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Buen Viaje. Ricordo di Federico Campbell

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Il 15 febbraio scorso la cultura messicana ha perso uno dei suoi più stimati rappresentanti, lo scrittore e giornalista Federico Campbell, che va a unirsi ad altri grandi narratori e intellettuali scomparsi negli ultimi quattro anni. In proposito lo scrittore e militante Paco Ignacio Taibo II ha parlato di una vera e propria “raffica di autori messicani” che sono venuti meno recentemente: Carlos Montemayor, Carlos Monsiváis, Carlos Fuentes, e poi anche i poeti Juan Gelman, José Emilio Pacheco, Félix Grande in Spagna e infine Federico. All’inizio di febbraio, dopo un viaggio nella settentrionale Tijuana, sua città natale, Campbell aveva contratto il virus AH1N1 dell’influenza suina ed era stato ricoverato d’urgenza in un ospedale di Città del Messico, dove poi è avvenuto il decesso. Lo scrittore era a Tijuana per dare una conferenza sulla vita e l’opera del narratore messicano Juan Rulfo, precursore del realismo magico e autore del famoso romanzo Pedro Páramo, e per ricevere la nomina di Presidente Onorario della Fiera del Libro di quella città. Campbell è sempre stato legato all’Italia e, in particolare, all’opera del siciliano Leonardo Sciascia, di cui era amico e traduttore. “E’ lui che ha fatto conoscere l’opera di Sciascia in Messico e in America Latina”, spiega suo figlio Federico, anch’egli giornalista.

Nato nel 1941, Campbell lavorò come corrispondente a Barcellona e a Washington negli anni sessanta e settanta, collaborò con quotidiani e riviste messicane come La Jornada, Excelsior, Milenio e Proceso e fondò nel 1977 la casa editrice Máquina de Escribir, un’iniziativa indipendente e coraggiosa che promuoveva giovani poeti e scrittori come Fabio Morabito, José María Espinasa, Juan Villoro e Coral Bracho. “Il nome Macchina da Scrivere era un tributo al testo Anti-Edipo dei filosofi Deleuze e Guattari che definivano lo scrittore una macchina pensante, produttrice di fantasie, insomma una macchina da scrivere”, nelle parole dello stesso Campbell che, oltre a Sciascia, ha tradotto William Shakespeare, Harold Pinter e David Mamet.

fed-campbell-tijuanensesHa pubblicato volumi di saggistica, teatro e narrativa, tra cui vale la pena ricordare i romanzi Todo lo de las focas (“Tutto delle foche”) del 1983, Transpeninsular del 2000 e la raccolta di racconti del 1997 intitolata Tijuanenses (“Gli abitanti di Tijuana”) che fu un’opera pioniera di un genere che in seguito si conobbe come “narcoletteratura”. Ha dedicato il suo ultimo articolo all’amico e “compagno di viaggio” Juan Gelman, poeta argentino scomparso nel gennaio scorso, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, il riconoscimento più prestigioso della letteratura in lingua spagnola.  Il suo primo libro, Infame Turba (1971), è composto da 28 interviste realizzate negli anni sessanta a giovani scrittori catalani che di lì a pochi anni si sarebbero fatti conoscere all’estero:Juan Marsé, Juan García Hortelano, Luis Goytisolo, Juan Benet, Terence Moix, José Caballero Bonald, Manuel Vázquez Montalbán…

Le tematiche dei saggi e dei romanzi di Campbell vanno dalla rivelazione dei meccanismi del potere politico e dei suoi “manovratori occulti” alla povertà e alle miserie quotidiane della vita. Sullo sfondo, sempre presenti le forti disuguaglianze sociali messicane che, ancora oggi, affliggono il paese. Nel 1989 pubblicò La memoria di Sciascia, un testo che raccoglie alcuni articoli, un’intervista e un diario di viaggio ed è consacrato interamente all’autore siciliano de Il giorno della civetta e L’affaire Moro. Questa raccolta è una riflessione antropologica e storica sulla “sicilianità” e sullla “hispanidad”, sulla mafia, sull’inquisizione e sulla latitanza dello Stato, quindi su alcuni aspetti culturali e fenomeni sociali che sono comuni a messicani, spagnoli e siciliani. Campbell considerava il Messico “una metafora esagerata di ciò che fu la Sicilia” per cui si può leggere la sua opera come la costruzione di un ponte concettuale tra la mafia e i cartelli dei narcos. Difatti Campbell parlò del fenomeno della “sicilianizzazione del mondo”, cioè la visione della storia e dei problemi dell’isola come un modello paradigmatico, una metafora del mondo.

Così ne parla il saggio “Fortuna critica” di Claude Ambroise, posto in fondo al volume delle Opere 1984-1989 (Bompiani, Milano, 1991) e citato sulla pagina web dell’Associazione Amici di Sciascia: “La migliore presentazione dell’opera di Sciascia, perché accessibile a tutti i potenziali lettori dello scrittore racalmutese, è un libro in lingua spagnola, scritto da un messicano che, senza pedanteria, ma con precisione e passione, delinea il contenuto della ricerca sciasciana”. L’appartenenza di Campbell alla “hispanidad” gli consente anche di dare maggiore spessore al lato spagnolo dello scrittore siciliano: non per sentito dire, il critico messicano riattiva il dialogo Sciascia-Borges o inserisce, attualizzandole in un contesto sudamericano, le riflessioni sull’inquisizione e sulla giustizia”. Federico-Con-SciasciaAltri saggi rappresentativi in tal senso sono  “L’invenzione del potere” (1994), “Maschera nera. Crimine e potere” (1995) e “Post scriptum triste” (1994). Nella Home Page del suo sito istituzionale l’Associazione ha pubblicato un articolo sulla morte “dell’amico Federico Campbell”, una perdita “per la cultura messicana e più in generale ispanica”. Nonostante la vicinanza dello scrittore all’Italia, allo studio delle mafie italiane e messicane e alle precondizioni culturali e sociali che ne favoriscono la proliferazione, non ultima la connivenza del sistema politico, ad oggi nessuna opera di Federico Campbell è stata pubblicata in italiano.

Nei giorni successivi alla sua morte sono stati tanti i tributi resi a Federico Campbell nella Fiera del Libro del Palacio de Minería, forse l’evento letterario messicano più importante dopo la FIL (la Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara) e il la casa editrice del Fondo de Cultura Económica ha annunciato la prossima uscita del volume “L’era della criminalità”, un testo che costituirà una sintesi dell’opera del tijuanense sulle relazioni tra il potere, anzi i poteri, il delitto e la criminalità.

Città-STATO, un film di Giuseppe Spina

Sinossi
Nel sud Europa vige ancora oggi la forza di una vera e propria “città-Stato”, mezzo fondamentale alla macchina di potere nazionale. Qui gli uomini di partito e i mafiosi, i sindacalisti e gli imprenditori, i prefetti, i questori, i cardinali, camuffano il disordine con l’ordine, continuando una secolare gestione sperimentale della vita delle masse, basata su furto e corruzione, mentre le pratiche mondiali si susseguono uguali a se stesse: guerra, crisi, titoli tossici immessi nel mercato, iniezioni di liquidità monetaria, sfruttamento.
E’ un film che nasce con un atto illegale come unico atto possibile. Il materiale d’archivio S-VHS che va a comporre questo lavoro è solo un frammento della parte oggi in rovina nei garage di numerose televisioni locali. In mano a imprenditori asserviti all’attuale gioco politico-mafioso, questo materiale è tra le poche prove storiche di quanto accaduto in Sicilia e, in particolare, a Catania, nel periodo tra il 1992 e il 1994. Una fase di guerra civile in una nazione economicamente in ginocchio in cui la politica, l’imprenditoria e la mafia, come forza unica, si opposero a quel tentativo di ribaltare il sistema di corruzione vigente. Da questa vittoria nacque la “Seconda Repubblica Italiana”. Il film è on line fino al 26 marzo, affrettatevi!
Città-STATO di Giuseppe Spina è un film di poco più di mezz’ora che raccoglie materiale di scarto di una televisione regionale siciliana del periodo ’92-’94. Una riflessione politica attorno al sorgere della Seconda Repubblica compiuta negli anni del suo tramonto. Un racconto di episodi marginali e storie dimenticate fatto riemergere con l’intento politico e polemico di denunciare l’oblio nel quale la coscienza nazionale ha relegato un passaggio storico tanto importante. Proprio in questi giorni sulla stampa nazionale si torna a parlare di quegli anni e di quella terra, dei troppi scheletri negli armadi contenuti nelle vicende processuali della strage di via D’Amelio, dell’oramai acclarata trattativa Stato-Mafia, e del controverso iter giudiziario del processo a carico di Marcello Dell’Utri, (vero e proprio padre, ma sarebbe meglio dire ‘padrino’, della II Repubblica), per concorso esterno in associazione mafiosa.

Città-STATO è un lavoro ostico perché ostile, complesso perché refrattario ad univoche letture, disturbante perché non pacificato. È un’opera massimalista e militante, ma orfana di ideologie.

Città-STATO di Giuseppe Spina (Italia/2011)

Dal 16 al 26 marzo 2012 – in streaming su Rapporto Confidenziale e in CINETECA – Testi sopra da:  rapportoconfidenziale.org | vimeo.com/channels/cineteca

in collaborazione con Nomadica e Moovioole
nomadica.eu | moovioole.it

Città–STATO

Rielaborazione, montaggio e suono: Giuseppe Spina
Musica composta da: Paolo Aralla
Eseguita da: Irene Puccia (Pianoforte), Alessandro Ratoci (Elettronica)
Produzione: cinemautonome, nomadica, frameOFF
Lingua: siciliano/italiano
Formato in ripresa: S-VHS (1992-1994 di operatori sconosciuti)
Paese: Italia
Anno: 2011
Durata: 34 minuti

Recensione del romanzo di Alberto Prunetti , Il fioraio di Peròn

Alberto Prunetti, Il fioraio di Peròn
Eretica Speciale / Stampa Alternativa
Nuovi Equilibri 2009
http://www.stampalternativa.it
Recensione di Fabrizio Lorusso

L’Argentina e Buenos Aires. Il passato e il presente intrisi di sangue, tango, frustrazione, quotidiana speranza e pacata malinconia. Ma anche ricordi felici e aspettative che scorrono negli anni, nelle ispirazioni, le delusioni e i successi di una vita come tante, quella di Cosimo Guarrata, un siciliano d’Argentina, o un argentino di Sicilia. E’ uno dei nostri nonni o bisnonni, un italiano emigrato ma anche un argentino acquisito e integrato, sempre a metà, come tutti i migranti di prima generazione. L’identità combattuta di un fioraio, anzi, il fioraio di Peròn.

Nel romanzo di Alberto Prunetti si respirano la speranza e il coraggio dei migranti, quelli di ieri e quelli di oggi, ma pure l’inquietudine dei decenni più oscuri della storia dei paesi del Cono Sud, vigilati dallo spettro latente dell’autoritarismo e del militarismo, e  vissuti sullo sfondo da milioni di persone illuse dal sogno del successo personale, dall’America, quella meridionale e sconosciuta, e dall’illusione di uno sviluppo e di un futuro che imitasse quello del “primo mondo” che hanno lasciato in tenera età quando ancora offriva solo povertà e guerre. E intanto la lontana Italia (o almeno una parte di essa) cominciava a far parte del club esclusivo dei ricchi e iniziava ad accogliere timidamente gli stranieri, diventando terra d’immigrazione dopo aver espulso milioni dei suoi connazionali, quelli più poveri, scappati soprattutto dal meridione e dal triveneto.

I muri delle case e gli angoli delle avenidas del centro di Buenos Aires ci parlano della sequela ininterrotta di bizze della storia e del potere, tra dittature e restaurazioni, repressioni e populismi. La vita del fioraio ufficiale della Casa Rosada, i dibattiti con gli amici del bar e l’evoluzione del pensiero di sua moglie Maria ci raccontano nel modo più vero e immediato le speranze e le delusioni del peronismo, quello strano animale politico che nacque con l’ascesa alla presidenza del suo leader tra il 1946 e il 1955, anno in cui Juàn Domingo Peròn fu spodestato da un golpe militare. Il peronismo diede ragioni di vivere e di “costruir patria” a milioni di argentini e poi continuò a nascondersi come un’ideologia clandestina dentro ai cuori e nelle cantine fino alla riemersione e alla mutazione odierne. Il mito continua anche dopo la scomparsa del leader deceduto durante il suo terzo mandato presidenziale nel 1974. Dopo di lui, la dittatura. Queste pagine ci descrivono anche il culto nato intorno alla figura di sua moglie Eva, o meglio, Evita: si tratta quindi di due religioni di Stato, due fedi politiche che muovono da sessant’anni i cuori e le menti di un popolo nell’arco di almeno tre generazioni. “Peròn tornerà e Gardel non è morto a Medellin, anzi canterà ancora”, ripete Cosimo dentro di sé tutte le sere per combattere la stanchezza e la vecchiaia che incombono dopo qualche ora passata al bar con l’amico Mariano.

Come ribadisce Valerio Evangelisti nella sua introduzione sulla quarta di copertina “la complessa realtà argentina non poteva essere descritta meglio”. Infatti qui due storie parallele legano l’Italia e l’Argentina, il ventesimo e il ventunesimo secolo, dandoci una visione precisa e tagliente delle realtà in cui si muovono i personaggi nelle diverse epoche. S’intrecciano le vicende di Cosimo il fiorista, dagli anni venti ai primi anni ottanta, con quelle di Alfredo, un suo giovane parente, nipote della sorella di Cosimo, che, dopo oltre vent’anni dalla sua morte, parte alla ricerca di un’eredità perduta e di un sottile filo identitario che lo porti a conoscere un po’ di più le vicende di quel “nonno” lontano. Un siciliano perduto che era partito in pieno ventennio fascista e che aveva scritto tante lettere in quel suo idioma strano, un itagnolo (misto di italiano, dialetto e spagnolo) esotico e poco comprensibile.

Quando Alfredo sbarca in Argentina comincia la ricerca e viene accolto dallo storico anarchico, scrittore e giornalista Osvaldo Bayer. Così riemergono vecchie storie torbide legate all’eredità di Cosimo che tingono di nero la sua indagine, ostacolata da minacce e antichi rancori. Grazie alla riproduzione di alcune lettere del parente scomparso ci viene dato uno spaccato della vita quotidiana e della società e ci resta un retrogusto amaro per le cose non dette e non scritte, ci sono misteri e segreti da leggere tra le righe delle missive, cose che la censura della dittatura proibiva nei messaggi in partenza per l’estero.

Il quadro della vecchia Buenos Aires viene arricchito anche da un intreccio amoroso e dalle interazioni di Cosimo con gli altri migranti, galiziani, tedeschi, portoghesi, e soprattutto con gli argentini “puri”, sempre che abbia senso questa categoria sociale, e in particolare coi porteños, gli orgogliosi abitanti della capitale con il loro rapporto di amore e odio verso i tanos, gli italiani d’Argentina. In effetti si tratta di immigrati un po’ speciali, una minoranza grande e rumorosa, fatta di milioni di storie che hanno finito per influenzare profondamente la cultura e la società di questo paese (e di tanti altri in Sudamerica) ma che hanno anche vissuto in prima persona l’orrore dell’ultima dittatura, resa tristemente famosa dagli oltre 30mila casi di desapariciòn di cittadini e dalla fiammata nazionalista sfociata nell’inutile Guerra de las Malvinas contro una Gran Bretagna ansiosa di mantenere i suoi rimasugli imperiali nell’Atlantico meridionale.

La giunta militare golpista, comandata da  Jorge Rafael Videla, dell’ammiraglio Eduardo Emilio Massera e il brigadiere generale Orlando R. Agosti, è quella che tra il 1976 e il 1983 mise in atto “la più grande strage di italiani dopo la seconda guerra mondiale” come giustamente sottolinea Massimo Carlotto nella sua introduzione al romanzo. Ed ecco apparire alcuni connazionali che sostengono e lodano coloro che mandano ad ammazzare altri italiani, quelli d’Argentina: i “generali” sono infatti amici di Licio Gelli e vicini alla loggia massonica P2 che sembra aver partecipato attivamente pure alla profanazione della tomba di Peròn avvenuta nel 1987…

L’Argentina moderna, dopo il ritorno nel 2003 del “peronismo progressista” al potere con le presidenze di Nestor Kirchner e di sua moglie Cristina Fernàndez, sembra voler fare i conti con quel passato mettendo in discussione le amnistie concesse frettolosamente negli anni ottanta e riaprendo i processi che, in effetti, stanno cominciando a produrre le prime condanne e rese dei conti per alcuni repressori.

Negli ultimi giorni della ricerca Alfredo si scontra anche con la situazione di un paese che sta lentamente recuperando terreno dopo i drammatici anni della crisi economica e delle violente proteste di strada d’inizio millennio ma che, nonostante tutto, stenta a trovare una strada sicura in una realtà fatta di imprese che delocalizzano ed esternalizzano e controllata dai nuovi ricchi, tra cui gli investitori “italiani d’Italia” che chiudono tutto e scappano via in mezzo alle proteste dei piqueteros, i nuovi disoccupati nell’epoca della globalizzazione.

Alberto Prunetti (1973) è scrittore, traduttore, fotografo e insegnante d’italiano per lavoratori immigrati. Con Stampa Alternativa ha pubblicato il romanzo Potassa (2004) e ha curato l’antologia L’Arte della fuga (2005) e l’edizione italiana di Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer. Ha collaborato con le riviste “Carta” e “Arivista” e con “Il Manifesto”. E’ redattore della rivista Carmilla.

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