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#Libro #NarcoGuerra sulla nuova #WebZine La Macchina Sognante

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Legalizzazione, narcoguerra messicana e il patto d’impunità – Dalla rivista on line La macchina sognante Numero 0 – Zero

Estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso, Ed. Odoya, 2015.

Nel panorama della guerra alle droghe messicana, un’offensiva militarizzata contro i narco-cartelli che dura da quasi 9 anni e ha provocato oltre 100mila morti e 26mila desaparecidos, forse qualcosa si muove, anche se molto in lontananza. Gli stati del Colorado, dell’Alaska e di Washington, come pure, più a sud, l’Uruguay, hanno regolato e legalizzato l’uso “ricreativo” della marijuana, sostanza leader nei consumi globali di stupefacenti. Infatti, lacannabis provocherebbe meno danni e meno dipendenza del tabacco o degli alcolici. Gli esperimenti di depenalizzazione e legalizzazione anche a livello di produzione e consumo ricreativo, una novità nelle Americhe, sono promissori, ma sono solo una tappa nel lungo cammino contro la “cultura” e la prassi della guerra alle droghe condotta con mano dura. Decenni di politiche in questo senso non aiutano a trovare alternative “soft”.

A Città del Messico la legalizzazione delle droghe leggere (produzione, possesso, consumo, vendita) si sarebbe dovuta concretizzare già da tempo, ma lunghi dibattiti e veti incrociati, dentro e fuori il partito di centrosinistra che amministra la capitale, il PRD (Partido Revolución Democratica), hanno fatto arenare l’iniziativa. Inoltre le discussioni sulla regolazione del consumo di alcune sostanze stupefacenti stanno lasciando fuori le altre droghe, quelle pesanti e soprattutto la bianca coca. Proprio perché è più dannosa e anelata, meriterebbe un quadro normativo che superi la criminalizzazione tout court. Nel Paese è possibile portare legalmente per consumo personale fino a 5 grammi di marijuana, 2 d’oppio e 0,5 di cocaina e si è sottoposti a trattamenti sanitari coatti dopo il terzo arresto. Sono quantità piuttosto basse e quindi una strada percorribile gradualmente verso la depenalizzazione totale può passare dal loro incremento.

Gli argomenti contrari alla depenalizzazione immediata del consumo e alla legalizzazione di produzione e vendita, tra cui spiccano quelli del professor Edgardo Buscaglia, uno dei massimi esperti internazionali in materia di sicurezza e narcotraffico, sostengono che in un contesto d’ingovernabilità e di gravi deficienze istituzionali i rischi potrebbero essere troppi. Oltre ai classici motivi ideologici di stampo proibizionista, promossi da attori trasversali allo spettro politico nazionale e internazionale e da settori conservatori della società civile, esistono in Messico ragioni più pratiche e locali per ridimensionare l’entusiasmo verso la legalizzazione. Con le loro legislazioni più aperte sull’uso, e in certi casi sulla produzione e vendita, di sostanze stupefacenti i Paesi Bassi, la Germania, la Spagna, l’Uruguay e il Portogallo si presentano come esempi di approcci pragmatici e differenti nelle politiche antidroga, ma sono molto lontani geograficamente, culturalmente e a livello istituzionale.

In terra azteca oltre la metà dei guadagni delle mafie proviene ormai da altri business, diversi dal traffico di narcotici, e quindi la legalizzazione per se le priverebbe solo di una fetta della torta criminale. Sarebbe un duro colpo, non c’è dubbio, e probabilmente compenserebbe eventuali svantaggi e comincerebbe a spezzare il circolo vizioso politico-mafioso. Se, però, la decomposizione sociale ed economica, la cattura delle istituzioni e la permeabilità dello stato e del diritto alle pressioni delinquenziali, seppur ridotte in caso che il business delle droghe passasse sotto il controllo statale, restassero robuste, a causa delle debolezze e della corruzione strutturale degli apparati pubblici e del settore privato, allora il quadro criminale interno non cambierebbe radicalmente. Per funzionare la regolazione del consumo delle droghe dovrebbe andare di pari passo con un piano di consolidamento istituzionale, con l’attacco ai patrimoni e ai business legali e illegali dei narco-cartelli, con la rottura dei patti d’impunità e della corruzione politica a tutti i livelli, con la cooperazione internazionale, soprattutto con i mercati di sbocco di droghe e capitali come l’Europa e gli Stati Uniti, e con adeguate strategie di prevenzione e riduzione del danno. Il problema è ormai globale, la sua risoluzione non può essere responsabilità di un solo Paese.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

In Messico l’applicazione integrale di un piano di questo tipo significherebbe andare contro una struttura di potere che è sottintesa nell’accordo d’impunità e copertura tra i settori dominanti delle élite economiche e politiche, di cui è partecipe e s’avvantaggia la malavita messicana. La corruzione e i guadagni facili, l’evasione fiscale e la negoziazione della legge, spietata con i deboli e flessibile con i forti, sono fenomeni che hanno portato benefici ai tradizionali gruppi di potere, compresa la criminalità organizzata. In fondo è conveniente mantenere lo status quo: criminalizzare in toto le droghe e simultaneamente le altre forme di “dissidenza” o “deviazione” sociale, servendosi del medesimo impianto legale, è più facile che spezzare il consensus politico interno e quello internazionale sulla war on drugs and terrorism.

La porosità del confine tra malavita e stato, tra illegalità e legalità, s’evidenzia nella crescente confusione tra polizia e criminalità. Negli anni Settanta lo scrittore Jorge Ibargüengoitia, nei suoi articoli raccolti nel libroInstrucciones para vivir en México (Istruzioni per vivere in Messico), già affermava: «In caso ci siano problemi, non chiamare la polizia, per non avere un altro problema». Il patto di potere e impunità potrà rompersi quando i costi del suo mantenimento si saranno fatti troppo alti, quando la narcoviolenza e l’instabilità economico-sociale colpiranno le classi privilegiate, barricate in quartieri protetti e autosufficienti nelle grandi città, e non soltanto, come accaduto finora, le fasce più vulnerabili della popolazione.

Sul fronte finanziario s’è fatto poco per attaccare il cuore pulsante delle narco-finanze: in Messico mancano misure serie, e anche istituzioni adeguate per la loro applicazione, contro il riciclaggio del denaro sporco e dei proventi del narcotraffico. E così fioriscono le relazioni tra le mafie e il sistema bancario e finanziario statunitense. Nonostante gli scandali e la crisi dei mutui subprime del 2007 e la depressione del 2008-2009, il sistema s’è mantenuto a galla anche grazie alla presenza massiccia di capitali di dubbia provenienza. I narco-patrimoni sono stimati in circa il 40% del PIL annuale messicano e i narcos, cittadini di un Paese storicamente bistrattato dalla vicina superpotenza, potrebbero averla salvata proprio coi loro capitali, rimessi in circolo nel sistema o trasformati in asset di imprese legali.

All’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 venne implementata un’operazione imponente contro gli attivi finanziari di Al-Qaeda, concertata ed effettuata dagli usa e dai suoi alleati. Non è successa ancora la stessa cosa per i capitali riciclati della droga, reinvestiti in banche e migliaia di imprese legali non solo in America del Nord, ma in almeno altri 50 paesi. Il narcotraffico e la sua economia, che beneficia enormemente intermediari, grossi dealers e piccola distribuzione ma molto meno i produttori e coltivatori, paiono blindati, nonostante le droghe siano passate già vari decenni or sono a essere un problema di “sicurezza nazionale” e non solo una questione di “salute pubblica”. In molti paesi delle Americhe, ma il ragionamento vale anche per l’Unione Europea e gli Usa, alle altisonanti dichiarazioni di guerra e mano dura dei capi di stato e di governo non sono corrisposti risultati equiparabili. Gli sforzi d’intelligence e di costruzione istituzionale in Messico sono insufficienti e la strategia militare non ha reso i frutti sperati, ma ha prodotto enormi catastrofi umanitarie. Nel frattempo non sono diminuiti i flussi illeciti in uscita e i reinvestimenti delle immense narco-ricchezze generate.

La malattia della violenza ammorba la società: tra il 1992 e il 2007 il tasso d’omicidi per 100.000 abitanti era sceso costantemente da 22 a 8, ma poi è tornato a crescere, toccando quota 24 nel 2011. Nel 2012 e 2013 c’è stata una lieve diminuzione con tassi a 22 e 20, cioè 26.000 e 23.000 morti rispettiva- mente. Buona parte di questi sono connessi, secondo i dati delle procure e altre istituzioni pubbliche, alla criminalità organizzata.

Con l’avvento dell’alternanza democratica nel 2000, non è stato smantellato, ma solo frammentato e rinnovato, il regime di connivenza e corruzione, basato sul patto tra apparati dello stato (polizia, procure, governi locali, forze federali, politici di tutti i livelli), élite economiche e narcos che vigeva negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il principale interlocutore nel Nord-Ovest era senza dubbio l’organizzazione di Guadalajara o Federación, progenitrice dell’attuale cartello di Sinaloa, referente del sistema politico e burocratico imperniato sul partito di governo che comandò in Messico per 71 anni: il PRI (Partido Revolucionario Institucional).

Nel 2000 il candidato priista Francisco Labastida fu sconfitto alle presidenziali dal candidato del partito conservatore pan (Partido Acción Nacional), Vicente Fox. Il vincitore perseverò nell’applicazione dell’agenda liberalizzatrice e aperturista dei suoi predecessori, ma applicò il laissez faire anche al mondo della criminalità organizzata che proliferò in un libero mercato criminale.

Il secondo presidente proveniente dalle file del PAN, Felipe Calderón, tra la fine del 2006 e il 2012 getta benzina sul fuoco e lancia una serie di operazioni militari dell’esercito e della marina nelle regioni più calde. Il 1° dicembre 2006 Calderón aveva formalizzato il suo insediamento nel mezzo di furiose polemiche. La crisi di legittimità si era fatta pesante per le accuse di brogli elettorali rivoltegli dall’opposizione di sinistra del PRD (Partido de la Revolución Democrática) e dal suo candidato, Andrés Manuel López Obrador (AMLO). Sconfitto alle elezioni del 2 luglio con uno scarto di solo mezzo punto percentuale sul totale, AMLO, forte del sostegno di centinaia di migliaia di cittadini indignati, paralizza il centro di Città del Messico, l’elegante Avenida Reforma e la turistica Plaza de la Constitución. Il blocco dura vari mesi, è un grande momento di convivenza e resistenza civile, unico nella storia messicana. “Voto por voto, casilla por casilla” (“Voto per voto, seggio per seggio”) è il grido del suo movimento che pretende un nuovo conteggio delle schede che, però, sarà effettuato solo parzialmente. Calderón giura come presidente, ma metà Messico lo taccia di “spurio” e non lo riconosce.

Nel primo giorno di governo aumenta lo stipendio ai membri delle forze armate e della polizia federale. L’11 dicembre il presidente invia l’esercito contro i narcos nel suo stato natale, il Michoacán. È l’inizio della guerra al narcotraffico o narcoguerra. Il conflitto dura ancora oggi e nei primi sei anni ha fatto almeno 83.000 morti e tra i 22.000 e i 27.000 desaparecidos: sono cifre da guerra civile o da dittatura, l’eredità lugubre del secondo presidente del PAN.

Tra il 2006 e il 2008, 50.000 militari vengono schierati in vari stati della Repubblica messicana e la cifra sale a 130.000 nel 2009. Affianco ai soldati s’impiegano 20.000 poliziotti federali che aumentano a 35.000 nel 2011. In dieci anni, tra il 2004 e il 2013, l’organizzazione Reporter senza Frontiere conta 88 decessi e 17 desaparecidos tra i giornalisti messicani. Esternalità negative dell’autoritarismo e del conflitto armato. Alcuni giornali tendono a minimizzare e a nascondere i dati veri per paura di rappresaglie da parte delle autorità e dei narcotrafficanti. O di entrambi, in combutta. Il fenomeno del bavaglio e della censura, basato su ammazzamenti, minacce e sequestri, s’è acutizzato. Durante il primo anno di governo di Peña Nieto ci sono stati quattro morti e due desaparecidos tra i professionisti della comunicazione. Anche per questo è importante raccontare. Ci provo con reportage e storie che tentano di aprire scorci e parentesi di senso su questi anni convulsi di un Paese bellissimo e turbolento come il Messico. Con l’auspicio, forse scontato ma sincero, che la guerra e le sue ipocrisie finiscano. @FabrizioLorusso

Breve descrizione di NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga di Fabrizio Lorusso – Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón. Il bilancio ad oggi è di 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida: “Giustizia!” Che lo stato ammetta le sue responsabilità. La investigazioni e le versioni offerte dalla procura sono piene di contraddizioni, si vuole circoscrivere la strage degli studenti a un contesto locale. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi e le ingiustizie contro la francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace con Giustizia e Dignità del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” del YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate. I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Le grida del Messico riecheggiano. Dal ¡Ya basta! zapatista del primo gennaio 1994, ai fragori di Atenco e Oaxaca, dal ¡Basta sangre! del 2010 al ¡Estamos hasta la madre! di Javier Sicilia, dal silenzio delle carovane per i migranti centroamericani, che il Messico inghiottisce per sempre, al rumore delle vittime del conflitto, dal ¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos! al ¡Fue el Estado! dei genitori e del movimento di Ayotzinapa. Le ribellioni di questi anni nel contesto della militarizzazione della guerra alle droghe, della repressione sociale e della globalizzazione tessono un filo rosso che lega i capitoli di NarcoGuerra.

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall’urgenza dei tempi, la necessità di affrontare la complessità del mondo, cosa a cui la letteratura può dare una mano.

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di geopolitica dell’America Latina all’università UNAM di Città del Messico, dove vive da 14 anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, END, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (Stampa Alternativa, 2013), i racconti per le collettanee:Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi(Agenzia X, 2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (Alegre, 2011). Collabora con vari media tra cui il quotidiano messicano La Jornada e la rivista Variopinto, Il Reportage, Radio Popolare, Global Project. E’ blogger di Huffington Post, redattore della web-zine Carmilla On Line e il suo sito è LamericaLatina.Net.

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A questo LINK il libro SANTA MUERTE. PATRONA DELL’UMANITA’ e IL SUO BLOG

Oggi sei tra le braccia della vita, ma domani sarai nelle mie. Quindi, vivi la tua vita. Ti aspetto. Distinti saluti, La Morte (cartello anonimo)

In Uscita A INIZIO FEBBRAIO 2013 nelle librerie e on line Santa Muerte. Patrona dell’Umanità 

ma qui…  IL SUO BLOG SANTA MUERTE PATRONA,

libro in italiano sul culto alla Santissima Muerte di Fabrizio Lorusso, edito da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri 

Nasce la Sua pagina in italiano. Comincia e come tutto finirà… Intanto vi segnalo un reportage 2012 sulla Santa Muerte da Linkiesta.It

Mentre scorri le meraviglie di questa Santa Pagina Web e clicchi su foto, video e link vari…ascoltati anche questo radio reportage di Sara Milanese / Radio Popolare sulla Santísima Muerte.

Per ora invito a leggere L’intervista esclusiva alla Santa Muerte LINK INTERVISTA (o la versione in spagnolo dal settimanale messicano La Jornada Semanal) e anche questo articolo: LINK Articolo

Scarica il numero speciale della rivista accademica della UAM (Universidad Autónoma Metropolitana) di Città del Messico sulla Santa Muerte e San Judas Tadeo, “La religión y los jóvenes”: QUI LINK   La rivista si chiama El Cotidiano, numero 169, settembre ottobre 2011, anno 26, ISSN 1186-0840.

Dorata. Per i soldi e la prosperità. Ma l’importante è crederci, il colore viene dopo la fede.

Questa che avete appena visto (suppongo) è una salsa scritta per la Santissima Muerte come espressione della cultura popolare dedicata a questa particolare icona. Esistono anche canzoni di altri generi che sono votate alla Santa: rap, corridos, cumbia, musica banda o ranchera, ecc…sotto altri esempi in video.

Nera con Pit Bull di cartone rigido al seguito, doppia protezione.

Un devoto ricarica la batteria dello spirito toccando il vetro dell’altare principale di Tepito, Città del Messico.

Video qui sopra: spiegazione e lettura dall’articolo “Quei dieci milioni di devoti di Santa Muerte” (PARTE I e PARTE II), di Fabrizio Lorusso, L’Unità, p. 42-43 – Sezione cultura del 2 febbraio 2012, all’interno del programma radiofonico di Radio3 Rai – Pagina 3

Un devoto con tre tatuaggi (che sintetizzano molto bene l’iconografia più comune!) della Santisima Muerte che le sta chiedendo qualcosa con affetto minaccioso…

Un documentario di un quarto d’ora in spagnolo sul culto alla Santa Muerte nella città di Saltillo, nel nord del Messico. Buona visione!

Sopra: Foto di una Santa Muerte siciliana !

Sotto: Devoto nella sala dei ceri presso l’altare di Tepito calle Alfareria 12.

Sotto: Video con diapositive presentazione presso l’università L’Orientale – Napoli

Per chi volesse prendere visione delle slide con calma, a questo LINK

Altare da strada con simpatizzanti. Lo scambio di piccoli doni, dolci, fiori, figurine, tequila, birra, sigarette e qualunque altro oggetto la gente voglia e senta di poter condividere costituisce uno degli elementi che creano nessi di solidarietà e formano un’identità peculiare tra chi partecipa al rosario della Santissima Morte.

Presentazione Power point musicata e editata della conferenza tenuta alla Universidad Autonoma Metropolitana sede Xochimilco, Uam-X, il giorno 24 febbraio 2011 nel seminario Jueves de Sociologia sulla Santa Muerte e altri culti metropolitani.

Fotos de las diapositivas / Foto di ogni singola slide

https://picasaweb.google.com/UAMX Presentacion

La Santita, Niña blanca, Niña bonita, La Patrona, La Jefa (=capo, madre), La Comadre, La Hermosa, Hermana blanca, La Señora. Sono solo alcuni soprannomi e vezzeggiativi con cui viene chiamata la Santissima Morte.

C’è chi percorre centinaia di metri in ginocchio e ha la precedenza nella lunga fila di devoti che si dirigono quotidianamente all’altare principale di Città del Messico, a Tepito. Per saperne di più sul quartiere visita questo LINK. Sotto un video dei mariachi, musicisti tradizionali messicani, che vengono inviati presso l’altare della Santa per ripagarla di qualche favore ricevuto.

Fino a qui hai visto le splendide foto di Giuseppe Spina. Seguono le “un po’ meno meravigliose” riprese di Fabrizio Lorusso…

Ritratto della bellissima Yemayà multicolore o dei sette poteri con scapolario della Santa Morte al collo e cero bianco propiziatorio. Yemayà è una orisha, divinità cubana della santeria o “regla de Osha Ifà” e della tradizione africana Yoruba, e in alcuni casi viene a sostituire l’immagine della Santa Muerte. Yemayà è la padrona del mare e della luna e rappresenta la dea della maternità universale e delle acque salubri. Il sincretismo con la religione cattolica l’ha identificata come la Madonna della Regla o Virgen de la Regla.

Album fotografici di Fabrizio Lorusso nel macabro barrio de Tepito. A questi link.

(1) Anniversario / compleanno della Santissima Morte di Alfarerìa 12 (30 novembre 2010)

(2) Selezione di foto 2009-2010 con intrusi (cioè alcuni teschi o calaveras del Dìa de Muertos, il giorno dei morti “cattolico” e turistico).

Ora un video con l’inizio del rosario alla Santa Muerte recitato da Jesùs Romero in Calle Alfarerìa 12 alle 5 del pomeriggio. Il rosario è un gran momento di convivenza e catarsi collettiva che, senza negare la tradizione cattolica di preghiera alla Madonna, a Dio e a Gesù Cristo, include la Santa Muerte come intercessore di fronte a Dio (con un rango pari a quello di Gesù) e la rende oggetto di venerazione come succede con altri Santi riconosciuti, per esempio San Giuda Taddeo.

Invece adesso aggiungo anche queste due letture d’obbligo intitolate “La Morte al Tuo Fianco 1” e “La Morte al Tuo Fianco 2”:

UNA lettura bella LINK ————- DUE lettura molto bella LINK

Origini e sincretismi del culto alla Niña Blanca (Bambina Bianca)

Per farla breve. Non esiste un accordo  circa le origini del culto alla Santa Morte ma solo alcune possibili piste che confluiscono nella versione attuale di questo fenomeno culturale e religioso.

Uno. Culto precolombiano ai padroni del regno dei morti Mictlàn che possiamo assimilare all’Ade (chiaramente è una semplificazione leggermente etnocentrica ma è per capirci). I popoli mesoamericani, tra cui i Mexicas o Aztechi, adoravano Miclantecuhtli e Mictecacihuatl, signore e signora della morte.

Due. Iconografia medievale e barocca europea, soprattutto italiana, caldea e spagnola, della morte come figura femminile con falce, bilancia e clessidra. Presente in alcuni cimiteri, chiese e ossari costruiti dei secoli XVII e XVIII, viene anche associata alle immagini della Buona Morte o Morte Santa e della Danza Macabra. Sulle origini dell’immagine della Santa Muerte in Italia con una nota speciale su Teglio, piccolo paese della Valtellina e il suo ossario: Link all’articolo specifico… e anche al suo seguito versione 2011

Tre. Culto del giorno dei morti cattolico rivisitato in Messico in base a un mix di tradizioni indigene preesistenti ed elementi del nazionalismo messicano post-rivoluzionario (soprattutto a partire dalla presidenza di Lazaro Cardenas dal 1934 al 1940). Interrompiamo con un pezzo hip hop per la Santa Muerte del rapper Mr Vico, trascinante e lancinante:

Un processo di assimilazione e addomesticamento della morte basato anche sull’opera grafica dell’illustratore Josè Guadalupe Posada. Dai teschi e dalle figure collocati sugli altari delle offerte (ofrendas) per l’1-2 novembre all’immagine odierna della Santa Muerte il passo è breve, anche se non vanno confuse le due tradizioni.

Tipiche ofrendas del dìa de muertos

Quattro. Elementi della Santeria, del Palo Mayombe e della religione Yoruba di origine africana importate a Cuba e nei Caraibi dagli schiavi di colore strappati all’Africa dalle potenze coloniali dell’epoca (Gran Bretagna, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, ecc…). Sotto: una statua di Yemayà in Brasile.

Cinque. Culti popolari ai Santi cattolici e non, a personaggi carismatici come Pancho Villa, Jesùs Malverde, il Niño Fidencio, Diego Duende e altri. Tra questi si potrebbe annoverare la figura della Santa Muerte ripresa dalla tradizione barocca imposta dagli spagnoli durante la conquista e nell’epoca coloniale e sopravvissuta alle successive persecuzioni dell’Inquisizione. Sebbene la Chiesa utilizzò la morte per creare cofradìas o confraternite per garantire una buona morte ai fedeli facoltosi, poi perseguitò la sua immagine e il culto “deviato” che le rendevano gli indigeni, accusati di idolatria e paganesimo. Le immagini e le devozioni legate alla morte sono quindi sopravvissute nella clandestinità fino a pochi anni fa, anche grazie al ruolo delle guardiane e delle famiglie dei settori rurali e marginali delle metropoli che le hanno sapute conservare e mantenere in vita come figure Sante. Solo un esempio tra i tanti: immagine del Niño de las Suertes, venerata a Tacubaya, Città del Messico; rappresenta per molti devoti la Santa Muerte sotto mentite spoglie (probabilmente per la presenza del teschio su cui dorme Gesù bambino).

Sei. Postmodernismo e Internet. La versione attuale del culto alla Santa Morte è venuta alla luce negli ultimi 15 anni ed è stata ripetutamente strumentalizzata e mistificata dai mass media e da tutte le Chiese, quella cattolica in primis. Si nutre oggi di un postmodernismo iconografico e culturale per cui ognuno aggrega elementi fantasiosi all’immagine e alle pratiche del culto ricreandolo continuamente. I precetti “da seguire” non esistono ma vi sono delle tendenze comuni che stanno conformando una “convergenza liturgica” e iconografica notevoli. Il popolo, la gente, crea e ricrea la fede e le sue forme e le diffonde per la strada ma anche e soprattutto su Internet rendendole mediatiche, globali e digitali. Anche il marketing di massa, gli apporti della cinematografia e la contaminazione con l’iconografia heavy metal, gotica e death stanno modificando alcuni aspetti del culto. Ecco una Santa Muerte di nome Ruby dipinta su una maglietta.

Sette. Carcere. Narcotraffico. Mercati. Barrios: Merced e Tepito. Alcuni attribuiscono al mondo delle prigioni e della delinquenza, soprattutto il mondo del narcotraffico, l’origine del culto alla Santa Morte. Sebbene sia assodato che nella popolazione carceraria attualmente la Santa abbia molto successo, non vi sono studi seri circa la sua nascita effettiva nei reclusori. Stesso discorso per il Mercado de Sonora, un grande mercato coperto, vicino alla zona popolare della Merced nel centro di Città del Messico, che è il punto di riferimento per la vendita di prodotti e immagini varie legate al culto e dove lavorano alcuni tra i più longevi e ferventi devoti. Invece nei quartieri della Merced, nella colonia Morelos, a Tepito e dintorni, cioè nella zona centro nord e centro est della capitale, s’identifica la possibile origine del culto nella sua versione moderna (intendo a partire dalla metà del XX secolo). Su Tepito ci sono testimonianze chiare e univoche in opere letterarie come Los Hijos de Sànchez de Oscar Lewis in cui si parla della Santa morte nel 1961.

Sul calcio della pistola un’immagine di San Judas Tadeo, Santo delle cause disperate.

Mercato…

Come ulteriore testimonianza inserisco un video che riprende i devoti e le offerte di strada proprio a Tepito.

Esistono anche altri punti di riferimento importanti fuori da Città del Messico per determinare le origini del culto che non espongo qui ora…e allora lascio giù un video notturno dei cori e della pratica del pureo (cioè la purificazione della statua con un sigaro cubano o puro) girato a Tepito.

Propongo di seguito una descrizione deliziosa e forse inquietante di un’antica confraternita italiana e cattolica che si occupava della Buona Morte (vedi punti Cinque e Due di cui sopra).

La Confraternita della Buona Morte
Uomini “onesti” di ogni ceto, religiosi ma anche laici: ecco il requisito essenziale per essere ammessi nella Confraternita della Buona Morte, fondata dal sacerdote durantino Giulio Timotei. Una delle otto confraternite che contribuivano al buon governo di Urbania, come la Compagnia della Misericordia e la Confraternita del Buon Gesù.
11 giugno 1567: prima riunione dei confratelli, dodici come gli apostoli. San Giovanni decollato è il loro patrono. Lo stesso giorno è anche occasione per promulgare lo statuto, che il cardinale Giulio Feltrio Della Rovere (fratello del duca Guidobaldo II) sanziona l’11 aprile 1571.
Così comincia la vita della Confraternita. I fratelli trasportano gratuitamente i cadaveri, assistono moribondi e condannati a morte, visitano ogni settimana ammalati e carcerati e distribuiscono elemosine ai poveri. Un’opera sociale importante, non menzionata negli statuti ma documentata da atti ufficiali d’archivio, è la distribuzione del seme di grano ai contadini rimasti senza riserve. Ma è l’organizzazione dei funerali l’attività che li consacra alla storia. Funerali carichi di suggestione per noi che ne leggiamo i dettagli oggi, dopo più di due secoli, su documenti dell’epoca. Immaginiamo la folla riunita in chiesa per dare l’ultimo saluto a un concittadino. Il corpo arriva in una sorta di processione, trasportato dai confratelli. Lo adagiavano su una “scaletta”, una tavola di legno. E il corpo, avvolto in un sudario, arriva coperto da teli neri con simboli della morte.
I confratelli indossavano il rocchetto, la veste ecclesiastica di lino bianco, sormontato da un mantello nero su cui spiccava una placca di rame argentato sbalzata con il teschio e le tibie incrociate. Prima di uscire si calavano il cappuccio sul volto. Un modo di vestire che valse loro l’appellativo di “guercini”: per non cadere erano costretti a guardare in tralice, attraverso i fori del cappuccio. Il priore portava una mazza lignea scolpita ed era preceduto da uno stendardo di raso nero. In filo d’argento era damascata la, che il popolo chiamava “La Lucia”. La morte porta una corona, “perché è la vera regina dell’umanità”. Accanto a lei una serie di simboli: la falce che taglia la vita, la clessidra che ricorda quanto scorre veloce il tempo e le fiaccole della vita, rovesciate perché la vita si è spenta.
Il manoscritto degli statuti originali del 1567 è conservato nell’archivio della Curia Vescovile di Urbania. È rilegato in cuoio e consta di 19 carte recto-verso con filigrana (stemma della famiglie senese Piccolomini, croce caricata da cinque lune), di dimensione 27,5 x 20,5 cm. Alla carta 9 si legge l’approvazione autentica di Giulio Feltrio Della Rovere con il sigillo personale. Dalla carta 10 ci sono i “Nomi delli Fratelli della Morte”. Articolo Originale Link.

Chiesa della Morte a Molfetta Link a Wikipedia Molfetta e foto chiesa.

Tornando in Messico…video…


Se ve, se siente, la Santa está presente. Si vede, si sente, la Santa è presente.

Momenti di culto dopo una lunga attesa. Ricaricare le batterie dell’anima (vedi foto sopra anche…)

Un video realizzato da una “compagna di scuola”, studentessa del master in studi latino americani della Unam in Messico, sul Santo laico di Sinaloa Jesùs Malverde. BY STEPHANIE CORTES et YOLOXOCHITL MANCILLAS, ORIGINARIAS DE CULIACAN SINALOA…

Alcune risorse e articoli scaricabili e anche consigliabili…

0) La Santa Muerte e la stampa italiana  –  I Parte QUI –  II Parte QUI

1) Transformismos y transculturación de un culto novomestizo: la Santa Muerte mexicana di Juan Antonio Flores Martos   QUI

2) La Santa Muerte, articolo pro-cattolico del Church Forum; sulla stessa linea e molto dettagliato anche questi segnalati da Biblia y Tradición (chiaramente sono tutti contro il culto alla Niña Blanca di cui “tralasciano” molti elementi)  QUI

3) Crónicas de la Buena Muerte a la Santa Muerte di Elsa Malvido     QUI

4) La Santa muerte y la cultura de los derechos humanos di Pilar Castells  QUI

5) Santa entre los malditos, Felipe Gaytán Alcalá  QUI

6) Santa Muerte y Niño de las Suertes, Katia Perdigón   QUI

7) The Meaning of Death. Semiotica della Santa Muerte by Michalik  QUI

8) Primo capitolo in Pdf del libro La Santa Muerte di José Gil Olmos  QUI

9) Univ. di Londra, Santa Muerte un culto descrittivo, in spagnolo  QUI

10) In inglese un articolo con la visione mistificata dagli Stati Uniti: The Death cult of drug lords Mexico   QUI

11) Recensione del libro di Katia Perdigón, La Santa Muerte, protectora de los hombres  QUI

12) Reportage “Troubled Spirits” del National Geographic QUI e foto QUI

13) Fotogalleria del Times  QUI

14) Il culto raccontato da una ricerca web di un blogger QUI

15) Fotogalleria de La Stampa  QUI

A seguire, per spezzare un attimo la serie interminabile di link, due video trailer del film “El último refugio” sul santo popolare argentino, Gauchito Gil, che ha alcune analogie con il messicano Jesús Malverde e la stessa Santa Muerte. Quest’ultima ha un cugino argentino di primo grado, molto simile a lei, che si chiama San La Muerte, molto popolare nella provincia di Corrientes, proprio come il Gaucho Antonio Gil.


Continuo coi link…

16) Reportage di Opificio Ciclope, Bologna   QUI e   QUI

17) La Madonna che ama la Morte sulla Rivista InStoria     QUI

18) WikiPedia in Italiano Santa Morte   QUI

19) Chiesa Santa Maria dell’Orazione e Morte a Roma (QUI) e confraternita (QUI)

20) Foto galleria con oltre 5000 immagini della Santa Muerte e relativi accessori, tatuaggi, oggetti vari, eccetera a Los Angeles e in Messico    QUI

21) Un articolo in italiano con riflessioni antropologiche di Andrea Bocchi Modrone   QUI

21) La Stampa, quotidiano italiano: foto con didascalie (un po’ datate)   QUI

22) Contro il culto: Libro “Condenación Eterna”  QUI

23) Indice di una tesi esemplificativo sulla Santa Muerte nella capitale dello stato messicano di San Luís Potosí        QUI

24) Intervista trascritta. Entrevista con el maestro Roberto García Zavala, sobre los cultos populares y la adoración a la Santa Muerte en México.  QUI

25) 2 Reportage di Proceso sulla Santa Muerte a Guadalajara 1-QUI (la fe nos mueve) e 2-QUI (nueva devoción en Guadalajara) anche la audio intervista al giornalista di proceso Julío Ríos, 3 marzo 2011    QUI

26) Entrevista con la Santa Muerte di Fabrizio Lorusso, La Jornada Semanal,            8 maggio 2011  QUI

27) Santa Muerte: foto-galleria personale QUI  e video canale YouTube QUI

28) Mini reportage BBC Mundo 1/6/11 “La ascensión de la Santa Muerte”  QUI

29)  Entrevista completa con la Santa Muerte (versione lunga in spagnolo), articolo di Fabrizio Lorusso, Rivista Visioni LatinoAmericane della Università di Trieste   QUI

30) Harta Calaca, articolo di Guillermo Sheridan sulla rivista messicana Letras Libres del maggio 2005          QUI

31)  A questo link i tre video della conferenza tenuta a Torino da Fabrizio Lorusso (io), al Café Liber, sulla Santa Muerte in collaborazione con il Dipartimento di Studi politici dell’Università di Torino. Si ringraziano Tiziana Bertaccini, Marco Bellingeri, Roberto Novaresio e tutta la gente del Cafè Liber.

32) Articolo sulla festa di San Pacual Bailón in Chiapas, patrono della Iglesia Católica Ortodoxa mexicana QUI e link al blog della diocesi dei preti guaritori di suddetta chiesa che hanno incorporato la Santa Muerte tra le figure devozionali della loro Chiesa QUI

33) Breviario in spagnolo sul culto nella sua versione “esoterica”  QUI

34) Video del gruppo “Embargo” intitolato Santa Muerte  QUI

35) Articolo del LA TIMES in inglese sulle lotte intestine tra i presunti leader del culto in Messico QUI

36) Articolo sulla storia della Santa Muerte in italiano QUI

37) Video reportage di 6 minuti sulla Santa di un blogger di LA TIMES QUI

38) Sulla cosiddetta guerra santa tra la Chiesa e la Santa Muerte QUI

39) Da Repubblica + .it un articolo che cita la Santa Muerte di striscio… QUI

40) Reportage BBC su María Lionza, santa popolare venezuelana QUI

41) Radio Reportage in italiano sulla Santa Muerte di Sara Milanese QUI

42) Rivista El Cotidiano – No 169 dedicato alla Santa Muerte PDF completo QUI

43) Tepito, Mexico’s grim reaper saint   QUI

44) Sistema trasmutatorio Santisima muerte di Daniele Mansuino   QUI

45) Santisima Muerte Mexican Flok saint (libro)   QUI

46) Articolo su Donna Sebastiana (un’origine iconografica della Santa Muerte)   QUI

47) Magia y brujería en México di Lilian Scheffler   QUI

(Nel video sopra: la canzone di salsa del gruppo Los Llayras nel video ufficiale. Compare l’auto-nominato Arcivescovo della Santa Muerte David Romo con alcuni devoti durante alcune scene della sua liturgia. Attualmente Romo è in carcere in attesa di giudizio, accusato nel gennaio 2011 di sequestro di persona).

48) Breviario con pratiche e riti della devozione QUI

49) Preghiere in inglese   QUI

50) San La Muerte – Tratado Santa Muerte   QUI

51) Reportage completo gennaio 2012 sulla Santa Muerte su Linkiesta.It  QUI

52) Articolo ironico in spagnolo su Inciclopedia   QUI

53) La Santuzza Farealata siciliana diventa la Santa Muerte – Prima expo in Italia di questa figura  QUI

54) Libro intero in inglese di B. Andrew Chesnut – Devoted to death – Santa Muerte – The Skeleton Saint   (Oxford Univ. Press)  QUI

55) Blog Post con bellissimi disegni e bozze Santa Muerte e i bambini QUI

56) Documentario sulla Santa Muerte a Saltillo nel Nord del Messico QUI

57) Foto e reportage di Max Gibson. Santa Muerte: The Cult of Saint Death QUI

58) Ottima galleria fotografica sulla Santissima Muerte  QUI

59) Repressione e Santa Muerte da La Stampa Multimedia, negano il visto USA ad adepto: QUI

60) Post in inglese sulla Santa Muerte di Curandero Güero: QUI

61) Il sito Holy Death punto Com: QUI

62) Foto di Time.Com: QUI

63) “L’armadio della Santa Muerte” da un blog della rivista Gatopardo: QUI

64) La Santa Muerte, post del blog Dama de Negro: QUI

65) Aggiornamento dei trailer e documentari dell’Opificio Ciclope! QUI

66) In inglese, Crónicas de la Santa Muerte (storia riassunta): QUI

67) Documentario del 2012 di canale ONCE TV Messico – Santa Muerte

68) Dal blog “Miles Christi”: Santa Muerte culto falso QUI

69) “Bajo el manto de la Santa Muerte”, articolo “critico” El País QUI

70) Fotoreportage su Repubblica.It   QUI

71) Blog SKELETON SAINT Most Holy Death QUI

72) Report dell’FBI in tre parti. Santa Muerte: Inspired and Ritualistic Killigs  – UNO  DUE   TRE

73) Altri link d’interesse, curiosi o semplicemente bizzarri in italiano, in genere recenti, che parlano del fenomeno:

http://www.almaradio.it/blog/il-culto-della-santa-muerte-e-l’eterno-dualismo-messicano/

https://ilterzoorecchio.wordpress.com/2011/01/04/il-potere-dellacqua/

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2011/07/14/news/da_re_maya_alla_santa_muerte_ecco_l_italia_delle_mille_sette-18441036/

http://gazzettadelmistero.blogspot.com/2011/11/santa-muerte.html#comment-form

http://www.ilcrogiuolo.it/wordpress/index.php/tag/la-santisima-muerte/

http://enigmaeparadigma.fotoblog.it/archive/2011/09/22/santa-muerte.html

http://www.ilreamedinverno.com/vmchk/polveri-e-pozioni/incenso-della-santa-muerte.asp

http://www.ilreamedinverno.com/vmchk/la-santisima-muerte-anonimo.php

Sopra avete visto… Mini mostra fotografica della Santa Muerte a Tepito e dintorni, Città del Messico. Autunno 2011, incipiente. Stop.

…chiudo (per ora) con il trailer del documentario di Opificio Ciclope sottotitolato in italiano…



Prossimamente altri aggiornamenti su questo blog se Lei non ci porta via prima…Amen e…un ultimo Rap, poi una cumbia colombiana e un narco-corrido intitolato Reina de Reinas (Regina di Regine):

NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga, libro in uscita il 1 giugno

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

Pino Cacucci è un celebre scrittore, sceneggiatore e traduttore. Ha viaggiato molto in America Latina e soprattutto in Messico, dove ha abitato per lunghi periodi. Nel 1992 e nel 1997 ha vinto per ben due volte il prestigioso premio “Pluma de Plata Mexicana” per il miglior reportage straniero sul Messico. È autore di oltre venti romanzi e di molti racconti di viaggio quasi sempre legati al Messico (tra cui Tina, Puerto Escondido, San Isidro Futból, La polvere del Messico, In ogni caso nessun rimorso, Mahahual e l’ultimo uscito Quelli del san Patricio), pubblicati prevalentemente da Feltrinelli.

Articolo Tratto da GlobalProject.Info

Presidenziali di El Salvador al cardiopalma

el salvador elezioni

Il candidato progressista del Fronte Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale (FMLN) di El Salvador, l’ex guerrigliero e sindacalista Salvador Sánchez Cerén, è il virtuale presidente del paese, col 50,11% dei voti ottenuti al ballottaggio del 9 marzo. Il candidato conservatore dell’Alleanza Repubblicana Nazionalista (ARENA), l’ex sindaco della capitale San Salvador, Norman Quijano, ha perso per un pugno di voti, solo 6600 su un totale di tre milioni, fermandosi al 49,89%. Il Tribunale Supremo Elettorale (TSE) ha confermato i dati del primo scrutinio ufficiale, però cresce l’incertezza nell’attesa del conteggio definitivo che è iniziato martedì e dovrebbe concludersi venerdì. L’affluenza alle urne è stata del 60% e non si sono riportati incidenti, ma, visto lo scarto minimo, Quijano ha parlato di “un pareggio tecnico” e s’è rifiutato di riconoscere i risultati. “Non permetteremo brogli, siamo convinti di aver vinto”, ha commentato.

Al primo turno del 2 febbraio Sánchez aveva raccolto il 49% delle preferenze, staccando di dieci punti il rivale di ARENA, ma nelle ultime due settimane Quijano ha guadagnato terreno accusando la sinistra di voler instaurare un governo socialista come quello venezuelano. La destra salvadoregna ha quindi accantonato temporaneamente la sua proposta di “mano dura” e militarizzazione contro le gang e i narcos, che non faceva presa nella popolazione, per condurre una campagna della paura, richiamando lo spettro del Venezuela, scosso dalle proteste delle ultime settimane. Sánchez, invece, ha proposto “accordi col mondo del lavoro e con gli imprenditori” per impulsare le grandi trasformazioni di cui ha bisogno il paese, uno dei più violenti e poveri dell’America Latina.

Il primo governo del Frente (2009-2014) del moderato Mauricio Funes è riuscito a sdoganare la sinistra come forza di governo in una realtà politica storicamente tradizionalista. Infatti, la destra ha governato tra il 1989 e il 2009 e ARENA è un partito nato durante il conflitto armato degli anni ottanta, vincolato agli squadroni della morte e all’assassinio di Monsignor Arnulfo Romero nel 1980.

Con l’FMLN e Funes, malgrado la bassa crescita (+1,9% del PIL nel 2013), è stata aumentata la copertura dei programmi sociali e l’indice di povertà s’è ridotto del 7%. Gli omicidi sono calati sensibilmente grazie a un patto con i boss detenuti delle gang che, sebbene criticato dall’opposizione, ha retto per molti mesi. El Salvador non s’è unito all’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per le Americhe lanciata dal defunto presidente venezuelano Hugo Chávez, ma ha scelto di aderire come osservatore all’Alleanza del Pacifico, accordo commerciale promosso dagli USA e dalle compagnie esportatrici nazionali.

L’economia salvadoregna si basa su una massa di micro-proprietà agricole, insufficienti a sfamare la maggior parte della popolazione, ma anche su settori dinamici e altamente concentrati come l’agricoltura per l’export (caffè, cotone, mais e zucchero coltivati nei latifondi), l’industria tessile e la maquila, cioè le fabbriche di assemblaggio. L’espansione delle politiche sociali e di sicurezza, quindi, ha bisogno di un nuovo patto fiscale con l’élite, per questo Sánchez ha ribadito la volontà di fare “accordi” e di “governare per tutti e con tutti” e, se confermata, una vittoria così risicata non gli lascerebbe alternative.

Il computo delle schede continua ancora in questo momento (sera del 12 febbraio). Indipendentemente dall’esito finale ci sono alcuni fattori che resteranno dopo questa elezione: un FMLN che si conferma come forza e alternativa politica stabile, un partito ARENA in crescita, visto il recupero di oltre 10 punti in un mese, e la necessità di accordi di governo, dato il pareggio elettorale e la divisione netta della società tra i due schieramenti. Inoltre il prossimo governo inizierà a lavorare con l’attuale parlamento, ma poi nel 2015 ci saranno le elezioni legislative che cambieranno le carte in tavola per tre anni. Alla fine del periodo presidenziale, nel 2018 e 2019, ci sarà un ulteriore rinnovo dell’assemblea per cui le maggioranze non sono garantite e dovranno scaturire da accordi più o meno strutturali. ARENA e Quijano stanno insistendo con il TSE affinché il conteggio sia “voto per voto” (o “scheda per scheda”) e non si effettui solamente sui certificati finali di ogni seggio. Hanno anche promosso un ricorso per far annullare il voto. L’incertezza di queste ore potrebbe indurre Quijano a scatenare un conflitto postelettorale, impugnando i risultati e promuovendo proteste di piazza, o a screditare il futuro governo, ma se il TSE confermerà i dati, anche El Salvador avrà per la prima volta un “presidente guerrigliero” come l’Uruguay di “Pepe” Mújica e il Brasile di Dilma Rousseff. [Pubblicato sul quotidiano l’Unità dell’11 marzo 2014]

Twitter @FabrizioLorusso

Todo listo para elección presidencial en Costa Rica

costa rica elecciones

[De Fabrizio Lorusso Revista Variopinto al Día] El 2 de febrero Costa Rica realizará los comicios para renovar la Asamblea Legislativa y el cargo de presidente y vicepresidente, pues unos 3 millones y 70 mil ciudadanos serán llamados a las urnas y, por primera vez, también unos dos cientos mil ticos residentes en el exterior podrán participar en la jornada electoral. Asimismo, podrán votar unos 50 mil extranjeros naturalizados, 10mil más que hace 4 años.

Los temas candentes de la campaña electoral fueron, sin duda, el combate a la corrupción del mundo político, dominado tradicionalmente por el conservador Partido Liberación Nacional (PLN) de la actual presidenta Laura Chinchilla y por el socialdemócrata Partido Acción Ciudadana (PAC); el fuerte aumento del déficit público hasta el 5% del Producto Interno Bruto, debido a la crisis de 2008 y 2009 y al mal manejo de los fundamentales macroecónomicos; y finalmente el empeoramiento en la distribución del ingreso nacional, con una brecha cada vez mayor entre ricos y pobres, algo preocupante en un país que tradicionalmente había primado en estos indicadores tanto a nivel centroamericano como latinoamericano.

La llamada “Suiza de Centroamérica” está experimentando un deslizamiento del baricentro político hacia la izquierda gracias a la irrupción del candidato del Frente Amplio, el abogado y diputado de 36 años de edad José María Villarta. Las encuestas prevén que podría haber un balotaje entre el candidato del Frente, segundo con cerca del 20-22% de las intenciones de voto,  y el líder en los sondeos de opinión, el alcalde de la capital San José del PLN, Johnny Araya, quien cuenta con cerca del 35% de las preferencias preelectorales.

Les siguen los otros candidatos, que son trece en total como suele ocurrir en Costa Rica, principalmente el derechista ultraliberal Otto Guevara del ML (Movimiento Libertario) y Luis Guillermo Solís del socialdemocratico Acción Ciudadana quienes cuentan con alrededor del 15% de las preferencias.

La novedad generacional y partidista constituida por el progresista Villalta y la expectativa de un crecimiento del Frente Amplio está en su crítica acérrima contra la política tradicional (AC y PLN, in primis) y la corrupción, unos temas muy sensibles en un país embestido duramente por la crisis económica que está viendo cómo se esfuma progresivamente su ideal histórica de nación clasemediera, próspera, pacífica y trabajadora con garantías sociales y estado de bienestar.

Al parecer, entonces, ningún pretendiente podrá alcanzar el 40% de los votos necesarios para ganar en la primera ronda, así que serán estratégicos los caudales electorales que se puedan canalizar a favor de uno u otro candidato cuando en el juego se queden sólo los primeros dos. En este sentido, en caso de que sea él quien compita en la segunda vuelta, para Villalta es necesario enfocarse en conquistar el electorado del PAC y hacer hincapié aún más en convencer a los ciudadanos abstencionistas (cerca del 30% del padrón), en capturar el descontento contra los “mismos de siempre” de la élite tradicional. En un país católico y conservador, Villalta, por lo menos, ha manifestado apertura sobre el aborto terapéutico y la restitución al Estado de sus prerrogativas en materia económica como actor del desarrollo y redistribuidor de la riqueza.

Con el plan “Un país de oportunidades para todos y todas”, el Frente Amplio propone el control de precios para alimentos de la canasta básica y las medicinas, el aumento de los impuestos para los ricos y el fomento al mercado interno, la garantía de la vivienda, la ampliación de derechos para la comunidad LGBT, la suspensión de las negociaciones del Tratado Transpacífico y la renegociación de otros tratados suscritos por Costa Rica como el de Libre Comercio con Estados Unidos, caracterizados por fuertes asimetrías.

También crece la decepción popular de vastos sectores hacia la política neoliberal y de austeridad de los ex presidentes del PLN, Laura Chinchilla (2010-2014) y Óscar Arias (2006-2010), lo cual ensancha un espacio, inédito hasta la fecha, para propuestas de centroizquierda. El partido dominante ha perdido capacidad para responder a las crecientes demandas sociales y ha experimentado una disolución progresiva de sus redes de influencia y de sus “lealtades”, lo cual abrió espacios a la izquierda y también, en menor medida, a la derecha, con la presencia importante de Otto Guevara del ML.

La menor credibilidad del PLN podrá ser aprovechada, por tanto, por diferentes realidades políticas, pero la renovación y el cambio ya están tocando la puerta del panorama político interno y regional, ya que también el Partido Libre de Honduras y el Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional de El Salvador se están afianzando como alternativas para administrar, conseguir cargos en los congresos nacionales y en un nivel local y finalmente renovar dirigencias y programas.

 Twitter @FabrizioLorusso

Honduras senza diritti

Honduras: un documentario e un’intervista. Il video è stato girato nella penisola di Zacate Grande, dove si trova anche l’accampamento di osservazione dei diritti umani sostenuto dal COFADEH, il Comitato dei Familiari dei Desaparecidos in Honduras. Si tratta di un documento di grande valore (sottotitolato in italiano) perché è una testimonianza diretta delle problematiche vissute dalla stragrande maggioranza della popolazione rurale di questo paese nell’era post-golpe, cioè sotto la presidenza di Porfirio Lobo, succeduto a Manuel Zelaya dopo che questo fu cacciato manu militari dal paese nel giugno 2009 (cronologia golpe). E’ un’autoproduzione che hanno girato Raffaella Mantegazza e Yukai Ebisuno in collaborazione con il Collettivo Italia Centro America CICA. L’idea era quella di raccontare attraverso la microstoria di Franklin e Pedro, leader di ADEPZA, l’organizzazione campesina Asociación por el Desarrollo de Península de Zacate (Associazione per lo sviluppo della penisola di Zacate), le ingiustizie che si stanno vivendo in Honduras dopo il colpo di stato del 2009. Per spiegare meglio l’emarginazione, gli abusi, il fenomeno dei paramilitari (o “polizie private”) e la povertà pubblico un’intervista a Raffaela che ha potuto toccare con mano la situazione e raccontarcela in modo diretto. Ringrazio Raffaella e Yukai per l’intervista, per le splendide foto allegate e i chiarimenti che vedrete e leggerete subito sotto il video.

L’Honduras è attualmente il paese più violento del mondo, con un tasso di omicidi che supera le 80 unità per ogni 100.000 abitanti: per capirci, il famigerato Messico della guerra al narcotraffico mantiene comunque un tasso “ragionevole”, anche se drammaticamente in crescita da 5 anni, di 18 omicidi ogni 100.000 abitanti e solo alcuni stati del Nord come Chihuahua o Sinaloa superano la soglia dei 50. Il paese centroamericano ha vissuto una grave retrocessione democratica dopo il golpe, un aumento delle denunce per sparizioni forzate e violazioni gravi ai diritti umani mentre in economia fa affidamento sugli investimenti stranieri, anche in agricoltura o nell’energia, e sul fantomatico ideale delle città-modello o charter city, dei piccoli paradisi tipo Singapore isolati dal resto paese, delle isole finte di “primo mondo” che secondo il presidente trascineranno il resto dell’economia.

Quando e quanto tempo sei stata in Honduras?
Parlo al plurale perché sono stata in Honduras con il mio compagno Yukai con cui vivo e lavoro: siamo stati quasi 4 mesi, da fine settembre 2011 ai primi di gennaio 2012, nella penisola di Zacate Grande nel Golfo pacifico di Fonseca tra Salvador e Nicaragua, abitata da campesinos e pescatori, e poi nella regione di Intibucá, abitata principalmente da indigeni Lenca, come osservatori dei diritti umani e come foto-documentaristi, in collaborazione con il CICA (Collettivo Italia Centro America). Viviamo tra il Messico (dove vive metà della mia famiglia) e l’Italia, dove abitiamo in un ecovillaggio tra Torino e Milano, tra le risaie del novarese e ci dedichiamo, oltre alla nostra ricerca personale attraverso il mezzo audiovisivo, all’agricoltura biologica e all’organizzazione di eventi per proporre un stile di vita verso la decrescita. Attraverso il racconto di microstorie cerchiamo di indagare la realtà e allo stesso tempo proporre una riflessione critica del modello culturale dominante: per noi l’etica e l’estetica sono strettamente interconnesse e crediamo che l’atto creativo sia una forma di agire politico oltre che una ricerca espressiva.
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In termini generali, com’è la situazione (politica, sociale, economica, dei diritti) nella regione di Zacate? E nel resto del paese?
La situazione del paese è di instabilità e violenza a causa della repressione silenziosa ed invisibilizzata che l’oligarchia nazionale e le corporazioni multinazionali (con l’appoggio del nuovo governo) stanno portando avanti. Economicamente il governo sta intessendo rapporti di vendita di terre per le monocolture di palma africana o per l’installazione di impianti eolici o idroelettrici per le energie rinnovabili su larga scala. In particolare a Zacate Grande la pesca artigianale tradizionale è stata distrutta da pochi anni di pesca intensiva ed è stata sostituita dall’industria dei gamberi diventando l’unica possibilità di lavoro redditizio. I campesinos e pescatori zacategni vivono da almeno tre generazioni nella penisola, ma nonostante la legge nazionale tuteli la popolazione locale, sostenendo che il diritto di proprietà della terra è chi vive da più di dieci anni in modo pacifico sullo stesso territorio, i titoli di quasi tutta la penisola sono stati venduti all’imprenditore Miguel Facussè (chi è costui?).

Com’è visto Porfirio Lobo dai contadini e pescatori della regione?
Il nuovo presidente è visto come un golpista e una pedina degli Stati Uniti, mentre Mel Zelaya ha perso molta credibilità da quando è ritornato nel paese, perché ha contribuito, con la stretta di mano all’attuale presidente avvenuta durante l’incontro di Cartagena, alla diffusione nell’opinione pubblica internazionale, dell’idea che in Honduras la situazione si sia normalizzata e che le violazioni dei diritti umani siano ormai finite.

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Ci sono paramilitari? Operano anche forze governative “ufficiali”?
La zona dell’Aguán è ormai completamente militarizzata, mentre ci sono paramilitari che provengono dalla Colombia, secondo alcuni difensori dei diritti umani della capitale. A Zacate Grande ci sono i sicari di Miguel Facussè, oltre alle forze ufficiali come polizia (molti dei quali sono corrotti) ed esercito, il quale ha da poco assunto poteri speciali di azione equiparandosi di fatto alla polizia.

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Che azioni portano avanti rispetto alla popolazione e ai militanti politici?
Diciamo che la strategia adottata è quella del “divide et impera” fra i membri della stessa comunità, oltre a un diffuso stato di paura (minacce, sfollamenti, aggressioni). Una buona parte delle terre in cui vive la popolazione di Zacate Grande è di proprietà ufficiale di Miguel Facussè Barjum, per questo vengono costantemente minacciati soprattutto i militanti politici e i leader comunitari. Attualmente il fronte più violento è nell’Aguan, dove le comunità di campesinos stanno subendo una repressione armata.

Come reagisce la gente? Che altre strade ci sono?
La gente è indignata, ma ha capito che unendosi può contribuire a un cambiamento ed è il COPINH (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras) il motore della rifondazione dal basso di un nuovo Honduras: attraverso corsi di formazione, sostegno alle comunità, diffusione delle notizie tramite le radio comunitarie e con l’accompagnamento della solidarietà internazionale, sta portando all’attenzione mondiale, in collaborazione con il COFADEH, le violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo in Honduras. Di Fabrizio Lorusso

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Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK 

Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.

Parte I – Sottotitoli in inglese

At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.

Parte II – Sottotitoli in inglese

Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.

Parte III – Sottotitoli in inglese

Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.

Parte IV – Sottotitoli in inglese

Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.

Appello per i migranti in Messico e i diritti umani

Donna migrante, Veracruz, Mexico, 28 giugno 2009 © Amnesty  International (Foto Ricardo Ramírez Arriola)

Il nuovo rapporto di Amnesty International intitolato “Le vittime invisibili: migranti in movimento in Messico”, denuncia gli abusi contro i migranti irregolari che attraversano il Messico per dirigersi verso la frontiera statunitense con la speranza di una nuova vita, lontana dalla povertà. La maggior parte delle decine di migliaia di persone che affrontano il viaggio ogni anno provengono dall’America centrale.

Il loro viaggio è uno dei più pericolosi del mondo. I migranti e le migranti subiscono estorsioni, discriminazioni, maltrattamenti, violenze sessuali, sequestri e omicidi per mano di bande criminali. Molti dei casi segnalati nel rapporto mettono in luce il coinvolgimento di pubblici funzionari.

La mancanza di protezione e accesso alla giustizia fa dei migranti, specialmente donne e bambini, facili prede di bande criminali e funzionari corrotti. In più, la mancanza di azioni decisive da parte delle autorità federali e statali ha creato un clima di impunità tale che gli abusi sembrano essere permessi.

Il rapporto di Amnesty International si conclude con una serie di raccomandazioni alle autorità perché migliorino la protezione e l’accesso alla giustizia per i migranti.

Lic. Fernando Gómez Mont Urueta
Secretaría de Gobernación
Bucareli 99, 1er. piso, Col. Juárez
Delegación Cuauhtémoc
México D.F., C.P.06600 – MEXICO
Fax: (+52 55) 5093 3414

Egregio Ministro degli Interni,

Sono un simpatizzante di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa che dal 1961 lavora per difendere i diritti umani in ogni parte del mondo dove vengono violati.

Sono migliaia i migranti irregolari che attraversano il Messico, tra cui donne e bambini, che subiscono maltrattamenti, sequestri, violazioni sessuali e anche uccisioni. Bande di criminali sembrano essere i responsabili della maggior parte di questi delitti, ma esistono indizi che mostrano il coinvolgimento anche di funzionari dello Stato.

I migranti che subiscono queste gravi violazioni dei diritti umani quasi mai fanno denuncia per timore di essere espulsi dal paese. Il risultato è l’endemica impunità di chi perpetra gli abusi.

Raramente le autorità concedono il permesso speciale ai migranti irregolari che sono vittime e testimoni di delitti. Nei confronti di queste persone e di tutti coloro che non possono dimostrare la legalità della loro condizione, viene applicato l’articolo 67 della Legge Generale della Popolazione che dispone il loro affidamento; vengono consegnati alle autorità che si occupano di migrazione.

La sollecito a far si che i migranti irregolari in Messico possano denunciare senza timore gli abusi di cui sono vittime o testimoni. In questo modo, si trasmetterà il messaggio che nel suo paese non si tollerano l’impunità né gli abusi contro i migranti.

Grazie per la sua attenzione.