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Avenida Miranda. Puntata 20. Pioniere e rivoluzionarie: le anarchiche di Spagna raccontate da Eulália Vega

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Cogliendo l’occasione della traduzione in lingua italiana del libro “Pioniere e Rivoluzionarie. Donne anarchiche in Spagna (1931-1975)”, pubblicato dalle Edizioni Zeroincodotta di Milano, Raúl Zecca Castel, che ne è il traduttore, ha intervistato l’autrice, Eulàlia Vega, storica, già docente presso l’Università di Lleida in Spagna.

Grazie al racconto di Eulàlia, al suo libro e, soprattutto, alle testimonianze raccolte dalle dirette protagoniste, ripercorriamo così un pezzo fondamentale, drammatico ed eroico, della storia recente della Spagna. Ma il grande valore, estremamente prezioso, che rappresenta il libro sta nel raccontare questa storia non solo facendo affidamento alle fonti orali, ma, soprattutto, facendolo da una prospettiva di genere, a partire dalle storie di vita di un gruppo di donne anarchiche che a vario titolo hanno partecipato in prima persona alle vicende che hanno segnato l’intera storia di un popolo.

Qui il link al podcast.

Presentación del libro #NiUnaMás 40 escritores vs #Feminicidio: #Videos y nota @unamglobal @FFYLUNAM

Video de la presentación (de Diego Tapia) del libro Ni una más. Cuarenta escritores contra el feminicidio en la UNAM, el jueves 17 de agosto de 2017. Presentan los coordinadores de la versión mexicana, Fabrizio Lorusso y Clara Ferri, y la escritora Francesca Gargallo.  El libro: Editorial de la Universidad Iberoamericana León, 2017, ed. italiana de Elliot, Roma, coordinadora Marilú Oliva) – Consigue el libro en la Libreria Morgana CDMX (link) o aquí https://www.facebook.com/commerce/pro… – Lecturas: Alma lee “Fuego amigo” de Laura Costantini y Loredana Falcone; Mariana lee “Amable” de Lorenza Ghinelli; “No elijas el miedo” de Cristina Orlandi; “Sara” de Vittoria A. En seguida el video de Unam Global Tv y link a la nota aquí.

 

Su @DRepubblicait #MessicoInvisibile Casa di riposo delle ex prostitute #CDMX #Foto @Camillo1949 @Ed_Arcoiris

Xochiquetzal

[Tratto da D di Repubblica – Luglio 2016 – Il reportage completo sulle donne di Casa Xochiquetzal a Città del Messico è nel libro Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna (di Fabrizio Lorusso), edito da Arcoiris (2016). Lo trovi QUI. Fotogallery completa qui: link]

La strada è stata la loro casa per decenni. Vengono dai ghetti della Merced, di Tepito, Loreto, la Lagunilla e Granaditas. Sono nomi che non dicono nulla ai frequentatori occasionali di Mexico City, ma che evocano storie d’emarginazione e insicurezza in chi conosce la topografia socioeconomica di questa megalopoli che sa essere contraddittoria ed escludente, ma anche amichevole e solidale. Casa Xochiquetzal, la “casa di riposo delle lucciole” è nata da un progetto del governo di Città del Messico sollecitato dagli intellettuali  Martha Lamas, Elena Poniatowska e Jesusa Rodríguez, e da alcuni anni presta servizi di vario tipo alle indigenti ex prostitute dei quartieri malfamati del centro della capitale messicana. “Già verso il 2001 nasce l’idea di creare una casa di riposo di questo tipo ed è Carmen Múñoz, leader delle sexo-servidoras della zona, a lanciare la proposta con alcune militanti femministe e con la scrittrice Elena Poniatowska”, spiega Jessica Vargas, la direttrice. “L’amministrazione comunale inaugurò il progetto nel 2006 e il piano prevedeva di ospitare fino a 65 donne, purché avessero più di 55 anni e fossero prive di reti familiari e fissa dimora, ma è stato problematico trovare tutte le risorse e mettere d’accordo tante inquiline così diverse tra loro, così abituate a diffidare delle altre o a competere”. La casa oggi si mantiene grazie al sostegno del comune e dell’Istituto Nazionale delle Donne, ma il grosso dei finanziamenti arriva da donazioni, dalla partecipazione a concorsi e dalla vendita d’oggetti d’artigianato di cui si occupano la direttrice, le associazioni Mujeres de Xochiquetzal e Semillas e i volontari che collaborano al mantenimento e alle attività della Casa. In occasione del primo volo diretto Roma-Città del Messico inaugurato da Alitalia il 16 giugno in collaborazione con l’Ufficio turistico Visit Mexixo e l’Ambasciata di Roma, siamo andati a visitare questo luogo decisamente particolare, per raccontare le storie di chi lo abita.

FOTO GIORGIO DE CAMILLIS, TESTI FABRIZIO LORUSSO

Esce il libro Messico Invisibile. Voci e Pensieri dall’Ombelico della Luna @Ed_Arcoiris

09 F.Lorusso - Messico InvisibileFabrizio Lorusso, Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, Ed. Arcoiris, Salerno, collana l’acuto, pp. 356, 2016, € 15.

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.

Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta. La procura e il governo di Enrique Peña Nieto sono in affanno. La loro immagine internazionale è compromessa dalla sequenza di menzogne, incoerenze, manipolazioni delle indagini e delle informazioni che hanno condotto negli ultimi due anni.

Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico, lega tra di loro fenomeni apparentemente dispersi, cercando spiegazioni regionali e globali alle mille sfaccettature del conflitto nazionale messicano.

Questi scritti dall’ombelico d’America e della luna raccontano anche storie di vita, come quella delle donne di casa Xochiquetzal, prima casa di riposo per ex prostitute, e di precariato, parlando delle condizioni dei professori di linguacultura italiana in Messico, così come di altre esperienze di italiani migranti e viaggiatori. Uno spazio speciale è dedicato alla decostruzione di alcune narrazioni tossiche: quella dei “cervelli in fuga” e quella del neoliberalismo, inteso come sistema di vita, pensiero ed egemonia economico-culturale. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte e sul tema dei legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano i pensieri del libro.

Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.

Libro #NarcoGuerra #Messico dei cartelli della #Droga sulla Rivista di SOS Bambino OnLus

NarcoGuerra 1 (Medium)Un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga (di Fabrizio Lorusso, Odoya Editore, 2015) Dalla rivista SOS Bambino (giornale della International Adoption OnLus) del giugno 2015 – ANNO 12 N. 1 – (A questo link il numero intero della rivista in PDFNarcoGuerra p 2 (Medium)

El #Haití preelectoral y los derechos humanos @JornadaSemanal #Mexico

(Artículo publicado en La Jornada Semanal del 13/09/2015) Foto: Personas acampadas delante de los escombros del Palacio de Gobierno de Haití, destruido por el terremoto. Fuente: commons.wikimedia.org/ CC BY 3.0 BR

Evel Fanfan es un abogado de cuarenta años, director de Aumohd (Asociación de Unidades Motivadas por un Haití de Derechos), defensor de los derechos humanos y laborales. Por su labor, Evel vive bajo amenaza y está protegido por las autoridades; su esposa tuvo que refugiarse en Estados Unidos. Colaboramos con él desde 2010, año del terremoto que arrojó 250 mil víctimas. Para nuestro libro La fame di Haiti (END, Aosta, 2015), lo entrevistamos sobre la situación actual, en vísperas de las elecciones presidenciales de octubre. En 2015 la coyuntura del país más pobre de las Américas fue marcada por tres hechos importantes. El jaque parlamentario, que se arrastraba desde 2014, por lo que el presidente Michel Martelly ha estado gobernando por decreto debido a la imposibilidad de celebrar comicios y renovar el Congreso, se destrabó en agosto pues se votó en primera vuelta para 119 diputados y veinte senadores. Segundo, en 2014 se frenó la expansión del cólera, imparable desde 2010, y que hasta el 25 de julio de este año muestra un recrudecimiento con 171 muertes y 20 mil 43 infecciones. Finalmente, el conflicto con República Dominicana, determinado por una decisión de la Suprema Corte de ese país que quita retroactivamente la ciudadanía a miles de descendientes de extranjeros, y ha provocado la deportación forzada de cientos de haitianos, con repetidas violaciones a derechos humanos, y una crisis diplomática entre Puerto Príncipe y Santo Domingo, además de condenas de la comunidad internacional y fundadas acusaciones de racismo.
Evel Fanfan dirige la Asociación de Unidades Motivadas por un Haití de Derechos.
El próximo mes de octubre se celebran elecciones presidenciales en el país caribeño.

Entrevista con Evel Fanfan

Fabrizio Lorusso y Romina Vinci

–¿Cuál es la situación actual de Haití?

–El terremoto del 12 de enero de 2010 destruyó buena parte del territorio. Diría que la situación no ha cambiado realmente. Es como si para algunos el sismo acabara de pasar, como si hubiese ocurrido sólo hace un año. En el país, pese a la generosidad de los ciudadanos y las organizaciones de todo el mundo, el cambio no es apreciable. Dependemos todavía de las ayudas humanitarias, aún hay escombros a la vista y hospitales, escuelas, instituciones públicas que esperan ser reconstruidas. Miles de personas siguen viviendo en pésimas condiciones sanitarias, ambientales y de seguridad. La nueva ciudad-miseria de Canaan es un ejemplo concreto de lo que digo.

–¿Qué pasó con la reconstrucción y el dinero internacional?

–Lo que pasa es que el dinero para las víctimas, reunido por personas solidarias y la comunidad internacional, ha sido orientado en beneficio de los mismos gerentes de la comunidad internacional. El 13 de octubre de 2014, al expresidente de EU, Bill Clinton, y al exprimer ministro haitiano, Jean Max Bellerive, copresidente de la Comisión Interina para la Reconstrucción de Haití (CIRH), se les pidió que publicaran los informes de su gestión de los fondos recolectados y ejercidos por la Comisión durante dieciocho meses de administración, pero todavía en 2015 la gente sigue esperando una rendición de cuentas.

–¿Continúa la emergencia del cólera?

–El cólera fue introducido en Haití por la misión Minustah de la ONU, a través del batallón nepalés, cuyas heces contaminaron por negligencia las aguas del río más largo del país. La epidemia ha ocasionado más de 8 mil 500 víctimas y 700 mil contagios, y las Naciones Unidas siempre han rechazado reconocer oficialmente su responsabilidad.

–A raíz de la “suspensión” del Parlamento en enero y por ser año electoral, hubo muchas marchas, protestas y presos políticos. ¿Qué ha hecho Aumohd?


Solidaridad de dominicanos en recuerdo del terremoto que afectó al país caribeño el 12 de enero de 2010. Foto: sotojose2004. Fuente: www.flickr.com/ CC BY 2.0

–Durante el mandato de Martelly, muchos ciudadanos han sido detenidos por sus convicciones políticas. Por ejemplo, está el caso de los hermanos Josué y Eneld Florestal, emblemático de las violaciones a los derechos humanos. El 1 de mayo de 2014 fueron arrestados doce activistas políticos y echados a la cárcel. Aumohd y su equipo de abogados intervinieron para defender a los presos ante el fiscal. El 20 de mayo seis de ellos fueron liberados, los demás salieron el 6 de junio por falta de pruebas. El 18 de octubre, dieciocho activistas que participaban en una manifestación pacífica fueron atacados, humillados y apresados por un grupo de individuos con el uniforme de la policía nacional, sin ninguna orden de aprehensión ni evidencia de flagrancia, sólo por ser militantes. El 26 de octubre dos líderes políticos, Rony Thimoté y Biron Spiritually, fueron detenidos, igualmente sin flagrancia de algún crimen, durante una protesta que habían organizado para pedir respeto a la Constitución y el regreso de la vida democrática en Haití. Desde el encarcelamiento de los dieciocho, hemos trabajado por ellos de distintas maneras, actuando en todas las instancias judiciales y logrando su liberación en noviembre de 2014, aunque aún estamos siguiendo el caso de Thimoté y Spiritually.

–¿El expresidente, expulsado dos veces por golpes de Estado y ahora de nuevo en el país, Jean Bertrand Aristide, juega todavía un papel en el partido que fundó, el Lavalas, y en las protestas?

–Sí, el partido del expresidente tiene un papel importante dentro de los movimientos de protesta y en las calles. Hay cuatro grupos que están reactivando la protesta popular: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD y MONOP Platfom.

–¿Cuáles son las perspectivas para Haití en los próximos meses?

–En este “estado de emergencia haitiano”, en la segunda parte de 2015 tienen que realizarse elecciones. Mi esperanza es que sean libres y democráticas, para renovar a la clase política y hacer que el país vuelva a una situación normal, según la Constitución. Ojalá que esto se dé sin interferencias ni imposiciones por parte de la comunidad internacional, como fue el caso de la elección del actual mandatario. Aumohd debe seguir desarrollando una gran labor de promoción de los derechos y la dignidad de las personas. Mientras contesto estas preguntas, encaramos desafíos económicos para seguir adelante, por lo que, agradeciendo de antemano, debo lanzar una petición de ayuda para continuar nuestras actividades.

(Contacto: presidentaumohd@yahoo.fr)

Su @_MicroMega_ Luca Cangianti recensisce il libro #NarcoGuerra #Messico #Cartelli della #Droga

narcoguerra messico(Articolo pubblicato su MicroMega il 15 settebre 2015 col titolo “Messico, il dramma della narcoguerra”) “NarcoGuerra” è frutto del lavoro come blogger e reporter che Fabrizio Lorusso ha svolto coraggiosamente da Città del Messico nell’ultimo decennio. Con grande coinvolgimento emotivo, nel libro si raccontano la guerra dei cartelli della droga, i legami tra narcotraffico e parti dello stato messicano, le storie delle vittime e dei loro carnefici. Sullo sfondo, i nuovi movimenti sociali e la speranza per un futuro migliore. Pubblichiamo la recensione di Luca Cangianti e a seguire il prologo al libro scritto da Pino Cacucci.

di Luca Cangianti

In Messico i turisti possono percorrere chilometri di spiaggia bianchissima costeggiata da palme, o visitare le affascinanti rovine Maya, senza accorgersi dei corpi appesi ai cavalcavia e delle teste umane mozzate lanciate sulle piste da ballo. Nel paese latinoamericano, dal 2006 a oggi, ogni 40 minuti viene assassinata una persona, mentre ogni due ore un’altra scompare nel nulla. I numeri, gli attori e le cause di questo massacro permanente sono contenuti nel libro di Fabrizio Lorusso “NarcoGuerra” (Odoya, 2015, pp. 415, € 20,00).

Il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti detenuto dal Messico è 18. Non è tra i più alti dell’America Latina: troviamo numeri ben più drammatici in Colombia (33), Venezuela (49) e Honduras (82) che distanziano di molto la media mondiale (6,5). Il problema del Messico è la recente e rapida crescita della violenza omicida, associata al progressivofallimento dello stato nello svolgere le proprie funzioni. Il weberiano “monopolio della violenza legittima” è infatti insidiato da una moltitudine di cartelli criminali. Fra di essi gli Zetas sono sicuramente i più famosi per il vasto ventaglio di attività illegali offerto – ben 25, tra cui in primo luogo il narcotraffico, ma anche sfruttamento della prostituzione, racket, sequestri di persona ecc.). Tali organizzazioni – la cui storia è attentamente ricostruita dall’autore a partire dai loro padri fondatori – dominano vasti territori nei quali esercitano autorità fiscale e di polizia creando de facto entità statuali ed economiche. Si stima che il 67% dei comuni sia amministrato da sindaci legati alle mafie, mentre i patrimoni derivanti dal narcotraffico sarebbero pari al 40% del pil messicano.

Il sistema giudiziario è al collasso e l’impunità dei delitti arriva al 97%, ma il governo ancora non ha deciso di rafforzare gli strumenti d’indagine, ad esempio incrociando i database patrimoniali dei vari enti statali. Infine, a fronte dei tagli alla spesa sociale imposti dalle politiche neoliberiste “Lo stato del benessere e la previdenza vengono soppiantati dalle buone azioni di alcuni narcos benefattori… legati al ‘vecchio stile’ e all’idea di ‘onore’. Sono loro che costruiscono strade, finanziano opere d’interesse sociale, offrono protezione e lavoro, e lasciano copiose mance… alle parrocchie e ai funzionari pubblici locali. In cambio di qualcosa di concreto, oppure soltanto di compiacenza e rispetto.”

Tale malattia sociale è aggravata paradossalmente da quella che doveva esserne la cura: la politica statunitense della war on drugs ideata per contrastare il commercio degli stupefacenti alla fonte. Per combattere il crimine organizzato “Il Messico compra da imprese statunitensi materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceve, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana – scrive Lorusso – è che l’intervento, seppur indiretto, di un Paese straniero… possa costituire un attentato alla sovranità nazionale. Infatti, gli aiuti finanziari e tecnici sono subordinati all’adozione di politiche interne ‘compiacenti'”.

Il volume di ricchezza creato dal prezzo monopolista frutto delle politiche proibizioniste in materia di droghe è tale che le strutture istituzionali difficilmente sfuggono alla corruzione: “Capita che nella stessa regione i federali stiano con un cartello, – continua l’autore – la polizia statale con un altro, mentre quella municipale ne protegge un terzo o finga un’improbabile neutralità. Uomini in divisa rappresentano la legge la mattina, la sera si trasformano in sicari, spie… per poi passare disinvoltamente tra le fila dei narcosquando i tempi sono maturi e le mazzette non bastano più.”

Se lo stato non garantisce un tasso minimo di sicurezza è comprensibile che alcuni settori della popolazione decidano di fare da sé. È così che dal 2013 sono nati gruppi armati di autodifesa tra i quali si contano sia varie organizzazioni popolari di polizia comunitaria (per altro prevista dalla Costituzione messicana) che gruppi più simili al paramilitarismo colombiano, finanziati da imprenditori locali e accusati essi stessi di contiguità con il narcotraffico.

Il racconto di Lorusso sembrerebbe a questo punto lasciare poco spazio all’ottimismo. E tuttavia ogni pagina del libro trasuda di amore per il Messico, empatia per i suoi abitanti e speranza per un futuro migliore. Per l’autore quest’ultima è incarnata dai movimenti sociali che hanno attraversato il paese negli ultimi anni: i sempre presenti zapatisti del Chiapas, il Movimiento por la paz con justicia y dignidad di Javier Sicilia, gli studenti contro l’autoritarismo mediatico di #Yo-Soy132, i difensori delle terre indigene Wirikuta e, per ultimo in ordine temporale, il movimento nato dopo la sparizione degli studenti del villaggio di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero.

Nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, durante una manifestazione studentesca, l’intervento della polizia municipale ha provocato la morte di sette persone, mentre 42 studenti risultano ancora scomparsi. Dalle indagini è emerso che la polizia municipale li avrebbe presi e consegnati a un cartello di narcotrafficanti su indicazione del sindaco della vicina città di Iguala, lo stesso che aveva ordinato la repressione violenta della manifestazione. I genitori dei 42 studenti desaparesidos guidano oggi un vasto movimento che è riuscito a mettere a nudo la compenetrazione tra stato e criminalità. Queste persone stanno viaggiando in tutto il mondo per denunciare la reticenza dello stato messicano che non permette di ispezionare le caserme dove molti sospettano si possano recuperare elementi utili alle indagini.

Vivos los llevaron vivos los queremos (vivi li han portati via, vivi li rivogliamo), gridano davanti alle caserme e alle ambasciate. Cercate in rete un po’ di immagini di questi genitori. Guardate quei volti e capirete perché, pur nel mezzo della più atroce delle ingiustizie, anche per il Messico si deve aver fiducia in un futuro migliore.

Prologo a “NarcoGuerra”

di Pino Cacucci

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere,como México no hay dos. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il Paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte d’informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti.

Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prende su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai narcos quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché… Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

E chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?
Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile.

È per questo che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo.

(15 settembre 2015)

Il libro #NarcoGuerra sul #blog di Marilù Oliva @HuffPostItalia

huffington post

Perché il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune?
Quanta collusione esiste tra politica e malaffare?

Narcoguerra. Cronache dal Messico dai cartelli della droga, scritto da Fabrizio Lorusso ed edito da Odoya, tenta di spiegare anche queste domande. È una completa enciclopedia sul narcotraffico in Messico oggi, con tanto di dati, interviste, testimonianze, corredo iconografico e giornalistico.

E per capire quanto questo mercato sia interconnesso con l’ondata di violenza, l’analisi si apre con i 43 studentidesaparecidos di una scuola rurale di Ayotzinapa, sequestrati dalla polizia di Uguala la notte del 26 settembre 2014 e consegnati a una banda di narcotrafficanti. Ecco cosa scrive Pino Cacucci, nella sua interessante prefazione:

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)Si tratta di un crimine di cui sono responsabili, tra gli altri, vari funzionari pubblici e le forze dell’ordine a vari livelli. (…) La vicenda, che è solo la punta di un iceberg, è riuscita a rompere la nube fumogena dei mass media che intossicava l’opinione pubblica globale con la retorica del Paese emergente.

Fabrizio Lorusso – giornalista, traduttore, professore all’Università del Messico – ha pubblicato diversi saggi-reportage dove ha dimostrato uno sguardo attento e lucido su alcune realtà ai margini o su alcuni fenomeni culturali, mi riferisco a “La fame di Haiti” (scritto con Romina Vinci) e a “La Santa Muerte, Patrona dell’Umanità”. Anche con questo progetto Lorusso si è dimostrato scrittore coraggioso, perché si è addentrato nelle contraddizioni di stati violenti come il Guerrero, spesso poverissimi e in balia di bande criminali e di politici marci che assecondano il mercato della droga. O forse è meglio dire: delle droghe, ovvero coca, papavero da oppio e marijuana. Un giro da 20.000 milioni di dollari, l’1,5 del Pil mondiale e sempre più contendenti a spartirsi il bottino dietro un mercato in cui i boss assomigliano sempre più a imprenditori, i confini si dilatano, le possibilità si globalizzano e i cartelli del narcotraffico diventano simili a ciclopiche multinazionali.

Un libro prezioso per capire questa realtà d’oltreoceano, utile a tutti e indispensabile per chi voglia andare in Messico e godersi anche il lato bello, quello turistico e allegro, perché solcare terre lontane ha senso solo se lo si fa con una certa consapevolezza.

Tredici capitoli (l’ultimo è dedicato ai giovani desaparecidos di Ayotzinapa) più un apparato bibliografico, un indice dei nomi e un succulento narcoglossario dove troverete tante curiosità lessicali:

Burro (lett. Asino): persona con il compito di spostare la droga da un punto a un altro. Il burro, chiamato anche mula, contrabbanda droghe portandole con sé. Una mula può arrivare a trasportare tra le 50 e le 90 capsule di coca o di ero, dunque fino a un chilo e mezzo di sostanza a viaggio.

di Marilù Oliva