America LatinaReportage

«Paciolla lavorò al rapporto che portò alle dimissioni del ministro della Difesa colombiano»

 16/09/2020  Di: 

di Gianpaolo Contestabile e Iris Rastello da Il Manifesto

Sulla prima pagina del quotidiano nazionale colombiano El Espectador, è apparsa l’ultima parte dell’inchiesta della giornalista investigativa Claudia Duque che aggiunge nuovi dettagli rispetto al caso di Mario Paciolla e ricostruisce alcune dinamiche interne alla Missione di Verifica delle Nazioni Unite che lo avrebbero messo in pericolo nei mesi precedenti alla sua morte.

Sulla scena del crimine secondo la Procura è stato ritrovato il mouse del computer di Mario impregnato di sangue e secondo le informazioni raccolte dalla giornalista lo stesso mouse è stato ripulito e prelevato dall’Onu per poi ricomparire nella sede centrale delle Nazioni Unite a Bogotá.

Questa nuova incongruenza si aggiunge alle già tante ambiguità che sono state segnalate dai familiari e dalle inchieste che si stanno occupando del caso. Seguendo il filo dell’articolo di Claudia Duque, le ragioni che hanno esposto Mario si intrecciano con le trame della politica colombiana e in particolare con uno scandalo che ha sancito l’inizio di una crisi di governo che continua a protrarsi tutt’oggi.

Il 29 agosto 2019, alle 23.03, i caccia delle Forze Aeree colombiane bombardano l’accampamento di Rogelio Bolivár Córdova, conosciuto come el Cucho, nei pressi di Aguas Claras alle soglie del municipio di San Vicente del Caguán. El Cucho era un comandante delle cellule dissidenti delle Farc, i gruppi armati che non hanno accettato il disarmo sancito dagli Accordi di pace del 2016.

Nell’accampamento si trovavano per lo più minorenni tra i 12 e i 17 anni, alcuni dei quali reclutati contro la loro volontà. In un primo momento la notizia del massacro di adolescenti è stata mantenuta segreta, la Dijin, la polizia criminale, ha compilato un inventario di cadaveri e di resti di corpi umani senza specificare l’età delle vittime. Si parla di almeno 17 morti.

L’operazione portata avanti dai piloti dell’esercito è stata classificata come «beta», aveva cioè avuto bisogno dell’autorizzazione delle più alte autorità del governo colombiano ed è stata definita dal presidente della repubblica Ivan Duque un’operazione «meticolosa» e «impeccabile».

Il 5 novembre 2019, il senatore del Partito sociale di Unità nazionale Roy Barreras chiede spiegazioni all’allora ministro della Difesa Guillermo Botero sull’uccisione dei minori e sul perché tale informazione di interesse nazionale non fosse stata comunicata al popolo colombiano.

Scoppia lo scandalo e il ministro è costretto a dimettersi, un evento cruciale per la democrazia colombiana dove la cupola del potere militare è abituata all’impunità. Qualche settimana più tardi, il 21 novembre, il malcontento della popolazione verso il presidente Ivan Duque e gli scandali che continuano a travolgere il suo governo portano allo sciopero nazionale indetto da decine di sigle sindacali a cui hanno aderito anche organizzazioni studentesche, indigene, ambientaliste, femministe e Lgbtqi.

Un movimento trasversale composto da milioni di giovani ha riempito le strade chiedendo pace e diritti e subendo per settimane la repressione delle forze di polizia e dell’esercito schierato durante il coprifuoco indetto in diverse città del paese.

Un’ondata di proteste che continua tutt’oggi con i cacerolazos che accompagnano le inchieste e gli scandali giudiziari che continuano a indebolire la leadership di Duque e che hanno portato agli arresti domiciliari il suo padrino politico ed ex-presidente Alvaro Uribe Veléz.

Secondo la ricostruzione di Claudia Duque il senatore Barreras ha ottenuto le informazioni riguardanti il bombardamento e le vittime minorenni da un report delle Nazioni Unite filtrato proprio dalla Missione di Verifica di San Vicente del Caguán dove lavorava Mario Paciolla.

Secondo le fonti anonime consultate dalla giornalista, Mario aveva partecipato in prima persona nella costruzione del report che ha poi portato alle dimissioni del ministro della Difesa. Il passaggio di queste informazioni riservate che hanno esposto i lavoratori delle Nazioni Unite, tra cui appunto Mario Paciolla, sembra sia avvenuto nel contesto di una lotta di potere interna all’Onu.

Sempre secondo le rivelazioni pubblicate sul El Espectador, a favore della diffusione delle informazioni c’erano i funzionari coordinati da Raúl Rosende, direttore dell’area di Verificazione della Missione Onu in Colombia. Rosende avrebbe avallato la diffusione delle informazioni riguardanti il bombardamento bypassando l’autorizzazione del suo superiore Carlos Rúiz Massieu, capo della Missione in Colombia perché sembrerebbe vicino all’attuale governo Duque, una pratica che a quanto pare non era nuova e che aveva già permesso altre fughe di notizie riguardanti altri scandali legati alle operazioni militari.

Nel quadro ricostruito da Claudia Duque si aggiunge un’altra figura ambigua della Missione Onu, il capitano della Marina in pensione e consulente della Missione in Colombia dal 2016 Ómar Cortés Reyes. Secondo le fonti anonime interpellate, Reyes viene individuato come il denominatore comune di tutte le fughe di notizie.

Secondo un ex lavoratore della Missione in Colombia la gestione irresponsabile di informazioni sensibili, che Reyes ha condiviso con le alte cariche militari con la scusa di generare un clima di fiducia, ha messo a rischio la vita degli osservatori Onu con il solo scopo di consolidare la loro rete di intelligence.

Il ruolo controverso di Reyes si aggiunge a quello dell’ex-sottufficiale dell’esercito colombiano Christian Thompson, il responsabile della sicurezza della Missione di Verifica a San Vicente del Caguán che era in comunicazione con Mario Paciolla prima della sua morte e che è stato il primo ad arrivare sulla scena del crimine permettendo la manomissione della stessa.

Rimangono aperti molteplici dubbi sull’omicidio di Mario Paciolla ma una pista sembra consolidarsi con le nuove rivelazioni che confermano il ruolo controverso dei militari coinvolti nella Missione di Verifica delle Nazioni Unite e le lotte intestine dentro l’organizzazione che potrebbero aver compromesso la sicurezza di Mario Paciolla che ha confidato di essersi sentito «tradito», «usato» e «sporco».

Claudia Duque aggiunge che all’indomani delle dimissioni del ministro della Difesa, Mario e i suoi colleghi avevano subito attacchi informatici che lo avevano portato a cancellare la maggior parte dei suoi account sulle reti sociali, eliminare foto di parenti e amici e fare una copia di backup del suo computer.

Già a gennaio del 2020 Mario aveva richiesto di essere trasferito e aveva affermato di volersi dimenticare per sempre della Colombia: «Non è più un posto sicuro per me. Non voglio più mettere piede in questo paese né all’Onu. Non fa per me. Ho fatto richiesta di cambio già da un po’ e non me lo hanno concesso. Voglio una vita nuova, lontano da tutto».

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