Archivi tag: luciano valentinotti

Esce il libro Messico Invisibile. Voci e Pensieri dall’Ombelico della Luna @Ed_Arcoiris

09 F.Lorusso - Messico InvisibileFabrizio Lorusso, Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, Ed. Arcoiris, Salerno, collana l’acuto, pp. 356, 2016, € 15.

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.

Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta. La procura e il governo di Enrique Peña Nieto sono in affanno. La loro immagine internazionale è compromessa dalla sequenza di menzogne, incoerenze, manipolazioni delle indagini e delle informazioni che hanno condotto negli ultimi due anni.

Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico, lega tra di loro fenomeni apparentemente dispersi, cercando spiegazioni regionali e globali alle mille sfaccettature del conflitto nazionale messicano.

Questi scritti dall’ombelico d’America e della luna raccontano anche storie di vita, come quella delle donne di casa Xochiquetzal, prima casa di riposo per ex prostitute, e di precariato, parlando delle condizioni dei professori di linguacultura italiana in Messico, così come di altre esperienze di italiani migranti e viaggiatori. Uno spazio speciale è dedicato alla decostruzione di alcune narrazioni tossiche: quella dei “cervelli in fuga” e quella del neoliberalismo, inteso come sistema di vita, pensiero ed egemonia economico-culturale. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte e sul tema dei legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano i pensieri del libro.

Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.

Viaje visual: el Infierno, La Bestia y Ayotzinapa, según el maestro Luciano Valentinotti

L'inferno (dettaglio angolare) (Small)

[di Fabrizio Lorusso – Desinformémonos] Durante el mes de febrero pasado, el amplio espacio expositivo del Centro Cultural San Ángel, en el sur de la Ciudad de México, y sus visitadores han sido embrujados por una serie de obras inspiradas al muralismo mexicano y realizadas por el maestro Luciano Valentinotti, pintor italiano adoptado por México, ya que lleva en el país exactamente medio siglo. Entre sus pinturas en acrílico sobre lienzo, destaca El Infierno, la principal que da el nombre a la entera exposición. Las demás tienen títulos y contenidos llamativos y de denuncia como: Verdad y democracia, El futuro del Estado de Guerrero, La familia mexicana, La Bestia, El final de la larga marcha para la libertad, La Casa Blanca en la noche profunda, Al rojo vivo.

Desde luego, reflejan la índole rebelde, crítica y profundamente política y social del autor, quien fue un combatiente partisano antifascista en los últimos años de la II Guerra Mundial, básicamente desde 1943, cuando tenía apenas 14 años. Toda su vida ha sostenido causas sociales, desde abajo y a la izquierda.  Continua a leggere

Messico: L’Inferno (El Infierno) e Altre Opere di Luciano Valentinotti

Ecco alcuni dettagli della grande, per dimensioni, lavoro e significati, opera del pittore Luciano Valentinotti, partigiano italiano (e amico) in Messico da mezzo secolo: L’Inferno – El Infierno. Fare clic su un’immagine per ingrandire e vedere uno slideshow (idem per il secondo mosaico in fondo).

E di seguito altri dipinti (acrilico su tela) esposti insieme al Infierno e legati da un filo rosso: il Messico e la violenza, la politica e la repressione, Ayotzinapa e la Casa Blanca, la famiglia e la Bestia (il treno dei migranti, ma anche la speranza e la denuncia. Titoli (in ordine da sinistra a destra e verso sud): Al Rojo Vivo – EL final de la larga marcha para la libertad – El futuro del Estado de Guerrero – La familia mexicana – La Bestia – La casa blanca en la noche profunda – Dettaglio de El infierno – Verdad y democracia – Infine il maestro Valentinotti.

La larga noche de Cd. Juárez, mural de Luciano Valentinotti

[De: VariopintoAlDía] En el mes de abril pasado el gran mural del artista italiano, radicado en México, Luciano Valentinotti, “La larga noche de Cd. Juárez”, el cual está dando la vuelta a México y al mundo estuvo expuesto en el palacio legislativo de San Lázaro. En la ceremonia de inauguración del 4 de abril, estuvieron presentes Ricardo Monreal, del Movimiento Ciudadano, Porfirio Múñoz Ledo y numerosos diputados mexicanos y representantes de la comunidad italiana en el país.

He aquí algunas fotos de la inauguración y detalles de la obra. Nótense los contrastes entre la pintura, con sus denuncias contra las tragedias de Cd. Juárez, la militarización, la narco-guerra, el feminicidio, y las violaciones a  de los derechos humanos, con la representación de víctimas y del caso del campo algodonero, y la parte inferior del espacio, en donde se celebran la armada, aviación y marina de México.

La dureza de las imágenes vertidas sobre el lienzo por Valentinotti es solamente una aproximación a la realidad de una ciudad y de una frontera que se han vuelto tristemente famosas en los últimos veinte años y, aún más, durante la última década de recrudecimiento de las desigualdades económicas y sociales y empeoramiento de la seguridad humana y ciudadana. El arte es para sentir, recordar y reflexionar y el mural sobre esta larga noche de Juárez y tantas otras regiones de México abre una brecha para la luz del día y del despertar de las conciencias. Fabrizio Lorusso      @FabrizioLorusso

Mural Luciano Cd Juarez 143

Nell’aprile scorso il grande murale dell’artista italiano residente in Messico da oltre 40 anni, Luciano Valentinotti, intitolato “La larga noche de Cd. Juárez” (La lunga notte di Ciudad Juarez), che sta facendo il giro del Messico e del mondo, è rimasto esposto presso la sede del parlamento messicano. Durante la cerimonia d’inaugurazione del 4 aprile erano presenti Ricardo Monreal, del partito progressista Movimento Ciudadano, lo storico leader della sinistra messicana Porfirio Múñoz Ledo, vari deputati messicani e rappresentanti della comunità italiana nel paese. Presento qui alcune foto dell’evento e dell’opera. Si notino i contrasti tra il dipinto, con le sue denunce della tragedia di Juarez, della militarizzazione, della narcoguerra, del femminicidio, delle violazioni ai diritti umani, con la rappresentazioni delle vittime e del caso del “campo di cotone” (algodonero), e la parte inferiore dell’allestimento, in cui sono celebrati l’esercito, l’aviazione e la marina messicane. La durezza delle immagini trasferite su tela da Valentinotti è solo un’approssimazione alla realtà di una città e di una frontiera, quella con gli USA, che sono diventate tristemente famose negli ultimi 20 anni e, ancor più, nell’ultimo decennio di imbarbarimento, di incremento delle disuguaglianze economiche e sociali e peggioramento della sicurezza umana e cittadina. L’arte è per sentire, ricordare e riflettere. Il murale di questa lunga notte di Juarez e di tante altre zone del Messico apre una breccia per la luce del giorno e del risveglio delle coscienze. Fabrizio Lorusso      @FabrizioLorusso

La larga noche de Ciudad Juárez (exposición de Luciano Valentinotti)

INVITACION LUCCIANO FTE internetLa lunga notte di Ciudad Juárez è il titolo dell’opera murale di Luciano Valentinotti che sarà esposta a Città del Messico. L’inaugurazione sarà mercoledì 6 marzo alle ore 19, alla Casa della Cultura di San Ángel, sud Mexico City.

MIÉRCOLES 6 DE MARZO, A LAS 19 HORAS, EN LA ESPLÉNDIDA CASA DE LA CULTURA DE SAN ÁNGEL, INAUGURAREMOS LA EXPOSICIÓN DEL MURAL DE LUCIANO VALENTINOTTI “LA LARGA NOCHE DE CIUDAD JUÁREZ”. LOS ESPERAMOS A TODOS PARA PODER REAFIRMAR, JUNTOS, EL VÍNCULO ENTRE ARTE Y MEMORIA. PARA NO OLVIDAR, NOS VEMOS EL PRÓXIMO MIÉRCOLES. EN SAN ÁNGEL.

 

Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico

PugnoChiuso.jpgTratto da CarmillaOnLine. Sabato 21 aprile presso la casa della cultura Reyes Heroles di Coyoacan, forse il più bel quartiere coloniale di Città del Messico, è stata festeggiata la liberazione dell’Italia dal nazifascismo con un po’ d’anticipo rispetto alla data ufficiale del 25 aprile ed è stata scoperta una copia della statua (la cui bozza potete vedere qui a fianco, la sua foto in fondo): un pugno chiuso con la rosa in mano, tanto voluta e disegnata dal pittore Luciano Valentinotti, partigiano italiano e messicano d’adozione che vive in terra azteca dal 1966 ed è diventato un punto di riferimento per la cultura italo-messicana. L’evento “90 anni di antifascismo italiano” è stato organizzato dal Comites (Comitato Italiani in Messico, organo di base della rappresentanza italiana all’estero) di cui Luciano fa parte dal 2004. L’intenzione era “fare memoria intorno al Fascismo. Alla Resistenza come valore perpetuo”, ma l’appuntamento è stato snobbato dalle istituzioni italiane all’estero, Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura. Anzi, stranamente nemmeno la sede fisica dell’Istituto, che è l’ufficio culturale dell’Ambasciata in una sede distaccata a 200 metri dalla casa della cultura Reyes Heroles, è stata resa disponibile per celebrare questa festa nazionale. Invece i messicani sono stati felici d’ospitare una riflessione e un incontro molto importanti. La stessa statua verrà collocata nei prossimi mesi in uno spazio pubblico (che probabilmente si chiamerà Piazza Bella Ciao) della zona Coyoacan concesso dal comune: il Messico accetta di diffondere i valori della resistenza italiana, ma le istituzioni italiane negano lo spazio o non danno risposte. Ecco la storia di questa scultura, realizzata dall’italo-messicano Pedro Ramírez Ponzanelli, e di Luciano Valentinotti, un partigiano italiano in Messico che mi ha raccontato tutto in un’intervista che riporto. Già tre anni fa ne aveva scritto il compagno e amico Matteo Dean sul settimanale Jornada Semanal (qui link) raccontando l’epopea che portò Luciano, quattordicenne, a rifugiarsi nei boschi e a combattere a soli 14 anni, dal ’43 al ’45. Ma la lotta non finì con la guerra. I fascismi e i cancri della società li avrebbe combattutti anche a Milano, in Italia, in Messico e ovunque si fosse trovato. Oggi lo fa anche da pittore, sempre lo ha fatto da militante.

Statue, resistenze e incomprensioni

Qual è la storia della statua col pugno chiuso?
La scultura è nata così. Andavamo da vari anni, il 25 aprile, a portare una corona di fiori di rose rosse all’Angel de la Independencia e venivano quattro gatti, quando eravamo molti, eravamo in dieci. Per noi intendo dire, noi italiani in Messico, all’estero. Una volta venne il precedente ambasciatore, Felice Scauso, ma poi questo, Spinelli, no. Allora un giorno mi sono stancato e mi sono incazzato perché l’ultima volta che siamo andati abbiamo fatto un piccolo spuntino, un ricevimento all’Istituto Italiano di Cultura, dopo la commemorazione. ed era pieno così di gente. Allora ho preso il microfono e ho detto: “è una vergogna che veniate qui a sbaffare gratis e non partecipate alla commemorazione del 25 aprile e venite solo a riempirvi la pancia”.

Quando è successo?
Due anni fa (2010), dopo non s’è potuto più fare. Ho parlato quindi con Paolo Pagliai (presidente del Comites) e ho detto: “perché non facciamo qualcosa, mettiamo una lapide, facciamo una scultura!”. Ho interpellato uno scultore italo-messicano, Pedro Ramírez Ponzanelli che ci ha detto che l’avrebbe fatta lui e poi regalata. Quest’anno ha fatto la scultura, ma la deve rifare perché il monumento verrà più grande. E’ tutta in bronzo, alta un metro e dieci più il piedistallo.

Cosa rappresenta?
Lui aveva presentato dei bozzetti, ma gli ho detto che non andavano bene. Doveva essere un pugno o un braccio, qualcosa che viene fuori dalla terra, prendendo spunto dalla canzone Bella Ciao. Gli ho fatto il disegno in caffetteria, all’Istituto e ha incominciato a lavorarci sopra. Ho avvisato l’Ambasciatore e l’Istituto per provare a farla mettere lì. Allora il Dott. Vinciguerra, che era il reggente in quel momento, ha detto che bisognava chiedere il permesso a Roma. Pare che all’ambasciatore piacesse anche la scultura. Abbiamo aspettato, ma il permesso o la risposta non è mai arrivata, non so se abbia inviato la richiesta del permesso o no, ma alla fine non è mai arrivata l’autorizzazione.

Cosa è successo dopo?
Ho semplicemente rinunciato a lavorare al progetto con l’Italia e ho chiesto al Messico, a degli amici del PRD, amici del presidente del consiglio della zona Coyoacan, se era possibile. Hanno detto di sì e siamo andati a vedere alcuni posti da scegliere in questa zona storica. Il presidente, Raúl Flores García, vuole collocarla in vista in un incrocio di tre vie, praticamente in una parte molto frequentata.

E’ stato il Comites a presentare la richiesta?
Sì, il Comites, come organo rappresentante degli italiani in Messico ha fatto la richiesta, mentre a livello di Ambasciata abbiamo aspettato quasi un anno e né da loro né dal MAE abbiamo avuto risposte. Grazie a queste persone che conosciamo al comune, qui a Città del Messico, invece, siamo stati ascoltati e ora siamo in attesa del permesso definitivo. Qui governa il PRD (Partido Revolucion Democratica, più o meno sinistra) ma nella zona Coyoacan sono del PAN (Partido Accion Nazional, abbastanza destra!), ad ogni modo la proposta è piaciuta.

Come sarà la scultura?
In bronzo, un metro e dieci più il piedistallo, includendo anche la roccia da cui esce il pugno e il fiore in mano, sempre di bronzo. Pesa 250 chili e il colore verrà un po’…rossiccio. Sarà messa in Avenida Mexico-Coyoacan, angolo Lerdo de Tejada, vicino al parco dei Viveros. Ci sono due stradine oblique che s’immettono sulla strada principale in cui ci sono tanti incidenti, tra l’altro. Servirà anche come spartitraffico in qualche modo per la sua visibilità La piazzetta con la statua si dovrebbe chiamare “Bella Ciao”, secondo la nostra proposta che è in fase di analisi.

Ci sarà una targa?
Sì, l’iscrizione sarà probabilmente in italiano e in spagnolo e dedicata ai martiri della libertà per il 25 aprile. Poi magari ne mettiamo una laterale spiegando un po’ il contesto della guerra e la liberazione.

LucianoValentinotti.jpg

Cosa manca per poterla collocare?
C’è già il disegno e il progetto per la costruzione della piazzetta, si stanno ora sentendo gli abitanti della zona e poi, siccome è un anno elettorale, resta in attesa probabilmente finché non si ristabiliscono gli equilibri dopo il voto. Sarà una scultura che si vede a 360 gradi. Gli italiani, Ambasciata, Istituto e Ministero, credo non abbiano accettato perché il braccio che viene fuori dalla statua è quello sinistro. Parlando con l’ambasciatore, scherzando, una volta gli dissi se mettevamo anche uno stereo con la musica dietro alla statua con canzoni partigiane e ha fatto una faccia! Questa statua è il mio ultimo desiderio, dopo me ne posso anche andare, sarebbe una grande soddisfazione.

Offire memoria

Che significa per te il 25 aprile?
Non perdere la memoria. La gente, tutti, devono ricordare cosa è successo dal 1922 al 25 aprile del 1945 in Italia, dobbiamo ricordare. Mio padre nel 1922 è dovuto andar via dall’Italia, in quanto membro e fondatore del Partito Comunista. Tanti sono fuggiti, chi in Francia, chi in Spagna, per continuare e coltivare l’idea. Mio padre andò in Iugoslavia. E’ andato da un suo compaesano che andava in giro per il paese a comprare erbe medicinali. Aveva un magazzino e in fondo al magazzino delle erbe hanno fatto una stanzetta dove si nascondeva mio padre.

Da dove veniva tuo papà?
Da Levico, Trento. E’ andato poi oltre il confine, a quattro ore di strada in dentro. In quell’epoca nemmeno lo conobbi. E’ rimasto là mantenendo i contatti con altre persone là e in Italia. L’ho conosciuto dopo il 1945. Io sono nato nel 1929 e mio padre vedeva mia madre solo alcune volte. C’erano sempre due guardie della polizia segreta fascista, l’OVRA, davanti al portone e lui di notte, di nascosto, doveva entrare da un’altra casa, passare sul tetto e scendere dalla finestra per saltare in casa. Era un militante e quindi doveva andare e venire senza farsi vedere troppo. Mia madre ha avuto la forza di non parlare mai di mio padre e quando le chiedevo qualcosa non mi raccontava molto. Non sapevo niente, se ero figlio di un fabbro, di un falegname, un marinaio o non so. Tutto perché aveva paura mia madre, paura che quelli lì sotto mi fermassero e mi facessero delle domande trabocchetto. L’avrò visto due o tre volte ma non sapevo che era mio padre, me lo immaginavo forse. La prima volta che l’ho visto è stato quando è morto mio fratello Nereo, lui aveva 7 anni e io 4.

Cosa è successo?
Mi ricordo che è morto per non curanza, poca serietà in questo caso da parte delle suore che lo hanno operato di appendicite facendogli l’anestesia con l’etere, la narcosi. L’ho fatta anch’io con quel sistema. Era pomeriggio tardi, loro erano andate a pregare e l’hanno lasciato lì. Lui s’è alzato, ha mangiato del pane, ha bevuto dell’acqua che ha trovato lì, gli è venuta una peritonite fulminante ed è morto. Sul catafalco vidi mio padre che dava un bacio a mio fratello. Mi ricordo ancora adesso il becchino che mi disse: “Bambino, i morti non si baciano”. E io: “Questo è mio fratello”, e gli ho dato un bacio comunque. E scendendo dal baldacchino, girando la testa, ho visto un signore che doveva essere mio padre con gli occhiali scuri e mia madre mi strattonava dicendo di non girarmi. Era un richiamo del sangue. Mi sono rigirato, l’ho visto piangere e poi è sparito.

Che successe quando inziò la guerra?
Nel 1939 ci hanno cacciati via da Fiume, era una zona già bellica. Io sono nato a Fiume, città di confine che dopo il 1945 non è stata più italiana, il confine è andato a Trieste. Quindi siamo andati qualche mese in Trentino, a Levico, e siamo tronati a Fiume, facendo un po’ la spola. E lì era dura: bombardamenti, fucili, sparatorie, tessere annonarie dove se tu come cittadino italiano “normale” prendevi 100 grammi di pane al giorno, noi ne prendevamo solo 25 o 30, per dire, un panino.

Come mai?
Per questioni politiche. Se tu prendevi un chilo di zucchero al mese e noi 200 grammi era perché eravamo controllati, come castigo.
Ma voi “ufficialmente” non facevate più niente?
Beh, ma eravamo sempre figli o parenti di un ricercato politico che, non so, magari aveva anche una taglia, non credo ma comunque.

E durante la guerra?
E così fino al 1943, mi ricordo bene. Io e mia mamma andavamo con due valigie di cartone casa per casa dai conoscenti a chiedere pantaloni, camicie, scarpe usate, eccetera per darle ai militari che tornavano indietro dalla Iugoslavia. Venivano in casa nostra, sembrava una caserma, e noi avevamo delle taniche e bruciavamo col petrolio le divise, così se ne andavano così con abiti civili. Nel 1943, in settembre, arrivò un gruppo fortissimo delle SS. Allora un giorno mentre eravamo in centro, in via Vittorio Emanuele, con le due valigie ci fermano i tedeschi. Hanno colpito mia mamma rompendole un braccio, una spalla. Dopodiché mi sono venuti a prendere verso la fine di settembre, mi hanno rinchiuso in una scuola.

I tedeschi o gli italiani?
Erano i tedeschi, ma c’erano anche italiani, c’erano le camicie nere. Quello che ere pericoloso per i soldati italiani non erano i partigiani iugoslavi che magari arrivavano, incalzavano, ma erano le camicie nere che sparavano sui militari italiani, li uccidevano perché scappavano. Capisci?

E il collegio in cui ti hanno portato?
Mi hanno rinchiuso e mia madre venne a sapere dov’ero, quindi veniva sotto la finestra a camminare e un po’ la vedevo e ci cantavamo una canzone. Quella che faceva “mamma ti voglio bene…”. Lei mi rispondeva e parlavamo, cantando. Fino a che poi mi hanno portato via, nell’Istria, molto dentro a costruire trincee e bunker.

Lassù in montagna

Ma avevi solo 13 anni?
Ne avevo 14, ma comunque la Gestapo mi ha portato via. Al mattino ci dovevamo alzare alle 5, andare, lavorare, si mangiava solo alla sera, faceva un freddo della madonna lì, dentro nel Carso. Finché poi alla fine del mese di dicembre, quasi, arriva un attacco aereo, bombardavano e mitragliavano la zona in cui stavamo costruendo. Erano gli inglesi, gli alleati, e quindi ho colto l’attimo e sono scappato. Sono andato giù in mezzo ai boschi, con degli abeti altissimi, dei bei boschi. Dopo due giorni che girovagavo, mi sono imbattuto in un gruppo di partigiani.

Opera2.jpg

Erano italiani?
Erano italiani e iugoslavi. Siccome già conoscevano mio padre, che probabilmente era in contatto o stava in altri gruppi, mi hanno tenuto due o tre giorni isolato, hanno preso informazioni, ma poi mi hanno liberato, mi hanno inserito nel gruppo e mi hanno dato un fucile. Mi ricordo che è stato quello che mi ha cambiato il modo di vivere, non perché io abbia sparato. Il primo sparo che ho fatto mi sono cagato e pisciato addosso. Quando è finita una piccola battaglia che avevamo avuto, ho detto: “basta, ragazzi, io qui…”. Invece loro non hanno fatto una piega, mi hanno aiutato, per dire, c’erano anche delle ragazze partigiane, mi hanno ripulito e dato dei vestiti, cioè questi gesti altruisti, senza chiedere nulla, pur nella comicità che poteva esserci nella situazione, però si capiva che invece era una cosa serissima. E lì ho cominciato a capire che cos’è la uguaglianza, la fratellanza e l’amicizia. E la protezione di uno con l’altro. Cacchio ragazzi! Questa era una cosa per me che è stata fondamentale, e ancora oggi me lo ricordo e continuo essere così.

Siete tornati in territorio italiano?
Siamo andati avanti così per molto tempo finché siamo arrivati al 1945. Andavamo in giro, dentro, in Slovenia o in Erzegovina. Camminavamo sempre, non stavamo fermi, eravamo sempre non più di quindici e abitavamo nei boschi. Si facevano dei turni, quattro persone erano di guardia, in corrispondenza dei punti cardinali. Ognuno stava due ore perché col freddo non si poteva star di più, poi ci davamo il cambio. Si dormiva in un letto di rami di pino e le coperte erano dei rami di pino, però eravamo come sardine, uno vicino all’altro. Allora quelli che erano fuori a fare la guardia entravano nel mezzo per scaldarsi e così si girava finché tu non arrivavi al principio e ti ritoccava la guardia e così via.

Avevate un nome come gruppo o brigata?
No, non potevano avere nomi, C’era un leader che sapeva tutto, aveva una piccola radio ricevente e trasmittente dove arrivano queste famose notizie da fuori tipo “Qui Radio Londra!” e magari dicevano “la biciletta si è rotta” o “il coniglio salta l’ostacolo”. Poi magari torna indietro il messaggio “la biciletta si è riparata” o “la gomma funziona” e questo voleva dire che sapevamo in che posti andare, come un codice, ed è una cosa interessante. Solamente lui lo sapeva e capiva tutto.

Avete fatto molte azioni?
Sì, moltissime. Abbiamo anche dovuto accettare molte vittime tra noi. Ci mandavano i cani dietro e noi avevamo sempre due cagne con noi, piccole, che non abbaiavano. Quando entravano in calore i cani maschi era la nostra salvezza. I cani anziché seguire noi, inseguivano le cagne. Quei cani erano addestrati, sai, strisciavano come umani per terra e quando arrivavano a un certo punto, calcolato non so come, aspettavano il momento per saltarti alla gola e ti tenevano così. Se tu ti muovevi, ti prendevano alla gola. Se non ti muovevi, veniva quello lì e, pum, ti ammazzava. Così era.

Avete perso dei compagni?
Sì, certo. Io son stato fortunato e posso dire che nella mia vita ho avuto più fortuna che sfortuna. Sotto tutti gli aspetti posso dire di essere stato molto, ma molto fortunato.

Quando sei tornato in Italia?
Quando scappai nel dicembre 1943, ero un mero quarantadue e son tornato che ero uno e ottantadue. Dopo son tornato a Fiume il 5 maggio, abbiamo rioccupato Fiume. Abbiamo circondato Fiume, entravamo dentro, perché stavano minando il porto. Era un porto molto importante e dovevamo fare delle azioni là, ma sono scesi a patti non so con chi e si sono ritirati i tedeschi. C’erano questi bunker o trincee che ci avevano fatto costruire e aiutavano a condurre verso la Germania e verso l’Austria. Lì è terminato tutto un po’ più tardi, dopo il 25 aprile.

Dove sei andato dopo?
Nel maggio del 1945 io ero a Fiume e sono andato a vedere mia madre. Son rimasto lì a dormire con mia sorella che era lì. Dopo è arrivato mio padre e ho iniziato a conoscere mio padre. Poi loro se ne sono andati nel Trentino, ma io son rimasto a Fiume fino quasi alla fine dell’anno per poi andare a Milano. Là mi sono iscritto subito alla gioventù comunista.

Milano gelida

Lavoravi?
Sì, beh, facevo il free lance! Lavoravo, facevo il muratore, i traslochi, spalavo la neve, tutti lavori così saltuari, non c’era un lavoro. A parte che non eri ben visto.

E tuo papà?
A un certo punto è venuto a Milano per un po’ e anche mia mamma. Lei è venuta con mia sorella che aveva due bambini, i nipoti. Io non dormivo là, dormivo in una baracca dei sinistrati che c’era un amico mio. Pensa che dormivo con uno che era della Decima MAS [unità speciale della regia marina italiana]. La maggior parte della mia vita che ho fatto a Milano, i primi anni, ho dormito d’inverno alla Stazione Centrale e d’estate alle panchine del parco, nei giardini pubblici.

Opera1.jpg

Ma poi hai anche studiato alla scuola di belle arti di Brera.
Mi son detto: “Beh, qui, ignorante, ignorante, avrò molta esperienza però…”. Allora mi sono iscritto al Politecnico. Prima ho fatto gli esami di maturità del liceo, lavorando di notte e studiando di giorno. Era la maturità artistica per poter entrare ad architettura. Quando avevo già presentato la tesi, firmata e tutto per laurearmi al Politecnico, mi sono imbattuto in un correlatore fascista…vediamo se mi ricordo il nome. Insomma lui alla commissione mi ha presentato così: “Questo è Valentinotti, qui c’è la tesi di cui non ho capito niente”.

Su cos’era la tua tesi?
Era su una “città autonoma”, autosufficiente. Avevo disegnato anche i filobus senza benzina e tutto uno studio molto grande e molto simpatico anche. Era una cazzata, però adesso viene di moda. Allora i professori mi hanno detto che non avevano capito nemmeno loro, ma mi hanno bocciato pure dopo avermi ammesso la discussione della tesi di laurea. Ho detto: “Il correlatore, lui è un ex criminale fascista, voi siete dei fascisti. Dico, mi bocciate dopo che avete già ricevuto la mia scheda per la tesi di laurea e non potete farlo”. C’erano dei compagni lì che han cominciato ad applaudire e mi hanno sbattuto fuori. Non son potuto entrare all’università per molti anni. Poi tramite una compagna di partito, ho potuto lavorare, insegnare in una scuola tecnica femminile e da lì ho cominciato a frequentare l’accademia di belle arti. E me lo son trovato.

Il correlatore?
Però pensa che cosa, che stranezza, tremenda. Il vecchio direttore dell’accademia era un certoAldo Carpi. Carpi è un cognome ebreo ed era stato denunciato da un suo collega ai tedeschi e ai fascisti che lo hanno deportato. Quando è tornato è rientrato nelle sue funzioni di direttore dell’accademia e un giorno vede che questo qui, questo che l’ha denunciato si stava nascondendo, scappava, e lui l’ha raggiunto gli ha detto: “Perché scappi, dico, non fare altre cazzate, io sono qui, ti tendo la mano, non ce l’ho su con te, mi è successo di tutto, io perdono, non mi dimentico, però perdono. Dico, hai fatto una cazzata, sarà stato un momento di debolezza”. Il nostro professore di scenografia anche lui era stato deportato, si chiamava, Reina, però è morto dopo un po’, dopo un anno è morto come conseguenza di tutti i mali che sopportato.
Ed è venuto questo, ah, si chiamava Varisco, l’architetto Varisco. Ce l’hanno presentato come il nuovo professore di scenografia. Quando è entrato, son salito su un banco e ho gridato: “E’ un fascista di merda”. E mi hanno sbattuto fuori dall’università. Lui non è venuto a scuola per 15-20 giorni, poi è tornato. Era lo stesso della mia tesi al Politecnico. Poi è diventato anche direttore dell’Accademia di Brera e direttore artistico della Scala di Milano, era un arrivista.

Insomma, succede che la Scala manda un concorso all’Accademia per un progetto di una scenografia per l’opera Pardon My English di Gershwin, sarebbero venuti tutti i cantanti americani. Io l’ho fatto e ho vinto. Sono andato anche a dirigere i lavori e questo qui ha fatto di tutti perché non mi pagassero e mi togliessero il lavoro.

Ce l’ha fatta?
Il lavoro l’ho finito, ma non mi hanno pagato e non hanno messo il mio nome. Che anni duri!

Quando sei venuto in Messico?
Dopo tante peripezie sono venuto in Messico. Mi sono sposato in Italia nel 1960 e dopo sei anni siamo venuti qui. In quei sei anni ho lavorato sì e no e mia moglie lavorava in un’agenzia di pubblicità, marketing. Io rispondevo ad annunci in varie compagnie, ma poi spesso mi andava male, forse anche per questioni politiche. Poi è venuto fuori che per legge si doveva dare lavoro agli esuli giuliani, c’era un posto in pubblicità all’Alfa Romeo e l’ho preso.

Cosa facevi?
Ero responsabile degli eventi all’estero, fiere e gare, e mi mandavano tutti gli inviti, compresi i biglietti d’aereo. Allora anziché andare a tutti gli eventi io o darglieli ai dirigenti, andavo giù in fabbrica e chiedevo al capo del sindacato del gruppo chi era stato il più bravo quella settimana e gli davo il biglietto e l’entrata. Dopo 5 o 6 volte mi chiama la direzione e mi dice: “Ma lei non riceve i biglietti? Perché non li manda da noi?”. E ho risposto: ” Sì li ricevo, ma avete i soldi per andar via, loro no”. Mi hanno detto che dovevo andar via e rinunciare all’incarico, ma secondo me avevo semplicemente fatto bene. Devo avere ancora una lettera del ministro del lavoro che mi pregava di allontanarmi dall’azienda, l’ho detto a tutti giù in fabbrica: “Ragazzi, niente più biglietti, mi hanno licenziato”. E quasi quasi volevano fare uno sciopero!

México lindo y querido

E il Messico?
Quando studiavo a Brera vivevo in un piccolo appartamento con un messicano e uno spagnolo e quasi ogni tre mesi venivano in visita genitori del messicano a vedere come andava il figlio che era arrivato bevendo latte ed è andato via bevendo vino e grappa. Mi invitano sempre ad andare e un giorno sono andato in Messico. Mia moglie mi ha aiutato e son venuto in Messico, sono andato ad abitare in casa della mamma di lui e ho cominciato a lavorare, a fare fotografie, moda, e così.

Tua moglie ti ha seguito subito?
Io sono venuto nel gennaio del 1966 e a novembre arrivata anche mia moglie Mara. Con l’amico mio siamo andati coi mariachis all’aeroporto, bellissimo. E qui siamo ancora. Son nati due figli, Sergio e Sandro e siamo qui tranquilli. Non sento nostalgia per l’Italia.

Non è stato facile in quell’epoca?
No, no, ma ho trovato molta più libertà in Messico che in Italia, ma non so. Non tornerei più in Italia, neanche dopo la morte. Ci andrò in giugno, la prima settimana, per inaugurare un murale donato a Libera di Don Ciotti, in una certosa vicino a Torino, la “Certosa Gruppo Abele”, che lui ha trasformato in una sede operativa, facendo dei grandi uffici e delle stanze per ospitare comitati e collaboratori.

Il primo monumento dedicato ai partigiani collocato all’estero.

Luciano Valentinotti, un partisano en México

(Reproduzco aquí un muy buen artículo de Matteo Dean del 2009 en que se relata la vida y la obra de un artista italiano en México, Luciano Valentinotti) Su rostro está marcado por el tiempo. Lo atraviesan surcos en la frente. Son las huellas del tiempo pasado, a sus ochenta años, entre la vida que le tocó y la felicidad de haberla vivida con intensidad. Así es, y sus ojos pintados de azul intenso, como el cielo del verano en el que nació, por abajo de sus espesas cejas, clavan la mirada en el interlocutor con singular y penetrante intensidad. “Miro a los demás y trato de revelar la sinceridad del otro”, afirma. Él es Luciano Valentinotti.

Bromea y juega mientras platicamos de su vida. No tiene otra forma de estar en medio de la gente, no puede mostrar tristeza, cansancio o desencanto. Aunque las razones para ello sobrarían. Nacido en la ciudad de Fiume el 9 de julio de 1929, Valentinotti acaba de cumplir, el 6 de enero pasado, cuarenta y tres años de haber llegado a tierra mexicana. “Llegué por un amigo mexicano que conocí en la carrera de escenografía en la Academia de Brera”, explica. Al concluir la carrera en la prestigiada Academia de las Bellas Artes en Milán en 1952, en la que tuvo como maestros a Marino Marini, Aldo Carpi y otros importantes “maestros de arte mas también de vida”, Luciano se encuentra trabajando como maestro de Historia del arte en algunas escuelas preparatorias hasta el día en el que el gobierno, en el contexto de una “depuración política”, le quita el puesto. Terminará trabajando en una agencia de publicidad. Sin esconder cierto orgullo, explica que en una ocasión tuvo una plática con el dueño de la agencia acerca de política. Al declarar su filiación, “al dueño se le cayó la pluma y yo, al día siguiente, ya estaba buscando otro trabajo”. Y así los años siguieron hasta 1960, año en el cual contrae matrimonio con su actual compañera, Mara. Son años difíciles aquellos. La situación política en Italia no permite ser lo que uno quiere ser. A pesar de conseguir trabajo como publicitario para la prestigiada marca automovilística Alfa Romeo, la situación se viene abajo cuando Valentinotti descubre que su pasado y sus creencias siguen teniendo un peso ineludible en la búsqueda de la tranquilidad económica. Y así, el 6 de enero de 1966 decide subirse a un avión dirigido a México. “Vente, Luciano”, le decía su amigo mexicano conocido durante los estudios. “Me recibió al aeropuerto de Ciudad de México con todo y mariachi”, cuenta no sin nostalgia. Poco menos de un año después lo alcanzaba Mara, su esposa, desde aquel entonces su colega, su administradora, su amiga, su compañera, su más firme aficionada.


Obras de la exposición Adentro de la vida de Luciano Valentinotti

“Soy de izquierda, le dije al dueño de la agencia publicitaria, y me despidieron”, cuenta Luciano. Una filiación política delicada, por no decir difícil, en esos años en los que el país, Italia, trataba de reponerse de la guerra a la cual los había llevado el régimen fascista. Una guerra que había acabado como tenía que acabar, es decir, con la derrota del régimen de Mussolini y con el establecimiento de la República el 2 de junio de 1946, preferida en un referéndum popular a la monarquía, culpable de haber permitido la dictadura fascista. Es importante subrayar que la conquista del régimen republicano y, por ende, de la Constitución democrática de 1948, no se dio por el repentino despertar de la sociedad italiana, sino por el esfuerzo y el sacrificio de miles que se empeñaron en liberar al país del régimen fascista y de la ocupación nazi de los últimos años de guerra. Una historia que marca un punto de partida nuevo en la historia italiana. También en la de Luciano Valentinotti.

“Soy italiano, aunque me sienta más de Fiume”, reivindica el hoy miembro activo de la comunidad italiana en México. En su pasaporte aparece la ciudad de nacimiento pero no la nacionalidad. La ausencia del país de pertenencia se explica a la luz de los eventos que involucraron a la hoy ciudad croata y a sus habitantes. Situada en una región, la Istria , históricamente bajo la influencia eslava pero con una fuerte presencia italiana, la ciudad de Rijeka (el nombre croata de Fiume) pasó de ser un puerto cualquiera de la costa de la Dalmacia a ser un importante centro cultural, político y productivo italiano cuando el gobierno de Roma, gracias también a la “conquista” realizada por el excéntrico poeta Gabriele D’Annunzio, la obtuvo como resultado de los tratados de paz de París a finales de la primera guerra mundial. Al llegar el régimen de Mussolini a la italianizada Fiume, la ciudad sufre importantes transformaciones en lo económico y cultural: no sólo se construyen los astilleros más importantes de la región, sino que la policía del régimen reprime cualquier expresión política y cultural no italiana. Un ejemplo destaca: la “italianización” de los apellidos de origen eslavo y la prohibición de hablar otro idioma que no fuera el italiano, inclusive en los domicilios particulares. Es en este contexto que la familia Valentinotti, que originalmente vivía en Levico, en el norte de Italia, llega en 1922 a Fiume. La mudanza no fue casual. El padre de Luciano, Giuseppe, era militante del partido prohibido por el fascismo y tuvo que escapar del régimen. Hasta 1943, Luciano vive con sus hermanas en la casa en Fiume y se desarrolla gracias a los esfuerzos de la madre, Elena, que se dedica a toda actividad posible: lava, plancha, limpia pisos. La vida bajo la dictadura no era fácil, menos para los parientes de los militantes políticos comunistas. El maltrato, la discriminación, la exclusión, fueron la cotidianidad de su infancia. Durante la guerra, la familia de Luciano debe además sufrir el trato diferenciado en la repartición de la comida y de los bienes de primera necesidad, ya limitados para toda la población.

Finalmente llega el 8 de septiembre de 1943, fecha fundamental en la historia italiana por el cambio de rumbo que tuvo la guerra. Fundamental también para Luciano. Ese día, cuando la derrota militar estaba ya anunciada, sin más aclaraciones ni indicaciones ni órdenes para las tropas que aún peleaban al lado de los alemanes, el gobierno italiano anuncia por radio la firma del armisticio con los aliados: quien era enemigo ahora es aliado, y quien era aliado se vuelve enemigo. El júbilo que se apoderó de la población por lo que se percibía como el fin de la guerra que tantas privaciones había impuesto, sobre todo a los civiles, fue rápidamente sustituido por el miedo: la guerra no había acabado y los alemanes habrían tomado venganza. Sin órdenes precisas, las tropas italianas tuvieron que tomar decisiones de manera autónoma: quienes decidieron seguir peleando junto a los nazis; quienes decidieron escaparse y regresar a Italia, con sus familias; quienes no decidieron a tiempo y fueron sacrificados por los nazis o deportados a los campos de concentración; quienes, finalmente, optaron por unirse a las fuerzas de liberación.

La ciudad de Fiume y toda la región tuvo una historia particular en esos meses de 1943. En un clima de expectación enorme, los miembros de la resistencia yugoslava e italiana (los llamados partisanos), igualmente presentes en el territorio, trataron de gobernar la situación instaurando gobiernos democráticos provisionales. El siguiente régimen de ocupación que aplicó el ejército nazi en la región tuvo las obvias consecuencias en término de vidas humanas sacrificadas al odio generado no sólo en contra de los eslavos presentes, sino también de los italianos ahora considerados como traidores. La historia es conocida y habla de una “armada roja” encabezada por el yugoslavo Josip Broz Tito, que liberará a todo el territorio yugoslavo hasta llegar a Trieste, ciudad en la frontera del hoy territorio italiano. Una conquista que la mayoría pinta con rasgos heroicos, pero que causó el éxodo de cientos de miles de ciudadanos italianos que al régimen comunista de Tito prefirieron las facilidades que los gobiernos aliados otorgaron a los prófugos.


Foto: Marco Peláez/ archivo La Jornada

Luciano Valentinotti, en ese entonces un muchacho de apenas catorce años de edad, tuvo que decidir. Y mientras Elena, su madre, “ayudaba a los soldados italianos a escaparse, proporcionando ropa de civiles, salvando a muchos” y pagando las consecuencias represivas de los nazis, él fue llevado, junto a sus contemporáneos, a los campos de trabajo. “Nos hacían cavar trincheras”, cuenta. Un día de diciembre de ese año, “enterado de que muchos de mis compañeros desaparecían”, Luciano toma su decisión: escapar del cautiverio al que lo obligaban los nazis e irse a buscar a los partisanos. “No sabía exactamente a dónde ir, pero había rumores –cuenta– y me fui caminando, hacia la montaña.” Al cabo de pocos días se une a los partisanos yugoslavos: “Éramos alrededor de quince personas –y cuenta–. Caminamos miles de kilómetros, hicimos sabotajes a las tropas nazis, escapamos y perseguíamos. Me llamaban el ‘pequeño compañero’, más que todo por la escasa estatura –un metro con 45 centímetros– que había hecho llorar a mi mamá en distintas ocasiones.” Se le obscurece la mirada cuando cuenta de su primer disparo; sin embargo, se le ilumina el rostro al describir la gran solidaridad con la que vivió durante el año y medio que estuvo peleando en la montaña. Y la emoción lo conquista al recordar ese mes de mayo de 1945, cuando los partisanos, incluyendo a su grupo, entraron como liberadores en su ciudad, en esa Fiume que los acogió como héroes.

Terminada la guerra, Luciano tiene que tomar otra decisión importante que marcará, una vez más, su futuro: quedarse en territorio yugoslavo o irse a Italia. Muchos de los que decidieron quedarse sufrieron las consecuencias de una decisión fiel a los principios de la ideología, pero equivocada frente a una realidad y un contexto que no lograba olvidar veinte años de régimen racista italiano en la región. Esa misma realidad que hizo que Tito decidiera expulsar a la mayoría de los italianos presentes, castigar a otros y determinar que Fiume volvía a ser Rijeka, una vez más. Los padres de Luciano decidieron regresar a su tierra natal, Levico, en el norte italiano, perdiendo todas sus pertenencias en Fiume. Luciano, en cambio, decide irse a Milán y enfrentar, aún sin saberlo, las consecuencias de su destierro. En Italia, Luciano busca sobrevivir realizando decenas de trabajos distintos; sin embargo, eso no le impide realizar ciertas actividades políticas. Se involucra en la campaña en favor de la República , no sin fugarse de los enfrentamientos, cruentos en ocasiones, que la disputa electoral fue creando.

Como otros comunistas procedentes de Yugoslavia, Luciano es discriminado, y no solamente por una sociedad italiana partida en dos, entre el fuerte componente católico y republicano, y el componente más revolucionario afiliado al poderoso Partido Comunista, sino también por los mismos comunistas italianos, prontamente afiliados a la corriente estalinista del comunismo internacional, que justamente en la disputa con Tito había encontrado su primera, importante división. Así las cosas, Luciano es discriminado en Italia por ser comunista, y es visto con sospecha por los comunistas italianos por proceder de tierra yugoslava. Una dialéctica interior que Luciano trata de resolver gracias a la ayuda que los gobiernos aliados otorgaban a los prófugos de Istria. “A principio de 1948 llegué a un campo de refugiados cerca de Nápoles”, cuenta. Ahí fue donde los inspectores de los países dispuestos a hospedar prófugos (Estados Unidos, Australia, Canadá, Nueva Zelanda) evaluaban a los candidatos “para trabajos de leñadores o mineros”. “Me dijeron que no era apto, pues no tenía callos en las manos”, dice. Regresa, entonces a Milán, en donde decide concluir los estudios interrumpidos por la guerra. Sin embargo, Italia no resultó ser el país para que Luciano se desarrollara plenamente. Fue así que llegó a México, cargado de esperanzas e ilusiones. Dos destierros y un solo destino: nunca dejar de ser lo que es. La fotografía, dos hijos, una mujer abnegada y, desde hace diez años, la pintura, se revelaron como los canales de deshago de esa personalidad viva, solidaria, alegre, esperanzada y esperanzadora, y al mismo tiempo tan sensible al sufrimiento ajeno, que caracteriza a Luciano, ese mismo hombre que, a pesar de admitir que “mi sufrimiento reside en el hecho de haber perdido a casi todos mis amigos”, aún es capaz de decir: “No tengo miedo de morir, he sido afortunado, la vida me ha tratado bien.”