (pacífica) hondureña, tiene muy claro que estas luchas nos marcan el camino y que tal vez debiéramos prestarles mucha más atención de lo que habitualmente hacemos. Nos van un paso por delante en este recorrido de lucha por otro mundo posible que, entre todas, recorremos.

Ahora buscan financiación para terminar su trabajo y exhibirlo. Habrá que ponerse manos a la obra y ver cómo podemos colaborar con ellos para que la verdad se sepa y se multiplique ya que, al igual que el vuelo de una mariposa, “no importa la fuerza de la opresión, la lucha y la resistencia siempre vuelven a surgir”.

Crisi politica o golpe in Paraguay? Le chiavi di lettura

Lo scorso 22 giugno una decisione fast track del senato del Paraguay, adottata dopo solo 5 ore di discussione in aula con 39 voti favorevoli, 4 contrari e 2 astenuti, ha sancito la destituzione immediata del presidente Fernando Lugo, ex prete cattolico progressista in carica dal 2008. Il suo mandato sarebbe terminato tra meno di un anno dato che le prossime elezioni nel paese sudamericano sono fissate per l’aprile 2013. L’articolo 225 della Carta Magna dice che la camera dei deputati può proporre al senato di emettere un “giudizio politico” sull’operato del presidente della Repubblica decretando così la sua rimozione dall’incarico senza appelli né possibilità di difesa in aula.

Secondo il parlamento Lugo sarebbe colpevole di un “cattivo esercizio delle sue funzioni”, in particolare per aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica in una base militare nel 2009, per aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a cittadini brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto, aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e per la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento.

Ma l’accusa determinante riguarda l’occupazione di alcune terre site a 400 km a nordest dalla capitale Asunción, appartenenti a Blas Riquelme, ex senatore dell’opposizione, da parte di alcuni gruppi di contadini senza terra che ne rivendicavano il possesso. Sono numerosi i conflitti rurali di questo tipo determinati dall’insicurezza giuridica ereditata dalla dittatura e dall’inefficienza statale nella risoluzione del problema.

I tentativi di sgombero e gli scontri con la polizia del 15 giugno hanno fatto 17 morti, 11 occupanti e 6 poliziotti. Lugo ha subito istituito una commissione d’inchiesta e ha rimosso il capo della polizia e il ministro degli interni del Plra, il Partido Liberal Radical Autentico,  sostituendolo con un esponente dell’opposizione per accattivarsi il consenso dei membri dell’opposizione del Partido Colorado. Questo partito, l’unico legale durante la cruenta dittatura di Alfredo Stroessner (1954-1989), è stato al potere per 61 anni, fino al 2008, e ha votato insieme alla maggioranza per rimuovere il presidente.

A Lugo è quindi subentrato il suo vice, Federico Franco, anche lui esponente del Partido Liberal Radical Autentico, la formazione che aveva permesso a Lugo di vincere le elezioni quattro anni fa, ma che s’è progressivamente svincolato dal suo programma di riforme sociali per l’universalizzazione del welfare, la redistribuzione della ricchezza e la limitazione della presenza militare statunitense sul territorio. La coalizione di Lugo era formata dai liberali, da alcuni partiti di sinistra e dai movimenti sociali che vedevano in questo sacerdote “scomodo” per il Vaticano e amato dalla gente un outsider capace di garantire una speranza di cambiamento dopo decenni d’immobilismo. In particolare la riforma agraria era percepita come uno degli assi portanti in un paese poco industrializzato poco popoloso (6,4 milioni di abitanti), privo di sbocchi marittimi, con il 40% degli abitanti sotto la linea della povertà e l’80% delle terre coltivabili in mano al 2% della popolazione.

L’inesperienza e l’accondiscendenza conciliatoria di Lugo con l’opposizione, gli scandali legati ai suoi figli concepiti quando era ancora prete, la debolezza fisica causata dalla sua battaglia contro il cancro, così come la resistenza dell’élite politico-imprenditoriale paraguayana, poco avvezza alla democrazia e al cambiamento, hanno frustrato le alte aspettative dei settori sociali che lo sostenevano. Lo stesso Franco, ostile al corteggiamento del presidente ai rivali Colorados, aveva provato senza successo in più occasioni a spingere le camere ad usare l’arma del giudizio politico contro Lugo.

Il sistema paraguayano non è parlamentare ma presidenziale, come quello di tutti i paesi dell’America Latina e degli Stati Uniti. Dunque non è comune né facile che il presidente, capo di stato e di governo, venga destituito dal parlamento o sia coinvolto in un impeachment. In questo caso, secondo lo stesso Lugo, «c’è una classe politica di partiti tradizionali che sfiorano l’irrazionalità», avendolo giudicato e defenestrato in meno di 24 ore. In realtà hanno voluto blindare le elezioni dell’anno prossimo da possibili sorprese per evitare altri outsider.
Non si tratta di una semplice “sfiducia”, ma di una procedura straordinaria molto più drastica che analisti e politici della regione assimilano a un golpe o una sospensione della democrazia dato che non sono previste forme di difesa per l’accusato e il “giudizio politico” può prestarsi a interpretazioni strumentali.

Sebbene il presidente abbia accettato la decisione delle camere, ha presentato comunque un ricorso contro la sua destituzione alla Corte Suprema, che s’è espressa negativamente. Ha rinunciato alla sua partecipazione, annunciata nei giorni scorsi, al vertice del 28 giugno del Mercato Comune del Sud (Mercosur, formato da Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e dagli associati Cile, Colombia, Ecuador, Venezuela, Perù e Bolivia), ma ha chiesto una «presa di posizione sulla rottura della democrazia» in Paraguay. Il paese è stato temporaneamente sospeso da questo meccanismo d’integrazione regionale in quanto non si sarebbe rispettata la “clausola democratica” imposta ai membri, dunque il nuovo presidente Franco non è stato invitato al vertice.

Da sabato scorso migliaia di manifestanti scendono per le strade della capitale Asunción mentre una parte della comunità internazionale, in particolare alcuni paesi dell’Unasur (Unión Naciones Sudamericanas) come il Venezuela, l’Argentina e il Brasile, parla di un vero e proprio «colpo di stato del parlamento», come lo ha definito il segretario dell’Unione, Alì Rodríguez, che chiede la celebrazione «del dovuto processo legale».

Otto governi latino americani (Cuba, Venezuela, Honduras, Repubblica Dominicana, El Salvador, Perù e Nicaragua) non hanno riconosciuto il nuovo presidente Franco, mentre la Spagna, la Germania e il Vaticano sono stati i primi a farlo. Di fatto la prima riunione del nuovo presidente è stata con il nunzio apostolico, Benedetto Ariotti, che ha definito il nuovo governo «una benedizione di Dio».

Lugo, forte dell’appoggio internazionale, accusa l’élite del paese, specialmente «i settori egoisti e insensibili che hanno sempre vissuto di privilegi e non hanno mai voluto condividere i benefici della prosperità con il popolo», di aver voluto la sua «defenestrazione», una «ferita profonda alla democrazia». Con i suoi ex ministri ha formato un governo ombra per «resistere fino a recuperare il comando, per diventare controllori e monitorare tutto quel che faranno i nuovi ministri».

Franco risponde inviando l’esercito a mantenere l’ordine nelle piazze occupate dai manifestanti «per scongiurare una guerra civile», ma promettendo di implementare la riforma agraria che contadini e imprenditori agricoli richiedono. La situazione è tesa ma pacifica al momento. In un eccesso retorico Franco ha voluto ricordare ad Argentina e Brasile la dipendenza energetica delle città di Buenos Aires e San Paolo dalle centrali idroelettriche condivise con il Paraguay lungo le rispettive frontiere: un monito per le posizioni critiche dei suoi vicini.

Il sostegno al governo di Franco si basa sul parlamento e sui due partiti principali, sull’influente clero cattolico paraguayano e sulla solidarietà degli imprenditori e dell’Unione degli Industriali il cui presidente, Eduardo Felippo, ne ha ribadito la legittimità.

Fernando Lugo, invece, conta sul sostegno di alcuni settori contadini pronti a mobilitarsi, sui partiti minori della sinistra e sull’attivismo dei paesi sudamericani che intendono sanzionare economicamente e politicamente il nuovo governo. La sua situazione è stata paragonata a quella di Mel Zelaya, presidente dell’Honduras cacciato dal suo paese nel 2009, anche se in quel caso vi fu un’azione militare, mentre ora si tratterebbe di una modalità soft, di un “neo-golpismo” più istituzionale e non violento rispetto al passato, come lo definisce l’opinionista argentino Juan Tokatlian citando come esepmio la ribellione fallita della polizia contro il presidente ecuadoriano Rafael Correa nel 2010. (Di Fabrizio Lorusso da Linkiesta.It)

Paraguay: discorso del presidente defenestrato Fernando Lugo

Ecco il discorso (sottotitolato all’italiano da Clara Ferri) dell’ormai ex presidente del Paraguay Fernando Lugo (in carica dal 2008 e con mandato in scadenza quest’anno). Lugo è stato deposto dal parlamento nel giro di un paio di giorni (il provvedimento è stato proposto ed emesso tra giovedì e venerdì scorso, molto express o, direbbero negli USA, fast track) attraverso il “giudizio politico” per aver “svolto male le sue funzioni” e in particolare a causa di uno sgombero di un gruppo di contadini senza terra che il 15 giugno scorso è finito con un saldo di 17 persone morte (6 poliziotti e 11 contadini). La polizia ha forzato lo sgombero di 150 contadini da un terreno, parte di una riserva forestale di 2000 ettari vicina al confine col Brasile, che appartiene a un esponente politico del Partito Colorato, oppositore di Lugo. Il giudizio politico è una figura prevista dalla Costituzione del paese sudamericano che, però, agli occhi dei vicini e di parte della comunità internazionale è stata impiegata repentinamente e strumentalmente provocando di fatto un colpo di stato (o qualcosa di molto simile) contro un presidente “scomodo” e da mesi in conflitto, cioè senza più una maggioranza, con le camere. La destituzione è avvenuta con il plauso del clero e del Vaticano che aveva già condannato anni fa la discesa in campo e la condotta dell’ex prete cattolico. Altre 4 accuse sono state rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa alla morte dei contadini  è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere, non da un giudice. Lugo, dal canto suo, accusa l’élite del paese, specialmente “i settori egoisti e insensibili che hanno sempre vissuto di privilegi e non hanno mai voluto condividere i benefici della prosperità con il popolo” di aver voluto la sua “defenestrazione”, o destituzione o caduta che dir si voglia. Molti paesi latino americani (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Venezuela, Argentina, Ecuador, Repubblica Dominicana, Costa Rica, El Salvador…) hanno usato il termine “golpe de estado”, annunciando che non riconosceranno il nuovo governo, mentre altri, come la Colombia, sollevano forti dubbi sulla drastica modalità adottata a sorpresa dal parlamento paraguayano. Il vicepresidente Federico Franco ha assunto le funzioni del presidente della Repubblica, s’è riunito da subito con il nunzio apostolico e ha cominciato a nominare funzionari e ministri per “governare” il paese fino alle elezioni dell’aprile 2013. Il Brasile e il Perù, pur denunciando l’alterazione dell’ordine democratico, hanno chiesto una riunione straordinaria della UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) prima di prendere posizione ufficialmente. Sembra una farsa, ma è tutto vero. Quasi come in Honduras nel 2009 (nel senso che qui esiste una figura costituzionale che permette di mantenere un velo di legalità nell’operazione anche se ci sarebbe da discutere come, quando e perché le camere decidono di usare il giudizio politico), anche oggi in Paraguay sembra che l’interesse di molti settori del paese sia quello di normalizzare e sminuire quanto sta succedendo. In Honduras ci vollero almeno un paio d’anni, ma l’opposizione di una parte della popolazione continua tuttora, quanto tempo passerà in questo caso? Ad ogni modo anche due anni fa s’era presentata una situazione simile e lo stesso Lugo aveva denunciato il vicepresidente Franco di destabilizzare il governo: vedi articolo “Venti di golpe in Paraguay?”

Salvador: Film Completo di Oliver Stone

Guerra civile a El Salvador e guerra fredda nel mondo, il potere e il popolo, il giornalismo e la guerriglia, l’omicidio di Oscar Romero o monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador 1977-1980. La pellicola, del 1986, è doppiata in italiano.

Nota da YouTube: Pellicola del grande Regista girata in Messico, gli interni negli studi cinematografici nord americani. Tratta la storia, un pochino romanzata, di un giornalista, inviato ne El Salvador, durante la guerra civile. La pellicola e’ introvabile. Tutte le copie si sono esaurite.

Per chi lo volesse vedere in spagnolo, link: http://www.youtube.com/watch?v=–5Sn88bS_0 anche se non è editata benissimo questa versione…