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#AvenidaMiranda Puntata 44. L’Argentina ad un passo dal G20

KATIA 8

Foto di Kátia Dias

29 nov – A solo un giorno dal G20 di Buenos Aires la tensione è massima: una zona rossa di 20 km quadrati, un dispositivo militare enorme, tanto argentino come di paesi come Russia, Cina e Stati Uniti (questi ultimi con addirittura 800 soldati di stanza in Uruguay), una giornata dichiarata festiva e con il ministro degli Interni che ha espressamente invitato la popolazione ad “andarsene”. Il tutto in seguito a una settimana che ha visto due militanti del sindacato dell’economia popolare Ctep uccisi dalla polizia e il derby Boca-River rimandato per disordini. E in un paese che ormai da più di un anno è in mobilitazione permanente, contro un governo che ha fatto salire l‘inflazione e la svalutazione monetaria alle stelle di fronte al contenimento salariale, e che ha bocciato l’approvazione dell’aborto libero, sicuro e gratuito opponendosi al maggior movimento femminista al mondo. Di tutto questo il blog lamericalatina.net ne ha già parlato, però Avenida Miranda lo approfondisce con una puntata a cura di Pérez Gallo e la “new entry” Susanna.”

Qui il PODCAST!

Germania, Germania!

di Raul Schenardi da Carmilla

Germania alemania alemaniaUn titolo del genere, soprattutto di questi tempi, ricorda il sinistro Deutschland über alles, fa pensare a un saggio di economia o di storia (magari all’ottimo Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, di Vladimiro Giacché) ed evoca il cupo scenario di un IV Reich che sorge sulle macerie del «sogno europeo». Ma non si tratta di questo, se non in modo tangenziale (fin dalle prime pagine si evocano infatti le ceneri del ghetto di Varsavia, e la Seconda Guerra Mondiale, con al centro la Germania hitleriana, è uno degli assi tematici del libro). ¡Alemania, Alemania! in realtà è il titolo del più recente romanzo di uno scrittore uruguayano ancora sconosciuto da noi: Felipe Polleri.
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Estado de Sitio: #Film Completo sul Movimento Armato dei #Tupamaros #Uruguay #PepeMujica

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

Estado de sitio (État de siège), una película de Costa-Gavras inspirada en los tupamaros.

NOTA WIKIpedia: El Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros (MLN-T) o simplemente Tupamaros es un movimiento político de Uruguayque tuvo una etapa de actuación como guerrilla urbana de izquierda radical durante los años 1960 y principios de los 70, y que se integró a la coalición política Frente Amplio en 1989.2 

Estado de sitio pelicula

Il presidente impossibile

Tarquini Angelucci Mujica presidente impossibileNadia Angelucci e Gianni Tarquini – Il presidente impossibile. Pepe Mújica, da guerrigliero a capo di stato,Nova Delphi Libri, pp. 224, € 12,50

Il Presidente Impossibile è la prima biografia italiana di José “Pepe” Mújica, ex guerrigliero che oggi è presidente dell’Uruguay. Ma è anche un testo utilissimo per capire la storia dell’America Latina e particolarmente dei paesi del Cono sud come il Cile, l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e, appunto, il più piccolo di loro: l’Uruguay. Questo saggio, scorrevole come un romanzo e appassionante come un diario, chiarisce, trattando il caso di un paese specifico, il percorso e il ruolo di quelle sinistre latinoamericane che, dopo gli anni dell’autoritarismo supportato dagli USA e la restaurazione democratica, sono diventate forze di governo, ma che restano ancora le “grandi incomprese” dei mass media e del mondo politico occidentali. Gli autori di questo saggio, insieme a Rachele Masci e Manfredo Pavoni, conducono da anni Bucanero, un programma radiofonico di controinformazione sull’America Latina che va in onda su Radio Popolare Roma la domenica alle 12 e 30 ed è uno dei pochi spazi dedicati a questa regione. L’America Latina, l’autoritarismo, la repressione, le dittature, il militarismo, il populismo, le guerriglie, la lotta de los de abajo e la consolidazione democratica sono tutti argomenti al centro di questa biografia che sa andare ben oltre la vicenda personale e politica di Pepe Mújica.

Il Presidente impossibile è una voce che è composta a sua volta da tante altre voci, da interviste, documenti, testimonianze e articoli ben organizzati e narrati con fluidità. Il libro racconta a fondo l’Uruguay, è una storia e un diario di un paese da tre milioni di abitanti, incastonato tra due stati-continente come l’Argentina e il Brasile. Una realtà in cui il movimento guerrigliero, i Tupamaros in primis, aveva una connotazione nettamente urbana ed era considerato anomalo, soprattutto rispetto all’esperienza cubana e alfoquismo guevariano che avevano fatto della selva, dei contadini e delle montagne i loro alleati principali.

“Negli anni settanta la sinistra non parlamentare d’Italia era retrovia di molti movimenti rivoluzionari. Ospitammo e sostenemmo materialmente militanti delle lotte armate provenienti da tutte le parti del mondo”, spiega Erri De Luca nel prologo. Grazie all’approfondimento storiografico sull’Uruguay, che parte dagli anni ’30, e poi alla cronaca della nascita, dell’auge e del declino delle sinistre extraparlamentari, delle iniziative antagoniste e del conflitto armato negli anni ’60 e ’70, il testo va definendo anche un ottimo punto di partenza per una riflessione sugli anni della lotta armata in Italia, sui legami internazionali dei movimenti, sui loro militanti e sui diversi epiloghi delle loro lotte.

Un saggio su Mújica, personaggio estremamente mediatizzato e quindi, in qualche modo, “normalizzato”, incorporava il rischio di diventare apologetico e scontato. Invece Tarquini e Angelucci, da giornalisti esperti di America Latina e osservatori attenti delle vicende uruguaiane, non sono caduti nella trappola e sono riusciti a mettere in evidenza luci ed ombre di un uomo politico carismatico, perseverante, pragmatico e atipico, specialmente se paragonato ai rappresentanti di classi politiche abituate a magniloquenze, formalismi ed espressioni prive di contenuto e di coraggio.

La trasformazione operata da stampa mainstream e reti sociali sulla figura José Mújica, divenuto in pochi mesi un’icona mediatica globale, cioè il “presidente più povero del mondo” che dà in beneficenza il 90% del suo stipendio, ha il difetto, tra gli altri, di far passare in secondo piano l’operato del suo governo e di banalizzare o rendere folclorica la sua storia e la sua complessità politica. E infine svia l’attenzione da quanto è stato fatto concretamente in Uruguay dai partiti raggruppati nel Frente Amplio Progresista e da quello che manca ancora da fare.

Tarquini e Angelucci ci riportano nel paese reale, c’immergono nella sua evoluzione e nelle sue problematiche, in cui il Frente Amplio, la coalizione di governo, da oltre 40 anni (precisamente dal 1971) riesce a tenere insieme cattolici progressisti ed ex guerriglieri, socialisti, comunisti e anche correnti d’ispirazione liberale e democristiana. Dopo essere stato proscritto durante la dittatura (1973-1985) e dopo quasi vent’anni d’opposizione, ilFrente ha conquistato la maggioranza parlamentare e la presidenza della Repubblica in due occasioni, nel 2004 con Tabaré Vázquez e nel 2009 con Pepe Mújica. Come forza di governo ha dovuto fare i conti con la crisi internazionale e il predominio dell’ideologia neoliberale, all’esterno, e con le opposizioni del Partido Colorado e del Nacional e con la sfida delle riforme, all’interno.

Di nuovo dal prologo di Erri De Luca: “Pepe Mújica è il compagno che ognuno avrebbe voluto a fianco e che molti hanno conosciuto sotto diversi nomi. La sua vicenda prima che politica è sentimentale, perché fondata sul primo sentimento che affiora alla coscienza: la giustizia”. Facendo uso di un gran numero di fonti giornalistiche e documentali, gli autori hanno ricostruito la gioventù del presidente, col suo fervore politico e l’adesione alla lotta armata nel Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros, e poi i lunghi anni in carcere durante la dittatura, il suo amore per la terra, le cose semplici e soprattutto per la moglie, anche lei ex guerrigliera, Lucia Topolansky. Propongono anche scorci della loro vita attuale in campagna, nei dintorni della capitale Montevideo, vicini ai contadini, al mondo rurale e dei lavoratori.

Jose Mujica“La battaglia che stiamo perdendo contro il capitalismo è in realtà la battaglia contro il consumismo. E’ quella di questa società dei consumi che indirizza i nostri giovani in strada a cercare con qualsiasi mezzo ‘ciò che si usa oggi’, quel particolare tipo di cellulare, la marca di scarpe sportive alla moda. Ciò comporta che una persona qualsiasi che magari ha la sfortuna di arrivare a malapena a potersi procurare il necessario per vivere, s’indebiti per comprarsi il televisore al plasma. E questo a causa de mezzi di comunicazione di massa che s’incaricano di generare desideri travestiti da necessità; i genitori non sanno come negare ai figli quei prodotti che i pubblicitari si incaricano di vendere”, ha spiegato Lucia Topolansky in un’intervista esclusiva di pochi mesi fa che è stata inclusa nel volume.

“Il tema della terra e il legame di questa con l’uomo, che hanno segnato la vita di Mújica sin dalla sua infanzia, contribuiscono alla sua elaborazione politica e trascendono dal piano personale a quello pubblico”. Demetrio Mújica, padre di Pepe, era di origini basche e morì quando suo figlio aveva 8 anni. Sua moglie, Lucy Cordano, veniva da una famiglia contadina di migranti italiani: suo nonno arrivava, infatti, dalla zona di Rapallo in Liguria. Il nome del Movimento di Liberazione Nazionale uruguayano MLN-Tupamaros s’ispirava a Tupac Amaru II, ovvero a José Manuel Condorcanqui, meticcio andino-spagnolo discendente di Tupac Amaru, ultimo sovrano inca che fu giustiziato a Cuzco nel 1781 per aver organizzato la più imponente rivolta indigena contro gli spagnoli e che disse: “Domani tornerò e sarò milioni”.

Negli anni sessanta e settanta il conflitto è scandito dalle azioni armate, dalle “carceri del popolo”, dall’ampio sostegno popolare, dagli espropri proletari, dalle azioni dimostrative ma anche dai sequestri, come quello dell’agente FBI Dan Mitrione, che degenerò nell’omicidio dell’agente, e dalle fughe epiche, come quella da Punta Carretas nel 1971. Parallelamente, però, s’acuisce la controffensiva dello stato coi processi, le condanne, le incarcerazioni, e infine con la stretta finale contro i Tupamaros che porta al loro smantellamento e all’imprigionamento di tutti i leader, compreso Mújica. Questi, dopo vari arresti e fughe, viene catturato e rinchiuso definitivamente nel 1972. Alla fine dell’esperienza della lotta armata, nel contesto della Guerra fredda e delle svolte autoritarie in quasi tutto il sottocontinente latinoamericano, comincia una dittatura militare che dura dal 1973 al 1985. E’ l’epoca del Plan Condor, operazione regionale volta alla repressione sistematica di ogni dissidenza coordinata dai regimi dittatoriali sudamericani e dalla CIA, cui aderiscono, oltre alla cupola militare dell’Uruguay, anche quelle del Brasile (al potere dal 1964), del Cile di Pinochet (dopo il golpe del 1973), dell’Argentina (dal 1976), della Bolivia (governata dai militari dal 1964) e del Paraguay, che  viveva nella tirannia dal 1954.

Il centro del capitolo “Sepolti vivi” è l’esperienza della prigione e della dittatura, sia dal punto di vista del popolo e della società, che provava a resistere all’autoritarismo, alla repressione del dissenso e alla “politica” delle desapariciones, sia da quello dei “sepolti”, cioè di quei guerriglieri e quelle guerrigliere cui era stato riservato il carcere duro e che rischiavano d’impazzire o d’ammalarsi, come effettivamente accadde in alcuni casi.

Il libro dedica uno spazio di digressione, preziosissimo e necessario, al caso delle rehenas(ostaggi) della dittatura, cioè undici donne prigioniere la cui vita carceraria fu particolarmente dura, resa impossibile cinicamente dal regime che così intendeva “dare l’esempio”: il martirio di alcuni serviva per tutti. Le storie e le testimonianze dei detenuti uomini della dirigenza guerrigliera tupamara sono note da anni, mentre per quanto riguarda le donne c’è stato un silenzio trentennale, interrotto solo nel 2012 da Marisa Ruiz e Rafael Sanseviero con il libro Las rehenas. Historia oculta de once presas de la dictadura(Ed. Fin de Siglo, Montevideo). Tarquini e Angelucci ci parlano della resistenza di queste donne e delle condizioni della loro reclusione, ci raccontano della “grammatica terrorista” dello stato uruguayano che, nel suo delirio totalitario e intimidatorio, prevedeva “l’appropriazione del corpo delle persone alla mercé di un potere abusivo”. Espressione di ciò furono il regime d’isolamento carcerario assoluto, la sottoalimentazione, la disidratazione, le sevizie, le violenze, le percosse, le sessioni  di tortura e la rotación, ossia lo spostamento coatto e continuo del prigioniero tra varie caserme.

Appena uscito dal carcere, nel marzo 1985, Mújica si riappropria della sua vita familiare, personale, sociale e politica. Va a stare da sua madre per un po’. Rincontra l’attuale moglie, Lucia Topolansky, anche lei finita in prigione dal 1972 al 1985, e da allora non se ne separa più. Con lei riprende la militanza politica. Dieci anni dopo diventa il primo ex tupamaro a diventare deputato. In seguito nel governo di Tabaré Vázquez ricopre la carica di ministro dell’agricoltura e nel 2009 diventa candidato presidenziale per il Frente e vince le elezioni. Il libro non indugia nei trionfalismi e si dedica a spiegare i cinque anni di governo di Mújica, che quest’anno volgono al termine, così come i suoi provvedimenti, i discorsi ormai storici del presidente guerrigliero, ma anche i suoi limiti e le critiche che gli sono state rivolte da destra e da sinistra.

Chi è, infine, José Pepe Mújica? “E’ un vecchio che ha sulle spalle parecchi anni di carcere, e qualche proiettile in corpo”, ha dichiarato lui stesso, “e che si sente molto felice, tra le tante ragioni, di contribuire a rappresentare umilmente chi non c’è più e dovrebbe esserci […] Chi non coltiva la memoria, non sfida il potere. E’ questo lo strumento per costruire il futuro che, in ogni caso, è nostro perché non hanno potuto sconfiggerci”.

Il libro fa parte della collana Viento del Sur di Nova Delphi Libri. Un vento che il giornalista e accademico argentino Adolfo Gilly ama descrivere con queste parole, citate in apertura deIl presidente impossibile: “Da Genova a Buenos Aires, le città sono nostre. Ancora una volta osiamo pensare e immaginare il socialismo, una società di persone uguali e libere, contro questa barbarie senza senso e senza pietà che è il mondo globale del capitale: ecco il messaggio che possiamo leggere in questo nuovo vento del Sud”. Fabrizio Lorusso @Carmilla

Link:

L’Uruguay del Frente Amplio – Intervista a Monica Xavier (presidenta del Frente)

L’anno di Mújica e dell’Uruguay

Truffare una banca e altre storie

truffare una banca zero in condottaSegnalo l’introduzione “Invito alla lettura” scritta da Raul Zecca per il romanzo di Augusto “Chacho” Andrés, Truffare una banca…che piacere! E altre storie. Lo stesso Raùl Zecca Castel è il traduttore all’italiano dell’opera per la casa editrice ZeroInCondotta, 2012, pp. 180, € 10,00. Il testo è uscito oggi suCarmilla ed è un interessante excursus sulla storia uruguaiana oltre che un teaser efficace dei testi contenuti nel libro di Augusto Andres. Buona lettura.

Terra lungamente contesa dall’Impero coloniale spagnolo e da quello portoghese, che ne rivendicarono vicendevolmente la scoperta e la sovranità per più di 300 anni, l’attuale Repubblica Orientale dell’Uruguay ottenne l’indipendenza il 25 agosto del 1825. A conquistare quel prezioso baluardo di libertà fu il celebre gruppo dei “Trenta y Tres Orientales” guidato dall’Ufficiale Juan Antonio Lavalleja e così passato alla storia perché formato da soli trentatré uomini che al grido di Liberar la patria o morir por ella il 19 agosto 1825 intrapresero quella “Cruzada Libertadora” tesa a riscattare la Provincia Orientale del neonato Stato brasiliano. Fu per quell’occasione che venne realizzata la bandiera riportante l’iscrizione Libertà o Morteconsiderata uno dei simboli nazionali dell’identità uruguaiana.

La conquista dell’indipendenza, tuttavia, non coincise affatto con l’inizio di un periodo di stabilità interna; al contrario, il paese restò in balia della lotta per il potere ingaggiata dai due principali schieramenti politici del tempo, i Blancos e i Colorados, formazioni partitiche che dovevano il loro nome alle diverse tinte delle fasce indossate durante la lunga guerra civile che li vide combattersi per quasi l’intero secolo.

Con l’affermarsi del Partido Colorado al governo, la prima metà del Novecento fu segnata da una forte spinta riformatrice che portò l’Uruguay a livelli di sviluppo sociale ed economico paragonabili solo con quelli delle più avanzate nazioni europee, tanto da guadagnarsi la notorietà nei termini della “Svizzera d’America”. Importanti conquiste vennero realizzate sia sul piano dei diritti civili (suffragio universale femminile; abolizione della pena di morte; legge sul divorzio; scuola elementare gratuita, laica e obbligatoria), che su quello dei diritti del lavoro (giornata di 8 ore; divieto di lavorare per i minori di 13 anni; riposo di 40 giorni per le donne incinte; assicurazione antinfortunistica obbligatoria; piano pensionistico; liquidazione), oltre che sul piano economico, dove furono intrapresi provvedimenti che dal punto di vista finanziario risultarono molto vantaggiosi, come ad esempio la nazionalizzazione delle due maggiori banche del paese e dei trasporti ferroviari.

In seguito alla fine della seconda guerra mondiale, nondimeno, la drastica riduzione delle esportazioni di carne determinò una forte crescita della disoccupazione e dell’inflazione, rivelando una politica economica del tutto arretrata, ancora troppo dipendente da pochi interessi vitali come quelli della produzione, della conservazione e della distribuzione della carne; mercato fondato su allevamenti estensivi e industrie frigorifere che, nella maggior parte dei casi, erano nelle mani di un ristretto gruppo di latifondisti per di più vincolati con le alte classi dirigenti della capitale.

La crisi economica, sociale, e soprattutto politica che ne derivò produsse una situazione di malcontento generale che si tradusse in un aumento esponenziale del conflitto sociale, raggiungendo livelli di tensione che ben presto sarebbero sfociati nella violenza armata.

Risale al 1956 la fondazione della Federazione Anarchica Uruguaiana (FAU); ai primi anni ‘60 quella del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros (MLN-T); e rispettivamente al 1968 e al 1969 quella della Resistenza Operaia e Studentesca (ROE) e dell’Organizzazione Popolare Rivoluzionaria 33 (OPR33), entrambe braccia della FAU: politica l’una, armata l’altra.  Quest’ultima, l’OPR33, balzò improvvisamente agli onori delle cronache il 16 luglio del 1969 quando rivendicò il furto dal Museo Storico Nazionale di Montevideo della bandiera originale dei “Trenta y Tres Orientales”. Quell’antico grido disperato di Libertà o Morte ritrovava così nuova voce tra le genti dei quartieri più poveri di una città che sembrava volersi concedere troppo facilmente al gioco dei grandi profitti per pochi e delle briciole per tutti gli altri.

La prima parte del libro di Augusto Andrés è divisa in cinque ampi capitoli che prendono il nome da altrettanti protagonisti della storia del movimento anarchico uruguaiano. Di ognuno di essi viene tracciata una biografia essenziale, intima, per nulla accademica o manualistica, che segue le orme delle vicende e delle scelte più difficili e umanamente costose delle loro vite. Ma il filo di ogni storia si intreccia inevitabilmente con quello di tutte le altre per tessere una preziosa tela della memoria che – maledizione di Penelope – la notte del tempo, ma soprattutto la voragine della dittatura con il suo carico di terrore e morte, ha cercato in tutti i modi di disfare. Eppure, a dispetto dell’angosciante necrologio che chiude le pagine di questo libro, non abbiamo tra le mani le tristi cronache del dolore di un sopravvissuto ma, tutt’al contrario, l’antologia di una passione mai sconfitta, racconto di un’umanità altra che è ancora viva nei ricordi e nei sogni dell’autore, protagonista anch’egli di quel tempo in cui utopia e Storia sembravano tenersi per mano con la stessa autentica solidarietà che unisce i diversi personaggi di queste vicende.

Persino la struttura narrativa del testo, in qualche modo, segue il passo concitato dei ricordi affidando la cronologia degli eventi alle suggestioni che di volta in volta la memoria offre. Non ci si sorprenda dunque se il tempo dell’azione si prodiga in generose acrobazie spostando improvvisamente l’attenzione del lettore su avvenimenti a prima vista non attinenti e lontani negli anni rispetto a quelli appena trattati: ogni vicenda narrata, infatti, è l’istantanea di un album infinito che l’eco del tempo sfoglia incessantemente. Nondimeno, ognuna di queste vicende continua a far parte di un’unica storia, un unico sogno di libertà simile a quello realizzatosi nel 1971 a Punta Carretas quando grazie ad un lungo tunnel scavato da anarchici e Tupamaros assieme scapparono dal carcere centosei prigionieri politici: un record nella storia dell’evasione. Con il passare degli anni, poi, molti di quei fuggiaschi avrebbero conquistato la fiducia di gran parte della popolazione ottenendo conferme politiche che solo fino a qualche tempo prima sarebbero state inimmaginabili. È questo il caso ad esempio di José Mujica, ex guerrigliero dell’MLN-T ed attuale presidente della Repubblica Uruguaiana. Ma il segno dei tempi si rivela in tutta la sua originalità anche nell’ultima peripezia che ha visto per protagonista il carcere di Punta Carretas, trasformato nel 1994 in un immenso centro commerciale.

Prima ancora, con l’avvento del colpo di stato di Juan M. Bordaberry nel giugno del 1973, in tanti, tra anarchici, comunisti, Tupamaros e dissidenti vari, avevano deciso di espatriare in Argentina, nella vicina Buenos Aires, da dove avrebbero continuato la loro lotta per la giustizia sociale. Nemmeno tre anni più tardi però anche l’Argentina sarebbe caduta sotto il pugno di una feroce dittatura, e così, molti di coloro che riuscirono a scampare alla dura repressione che fu messa in atto dalla Giunta militare guidata da Jorge R. Videla, scelsero nuovamente la via dell’esilio, questa volta però trovando rifugio in Europa, soprattutto – è il caso dell’autore – in Francia. Tanti altri, invece, e tra questi anche alcuni dei protagonisti di queste pagine, finirono in uno dei numerosi Centri Clandestini di Detenzione, come quello ricavato nella sede della concessionaria “Orletti”, dove più di 300 persone furono sequestrate e brutalmente torturate nel quadro della famigerata “Operazione Condor”. Della maggior parte di queste non si ebbe mai più notizia e i loro nomi andarono ad aggiungersi a quelli delle migliaia di desaparecidoslatinoamericani.

La seconda parte del libro ci porta dunque a Parigi, tra le diverse comunità in esilio, ed occupa un intervallo di tempo che va dal 1976 al 1985, anche se non mancano brevi riferimenti alla guerra civile spagnola, alla Comune o alla rivoluzione cubana. Protagonista assoluto, qui, è Lucio Urtubia, anarchico spagnolo celebre per aver portato nel 1982 la First National City Bankdi New York sull’orlo del fallimento, falsificando migliaia di travellers cheques per un valore stimato in diverse decine di milioni di dollari. Muratore piastrellista – professione da sempre rivendicata con orgoglio – Lucio era fuggito a Parigi dopo aver

disertato il servizio militare; qui aveva conosciuto il leggendario Francisco “Quico” Sabaté e alla sua morte, avvenuta nel 1960, ne aveva ricevuto in eredità la mitragliatrice Thompson, simbolo di una lotta che non era ancora chiusa.

Lucio, però, non è uomo d’armi. La sua guerra si combatte nelle filiali di tutte le banche d’Europa – e non solo – con innocue munizioni di carta: riproduzioni perfette di travellers cheques americani. Un affare milionario con il quale finanzia le più diverse organizzazioni rivoluzionarie del mondo: dall’ETA alle Black Panthers, da Action Directe ai vari gruppi guerriglieri sudamericani; Tupamaros e anarchici uruguaiani compresi.

È così che durante i primi anni ’80 due tessere apparentemente distanti di un puzzle sempre più complicato da decifrare entrarono in contatto stabilendo nuovi sorprendenti intrecci di mondi, storie, sogni: utopie mai dimenticate che, come il mondo nuovo di Durruti, abitano il cuore di ognuno dei personaggi di queste vicende.

Guerra alla droga. Sta cambiando il vento? Radio @CittàDelCapo

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Radio Città del Capoin particolare la trasmissione Angolo B, ha dedicato una puntata alla cosiddetta “guerra alle droghe” e abbiamo parlato del mercato mondiale della coca e della marijuana, vista la decisione dell’Uruguay di legalizzarne uso e produzione, e anche della situazione del Messico, instabile per via dell’entrata in scena dei gruppi di autodifesa (cittadini in armi) che vengono ad aggiungersi ad altri attori armati come i narcos e le forze statali (polizia, esercito, marina).

Bologna, 16 gen. – Come sta cambiando il mercato mondiale della droga? E quali sono le risposte politiche a livello globale? Ne abbiamo parlato con Giorgio Tinelli, ricercatore e docente all’Università di Bologna e con Francesco Strazzariprofessore di scienze politiche e ricercatore all’Istituto norvegese di affari internazionali a Oslo. Con Fabrizio Lorusso, giornalista scrittore, autore del libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità, abbiamo invece affrontato la questione dei cartelli messicani e delle milizie di autodifesa che stanno nascendo in alcune zone del paese. Twitter Radio città del capo https://twitter.com/cittadelcapo

Ascolta la trasmissione qui – link o clicca su play qui in basso:

L’anno di Mújica e dell’Uruguay

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Il presidente dell’Uruguay, l’ex guerrigliero José “Pepe” Mújica, vive in una fattoria alla periferia della capitale Montevideo con sua moglie, la senatrice Lucía Topolansky, guida un vecchio maggiolino e si dichiara vegetariano sfegatato. Salvo un paio di poliziotti di guardia all’entrata, cosa peraltro molto comune quasi ovunque nelle città latinoamericane, non si serve di particolari protezioni o scorte e conduce una vita umile e dignitosa, senza eccessi né lussi. Mújica dà in beneficienza il 90% del suo stipendio di 12mila dollari al mese, un gesto piccolo rispetto ai costi generali della politica o al bilancio statale, ma di certo molto significativo e simbolico, soprattutto in una regione come il Sud America  che è al primo posto per le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, cioè per la breccia tra ricchi e poveri. Per lui questo è un modo di “restare libero” e non un escamotage per creare un “personaggio” e ottenere riconoscimenti. Infatti, Mújica non ama essere chiamato “il presidente più povero del mondo”, un titolo affibbiatogli dalla stampa internazionale negli ultimi anni.

“Non sono povero, ma poveri sono quelli che hanno bisogno di molto per vivere, quelli sono i veri poveri”, replica il presidente parafrasando Seneca. Molti reportage e interviste tendono a esaltare il suo stile austero e sobrio, la sua vena contadina e la sua vita da persona “normale”, in controtendenza con una politica insultante e sempre più distante dalla gente in tutto il mondo. Tutto vero, ma si parla poco della sua storia politica e combattente, delle prigionie e delle sofferenze e dei successi ottenuti dopo la fine della dittatura che durò dal 1971 al 1984. Quegli anni Pepe li passò prevalentemente in carcere. Fu arrestato quattro volte in quanto membro del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros e l’ultima prigionia durò 13 anni, per cui fu liberato solo nel 1985 e si reintegrò alla vita politica dopo l’approvazione delle leggi di amnistia e il ritorno a un regime democratico.

Nel 1989 i Tupamaros entrarono a far parte della coalizione di partiti del Frente Amplio, al governo dal 2004, e si trasformarono nella sua anima maggioritaria e progressista con la fondazione dell’MPP, il Movimiento de Participación Popular. Pepe fu eletto deputato nel 1994 e poi senatore cinque anni dopo. Durante la presidenza del medico Tabaré Vázquez (2004-2009) Mújica diventa ministro dell’agricoltura, l’allevamento e la pesca ed entra quindi nel primo governo del Frente Amplio. Questa forza politica è nata nel 1971, ma è stata proscritta e i suoi esponenti perseguitati durante la dittatura. Ad oggi ne fanno parte numerosi partiti, ben sedici liste, in rappresentanza delle principali anime della sinistra ma anche di alcune forze d’ispirazione democristiana e di tradizione liberale.

Coerentemente col suo passato e il suo presente Mújica ha formulato discorsi energici e decisi nei summit internazionali contro il consumismo e il modello di sviluppo capitalista, con le sue espressioni ed eccessi degenerati e aberranti, e a favore dell’integrazione latino-americana e di una rivoluzione culturale ed educativa profonda: “Il mondo è prigioniero oggi della cultura della società dei consumi e ciò che sta consumando è la vita umana, in quantità tremende” per cui la gente ormai “non compra con i soldi, ma con il tempo che ha dovuto spendere per avere quei soldi. Non si può sprecare, quel tempo, va lasciato del tempo alla vita”. Di seguito incorporo un video, sottotitolato all’italiano da Clara Ferri, col discorso tenuto dal presidente uruguaiano alla conferenza della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) del 26-27 gennaio 2013.

Il 22 marzo 2012 il presidente ha letto un discorso in cui lo stato uruguaiano riconosceva pubblicamente la sua responsabilità nelle violazioni ai diritti umani durante la dittatura. In più occasioni Mújica, insieme a una parte della sua coalizione, ha promosso attivamente sia la revisione che la cancellazione della Ley de Caducidad, la legge che nel 1986 concesse l’amnistia ai repressori del regime dittatoriale, ma le misure adottate dal parlamento hanno subito in varie occasioni la bocciatura da parte della Corte Suprema (Costituzionale) che ne ha annullato gli effetti. Quindi la questione resta ancora in sospeso e, nonostante l’appoggio di Onu e Corte Interamericana dei Diritti Umani, sembra difficile che Mújica e la sua maggioranza, divisa su questo punto, riescano a trovare una soluzione e far riaprire i processi proprio a pochi mesi dalle prossime elezioni presidenziali.

Andando oltre i discorsi e le dichiarazioni, la novità rappresentata dall’esperienza dei governi del Frente Amplio e specialmente di José Mújica risiede nei fatti concreti, nella politica sociale ed economica, rivolte verso i più poveri, e nelle misure coraggiose approvate negli ultimi anni che stanno cambiando il volto del paese sudamericano e ravvivando le speranze dell’ondata progressista in America Latina.

Sicuramente i provvedimenti più trascendenti, che sono stati anche al centro delle cronache e delle inevitabili polemiche internazionali, sono quelli dell’anno che s’è appena concluso e che riguardano i matrimoni tra persone dello stesso sesso e la legalizzazione della marijuana.

Nello scorso mese di dicembre è stata promulgata la legge che legalizza e regola la produzione, il consumo e la vendita di marijuana nel paese, primo e unico caso in America Latina. Il consumo era già permesso, anche in luogo pubblico, ma restavano dei vuoti per le altre attività che da quest’anno saranno sotto il controllo statale. L’Uruguay è il primo paese al mondo a mettere sotto il controllo dello stato tutti gli aspetti legati alla vendita e produzione di cannabis e dei suoi derivati attraverso la creazione di un Istituto per la Regolazione e il Controllo della Cannabis dipendente dal Ministero della Salute. Potranno comprarla in farmacie autorizzate gli uruguaiani e gli stranieri residenti maggiori di 18 anni, ma potranno anche coltivarla privatamente (al massimo sei piante e 480 grammi di raccolto all’anno) o in club speciali riservati agli iscritti con un minimo di 15 soci e un massimo di 45.

Si potranno portare con sé o acquistare al massimo 40 grammi al mese. Il prezzo non è ancora stato definito, ma si pensa per esempio a una media di un dollaro al grammo per poter competere con l’attuale mercato illegale. Le persone che la coltivano in casa e i grossi produttori legali del mercato nazionale dovranno ricevere una licenza statale ed essere registrati. Chiaramente i coltivatori uruguaiani potranno esportare semi e piante nei paesi in cui l’uso medicinale o ricreativo della marijuana è permesso, per esempio negli stati nordamericani di Washington e del Colorado dove dal 1 gennaio è permesso il consumo.

Mujica bochoIl governo farà dei piani di prevenzione e sensibilizzazione ed è stata vietata la pubblicità della marijuana, come succede già con il tabacco in numerosi paesi. Sebbene l’Uruguay non sia uno dei paesi più colpiti dalla violenza della “guerra alla droga”, promossa ipocritamente di paesi proibizionisti come gli Usa e adottata massicciamente come politica di sicurezza nazionale, per esempio, dal Messico e dalla Colombia, la presenza del narcotraffico costituisce un problema grave, considerando anche che i paesi del Corno Sud sono tra i principali punti di transito e d’imbarco della coca diretta in Europa via Africa e Suez.

Una soluzione pragmatica e alternativa, seppur sperimentale, come ha ribadito lo stesso Mújica, rispetto alle fallimentari ingerenze statunitensi nella regione e alle politiche nazionali repressive e militari, corresponsabili di centinaia di migliaia di morti in America Latina, viene quindi da un piccolo paese che ha saputo sfidare l’opposizione interna delle destre e quella della comunità internazionale, in particolare dell’Onu e del suo Ufficio su droga e crimine, l’Unodc, secondo cui si starebbe violando la Convenzione sugli Stupefacenti del 1961.

E anche gli Usa hanno intimato il rispetto della Convenzione e degli impegni internazionali mentre al loro interno i cittadini di due stati hanno scelto di legalizzare l’uso ricreativo della marijuana, sancendo una svolta storica a livello culturale e di politiche pubbliche. Ma l’Uruguay va avanti e se l’esperimento avrà successo (o comunque sia, in realtà), avrà molto da insegnare al continente e al mondo e propizierà il ripensamento dei dogmi sul traffico e il consumo di stupefacenti che risalgono alla metà del secolo scorso e che hanno permesso soprattutto agli Stati Uniti, mossi dalla politica della guerra alla droga, di giustificare il loro enorme potere d’ingerenza negli affari continentali.

Sempre nel 2013 è stata promulgata anche la Legge del Matrimonio Egualitario per cui le coppie di persone dello stesso sesso potranno sposarsi ed è prevista “l’unione di due contraenti, qualunque sia la loro identità di genere o orientamento sessuale, negli stessi termini, con gli stessi effetti e forme di scioglimento che stabilisce il Codice Civile”, recita il testo della norma. S’è anche deciso che il cognome dei figli delle coppie omosessuali sarà stabilito da un accordo tra i due coniugi o da un sorteggio in mancanza di un accordo. Inoltre è stato fissato il diritto dei figli a riconoscere il loro padre biologico nel caso in cui la madre, sposata con un’altra donna, lo abbia concepito con un uomo e non in vitro.

L’Uruguay nel 2012 è diventato il primo paese sudamericano a permettere una depenalizzazione ampia dell’aborto, ora permesso nelle prime 12 settimane di gestazione dalla nuova Legge sul’Interruzione Volontaria della Gravidanza. In America Latina esistono norme simili solamente a Cuba, a Città del Messico, nella Guyana e a Porto Rico. Mújica spiegò in quell’occasione che depenalizzare “sembra molto più intelligente che proibire”, infatti, se “lasciamo sole le donne, se non ce ne curiamo e non diamo loro sostegno, la cosa va male”.

Vista la spiccata vocazione rurale, forestale e turistica dell’Uruguay, con l’84,6% del territorio dedicato all’agricoltura (primo posto al mondo) e la storica importanza dell’allevamento, anche in seguito all’incremento esponenziale negli ultimi anni del valore della terra, la stessa è considerata come un elemento strategico fondamentale per cui il governo Mújica ha proposto una legge che limita l’acquisto di terre da parte di imprese o gruppi in cui vi sia la partecipazione di un paese straniero come socio investitore. L’obiettivo è salvaguardare la sovranità alimentare e delle risorse naturali del paese, in controtendenza con quanto accade in altre realtà come l’Italia e il Messico, dove la svendita di spiagge e terreni o del patrimonio artistico e immobiliare si è trasformata in una soluzione facile per i problemi di bilancio o per ottenere l’approvazione di agenzie di rating, troike e business community internazionale. Il problema è che i conti si risanano per un anno o due, gli interessi sul debito si ripagano per un po’, però il patrimonio che viene alienato, invece di essere reso produttivo e valorizzato, è perso per sempre.

Nel 2012 è stata approvata la legge sulla donazione degli organi, pensata per ridurre in breve tempo la lunga lista d’attesa di pazienti in attesa di trapianti, stabilisce che ciascuno dei tre milioni e 400mila uruguaiani diventa un potenziale donatore di organi dopo il decesso, a meno che esplicitamente non decida il contrario e, nel caso dei minorenni, ci vuole il consenso del rappresentante legale.

Alle elezioni presidenziali e parlamentarie dell’ottobre di quest’anno il candidato del Frente Amplio sarà l’ex presidente Tabaré Vázquez che, dopo un quinquennio di pausa, ha annunciato recentemente la sua ridiscesa in campo. Più moderato rispetto a Mújica, che non può candidarsi a un secondo mandato per proibizione espressa della costituzione, e legato all’FMI, in quanto parte del Gruppo di Consulenti Regionale del Fondo per l’emisfero occidentale, il sessantanovenne Vazquez e il Frente sono in testa nei sondaggi. Nel 2008 Vázquez aveva mostrato il suo lato conservatore bloccando la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, anche se dal punto di vista economico nel 2007 aveva implementato una riforma fiscale progressiva che ha prodotto una diminuzione della povertà e delle disuguaglianze.

Inoltre, nonostante le misure “eterodosse” rispetto al dogma neoliberista, i governi del Frente hanno ottenuto buoni risultati economici con il PIL in crescita del 126% dal 2000 al 2011 (anche se una parte di questa crescita ricade negli anni del governo precedente) e del 5,7% e 3,8% nel 2011 e 2012. La riduzione della povertà è stata impressionante, dal 40% della popolazione nel 2005 al 12,5% nel 2012. La povertà estrema o indigenza è stata quasi azzerata. Statistiche a parte, non sembra comunque che ci siano intenzioni da parte del Frente e del suo candidato di fare marcia indietro sulle conquiste sociali dell’amministrazione Mújica, ma il loro destino evidentemente dipenderà anche dalla difesa che ne faranno la società e i movimenti oltre che dai risultati elettorali.

Emir Kusturica si appresta a girare un documentario sulla vita di Pepe Mújica. Mentre aspettiamo l’uscita del film, resta meno di un anno di governo al presidente guerrigliero per consolidare l’opera riformatrice che ha messo l’Uruguay al centro del mondo e ne ha fatto uno dei punti di riferimento in America Latina. Con l’augurio che anche i prossimi continuino ad essere gli anni di Mújica e dell’Uruguay. Fabrizio Lorusso da Carmilla

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Intervista a Monica Xavier, presidentessa del Frente Amplio  QUI

Video sottotitolati all’italiano:

– Discorso di Mújica al vertice Rio+20

– Essere di sinistra secondo Mújica

Discorso di José Pepe Mújica, Presidente dell’Uruguay nel Vertice della CELAC in Cile

Discorso con sottotitoli in italiano (di Clara Ferri) del presidente uruguaiano, José Pepe Mújica, al vertice internazionale della CELAC (Comunità Stati Latino Americani e Caraibici, organizzazione continentale che esclude gli Usa e il Canada). Leggi articolo sulla CELAC qui. 

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