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Memorie del #Sottosviluppo – Memorias del #Subdesarrollo #Cuba #Film #SubEng

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

Sergio, un abbiente borghese aspirante scrittore, decide di rimanere a Cuba nonostante la moglie e i suoi amici siano in partenza per un esilio dorato a Miami. L’uomo osserva e ricorda i cambiamenti che hanno caratterizzato la sua isola dalla rivoluzione di Fidel Castro fino alla recente crisi dei missili, riflette sulle caratteristiche della vita in un paese sottosviluppato e ripercorre i momenti della relazione con le sue ragazze Elena e Hanna.Memorias del subdesarrollo

  • Cuba 1968
  • Genere: Drammatico
  • durata 97′
  • b/n
Regia di Tomàs Gutiérrez Alea

Con Sergio Corrieri, Daisy Granados, Eslinda Nuñez, Omar Valdés, René de la Cruz, Yolanda Farr, Ofelia González, Jose Gil Abad…Vedi cast completo

Da: http://www.filmtv.it/film/43758/memorie-del-sottosviluppo/

memories of underdevelopment

La Virgen de los Sicarios (#Film completo) #Colombia #Narcos #FernandoVallejo

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

a vergine dei sicari (La virgen de los sicarios) è un film del 2000 diretto da Barbet Schroeder e interpretato da Germán Jaramillo, Anderson Ballesteros e Juan David Restrepo, tratto dall’omonimo romanzo di Fernando Vallejo. WIKI

virgen de los sicarios

Visioni e Suggestioni dallo Zoo di Marilù Oliva

ZOO def_Layout 1Marilù Oliva, Lo zoo, Elliot, 2015, € 15, pp. 190.

Lo zoo di Marilù è un boschetto di fantasie umane e disumane, le sue e le nostre, di tutti. Perché i personaggi che compongono il bestiario più stravagante e inquietante del mondo, in qualche modo, anzi in tanti modi diversi, potremmo essere proprio noi, con le nostre paure e perversioni, con le dinamiche di potere e gli sconquassamenti dei valori che sfasciano le nostre certezze e frammentano le nostre identità, già duramente messe alla prova e al bando da decenni di relativismo e perdita di senso. In un salentino profondo e surreale avviene la trasformazione forzata e (quasi) definitiva di alcuni esseri umani in fenomeni da baraccone, mitologiche procreazioni di Clotilde, una nobildonna di plastica, ossessionata dall’invecchiamento e ritoccata all’inverosimile per mantenere in età senile almeno qualche barlume dell’antica bellezza. Visioni.

Davvero vorrei provare a passare la notte in una delle gabbie di questo zoo: che freak o personaggio sarei? Cosa spingerebbe un’ingrata, annoiata e imbruttita Contessa, ex vedette e stella della TV sulla via del tramonto, a rapirmi e ad espormi come attrazione nel suo circo? Potrei io abbellire la tenuta di Pescolusa, paradiso verde e privato, oltre che scenario principale di questo teatrale e paradossale noir, in cui sono rinchiuse creature come l’Uomo Scimmia, la Donna Anfora, la Sirena haitiana, il Ciclope, una vecchia Strega, una specie di Angelo etereo ed El Pequeño, nano astuto e adulatore prelevato dall’estremo Occidente? Tutti portiamo maschere, ruoli, personalità. L’autrice, sapiente tessitrice di immaginari e racconti, esplora alcuni casi limite, mettendoci in guardia e facendoci riflettere sulla diversità e sull’autoritarismo, sull’essenza umana e le sue contraddizioni.

Loro malgrado questi figuri diventano l’Attrazione. Hanno perso la libertà, rubata loro a tradimento, e presto prendono coscienza della loro condizione. Dunque alcuni desiderano ribellarsi, scappare. Ma senza unione come fare? La forza viene meno. Le celle li separano e li isolano dal resto, e così la fuga s’allontana, come evanescente utopia di liberazione. Ma non tutto è perduto. Da una parte c’è chi fa il servo dei padroni per ingraziarseli, c’è chi degenera e cede alle più infime pulsioni, ma dall’altra c’è chi s’organizza e chi riesce a risvegliare empatie, affetti e solidarietà. Il tempo scorre a modo suo nella visione-lettura de Lo Zoo, ma si ferma del tutto per gli involontari protagonisti della messa in scena. I nostri hanno visto sfigurare la loro identità, rimodellata in base ai sogni e ai deliri della loro nuova padrona e del suo ultimo marito, di vent’anni più giovane e altrettanto bramoso di riconoscimenti e successo. Vivono come miserabili, maltrattati e sorvegliati dal custode-carceriere Quinn Palmer, sintesi visionaria ma realistica di tutto il peggio dell’italiano grezzo, medio e mediocre, in gabbie nascoste dietro un recinto di siepi con soli due accessi: uno dal mare e uno che arriva dal castello della Contessa. La speranza d’evasione è doppia.

Zoo mariluDi passaggio a Pescolusa sceglierei per me una cella attigua a quella della Donna Anfora, l’intelligentissima Martina, ragazza senza gambe e senza braccia che è stata trasformata in un vaso fiorito, coi capelli tinti di verde a riprodurre il fogliame, dalla fantasia perversa della Contessa e del suo consorte, Cristoforo Tommaseo, chirurgo plastico frustrato e perennemente in cerca di gloria. Oppure chissà, cercherei di liberare la Sirena, giovane haitiana a cui il folle medico ha cucito le gambe facendone un tutt’uno per creare una sfortunata coda. E, come se non bastasse, l’ha anche sottoposta a una terapia sbiancante per farle impallidire la pelle. C’è chi pianifica di fare di peggio, molto peggio. L’orrore è tutto da scoprire, ma Oliva riesce a farlo con sottile ironia, senza straripamenti. Martina, l’Anfora o “vaso floreale umano”, ha una sorprendente capacità d’innamorare, pizzica gli appetiti sessuali dell’Uomo Scimmia, il più peloso della Terra, e sa spiegare lucidamente la realtà, anche se ne ha vista poca, dato che vive relegata in casa per la sua difficile condizione e il suo universo è la virtualità del world wide web. Il suo Rafael, carceriere buono, l’apprezza così com’è, dimezzata e completa nel contempo.

E lei non può non chiedersi come faccia Rafael a tenere un piede in due scarpe, quella dell’umanità e quella della disumanità: “Perché lui è complice, inutile farci attorno tanti giri di parole: la sua corresponsabilità lo rende collaborazionista dell’obbrobrio che la Contessa e il suo partner hanno creato. Essere complici ma non artefici non salva dall’assoluzione, anzi, di questo Martina, ormai ridotta a donna-vaso, non ha dubbio alcuno: la complicità rende chi la pratica un attore ancora più spregevole dell’ideatore del misfatto, urla nel silenzio del suo pensiero, per quella parte passiva ma abietta che è insita nel suo favoreggiare”. Sodali, aguzzini, giustizieri e integri sono ruoli le cui etiche s’invertono e si rimischiano nella crisi dei valori dello stato di natura.

andre-derain-golden-age“Gli piace il mare bagnato dal temporale. Valuta di andare sulla spiaggia e sedersi sotto l’ombrellone dei padroni, a rimirare le onde quando accolgono l’acqua pura, loro che sono zuppa di fiumi e pesci e memoria di naviganti. La sera del party, col viso rivolto alle mani della notte sulle acque, la Donna Anfora gli aveva capovolto l’immagine fugace della vita marina, rimandandola dall’alga unicellulare alla ripetizione sempiterna del mare come sistema. E lui si era specchiato dentro al pozzo azzurro di lei, dopo che si era rivelata”. E chi altri potrebbe apprezzarla così, oltre a Rafael?

Forse qualcuno degli ospiti compiaciuti e bizzarri della Contessa, tra cui un Sindaco-boss mafioso e il suo figlio eroinomane, una futile e conturbante aspirante conduttrice TV e un sadico dottore che rivaleggia con Tommaseo. Mentre loro si godono un periodo di riposo ed emozioni nella tenuta e scoprono lo zoo, una delle principali attrazioni scompare e aleggiano sospetti e diffidenze. S’indaga, si scoprono le carte e vengono fuori gli scheletri nell’armadio di ciascun attore di questa tragicommedia costellata di colpi di scena e sferzate di humour nero. Fino alla fine.

Il romanzo è un mosaico, ogni capitolo un frammento che prende il nome da un personaggio all’interno di uno spaccato immaginifico spaventoso e accattivante allo stesso tempo. Lo stile e la scrittura fluiscono eleganti, la scelta delle parole è meticolosa, azzeccata e opportuna. Niente è fuori posto nel bizzarro giardino zoologico di Marilù, le prigionie s’incastrano, e liberano noi dai paraocchi. Il senso delle cose pare uscirne sovvertito, l’estraniamento e il dubbio emergono e la risoluzione delle tensioni non è mai banale. L’afa estiva pervade le sudate pagine dello zoo e il sipario cala sui suoi personaggi lasciandoci felicemente smarriti. Dopo la trilogia sanguinosa, poliziesca e latinamente danzereccia della Guerrera (Tú la pagarás, Fuego e Mala Suerte), Oliva approfondisce la riflessione e l’esplorazione psicologica, letteraria e sociale sulle pulsioni umane e i bassifondi dell’anima, già cominciata con la narrazione delle vicende di tre diaboliche vecchine contenuta nel suo precedente romanzo, Le Sultane.

Leggi un estratto del romanzo qui link – Da CarmillaOnLine – Fabrizio Lorusso

Le Cronache da un Campo di Battaglia Italiano: un Romanzo di Filippo Violi

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Qual è il nostro campo di battaglia quotidiano? L’ufficio, la casa, la strada, la pubblica amministrazione, la privata fabbrica, un romanzo, il nostro ruolo nel mondo. Che vestito indossiamo nella società? Il soggetto che ci è dato interpretare, assoggettato all’ideologia dominante e ai bisogni vitali, sempre più difficili da soddisfare. Catturiamo veramente quel che sta succedendo intorno a noi? Siamo granelli in balia dello sciabordio burocratico, oggetti ed effetti del mercato incontrollato, ingranaggi e carne da cannone del capitale globalizzato. Che poi è una massa magmatica i cui fumi finanziari s’espandono verso l’alto, ingigantiti, senza più relazione con la Terra, e ci annebbiano la vista, mentre il substrato reale e produttivo del sistema giace come carbone spento sul fondale della storia. Cronache da un campo di battaglia, romanzo realista e visionario dell’autore calabrese Filippo Violi (edito da Imprimatur, 2015), è un delirio cosciente e accattivante, così efficace da far rabbrividire.

Sembra finzione, ma non lo è, anzi a tratti il testo diventa un deciso strumento di controinformazione e giornalismo narrativo. Le parole scorrono sotto gli occhi, pungolano gli angoli reconditi della scatolona cranica e turbano le nostre poche certezze in modo febbrile e necessario: è la presa di coscienza che fa male, un risveglio per alcuni, una follia per altri ma pure uno stimolo a costruire alternative per una minoranza agguerrita e non rassegnata.

Le allucinazioni e le suggestioni di un ufficio e di una regione, la Calabria, intesa come specchio ed anticipazione delle dinamiche italiane e continentali, se non proprio di quelle mondiali, giorno dopo giorno interessano l’autore e i suoi pochi compagni di viaggio della resistenza, “la guerriglia”. I sopravvissuti alla lobotomizzazione burocratica, all’omologazione al ribasso dell’uomo.

“La guerriglia è quell’essere estraneo che interviene per rompere il guscio e minare i campi dove risiedono le solide certezze. E’ quel corpo autoimmune che mortifica la vile eloquenza che spesse volte si tramuta in tracotanza, sempre al servizio del governo. E’ il rompere i muri imbrattati di odio e vendetta, costruiti negli artifici ricorrenti del potere. In quelle stanze perpetue, in quei corridoi, in quelle strettoie lunghe e perpetue che sembrano piste da bowling, beatamente asfittiche e ammuffite da continue ombre di passo”.

Grazie alle riflessioni che i “guerriglieri”, compagni di sventure e di lotte contro ogni accezione degenere di burocrazia e privilegio, stendono su carta, può prendere forma un diario di bordo, un giornale che è cronaca e verità ansimante, perché clama a gran voce e si libera dalla carta per trasformarsi in una denuncia, in un veicolo di idee e in uno sfogo, preciso e utile, di pensieri rivoluzionari e paradossi. Fillì de Viol, detto Flix, subcomandante dell’esercito di liberazione burocratica è uno zapatista della punta dello stivale, dal Chiapas a Cirò Marina, e poi ci sono la precaria ed emancipata Franziska la Grec, alias “la volpe bionda”, Pascal le Cicales, detto il “Cica”. “La voglia fissa dei loro sguardi cattura i cervelli e li sbriciola facendoli diventare polvere da sparo”, sintetizza l’autore. Infine, da fuori, alla banda s’unisce spiritualmente e come mentore anche il saggio Generale Pixon (autore dell’introduzione che puoi leggere a questo Link), col suo avamposto dal fortino della torre di Sicilia (RC).

Le Cronache spaziano abilmente dal quotidiano navigare dei protagonisti nell’oceano delle corruttele e delle miserie umane, condensate nel “magna magna” di funzionari e di enti provinciali ormai catatonici e depennati, ai flussi globali di droghe, persone e denari e alle guerre mediorientali e nordafricane, così vicine geograficamente e nelle loro logiche intrinseche all’Italia profonda, barcollante e litigiosa rivelata dall’autore. Dal locale si passa al globale con disinvoltura, le vicende della vita sono un pretesto per allargare lo zoom e rivelarci realtà che crediamo lontane ma che ci riguardano, sempre, costantemente. E cosa sono tante città, persone, diritti e territori italiani se non campanili medievali e puntini nello spazio, sbalzati nella postmodernità 2.0 e fermi in balia della svendita coi primi saldi e dei marasmi neoliberisti?

L’approccio anche antropologico, oltre che narrativo e giornalistico, delle Cronache di Violi,prova a renderlo noto, con un linguaggio schietto e originale, al suo pubblico di lettori, alla comunità immaginata che, si spera, possa unire le sue forze per ridisegnare un futuro che, al momento, appare stagnante, becero, ignorante e incapace di biforcare il presente decadente verso cammini più umani e solidali. L’etnografia dolorosa, a tratti ironica e tragicomica, della burocrazia calabrese e italiana rappresenta un affresco dei nostri difetti come persone e società e, nonostante la vena critica e pessimista sulla realtà e sulla storia recente, il romanzo non manca di aprire scorci di resistenza e creativi immaginari che, costruiti mattoncino dopo mattoncino da un’avanguardia cosciente, possono senza dubbio sfidare lo status quo e fungere da esempio.

“Un romanzo surreale e iperrealista allo stesso tempo, un 1984 moderno i cui protagonisti sono costretti a operare come ingranaggi di una macchina burocratica che inghiotte e divora denaro pubblico. Una scrittura ironica e pungente, capace di illuminare tratti reali della nostra società”, recita la quarta di copertina.

Sullo sfondo dello sfascio italiano ed europeo com’è possibile restare a galla? Il gommone è già affondato? Da Atene a Crotone, dalla Cina ai palazzi romani, dalle placide e decrepite decrescite mediterranee all’austerity tedesca, basata sullo sfruttamento del lavoro, tutto indica che così è. Lo sprofondamento è lento, ma è cominciato due o tre decenni fa, dunque boccheggiamo. La sconfitta del lavoro sui profitti, spezzettati in assetti diffusi e incomprensibili, si riflette nel ricatto della precarietà, nella tendenza allo svilimento sociale collettivo e nell’abbassamento di aspettative e speranze, di salari ed emozioni.

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Nel testo, a sorpresa, emergono spunti e informazioni per ritornare sulla storia della mafia e della ‘ndrangheta e sui loro legami con la politica, sulle vicende e i personaggi, sugli dei e i semidei, della politica italiana, sulla malasanità e lo smantellamento del welfare, già in fase avanzata nel Meridione, sul lavoro e la geopolitica italo-euro-galattica e sui movimenti, come la Pantera, che hanno segnato profondamente l’esperienza del Filippo Violi universitario fuori sede a Bologna. Nel frattempo, nel nuovo millennio, da dipendente pubblico, rende testimonianza e denuncia le operazioni militari di stormi di avvoltoi, consulenti, progettisti e aspiranti politici che sorvolano le casse statali, regionali e provinciali per disossare il malato semidecomposto:

“Se guardi le loro facce raramente troverai un sorriso, sembrano pieni di preoccupazioni e di paure, di dolore e sofferenza. Sanno nascondersi bene dietro l’apparente tristezza. Hanno la testa grande. Enorme. Piena. Di favole e certezze. Salvo poi metterla beatamente sotto terra come gli struzzi. E poi svolazzano come i pavoni nel grande circo della carriera individuale. Hanno i gomiti consumati a furia di spingere, hanno le piaghe ai piedi a furia di strisciare e se gli offri un cielo stellato da guardare ti chiedono: ‘Cos’è?’”.

L’intreccio di storia, antropologia, narrazione pura, cronaca, flusso di coscienza, diario di viaggio e giornalismo fa delle Cronache da un campo di battaglia un’opera ibrida, inquietante e acuta, attenta e fruibile: questa cronaca guerreggiata e studiata su più fronti non può far altro che instillare gocce e poi fiotti di comprensione e, con esse, barlumi di lotta, tattiche e strategie per compagni di viaggio e di battaglia.

di Fabrizio Lorusso da CarmillaOnLine

Scritto Sulla Tua Terra, Romanzo di Mauro Libertella

caravan_libertella_cover (Small)Presentio qui un estratto dal romanzo di Mauro Libertella, Scritto sulla tua terra, traduzione di Vincenzo Barca, Caravan Edizioni, 2015, pp. 112, € 9,50.

Mio padre è morto quattro anni fa, un mezzogiorno di ottobre, nella casa in cui adesso vivo io. Mi ricordo di quel momento con particola- re nitidezza, perché qualche secondo prima che smettesse di respirare capii che il suo conto alla rovescia era arrivato, letteralmente, al respiro finale. Fu un istante insieme dolce e drammatico: io inginocchiato sul pavimento, lui disteso sul suo letto, incosciente da ore. Con mio zio e mia sorella gli davamo da prendere un liquido medicinale che serviva a integrare le proteine del cibo che da giorni aveva smesso di mangiare. La scena era terribile, perché il decadi- mento fisico si imponeva in tutta la sua evidenza; era molto magro, prostrato e con lo sguardo perso nel vuoto. E tuttavia ricordo un’atmosfera lieve e tenera, senza stonature. Beveva a piccoli sorsi da un bicchiere di vetro che gli tenevamo inclinato all’altezza della bocca: era un automa in quel suo ultimo gesto di sopravvivenza. Prendine ancora un po’, prendine ancora un po’, gli chiedevamo ostinati, ripetendolo come una supplica. L’ultimo sorso gli spezzò il respiro, che già era un filo tenue e fragile. Così lo vidi morire, con la testa appoggiata al cuscino e gli occhi chiusi. Immagino che sia stato un bel modo per andarsene, in mezzo ai suoi libri e nella sua casa, dove negli ultimi anni aveva cominciato a morire poco a poco.

Ricordo di essere arrivato all’ospedale una mattina d’inverno e di essermi perso per i corridoi fino a ritrovarmi davanti al Pronto Soccorso. Gli avevano assegnato il letto in fondo, contro la finestra, e lui aspettava seduto, vestito, guardando la strada, con la borsa ai piedi. Quella mattina si era svegliato con dei dolori, aveva preparato la borsa ed era andato in autobus all’ospedale. Mi aveva chiamato da un telefono pubblico quando gli avevano fatto capire, con parole un po’ evasive ma risolute, che doveva restare lì qualche giorno per poter studiare bene la situazione. Quando lo vidi da lontano, in fondo a quella camerata piena di letti, mi sembrò un emigrato che arrivava con la sua valigia dalla vecchia Europa. C’era qualcosa di anacronistico nei suoi abiti, e la sua faccia era invecchiata con una rapidità impressionante. Era un uomo forte, autosufficiente, ma era anche un uomo solo su un letto, che guardava fuori da una finestra.

Ci abbracciammo, chiacchierammo un po’, e, come sempre, prevalse un clima segnato dall’ironia e dai giochi di parole. Non sapeva che cosa aveva. Non gli avevano detto niente. Con la scusa di una telefonata, lo lasciai un momento sdraiato e andai a cercare un medico. Dal modo in cui uno di loro mi salutò quando gli dissi che ero il figlio del paziente del letto in fondo ebbi il sospetto che le cose andassero male. Era giovane, alto, con una barba vagamente incolta e i lineamenti induriti dalla notte in bianco in ospedale, e si vedeva che era nervoso. Mi fece un discorso molto veloce, una o due volte mi toccò la spalla e non andò troppo per il sottile. Mi disse che non sapevano “a scienza certa” quale fosse il quadro, che sarebbe stato troppo affrettato da parte sua sbandierare una diagnosi che non poteva poggiare su garanzie o certezze, ma che mio padre aveva del liquido nei polmoni, e che questo quasi sempre è un sintomo di cancro. Sopraggiunse un silenzio orribile, densissimo, e quando ero sul punto di svenire, e il giovane dottore avrebbe dovuto farmi forza, mi disse come stavano le cose: “Non abbiamo ancora fatto le analisi, ma ti posso già dire che è in stato avanzato”.

Come tornare al letto di mio padre dopo quella notizia e abbracciare nuovamente la logica del buonumore? Andai in bagno, mi sciolsi in un pianto fatto di raffiche brevi, mi lavai la faccia e attraversai di nuovo il lungo corridoio fino al punto in cui lui mi aspettava. Mi chiese che cos’avevo fatto e gli diedi una risposta impacciata, probabilmente inverosimile. Quando vidi che si era stancato gli dissi di dormire un poco, che lì lo avrebbero curato, e ne approfittai per andarmene. Chissà, forse aveva intuito che sapevo cos’aveva e preferì non rispondermi male per delicatezza. Non lo so. So di certo che mi ritrovai per strada frastornato, presi un autobus e mi sedetti sul sedile in fondo. Me lo immaginai mentre dormiva in uno di quei letti sperduti dell’ospedale e in quel momento mi resi conto che mio padre sarebbe morto.

Avrò avuto dodici, tredici anni quando cominciai a intuire la propensione all’alcol di mio padre. Lo vedevo sempre con un bicchiere in mano e una bottiglia vicino, ma tra l’innocenza propria dell’età e la sua tendenza a nascondere il vizio, non diedi troppo peso alla ripetitività della cosa. Mi capitò a volte di prendere un sorso della sua coca cola e di essere sorpreso, assaggiandola, dal guizzo inatteso di un whisky.

Quando abitavamo tutti insieme, i miei genitori, mia sorella e io, lui teneva una damigiana enorme in un mobile della cucina, e qualunque testimone attento avrebbe potuto notare come tutti quei litri di vino rosso diminuissero alla velocità con cui si scatena uno tsunami. Forse da bambino pensavo che mio padre avesse tanta sete. Da grande capii che era un alcolista. Con il passare degli anni la dipendenza si fece più grave e, verso il 1996, decise di andare agli Alcolisti Anonimi. Tutte le sere, dopo il lavoro e prima di venire a casa per cena, guidava fino alla sede di un ospedale pubblico, nel Barrio Norte, dove si teneva il gruppo di autoaiuto. A volte quando tornava ci raccontava qualche aneddoto, ma non si dilungava mai troppo. In quei mesi cenava con succo d’arancia; ne beveva bicchieri su bicchieri come se all’improvviso fosse stato colto da una sete invincibile. L’avventura con gli Alcolisti Anonimi durò poco più di un anno, ma papà aveva ricadute sempre più frequenti e arrivò a nascondere bottiglie di whisky e di cognac nei cassetti della sua scrivania o in mezzo alla roba nell’armadio. Alla fine, un giorno disse basta al gruppo di autoaiuto. Dopo pochi mesi i miei si separarono.

A questo punto comincia quello che chiamo il crollo. Si trasferì in un monolocale a tre isolati dal parco Las Heras. Era un appartamento piccolo e deprimente, che piano piano si riempì di bottiglie. Usciva poco, e io e mia sorella andavamo a trovarlo due volte alla settimana, un’abitudine che durò per anni. Non me lo disse mai, ma era ovvio che aveva già deciso di cominciare ad affrontare i suoi ultimi anni rinchiuso, quasi senza soldi, fumando e bevendo quantità incredibili di alcol, e portando a termine i suoi scritti. Il suo corpo cominciò a debilitarsi rapidamente, e il viso invecchiò per la cattiva alimentazione e la vita sedentaria. Soffriva di diabete da oltre vent’anni e sapeva che non avrebbe retto a lungo i traumi di quel tipo di vita. Per questo si potrebbe dire che si lasciò morire a poco a poco, consapevolmente, come una scelta. Qualcuno mi ha detto una volta: «Tuo padre si è suicidato a rate». La frase non mi piace.

Nonostante si impegnasse a salvaguardare le forme (non corrispondeva all’immagine canonica dell’‘ubriacone’), la trasformazione divenne man mano molto nitida. Come se si fosse rotta una diga e l’acqua avesse cominciato a correre con una forza tremenda e incontrollabile. La mancanza di denaro, che era diretta conseguenza dello stesso sintomo, rendeva la situazione particolarmente angosciosa. Spesso mi chiamava per farsi prestare dieci o venti pesos per comprarsi qualche tramezzino. Un giorno mi accorsi che con i soldi che gli davo si comprava bottiglie di whisky e pacchetti di sigarette. Con il passare dei mesi cominciò a perdere l’appetito. Quando ci vedevamo per cenare insieme, mangiava appena due o tre bocconi, con laboriosa lentezza; il resto era solo idratazione. Siccome conservava il buonumore di sempre, all’inizio il quadro non era così impressionante. Con gli anni mi resi conto che il buonumore e il dispiego di retorica montavano man mano che le bottiglie di vino o di whisky si vuotavano. Di giorno non lo vedevo mai, e quindi si potrebbe dire che, negli ultimi lunghi anni, non vidi mai mio padre sobrio. A volte, se lo incontravo per caso di pomeriggio in qualche bar, potevo vedere che le sue mani tremavano.

Dopo due anni passati in quel monolocale, si presentò l’opportunità di cambiare aria. Mio padre e suo fratello Juancho erano proprietari di un appartamento di due vani nel quartiere di Palermo, e quando il contratto degli affittuari terminò insistemmo perché si trasferisse lì. Dopo molti tentennamenti, alla fine cedette. Il cambiamento era di per sé splendido e la nuova sistemazione prometteva un futuro di primavere e resurrezioni, ma ben presto risultò chiaro che la sua era una decisione imperativa, senza ritorno, e che non era condizionata da un semplice cambiamento abitativo. Dei due ambienti, conquistò solamente il soggiorno, dove collocò un grande tavolo di legno con la macchina da scrivere, una libreria appoggiata alla parete e un letto all’altra estremità.

* * *

[Un giovane uomo al capezzale del padre morente. Un padre che è stato uno scrittore di culto dell’avanguardia argentina, Héctor Libertella. Mauro, il figlio, lo assiste in ospedale, nei suoi andirivieni tra vita e morte, e poi a casa, dove alla fine quest’uomo, consumato nel corpo ma sempre sul ciglio dell’ironia, esalerà l’ultimo respiro. Nello stesso appartamento in cui il padre muore, il figlio, quattro anni dopo, scriverà il suo primo libro, tirando le fila di un rapporto complicato con un padre straordinario. Una scrittura trasparente quella del giovane Libertella, un’emozione misurata con cui ricostruisce i percorsi geografici e letterari del genitore, in una Buenos Aires racchiusa in poche strade del centro, per poter finalmente seppellirlo in pace. Mauro Libertella è nato nel 1983 in Messico, dove i suoi genitori si erano esiliati durante la dittatura. Vive a Buenos Aires. “Mi libro enterrado” è il suo primo romanzo.] Da CarmillaOnLine

Quelli del San Patricio, romanzo di Pino Cacucci

Quelli del san patricioRecensione di Fabrizio Lorusso a: Pino Cacucci, Quelli del San Patricio, Feltrinelli, 2015, pp. 216, € 15 – Da Carmilla On Line

Sicuramente ci sono voluti anni di pellegrinaggi in terra azteca e ricerche in archivi infestati di polvere (da sparo) e fantasmi armati (di colt e machete) per ricostruire e plasmare in un romanzo le vicende del battaglione San Patricio, manipolo di disertori e diseredati irlandesi, ma anche italiani, polacchi e tedeschi, che durante la guerra tra Stati Uniti e Messico del 1846-48 decisero di abbandonare le file yankee e combattere affianco ai messicani. Fu, il loro, il lato sbagliato della storia? C’è chi direbbe di sì, dato che la storia la scrivono i vincitori. Personalmente direi di no, soprattutto se la storia si riesce a raccontare per mostrare e capire la lucha degli sconfitti di sempre come fa lo scrittore Pino Cacucci,come fa lo scrittore Pino Cacucci, già autore di tante opere sul Messico come La polvere del Messico, Tina, Nahui, San Isidro fùtbol, Mahahual o Puerto Escondido e curatore di Pan del Alma (insieme a Gloria Corica e Simonetta Scala). Stanchi del razzismo e delle angherie all’interno dell’esercito e del paese che, volente o nolente, li aveva dovuti accogliere, alcuni gruppi di militari irlandesi scelgono di passare col nemico. Erin Go Bragh, gridano. E’ il loro motto in gaelico: Irlanda per sempre, anche in Messico. Da Veracruz l’ex combattente del San Patricio, John Riley, e la sua compagna, la messicana Consuelo, fanno memoria e ritornano agli anni di quella guerra impari contro l’armata americana regolare e gli spietati ranger del Texas.

Il tenente di artiglieria Riley e numerosi suoi compagni disertano e si trasformano nel peggiore degli incubi degli invasori, vista la loro eccezionale disciplina, il loro coraggio e la loro perizia tecnica. Anche per questo i vincitori si accaniranno sui superstiti del Batallón San Patricio una volta che saranno entrati a Città del Messico per “negoziare” col già mezzo venduto e fallito dittatore López de Santa Anna le condizioni della “pace”, vale a dire la cessione o compravendita forzata di mezzo Messico a vantaggio degli USA. Tra i pochi volti umani dell’armata yankee in terra azteca c’è l’ufficiale di West Point d’origini ebraiche Aaron Cohen, un combattente che, malgrado l’ingiustizia e le discriminazioni colpiscano anche lui, sceglie di non disertare, fiducioso che un giorno esisterà un melting pot, parte di un gran paese democratico per cui sarà valsa la pena lottare. Scelte.

quelli del san patricio paloaltoIl Messico, che pareva lontano anni luce dall’Irlanda, mostra a quei soldati, reietti ma valorosi, il suo lato più accogliente, la sua cultura di lotta e l’attaccamento alla terra, la dignità quotidiana della povertà e una religiosità, sincretica e creativamente cattolica, più simile a quella irlandese, che viene invece denigrata e disprezzata dai militari e dai mercenari nordamericani, provocando non pochi dissidi. Agli irlandesi è anche interdetto l’uso del gaelico.

“John Riley salì sul muro più alto del convento di Churubusco. Levò il viso al cielo e rimase lì ad assaporare l’aria tersa dell’altopiano: nubi candide correvano negli squarci di azzurro dopo i temporali della notte e lui sentì una fitta di nostalgia al petto per qualcosa che non aveva mai avuto. Come si può provare nostalgia per una vita che non si è vissuta? Qui avrei potuto viverla, pensò John Riley. E subito dopo scacciò quella sensazione di struggimento imponendosi di osservare attentamente le linee di difesa.”, comincia così il racconto di Cacucci: dall’ombelico d’America, Città del Messico, e da un convento-fortino che oggi ospita un parco e un museo, oasi di silenzio ritagliate da due enormi Avenidas a cinque corsie per senso di marcia. Si tratta della calzada de Tlalpan e, appunto, di Rio Churubusco, antico fiume di Mexico-Tenochtitlan.

Irlandesi. I loro genitori avevano sperimentato le ingiustizie di un potente sistema d’oppressione, quello della dominazione inglese sulla loro isola, ed essi, in prima persona, l’avevano vissuto pure negli Stati Uniti, con l’esclusione e le prevaricazioni patite dai loro connazionali, dagli schiavi, dagli altri immigrati e dai loro figli. Anche per questo decidono di schierarsi coi più deboli, che sono però i più dignitosi, nonostante l’incompetenza o la mala fede dei loro jefes, spesso non all’altezza delle truppe e della popolazione civile in resistenza contro il nemico invasore.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

Evadere dalla prigione di una guerra percepita come profondamente ingiusta e inutile (ma quale guerra non lo è?) si presenta come l’opzione migliore, la possibilità che il Messico offre, per molti stranieri arruolati nell’esercito americano. Spietati, spocchiosi e insulsi, tanto i regolari come i mercenari e i ranger gringos, legittimati da una stampa tendenziosa e bellicista in patria e infervoriti da avidità smisurate al fronte, si lanciano nell’invasione del paese vicino del Sur. Non sono tutti così, esistono dibattitti e sfumature, codici e onori, ma sovente finiscono per prevalere il disordine violento e le brame mercenarie.

D’altro canto tra i generali messicani imperano le dispute, le divisioni, il personalismo e l’attaccamento al potere, non di certo il “bene comune”. E quelli del battaglione San Patricio si mostrano da subito solidali coi compagni sul fronte di battaglia, coi commilitoni che hanno disertato come loro per cambiare bando e vita, e molto meno con un branco di comandanti che mandano al macello truppe affamate, male armate e spinte ai limiti della resistenza umana.

Anche Cacucci, si diceva, ha giustamente disertato e ha deciso di narrare un pezzo di storia posizionandosi dalla parte dei vinti. Infatti, se il Messico almeno un po’ ha reso onore e memoria a quelli del San Patricio e ai famosi Niños Héroes, cioè i sei giovanissimi cadetti del Colegio Militar che il 13 settembre 1847  difesero fino all’ultimo il Castello di Chapultepec a Città del Messico dall’assalto degli americani e, piuttosto che arrendersi, si suicidarono gettandosi dalle sue mura, dall’altra è anche vero che pochissimi conoscono a fondo le gesta di questi miliziani stranieri, il contesto storico messicano e statunitense dell’epoca, a pochi anni dalla ben più nota guerra civile americana, e i retroscena di un conflitto che fu tra i più mortiferi e crudeli del secolo XIX. Oggi quelli del San Patricio sono ricordati come eroi in Messico e come traditori negli USA. Visioni del mondo.

Già pochi anni dopo l’indipendenza, negli States le dottrine Monroe e del Destino Manifesto, condensate nella presunzione dell’eccezionalità americana, hanno giustificato e spinto l’espansionismo gringo prima verso ovest, dove nacque il mito del “selvaggio west” e furono sottratti i territori alle popolazioni autoctone che finirono sterminate o nelle riserve, e poi verso sud, ove ai messicani fu tolta la metà del loro territorio a nord del Rio Bravo in seguito a una guerra scellerata, assecondata in parte dai governanti messicani ma provocata dagli americani per fagocitarsi gli stati dal Texas alla California. Tra fine Ottocento e inizio Novecento l’espansione continuò nei Caraibi, in mezza America Latina, anzi, in mezzo mondo. Complessi di superiorità, l’ideologia della missione civilizzatrice e forti interessi economici e politici ancora oggi imbevono i discorsi pubblici e le azioni belliche degli Stati Uniti, il gran vecino del Norte.

quelli del san patricio irlandaIl “gran vicino” statunitense, a volte nemico ingrato, altre alleato, spesso scomodo ma pur sempre legato indissolubilmente al Messico e al suo destino, spartisce oltre 3000 km di frontiera con l’estremo Nord dell’America Latina. All’epoca in cui si svolgono i fatti del romanzo, il Messico era in mano a beceri caciques e instabili presidenti, come il General Antonio López de Santa Anna, pronti a svendere il paese e la pelle dei suoi abitanti al miglior (e unico) offerente. Ad ogni modo non ci sono semplicemente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, in questa vicenda, e il quadro che emerge è complesso, variegato, immerso nella realtà storica e dialettica di due paesi che al loro interno si nutrono di mille culture e identità. Quelli del San Patricio è anche un gran romanzo epico, foriero di spunti e riflessioni sulla relazione d’amore e odio del Messico e dei messicani con gli Stati Uniti, sui valori e le dignità non negoziabili, ed anche sull’interculturalità e la xenofobia, sulla politica e sulla guerra, anzi le guerre: quella vista e vissuta da los de abajo, i rinnegati e i marginali, e l’altra, quella dei “piani alti” e degli interessi de los de arriba.

Mahahual

Mahahual libro italiaRecensione di Fabrizio Lorusso al libro: Pino Cacucci, Mahahual, Feltrinelli, 2014, pp. 128, € 12. Da CarmillaOnLine

L’ultimo viaggio di Pino Cacucci si chiama Mahahual. Siamo sul Mar dei Caraibi, dove finisce il Messico e comincia il Belize e dove ancora non arrivano le grandi masse di turisti che popolano e, a volte, infestano il resto della famosa Riviera Maya, cioè il tratto di costa che va da Cancun a Playa del Carmen fino a Tulum. Mahahual è una cittadina caraibica con un migliaio di abitanti. Si trova all’estremo sudorientale della penisola dello Yucatan, nello stato messicano del Quintana Roo, a circa 140 km da Chetumal e dalla meravigliosa Laguna Bacalar. Per raggiungere il villaggio si deve percorrere una strada impressionante: oltre cinquanta chilometri in linea retta tra selve e lagune conducono a spiagge bianche, da cui si scorge la barriera corallina, e a immense estensioni di mangrovie e palmeti che quasi invadono il centro abitato.

Ho scoperto questi luoghi durante un paio di brevi soggiorni: nel 2008, dopo il passaggio dell’uragano Dean che distrusse le spiagge e rase al suolo buona parte delle abitazioni nei pressi della costa, e di nuovo nel 2013, per la seconda edizione del “Festival Mahahual Cruzando Fronteras” (“attraversando frontiere”), durante la quale Pino Cacucci ha presentato il suo libro su Mahahual e il Quintana Roo. Dopo la ricostruzione degli ultimi anni, l’aspetto del paesello e del porticciolo è tornato normale, con i suoi piccoli alberghi, le caffetterie in riva al mare, con le sue acque cristalline, l’ombra paziente delle palme sulle spiagge di sabbia finissima, le sue bellezze sottomarine e paesaggistiche. A tratti la zona del lungomare e alcuni ristoranti del centro appaiono più adatti ai gusti dei turisti tradizionali ed esigenti che a quelli dei viaggiatori-esploratori e dei backpacker, ma non intaccano comunque il carattere rustico del pueblo, né sconfinano nel cattivo gusto, come invece succede in molte altre località che in pochi anni di “sviluppo” diventano irriconoscibili e invivibili. Inoltre a Mahahual le costruzioni rispettano ancora l’armonia dell’ambiente circostante, a pochi passi dal centro regnano la tranquillità e la natura incontaminata e infine non mancano le opzioni economiche per accampare e nutrirsi.

Nei racconti di Pino Cacucci, che mai si stanca di raccontare il Messico, le sue meraviglie ma anche le sue problematiche, Mahahual è un “paradiso non riciclabile”. Sopravvive in un equilibrio instabile e delicato, costantemente minacciato da tentativi di speculazione edilizia e gigantismo turistico, incompatibili con l’ecosistema e con la conservazione dell’intorno socio-culturale della zona, e dai rifiuti che minacciano la costa. “La corrente del mare porta al largo delle nostre coste i rifiuti di mezzo mondo, sono di continenti diversi perché vediamo bottiglie del Venezuela, della Spagna o degli USA, per cui il Festival è anche una riflessione su come affrontare il problema”, spiega Luciano Consoli, del comitato organizzatore di Cruzando Fronteras.

Mahahual 056 (Medium)Ma il nuovo vagabondaggio di Pino, autore di oltre venti romanzi quasi sempre legati al Messico tra cui ricordo Tina, Puerto Escondido, San Isidro Futból, La polvere del Messico e In ogni caso nessun rimorso,va oltre Mahahual e, infatti, il sottotitolo dell’edizione messicana, curata da Fundación Mahahual, è “Storie, leggende e aneddoti del Quintana Roo”. Si tratta di una zona del Messico di cui si conosce molto poco, anche se il suo passato è pieno di ribellioni, personaggi, memorie, lotte ed eventi molto interessanti. “Più conosco il Messico e più mi convinco che non basta una vita per assaporarlo tutto. Troppo vasto, troppo intenso, per giunta mutevole: mi capita di tornare in luoghi dove sono stato e riscoprirli diversi da come li ricordavo. Mahahual ha i ritmi sonnacchiosi di sempre, silenziosa e sgangheratamente genuina, il Messico come l’ho conosciuto trent’anni fa”.

Così esordisce l’esplorazione di Pino in uno Yucatan dimenticato, sempre in bilico nel corso della sua storia tra il più becero tradizionalismo sfruttatore, coloniale e patriarcale, e la ribellione dei popoli che lo abitano, maya in primis, e delle donne, dei lavoratori, così come della natura e del clima, così estremi e bizzosi in questa regione. A titolo di esempio basti pensare che, nei territori che oggi conosciamo per i siti archeologici della ruta maya, i tour sfrenati e i tragici pacchetti all inclusive, le spiagge bianche, gli ex porti di pescatori trasformati in città come Cancun e Playa del Carmen, fino a pochi anni fa vigeva ancora loius primae noctis o, in spagnolo, derecho de pernada, per cui i latifondisti delle piantagioni avevano il diritto di avere relazioni sessuali con le figlie dei mezzadri prima che si sposassero con un altro contadino.

Mahahual 062Antropologico, cronachistico ma soprattutto narrativo e storico, questo romanzo riscatta dall’oblio varie figure della vicenda storica locale, nazionale e mondiale: pirati, corsari, conquistatori, condottieri ribelli, indigeni e meticci, e soprattutto la gente della penisola dello Yucatan, una regione decisamente splendida e contraddittoria come tutto il Messico, soprattutto se si sconfina al di là dei circuiti tradizionali del turismo. E questo romanzo lo fa, esce dal sentiero stabilito e ci rende complici di nomadismi compulsivi nel tempo e nello spazio.

E quindi vi troviamo il rivoluzionario Felipe Carrillo Puerto e sua sorella Elvia, che fondò la Lega Femminista Contadina nel 1912. C’è Gonzalo Guerrero, spagnolo “rinnegato” che lottò e morì affianco ai maya che i suoi ex commilitoni vollero, invano, annichilire. C’è la denuncia dell’isola di plastica, estesa come il Canada, che naviga nell’Oceano Pacifico e che, sebbene in proporzioni diverse, ricorda il fenomeno del passaggio dei residui plastici e di altra natura, spesso ignota, al largo delle coste di Mahahual. E ci sono le persone che popolano questa terra con i loro aneddoti, le loro storie familiari, i ricordi e le curiosità tramandate di generazione in generazione. C’è lo strano caso dei Pesci Leone, voracissimi predatori, forse (?) fuggiti dal famoso acquario di Miami, che fanno la concorrenza ai pescatori del posto e che sono diventati, loro malgrado, vittime e prelibatezze della vendicativa cucina locale. Ci sono le esplorazioni della mitica Punta Herrero e di Bacalar, le testimonianze di famiglie e comunità, e ancora alcune cruciali verità sul cacao, sulla gomma da masticare o chicle, sulla convivenza con gli uragani e gli squali, sulla scoperta di Chacchoben-Yucatan e molte altre che la polvere del Messico e Pino Cacucci hanno di nuovo portato fino a noi.

Truffare una banca e altre storie

truffare una banca zero in condottaSegnalo l’introduzione “Invito alla lettura” scritta da Raul Zecca per il romanzo di Augusto “Chacho” Andrés, Truffare una banca…che piacere! E altre storie. Lo stesso Raùl Zecca Castel è il traduttore all’italiano dell’opera per la casa editrice ZeroInCondotta, 2012, pp. 180, € 10,00. Il testo è uscito oggi suCarmilla ed è un interessante excursus sulla storia uruguaiana oltre che un teaser efficace dei testi contenuti nel libro di Augusto Andres. Buona lettura.

Terra lungamente contesa dall’Impero coloniale spagnolo e da quello portoghese, che ne rivendicarono vicendevolmente la scoperta e la sovranità per più di 300 anni, l’attuale Repubblica Orientale dell’Uruguay ottenne l’indipendenza il 25 agosto del 1825. A conquistare quel prezioso baluardo di libertà fu il celebre gruppo dei “Trenta y Tres Orientales” guidato dall’Ufficiale Juan Antonio Lavalleja e così passato alla storia perché formato da soli trentatré uomini che al grido di Liberar la patria o morir por ella il 19 agosto 1825 intrapresero quella “Cruzada Libertadora” tesa a riscattare la Provincia Orientale del neonato Stato brasiliano. Fu per quell’occasione che venne realizzata la bandiera riportante l’iscrizione Libertà o Morteconsiderata uno dei simboli nazionali dell’identità uruguaiana.

La conquista dell’indipendenza, tuttavia, non coincise affatto con l’inizio di un periodo di stabilità interna; al contrario, il paese restò in balia della lotta per il potere ingaggiata dai due principali schieramenti politici del tempo, i Blancos e i Colorados, formazioni partitiche che dovevano il loro nome alle diverse tinte delle fasce indossate durante la lunga guerra civile che li vide combattersi per quasi l’intero secolo.

Con l’affermarsi del Partido Colorado al governo, la prima metà del Novecento fu segnata da una forte spinta riformatrice che portò l’Uruguay a livelli di sviluppo sociale ed economico paragonabili solo con quelli delle più avanzate nazioni europee, tanto da guadagnarsi la notorietà nei termini della “Svizzera d’America”. Importanti conquiste vennero realizzate sia sul piano dei diritti civili (suffragio universale femminile; abolizione della pena di morte; legge sul divorzio; scuola elementare gratuita, laica e obbligatoria), che su quello dei diritti del lavoro (giornata di 8 ore; divieto di lavorare per i minori di 13 anni; riposo di 40 giorni per le donne incinte; assicurazione antinfortunistica obbligatoria; piano pensionistico; liquidazione), oltre che sul piano economico, dove furono intrapresi provvedimenti che dal punto di vista finanziario risultarono molto vantaggiosi, come ad esempio la nazionalizzazione delle due maggiori banche del paese e dei trasporti ferroviari.

In seguito alla fine della seconda guerra mondiale, nondimeno, la drastica riduzione delle esportazioni di carne determinò una forte crescita della disoccupazione e dell’inflazione, rivelando una politica economica del tutto arretrata, ancora troppo dipendente da pochi interessi vitali come quelli della produzione, della conservazione e della distribuzione della carne; mercato fondato su allevamenti estensivi e industrie frigorifere che, nella maggior parte dei casi, erano nelle mani di un ristretto gruppo di latifondisti per di più vincolati con le alte classi dirigenti della capitale.

La crisi economica, sociale, e soprattutto politica che ne derivò produsse una situazione di malcontento generale che si tradusse in un aumento esponenziale del conflitto sociale, raggiungendo livelli di tensione che ben presto sarebbero sfociati nella violenza armata.

Risale al 1956 la fondazione della Federazione Anarchica Uruguaiana (FAU); ai primi anni ‘60 quella del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros (MLN-T); e rispettivamente al 1968 e al 1969 quella della Resistenza Operaia e Studentesca (ROE) e dell’Organizzazione Popolare Rivoluzionaria 33 (OPR33), entrambe braccia della FAU: politica l’una, armata l’altra.  Quest’ultima, l’OPR33, balzò improvvisamente agli onori delle cronache il 16 luglio del 1969 quando rivendicò il furto dal Museo Storico Nazionale di Montevideo della bandiera originale dei “Trenta y Tres Orientales”. Quell’antico grido disperato di Libertà o Morte ritrovava così nuova voce tra le genti dei quartieri più poveri di una città che sembrava volersi concedere troppo facilmente al gioco dei grandi profitti per pochi e delle briciole per tutti gli altri.

La prima parte del libro di Augusto Andrés è divisa in cinque ampi capitoli che prendono il nome da altrettanti protagonisti della storia del movimento anarchico uruguaiano. Di ognuno di essi viene tracciata una biografia essenziale, intima, per nulla accademica o manualistica, che segue le orme delle vicende e delle scelte più difficili e umanamente costose delle loro vite. Ma il filo di ogni storia si intreccia inevitabilmente con quello di tutte le altre per tessere una preziosa tela della memoria che – maledizione di Penelope – la notte del tempo, ma soprattutto la voragine della dittatura con il suo carico di terrore e morte, ha cercato in tutti i modi di disfare. Eppure, a dispetto dell’angosciante necrologio che chiude le pagine di questo libro, non abbiamo tra le mani le tristi cronache del dolore di un sopravvissuto ma, tutt’al contrario, l’antologia di una passione mai sconfitta, racconto di un’umanità altra che è ancora viva nei ricordi e nei sogni dell’autore, protagonista anch’egli di quel tempo in cui utopia e Storia sembravano tenersi per mano con la stessa autentica solidarietà che unisce i diversi personaggi di queste vicende.

Persino la struttura narrativa del testo, in qualche modo, segue il passo concitato dei ricordi affidando la cronologia degli eventi alle suggestioni che di volta in volta la memoria offre. Non ci si sorprenda dunque se il tempo dell’azione si prodiga in generose acrobazie spostando improvvisamente l’attenzione del lettore su avvenimenti a prima vista non attinenti e lontani negli anni rispetto a quelli appena trattati: ogni vicenda narrata, infatti, è l’istantanea di un album infinito che l’eco del tempo sfoglia incessantemente. Nondimeno, ognuna di queste vicende continua a far parte di un’unica storia, un unico sogno di libertà simile a quello realizzatosi nel 1971 a Punta Carretas quando grazie ad un lungo tunnel scavato da anarchici e Tupamaros assieme scapparono dal carcere centosei prigionieri politici: un record nella storia dell’evasione. Con il passare degli anni, poi, molti di quei fuggiaschi avrebbero conquistato la fiducia di gran parte della popolazione ottenendo conferme politiche che solo fino a qualche tempo prima sarebbero state inimmaginabili. È questo il caso ad esempio di José Mujica, ex guerrigliero dell’MLN-T ed attuale presidente della Repubblica Uruguaiana. Ma il segno dei tempi si rivela in tutta la sua originalità anche nell’ultima peripezia che ha visto per protagonista il carcere di Punta Carretas, trasformato nel 1994 in un immenso centro commerciale.

Prima ancora, con l’avvento del colpo di stato di Juan M. Bordaberry nel giugno del 1973, in tanti, tra anarchici, comunisti, Tupamaros e dissidenti vari, avevano deciso di espatriare in Argentina, nella vicina Buenos Aires, da dove avrebbero continuato la loro lotta per la giustizia sociale. Nemmeno tre anni più tardi però anche l’Argentina sarebbe caduta sotto il pugno di una feroce dittatura, e così, molti di coloro che riuscirono a scampare alla dura repressione che fu messa in atto dalla Giunta militare guidata da Jorge R. Videla, scelsero nuovamente la via dell’esilio, questa volta però trovando rifugio in Europa, soprattutto – è il caso dell’autore – in Francia. Tanti altri, invece, e tra questi anche alcuni dei protagonisti di queste pagine, finirono in uno dei numerosi Centri Clandestini di Detenzione, come quello ricavato nella sede della concessionaria “Orletti”, dove più di 300 persone furono sequestrate e brutalmente torturate nel quadro della famigerata “Operazione Condor”. Della maggior parte di queste non si ebbe mai più notizia e i loro nomi andarono ad aggiungersi a quelli delle migliaia di desaparecidoslatinoamericani.

La seconda parte del libro ci porta dunque a Parigi, tra le diverse comunità in esilio, ed occupa un intervallo di tempo che va dal 1976 al 1985, anche se non mancano brevi riferimenti alla guerra civile spagnola, alla Comune o alla rivoluzione cubana. Protagonista assoluto, qui, è Lucio Urtubia, anarchico spagnolo celebre per aver portato nel 1982 la First National City Bankdi New York sull’orlo del fallimento, falsificando migliaia di travellers cheques per un valore stimato in diverse decine di milioni di dollari. Muratore piastrellista – professione da sempre rivendicata con orgoglio – Lucio era fuggito a Parigi dopo aver

disertato il servizio militare; qui aveva conosciuto il leggendario Francisco “Quico” Sabaté e alla sua morte, avvenuta nel 1960, ne aveva ricevuto in eredità la mitragliatrice Thompson, simbolo di una lotta che non era ancora chiusa.

Lucio, però, non è uomo d’armi. La sua guerra si combatte nelle filiali di tutte le banche d’Europa – e non solo – con innocue munizioni di carta: riproduzioni perfette di travellers cheques americani. Un affare milionario con il quale finanzia le più diverse organizzazioni rivoluzionarie del mondo: dall’ETA alle Black Panthers, da Action Directe ai vari gruppi guerriglieri sudamericani; Tupamaros e anarchici uruguaiani compresi.

È così che durante i primi anni ’80 due tessere apparentemente distanti di un puzzle sempre più complicato da decifrare entrarono in contatto stabilendo nuovi sorprendenti intrecci di mondi, storie, sogni: utopie mai dimenticate che, come il mondo nuovo di Durruti, abitano il cuore di ognuno dei personaggi di queste vicende.