La lotta per l’aborto legale in Argentina raggiunge l’Uruguay con la proiezione del documentario “Que sea ley”

Le testimonianze delle donne che hanno abortito in clandestinità si incontrano con la forza della marea verde in questo film di Juan Solanas

di Stephanie Demirdjian (da La Diaria, 19/08/2019)

traduzione di Lorenzo Tore

La Campagna Nazionale per il Diritto all’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito, a marzo dello scorso hanno ha presentato, per la settima volta, una proposta di legge per depenalizzare l’interruzione volontaria della gravidanza in Argentina. Le procedure fomali sono state le stesse delle altre volte e la situazione urgente come sempre: si stima che nel paese si pratichino intorno ai 500.000 aborti clandestini ogni anno, e che 60.000 donne vengano ospedalizzate per complicazioni derivate dall’intervento, o muoiano direttamente. Questa volta, nonostante tutto, il contesto era differente. La presentazione dell’iniziativa ha scatenato, come mai prima d’ora, la mobilizzazione di migliaia di donne di ogni provenienza o età, che si sono riversate nelle piazze e nelle strade di tutto il Paese, esigendo il diritto a decidere sui propri corpi, tra canti e percussioni, pugni in alto, abbracci e glitter. Los pañuelos verdes – oggi emblema della lotta delle donne argentine e simbolo del femminismo latinoamericano – hanno iniziato a moltiplicarsi.

Quando il testo é stato discusso alla Camera dei Deputati, il 13 giugno, la moltitudine di donne era già marea. Il regista argentino residente in Uruguay Juan Solanas si é svegliato all’alba. Mentre nel Congresso argentino si stava ancora discutendo, fuori, avvolte in sciarpe, coperte e bandiere per combattere il freddo, centinaia di donne aspettavano il verdetto. Solanas si é messo ad ascoltare gli interventi. Quando la media sanciòn é stata finalmente approvata [con l’approvazione il dibattito passa dalla Camera dei Deputati al Senato per un ulteriore voto. Nel caso di voto positivo il testo diventa legge. NdT] il regista racconta che una “voce interiore” gli ha gridato: “Juan, prendi la camera e corri a filmare”.

Tre giorni dopo era a Buenos Aires. “Ho pensato che mi sarei trattenuto solo per qualche giorno ma sono diventati due mesi, perché ho filmato senza sosta fino al voto al Senato”, racconta il cineasta. L’8 agosto, quando il Senato ha voltato le spalle alla proposta di depenalizzazione dell’aborto, Solanas – che é anche figlio del Senatore Fernando Pino Solanas – ha deciso che avrebbe girato un documentario film per contribuire al dibattito. Alla fine si é trattato di otto mesi di lavoro e la opera é stata presentata per la prima volta il 18 maggio al Festival di Cannes. Il 19 agosto si è proiettato per la prima volta a Montevideo, nell’Auditorium SODRE (Sala Eduardo Fabini) in occasione del Festival Internacional de Artes Escénicas (FIDAE).

Solanas dice che il film è “apertamente militante e a favore dell’aborto legale, sicuro e gratuito in Argentina, ma anche in America Latina e nel resto del mondo”. Dopotutto si chiama “Que sea ley” (“Che sia legge”. Avverte comunque che benché “militi a favore di un diritto”, non è assolutamente un “pamphlet”, dal momento che “mostra solamente la verità”.

Nello specifico il documentario raccoglie le testimonianze di oltre 150 donne sopravvissute ad un aborto clandestino e quelle dei familiari di altrettante donne che sono morte. “Queste testimonianze costituiscono la colonna vertebrale del film”, assicura il regista, che durante le riprese ha visitato numerose città del paese.

Queste storie di dolore dialogano durante tutto il film con la “vitalità” della militanza femminista riversatasi nelle strade della capitale argentina. “È un racconto corale nel quale un realtá molto dura, che permette che tutte le settimane muoia in Argentina una donna a causa si un aborto clandestino, si confonde con le strade tanto piene di vita” celebrando le conquiste delle donne che conformano la “marea verde”. Sono presenti, tra le altre cose, le voci delle deputate e senatrici che si sono dichiarate a favore e contro la proposta di depenalizzazione l’aborto, durante il dibattito al Congresso.

Il regista, [prima di trasferirsi a Montevideo, NdT], ha vissuto quasi quarant’anni in Francia, dove la sua famiglia fu obbligata a trasferirsi nel 1977, in seguito alla dittatura militare. “Quando arrivai in Francia avevo undici anni e l’aborto era legale, quindi per me non era un tema rilevante, é una di queste leggi come la legge sul divorzio, che una volta che vengono votate sembrano naturali e uno pensa che sia sempre stato cosi” ricorda il regista. Per questo motivo, quando durante una cena a Buenos Aires nel 1999 ha sentito una persona dire che una donna “si trovava in carcere per aver abortito” reagì come se si trattasse di uno scherzo. É stata la prima volta che la realtà delle donne argentine gli é esplosa in faccia. “Scoprii che non si trattava di una cazzata e rimasi tra lo stupefatto e l’imbarazzato”, ricorda oggi Solanas, “anche perché stavamo parlando dell’Argentina, un paese che é abbastanza all’avanguardia in materia di diritti umani proprio per il passato che ha avuto. Come poteva succedere questo in Argentina? Pensai: ´Questo é il Medioevo´”.

La tematica lo “jodió tanto” (“lo ha fatto tanto imbestialire”), afferma, che ha deciso di approfondirla e inserirla nel suo primo lungometraggio, Nordeste (2005). Nel film, dove Solanas affronta il tema dell’adozione illegale di bambine e bambini nel nordest dell’Argentina, il personaggio principale, una donna povera, abortisce davanti alla cinepresa. “Lavoro su questa tematica da quasi 20 anni”, riflette. “Per questo motivo ho seguito con molta attenzione gli avvenimenti dell’anno passato, perché questa volta si sentiva che l’onda era piú forte e che l’aborto poteva diventare legge”.

In questi anni, in diverse occasioni, gli hanno chiesto come si approcciasse, in quanto uomo, alla problematica dell’aborto. Solanas ha risposto: “io non sono un militante femminista, milito per l’uguaglianza. Ci sono tematiche che mi fanno arrabbiare e se posso dare un aiuto, lo do […] L’aborto per me è una questione di diritti umani, una questione universale”.

A modo suo

Il giorno che il Senato ha votato contro l’aborto legale e Solanas ha deciso che tutto quello che aveva filmato negli ultimi due mesi si sarebbe convertito in un film, ha preso la prima decisione: avrebbe fatto tutto da solo. In primo luogo perché “era l’unica maniera sostenibile dal punto di vista economico”, racconta. Ma anche e soprattutto perché “era il modo per creare un’intimitá assoluta” con le persone che avrebbero raccontato qualcosa di così intimo davanti alla cinepresa.

Solanas ha iniziato chiedendo alle persone che gli stavano intorno se conoscevano delle sopravvissute ad aborti clandestini o dei familiari di donne che erano morte per abortire e che avrebbero voluto raccontare la loro storia. Il primo contatto é stato per whatsapp. Poi, con il tempo, é successo che una storia lo ha portato a un’altra storia, e cosí via. Ha finito con il percorrere oltre 4000 km in macchina per registrare ognuna delle storie. “Non conoscevo in anticipo chi avrei filmato e neppure quello che avrei detto” assicura il regista, chiarendo che le persone che ha contattato sapevano che il film si sarebbe chiamato Que sea ley e che quindi conoscevano quale sarebbe stata la linea del lavoro.

Il modus operandi del regista è sempre stato lo stesso: arrivava a casa della persona, si presentava e non si parlava della storia fino a che non si accendeva la cinepresa. Quando si iniziava a filmare, non c’erano domande: “Chiedevo solamente che raccontassero alla cinepresa quello che volevano, in maniera che non potessi influenzarle con alcuna domanda”.

Tra le tante storie raccontate c’è quella di Belen, giovane tucumana che, arrivata al pronto soccorso per forti dolori alla pancia, vene dimessa con una condanna a otto anni di carcere per aborto spontaneo. La donna venne liberata due anni dopo in seguito a una forte mobilitazione sociale anche se il trauma per essere stata trattata come una criminale, per aver perso la gravidanza di un bambino del quale non era neanche a conoscenza, rimane e fa male. Come lascia trasparire la sua voce rotta mentre racconta la sua storia nel film.

Il regista racconta quanto sia stata dura la selezione del materiale, nonostante si trattasse di scegliere le storie che “sintetizzassero al meglio” le distinte realtà; dal momento che , dice Solanas, “ogni storia è unica però allo stesso tempo é abbastanza universale”. Ad aiutarlo sono stati soprattutto due aspetti: la memoria, poiché avendo ripreso tutto da solo riusciva a ricordare bene ognuna delle storie, e l’aver pensato il lavoro in capitoli o sezioni.

Una delle tante sfide nel processo di selezione, é stata quella di fare un film che riflettesse la trasversalità del movimento femminista o abortista. “Una delle cose che permise che la proposta di legge divenisse quasi legge è sicuramente l’intelligenza del movimento nell’essere non politico bensì panpolitico, nel senso che al suo interno tutti i partiti politici sono presenti”, spiega Solanas. Questo é un problema che divide in due l’Argentina e il mondo. Non é un tema di destra o di sinistra, di giovani o non giovani: é totale. Non é neppure di donne o uomini; quando guardi la percentuale di voti a favore o contro in funzione del genere della persona che vota, tutto é diviso in 50 e 50, dice. “Si tratta di qualcosa di completamente trasversale, tutte le persone che sono a favore dell’aborto legale, a prescindere dal colore, è unita in questa lotta, ho quindi cercato di bilanciare politicamente il documentario in maniera tale che risultasse neutro. In modo che non potessero dirmi che si tratta di un film K, anti K, a favore dei Pro o anti Pro. Il tema non è questo, il tema è que sea ley”.

Lavorare con la narrazione pro-vita

Una delle cose più importanti per Solanas durante le riprese é stata quella di ascoltare anche la narrazione dei gruppi pro-vita soprattutto per capire chi ne fa parte e per quali ragioni. “Ho incontrato molte persone in Argentina durante questi otto mesi che mi chiedevano che stessi facendo, e quando glielo raccontavo li vedevo a disagio, mi accorgevo che erano persone pro-vita che non sapevano cosa dirmi. La maggior parte erano persone di buona volontà, non si trattava di “fachos hijos de puta” (“stronzi fascisti”), erano persone che dicevano cose tipo: ‘be’, anch’io sono a favore della vita e contro l’uccisione dei bambini’, qualcosa che ho interpretato come una sorta di confusione e adesione a uno facile slogan pubblicitario”, racconta il regista. “Il punto era la difesa della vita e di quella del più debole, ovvero di questo feto che non puó neanche parlare. In quel momento mi sembrava che quello che bisognava fare, per iniziare, era domandare: e della donna che muore non provi empatia? Quest’ovulo fecondato vale più della vita di una donna?”, specifica Solanas riguardo alle domande, che si é prefissato nel momento di tracciare la linea del documentario

Per il regista, al momento di trattare un tema così delicato, c’è bisogno di appellarsi all’empatia.“Ho assistito a tutti i dibattiti (al Congresso) e c’era lo specialista in diritto costituzionale pro-vita che mi spiegava per quale motivo la proposta di legge fosse anticostituzionale, e lo specialista in diritto costituzionale dei “verdi” che mi spiegava i motivi per cui la proposta fosse costituzionale. Mi sembrava che tutto questo non servisse a granché, non era lí che si giocava la partita, bisogna provare ad arrivare al cuore delle persone e farsi delle domande: Cosa provi quando questa donna in carne ed ossa ti racconta la sua storia? Il film modella questo punto di vista. “Voglio anche dire che non sono d’accordo con il fatto che queste persone si definiscano pro-vita” afferma Solanas, “dal momento che credo che chi difende la vita siano quelli che desiderano che le donne non muoiano”.

[…]

Quando l’onda verde é arrivata a Cannes

Il documentario Que sea ley é stato l’unico lavoro argentino proiettato a Cannes in questa edizione del Festival. Per il regista é stato un “onore” prender parte alla selezione ufficiale della “Mecca del Cinema”. Per il Solanas militante, questo evento ha significato anche la possibilità di compiere il “proposito politico di aiutare che la proposta divenga finalmente legge”. Il regista ricorda di aver chiamato numerose referenti femministe nel momento in cui ha saputo che il film era stato selezionato, proponendo di viaggiare insieme a lui. “Non avevo i soldi per invitarle ma ho garantito che, se avessero avuto modo di pagarsi il biglietto, sia il momento della proiezione che quello delle interviste con i giornalisti, sarebbe stato per loro al 100%”.

É finita che il regista ha viaggiato al festival accompagnato da circa 60 donne, che con i loro pañuelos verdes in alto sono riuscite a far sí che la loro presenza rappresentasse uno degli eventi piú significativi del festival. Tra di loro era presente anche Norma Cuevas, madre di Ana Maria Acevedo, ragazza di Santa Fe alla quale, nel 2006, venne negato l’aborto per potersi curare un tumore alla mandibola, e che morì l’anno seguente. Il suo caso si trasformò nella bandiera per la lotta all’aborto legale in Argentina.“Norma Cuevas scoprì dell’esistenza del film a Cannes e, come se non bastasse, il caso volle che il giorno prima cadeva l’anniversario della morte di Ana Maria. Alla fine del film ci siamo alzati tutti ad applaudire e il pubblico piangeva. Norma era seduta nella mia stessa fila ma non ho osato guardarla per non mettermi a piangere anch´io. É stato un momento importante e molto forte, nel film c’é molto dolore e ci sono momenti in cui ti manca l’aria”, spiega Solanas. Però finisce “con mucha vida”, racconta senza intenzione di spolerare. “Finisce con l’allegria delle strade, che ti restituisce l’aria. Con il messaggio: vamos que esto sale”.

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