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Maschi, in carcere – Ecuador

Il carcere controlla, punisce, non sana, non rieduca e uccide. Proprio come la mascolinità egemonica. La mascolinità come l’abbiamo socialmente costruita fino ad ora è uno strumento di repressione interna ed esterna che fa male a tutte e a tutti. Il carcere è anche un suo prodotto.

Reportage dalle carceri dell’Ecuador dove centinaia di uomini stipati in celle fatiscenti tra violenze e soprusi. Gli stereotipi di genere, e i rispettivi ruoli, nuocciono anche ai maschi e il carcere è il luogo ideale per notare questi effetti. Ecco il racconti di chi è andato in prima persona a condividere con i carcerati ecuadoriani educazione sentimentale e antisessista.

di Simone Scaffidi e Silvia Verdino da L’Indiscreto

«È importante che voi vi sentiate accolti»

«Siamo esseri umani, abbiamo perso la libertà ma non la dignità. Se siamo qua è perché abbiamo commesso degli errori, succede a tutti e la stiamo pagando. Per noi è importante trascorrere bene questo tempo con voi ma è anche importante che voi vi sentiate accolti e rispettati». Pedro ha sessantacinque anni raccolti in una folta barba bianca ed è uno dei pochi nella stanza ad avere la pelle chiara. Lo incontriamo, insieme a un’altra ventina di detenuti, nella Cappella del carcere di Ibarra. Siamo venuti per proporre un laboratorio permanente per riflettere sul genere, la mascolinità e le relazioni di potere tra i sessi. Ma prima di partire vorremmo capire le esigenze delle persone che abbiamo di fronte.

Non siamo qui per impartire corsi, né imporre educazioni sentimentali. Non conosciamo il carcere e siamo consapevoli dei privilegi che ci siamo portati in valigia attraversando l’Atlantico. È la prima volta che entriamo in una struttura di detenzione, siamo curiosi ma anche intimoriti da quello che ci aspetta. Vorremmo provare, insieme al gruppo che incontreremo nei prossimi mesi, a creare uno spazio dove sentirci liberi e compresi. Dove – forse – parlare di mascolinità, genere e diversità sessuale. Il condizionale è d’obbligo perché prima vorremmo ascoltare le loro voci. Continua a leggere

Guatemala, l’adolescenza bruciata viva l’8 di marzo

di Simone Scaffidi da Il Manifesto

Nella piazza centrale di Città del Guatemala, tra il Palazzo Presidenziale e la Cattedrale, 41 croci ricordano la morte di altrettante ragazze tra i tredici e diciassette anni, avvenuta l’8 di marzo del 2017, dentro le mura e il filo spinato del Hogar Seguro Virgen de la Asunciòn, una casa di accoglienza statale per adolescenti orfani o con famiglie complicate.

Una struttura, situata nel municipio di San José Pinula, a una trentina di chilometri della capitale, adibita all’accoglienza di cinquecento giovani di entrambi i sessi, ma che al momento dei fatti ne ospitava 700 e dove le adolescenti avevano ripetutamente denunciato abusi e violenze sessuali

L’8 DI MARZO di tre anni fa le ragazze hanno deciso di ribellarsi alla sistematica violazione dei propri corpi e della propria dignità e hanno tentato di fuggire dalla struttura, disperdendosi nei boschi adiacenti. La polizia nazionale è intervenuta e ha riportato le «evase» dentro l’«Hogar Seguro» (Casa sicura). Qui, il personale ha preso la decisione di chiudere le fuggitive a chiave dentro un padiglione dell’area per reprimere il moto di ribellione e castigarle. In quello stesso padiglione è scaturito un incendio e 41 adolescenti sono morte bruciate o asfissiate: solo 15 sono sopravvissute, con traumi fisici e psicologici significativi.

Così, l’8 di ogni mese la Red de Sanadoras Ancestrales del Feminismo Comunitario Teritorial, un collettivo di attiviste maya che difendono il territorio e il corpo delle donne, si riunisce dentro il cerchio formato dalle croci nella piazza centrale di Città del Guatemala per rendere omaggio con una cerimonia a quelle adolescenti e rimarcare che non è stato un incendio ad ucciderle ma la violenza strutturale del patriarcato e la complicità delle istituzioni dello Stato. «No fue el fuego, fue el Estado» (non è stato il fuoco, ma lo Stato).

A tre anni di distanza dai fatti, la memoria di un evento tanto violento è ancora viva e la manifestazione dell’8 di marzo di quest’anno lo dimostra. Da parte della società civile e delle organizzazioni di base, l’attenzione per il caso Hogar Seguro è alta e la Internacional Feminista Guatemala ha invitato tutte coloro che si uniranno alla marcia a portare con sé un girasole «per non dimenticare le 56 bambine e le migliaia di donne assassinate in Guatemala».

LA MANIFESTAZIONE passerà simbolicamente per la Corte Suprema di Giustizia per sfociare nella piazza centrale, rinominata «Plaza de las ninas», ricordando con la classica cerimonia mensile le adolescenti per poi trasformarsi in un Festival di musica, poesia e arte. In chiusura della giornata, si esibirà l’artista, femminista e anarchica, Rebeca Lane, da anni impegnata in un lavoro di recupero della memoria storica e e per riconsegnare visibilità delle lotte sociali attraverso l’arte.

Uno degli avvocati che porta avanti il caso, Esteban Celada, del pool legale dell’organizzazione Mujeres Transformando el Mundo (Mtm) dal 2018 a oggi ha ricevuto più di 31 minacce, telefonate anonime, misure di vigilanza ed è stato vittima di perquisizioni illegali. Celada, in più occasioni, ha evidenziato come il protrarsi da tre anni a questa parte dei dibattiti processuali, dovuti al rinvio delle udienze e alle defezioni degli avvocati della difesa, faccia parte di una strategia sistematica per ritardare il verdetto e rendere di nuovo vittime le adolescenti.

Tra gli accusati figurano, divisi in tre gruppi distinti: i vertici e la direzione della «Casa sicura», tra cui l’ex sottosegretaria della Segreteria del Benessere Sociale (Sbs), l’ex segretario e l’ex direttore della struttura; i rappresentanti delle istituzioni statali che avrebbero dovuto vegliare sulla sicurezza e quindi la Procura dell’infanzia e dell’adolescenza, la Procura per i diritti umani, la Sezione dell’Hogar Seguro di Protezione speciale contro gli abusi e la polizia nazionale; gli operatori legali e sociali, tra cui la Giudice di pace, la supervisora del centro e la ex coordinatora della sezione della «Casa Sicura» dove sono state rinchiuse le adolescenti.

ALLE DISTORSIONI e ai ritardi del sistema di giustizia si somma la giustificazione della repressione violenta e la colpevolizzazione delle ragazze, accusate dagli avvocati della difesa di essere adolescenti disagiate e fuori controllo, povere e senza prospettive, abbandonate dalle famiglie perché pericolose per l’ordine pubblico e quindi potenziali delinquenti. In ottobre, i familiari delle vittime hanno denunciato pubblicamente l’apertura delle indagini contro le adolescenti sopravvissute, ree di aver appiccato il fuoco e provocato l’assassinio delle compagne. Il 14 febbraio la Corte Costituzionale ha respinto la richiesta della difesa che chiedeva l’esclusione dal processo delle testimonianze di 7 delle 15 adolescenti sopravvissute, le quali finalmente nel prossimo dibattito processuale potranno avere voce e raccontare la loro versione dei fatti di quell’8 marzo 2017, e informare sugli antecedenti e sulle condizioni di vita all’interno della struttura che avrebbe dovuto proteggerle e garantire loro una formazione libera dalla violenza.

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Aldo Dávila è il primo deputato gay e sieropositivo della storia del Guatemala

di Simone Scaffidi da Il Manifesto

Aldo Davila è un attivista guatemalteco che il 14 gennaio scorso è diventato il primo parlamentare sieropositivo – pubblicamente dichiarato – nella storia del Guatemala. Aldo Davila è anche omosessuale e da molti anni si batte per difendere i diritti della popolazione Lgbtqi. Essere sieropositivo, omosessuale e attivista per i diritti umani sono tre elementi che da soli gli garantiscono uno status di eccezionalità nel panorama istituzionale guatemalteco e allo stesso tempo gli assicurano un trattamento speciale, condito di criminalizzazione e discriminazione, da parte di una classe politica machista e indifferente alla protezione degli attivisti e delle attiviste.

DALLA STRADA AL PALAZZO. La sua storia è fatta di strada e associazionismo, solidarietà e lotte sociali. Per anni è stato attivista e direttore di Gente Positiva, un’associazione che sostiene e accompagna le persone Hiv positive e la sua figura pubblica è riconosciuta dalle organizzazioni che si battono per i diritti umani nel Paese.

Per questa ragione diverse forze politiche gli hanno proposto di candidarsi e lui stesso ha dichiarato di aver scelto l’unico partito che gli garantiva, inserendolo come prima opzione nelle liste, reali possibilità di essere eletto. Si tratta del movimento politico Winaq, lo stesso partito che nel 2011 ha candidato alla presidenza della repubblica la premio Nobel per la pace Rigoberta Menchú, risultando ampiamente minoritario nelle preferenze. A dimostrazione delle difficoltà, anche con una candidata di peso come Menchú, di incidere in maniera significativa sul processo elettorale del Paese.

AUTONOMIA E DIRITTI UMANI. Si può dunque facilmente evincere dai suoi interventi pubblici che l’impegno di Aldo Davila non è tanto legato all’appartenenza al partito quanto più a portare dentro al Palazzo le istanze dei movimenti sociali, della comunità Lgbtqi e di tutte le comunità discriminate e vulnerate. Ci tiene a ribadire la sua autonomia di opinioni e non è un caso che una delle sue prime dichiarazioni sia stata di voler proseguire il lavoro iniziato da una deputata di un altro partito ma con una storia alle spalle di lotte per i diritti. Si tratta di Sandra Moran, la prima attivista lesbica – pubblicamente dichiarata – a entrare in Parlamento alle precedenti consultazioni nelle file di Convergencia, uno di quei partiti che hanno corteggiato Davila prima di questa tornata elettorale.

LE ISTANZE SOCIALI in Parlamento. Aldo Davila è una piccola speranza dentro quell’involucro classista e razzista che è il Parlamento guatemalteco. Una voce colorata che un esercito nero – conservatore, reazionario e militarista – cercherà di soffocare. Dagli Accordi di Pace ad oggi, per non parlare delle violazioni del regime militare, le istituzioni preposte all’esercizio del potere legislativo, esecutivo e giudiziario non hanno garantito la difesa dei diritti umani nel Paese.

Quello che Sandra Moran ha cercato di fare dal 2015 a oggi, e quello che Aldo Davila cercherà di fare dal 2020 è riempire quell’involucro provando a inserire nell’agenda politica la questione dei diritti umani e trasformandosi in megafono delle lotte sociali. È una sfida impari, ad armi impari, ma che risponde alla necessitá di una lotta trasversale, anche in un territorio insidioso e restio al cambiamento come il Parlamento del Guatemala.

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L’«esplosione sociale» in Cile. Uno sguardo storico

di Gabriel Salazar Vergara da Rebelion

traduzione di Alice Fanti

Mancava solo una scintilla (una scintilla qualunque) che, scaldando i nervi degli adolescenti del Cile, che stanno dimostrando più sensibilità storica e irritabilità politica di qualsiasi altro settore della società, facesse esplodere tutto. Questa scintilla è arrivata con l’aumento dei costi della metro e con la repressione attuata contro il movimento a seguito dell’“evasione di massa”.

Dal 18 ottobre, Santiago e il resto del Cile sono scossi da una massiccia protesta sociale in cui grandi settori del ceto medio e delle classi popolari si sono uniti nel manifestare il proprio rifiuto al modello neoliberista vigente. La protesta è sfociata in grandi marce, numerosi “caceroleos” [forme di protesta pacifica in cui i manifestanti creano rumore percuotendo oggetti quali padelle, casseruole, pentole, N.d.T] e ingenti danni, saccheggi e incendi a stazioni della metro, supermercati ed empori, creando preoccupazione nell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Indubbiamente, si tratta dell’“esplosione sociale” più estesa, violenta e importante che il paese abbia vissuto in tutta la sua storia. E l’unica, inoltre, che fino ad ora non abbia dato luogo a una sanguinosa repressione da parte dei corpi di polizia e militari dello Stato. Date queste caratteristiche, si rende necessario enunciare alcuni minimi cenni storici per descriverne la specificità politica e i possibili sviluppi. Continua a leggere

Bolivia: un lungo processo di svilimento

di Silvia Rivera Cusicanqui da Desde Abajo
Traduzione di Alice Fanti

Per capire cosa sta succedendo in questo momento in Bolivia, è fondamentale comprendere il processo di crescente disgregazione e lo svilimento che, durante i governi di Morales, hanno subìto i cosiddetti movimenti sociali – che sono stati inizialmente la base elettorale del Presidente – per mano di una sinistra che si è posta come unica alternativa e non ha lasciato spazio all’autonomia.
È una storia iniziata indicativamente tra il 2009 e il 2010, quando è stata costituita un’altra forma di governo, un’altra forma di Stato, diversa da quella che veniva proposta dalla base. Si tratta di uno Stato sempre più autoritario che tende a monopolizzare il potere senza lasciare nessun margine di autonomia alle organizzazioni. Continua a leggere

L’esperienza transessuale ci ricorda che i generi sono complesse finzioni sociali

di Simone Scaffidi da L’indiscreto

«Io non ho scelto fra maschio e femmina. Ho scelto se campare». Paola è in transizione di genere e con un tono della voce allo stesso tempo dolce e feroce racconta perché. «Ho vissuto identificata come maschio quasi tutta la vita, pur non sentendomi così. Non mi riconosco maschio ma non mi sento di dire che non ci sia una componente maschile in me. E non mi sento una donna. Mi sento una trans». Decidere di cambiare genere richiede un percorso personale complesso: «ero chiusa in questo mondo clandestino in cui non potevo sperimentare tutta una parte forte della mia vita all’aria aperta, a contatto con le persone. Fai questa recita che dura tantissimo e ti chiedi a beneficio di chi la fai». Per porre fine a questa recita Paola sa che non basterà ripensare le relazioni e gli spazi che attraversa – ha quarant’anni, una compagna e una figlia – ma che dovrà anche affrontare un percorso legale obbligato. Continua a leggere

Il reguetón visto da una prospettiva di genere: el perreo hasta abajo, el feminismo hacia arriba

di Stephanie Demirdjian da La Diaria

traduzione di  Lorenzo Tore

 

Il motivo della sua esplosione, le critiche ai testi machisti e il risveglio del reguetón femminista

Nell’ottobre del 2016 il cantante colombiano Maluma ha pubblicato la canzone “4 babys”, dove racconta del legame con quattro donne e descrive in maniera piuttosto esplicita quello che voleva fare – e che fa – insieme a loro in camera da letto: “Estoy enamorado de cuatro babies / siempre me dan lo que quiero / chingan cuando yo les digo / ninguna me pone pero”. “Sono innamorato di quattro ragazze / mi danno sempre quello che voglio / mi scopano quando glielo dico / e nessuna fa mai obiezione”.

La canzone è diventata rapidamente una delle più ascoltate dell’anno. D’altra parte, ha generato una reazione massiva di ripudio da parte di attiviste femministe, accademiche, giornaliste e utenti delle reti sociali; che la consideravano una canzone dal contenuto machista che promuove la violenza di genere, oggettivando la donna e alludendo a relazioni sessuali non consenzienti. Il rifiuto è stato tale che è stata lanciata una petizione sulla piattaforma online Change.org per chiedere che il video venisse ritirato da YouTube. L’iniziativa ha raccolto circa 92.700 firme. Continua a leggere

La caduta di Morales

di Atawallpa Oviedo Freire da ChakanaNews

traduzione di Alice Fanti

Sono arrivato a La Paz due giorni dopo le elezioni del 20 ottobre e si diceva che Evo le avesse vinte con poco margine, distaccando di poco più del 10% il suo immediato inseguitore, Carlos Mesa. Tuttavia, l’opposizione affermava che ci fossero stati brogli e non riconosceva i risultati, motivo per cui esigeva una seconda tornata elettorale tra Evo e Mesa. L’opposizione a Evo è molto variegata, va dall’estrema destra, con i più ricchi della Bolivia, alle classi medie che in proporzione sono la maggioranza, fino ai più radicali: alcuni gruppi di sinistra, qualche sindacato, alcune organizzazioni sociali, i nazionalisti indigeni e una serie di gruppi che pensano che Evo li abbia traditi e che lo ritengono di destra. Ovviamente, questi ultimi gruppi radicali sono anche contro Mesa e la destra tutta, ma, ironia della sorte, saranno tra i principali artefici della caduta di Evo, da cui trarrà vantaggio proprio la destra. Continua a leggere