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Quattro mesi senza Mario Paciolla e senza giustizia

 20/11/2020  Etiquetas: ,


Continua la battaglia per fare luce sulla morte dell’osservatore Onu, avvenuta il Colombia il 15 luglio scorso in circostanze ancora da chiarire. Le parole dei familiari e della legale e il ricordo in due festival al di qua e al di là dell’Oceano


di Simone Scaffidi e Gianpaolo Contestabile, da Il Manifesto

Il 7 e 8 novembre si è svolto a San Vicente del Caguán il primo Festival di Rafting «Remando por la paz» («Remando per la pace») promosso da ex guerriglieri delle Farc in processo di reincorporazione e da alcuni integranti dello Spazio Territoriale di Miravalle, una delle zone sancite dagli Accordi di Pace per facilitare il reintegro degli ex combattenti. Il festival è stato organizzato dall’operatore turistico Caguán Expeditions, dal comune di San Vicente e dal governo regionale del Caquetá ed è sostenuto dalla Missione di Verifica delle Nazioni Unite in Colombia, dal Fondo per la pace dell’Unione Europea, dall’Agenzia per la Reincororazione e la Normalizzazione (Arn), dal Ministero dello Sport e dall’Universidad Abierta y a Distancia (Unad).

«È stata un’esperienza unica e piena di gioia che si inserisce in un processo importante di riconciliazione e costruzione di pace e di visibilizzazione dell’ecoturismo nel territorio» racconta Herson Lugo, Assessore di pace del Caquetà, sottolineando il clima di collaborazione che si respira tra le istituzioni e lo Spazio Territoriale degli ex guerriglieri: «Si sono costruiti spazi di dialogo con Miravalle, esiste un buon meccanismo di dialogo, ci sono iniziative e loro partecipano in spazi di costruzione di pace nel Consiglio Municipale e Regionale».

All’indomani della morte di Mario Paciolla, trovato impiccato nella sua casa di San Vicente del Caguan, Hermides Linares, ex combattente delle Farc raccontava all’Ansa Latina l’impegno entusiasta dell’osservatore della Missione di Verifica Onu nel promuovere il progetto «Remando per la pace» e il sostegno nell’ottenere la documentazione: «Ci ha sostenuto molto durante il processo burocratico aiutandoci a partecipare al Mondiale di rafting in Australia», la competizione sportiva in cui la compagine di ex guerriglieri ha rappresentato la Colombia.

«Remando por la paz» rappresenta – al netto delle informazioni che abbiamo – una di quelle iniziative che si inseriscono positivamente nel complesso processo di reincorporazione in società degli ex guerriglieri Farc, ma che allo stesso tempo rappresentano una delle eccezioni alla carenza strutturale nell’implementazione degli Accordi di pace del 2016. Oggi la Colombia è un paese più violento rispetto al 2016, dove i conflitti per il controllo dei territori e le violazioni dei diritti umani sono aumentate, come già segnalava nel 2017 Astolfo Bergman, alias Mario Paciolla, in un suo articolo per Eastwest.

Leggendo ciò che ha scritto e ascoltando i racconti delle persone che lo hanno conosciuto, pensiamo di poter affermare che Mario Paciolla, nel contesto del Festival «Remando por la paz», non avrebbe voluto essere ricordato per il suo impegno o messo al centro di una lotta che lui accompagnava. Quello che probabilmente avrebbe voluto è ricordare le violazioni dei diritti umani, gli attacchi alle attiviste e agli attivisti e i massacri che continuano a lacerare il tessuto sociale colombiano e colpire la popolazione più vulnerabile.

In altre parole, le sue, «raccontare la storia delle persone che vivono e subiscono» il narcotraffico e la violenza, dove «i protagonisti della storia dovrebbero essere le persone della comunità e i difensori dei diritti umani», come aveva spiegato a Valerio Cataldi, autore del programma Narcotica, prima di accompagnarlo sulle sponde del Rio Naya e aiutarlo a documentare gli effetti dell’economia criminale sulle comunità locali.

«Ho avuto l’opportunità di conversare con Mario Paciolla in due occasioni, una presso la casa parrocchiale e una a Puerto Amor, con il governatore, dove abbiamo avuto la possibilità di avere l’accompagnamento di Paciolla, abbiamo bevuto un caffè insieme e chiacchierato del processo di pace e dei rischi che la situazione comportava» racconta Herson Lugo, «avevamo un’ottima relazione, era molto positivo e attivo nel suo lavoro, l’ho sempre visto molto impegnato con il processo di pace e con quello che faceva». E in relazione all’ipotesi del suicidio dichiara: «Non me lo sarei mai immaginato, era l’ultima cosa che mi passava per la testa, era una persona molto centrata, di opinioni chiare e interventi precisi, non avremmo mai potuto pensare al suicidio».

Nel frattempo il caso rimane avvolto da numerose polemiche e ipotesi contrastanti tanto da mettere in disaccordo le autorità colombiane, che hanno fin da subito parlato di suicidio, e la procura di Roma, che ha aperto invece un’indagine per sospetto omicidio. Nell’occhio della bufera sono finite le stesse Nazioni Unite che sono state accusate di aver compromesso la scena del crimine e di aver fatto sparire delle prove fondamentali come i dispositivi elettronici usati da Mario Paciolla.

Le parole di Anna Motta, madre di Mario, chiedono giustizia e trasparenza da parte di chi era responsabile della tutela della vita del cooperante «mi batto perchè sia l’Onu a dirmi che cos’è successo» e rimarcano l’importanza di scoprire cosa sia accaduto sabato 11 luglio, 4 giorni prima della morte, giorno in cui Mario raccontò ai genitori di aver avuto una discussione con l’Onu e iniziò a dare i primi segnali di preoccupazione. «Per me è quella la data che va indagata», afferma la donna.

Dopo più di 100 giorni dal rientro in italia del corpo di Mario Paciolla non si conoscono i risultati dell’autopsia svolta dalle autorità italiane, un tassello che potrebbe risultare fondamentale per ricostruire la verità sul caso e favorire il processo di giustizia per Mario, la sua famiglia e per tutte le persone che si battono per i diritti umani in Colombia.

IL FESTIVAL DI NAPOLI

Intanto la XII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, inaugurata venerdì 13 novembre, è dedicata proprio a Paciolla. Dopo mesi di silenzio, dovuto alle indagini in corso e alle strategie legali, la famiglia e l’avvocata Alessandra Ballarini, già difensora nel caso Giulio Regeni, sono intervenute pubblicamente.

Ballerini ha ribadito il lavoro per la ricerca della verità e della giustizia che sta svolgendo insieme a Emanuela Motta e German Romano. Quest’ultimo, sottolinea la legale, rappresenta la famiglia Paciolla in Colombia dimostrando «molto più coraggio di noi in un contesto più difficile». Ha inoltre ricordato che «il diritto alla verità è un diritto umano fondamentale» ed «è il diritto di una collettività», non è solo il diritto della famiglia, «una persona che ha speso la sua vita per la tutela dei diritti umani merita che almeno gli venga garantito il diritto umano alla verità, lo merita la sua famiglia ma lo meritiamo tutti noi perché come cittadini non possiamo sentirci protetti finché non viene restituita verità per Mario».

La pretesa di verità e giustizia passa anche come afferma la legale dal compimento dell’articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Difensori dei diritti umani del 1999, che recita: «Nessuno deve partecipare, con atti o omissioni, alla violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali» invitando «tutte le persone, o le istituzioni, o i poteri forti, che in questo momento stanno o ostacolando o omettendo gli sforzi necessari per arrivare alla verità» a rispettarlo.

I genitori di Mario Paciolla sono intervenuti con la voce di Anna Motta, la madre, leggendo una lettera che si apre con le parole di Mario, che descrive il suo arrivo in Colombia per lavorare con Pbi, le Brigate di Pace Internazionali:

«Il viaggio è lungo ma come succede negli aeroporti si può approfittare dell’attesa tra un volo e l’altro per provare a indovinare la destinazione delle persone vicine a te che guardano gli schermi degli arrivi e delle partenze. Arrivato in Colombia, calata la notte, l’oscurità della notte di Bogotà converte l’insonnia in adrenalina, avvolgente nella sua coperta di clima caldo, umido, freddo, secco. E all’improvviso scopri che l’imprevedibile ha il ritmo di una cumbia di strada suonata dalla strada 7».

Segue raccontando la sua vita attraverso aneddoti degli amici, «aveva l’abitudine a ritagliare articoli di giornale che divideva per argomenti per poi accuratamente analizzarli», e certezze della famiglia, «non ha mai accettato compromessi». La conclusione della lettera traduce dal linguaggio giuridico l’articolo 10 della Dichiarazione delle Nazioni Unite citato dall’avvocata Ballerini e lo trasforma in un appello e in un monito di dignità: «Mario merita e pretende verità e giustizia, per questo mi rivolgo alle tante persone che lo hanno conosciuto e che sanno la verità sulla sua morte: di abbandonare le reticenze e l’omertà, di dare voce alle proprie coscienze e di collaborare, chi non lo farà si renderà complice di questo delitto».

Di:  In Categoria: America Latina, Primo Piano

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