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“A passo di tartaruga”. In equilibrio tra poesia e militanza.

Recensione a cura di Raúl Zecca Castel

A passo di tartaruga (Arcoiris, Salerno, 2016) è un libro che fin dal titolo evoca sensibilità e delicatezza; qualità che ne onorano indiscutibilmente le pagine e l’autrice. Loretta Emiri – latinoamericana per scelta – ci consegna un’autobiografia imbizzarrita, capace di coniugare impegno sociale e disincanto allo stesso tempo, scrivendo solo in parte di sé e della sua incredibile esistenza tra gli indigeni Yanomami del Brasile amazzonico, perché quel che emerge dalle pagine di questo volume, composto da venticinque racconti magistralmente scritti, in perfetta sospensione tra poesia e rigore etico, è piuttosto il racconto critico di un’intera società, la storia di quel mondo complesso cui inevitabilmente tutti noi apparteniamo.

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Recensione di #MessicoInvisibile sul nuovo numero di #NarcoMafie @Ed_Arcoiris

narcomafieSegnalo l’uscita del nuovo numero della rivista NarcoMafie in cui potete trovare la recensione di Piero Ferrante al mio libro Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, edito da Arcoiris di Salerno. Ecco l’indice completo della rivista. (Questo numero della rivisita è disponibile per il download singolo o in abbonamento. Per acquistarlo è necessario essere registrati allo store. Accedi oregistra un nuovo account)

L’EDITORIALE

Aspettando il reato di tortura

di Livio Pepino

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Segnali di Fumo: #NarcoGuerra di Fabrizio Lorusso / Venti mesi dopo #Ayotzinapa

Di Nicola Gobbi e Simone Scaffidi – Da Carmilla  – La notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, 43 studenti della scuola rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, Messico, venivano sequestrati dalla polizia di Iguala e scomparivano nel nulla. A venti mesi da quella notte, la strage di Stato resta impunita e gli studenti tuttora desaparecidos.Fabrizio Lorusso ha sviscerato il tema sulle pagine diCarmilla e ha scritto un libro fondamentale e documentatissimo per capire il contesto che ha permesso Ayotzinapa. Si intitola NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (Odoya, 2015) e si tratta di una piccola enciclopedia narrativa sul Messico di oggi: la violenza quotidiana che lo attraversa, le sparizioni forzate, i Narcos e il loro rapporto con lo Stato, con la cultura popolare e il sistema economico.

Con Nicola abbiamo deciso di recensire NarcoGuerra a fumetti. Le tavole che seguono sono state pensate e disegnate pochi giorni prima della spettacolare evasione dal carcere di massima sicurezza de El Altiplano del Chapo Guzman, fra i più leggendari narcotrafficanti della storia del narcotraffico, avvenuta in sella a una moto lanciata a tutta velocità in un tunnel sotterraneo scavato sotto le docce della prigione in cui era recluso. Alla notizia della corsa in moto in una galleria sotterranea abbiamo sorriso, ma non ci siamo sorpresi, la realtà in Messico supera di gran lunga la fantasia, la ribalta e la fa a pezzetti, senza chiedere permesso. Continua a leggere

I Linguaggi della #NarcoGuerra @Odoyaeditore #Recensione su @MilitantBlog

Militant libro i-linguaggi-della-narcoguerra

[Riproduco di seguito una parte della recensione al libro NarcoGuerra, che è in compagnia di quella dei romanzi di Don Winslow e della serie Narcos, dal blog di Militant] La “guerra alla droga” è lo strumento politico attraverso cui gli Stati uniti mantengono il controllo amministrativo ed economico di alcuni Stati dell’America Latina e centrale. Non è una lotta del “bene contro il male”, soprattutto laddove il primo è rappresentato dagli Usa o, peggio ancora, dalle sue particolari agenzie repressive (Cia, Dea, Nsa); l’obiettivo non è quello di estinguere il problema, sia perché questo è il prodotto di una domanda incontrollabile dei paesi occidentali, sia perché droga e narcos costituiscono privilegiati strumenti di controllo di territori e dinamiche sociali da utilizzare come “agenti di prossimità”; è, infine, una questione eminentemente politica e non semplicemente criminale, d’ordine pubblico, militare o in qualche modo tecnica: è politica perché deriva da specifiche cause sociali che la determinano; perché è prodotto diretto degli accordi neoliberisti di libero scambio tra paesi subalterni all’economia Usa; perché serve ai politici locali per costruire legittimazione che poi riversano controle popolazioni povere dei rispettivi contesti e per facilitare gli accordi di libero scambio di cui sopra. Sebbene scomparsa dai radar dei media occidentali, la lotta alla droga costituisce uno dei più rilevanti ambiti di gestione imperialista dei territori. In questi anni è soprattutto il mondo della cultura di massa ad essersene occupata, con linguaggi e obiettivi differenti, a volte opposti. E’ interessante capire come avviene il racconto della “guerra alla droga”, alla luce di alcuni specifici lavori usciti in questo anno, che contribuiscono a dare una panoramica degli interessi e delle sensibilità sul tema in questione. Continua a leggere

#Libri #Segnalazioni di @alprunetti su @carmillaonline #NarcoGuerra #Latinoamericani #Infanzia

di Alberto Prunetti da Carmilla

narcoguerraFabrizio Lorusso, Narcoguerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Bologna, Odoya, 2015, pp. 414, euro 20
Un libro di “cronache”, termine che in Messico indica un preciso genere di giornalismo ibrido e narrativo che nel racconto delle tragiche vicende dei narcos ha dato i suoi frutti migliori. Lorusso lo incarna con una forte precisione e abbondanza di dettagli, descrivendo non solo il Messico dei narcos ma tutto quello che attorno al narco-sistema gira o che a quello stesso sistema si oppone. Quindi da un lato corruzione, traffico di armi, terrorismo della violenza usato come forma di controllo sociale, femminicidi e sfruttamento; dall’altro i movimenti indigeni, gli zapatisti, le forme di resistenza civile, la lotta dei familiari dei desaparecidos. A proposito di desaparecidos, pare che il Messico abbia ormai quasi raggiunto la cifra di scomparsi dell’ultima dittatura militare argentina, solo che a quanto pare c’è al potere una democrazia. O una narcodemocrazia. Dove per “narco” bisogna intendere l’intreccio tra racket criminale, politica istituzionale e sfruttamento ipercapitalista degli oppressi: la droga è solo una merce tra tante. Quello di Lorusso è un libro fondamentale per la comprensione del Messico contemporaneo e di quelle dinamiche, tutt’altro che messicane, che fanno girare il capitalismo oltre i confini, sempre precari, tra legalità e illegalità.

Roberto Arlt, Una domenica pomeriggio, Roma, Sur, 2015, pp. 60, euro 7, traduzione di Raul Schenardi
domenica arltNegli ultimi mesi sono state pubblicate in traduzione italiana alcune opere di Arlt che oggi chiameremo reportage narrativi. Questa selezione di tre racconti ci riporta invece ai registri delle opere di narrativa più famose dello scrittore portegno. Il gobbetto risuona delle atmosfere inquietanti de I lanciafiamme, mentre Le belve riporta nell’universo di finzione di Arlt lo sguardo in soggettiva delle sue Acqueforti portegne. E’ questo il libro che dell’ultima uscita di Sur ho più apprezzato, perché è riuscito a portarmi a cavallo delle due linee di scrittura di Arlt (quella del romanziere e quella del giornalista di reportage narrativi). Sempre sul lato dei racconti, genere che da noi meriterebbe migliore fortuna, segnalo un’altra uscita di Sur, una raccolta di racconti del messicano José Emilio Pacheco (Il principio del piacere, Roma, Sur, 2015, pp. 139, euro 14, traduzione di Raul Schenardi), contrassegnati da una dimensione di assenza o di scomparsa interpretata di volta in volta a livello sociale, sentimentale o anagrafico. L’ultimo titolo di Sur che è uscito è Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre, Roma, Sur, 2015, pp. 279, euro 16, traduzione di Federica Niola.

Adrián Giménez Hutton, Chatwin in Patagonia, Roma, Nutrimenti, 2015, pp. 286, euro 19, traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfé
Non ho mai provato troppa simpatia per Chatwin. Almeno da quando, trovandomi in Argentina, mi resi conto che tutti ne parlavano molto male e poi mi suggerivano di leggere Patagonia rebelde, un libro di Osvaldo Bayer che raccontava la vera storia della Patagonia, il libro da cui Chatwin, a detta di molti, aveva scopiazzato frettolosamente qualche appunto, rovesciando ironia da gentlemen colonialista sulle spalle già gravate degli operai patagonici fucilati dagli estancieros gringos. La cosa la raccontai qui. Questo bel libro di Gimenéz Hutton, tradotto superbamente da Magliani e Marfé, è da un lato narrativa di viaggio, dato che l’autore segue alla lettera i percorsi del viaggio di Chatwin, rimettendolo in corso d’opera, penna e taccuino alla mano; dall’altro è una rigorosa (e mai astiosa) operazione di fact-checking. Il risultato è sorprendente e il malumore verso Chatwin sembra segnare quasi tutti quelli che in Patagonia non possiedono un albergo che ospiti turisti europei.

golpe ai libriJudith Godiol e Hernán Invernizzi, Golpe ai libri. La repressione della cultura durante l’ultima dittatura militare in Argentina (1976-1983), Roma, Nova Delphi, 2015, pp. 367, euro 19, traduzione di Francesca Casafina
All’inizio sembrava un’indagine per addetti ai lavori e poi si è trasformato in un libro che considero fondamentale per la comprensione di alcuni aspetti di controllo culturale operati dalla dittatura di Videla e soci. Chiunque sia interessato alla storia dell’Argentina e in particolare alle vicende della dittatura militare, non può fare a meno di comprare questo libro. Conoscevo già la repressione contro gli scrittori di sinistra (da Walsh a Bayer a Uroldo a decine di altri casi) ma non immaginavo con che mano pesante fosse stata colpita dalla dittatura la letteratura scolastica o quella religiosa, ad esempio. In quest’ultimo caso, immaginavo che la mannaia fosse caduta su un piccolo gruppo di teologi della liberazione, mentre invece si è colpito su vasto raggio per disciplinare in maniera estesa e radicale ogni dimensione sociale, anche quella del clero. (Quasi un off topic. Leggevo queste pagine mentre in Veneto usciva una lista di libri per l’infanzia da mettere a censura: mi è venuto da pensare che i moderni censori leghisti non abbiano inventato nulla. A proposito, sono andato a leggermi le opere che a loro dire inciterebbero a ideologie perverse nelle fantasie dei bambini, tipo Piccolo blu e piccolo giallo: ho trovato profondità di sentimenti e apertura al mondo e alla differenza. E soprattutto relativismo culturale. Dicano la verità: son queste le cose che li spaventano).

Ma ormai siamo entrati nel regno dei libri per l’infanzia.
Cerchiamo quindi altri libri per i moderni censori possano odiare (e noi amare) perché aprono a una visione del mondo plurima e non identitaria, libera da passioni tristi.

Antonio Gramsci e Viola Niccolai, La volpe e il polledrino, Milano, Topipittori, 2014
volpeNelle sue Lettera dal carcere Gramsci ha scritto spesso ai figli Delio e Giuliano, che vivevano a migliaia di chilometri da lui, in Russia. A Delio e Giuliano raccontava alcune storie della propria infanzia e dava suggerimenti e consigli in forma di favole. Talvolta traduceva per loro delle fiabe tratte dall’opera dei fratelli Grimm, da Dickens o da Kipling, oppure anche traduceva dal russo, per se stesso, alcuni racconti per l’infanzia di Puškin, di Tolstoj o di Gor’kij. Tra le favole gramsciane, le più famose sono L’albero del riccio e La volpe e il polledrino che ovviamente, come gran parte della produzione dell’autore dei Quaderni del carcere, non sono immediatamente state pensate per la pubblicazione. Il racconto La volpe e il polledrino è stato di recente illustrato da un’illustratrice originaria del Monte Amiata, Viola Niccolai. Il libro è sorprendentemente bello. L’opera di Gramsci da noi non è più oggetto di grandi analisi mentre nel resto del mondo l’autore di Ghilarza è forse il pensatore italiano più studiato, anche se la sua opera è più interpretata che letta di prima mano. Meriterebbe in Italia una nuova riflessione critica, magari con un taglio obliquo, inedito, a partire – perché no? – dall’opera pedagogica gramsciana e dalla sua scrittura per l’infanzia. (Viola Niccolai, che aveva il nonno che teneva in camera una foto di Gramsci, è alla sua opera prima. E a quel che vedo l’aspetta il sole dell’avvenire nel mondo dell’illustrazione per un’infanzia ribelle. )

Isabella Christina Felline, Libro fiore, Follonica, Ouverture, pp. 57, illustrato, euro 14,50 (illustrazioni di Elena Martini).
Mi è piaciuta molto questa raccolta di microscritture per l’infanzia. All’inizio pensavo che il titolo alludesse a una sorta di omaggio alla canzone di Endrigo/Rodari, ma qui più che il senso della logica delle connessioni naturali ho trovato una dimensione diversa. L’autrice regala ai lettori dell’infanzia una sorta di semiotica delle passioni, da quelle tristi a quelle più positive, dalla creatività alla diffidenza, dalla laboriosità all’insoddisfazione. Del resto, ci sono tanti modi per far crescere i semi e trasformarli in fiori. E i fiori prendono qualcosa della passione che governa chi si cura di loro. Brava l’autrice e belle anche le tavole dell’illustratrice Elena Martini.

#Libro #NarcoGuerra sulla nuova #WebZine La Macchina Sognante

stockvault-eye-see-you NarcoGuerra macchina sognante
Legalizzazione, narcoguerra messicana e il patto d’impunità – Dalla rivista on line La macchina sognante Numero 0 – Zero

Estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso, Ed. Odoya, 2015.

Nel panorama della guerra alle droghe messicana, un’offensiva militarizzata contro i narco-cartelli che dura da quasi 9 anni e ha provocato oltre 100mila morti e 26mila desaparecidos, forse qualcosa si muove, anche se molto in lontananza. Gli stati del Colorado, dell’Alaska e di Washington, come pure, più a sud, l’Uruguay, hanno regolato e legalizzato l’uso “ricreativo” della marijuana, sostanza leader nei consumi globali di stupefacenti. Infatti, lacannabis provocherebbe meno danni e meno dipendenza del tabacco o degli alcolici. Gli esperimenti di depenalizzazione e legalizzazione anche a livello di produzione e consumo ricreativo, una novità nelle Americhe, sono promissori, ma sono solo una tappa nel lungo cammino contro la “cultura” e la prassi della guerra alle droghe condotta con mano dura. Decenni di politiche in questo senso non aiutano a trovare alternative “soft”.

A Città del Messico la legalizzazione delle droghe leggere (produzione, possesso, consumo, vendita) si sarebbe dovuta concretizzare già da tempo, ma lunghi dibattiti e veti incrociati, dentro e fuori il partito di centrosinistra che amministra la capitale, il PRD (Partido Revolución Democratica), hanno fatto arenare l’iniziativa. Inoltre le discussioni sulla regolazione del consumo di alcune sostanze stupefacenti stanno lasciando fuori le altre droghe, quelle pesanti e soprattutto la bianca coca. Proprio perché è più dannosa e anelata, meriterebbe un quadro normativo che superi la criminalizzazione tout court. Nel Paese è possibile portare legalmente per consumo personale fino a 5 grammi di marijuana, 2 d’oppio e 0,5 di cocaina e si è sottoposti a trattamenti sanitari coatti dopo il terzo arresto. Sono quantità piuttosto basse e quindi una strada percorribile gradualmente verso la depenalizzazione totale può passare dal loro incremento.

Gli argomenti contrari alla depenalizzazione immediata del consumo e alla legalizzazione di produzione e vendita, tra cui spiccano quelli del professor Edgardo Buscaglia, uno dei massimi esperti internazionali in materia di sicurezza e narcotraffico, sostengono che in un contesto d’ingovernabilità e di gravi deficienze istituzionali i rischi potrebbero essere troppi. Oltre ai classici motivi ideologici di stampo proibizionista, promossi da attori trasversali allo spettro politico nazionale e internazionale e da settori conservatori della società civile, esistono in Messico ragioni più pratiche e locali per ridimensionare l’entusiasmo verso la legalizzazione. Con le loro legislazioni più aperte sull’uso, e in certi casi sulla produzione e vendita, di sostanze stupefacenti i Paesi Bassi, la Germania, la Spagna, l’Uruguay e il Portogallo si presentano come esempi di approcci pragmatici e differenti nelle politiche antidroga, ma sono molto lontani geograficamente, culturalmente e a livello istituzionale.

In terra azteca oltre la metà dei guadagni delle mafie proviene ormai da altri business, diversi dal traffico di narcotici, e quindi la legalizzazione per se le priverebbe solo di una fetta della torta criminale. Sarebbe un duro colpo, non c’è dubbio, e probabilmente compenserebbe eventuali svantaggi e comincerebbe a spezzare il circolo vizioso politico-mafioso. Se, però, la decomposizione sociale ed economica, la cattura delle istituzioni e la permeabilità dello stato e del diritto alle pressioni delinquenziali, seppur ridotte in caso che il business delle droghe passasse sotto il controllo statale, restassero robuste, a causa delle debolezze e della corruzione strutturale degli apparati pubblici e del settore privato, allora il quadro criminale interno non cambierebbe radicalmente. Per funzionare la regolazione del consumo delle droghe dovrebbe andare di pari passo con un piano di consolidamento istituzionale, con l’attacco ai patrimoni e ai business legali e illegali dei narco-cartelli, con la rottura dei patti d’impunità e della corruzione politica a tutti i livelli, con la cooperazione internazionale, soprattutto con i mercati di sbocco di droghe e capitali come l’Europa e gli Stati Uniti, e con adeguate strategie di prevenzione e riduzione del danno. Il problema è ormai globale, la sua risoluzione non può essere responsabilità di un solo Paese.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

In Messico l’applicazione integrale di un piano di questo tipo significherebbe andare contro una struttura di potere che è sottintesa nell’accordo d’impunità e copertura tra i settori dominanti delle élite economiche e politiche, di cui è partecipe e s’avvantaggia la malavita messicana. La corruzione e i guadagni facili, l’evasione fiscale e la negoziazione della legge, spietata con i deboli e flessibile con i forti, sono fenomeni che hanno portato benefici ai tradizionali gruppi di potere, compresa la criminalità organizzata. In fondo è conveniente mantenere lo status quo: criminalizzare in toto le droghe e simultaneamente le altre forme di “dissidenza” o “deviazione” sociale, servendosi del medesimo impianto legale, è più facile che spezzare il consensus politico interno e quello internazionale sulla war on drugs and terrorism.

La porosità del confine tra malavita e stato, tra illegalità e legalità, s’evidenzia nella crescente confusione tra polizia e criminalità. Negli anni Settanta lo scrittore Jorge Ibargüengoitia, nei suoi articoli raccolti nel libroInstrucciones para vivir en México (Istruzioni per vivere in Messico), già affermava: «In caso ci siano problemi, non chiamare la polizia, per non avere un altro problema». Il patto di potere e impunità potrà rompersi quando i costi del suo mantenimento si saranno fatti troppo alti, quando la narcoviolenza e l’instabilità economico-sociale colpiranno le classi privilegiate, barricate in quartieri protetti e autosufficienti nelle grandi città, e non soltanto, come accaduto finora, le fasce più vulnerabili della popolazione.

Sul fronte finanziario s’è fatto poco per attaccare il cuore pulsante delle narco-finanze: in Messico mancano misure serie, e anche istituzioni adeguate per la loro applicazione, contro il riciclaggio del denaro sporco e dei proventi del narcotraffico. E così fioriscono le relazioni tra le mafie e il sistema bancario e finanziario statunitense. Nonostante gli scandali e la crisi dei mutui subprime del 2007 e la depressione del 2008-2009, il sistema s’è mantenuto a galla anche grazie alla presenza massiccia di capitali di dubbia provenienza. I narco-patrimoni sono stimati in circa il 40% del PIL annuale messicano e i narcos, cittadini di un Paese storicamente bistrattato dalla vicina superpotenza, potrebbero averla salvata proprio coi loro capitali, rimessi in circolo nel sistema o trasformati in asset di imprese legali.

All’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 venne implementata un’operazione imponente contro gli attivi finanziari di Al-Qaeda, concertata ed effettuata dagli usa e dai suoi alleati. Non è successa ancora la stessa cosa per i capitali riciclati della droga, reinvestiti in banche e migliaia di imprese legali non solo in America del Nord, ma in almeno altri 50 paesi. Il narcotraffico e la sua economia, che beneficia enormemente intermediari, grossi dealers e piccola distribuzione ma molto meno i produttori e coltivatori, paiono blindati, nonostante le droghe siano passate già vari decenni or sono a essere un problema di “sicurezza nazionale” e non solo una questione di “salute pubblica”. In molti paesi delle Americhe, ma il ragionamento vale anche per l’Unione Europea e gli Usa, alle altisonanti dichiarazioni di guerra e mano dura dei capi di stato e di governo non sono corrisposti risultati equiparabili. Gli sforzi d’intelligence e di costruzione istituzionale in Messico sono insufficienti e la strategia militare non ha reso i frutti sperati, ma ha prodotto enormi catastrofi umanitarie. Nel frattempo non sono diminuiti i flussi illeciti in uscita e i reinvestimenti delle immense narco-ricchezze generate.

La malattia della violenza ammorba la società: tra il 1992 e il 2007 il tasso d’omicidi per 100.000 abitanti era sceso costantemente da 22 a 8, ma poi è tornato a crescere, toccando quota 24 nel 2011. Nel 2012 e 2013 c’è stata una lieve diminuzione con tassi a 22 e 20, cioè 26.000 e 23.000 morti rispettiva- mente. Buona parte di questi sono connessi, secondo i dati delle procure e altre istituzioni pubbliche, alla criminalità organizzata.

Con l’avvento dell’alternanza democratica nel 2000, non è stato smantellato, ma solo frammentato e rinnovato, il regime di connivenza e corruzione, basato sul patto tra apparati dello stato (polizia, procure, governi locali, forze federali, politici di tutti i livelli), élite economiche e narcos che vigeva negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il principale interlocutore nel Nord-Ovest era senza dubbio l’organizzazione di Guadalajara o Federación, progenitrice dell’attuale cartello di Sinaloa, referente del sistema politico e burocratico imperniato sul partito di governo che comandò in Messico per 71 anni: il PRI (Partido Revolucionario Institucional).

Nel 2000 il candidato priista Francisco Labastida fu sconfitto alle presidenziali dal candidato del partito conservatore pan (Partido Acción Nacional), Vicente Fox. Il vincitore perseverò nell’applicazione dell’agenda liberalizzatrice e aperturista dei suoi predecessori, ma applicò il laissez faire anche al mondo della criminalità organizzata che proliferò in un libero mercato criminale.

Il secondo presidente proveniente dalle file del PAN, Felipe Calderón, tra la fine del 2006 e il 2012 getta benzina sul fuoco e lancia una serie di operazioni militari dell’esercito e della marina nelle regioni più calde. Il 1° dicembre 2006 Calderón aveva formalizzato il suo insediamento nel mezzo di furiose polemiche. La crisi di legittimità si era fatta pesante per le accuse di brogli elettorali rivoltegli dall’opposizione di sinistra del PRD (Partido de la Revolución Democrática) e dal suo candidato, Andrés Manuel López Obrador (AMLO). Sconfitto alle elezioni del 2 luglio con uno scarto di solo mezzo punto percentuale sul totale, AMLO, forte del sostegno di centinaia di migliaia di cittadini indignati, paralizza il centro di Città del Messico, l’elegante Avenida Reforma e la turistica Plaza de la Constitución. Il blocco dura vari mesi, è un grande momento di convivenza e resistenza civile, unico nella storia messicana. “Voto por voto, casilla por casilla” (“Voto per voto, seggio per seggio”) è il grido del suo movimento che pretende un nuovo conteggio delle schede che, però, sarà effettuato solo parzialmente. Calderón giura come presidente, ma metà Messico lo taccia di “spurio” e non lo riconosce.

Nel primo giorno di governo aumenta lo stipendio ai membri delle forze armate e della polizia federale. L’11 dicembre il presidente invia l’esercito contro i narcos nel suo stato natale, il Michoacán. È l’inizio della guerra al narcotraffico o narcoguerra. Il conflitto dura ancora oggi e nei primi sei anni ha fatto almeno 83.000 morti e tra i 22.000 e i 27.000 desaparecidos: sono cifre da guerra civile o da dittatura, l’eredità lugubre del secondo presidente del PAN.

Tra il 2006 e il 2008, 50.000 militari vengono schierati in vari stati della Repubblica messicana e la cifra sale a 130.000 nel 2009. Affianco ai soldati s’impiegano 20.000 poliziotti federali che aumentano a 35.000 nel 2011. In dieci anni, tra il 2004 e il 2013, l’organizzazione Reporter senza Frontiere conta 88 decessi e 17 desaparecidos tra i giornalisti messicani. Esternalità negative dell’autoritarismo e del conflitto armato. Alcuni giornali tendono a minimizzare e a nascondere i dati veri per paura di rappresaglie da parte delle autorità e dei narcotrafficanti. O di entrambi, in combutta. Il fenomeno del bavaglio e della censura, basato su ammazzamenti, minacce e sequestri, s’è acutizzato. Durante il primo anno di governo di Peña Nieto ci sono stati quattro morti e due desaparecidos tra i professionisti della comunicazione. Anche per questo è importante raccontare. Ci provo con reportage e storie che tentano di aprire scorci e parentesi di senso su questi anni convulsi di un Paese bellissimo e turbolento come il Messico. Con l’auspicio, forse scontato ma sincero, che la guerra e le sue ipocrisie finiscano. @FabrizioLorusso

Breve descrizione di NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga di Fabrizio Lorusso – Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón. Il bilancio ad oggi è di 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida: “Giustizia!” Che lo stato ammetta le sue responsabilità. La investigazioni e le versioni offerte dalla procura sono piene di contraddizioni, si vuole circoscrivere la strage degli studenti a un contesto locale. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi e le ingiustizie contro la francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace con Giustizia e Dignità del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” del YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate. I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Le grida del Messico riecheggiano. Dal ¡Ya basta! zapatista del primo gennaio 1994, ai fragori di Atenco e Oaxaca, dal ¡Basta sangre! del 2010 al ¡Estamos hasta la madre! di Javier Sicilia, dal silenzio delle carovane per i migranti centroamericani, che il Messico inghiottisce per sempre, al rumore delle vittime del conflitto, dal ¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos! al ¡Fue el Estado! dei genitori e del movimento di Ayotzinapa. Le ribellioni di questi anni nel contesto della militarizzazione della guerra alle droghe, della repressione sociale e della globalizzazione tessono un filo rosso che lega i capitoli di NarcoGuerra.

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall’urgenza dei tempi, la necessità di affrontare la complessità del mondo, cosa a cui la letteratura può dare una mano.

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di geopolitica dell’America Latina all’università UNAM di Città del Messico, dove vive da 14 anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, END, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (Stampa Alternativa, 2013), i racconti per le collettanee:Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi(Agenzia X, 2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (Alegre, 2011). Collabora con vari media tra cui il quotidiano messicano La Jornada e la rivista Variopinto, Il Reportage, Radio Popolare, Global Project. E’ blogger di Huffington Post, redattore della web-zine Carmilla On Line e il suo sito è LamericaLatina.Net.

Libro #NarcoGuerra #Messico dei cartelli della #Droga sulla Rivista di SOS Bambino OnLus

NarcoGuerra 1 (Medium)Un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga (di Fabrizio Lorusso, Odoya Editore, 2015) Dalla rivista SOS Bambino (giornale della International Adoption OnLus) del giugno 2015 – ANNO 12 N. 1 – (A questo link il numero intero della rivista in PDFNarcoGuerra p 2 (Medium)

Su @_MicroMega_ Luca Cangianti recensisce il libro #NarcoGuerra #Messico #Cartelli della #Droga

narcoguerra messico(Articolo pubblicato su MicroMega il 15 settebre 2015 col titolo “Messico, il dramma della narcoguerra”) “NarcoGuerra” è frutto del lavoro come blogger e reporter che Fabrizio Lorusso ha svolto coraggiosamente da Città del Messico nell’ultimo decennio. Con grande coinvolgimento emotivo, nel libro si raccontano la guerra dei cartelli della droga, i legami tra narcotraffico e parti dello stato messicano, le storie delle vittime e dei loro carnefici. Sullo sfondo, i nuovi movimenti sociali e la speranza per un futuro migliore. Pubblichiamo la recensione di Luca Cangianti e a seguire il prologo al libro scritto da Pino Cacucci.

di Luca Cangianti

In Messico i turisti possono percorrere chilometri di spiaggia bianchissima costeggiata da palme, o visitare le affascinanti rovine Maya, senza accorgersi dei corpi appesi ai cavalcavia e delle teste umane mozzate lanciate sulle piste da ballo. Nel paese latinoamericano, dal 2006 a oggi, ogni 40 minuti viene assassinata una persona, mentre ogni due ore un’altra scompare nel nulla. I numeri, gli attori e le cause di questo massacro permanente sono contenuti nel libro di Fabrizio Lorusso “NarcoGuerra” (Odoya, 2015, pp. 415, € 20,00).

Il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti detenuto dal Messico è 18. Non è tra i più alti dell’America Latina: troviamo numeri ben più drammatici in Colombia (33), Venezuela (49) e Honduras (82) che distanziano di molto la media mondiale (6,5). Il problema del Messico è la recente e rapida crescita della violenza omicida, associata al progressivofallimento dello stato nello svolgere le proprie funzioni. Il weberiano “monopolio della violenza legittima” è infatti insidiato da una moltitudine di cartelli criminali. Fra di essi gli Zetas sono sicuramente i più famosi per il vasto ventaglio di attività illegali offerto – ben 25, tra cui in primo luogo il narcotraffico, ma anche sfruttamento della prostituzione, racket, sequestri di persona ecc.). Tali organizzazioni – la cui storia è attentamente ricostruita dall’autore a partire dai loro padri fondatori – dominano vasti territori nei quali esercitano autorità fiscale e di polizia creando de facto entità statuali ed economiche. Si stima che il 67% dei comuni sia amministrato da sindaci legati alle mafie, mentre i patrimoni derivanti dal narcotraffico sarebbero pari al 40% del pil messicano.

Il sistema giudiziario è al collasso e l’impunità dei delitti arriva al 97%, ma il governo ancora non ha deciso di rafforzare gli strumenti d’indagine, ad esempio incrociando i database patrimoniali dei vari enti statali. Infine, a fronte dei tagli alla spesa sociale imposti dalle politiche neoliberiste “Lo stato del benessere e la previdenza vengono soppiantati dalle buone azioni di alcuni narcos benefattori… legati al ‘vecchio stile’ e all’idea di ‘onore’. Sono loro che costruiscono strade, finanziano opere d’interesse sociale, offrono protezione e lavoro, e lasciano copiose mance… alle parrocchie e ai funzionari pubblici locali. In cambio di qualcosa di concreto, oppure soltanto di compiacenza e rispetto.”

Tale malattia sociale è aggravata paradossalmente da quella che doveva esserne la cura: la politica statunitense della war on drugs ideata per contrastare il commercio degli stupefacenti alla fonte. Per combattere il crimine organizzato “Il Messico compra da imprese statunitensi materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceve, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana – scrive Lorusso – è che l’intervento, seppur indiretto, di un Paese straniero… possa costituire un attentato alla sovranità nazionale. Infatti, gli aiuti finanziari e tecnici sono subordinati all’adozione di politiche interne ‘compiacenti'”.

Il volume di ricchezza creato dal prezzo monopolista frutto delle politiche proibizioniste in materia di droghe è tale che le strutture istituzionali difficilmente sfuggono alla corruzione: “Capita che nella stessa regione i federali stiano con un cartello, – continua l’autore – la polizia statale con un altro, mentre quella municipale ne protegge un terzo o finga un’improbabile neutralità. Uomini in divisa rappresentano la legge la mattina, la sera si trasformano in sicari, spie… per poi passare disinvoltamente tra le fila dei narcosquando i tempi sono maturi e le mazzette non bastano più.”

Se lo stato non garantisce un tasso minimo di sicurezza è comprensibile che alcuni settori della popolazione decidano di fare da sé. È così che dal 2013 sono nati gruppi armati di autodifesa tra i quali si contano sia varie organizzazioni popolari di polizia comunitaria (per altro prevista dalla Costituzione messicana) che gruppi più simili al paramilitarismo colombiano, finanziati da imprenditori locali e accusati essi stessi di contiguità con il narcotraffico.

Il racconto di Lorusso sembrerebbe a questo punto lasciare poco spazio all’ottimismo. E tuttavia ogni pagina del libro trasuda di amore per il Messico, empatia per i suoi abitanti e speranza per un futuro migliore. Per l’autore quest’ultima è incarnata dai movimenti sociali che hanno attraversato il paese negli ultimi anni: i sempre presenti zapatisti del Chiapas, il Movimiento por la paz con justicia y dignidad di Javier Sicilia, gli studenti contro l’autoritarismo mediatico di #Yo-Soy132, i difensori delle terre indigene Wirikuta e, per ultimo in ordine temporale, il movimento nato dopo la sparizione degli studenti del villaggio di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero.

Nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, durante una manifestazione studentesca, l’intervento della polizia municipale ha provocato la morte di sette persone, mentre 42 studenti risultano ancora scomparsi. Dalle indagini è emerso che la polizia municipale li avrebbe presi e consegnati a un cartello di narcotrafficanti su indicazione del sindaco della vicina città di Iguala, lo stesso che aveva ordinato la repressione violenta della manifestazione. I genitori dei 42 studenti desaparesidos guidano oggi un vasto movimento che è riuscito a mettere a nudo la compenetrazione tra stato e criminalità. Queste persone stanno viaggiando in tutto il mondo per denunciare la reticenza dello stato messicano che non permette di ispezionare le caserme dove molti sospettano si possano recuperare elementi utili alle indagini.

Vivos los llevaron vivos los queremos (vivi li han portati via, vivi li rivogliamo), gridano davanti alle caserme e alle ambasciate. Cercate in rete un po’ di immagini di questi genitori. Guardate quei volti e capirete perché, pur nel mezzo della più atroce delle ingiustizie, anche per il Messico si deve aver fiducia in un futuro migliore.

Prologo a “NarcoGuerra”

di Pino Cacucci

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere,como México no hay dos. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il Paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte d’informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti.

Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prende su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai narcos quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché… Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

E chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?
Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile.

È per questo che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo.

(15 settembre 2015)