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Maschi, in carcere – Ecuador

Il carcere controlla, punisce, non sana, non rieduca e uccide. Proprio come la mascolinità egemonica. La mascolinità come l’abbiamo socialmente costruita fino ad ora è uno strumento di repressione interna ed esterna che fa male a tutte e a tutti. Il carcere è anche un suo prodotto.

Reportage dalle carceri dell’Ecuador dove centinaia di uomini stipati in celle fatiscenti tra violenze e soprusi. Gli stereotipi di genere, e i rispettivi ruoli, nuocciono anche ai maschi e il carcere è il luogo ideale per notare questi effetti. Ecco il racconti di chi è andato in prima persona a condividere con i carcerati ecuadoriani educazione sentimentale e antisessista.

di Simone Scaffidi e Silvia Verdino da L’Indiscreto

«È importante che voi vi sentiate accolti»

«Siamo esseri umani, abbiamo perso la libertà ma non la dignità. Se siamo qua è perché abbiamo commesso degli errori, succede a tutti e la stiamo pagando. Per noi è importante trascorrere bene questo tempo con voi ma è anche importante che voi vi sentiate accolti e rispettati». Pedro ha sessantacinque anni raccolti in una folta barba bianca ed è uno dei pochi nella stanza ad avere la pelle chiara. Lo incontriamo, insieme a un’altra ventina di detenuti, nella Cappella del carcere di Ibarra. Siamo venuti per proporre un laboratorio permanente per riflettere sul genere, la mascolinità e le relazioni di potere tra i sessi. Ma prima di partire vorremmo capire le esigenze delle persone che abbiamo di fronte.

Non siamo qui per impartire corsi, né imporre educazioni sentimentali. Non conosciamo il carcere e siamo consapevoli dei privilegi che ci siamo portati in valigia attraversando l’Atlantico. È la prima volta che entriamo in una struttura di detenzione, siamo curiosi ma anche intimoriti da quello che ci aspetta. Vorremmo provare, insieme al gruppo che incontreremo nei prossimi mesi, a creare uno spazio dove sentirci liberi e compresi. Dove – forse – parlare di mascolinità, genere e diversità sessuale. Il condizionale è d’obbligo perché prima vorremmo ascoltare le loro voci. Continua a leggere

L’esperienza transessuale ci ricorda che i generi sono complesse finzioni sociali

di Simone Scaffidi da L’indiscreto

«Io non ho scelto fra maschio e femmina. Ho scelto se campare». Paola è in transizione di genere e con un tono della voce allo stesso tempo dolce e feroce racconta perché. «Ho vissuto identificata come maschio quasi tutta la vita, pur non sentendomi così. Non mi riconosco maschio ma non mi sento di dire che non ci sia una componente maschile in me. E non mi sento una donna. Mi sento una trans». Decidere di cambiare genere richiede un percorso personale complesso: «ero chiusa in questo mondo clandestino in cui non potevo sperimentare tutta una parte forte della mia vita all’aria aperta, a contatto con le persone. Fai questa recita che dura tantissimo e ti chiedi a beneficio di chi la fai». Per porre fine a questa recita Paola sa che non basterà ripensare le relazioni e gli spazi che attraversa – ha quarant’anni, una compagna e una figlia – ma che dovrà anche affrontare un percorso legale obbligato. Continua a leggere

La lotta per l’aborto legale in Argentina raggiunge l’Uruguay con la proiezione del documentario “Que sea ley”

Le testimonianze delle donne che hanno abortito in clandestinità si incontrano con la forza della marea verde in questo film di Juan Solanas

di Stephanie Demirdjian (da La Diaria, 19/08/2019)

traduzione di Lorenzo Tore

La Campagna Nazionale per il Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito, a marzo dello scorso hanno ha presentato, per la settima volta, una proposta di legge per depenalizzare l’interruzione volontaria della gravidanza in Argentina. Le procedure fomali sono state le stesse delle altre volte e la situazione urgente come sempre: si stima che nel paese si pratichino intorno ai 500.000 aborti clandestini ogni anno, e che 60.000 donne vengano ospedalizzate per complicazioni derivate dall’intervento, o muoiano direttamente. Questa volta, nonostante tutto, il contesto era differente. La presentazione dell’iniziativa ha scatenato, come mai prima d’ora, la mobilizzazione di migliaia di donne di ogni provenienza o età, che si sono riversate nelle piazze e nelle strade di tutto il Paese, esigendo il diritto a decidere sui propri corpi, tra canti e percussioni, pugni in alto, abbracci e glitter. Los pañuelos verdes – oggi emblema della lotta delle donne argentine e simbolo del femminismo latinoamericano – hanno iniziato a moltiplicarsi. Continua a leggere

Ortica

di Silvia Verdino

Ed eccomi qui, come ogni martedì pomeriggio, davanti alla grande porta blu metallica. Quasi istintivamente il mio sguardo scivola sui metri di muro e filo spinato per cercare poi velocemente, quasi annaspando, l’azzurro del cielo, le nuvole, il sole. Faccio un respiro e le mie nocche battono con forza contro la porta, facendola risuonare e vibrare all’interno. Si apre. Ormai i nostri visi sono conosciuti e per superare quel primo livello non ci chiedono più di mostrare le carte, basta un cenno.

Salgo i tre scalini di pietra e ad attendermi c’è una delle solite donne dure, arroganti, con gli anfibi e il cappellino rigorosamente neri. Ognuna di loro ha differenti modalità di approcciare il mio corpo.  Alcune mi accompagnano silenziose in uno stanzino, altre invece si avvicinano di fretta, senza curarsi troppo del mio imbarazzo. Le loro mani scorrono rapide sulle mie spalle, dentro il reggiseno, sulla pancia, la schiena e le cosce. Nulla di sospetto. Attendo che anche Simone venga perquisito per superare il livello successivo.

Si apre anche la porta a sbarre, ci sediamo sugli scalini di legno e attendiamo. Ogni volta che il portone bianco, l’ultimo, quello che separa noi da loro – presidiato da due guardie impegnate a seguire l’ennesima puntata della telenovela pomeridiana – si apre sul cortile interno, corriamo a sbirciare per vedere se dall’altra parte scorgiamo qualche volto a noi noto.  Dall’altoparlante esce una voce squillante che rimbomba nel patio e richiama i diretti interessati al curso de maltrato familiar. Tutti i martedì, quando sento queste quattro parole, mi irrigidisco e penso invece a quanto è stato complesso e coinvolgente decidere, assieme a tutti i partecipanti al laboratorio, che nome dare allo spazio che stavamo creando: Género, Masculinidades y Relaciones de Poder entre los Sexos. Nome che, a quanto pare, la guardia che fa uscire la sua voce dall’altoparlante trova troppo complicato e preferisce riassumere e riadattare, in modo del tutto personale, con maltrattamenti in famiglia.    Continua a leggere

Vogliamo cambiare tutto. Intervista a Verónica Gago sullo sciopero delle donne in Argentina

[Oggi 8 marzo, sciopero transnazionale delle donne, riprendiamo con piacere questa intervista a Veronica Gago, intellettuale e attivista argentina, sul movimento argentino #NiUnaMenos].

di Maura Brighenti e Paola Rudan – da Connessioni precarie

Pubblichiamo sul nostro sito ‒ e in contemporanea su euronomade.info ‒ un’intervista a Verónica Gago, compagna Argentina impegnata nel percorso di NiUnaMenos e nell’organizzazione dello sciopero dell’8 marzo. Verónica pratica da tempo quella che in Italia chiamiamo «inchiesta militante», all’interno del Colectivo Situaciones e della casa editrice indipendente Tinta Limón. Nella sua militanza ha incrociato movimenti dei disoccupati, collettivi di migranti, esperienze femministe latinoamericane e molte situazioni di lotta con l’intento di tracciare le mappe complesse dell’economia popolare in Argentina e nella regione latinoamericana[1]. Proprio questo sguardo, che riconosce il ruolo fondamentale delle donne e del loro lavoro nel conferire vitalità all’economia popolare, offre una prospettiva privilegiata per osservare lo sciopero globale dell’8 marzo.

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#Video #Foto de la Marcha #25N contra la Violencia de Género en #León #GTO #México #NiUnaMenos #DiaNaranja

Arriba. Video crónica de la marcha en León, Guanajuato, de 1 a 20 horas del 25 de noviembre de 2016. Realizada con smartphone. Abajo: dar clic sobre una foto para zoom. Más abajo: el breve comunicado informativo para el 25N del Programa universitario de mujer y relaciones de género de la la universidad Iberoamericana de León.

programa-genero-ibero-leonEl día de hoy, 25 de Noviembre, conmemoramos el Día Internacional de la Erradicación de la Violencia contra las Mujeres, es un día para hacer un alto y cuestionar las razones por las cuales esta violencia continúa y aumenta. Tres datos:

1. De cada 3 mujeres ha vivido situaciones de violencia física y sexual en todas las regiones del mundo. (Médicos del Mundo. Nov 2016)

2. Cada día mueren en promedio al menos 12 latinoamericanas y caribeñas por el solo hecho de ser mujer”. (CEPAL Oct 2016)

 3. En México 7 mujeres son asesinadas cada día. (ONU, 2015)

Los Estados tienen la obligación de garantizar a las mujeres el derecho a vivir una vida libre de violencia.

#NiUnaMenos: dal #Nicaragua l’allarme contro il governo reazionario della dinastia #Ortega

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Di Matilde Sponzilli. “C’è una buona notizia, vuoi saperla? Hanno arrestato il figlio di M.”. Per un attimo mi si gela il sangue. Com’è possibile che questa sia una buona notizia, com’è possibile che una madre desideri  vedere il proprio figlio allontanato e incarcerato, perché? Eppure quello di M. è stato un atto di coraggio, M. a differenza di tante donne ha avuto il coraggio di denunciare la violenza domestica subita da parte del figlio. M. si è messa da sola contro tutti: il marito che non ne voleva saperne niente, perchè tanto “è tuo figlio e sono affari tuoi”; i vicini che hanno chiuso gli occhi; la polizia, che l’ha accusata di non essere una buona madre, l’ha sbeffeggiata e derisa senza prendere sul serio le sue richieste; la giustizia che si è fatta gioco di lei, donna analfabeta, spingendola in un turbinio burocratico durato mesi che sembrava non avere né capo né coda. M. è andata avanti a volte con determinazione, altre per puro spirito di sopravvivenza, ma alla fine ce l’ha fatta, dimostrando che una donna non è costretta ad accettare la violenza.  Continua a leggere

Marilú Oliva y Francesca Gargallo: discriminación de género en la literatura @JornadaSemanal @LaJornada

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(De Jornada Semanal del 5 – 11 – 2016 link) Marilú Oliva es una escritora italiana de novela negra, policíaca y ensayos. Su obra narrativa se basa en la introspección psicológica y el develamiento de los estereotipos, en profundas, amargas y catárticas visiones filosóficas sobre el tiempo y la vida y, finalmente, en análisis irónicos y despiadados sobre las contradicciones de la sociedad y los personajes multifacéticos que la pueblan. Pero también es maestra, en la acepción amplia del término: docente en las aulas de las preparatorias de Bolonia, Italia, y luchadora dentro de un entorno social y, en lo específico, de un sector como el medio editorial y literario, en donde la discriminación de género y las prácticas antiéticas son notorias. Lo hace a través de batallas sobre el terreno y de escritos críticos, por ejemplo el publicado en el número 934 de este suplemento, “Feminicidio y barbarie contemporánea”, y muchos más en medios italianos como CarmillaOnLine,Huffington Post, Thriller Magazine, radio, canales televisivos y en Libroguerriero, el blog colectivo coordinado por la autora. En 2013, Oliva también coordinó la colección de cuentos Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Ni una más. 40 escritores contra el feminicidio), una obra coral única en el panorama editorial de Italia, en la cual participan cuarenta narradores y narradoras a partir de un caso defeminicidio reportado por la prensa en los últimos años. El libro, que está siendo traducido al español por un equipo de traductores de la carrera de letras italianas de la unam, es un esfuerzo para dar visibilidad a un fenómeno cultural y social complejo, indignante y deliberadamente ignorado o distorsionado por los medios de comunicación y la clase política.  Continua a leggere